>Infine, per descrivere uno che parla male il francese, si dice "Il parle
>français comme une vache espagnole" (parla francese come una vacca
>spagnola).
Isabella Zani irakurri du bere mandatuan:
>Questa l'ho sentita anch'io varie volte, ma ho anche letto che si tratta di
>un errore d'interpretazione... infatti il termine 'vache' non dovrebbe
>essere tradotto con 'vacca', ma con basco spagnolo (cioe' appartenente alla
>popolazione indipendentista che di tanti atti di terrorismo ha deliziato la
>penisola iberica); pare che parlino un francese atroce.
>Chi ne sa di piu'?
In effetti l'origine del detto "parler français comme une vache
espagnole" è esattamente quella narrata da Isabella.
Visto che comunque, poi, s'è continuato a parlare dei baschi e del
basco, forse a qualcuno potrebbe interessare quel che tale Riccardo
Venturi ha scritto nella prefazione alla sua (ohimè, ancora inedita)
"Grammatica descrittiva della lingua Basca Unificata (Euskara Batua)".
Avverto che si tratta di un testo piuttosto lungo e mi scuso quindi
per il palese OT.
_____________________________________________________________
LA LINGUA BASCA : UNA PRESENTAZIONE
Il basco, o euskara, è parlato in un'area di circa 10000 km2
estesa pressappoco nella zona dei Pirenei occidentali; il territorio
linguistico basco è attraversato dal confine politico franco-spagnolo.
Nelle sette Provincie Basche storiche (Labourde [Lapurdi], Soule
[Zuberoa] e Basse-Navarre [Behenafarroa] in territorio francese e
Guipúzcoa [Gipuzkoa], Vizcaya [Bizkaia], Alaba [Araba] e Navarra
[Nafarra o Napar] in territorio spagnolo) il basco è parlato da circa
600.000 persone perlopiù bilingui (cittadini spagnoli e francesi), di
cui circa 520.000 nelle Provincie spagnole (il 25% della popolazione).
Questo è ciò che rimane del territorio linguistico che, in epoca
Romana, sembra si estendesse dall’Aquitania fino alle rive dell’Ebro.
Il basco rappresenta un unicum tra le lingue del nostro
continente, appartenenti quasi tutte alla grande famiglia indeuropea
(se si escludono l'ungherese, l'estone, il finlandese, il lappone e
poche altre lingue di varia origine). Si tratta comunque l'unica
lingua anaria dell' Europa occidentale, se escludiamo per vari motivi
il maltese (che è un dialetto arabo magrebino). Il basco, rimasto per
secoli un idioma di esclusiva tradizione orale, affiora nel X secolo
della nostra era con due piccole frasi inserite nelle Glosas
Emilianenses, il manoscritto che contiene i primi esempi di ballate in
castigliano: i z i o g u i d u g u "abbiamo acceso" e g u e c
a j u t u e z d u g u "non abbiamo aiuto". Il Codex Calixtinus
del XII secolo contiene diverse parole in basco riprese da persone che
vivevano lungo il Cammino di Compostela. Ma per avere la prima opera
scritta interamente in euskara bisogna attendere il XVI secolo, con le
poesie (olerkiak) di argomento religioso del sacerdote Bernat
(Bernard) Dechepare (1545) intitolate Linguae Vasconum Primitiae.
Il basco è sicuramente una lingua non indeuropea e, con tutta
probabilità una lingua preindeuropea. Il problema dell’origine del
basco e dei baschi è stato ed è tuttora oggetto di grande discussione,
ma sul fatto che l’euskara sia una lingua antichissima sembrano
sussistere pochi dubbi. Il glottologo italiano Alfredo Trombetti
(1866-1929) sostenne la sua parentela con le lingue caucasiche,
ipotesi ripresa anche da René Lafon e Karl Bouda; da alcuni altri
studiosi è stato invece ravvicinato alle lingue camitiche. Ma
l’euskara, sebbene mostri alcuni affinità strutturali con tali lingue,
non non può essere ragionevolmente ricondotto a nessun’altra lingua
esistente. È dunque possibile affermare che si tratta di un idioma
iberico autoctono, forse sviluppatosi addirittura già dal Neolitico
(in alcuni siti archeologici risalenti a tale era sono stati trovati
dei crani di tipo basco e, dal punto di vista linguistico, la parola
basca per "ascia", haizkora, è sicuramente un derivato di haitz
"roccia"). Già nel 1821 Wilhelm von Humboldt tentò di spiegare alcuni
nomi di luogo e di persona dell’antica Iberia per mezzo del basco; in
epoca più recente, Hugo Schuchardt, basandosi sulle iscrizioni
iberiche raccolte da Emil Hübner, tentò addirittura di ricostruire la
declinazione iberica notando importanti coincidenze con quella del
basco. In seguito, specialmente con il ritrovamento di altre
iscrizioni antiche (la più importante è una tavola di piombo
proveniente da Alcoy, presso Alicante, scoperta durante la I guerra
mondiale), le conclusioni di Schuchardt e Hübner sono state messe in
discussione, e gli stessi Iberi non sono più ritenuti il primo popolo
che ha abitato la Penisola. La composizione etnico-linguistica
dell’Iberia preromana ci appare oggi molto più varia di quel che si
pensava alcuni decenni fa.
I progenitori più immediati dei baschi devono forse essere
ricercati negli antichi Vàscones, affini agli Aquitani. René Lafon (in
Gernika, Eusko-Jakintza I, 1947) ne è certo: "È senza dubbio ai
Vascones che devono essere ravvicinati gli Aquitani. Ausci, il nome
del popolo che abitava la regione di Auch, è una forma priva di
suffissi dell’ethnicum dal quale deriva la denominazione autoctona del
basco, eusk-ara. Il nome latino della capitale degli Ausci,
Elimberris, deriva probabilmente da una delle numerose varianti di
Iliberri "città nuova" (basco [h]iri berri). Il nome stesso dei
Vascones ( > Gascons, Gascogne, it. Guasconi, Guascogna) sembra
chiaramente derivare dalla stessa radice alla base di Ausci, o da una
sua variante ausk-, eusk-". Tutto ciò, però, non esclude una relazione
degli Aquitani con gli antichi Iberi; il grande glottologo spagnolo
Antonio Tovar, in Cantabria prerromana, Madrid 1955, ammette che
"sebbene scarse, le coincidenze del basco con l’iberico sono
profonde".
Al momento della sua "emersione", il basco ha già un lessico
estremamente composito. Come è facile attendersi, i prestiti dal
latino sono moltissimi, spesso antichissimi e ben adattati alla
fonologia basca. I latinismi baschi più antichi, essendo penetrati
nella lingua in un'epoca anteriore alla formazione delle lingue
romanze, rivestono un interesse del tutto speciale per i romanisti, e
non è un caso che, spesso, essi trovino quasi perfetta corrispondenza
nelle due lingue romanze più conservative, il sardo nuorese e il
rumeno. Così <errege> 're', <bake> "pace" < lat. <rege-> (rumeno
<rege>), <pace->, con mantenimento delle velari (fenomeno che, nelle
lingue neolatine, si è conservato solo nel sardo nuorese: <pake>,
<èghere>), <gauza> 'cosa' < lat. <causa-> (la parola è passata in
basco quando ancora il dittongo [ au ] non si era monottongato in [ o
], cfr. it. sp. cosa, fr. chose), <gorputz> 'corpo', <denbora> "tempo"
< lat. <corpus>, <tempora> (con mantenimento della terminazione),
<arima> 'anima' < lat. <anima-> (con rotacizzazione di [n]
intervocalica, lo stesso fenomeno che si è avuto anche in una fase
storica del rumeno: <spure> "dire" < exponere), e lo stesso nome della
città di Roma, <Erroma> (che, come <errege>, mostra uno dei fenomeni
fonologici più tipici del basco, ovvero l'impossibilità di pronunciare
[ r ] ed altri nessi consonantici in posizione iniziale. Qualcuno ha
ipotizzato che tale fenomeno caratteristicamente 'iberico' sia alla
base della noto fenomeno castigliano e portoghese per cui nessuna
parola può iniziare con [s] + consonante:< España, estrella, estilo>,
it. <Spagna, stella, stile>). Anche la stessa caratteristica pronuncia
della [R] castigliana ha un esatto corrispondente fonologico nel
basco. Il basco non ama molto i nessi consonantici anche in posizione
non iniziale: lat. <libru-, scribere, lucru-, Christianu-> > <liburu>
"libro", <izkiria> "scrivere", <lukuru> "usura", <giristino>
"cristiano". Accanto a tali fenomeni conservativi, a volte l’esito
basco della parola latina "preannuncia" l’evoluzione romanza: è il
caso, ad esempio, di <dorre> "torre", <fede> "fede" < lat. <turre-,
fide-> con il passaggio risp. [u] tonica > [o] chiusa e [i] tonica >
[e] chiusa. Non è raro il caso di termini latini completamente
scomparsi dalle lingue romanze che, invece, si sono perfettamente
conservati in basco, come <ahate> 'oca' < lat. <anate->, <barka>
'perdonare' < lat. <parcere>, <neke> 'fatica, pena', < lat. nece-,
<endelega> 'capire' < lat. <intelligere> (ma cfr. il rumeno <întelege>
e l'albanese <ndëgjoj>), <imia> "misura di capacità di 55 litri e
mezzo" < lat. <hemina>, <goru> "conocchia" < lat. <colu->. Per altri
latinismi la comparazione è meno immediata: è il caso di <axuri>
'capretto' < lat. <haediolu->, <magina> 'fodero, guaina' < lat.
<vagina->, <makila> "bastone" < lat. <bacillu->, <maru> "palo" < lat.
<palu-> ecc. Attraverso il latino sono passati in basco anche dei
grecismi: è il caso di <atxeter> 'medico' < lat. <archiatru-> < greco
<archíatros> 'protomedico' (alla base anche dell'antico alto tedesco
<arzât>, ted. moderno <Arzt>), <kanore> "fondamento, forma" < lat.
canone- < greco <kánon> e <eliza> "chiesa" <lat.< ecclesia-> < greco
<ekklesía> (termine peraltro presente in tutte le lingue romanze,
tranne il rumeno <bisericã>, isolata continuazione di <basilica->).
Anche la morfologia basca non è rimasta immune dall'influsso
latino: l'importante morfema [-tu/-du], utilizzato per la formazione
del participio perfetto o "infinito II ", deriva in ultima analisi
dall'analogo morfema dei participi perfetti latini in -(a)tu-. Dei
prestiti latini si trovano anche tra i numerali: è il caso di <sei>
‘6’ e <mila> ‘1000’ (che, combinati, danno curiosamente una forma
identica a quella italiana: <seimila> "6000"). In ogni caso, per
quanto profondo possa essere stato, l'influsso latino non si è mai
spinto oltre il lessico e qualche sporadico fatto morfologico. Il
latino è una lingua strutturalmente troppo lontana dal basco.
Menzioniamo infine anche un pugno di prestiti germanici come <zilar>,
<zilhar> 'argento' (gotico <silubr>; a sua volta forse mutuato dallo
slavo, cfr. bulgaro antico <sïrebru>) e arabi (<azoka> "mercato" <
arabo <suq>, <gutuna> "lettera" < arabo <qutun>).
La storia lessicale del basco, come quella di qualsiasi lingua
minoritaria, è una storia di superstrati differenti che si sono
succeduti nel tempo. Rimasto per secoli l’incomprensibile idioma non
scritto di un popolo di pastori e pescatori in perenne stato di
guerriglia (celebre è l’abilità dei baschi come frombolieri), il basco
è stato pesantemente influenzato dalle varie lingue di cultura che si
sono imposte nell'area (prima il latino, poi lo spagnolo ed il
francese), le quali, però, lo hanno arricchito di tutta una serie di
termini legati a sfere dell'attività umana (come la religione, la
tecnologia e le scienze) per forza di cose non contemplate in una
società agropastorale. Da questo punto di vista, il basco non
è affatto diverso da centinaia di altre lingue parlate da popoli che
hanno risentito dell'influsso politico, culturale e linguistico di
altri Paesi. Influsso, a volte, semplicemente "travestito", come nel
caso di <lur-sagar> 'patata' (< <lur> 'terra', <sagar> 'mela, pomo') o
di <merkatu-beltza> ‘mercato nero’, che altro non sono che traduzioni
dal francese <pomme de terre> e <marché noir> (nell’Euskadi francese
si sentono spesso anche i prestiti diretti <pomadeterra> e
<marchenoira>). Anche nel basco, quindi, esiste un numero
considerevole di calchi, ovvero termini coniati traducendo espressioni
di altre lingue (come il composto italiano ferrovia, ricalcato sul
tedesco <Eisenbahn>; basco <burdinbide>). Ma i prestiti ed i calchi
sono non sono certo una prerogativa del basco e delle lingue
minoritarie: tutte le lingue, anche quelle di maggiore tradizione, ne
presentano un numero considerevole. La ripartizione dei prestiti più
recenti e moderni risente comunque dell'area di appartenenza politica
(castigliani nelle quattro Provincie spagnole e francesi nelle altre
tre Provincie).
Tolti prestiti e calchi, rimane il nucleo originale del
lessico basco, ovvero la maggior parte dei termini legati all'uomo e
alla sua vita materiale, agli elementi, al corpo umano,
all'agricoltura e agli alimenti, all’allevamento, alla conformazione
del suolo, alla pesca e alla navigazione (che per i baschi è
tradizionalmente la stessa cosa), alla pastorizia, alla vita ed allo
sfruttamento dei boschi, alla metallurgia, alla guerra, alla musica
popolare, all'astronomia elementare, alla magia e ai fenomeni
atmosferici. Parole come <gizon> 'uomo' <emazte>, <emakume> 'donna',
<Jainko> ‘Dio’, <bi(h)otz< ‘cuore’, <ur> ‘acqua’, <su> ‘fuoco’, <buru>
‘testa’, <ogi> ‘pane’, <arno> ‘vino’, <arroltze> ‘uovo’, <haragi>
‘carne’, <etxe> 'casa', <mendi> 'monte', <itsaso> ‘mare’, <uharte>
‘isola’, <asto> 'asino', <ardi> ‘pecora’, <ahuntz> ‘capra’, <eguzki>
'sole', <ilargi> ‘luna’, <egun> 'giorno', <gau>‘notte’, <zuhaitz>
'albero', <oihan> ‘bosco’, <zur> ‘legno’, <burdin> ‘ferro’, <urre>
‘oro’, <arrain>'pesce', <untzi> 'nave', <artzain> 'pastore', <lur>
'terra', <guda> 'guerra', <abes> 'cantare', <izar> ‘stella’, <sorgin>
‘strega, mago’, <euri> ‘pioggia’, <haize> ‘vento’, <elur> ‘neve’ e
centinaia di altre non possono essere assolutamente essere ricondotte
ad alcuna famiglia linguistica conosciuta. In generale, possiamo dire
che tutti i termini elementari sono rimasti invariati: verbi come
<maite> 'amare', <hil> 'morire', ‘morte’ (ma non 'vita', <bizia> <lat.
<vivitia->, cfr. il rumeno <viatã>), <joan> 'andare', <etor> 'venire',
<ekar> 'portare', <izan> ‘essere’, <eman> ‘dare’, <har> ‘prendere’,
<nahi> ‘volere’, <edan> ‘bere’, <esan> ‘dire’, <jan> ‘mangiare’, <lo>
‘dormire’, <egon> ‘stare, trovarsi, essere’, <ibil> ‘camminare’;
aggettivi elementari come <on> ‘buono’, <gaixto> ‘cattivo’, <zahar>
‘vecchio’, <gazte> ‘giovane’, <handi> ‘grande’, <asko> ‘molto’,
<beltz> ‘nero’, <xuri> ‘bianco’, <gorri> ‘rosso’, <urdin> ‘azzurro’
(si noti, tra i colori, l’eccezione di <berde> ‘verde’ < lat.
<vir(i)de->) ecc.
Il lessico fondamentale è dunque rimasto quello autoctono.
Molti che si sono occupati e si occupano dell' euskara hanno
naturalmente tentato di stabilire una connessione con altre lingue o
famiglie linguistiche: come già accennato, l'affinità del basco con le
lingue cosiddette k a r t v e l i c h e (il georgiano e pochi altri
idiomi caucasici, cui è stato ravvicinato anche l’etrusco) è stata ed
è tuttora da alcuni ipotizzata, basandosi soprattutto su alcune
corrispondenze strutturali, come la costruzione ergativa ed il
polimorfismo verbale, ma non è mai stata dimostrata in modo
convincente (la costruzione ergativa ed il polimorfismo esistono in
molte altre lingue che sicuramente non hanno niente a che fare nè con
il basco, nè con il georgiano, come l'eschimese e vari idiomi
amerindi).
È fuor di dubbio che alcuni lessemi baschi, come ad esempio
<-kar-> 'portare', corrispondano formalmente e semanticamente a
lessemi p.es. latini (<car-rus> 'carro' = 'ciò che porta') sicuramente
non riconducibili a radici indeuropee note; ma non è stato finora
possibile spingersi oltre. Le lingue preindeuropee dell'area
mediterranea hanno certamente agito come sostrato sulle lingue
indeuropee, ed è anche presumibile che vi siano stati degli influssi
reciproci (molti termini tipicamente "alpini", come <malga>, <asco>
ecc., si ritrovano sparsi qua e là per il Mediterraneo, dai dialetti
italiani settentrionali a quelli berberi e, beninteso, anche al
basco); il termine <arrugia>, da Plinio ritenuto di origine iberica
("cuniculis per magna spatia actis cavantur montes...in aurifondinis
Hispaniae arrugias id genus vocant"), si ritrova nel basco <arroila>
"fossa, cavità" ed è sicuramente alla base del castigliano <arroyo>
"ruscello" (con il nesso iniziale <arr->, sicuro indice di
"ibericità"), ma la variante <rugia> vive anche nelle Alpi, come si
evince dal ligure-piemontese <roia> (nome anche del torrente <Roya>,
che segna il confine tra Italia e Francia presso Ventimiglia), nel
comasco <rogia>, nel friulano <roie> ecc.) e deve essere stata vitale
anche in Toscana (<roggia>); il numerale basco <zazpi> "7" sembra
avere una notevole affinità con l’omologo numerale etrusco, <cezp>.
Alcuni sono giunti a postulare una famiglia linguistica "mediterranea"
comprendente diversi idiomi preromani dell’area, sulla base di diverse
corrispondenze lessicali; ma si tratta di ipotesi su lingue
scarsamente o niente affatto documentate.
Abbiamo finora parlato del lessico; ma la struttura
morfologica e sintattica del basco è altrettanto lontana da quella
delle lingue europee. Ci siamo dunque attenuti ad un’analisi
fondamentalmente strutturale, qua e là con riferimenti ad altre lingue
strutturalmente meno lontane della nostra (come, ad esempio,
l’ungherese). I "meccanismi" del basco, pur certamente singolari dal
punto di vista di chiunque parli una lingua indeuropea o di altre
grandi famiglie, non sono comunque così isolati. Abbiamo già parlato
di diverse corrispondenze strutturali col georgiano e con l'eschimese
(costruzione ergativa, molteplicità dei soggetti e loro influenza
diretta sulla morfologia verbale ecc.); aggiungiamo che un fenomeno a
prima vista assolutamente unico come la "rideclinazione" (o
"declinazione del declinato"; ma il termine più esatto sarebbe
"rideterminazione") è presente, oltre che in georgiano ed in
eschimese, anche (sia pure parzialmente) in ungherese e, quasi
certamente, in etrusco: il basco <Peruarenaren> "di quello di Peru"
(<Peru-aren-aren>) corrisponde perfettamente, dal punto di vista
strutturale, all'ungherese <Péterének> ed all'etrusco <Larthals> "di
quello di Larth". Il basco, specialmente nella morfologia nominale,
presenta dei fenomeni comuni a molte altre lingue agglutinanti.
Il basco è infatti una lingua agglutinante polisintetica. Tali
idiomi, dalla morfologia regolare e ripetitiva, sono, parlando in
termini metaforici, come un mosaico le cui tessere (che spesso hanno
vita autonoma) possono combinarsi più o meno liberamente. Così, ad
esempio, <uda> 'estate' e <berri> ‘nuovo' sono due termini
perfettamente indipendenti; ma, combinati, possono formare il
sostantivo <udaberri> 'primavera'. Aggiungiamo ancora il morfema del
genitivo singolare determinato ed abbiamo <udaberriaren> 'della
primavera'; fin qui parrebbe del tutto normale, anche se cominciamo
decisamente ad allontanarci dalle lingue neolatine. Ma continuiamo ad
"incollare" (questo è il significato letterale di "agglutinare"):
prendiamo il morfema formativo del nominativo singolare determinato ed
avremo <udaberriarena> 'quello/a della primavera'. In linea teorica si
può continuare ad libitum: il termine <udaberriarena> è perfettamente
autonomo e può essere a sua volta declinato (o "rideclinato"): dativo
singolare <udaberriarenaren> 'di quello/a della primavera', dativo
plurale <udaberriarenei> 'a quelli/e della primavera' ecc. In basco
non esiste il pronome relativo: la sua funzione è svolta da un
morfema, [-(e)n], aggiunto alla forma verbale coniugata.Così, ad
esempio, ‘la casa che abbiamo’ è <guk dugu-en etxea> (lett. ‘la casa
avuta da noi’). La forma verbale diviene quindi un aggettivo che,
naturalmente, può essere declinato: nominativo singolare <guk
duguen-a> "[quella] che abbiamo", genitivo singolare <guk duguen-aren>
‘di quella che abbiamo’, sociativo plurale <guk duguen-ekin> "con
quella che abbiamo"ecc. Una ‘parola’ basca è del tutto differente da
una parola italiana, o tedesca, o araba. Nella maggior parte delle
lingue la ‘forma’ e il ‘significato’ di una parola sono strettamente
legati. Anche una lingua assai flessibile come l’inglese non si può
permettere soluzioni neppur lontanamente simili a quelle basche. Ad
esempio, <house> può essere un sostantivo (‘casa’), un aggettivo
(<house building> ‘edilizia’) ed un verbo (<to house> ‘alloggiare’),
ma non può esistere nessun verbo del tipo <*to Paul’s-house> (‘casa di
Paolo’). In non molti casi un sintagma può avere vita autonoma. In
basco, invece, questo avviene liberamente: <Pauloren etxea> ‘la casa
di Paolo’ , può invece divenire un aggettivo mediante l’aggiunta di
specifici morfemi (<Pauloren etxe-ko atea> ‘la porta della casa di
Paolo’, lett.. <‘Paolo-di casa-della porta-la’>), un sostantivo
(<Pauloren etxe-ko-a> ‘quello della casa di Paolo’, lett.. ‘Paolo-di
casa-della-la) e addirittura un verbo, (<Pauloren etxe-ra-tu> ‘andare
a casa di Paolo’, lett.. ‘Paolo-di casa-a-[morfema infinitivo], come
fosse un nostro ipotetico <*accasadipaolare>.
I meccanismi della coniugazione verbale basca, pur
indubbiamente assai "particolari", sono stati, con lo sviluppo della
linguistica teorica e la conoscenza di lingue non molto studiate fino
a tempi recenti, gradualmente ricondotti alla realtà. Il polimorfismo
verbale esiste, ad esempio, anche in abkhaso (una lingua caucasica
occidentale), con possibilità addirittura superiori a quelle del basco
(abkh. <dýwsýrýtt> "egli me lo ha fatto dare a te"). Ma il verbo
basco, come afferma Alberto Nocentini (in Le lingue d'Europa, Firenze
1983), "suscita ancora rispetto". Rispetto, e non più intimidazione:
quando, nel 1729, il p. de Larramendi pubblicò la prima grammatica
basca, si riteneva, a torto o a ragione, che ogni tentativo di
descrivere il basco fosse destinato all’insuccesso e, per questo,
diede all'opera l'eloquente titolo di "El Imposible Vencido". Inoltre,
nel corso dei secoli, la coniugazione basca si è molto semplificata:
di tutti i verbi cd. "sintetici" ne sono restati in uso non più di una
trentina (di cui solo uno con coniugazione completa), mentre tutti gli
altri si coniugano mediante un ausiliare e delle forme infinitive.
Il basco non è una lingua unitaria. Esso è frammentato in
quattro dialetti principali (il navarro-laburdino, il souletino, il
guipuzcoano e il biscaglino) che, pur mantenendo le stesse
caratteristiche morfologiche, presentano apprezzabili discrepanze dal
punto di vista fonologico e sintattico. Uno dei principali studiosi
della lingua e della cultura basca, il principe Luigi Luciano
Bonaparte (discendente di Napoleone), stimò però nella sua Carte
Linguistique du Pays Basque (1883) che i dialetti fossero sette, più
uno, il roncalese, all’epoca già estinto. Ciononostante, in questi
ultimi anni è stato intrapreso un grande sforzo per creare una lingua
basca di cultura comprensibile ed accettabile da tutti, capace di
influenzare le abitudini linguistiche dei parlanti. Tale progetto ha
avuto un relativo successo e, adesso, si può ragionevolmente parlare
di euskara batua 'basco unificato', ovvero la norma linguistica che
intendiamo descrivere nella presente opera. Iniziatrice e principale
propugnatrice dell'euskara batua è la cosiddetta Euskaltzaindia, l’
Accademia Basca fondata a Oñate nel 1918. I primi passi dell’Euskara
Batua risalgono al 1964, ma è dal 1968 che l’Euskaltzaindia ha
intrapreso il progetto ufficialmente, basandosi sui due dialetti
letterariamente più importanti, il navarro-laburdino e il guipuzcoano.
Certo è che la completa unificazione del basco a livello scritto (a
quello parlato non se ne parla neppure) non è vicina, impedita com’è
stata ed è tuttora da circostanze linguistiche, geografiche e
politiche. Lo scopo è stato certamente facilitato, a partire dal 1975,
dal ritorno della Spagna ad un regime democratico e tollerante verso
le minoranze linguistiche (che d'altronde sono molto forti: si pensi
ad esempio ai catalani). Ma fino a quella data, la storia del basco
non è diversa da quella di tante altre lingue minoritarie. Il
franchismo, come altre dittature consimilari, aveva messo fuori legge
l'uso scritto ufficiale del basco e del gallego (mentre il catalano
resisteva, dato anche il numero dei parlanti e la tradizione culturale
di prim'ordine); i bambini dovevano studiare fin dalla scuola
elementare in una lingua che non era la propria, ed i maestri avevano
l’ordine di punirli severamente se venivano sorpresi a parlare in
basco. Ma anche prima del Caudillo la situazione non era differente.
Sull'altro versante dei Pirenei è sempre stata leggermente
migliore dal punto di vista della tolleranza, anche se peggiore da
quello della consistenza numerica dei parlanti; fatto sta che molte
interessanti opere sulla lingua basca sono dovute a "basquisants"
francesi, come il p. Pierre Lafitte ed il p. Pierre Arotçarena (si
noti come, fin dall’inizio, i grammatici baschi siano stati perlopiù
uomini di Chiesa). La grammatica del p. Lafitte (Grammaire Basque,
rist. Bayonne/Baiona, Ikas, 1978) è stata a lungo considerata come una
sorta di "pietra miliare"; citiamo anche la Grammaire Basque del p.
Arotçarena (rist. Bayonne, Librairie Jakin, 1976). Tali opere si
occupano però esclusivamente dei dialetti navarro-laburdini, notati
inoltre con una grafia francesizzante. In Spagna, una fioritura di
opere sul basco e, soprattutto, in basco si è potuta avere, per ovvi
motivi, solo dopo la morte di Francisco Franco; tra le grammatiche con
intenti didattici segnaliamo quella di Isaac López-Mendizabal, Manual
de Euskara, S.Sebastián/Donostia 1977, e quella, di impostazione assai
originale, di Juan Atucha, Gramática Vasca, Bilbao/Bilbo, 1978.
Purtroppo, entrambe le opere non sono ancora del tutto uniformate alla
grafia ufficiale basca, fissata nel 1981 dalla Euskaltzaindia ed
adottata rapidamente in tutto l'Euskalherri spagnolo. Nel 1982 è
apparsa la Euskal Gramatika della Euskaltzaindia, che segna un momento
importante nella produzione linguistica basca: si tratta infatti della
prima grammatica descrittiva redatta interamente in basco secondo le
nuove regole ortografiche e che riflette il cammino finora percorso
sulla via dell’ Euskara batua. La Gramática Elemental Vasca di Miguel
Sagüés Subijana, sulla quale si basa l’impianto della presente opera,
è del 1980. Attualmente, però, la grammatica descrittiva più completa
si deve non ad un basco, ma a uno studioso inglese di evidente origine
italiana, Mario Saltarelli. La sua opera, Basque: a Descriptive
Grammar (Londra, 1990) è la prima descrizione completa dell' Euskara
batua (ed è reperibile anche sul mercato librario italiano, ad un
prezzo purtroppo intimidatorio). Per quanto riguarda i dizionari, la
situazione è meno rosea. Citiamo comunque l'ottimo Diccionario
Español-Vasco di Pedro Múgica e, soprattutto, l'essenziale ma preciso
Lexique Français-Basque di Armand Tournier e Georges Lafitte (rist.
Bayonne, Ikas, 1981). Un ottimo strumento di lavoro, anche perchè
redatto secondo la grafia batua, è il Dictionnaire Basque pour Tous in
due volumi (la parte basco-francese lascià un po' a desiderare,
mentre quella francese-basca è assai ben fatta), realizzato da tre
équipes dirette da Marijane Minaberry e dal p. Michel Michelena
(Hendaye, Haize Garbia, 1983). La tradizione "ecclesiastica" della
linguistica basca non si smentisce: tra le tre équipes di lavoro, una
era infatti costituita dai padri Benedettini dell’Abbazia di Belloc.
La grafia "batua" incontra ancora qualche resistenza in
Francia, dove si è formata una tradizione grafica alla quale molti non
si sentono ancora disposti a rinunciare. Segnaliamo che, in Francia, i
grafemi <ch> e <tch> sono ancora spesso usati al posto di <x> e <tx>
(<chori> <etche> per <xori>, <etxe>); inoltre, poichè in Francia si
scrivono i dialetti laburdini e souletini, le loro caratteristiche
fonologiche più salienti sono notate dalla grafia (come la vocale
procheila [ y ], notata graficamente < ü >, e le aspirate [è],[÷],
notate rispettivamente <th>, <kh>: <Altzürükü>, <ithurri>, <ikhusi>
per <Altzuruku>, <iturri>, <ikusi>). Anche in Francia, comunque, la
grafia unificata è oramai generalizzata. Malgrado alcuni ritengano che
non sia ancora il momento adatto per l'euskara batua (come i
compilatori del Dictionnaire Basque pour Tous, ad esempio, che
paragonano gli sforzi unificatori ad una terapia d’urto praticata a un
moribondo), la grafia unificata ha messo tutti o quasi d’accordo (tra
le grafie finalmente fissate segnaliamo la stessa denominazione dei
baschi, del loro paese e della lingua: le Provincie Basche sono
<Euskalherri>, il territorio linguistico è <Euskadi>, i baschi sono
<Euskaldunak>, l'aggettivo corrispondente è <euskal> e la lingua si
chiama <euskara>; prima si navigava nel "mare magnum" delle varianti,
da <euskera>, <euzkara>, <euzkera>, <ezkuara>, <eskuara>, <esküara>,
<üskara>, <Eskual-herri>, <Eskuadi>, <Eskualdunak> ecc.). L'opera
della Euskaltzaindia non si è fermata ad un tentativo, abbastanza
riuscito, di unificazione grafica: si può affermare che, nel campo
della morfologia nominale e verbale, è stata raggiunta sostanzialmente
una codificazione definitiva.
Più difficile appare la creazione di una norma sintattica unitaria,
date le differenze non di poco conto esistenti tra i vari dialetti.
La letteratura in lingua basca è abbastanza consistente,
considerando anche le condizioni in cui essa si è dovuta esprimere.
Bernat Dechepare e Axular sono considerati i "classici"; ma, sebbene
il basco non sia stato scritto fino al XVI secolo, si era
precedentemente sviluppata una ricca produzione orale, sia in prosa
(con le narrazioni popolari di argomento fantastico, dette <ipuinak>),
sia, soprattutto, in poesia. La tradizione poetica popolare è stata
tenuta in vita fino a nostri giorni con l’attività dei <bertsolariak>.
I "bertsolariak" (da <bertso< "verso", antico prestito dal latino
<versus>; quindi "verseggiatori") sono degli improvvisatori che
compongono all’istante su forme metriche prefissate (usualmente i
componimenti vanno da otto a dieci versi) accompagnando i versi ad una
melodia. Gli argomenti sono i più svariati, dalla satira, alla
religione all’amore; alcuni tra i più valenti "bertsolariak" hanno
composto dei piccoli capolavori lirici. Ancora adesso si tengono
regolarmente delle competizioni di <bertsolarismo>, che tengono vivo
l’interesse per questa particolare forma di poesia simile in tutto e
per tutto alla tradizione toscana delle ottave in rima (della quale
ha fornito recentemente degli esempi l’attore Roberto Benigni). Per
quanto riguarda la letteratura colta, peschiamo a caso dalla sezione
"Euskal literatura" del catalogo della casa editrice Elkar (1991), che
presenta una ricca scelta di opere originali e traduzioni in euskara
batua e nei vari dialetti letterari. Fra gli autori più notevoli
menzioniamo i prosatori Txillardegi, Patri Urkizu, Xabier Amuriza,
Joseba Sarrionaindia, Gotzon Garate, Joxe Austin Arrieta, Juan Martin
Elexpuru, ed i poeti Pako Aristi, Bittoriano Gandiaga, Pilar
Iparragirre e Joan Mari Irigoien.
Quanto all'insegnamento pubblico del basco, esso è stato
proibito (o perlomeno "vivamente sconsigliato", nel senso che tale
espressione può assumere durante una dittatura) in Spagna fino al
1975. Il divieto dell’uso e dell’insegnamento pubblico del basco portò
all’apertura di "scuole parallele" (spesso sotto la protezione delle
parrocchie) dette <ikastolak> (da ikas 'apprendere, imparare'), la cui
attività non fu -perlomeno ufficialmente- ostacolata in territorio
francese e più o meno tollerata in Spagna, sempre che si tenesse
nell’alveo della religione. Le "ikastolak" sono state totalmente
liberalizzate nel 1976, ma si è subito avvertito che la sopravvivenza
del basco non poteva essere affidata esclusivamente ad esse. I primi
provvedimenti del governo regionale basco hanno riguardato proprio
l'insegnamento della lingua: dal 1979 esistono classi elementari con
l’euskara come lingua d’insegnamento, ed il suo uso è stato via via
esteso alle scuole medie e superiori fino ad arrivare alle Università
(dal 1986 l'Università della Navarra, regione dove oramai solo un
ridottissimo numero di persone parla il basco, ha assunto la
denominazione ufficiale di <Nafarrako Unibertsitate Publikoa> ed i
principali corsi vengono tenuti anche in basco). Attualmente si può
dire che il sistema scolastico delle Provincie Basche (che, con il
referendum del 1981, godono di un’autonomia paragonabile a quella
della Catalogna) è in gran parte bilingue. Uno straniero che desideri
apprendere il basco in loco può usufruire oramai di corsi
universitari, se non intende frequentare i tradizionali corsi
organizzati da alcune "ikastolak". Nel territorio basco francese,
però, tale status ufficiale non è mai stato raggiunto, indi per cui
l’insegnamento del basco ed in basco è tuttora affidato alle locali
"ikastolak" (con l’importante eccezione dell’Università di Bayonne).
Il riconoscimento ufficiale della lingua basca si è avuto in
Spagna nel 1982; dopo il già citato referendum del 1981, il governo ha
infatti stabilito che l'euskara è lingua ufficiale delle Provincie
accanto al castigliano. Questo significa che può essere usato
liberamente in tutte le espressioni dell'attività umana
(comunicazioni, amministrazione, scuola, radio, TV, ecc.). Dal 1986 un
imputato in un processo penale ha il diritto di esprimersi in basco e,
se lo desidera, può esigere che tutti gli atti processuali siano
redatti anche in questa lingua. Una legge del 1983 stabilisce che
tutte le indicazioni toponomastiche siano bilingui, così come la
segnaletica stradale. A tale proposito, quando spagnoli,
catalani e portoghesi girano a sinistra, spesso non sanno di usare
proprio una parola di origine basca, una delle pochissime passate
negli idiomi neolatini iberici. Lo spagnolo <izquierda>, il catalano
<esquerra> ed il portoghese <esquerda> derivano infatti dal basco
<ezkerra>. Altre parole castigliane di origine quasi sicuramente basca
sono <chico> ‘bambino’ (< basco <txiki> ‘piccolo’), coi suoi
diminutivi <chiquito, chiquita>, e <chatarra> "rottame" (< basco
<xatar> "minugia"). Anche per la parola <bizarro> (it. <bizzarro>, fr.
<bizarre>) è stata proposta un’etimologia basca (< b. <bizar> "barba
incolta"). Il basco <zorro> "maschio della volpe; furbo" è stato
ripreso così com’è dal castigliano (il personaggio di Zorro ha quindi
un soprannome basco; da notare che il suo acerrimo e maldestro nemico,
il sergente García, ha anch’egli un cognome di origine basca). Per il
resto, parole basche (castiglianizzate o meno) appaiono solo in
riferimento a cose basche: un giocatore di pelota è detto anche in
spagnolo <pelotarra>, così come <etarra> è l’appartenente all’ETA; il
tipico berretto (detto "basco" per antonomasia) è detto anche in
castigliano <boina>, così come il bastone tipico degli "artzainak" è
detto <maquila>.
Non molto tempo fa la sorte dell'euskara sembrava segnata.
L’uso della lingua stava declinando anche nelle aree rurali ed era
praticamente scomparso nelle città (tranne la tradizionale
"roccaforte" di S.Sebastián). La situazione sembra adesso cambiata.
Anche gli spagnoli non bascofoni si sono accorti che, nel loro
territorio nazionale, si parla un idioma unico al mondo. Il basco è
una componente importante del patrimonio culturale iberico. Centri per
la diffusione e l’insegnamento del basco ed ikastolak esistono anche
all'estero, specialmente in Sud America, dove esistono delle comunità
basche di tutto rispetto. L’emigrazione basca è stata talmente forte
che, ad un certo punto, si è potuto (amaramente) affermare che
vivessero più baschi in Argentina che nelle Provincie Basche:ancora
dopo la II guerra mondiale, in interi quartieri di Buenos Aires si
sentiva parlare più basco che spagnolo. Ma anche negli altri paesi
sudamericani la presenza e la discendenza basca sono considerevoli:
cognomi comunissimi in Sudamerica (e in Spagna), come Echevarría (o
Echeverría), Aguirre, Ochoa, Goya, Irigoyen, Aramburu, Aranguren,
Armendáriz, Echaurren, García, Goicoechea, Burruchaga ecc. sono di
origine basca (v. Appendice 3).
I baschi sono comunque, e resteranno, bilingui. Se vogliono
farsi capire, devono parlare spagnolo o francese. Come spesso avviene
in tali casi, la diversità linguistica è sempre stata al tempo stesso
un fattore di coesione interna e di allontanamento dalle realtà
vicine. I baschi stessi ne sono perfettamente coscienti e, anzi,
tendono ad aggiungere acqua al mare. Talvolta parlano della loro
lingua in termini un po’ troppo aulici ("la lingua nella quale la
verità è più dolce e la menzogna più detestabile") o folkloristici,
insistendo naturalmente sull’antichità e sul "mistero" (persino il p.
Lafitte, nella prefazione alla sua Grammaire Basque, si sente in
dovere di smentire che il basco non è, come alcuni credevano, "la
lingua di Adamo ed Eva"). Abbiamo messo in risalto gli sforzi per il
recupero, il ristabilimento e la diffusione del basco tra i bambini e
gli adulti; il risultato è che, ogni anno, una quantità non
indifferente di persone impara il basco (e, spesso, lo reimpara). Il
mito dell’ "impossibilità" del basco sembra finalmente appartenere al
passato.
Inutile dire che, al di fuori dei Paesi Baschi, l'euskara non
è stato e non è conosciutissimo fuori dalla ristretta cerchia degli
"addetti ai lavori", come i già citati Trombetti, Schuchard e Lafon,
che se ne sono (a volte solo occasionalmente) occupati. È il caso
anche di romanisti che hanno studiato gli antichi latinismi ed il
substrato "mediterraneo" e iberico, come Carlo Tagliavini, V.Bertoldi
e Gerhard Rohlfs. La presente opera non è comunque il primo approccio
al basco in lingua italiana. Tra i vetusti Manuali Hoepli, pubblicati
a cavallo del secolo, si trova anche una Grammatica Basca di Emanuele
Portal (Milano, 1911). Da notare il fatto che il Portal, arlesiano di
nascita e di lingua madre occitana, scrisse per la stessa collana
anche una "Grammatica Provenzale" recentemente ristampata
anastaticamente a cura dell'Istituto Editoriale Cisalpino-La
Goliardica; sarebbe forse il caso che anche il manualetto di basco
venisse riproposto.
I baschi sono un piccolo popolo dalla strana lingua. Sono
tradizionalmente dediti alla pastorizia ed alla pesca oceanica, ma, a
partire dal XIX secolo, il territorio in cui vivono è stato oggetto di
uno dei primi tentativi di diffusa industrializzazione non solo in
Spagna, ma forse nell’intera Europa meridionale. La storia delle
Provincie Basche è, come è noto, segnata da episodi drammatici, come
la sconfitta del carlismo, i terribili effetti della guerra civile (si
pensi al bombardamento di Guernica; si noti, tra l’altro, che due
delle Provincie Basche, l’Alaba e la Navarra, si erano schierate con
Franco, mentre le altre due, il Guipúzcoa e la Vizcaya, erano
repubblicane) e l’attività dell’ ETA (Euskadi Ta Askatasuna "Paesi
Baschi e Libertà"). I baschi, come tanti altri piccoli popoli, hanno
dovuto imparare a difendersi fin da tempi antichi. Il 15 agosto 778,
al valico di Orreaga, un gruppo di frombolieri tese un’imboscata alla
retroguardia dell’esercito di Carlomagno. Non è dato sapere se fra
coloro che perirono nell’attacco vi fosse stato un guerriero chiamato
Orlando; certo è che un ignoto poeta, forse il mitico Turoldus,
trasformò questo episodio bellico di secondaria importanza in uno dei
maggiori poemi dell’umanità, la Chanson de Roland (Orreaga,
letteralmente "ginepraio", è il nome basco di Roncisvalle). Morire a
sassate per mano di pochi montanari era comunque troppo vergognoso; il
poeta dovette trasformare i baschi in mori ed un’agguato di
frombolieri in un’eroica battaglia.
Alcuni baschi sono comunque stati e sono molto conosciuti
fuori dai confini dell'Euskalherri. È il caso di S.Francesco Saverio,
uno dei fondatori della Compagnia di Gesù assieme a S.Ignazio di
Loyola, che in realtà si chiamava Francisco de Jassu, ma che, nella
vita religiosa, assunse il nome di Francisco Xavier (Javier) dal
castello di Xavier, nell’Alta Navarra, dov’era nato nel 1506. Il
toponimo Xavier, come il poco distante Xaberri (Jaberri), non è che il
basco Etxeberria "casa nuova", toponimo e cognome comunissimo nelle
Provincie Basche e corrispondente perfettamente al nostro Casan(u)ova
od al francese Maisonneuve. I circa 15.000 italiani che si chiamano
Saverio (e, raramente, Zaverio, come il fratello di Papa Giovanni
XXIII), portano quindi un nome di origine basca. Il nome Vasco,
diffusosi dalla penisola Iberica anche in Italia, significa "basco". I
Paesi Baschi hanno dato e continuano a dare molti sportivi di valore,
come gli ex portieri delle Furias Rojas Miguel Ángel Iribar
("Cittanuova") e Andoni Zubizarreta ("Pontevecchio"). Le due
principali squadre di calcio dei Paesi baschi, l’Athletic Bilbao
(detto popolarmente <Atletikoa> e del quale, per tradizione e per
statuto societario, fanno parte solo giocatori di origine basca) e la
Real Sociedad di San Sebastián/Donostia (detta popolarmente <Erreala>)
hanno vinto complessivamente oltre dieci campionati. Lo stesso
allenatore della nazionale spagnola fino a pochissimi mesi fa, Javier
Clemente, è basco, così come il nuotatore e medaglia olimpica
Francisco López-Zubero (Zubero è il nome basco della provincia della
Soule) ed il famosissimo pallanuotista Manuel Estiarte. Anche il
supercampione di ciclismo Miguel Indurain, navarro di nascita, porta
un cognome chiaramente basco. C'è poi don José Lizarrabengoa, più noto
semplicemente come "Don José". Non è un personaggio realmente
esistito, ma nato dalla penna del grande scrittore francese Prosper
Mérimée; insomma, si tratta dello sfortunato brigadiere delle Guardie
Reali protagonista del racconto Carmen, da cui Georges Bizet trasse la
sua celebre opera lirica. Ci piace terminare questa presentazione con
un'orgogliosa affermazione di Don José: "Noi baschi abbiamo un accento
che ci fa riconoscere facilmente dagli spagnoli; in cambio, non ce n'è
neppure uno di loro che possa per lo meno imparare a dire bai, jauna!"
(Sissignore).
Riccardo Venturi, Livorno, 21 novembre 1998.
> Riccardo Venturi <05868...@iol.it>
> Er muoz gelîchesame die leiter abewerfen
> So er an îr ûfgestigen ist (Vogelweide)
> MAILTO: rven...@sysnet.it