Il giapponese è una lingua relativamente ordinaria dal punto di vista della
fonetica, del lessico e della sintassi. La sua reputazione di linguaggio
difficile deriva per lo più da regole legate al contesto sociale, quali
forme onorifiche ed umili, e dalla complessità del sistema di scrittura.
Tuttavia, la ragione principale per interessarsi ad essa è che, nonostante
la sua importanza, risulta essere una lingua apparentemente isolata.
I giapponesi provano una certa ambivalenza verso la propria lingua, una
curiosa combinazione di sentimenti che portano a considerarla con
venerazione, ma nello stesso tempo inadeguata come linguaggio moderno.
Alcuni hanno persino proposto seriamente di abbandonarla in favore di
un'altra lingua.
Mori Arinori (1847-1889), un leader politico ed un educatore dell'epoca
Meiji, propose l'inglese come lingua alternativa. Shiga Naoya (1883-1972),
poeta e scrittore, disse nel 1946: "Non c'è niente di così imperfetto e
scomodo come la nostra lingua. Questo fattore ha impedito lo sviluppo della
nostra cultura". E' un tema ricorrente nella sociolinguistica nazionale che
il giapponese sia visto come una lingua povera, debole, sia dal punto di
vista grammaticale che lessicale, per non dire carente sotto ogni punto di
vista.
Allo stesso tempo, la lingua ha avuto un'importanza particolare per il
popolo giapponese: essa conserva e protegge l'essenza del carattere
giapponese, la natura della società giapponese; la sua originalità non può
che essere motivo di orgoglio. Quest'ultimo punto di vista ha come massima
espressione l'idea che il giapponese sia diverso da ogni altra lingua.
Roy Miller è probabilmente considerato, sia in Giappone che all'estero, uno
dei massimi esperti occidentali sul fascino misterioso della lingua
giapponese. Secondo lui, un occidentale deve accostarsi al giapponese con
sensibilità e cautela. I giapponesi credono ancora oggi nel mito
dell'unicità della propria lingua, hanno un profondo sentimento di timore e
rispetto radicato nella propria identità. La lingua giapponese sembra
contenere un'indescrivibile ed ineffabile qualità, essenziale per l'intera
società. La prima caratteristica è la difficoltà stessa della lingua e la
difficoltà che molti giapponesi provano nell'imparare un'altra lingua.
"Parlare ed usare la lingua giapponese significa essere giapponesi; essere
giapponesi significa parlare ed usare la lingua giapponese". Il linguaggio è
identificato con la razza. Miller è convinto che questa identificazione sia
ancora molto forte.
Shibatani, un linguista giapponese tra i più accreditati, afferma che il
mito dell'unicità della lingua giapponese deriva principalmente
dall'ignoranza delle altre lingue. Un altro mito da sfatare riguarda la
presunta illogicità e ambiguità del giapponese, per non parlare della sua
presunta difficoltà. Per Shibatani, il giapponese, dal punto di vista
grammaticale, è un linguaggio tradizionale, basato sull'ordine SOV
(soggetto-oggetto-verbo), che è il predominte nel mondo. Anche guardando
alla fonetica, troviamo solo cinque vocali, per niente esotiche, un insieme
di consonanti piuttosto semplice ed una struttura sillabica CV
(consonante-vocale), altrettanto semplice. Forse una certa unicità può
essere attribuita alla molteplicità di possibilità di codifica che il
linguaggio permette, nella scrittura e nel lessico. L'espressione dipende,
molto più che in altre lingue, dal contesto ed anche dal sesso e dall'età
del parlante; ciò origina un sistema di forme onorifiche ed umili, che gli
stessi giapponesi trovano difficili da imparare. Inoltre il discorso è più
ellittico rispetto alle lingue europee ed in particolare all'inglese.
Gli aspetti che Shibatani illustra si possono definire più sociali e
culturali che non linguistici, poiché cercando bene, possiamo ritrovare
molte di queste cose anche in altre lingue.
Il sistema di scrittura
Generalmente, non si pensa che il modo in cui un linguaggio è scritto abbia
importanza nel caratterizzarlo. Così non è per il giapponese. Le peculiarità
del sistema di scrittura hanno rinforzato nei giapponesi la percezione del
misticismo insito nel linguaggio.
Il sistema di scrittura giapponese è certamente unico, per la commistione di
kanji e kana, e difficile da imparare, sia per gli stranieri che per gli
stessi giapponesi. I tre sistemi di scrittura non sono indipendenti o
intercambiabili. Non tutto può essere scritto in kanji e sebbene tutto possa
essere scritto in kana, ciò non avviene I vari tipi di simboli grafici
formano un sistema di scrittura integrato.
La difficoltà non sta solo nell'uso di differenti sistemi di simboli. Ogni
kanji può avere più pronunce. Inoltre ogni kanji può avere più significati;
il numero delle pronunce, e quindi dei significati, può variare da 2 a 23.
Le difficoltà che sorgono nello studio della lingua non vengono sperimentate
solamente dagli stranieri. Sia i bambini che gli adulti giapponesi hanno
problemi. I kanji sono introdotti molto lentamente, uno alla volta, dopo il
primo anno di scuola. Servono nove anni di scuola per imparare a leggere con
soddisfazione un quotidiano.
Poiché ogni kanji cinese, per un totale di circa 50.000, può in teoria
essere un kanji giapponese, alcuni dizionari giapponesi riportavano fino
alla Seconda Guerra Mondiale anche 50.000 kanji. Tuttavia, durante il
periodo postbellico, il Monbusho, il Ministero dell'Istruzione, cominciò a
semplificare il linguaggio. A quel tempo, leggere giornali e riviste
richiedeva la conoscenza di almeno 4.000 kanji. Così, dopo accurate ricerche
sulla frequenza con cui venivano usati questi kanji, il ministero stabilì
nel 1946 una lista di 1.850 kanji chiamati Touyou Kanji (kanji educativi),
gli unici autorizzati ad essere usati nella stampa per il largo pubblico e
che devono essere conosciuti da ogni studente diplomato (vi sono anche altri
284 kanji usati per i nomi propri e per i nomi delle famiglie, noti come
Jinmei-you). I primi 881 kanji sono noti come kyouiku e vengono insegnati
durante i sei anni di scuole elementari. Alcuni studi dimostrano che la
conoscenza dei soli Kyouiku Kanji permette di leggere il 90% di tutto il
materiale pubblicato, mentre conoscere tutti i Touyou Kanji fa salire questa
percentuale al 99%.
Nel 1977, i Kyouiku Kanji furono rivisti e saliro a 996. Poi nel 1992, fu
reso obbligatorio lo studio dei numeri romani, ora usati comunemente in
Giappone, durante le scuole elementari. Il nuovo gruppo di 1.006 caratteri è
chiamato Gakushuu Kanji. Inoltre dal 1981, i 1.850 Touyou Kanji furono
sostituiti dai 1.945 Jouyou Kanji (kanji di uso quotidiano). Gli studenti
diplomati devono quindi imparare 95 kanji in più rispetto alla prima
revisione del 1946, ma molti di meno sono quelli che capiterà loro di
incontrare nella vita quotidiana. Quando un quotidiano non può fare a meno
di usare un kanji non compreso tra i Jouyou Kanji, aggiunge sopra il
furigana.
Anche quando si è imparato i kana e i kanji, le difficoltà non sono finite.
In giapponese, le parole non sono separate da spazi; per i giapponesi, la
separazione tra il concetto di parola e quello di carattere è molto vaga. Il
lettore deve decidere quali caratteri devono essere uniti insieme per
produrre un singolo significato. Alcuni kanji sono così complessi che è
difficile ricordarseli. Molto spesso i kanji non contengono nella forma
indicazioni sulla pronuncia: non più del 25% dei Jouyou Kanji contiene
elementi fonetici che richiamano la pronuncia. Alcuni giapponesi affermano
di visualizzare mentalmente i kanji omofoni per eliminare le ambiguità. Su
un campione di 58.431 parole tra le più usate, il 36% ha almeno un omofono.
E' ovvio che, a causa della necessaria e continua rappresentazione mentale
del segno scritto, il ruolo attribuito al sistema di scrittura all'interno
del linguaggio è unico.
Gli esperimenti di Paradis su pazienti affetti da afasia e agrafia
dimostrano che kanji e kana sono funzionalmente separati. Pazienti capaci di
leggere e comprendere i kanji non erano capaci invece di farlo con i kana.
Pazienti che riescono a leggere i kanji meglio dei kana possono allo stesso
tempo scrivere i kana meglio dei kanji. L'area temporale sinistra viene
coinvolta maggiormente nel trattamento dei kana, mentre l'area
parieto-occipitale sinistra nel trattamento dei kanji.
Origine e relazioni della lingua giapponese
Per gli esperti occidentali, la classificazione del giapponese tra le lingue
altaiche sembra assodata, così come la più stretta relazione è attribuita al
coreano. Per i linguisti giapponesi, la questione non è affatto conclusa.
Watanabe basa la sua teoria sulla supposta esistenza di parole giapponesi
primordiali, dette "Yamato words". Miller afferma al contrario che, persino
nei primi strati del vocabolario giapponese, erano già presenti parole prese
a prestito da altre lingue, in modo evidente dal cinese e dal coreano.
Miller suggerisce che una relazione genetica col turco antico sia probabile.
Egli deplora la riluttanza dei linguisti giapponesi ad accettare l'ipotesi
di un'origine comune, come espressa da Hattori Shiro, il decano dei
linguisti giapponesi che dichiara: "Se posso dimostrare che la relazione
genetica del giapponese è una questione irrisolta, avrò raggiunto uno dei
miei obiettivi".
Più recentemente, Shibatani ha fatto asserzioni più obiettive sul perché
esista disaccordo tra linguisti giapponesi e occidentali. Il problema più
imbarazzante per chiunque cerchi di mettere in relazione il giapponese al
coreano è la discrepanza fonetica: il sistema vocalico giapponese è
relativamente semplice rispetto al complesso sistema vocalico che
riscontriamo nel coreano e nelle altre lingue altaiche. Nonostante
l'opinione di Martin, c'è scarsità di prove scientifiche sull'affinità tra
il giapponese e il coreano. Shibatani è disposto a concedere una certa
relazione con il coreano e forse con le lingue altaiche, ma la conclusione
del suo discorso non è molto diversa da quella di Hattori.
Lo sciovinismo linguistico non è certo un attributo peculiare del Giappone,
esso esiste nei principali stati europei, quali Francia, Germania e Gran
Bretagna. Come ha affermato Roger Brown, dopo la sua temporanea immersione
nel giapponese, mettendo a confronto giapponese e inglese si scopre come
esse in fondo appartengano allo stesso ceppo, le variazioni sono
insignificanti rispetto all'enorme comune denominatore in quanto linguaggi.
Fonetica
Come abbiamo già detto, la caratteristica principale del sistema fonetico
giapponese è la sua ordinarietà. Il giapponese è una lingua povera a livello
di fonemi, i giapponesi si vergognano perché sanno, o credono, di parlare
male le lingue straniere. Ritengono comunemente facile l'italiano perché
basato sulle stesse 5 vocali standard della lingua giapponese.
L'impossibilità per un giapponese di distinguere i suoni L ed R oppure B e V
è un buon esempio di mancanza di sinapsi, dovuta alla mancata esposizione a
determinati suoni.
Il giapponese è un linguaggio polisillabico. La percezione delle unità
fonetiche è basata sul sistema di scrittura. Si distingue tra sillaba e
mora, una unità che può essere rappresentata da un kana. Una parola di tre
mora è tre volte più lunga da pronunciare rispetto ad una parola di un mora.
Il numero di possibili sillabe è limitato a 102. Le sillabe sono aperte, con
struttura CV, ma possono essere chiuse da un suono nasale e le vocali I e U
all'interno o alla fine di una parola possono essere mute. Ci sono alcune
combinazioni inaccettabili di consonanti e vocali, tra cui TI, TU, DI, DU,
SI, ZI, WI, WE. Il giapponese è una lingua solo minimamente tonica, sebbene
la maggior parte dei dialetti abbia accenti tonici. Ad esempio, hashi con un
accento di tipo alto-basso significa bastoncini, con un accento di tipo
basso-alto significa ponte, con un accento di tipo alto-alto signfica bordo,
estremità. Non esistono accenti.
Fisiologia
L'apparato vocale varia da persona a persona all'interno di una popolazione
e tra popolazioni diverse. Ci sono ad esempio considerevoli differenze nella
conformazione delle labbra, della laringe, delle corde vocali e della
lingua. Brosnahan fornisce parecchie informazioni in proposito. Soprattutto
la lunghezza minore della lingua può avere un certo interesse, soprattutto
come spiegazione dell'assenza del suono L.
Lessico
I linguaggi sono molto simili, così come sono molto diversi. Sono simili
nella struttura generale: i suoni di ogni singola lingua sono scelti in un
gruppo molto limitato; molte parole hanno una certa somiglianza tra le varie
lingue, se non altro per gli scambi avvenuti in passato.
Il lessico giapponese ha tre componenti: parole native, parole prese a
prestito dalla Cina e parole prese a prestito da altre lingue. Le parole
native riguardano soprattutto la natura, il tempo, il vento, le stagione, la
pesca, i raccolti (in particolare la coltivazione del riso). Il vocabolario
nativo è stranamente povero in diversi ambiti: animali domestici, parti del
corpo, movimenti del corpo. Ad esempio, non ci sono parole per distinguere
tra vitello, mucca e toro; non c'è distinzione tra piede e gamba o tra mano
e braccio; alcuni verbi hanno un significato piuttosto esteso, "tobu"
significa saltare e volare; "warau" significa ridere, sorridere ed altre
sfumature. Tuttavia, la mancanza di specificità di questi verbi è risolta
dall'uso delle onomatopee e di espressioni avverbiali.
Forse la caratteristica più interessante del lessico giapponese, ora e in
passato, è la prontezza con cui prende a prestito e addomestica le parole
straniere. La facilità con cui ciò avviene è in parte spiegata col fatto che
il giapponese non ha genere, persona, plurale o singolare e i casi sono
indicati per mezzo di particelle: una parola importata può semplicemente
inserirsi in una posizione qualsiasi, senza bisogno di aggiustamenti.
Fin dal lontano passato, i giapponesi hanno preso a prestito un gran numero
di parole dal cinese, seguendo una deliberata politica, ma ci sono anche
sporadici casi di importazioni risalenti a periodi ancora più antichi, come
"uma", cavallo, e "ume", pioggia. Le parole cinesi che sono entrate nel
lessico giapponese esprimono soprattutto concetti astratti, mancanti nel
vocabolario giapponese.
Tuttavia, dopo un periodo inziale di importazione dalla Cina e una ripresa
nel periodo Meiji, il nuovo fenomeno di importazione ha riguardato le lingue
europee. Il giapponese moderno è inondato da parole importate dall'inglese e
da altre lingue. Uno studio del 1964 sull'uso di parole straniere su un gran
numero di riviste mostrò che, di tutte le parole straniere usate, quelle
inglesi erano l'80,8%, quelle francesi il 5,6%, quelle tedesche il 3,3%,
quelle italiane l'1,5%. Uno studio del 1971 sull'uso di parole native o
importate nei quotidiani mostrò che le parole native giapponesi erano tra il
26,6% e il 43,9%, quelle sino-giapponesi tra il 50,7% e il 65,3%, quelle
straniere tra il 12% e il 12,7%.
Altri studi hanno comparato l'uso di parole di origine cinese nel giapponese
con l'uso di parole latine e greche nell'inglese. Ueno nel 1980 mostrò che
la percentuale di parole latine e greche nel vocabolario inglese è del 55%,
la percentuale di parole da altre lingue è del 10% mentre le parole di
origine "germanica" (anglo-sassoni) sono il 35%. E' da notare però che,
sebbene le parole di origine latina siano molte, le parole native inglesi
sono più usate attualmente, fino all'85% del totale, in contrasto con quanto
succede per le parole native giapponesi.
Alcuni, tra cui Ishino, affermano che le parole straniere hanno in sé il
potenziale di sostituire l'uso delle parole sino-giapponesi. Passin, in uno
studio del 1982, afferma che il vocabolario giapponese potrebbe diventare
completamente internazionalizzato: come, nel passato, le parole cinesi sono
diventate parte del vocabolario giapponese, così oggi le parole inglesi di
base saranno assorbite. Questa tendenza è in atto. La percentuale di parole
straniere, quasi tutte inglesi, sia nei dizionari che nell'uso corrente, sta
crescendo. Quando le parole sono piuttosto complesse, esse vengono
modificate, addomesticate, principalmente abbreviandole. Le parole native
giapponesi sono in genere brevi, tra due e quattro mora o tra due e tre
sillabe. Le parole composte, prese a prestito già composte o formate a loro
volta da parole prese a prestito, sono le prime ad andare incontro ad
un'abbreviazione. Ad esempio, "hunger-strike" fu originariamente importato
come "hangaa-sutoraiku", ma poi venne abbreviato in "han-suto". In questo
modo, le parole importate diventano completamente irriconoscibili.
In "Kanji Politics: Language Policy and Japanese Script", Nanette Gottlieb
studia i cambiamenti della società giapponese guardando ai cambiamenti nella
lingua, concentrando l'attenzione sul significato dei kanji nella società
giapponese. Il libro fa la storia di questo processo, dall'insediamento del
National Language Research Council nel 1902 al completamento della revisione
nel 1991.
Molto interessante lo scontro tra riformatori e conservatori, alla fine
degli anni '50: i primi consideravano il linguaggio una forma di
comunicazione, gli altri come se fosse l'essenza o lo spirito dell'esistenza
giapponese. I riformatori affermavano che era necessario mettersi al pari
con l'Occidente dopo 300 anni di isolamento: ci sono troppi caratteri da
imparare e ciò porta via troppo tempo agli studenti, tempo che potrebbe
essere dedicato ad altri studi. I riformatori consigliavano una restrizione
al numero di kanji da insegnare. Alcuni membri insistevano sull'abbandono
dell'uso dei kanji e sul mantenimento dei soli alfabeti fonetici, altri
sull'abbandono anche di questi ultimi in favore dell'alfabeto occidentale,
che avrebbe facilitato la comunicazione con gli altri popoli. I conservatori
affermavano che una scelta di mera convenienza non può imporsi su un
linguaggio che si è evoluto per oltre 1.000 anni: il giapponese è un
riflesso dell'esistenza di un popolo. Ogni carattere, sebbene possa sembrare
complicato, rappresenta un'altra faccia della complessità giapponese;
cambiare il linguaggio significherebbe cambiare la mentalità giapponese. I
giapponesi cesserebbero di essere giapponesi. Sebbene occorra molto tempo
per imparare i kanji, non vi è mai stato in passato un problema a tal
proposito. E la storia recente sembra dar loro ragione.
Durante gli anni della guerra, il nazionalismo e l'interpretazione del
linguaggio come "spirito del Giappone" erano molto forti. Chiunque avesse
voluto alterare la lingua sarebbe stato visto come un traditore che non
apprezza il vero spirito del paese. Diminuire il numero dei kanji sembrava
un'impresa impossibile. Nonostante ciò, furono proprio i militari a farlo
per primi quando si accorsero che, facendo entrare più gente comune nelle
file dell'esercito, erano molti i soldati che non potevano leggere
correttamente, causando gravi problemi nell'esecuzione dei comandi. Sembra
assurdo che i militari, con il loro estremo nazionalismo, siano stati i
primi a seguire la via proposta dai riformatori anni prima.
Simbolismo sonoro
La linguistica classica attribuisce scarsa importanza alle onomatopee e al
simbolismo sonoro. Saussure, parlando del francese, afferma che le
onomatopee non sono mai elementi organici di un sistema linguistico, che il
loro numero è molto inferiore a quanto si pensi e che siano un risultato
fortuito dell'evoluzione fonetica. Hockett pensa più o meno la stessa cosa,
riferendosi all'inglese. Difficile giudicare quanto sia esatto ciò che
dicono, in riferimento a quelle lingue, ma sicuramente il ragionamento non
può essere esteso al giapponese. Shibatani è ben chiaro su questo punto.
Simbolismo sonoro è il termine usato per descrivere la corrispondenza tra la
struttura sonora di alcune parole e il loro significato. Le prove
dell'esistenza di una tale corrispondenza sono evidenti e che tale fenomeno
esista in ogni lingua è fuor di dubbio. Il simbolismo sonoro è in genere
legato ad un'intera parola piuttosto che ad un singolo fonema. Il simbolismo
sonoro non comprende solo parole che imitano i suoni naturali, ma anche
parole che si riferiscono a suoni e forme inventate dall'uomo e persino
sensazioni ed emozioni.
Le spiegazioni di questo fenomeno convergono sul fatto che esso derivi da
un'operazione di sinestesia, in cui la sensazione prodotta da un dato senso
è associata a quella di un altro senso. Anche Hockett, recentemente, ha
riconosciuto tale evidenza. In inglese ed in altre lingue, esistono
somiglianze all'interno di certi gruppi di parole, che non possono essere
spiegati solo con l'etimologia. Il simbolismo sonoro tra lingue diverse è il
campo di studio degli psicologi sperimentali. Gli esperimenti vogliono
verificare se una persona possa indovinare il significato di una parola,
appartenente ad altra lingua, in base al suono. La somiglianza di alcuni
termini varca i confini dei gruppi di lingue correlate tra loro. I linguisti
hanno spesso notato queste strane coincidenze. Tra gli esempi più noti,
"have" in inglese e "habere" in latino (che, secondo gli etimologisti, non
sono correlati), "path" e "bad" in inglese e "path" e "bad" in persiano
(anch'essi non correlati), "fire" e "feuer" in inglese e tedesco e "feu" in
francese (anch'essi non correlati), "day" in inglese e "dies" in latino,
"whole" in inglese e "holos" in greco.
Il simbolismo sonoro e l'onomatopea permeano la vita dei giapponesi e il
loro lessico. Esistono dizionari dedicati esclusivamente a parole che fanno
parte di queste categorie. Oltre a quelle già esistenti, parole di questo
tipo possono essere create sul momento. Le onomatopee sono limitate dalla
fonetica e dal sistema lessicale di una particolare lingua e quindi non
possono essere una diretta imitazione di quelle appartenenti ad altre
lingue. Un giapponese non può creare ad esempio una onomatopea contente il
fonema "l". Per l'importanza del simbolismo sonoro e dell'onomatopea nel
linguaggio, i linguisti giapponesi hanno studiato il fenomeno molto meglio
dei loro colleghi occidentali.
Essi distinguono tre categorie di espressioni sinestetiche: quelle definite
"giseigo" imitano i suoni della natura ("gata gata", un tintinnio; "pyu
pyu", il sibilo del vento; "zaa zaa", pioggia incessante); quelle definite
"gitaigo" raffigurano stati, modi o condizioni del mondo esterno ("yobo
yobo", tremolante; "kossori", furtivo; "pittari", calzare perfettamente,
combaciare; "guzu guzu", indugiare); quelle definite "gizyogo" simbolizzano
condizioni mentali o sensazioni ("chiku chiku", pungente; "ira ira",
nervoso). Il simbolismo sonoro ha una grande importanza, perché molti verbi
giapponesi sono poco specifici. Ad esempio, "naku" copre tutti i tipi di
pianto ("waa waa naku", piangere come un bambino; "kusun kusun naku",
singhiozzare; "oi oi naku", piangere rumorosamente), "warau" è un termine
generico per ridere ("ha ha ha to warau", ridere; "wa ha ha to warau",
schernire; "ku(tsu) ku(tsu) to warau", ridacchiare, ridere trattenendosi;
"gera gera warau", ridere nervosamente; "nita nita warau", risolino, ridere
con il viso; "niko niko to warau", sorridere; "nikori to warau", sorridere,
solo una volta). Le forme gutturali simbolizzano la fine improvvisa
dell'azione, la rapidità ("dosatto", lasciar cadere bruscamente; "kurutto",
girarsi di scatto). Le forme nasali producono un senso di risonanza
prolungata o di ritmicità ("karan", schiocco; "dokan", rimbombo). Le vocali
lunghe esprimono un senso di continuità e di azione prolungata ("zudon",
sparo prolungato). La versione dura di un'onomatopea esprime un'azione
debole e viceversa: "ton ton", bussare leggermente, e "don don", bussare con
forza. La qualità delle vocali è correlata con il fenomeno descritto. Vocali
forti sono associate con attività che riguardano piccoli oggetti e
viceversa: il suono "kiin" è un fischio acuto proveniente da un piccolo
oggetto metallico, mentre "kan" è il suono di una campana; un fischietto
farà "pippii", mentre il fischio di una nava a vapore sarà "poppo". Una
capra farà "me" e una mucca "mo"; "gero gero" è il gracidio di una rana,
"goro goro" è il rombo di un tuono.
Somiglianza lessicale
Tra l'inglese e il giapponese, ad esempio, esistono molte somiglianze. Ad
esempio: suu/suck, wataru/wade, namae/name, to/door, hone/bone,
chirakara/scatter, so/so, mo/more, ikari/anchor. Prendendo in considerazione
altre lingue, abbiamo suwaru/s'asseoir, miru/mirar, shiru/scire,
kokoro/cuore, kubi/cou, akarui kuroi/chiaro scuro, ureshii/heureux.
Il giapponese è stato al centro di molti esperimenti linguistici. Tsuru, nel
1933, compilò una lista di parole giapponesi scritte in romaji con 36 paia
di opposti (caldo-freddo, alto-basso, etc.) e la mostrò a 57 persone di
lingua inglese senza la minima conoscenza del giapponese. Ai soggetti fu
presentata una lista con le stesse paia di opposti inglesi e fu chiesto loro
di accoppiare alle parole giapponesi i termini inglesi che sembravano più
appropriati. Tirando ad indovinare avrebbero dovuto azzeccare circa il 50%
delle coppie, invece i risultati furono molto superiori. Esperimenti di
questo genere suggeriscono l'esistenza di simbolismi sonori
trans-linguistici. L'esperimento di Tsuru divenne un modello per molte altre
ricerche. Allport, nel 1935, tradusse le coppie di opposti giapponesi in
ungherese e polacco; i nuovi soggetti dell'esperimento non avevano
conoscenze di ungherese, polacco e giapponese. Nonostante le condizioni
dell'esperimento fossero più stringenti, i risultati furono gli stessi.
Sembrerebbe esserci una somiglianza di suoni e significati, che riguarda
tutte le lingue, non importa quanto distanti fra loro, almeno per le parole
più comuni. Gli esperimenti furono ripetuti ancora usando come lingua il
ceco, l'hindi, il croato e l'ebreo. I risultati furono identici. Brown,
Black e Horowitz, nel 1955, fecero un esperimento con il cinese, il ceco e
l'hindi: gli 85 soggetti dell'esperimento confermarono ancora una volta i
risultati precedenti. Brackbill e Little, nel 1957, usarono sei gruppi di 40
persone di lingua inglese e sottoposero loro 3 gruppi di 50 paia di parole.
Le parole erano scelte a caso tra le più usate e le paia erano formate da
parole inglesi/cinesi, inglesi/giapponesi, inglesi/ebree, cinesi/ebree. Come
in precedenza, i soggetti identificarono più della metà delle coppie, tranne
che nell'ultimo caso, perché il cinese è un linguaggio tonale. Koriat e
Levy, nel 1977, esaminarono le implicazioni simboliche delle vocali nella
lingua giapponese ed in quella hindi e trovarono alcune consistenze.
Tuttavia, Taylor e Taylor, in alcuni esperimenti condotti dal 1962 al 1965
usando l'inglese, il giapponese, il coreano e il tamil, conclusero che il
simbolismo non è universale; fu soprattutto il coreano a sollevare dei
dubbi. Essi criticarono anche gli esperimenti precedenti, poiché essi non
spiegano come mai lingue diverse assegnano lo stesso suono a significati
diversi.
Massimiliano Crippa
Sei sicuro? Non mi risulta mica troppo. Credo sia la "piu'
accreditata" ma non propriamente "aasodata" (tanto per citare
una cosa cretina pure il "National Geografic" quando un paio di
settimane fa se n'e' uscito con la cartina delle lingue del
mondo non s'e' voluto sbilanciare e ha diviso le lingue
Altaiche da quelle Uraliche, altro accorpamento
standard ma non troppo, e Giapponese-Coreano dalle prime
due).
> "Se posso dimostrare che la relazione
> genetica del giapponese è una questione irrisolta, avrò raggiunto uno dei
> miei obiettivi".
Dichiaraziono come questa suonano un po' presa di posizione,
un linguista dovrebbe presentare argomenti che chiarifichino la
cosa non cercare di dimostrare che la sua idea e' quella
corretta a priori. E' la solita storia comunque, la lingua
diventa sempre una specie di timbro di autenticita' nazionale,
infatti se dici a un norvegese (faccio un esempio) che la sua lingua
se non ci fosse di mezzo un confine verrebbe considerata un dialetto
del danese (o viceversa) litighi ma poi magari non si riesce a
spiegare alla stessa persona che "la" lingua saami (lappone) sono
in realta' una decina di lingue (cosi' come non si riesce a parlare
di Ainu con un giapponese).
Ciao ciao,
Stefano
--
Posted from Lehar.ucc.hull.ac.uk [150.237.196.3]
via Mailgate.ORG Server - http://www.mailgate.org
Beh, puo' darsi. Premetto che non sono un linguista, quindi non ho niente da
obiettare alla tua osservazione e anzi penso che adottero' la tua
alternativa, preciso soltanto che nel testo vi era anche un "sembra".
>Dichiarazioni come questa suonano un po' presa di posizione,
>un linguista dovrebbe presentare argomenti che chiarifichino la
>cosa non cercare di dimostrare che la sua idea e' quella
>corretta a priori.
Infatti quella frase e' sintomatica di un atteggiamento che deploro.
Massimiliano Crippa
max.c...@iol.it
>Sei sicuro? Non mi risulta mica troppo.
ancora non lo conosci?
il Crippa č arbitrariamente sicuro di molte cose, pur non fidandosi di
nessuno.
se riuscirete a togliergli i paraocchi, farete un'opera di bene, data la sua
ben nota
presunzione.
ciao a tutti e scusate l'intervento una tantum (provengo da ICO, ma mi piace
seguirvi)
vacuo
Non so se risponderti sia ai tuoi occhi un atto di presunzione (e'
impossibile scrutare in una mente che ha fatto il vuoto! ^_^), ma cerchero'
comunque di difendermi, credo che almeno questo me lo permetterai. Non mi
dispiace essere additato come uno che non si fida di nessuno (visto che sono
anche fan di X-Files! ^_^), sempre meglio che credere ad "un ladro che dice
di non rubare". Tutto il materiale riportato non e' inventato da me di sana
pianta, ma si basa su altri testi, quelli che al momento sono riuscito a
recuperare (non e' vero che non credo a niente o che non mi fido di un
libro, solo che quello che c'e' scritto nel libro nulla mi dice sulla
persona che l'ha scritto). Io non sono un linguista e non ho la pretesa di
scrivere una ricerca scientifica. Non credo pero' di aver scritto solamente
fesserie. Ho premesso di accettare qualsiasi critica, basta che sia
costruttiva. Se tutto quello che si puo' obiettare ai miei messaggi e' che
"la piu' accreditata" e' meglio di "sembra assodata" (critica tra l'altro da
me accettata), mi sa che dovete farvi un esame di coscienza...
Massimiliano Crippa
Ma poveraccio :^) Chissa' il c... che si e' fatto per scrivere tutta
quella roba. Ho scritto sei "proprio sicuro" perche' a me questa
e' sempre stata una delle questioni che mi hanno appassionato di
piu' e per ora non ho mai trovato nessuno che mi dicesse:
"Si', secondo me e' sicuro per questo e quest'altro motivo"
e sarei stato felicissimo se lui mi avesse potuto dare qualche
ulteriore ragguaglio e spiegazione.
Magari mi dirai che mettere qualche fonte aiuterebbe un po'
a capire di volta in volta se quello che scrive e' opinione sua,
fatto risaputo (qualsiasi cosa si intenda), o sia quanto
sostenuto in una qualche ricerca, ma per il resto non mi pare
ci fossero scritte cose particolarmente insensate (per quello che puo'
valere il mio giudizio). Quanto alla questione del giapponese
lingua altaica o no, io mi sono iniziato a interessare alla cosa
perche' ho prima studiato il finlandese (che parlo direi bene,
anche se persone diverse hanno parametri diversi nel misurare
la cosa), poi il saami davvisame (che parlotto solamente) e quando
ho iniziato a studiare il giapponese (che pure parlotto e
leggicchio, ma in cui ho ancora molto da imparare) ho
trovato una montagna di affinita' fra le prime
due lingue e la terza. Affinita' nella struttura, nella
fonetica e a volte addirittura in particelle uguali o quasi
che hanno pressoche' lo stesso significato. Per esempio -ka
interrogatico in finlandese e' -ko e in saami -go che pero' si legge
pure /ko/ e, visto che l'ortografia saami risale solo al 1978, la
differenza di ortografia e' pressoche' ininfluente. L'uso delle
particelle e' pure molto simile (tranne che nelle prime due
lingue si possono usare un po' piu' liberamente e'
cosi' e' lecita una frase tipo "minako?" che tradotta
in giapponese suonerebbe "*watashika" per chiedere "intendi me?",
"chi io?" .Oppure il -no "genitivo" (anche se forse e' improprio
chiamarlo cosi') che e' -n in finnico (il saami qui ci frega perche'
non ha particella e l'unica differenza fra nominativo e genitivo e' il
fatto che il genitivo e' un grado debole mentre il nominativo e' forte).
Per non parlare dei cambi di consonante tipo in
hana + hi --> hanabi
che in finnico e in saami sono una vera e propria regola.
Lo so che questo non basta a dire nulla ma la cosa mi ha iniziato ad
appassionare e cosi' ho iniziato a guardare e chiedere e leggere
ma...appunto fino ad ora non sono riuscito a trovare nulla di certo e
per questo ho "sfruguliato" il Crippa.
Ciao ciao,
Stefano
P.S.
Quando la proponiamo it.cultura.linguistica.comparata ?
Grazie, almeno uno che ha apprezzato...
>e sarei stato felicissimo se lui mi avesse potuto dare qualche
>ulteriore ragguaglio e spiegazione.
Purtroppo quello era il punto piu' carente di documentazione...
>Magari mi dirai che mettere qualche fonte aiuterebbe un po'
>a capire di volta in volta se quello che scrive e' opinione sua,
>fatto risaputo (qualsiasi cosa si intenda), o sia quanto
>sostenuto in una qualche ricerca
Beh, un po' di nomi di linguisti e ricercatori ci sono e le frasi tra
virgolette sono loro, il resto e' una mia elaborazione di quanto scritto da
altri.
>per questo ho "sfruguliato" il Crippa.
Nessun problema.
Massimiliano Crippa
Ciao Roberto e Stefano
Qui c'e' una lista dei personaggi citati da Massimiliano (alcune fonti per
intendersi) si puo' cominciare a cercare da qui......
Massimiliano puoi completare alcuni nomi da te mensionati se naturalmente
arreca disturbo? Gomennasai..
Mori arinori
Shiga naoya
Roy miller
Shibatani
Paradis (esperimenti)
Watanabe (nome?)
Hattori shino
Martin (chi?)
Roger brown
Brosnahan (chi?)
Ishino (nome?)
Nanette Gottlieb
Hockett (chi?)
Tsuru (chi?)
Allport (chi?)
Brown, Black (chi?)
Horowitz (chi?)
Brackbill (chi?)
Little, Koriat e Levy
Taylor e Taylor
Nakane Chie
Ruth Benedict
Basil Hall Chamberlain (1850-1935),
Ruth Benedict
Iwabuchi
Kunihiro (chi?)
Rosenberger (chi?)
professor Kawata
Tsunoda e al suo libro del
1985, "The japanese brain: uniqueness and universality",
Nel 1443, King Se Jong, della dinastia "l'Hangul".
Irina Prodonof
Antonio Zampolli
Yoichi Funabashi
Yoshio Terasawa
Haruo Suzuki
Koichi Kato
Insomma, se c'e' qualcuno che si degna di fare qualcosa di positivo ,
track....subito addosso...magari chissa' sono giorni e giorni o forse anche
mesi di ricerca, si e' vero anche passione, ma sopratutto fatica ragazzi
(spero che sappiate cosa significhi!), e poi Massimiliano mi ha anche
risposto (proprio in questo NG! per giunta) e ve lo riporto qui sotto nel
caso vi fosse sfuggito:
"A dir la verita', in questo caso il 90% delle informazioni e' stato preso
da
Internet, usando bene un motore di ricerca puoi trovare cose incredibili. Il
restante 10% l'ho preso da due libri in inglese, appena li ho sottomano (a
casa) ti scrivo i riferimenti." Ammettiamo che sia vero, ma se voi vi
impersonate in Massimiliano riuscirete a ricordare dove avete acquisito
tutte le fonti? Quindi "pazienza" e sapete anche che e' "la virtu' dei
forti"
....e bella ricompensa alla fatica...
e oltretutto aveva anche scritto :<<Vi pregherei di intervenire in modo
costruttivo, mi interessano i vostri pareri ed eventuali correzioni ai dati
forniti.>>
Alla faccia del "costruttivo"... se si pensa solo "fuori i nomi degli
autori, sappiamo che non sei stato tu..." e non si pensa anche al contenuto
di quello che ha scritto....io a questo punto non capisco...
<Io> ho cominciato a ricercare e vi assicuro che ricercando si trova anche
qualcosa in piu' rispetto a quello mensionato da Massimiliano.
Ma siamo pigri o abbiamo il prosciutto davanti agli occhi?
Mi meraviglio alcuni di voi ha fatto anche una tesi all'universita'. cio'
dovrebbe anche avervi insegnato anche a "ricercare" (o sbaglio?)
Ben venga lo scopiazzamento se questo aiuta a "crescere", e la societa'
odierna e' fatto anche di questo. Quando studiate non sate copiando,
fondamentalmente?
Io quando organizzo le "lezioni" non mi limito a trascrivere una mia
fantasia (i dialoghi per intendersi), ma mi leggo il vocabolario,consulto i
libri di grammatica per non incorrere ad errori, "copio" in fondo, no ?, e
allora? vi devo dire tutti i libri di testo a cui faccio riferimento o vi
interessa piu' il contenuto? non ho problemi a citarli...ma mi piacerebbe,
come Massimiliano, che voi mi correggiate eventuali errori o aggiunte, non
di di sapere se sono bravo o meno....se si critica ad un testo sostenendo
altre tesi dobbiamo anche ribattere con altri testi e lo considero positivo,
ma se ci fermiamo alla critica senza aggiungere altro diventa solo
"distruttivo".
. Ci siamo intesi?
alla prossima
Ale
Si puo' cominciare da dove si vuole, basta avere la voglia...
> Massimiliano puoi completare alcuni nomi da te mensionati se naturalmente
> arreca disturbo? Gomennasai.
Ii desu yo! Ma si dice "se non arreca distrurbo"! ^_^
Purtroppo quello che so al momento l'ho scritto.
Non sono mica l'Enciclopedia Britannica! ^_^
> restante 10% l'ho preso da due libri in inglese, appena li ho sottomano (a
> casa) ti scrivo i riferimenti."
A proposito, i riferimenti sono:
Kanji & Kana di Wolfgang Hadamitzky e Mark Spahn
An introduction to japanese linguistics di Tsujimura Natsuko
> ...e bella ricompensa alla fatica...
Non mi aspettavo certo ricompense, anzi le poche reazioni positive mi hanno
veramente commosso (e stupito).
> <Io> ho cominciato a ricercare e vi assicuro che ricercando si trova anche
> qualcosa in piu' rispetto a quello mensionato da Massimiliano.
Come di piu'! Dove, dove? ^_^
> Ma siamo pigri o abbiamo il prosciutto davanti agli occhi?
Ma soprattutto, avete mai citato le vostre fonti?
Massimiliano Crippa
max.c...@iol.it
Caro Alessio a questo punto credo sia necessario un chiarimento alla
questione prima che
diventi un Thread lunghissimo e senza fini costruttivi.
La mia domanda era semplice (forse solo per me). NESSUN secondo fine. Non
volevo vedere se Max aveva scopiazzato o meno, del resto non mi importerebbe
piu di tanto. Ero curioso di sapere dove aveva preso tutto quel materiale.
Tutto qui. Sono nuovo tra le strade di Internet e non conosco ancora
l'utilizzo o le potenzialità dei motori di ricerca.
> Vi pregherei di intervenire in modo costruttivo, mi interessano i vostri
pareri ed eventuali correzioni ai dati forniti Alla faccia del
"costruttivo"...
se si pensa solo "fuori i nomi degli autori, sappiamo che
non sei stato tu..." e non si pensa anche al
contenuto di quello che ha scritto....
Non era questo il fine della domanda.
> Ma siamo pigri o abbiamo il prosciutto davanti agli occhi? Mi meraviglio
alcuni di voi ha fatto anche una tesi all'universita'. cio' dovrebbe
anche avervi insegnato anche a "ricercare" (o sbaglio?)
Alessio, proprio perche ho fatto una tesi all'Università sono abituato a
citare le fonti.
In quel caso (tesi di laurea) quando fai una citazione particolare metti un
numerino
subito dopo la frase o il pezzo e a fondo pagina scrivi (da: Storia
comparata....di J.W.....) magari ci metti anche la casa editrice e l'anno di
pubblicazione. A fine articolo inserisci la Bibliografia.
Alt. Alt. Non partire in quarta, credo che questo non vada bene per Internet
ne per un Newsgroup tuttavia la mia richiesta di citare le fonti era
semplicemente rivolta ad una mia esigenza di maggiore conoscenza.
Non sapevo che i dati qui fossero TOP SECRET.
Si perché solo cosi posso spiegare questa risposta:
> Massimiliano Crippa <max.c...@iol.it> wrote in message
ty4R3.6511$yQ.6...@typhoon.libero.it...
> Impara a pescare, non chiedere il pesce gia' cotto in padella... ^_^
Ripeto la mia ammirazione per la ricerca condotta da Max, ma non condivido
il modo di pubblicazione. Anche se siamo in Internet e non in un ambiente
accademico, ritengo che un minimo di etichetta nel pubblicare gli scritti
dovrebbe esserci anche qui.
Max citi spesso la Netiquette quando si tratta di Cross Post o di Off Topic,
ma sei il primo a correggere quando si fa un errore di battitura.
Mi sono andato a vedere il testo che parla di Netiquette sul contratto del
mio gestore e una delle prime regole che cita è quella di non correggere mai
gli scrittori in caso di errori di battitura.
Inoltre, precisa IOL, è sempre meglio citare le fonti (i siti) da dove
vengono tratte le informazioni in modo che anche gli altri lettori possano
andare a fare delle ricerche da soli (nota bene non ho scritto a
controllare).
Per andare fino in fondo ti dico che, anche il tuo modo di intestare il
messaggio manca di tatto. (Finalmente un po di linguistica) come se noialtri
fino a questo momento avessimo parlato di strupidaggini varie e tu ci
portassi la conoscenza di cui noi manchiamo.
Mi dispiace, potresti essere veramente di aiuto ad un NG come questo, ma ti
perdi in assurde ed inconcludenti prese di posizione che francamente
lasciano il tempo che trovano. E mi lasciano a volte .....senza parole....
ma ti assicuro non senza cervello.
Di solito non rispondo a coloro che mi lanciano offese del genere. Ma qui si
va oltre la mancanza di Netiquette o di Sense of Humor.
Ad ogni modo per evitare di intasare le memorie cache dei NGers con
lung-aggini del genere CUTTO qui e saluto tutti cordialmente.
Roberto
E se io ti fornisco direttamente l'elenco di URL non imparerai mai...
> In quel caso (tesi di laurea) quando fai una citazione particolare metti
un
> numerino
> subito dopo la frase o il pezzo e a fondo pagina scrivi (da: Storia
> comparata....di J.W.....) magari ci metti anche la casa editrice e l'anno
di
> pubblicazione. A fine articolo inserisci la Bibliografia.
Adesso non mi ricordo proprio precisamente, ma credo che nessuno dei testi
da me utilizzati era strutturato in questo modo. Anche dove il nome del
citato non e' completo, non era completo neanche nell'originale.
> Non sapevo che i dati qui fossero TOP SECRET.
Semplicemente potevi dire: "io ho trovato questa fonte che dice cosi'", si
discute e poi mi chiedi ancora: "quello che tu dici da dove l'hai preso?" e
poi si discute ancora. Cosi' mi saresti piaciuto di piu'.
Comunque nessuno e' obbligato a rispondere a questa tua domanda o ad altre,
cosi' come altri non hanno risposto alle mie, ecc...
Tu volevi sapere le mie fonti, ma io vorrei prima sapere le tue opinioni. Ti
sembra irragionevole?
> non condivido
> il modo di pubblicazione. Anche se siamo in Internet e non in un ambiente
> accademico, ritengo che un minimo di etichetta nel pubblicare gli scritti
> dovrebbe esserci anche qui.
Ok, vai avanti tu che poi ti seguo a ruota. Mi sembra che queste critiche
siano state rivolte solo a me, sia ora che nel passato. Eppure io non ho mai
visto un testo con note e bibliografia qui dentro. Una volta riportai
interamente un articolo di giornale e subito mi accusarono di violazione del
copyright, senza fare nessuna osservazione sulla notizia riportata. Nessuno
ha mai fatto una cosa del genere qui o in ICO? Avete avuto la stessa
reazione?
> ma sei il primo a correggere quando si fa un errore di battitura.
Se e' il caso, lo faccio, soprattutto in un newsgroup che parla di
linguistica, cosi' come l'ha appena fatto Luca se non sbaglio...
> Inoltre, precisa IOL
Ma io non posto da IOL! ^_^
Anche se lavoro a Infostrada...
> Per andare fino in fondo ti dico che, anche il tuo modo di intestare il
> messaggio manca di tatto. (Finalmente un po di linguistica) come se noi
altri
> fino a questo momento avessimo parlato di strupidaggini varie e tu ci
> portassi la conoscenza di cui noi manchiamo.
Diciamo che di linguistica si e' parlato veramente poco dalla nascita di
questo gruppo e il momento attuale era uno dei peggiori. Pensa che crob dava
della culona ad una ragazza che frequenta ICO, sara' anche una mancanza di
tatto, ma come stimolo non era niente male...
> Mi dispiace, potresti essere veramente di aiuto ad un NG come questo, ma
ti
> perdi in assurde ed inconcludenti prese di posizione che francamente
> lasciano il tempo che trovano.
Sara', ma io non devo fare la balia a nessuno...
Molti dei frequentatori di questo gruppo inorridirebbero al pensiero di
essere aiutati da me! ^_^
Ti ho dato in pasto una marea di roba da leggere senza prendere nessuna
posizione. L'hai letta? E non hai nessuna osservazione? Non sarai tu che ti
perdi, che guardi il dito invece che la luna, il citato invece che la
citazione?
> Di solito non rispondo a coloro che mi lanciano offese del genere. Ma qui
si
> va oltre la mancanza di Netiquette o di Sense of Humor.
Ma lasciamo perdere questa polemica...
Massimiliano Crippa
max.c...@iol.it
>...... Pensa che crob dava
>della culona ad una ragazza che frequenta ICO, sara' anche una mancanza di
>tatto, ma come stimolo non era niente male...
ehi, Max, ma ti ha dato di volta il cervello? Quando mai avrei fatto una
cosa simile?
Proprio in un caso come questo 'bibliografia' sarebbe stata di aiuto ^_^
Domani me ne vado in Giappone, ci sentiamo al ritorno.
ciao
Carlo
Ops, la mia mente ha fatto veramente cilecca? Chi e' che prendeva in giro
chupsina allora?
Massimiliano Crippa
max.c...@iol.it