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[long] Nebbia, di Miguel de Unamuno

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Alessandro Ranellucci

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Apr 14, 2002, 3:56:33 AM4/14/02
to
Ciao a tutti,
sperando che possa interessare riporto di seguito un'articolo che scrissi un
po' di tempo fa sull'opera più famosa di questo autore spagnolo, a detta di
molti il corrispondente spagnolo del nostro Pirandello.

--
Alessandro Ranellucci
[alex (at) primafila (dot) net]


Su «Nebbia», di Miguel de Unamuno.
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Miguel de Unamuno e la generazione del '98.
Alla fine dell'Ottocento, la Spagna era uno Stato in piena decadenza:
carlismo, separatismo basco e catalano, anarchismo diffuso tra le masse la
minavano dall'interno, e la stragrande miseria dei ceti popolari faceva il
resto. Né andavano meglio le cose in politica estera: nel 1898 gli Stati
Uniti intervennero violentemente nella regione di Cuba, liberandola dalla
presenza spagnola e rendendola indipendente.
La sconfitta segnò l'inizio di un periodo di introspezione; ci si
chiedeva quale fosse l'identità nazionale presente e quale sarebbe stata
quella futura. In questa situazione nacque un movimento letterario, che si
chiamò per l'appunto «la Generazione del '98», e che comprendeva scrittori
come Miguel de Unamuno, Jose Martinez Ruìz, Ramon Valle-Inclàn, Pìo Baroja e
Antonio Machado. La produzione letteraria di questa corrente si concentrò
sia sul problema dell'identità nazionale, sia su tematiche più universali:
la crescita dell'industrializzazione nel mondo occidentale, la nozione
moderna del progresso e il ruolo della religione.
Miguel de Unamuno, che per diversi anni insegnò greco presso l'Università
di Salamanca, della quale fu anche rettore, è riconosciuto come una delle
figure più interessanti e controverse della Generazione del '98. Controversa
è infatti la speculazione che leggiamo nelle sue opere: con il cuore egli
conclude che Dio esiste, mentre con la ragione afferma il contrario. Con lo
stesso duplice atteggiamento si pone di fronte a questioni come l'amore, la
fede, la speranza, talvolta impossibili da risolvere con un ragionamento
unitario.
Unamuno si dedicò molto anche alla politica, all'interno del partito
socialista spagnolo. Nel 1924 fu esiliato a causa della sua avversione nei
confronti della dittatura; tornò in patria nel '31, ma nel '36 fu destituito
dal suo incarico per gli attacchi critici lanciati al governo della Seconda
Repubblica. Fu riconfermato poi grazie ai nazionalisti, ma nuovamente
deposto; morì di lì a pochi mesi.
Nel romanzo «Nebbia», Unamuno esplora in profondità la psicologia di un
uomo moderno nella sua crisi esistenziale.

«Nebbia», trama e riflessioni.
Sin dall'inizio della storia, Augusto Pérez è presentato come un
solitario benestante della cui origine poco si sa. Sua madre era morta due
anni prima, e da allora egli vive in una perpetua solitudine contemplativa,
con un cane trovato per strada, Orfeo, e i due servitori, Domingo e
Liduvina. Augusto è un contemplatore della bellezza. Nel momento di aprire
l'ombrello, dice: «Era così elegante, così affusolato, piegato e ben riposto
nella fodera! Un ombrello chiuso è tanto elegante quanto è brutto un
ombrello aperto. Questa storia di doversi servire delle cose, di doverle
usare, è davvero una disgrazia. L'uso guarda la bellezza, la distrugge
perfino. La più nobile funzione degli oggetti è quella di lasciarsi
contemplare».
Passeggiando per la strada senza meta precisa, scorge una graziosa
ragazza e comincia a seguirla. Quando ella arriva a casa, viene a sapere
dalla portiera che la ragazza è Eugenia Domingo del Arco, maestra di
pianoforte e già fidanzata.
Augusto non si scoraggia, e decide di scriverle una lettera d'amore.
Mentre la scrive, comincia a rendersi conto che l'oggetto del suo amore non
è la Eugenia vista per strada poco prima, ma un modello ideale di quella;
similmente, il personaggio di Augusto si comincia a delineare come una pura
astrazione, un riflesso dei desideri e degli ideali che lo animano ad andare
avanti nella sua vita contemplativa.
Mentre osserva la gente che cammina per strada, assimila il traffico a
tutta l'attività umana: tutto il mondo, egli pensa, si sposta continuamente
insieme alla sua meta, e così non si ferma mai. E ciò che Augusto sospetta e
teme, è di essere semplicemente una delle tante facce anonime che camminano
per la strada, e quindi di non essere nessuno. Quale migliore modo per
distrarsi da una vita senza senso, che cercare un significato per
un'astrazione come l'amore o la bellezza?
Già presto nello sviluppo del romanzo, Augusto s'accorge del vuoto che ha
dentro di sé, e dice queste parole al suo cane: «Guarda, Orfeo, le maglie
del liccio, guarda l'ordito, guarda come la trama va e viene con la spola,
guarda come giocano i fili tra di loro: dimmi, però, dov'è il subbio intorno
al quale s'avvolge la tela della nostra esistenza: dove?».
Si nota qui un forte contrasto tra il suo intento di idealizzare Eugenia
(come si riscontra nella lettera d'amore) e la presa di coscienza della sua
effettiva solitudine. Augusto spera di trovare in Eugenia una via d'uscita
dalla sua vita, verso la pura contemplazione dell'amore, di quella forza che
gli consentirà di andare avanti - in altre parole, Augusto cerca una visione
poetica della vita.
Avviene un giorno che egli, passeggiando di fronte alla casa della sua
Eugenia, vede una signora sporgersi dalla finestra per mettere al sole il
canarino, ma accidentalmente la gabbia le scivola dalle mani cadendo giù.
Augusto allora la raccoglie e la riporta alla proprietaria, la quale, assai
grata ad Augusto, si scopre essere la zia di Eugenia. Doña Ermelinda vive
con il suo eccentrico marito Fermìn, figura grottesca dalle idee anarchiche
e mistiche, dedito all'apprendimento dell'esperanto. Nella conversazione che
segue, Augusto apprende che il padre di Eugenia, dopo essersi suicidato,
aveva lasciato alla figlia le rate per l'acquisto della casa ancora da
pagare, a causa delle quali ella è costretta a dare lezioni di pianoforte.
Doña Ermelinda, convinta dalla solidità economica di Augusto, lo
considera il primo candidato alla mano di sua nipote. Entra in quel momento
Eugenia, e i due hanno modo di conoscersi per la prima volta; tuttavia, dopo
un rapido scambio di battute ella lascia frettolosamente la stanza,
infastidita dalla presenza del pretendente e dagli incitamenti della zia,
interessata a sistemare la nipote in modo da risolvere al meglio il problema
economico.
La comica reazione di Augusto («Ammirevole! Maestosa! Ironica! Che
donna!»), che si accorge di avere a che fare con una Eugenia diversa da
quella che si era formato mentalmente, mostra tuttavia come egli non sia in
grado di prendere una decisione razionale: il nostro protagonista perde sin
da subito qualsiasi speranza di riuscire nella conquista, e si perde nei
suoi ragionamenti fino a convincersi di essere un altro, anzi «l'altro».
Successivamente ha modo di conoscere meglio la ragazza che porta la
biancheria, la diciannovenne Rosario, presentata come una ninfa timida,
affascinante e permissiva, innamorata di Augusto e gelosa dell'altra donna
che lo distrae. Augusto è sempre più confuso: si è reso conto del fatto che
Eugenia ha risvegliato in lui l'amore e la voglia di amare, gli ha aperto
gli occhi.
Decide quindi, dopo aver avuto la conferma che Eugenia non gli concederà
la mano, di compiere un atto eroico: acquisterà la casa di Eugenia, per
condonarle le rate, senza pretendere nient'altro da lei.
Quando lei viene a sapere dell'atto di Augusto, si reca a casa sua
infuriata, rivolgendogli queste parole: «Sì, lei mi vuole comprare, lei mi
vuole comprare; lei vuole comprare... non il mio amore, che non è cosa che
si possa comprare, ma il mio corpo!». E lui: «Picchiami, Eugenia, picchiami!
Insultami, sputami, fai di me quello che vuoi!».
Augusto, per placare il suo nervosismo, si confida spesso con alcuni
amici e conoscenti, che gli raccontano le loro vicende. Dapprima incontra in
una chiesa don Avito Carrascal, distrutto dalla morte della moglie e dal
suicidio del figlio. Avito suggerisce caldamente ad Augusto di sposarsi,
perché dall'esperienza ha appreso che una moglie nei momenti difficili è
come una madre.
Incontra poi il suo migliore amico, Vìctor Goti, nel quale possiamo forse
vedere l'incarnazione dello stesso Miguel de Unamuno, come una sorta di
alter ego. Vìctor racconta ad Augusto che lui e sua moglie si sposarono
senza essere realmente innamorati. Volevano un figlio, ma dopo diverso tempo
non erano riusciti ad averne e cominciarono quindi ad accusarsi
violentemente a vicenda; il rapporto migliorò successivamente, grazie allo
scorrere del tempo che li portò fino ad una perfetta armonia. Il racconto di
Vìctor continua con il fatto che pochi giorni prima, inaspettatamente, la
moglie è risultata incinta, e che l'evento ha distrutto completamente la
loro serenità. Vìctor, che già parla del figlio come di un «intruso», è
terrorizzato dall'idea di diventare padre, di provocare i commenti dei
vicini di casa e di vedere il corpo della moglie appesantito.
Infine Augusto incontra un altro amico, don Antonio, che gli spiega che
la donna con cui vive non è in realtà sua moglie: è la moglie dell'uomo con
cui era scappata la vera moglie di Antonio. A lei era rimasta una bambina
piccola, che aveva bisogno di un padre. Da questa convivenza forzata sono
nati anche degli altri figli, ma tra i due non è mai nato un vero amore.
Turbato da questi racconti, il nostro Augusto è sempre più confuso.
Decide di incontrare il dotto Antolìn S. Paparrigópulos, un noto esperto nel
campo della psicologia femminile. Di questo personaggio sono interessanti
due aspetti: il fatto che non abbia mai pubblicato nulla, e che la sua
competenza in fatto di psicologia femminile si limiti alla lettura di libri.
In questo personaggio Unamuno riflette ironicamente il suo atteggiamento nei
confronti di certa scienza erudita.
Augusto a questo punto ha bisogno di una forza per raggiungere un futuro
non predeterminato, interrotto od evitato dallo stesso autore; fino a questo
punto, la sua ingegnosa ricerca di un significato poetico della vita gli ha
dato un'identità, ma ora, ascoltando i consigli di quei tre uomini sposati e
ricordandosi altri racconti, non riesce a trovare una via d'uscita. La vera
causa della miseria di Augusto è la sua mancanza di libero arbitrio e la
dipendenza dalle donne, che si manifesta in questo suo ragionamento: «Quindi
ne ho tre: Eugenia, che parla alla mia immaginazione, alla mia testa;
Rosario, che parla al mio cuore; e Liduvina, la mia cuoca, che parla al mio
stomaco. E la testa, il cuore e lo stomaco sono le tre facoltà dell'anima
che altri chiamano intelligenza, sentimento e volontà. Si pensa con la
testa, si sente con il cuore e si vuole con lo stomaco».
A questo punto la chiave di lettura è la futilità delle due categorie
della conoscenza mediante le quali Augusto cerca di raggiungere la felicità:
quella esterna all'esperienza individuale (a priori) e quella interna (a
posteriori). La conoscenza a priori è l'esperienza collettiva della proprià
società e della propria cultura, vissuta da altre persone, con tanto di
costumi e usanze. In altre parole è la convenzione. Dall'altra parte, la
conoscenza a posteriori è sempre unica, sempre individuale, intensamente
personale come in questo caso, ed è quella che Augusto prende spesso per
vera. Egli appare sempre indeciso sul tipo di conoscenza cui far
riferimento, mostrando quindi che la sua libertà nelle decisioni è assai
limitata.
Con questi problemi, e incapace di decidere tra Eugenia e Rosario,
Augusto si presenta al dotto Paparrigópulos. Nella conversazione egli
ottiene il consiglio di cui ha bisogno: deve scegliere una delle due donne.
Secondo Paparrigópulos, le donne hanno una forte individualità ma una debole
personalità. In altre parole, esiste la donna ma non le singole donne.
Convinto dalla semplicità e dalla logica di questa spiegazione, Augusto
prova a compiere un «esperimento psicologico» con le due ragazze: deve
riuscire ad imporre loro la sua dignità, offesa da Eugenia. Inizia con
Rosario, ma con pessimi risultati. Alla fine, guardandola negli occhi le
dice: «Non li chiudere, Rosario, non li chiudere, per Dio! Aprili. Così,
così, sempre di più. Lasciami specchiare nei tuoi occhi, fammi vedere quanto
sono piccolo...».
Nel frattempo avviene che Eugenia, d'accordo con il suo fidanzato
Mauricio, decide di dire ad Augusto che accetterà il suo regalo e che gli si
concederà in moglie, a patto che lui trovi un lavoro per Mauricio. Augusto
accetta, fallendo anche stavolta nel suo esperimento psicologico. Qualche
settimana dopo, Mauricio va a ringraziarlo e a raccontargli del tempo che
ultimamente ha trascorso con una ragazza di nome Rosario. Pochi giorni prima
del matrimonio con Eugenia, Augusto riceve una sua lettera, dalla quale
apprende che la futura sposa è in realtà fuggita con Mauricio.
L'identità di Augusto è ormai definitivamente annientata. Decide quindi
di partire per Salamanca per consultarsi con l'autore; sì, proprio con don
Miguel de Unamuno. In particolare vuole discutere dell'ipotesi di suicidio.
L'autore risponde che Augusto Pérez altro non è che un prodotto della sua
immaginazione, un ente di fatto inesistente, che non può decidere senza il
consenso del suo creatore; e proprio perché ora si vuole suicidare di
propria iniziativa, sarà condannato a morte. A questa affermazione risponde
un Augusto furioso: «Niente da fare! Proprio non vuole permettermi di essere
me stesso, di uscire dalla nebbia, di vivere, vivere, vivere, di vedermi, di
toccarmi, di sentirmi, di dolermi, di essermi. Sicché proprio non vuole, eh!
Sicché devo morire da entità immaginaria! Va bene, caro il mio signor
creatore don Miguel, allora anche lei morirà, anche lei, e precipiterà di
nuovo nel nulla da cui è uscito... Dio smetterà di sognarla! Lei morirà, e
con lei anche tutti quelli che leggeranno la mia storia, tutti, tutti,
tutti, nessuno escluso! Entità immaginaria come voi, creatura nivolesca,
proprio come voi. Perché lei, il mio creatore, don Miguel, è solo un'altra
creatura nivolesca, e nivoleschi sono tutti i suoi lettori, proprio come me,
Augusto Pérez, la sua vittima...».
Tutto lo scoraggiamento di fronte alla possibilità di esistere senza il
libero arbitrio, che costituisce l'umiliazione di Augusto, si trasformerà
quindi in una vendetta nei confronti dell'autore. Egli non vuole ottenere la
libertà dalla sofferenza, ma attraverso la sofferenza; condividendo questa
posizione, Unamuno scrive in altre sue opere a proposito della malattia
della coscienza umana: tanto più l'uomo sa che morirà e fugge la morte,
tanto più vi si avvicina. Augusto Pérez è il prototipo realistico dell'uomo
cosciente, desideroso di vivere e di non morire.
Tornato a casa con in mente la sua condanna a morte, Augusto è preso da
un insaziabile appetito, che cerca di placare con i cibi che gli porta la
cuoca Liduvina. Ad un certo punto, colto dal sonno, si stende sul sofà; di
lì a poco muore.
Nello scoprire che Augusto Pérez è realmente morto, noi, i testimoni
della tragedia, ci sentiamo di fronte ad un finale inaspettato. Forse
abbiamo voglia di piangere, visto il percorso in cui abbiamo seguito il
protagonista, ma soprattutto ci chiediamo dove sia il suicidio di Augusto,
la risoluzione, il gran finale. Non trovando nulla di tutto ciò, proviamo ad
interrogarci sulle reali intenzioni dell'autore.
Albert Camus, nel «Mito di Sìsifo», sostiene che l'intenzione di
investigare sul suicidio è esattamente «scoprire quella relazione tra
l'assurdo e il grado esatto al quale il suicidio è una soluzione
all'assurdo». Esamina anche, attraverso il personaggio di Kirilov, il
fenomeno che il suo creatore Dostoevskij chiama «il suicidio logico»:
«Kirilov sente che Dio è necessario e che deve esistere. Ma egli sa che non
esiste e non può esistere. [...] Se Dio non esiste, Kirilov si deve
suicidare. Kirilov si deve suicidare per diventare Dio». Si conclude così
questo esempio di suicidio logico, che, se applicato storia assurda di
Augusto, diviene un tentativo di liberarsi di un determinato destino, e una
soluzione -seppur non garantita- per ottenere la libertà. Nell'esempio di
Augusto, il tentativo di liberarsi del 'dio' Unamuno si dimostra fatale.
Tutte le vicende miserabili di Augusto si rivelano così essere nient'altro
che un sogno dell'autore. L'esperienza a priori diviene quindi una bugia, e
quella a posteriori una favola; allo stesso modo tutti i tentativi
culturali, morali e filosofici di dare un significato alla vita umana,
avvolta da una nebbia onirica ed irreale, sono inutili.
Il ragionamento di Camus si applica perfettamente alla situazione di
Augusto, con la differenza che a quest'ultimo non interessa l'esistenza di
Dio, ma di un Augusto dotato di libero arbitrio. Parafrasando le parole
sopra citate, se Kirilov suicidandosi diventa il Dio che cercava, Augusto
suicidandosi diventa l'Augusto libero di decidere.
Si conclude così questa «nivola», termine che Unamuno mette in bocca al
suo alter ego Vìctor Goti per definire un libro che non c'è, essendo solo il
sogno del suo creatore: non si può chiamare certo romanzo (novela), ma sarà
una «nivola», ossia una «novellona», una «nuvolona».

Ragionamenti conclusivi.
La fatica di vivere vale la vita? Con il suicidio di Augusto, Unamuno
vuole sottolineare come vivere una vita in modo superficiale ed
individualista sia una minaccia alla felicità collettiva; più in particolare
la questione è: la nostra vita è reale o è un sogno? Vale la pena andare
avanti sapendo che tutto quanto è una bugia o una finzione? Il desiderio di
vivere, nella nostra cultura odierna, è il punto di vista più pratico e
diffuso, «ragionevole», «utile», «sano», «moralmente giusto». Non desiderare
la vita vuol dire rifiutare le spiegazioni convenzionali in favore di una
svalutazione individuale, solitamente condannata o più semplicemente
ignorata. Il suicidio è il rifiuto per eccellenza.
La chiave di lettura del discorso sulla sofferenza umana ci è data alla
fine del romanzo proprio dal cane Orfeo, che accusa il linguaggio umano: «E
poi parla, o abbaia, in modo complicato. [...] La lingua gli serve per
mentire, per inventarsi quello che non c'è, e confondersi. E tutto per lui è
un pretesto per parlare con gli altri o con se stesso. Ed è riuscito a
contagiare anche noi cani».
Precedentemente Augusto afferma la stessa cosa a proposito del carattere
ingannatorio della lingua umana, e conclude così: «La parola, questa
invenzione della società, è stata concepita per mentire. Ho sentito dire al
nostro filosofo che la verità, come la parola, è una invenzione della
società: è quello a cui credono tutti, e credendolo si intendono tra di
loro. Tutto quello che la società inventa è menzogna. [...] Ah, già sei qui
Orfeo? Tu, siccome non parli, non menti, e credo perfino che non ti inganni,
che non menti a te stesso. [...] Non facciamo altro che mentire e crederci
importanti. La parola è stata concepita per esagerare le nostre sensazioni,
e tutte le nostre impressioni... forse per convincerci che sono vere».

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