- vatro, che dovrebbe essere una specie di mantellina o impermeabile;
- splurate (labbra splurate), che dovrebbe equivalere a screpolate.
Grazie.
Beppe Fenoglio: "Il partigiano Johnny". Einaudi, pagg. 532. Euro 9,55
L'intercalare con l'uso della lingua inglese, (della lingua francese pure,
ma assai di rado) e l'impiego di vocaboli in qualche caso appositamente
creati (valgano per tutti "floueva", "squallorosità", "intattità","
derangeate", "stampede", "freddità", tra i primi dei molti che incontreremo)
rappresentano il primo originale impatto con quest'opera che, ricordiamo,
rimase incompiuta e che dal capitolo XXI in poi presenta due stesure che
hanno dato del filo da torcere ai curatori delle varie edizioni in cui il
romanzo ha visto via via nel tempo la luce. Quella a cui ci riferiamo è
stata composta da Dante Isella.
La storia comincia con Johnny che, dopo l'8 settembre, fugge, "soldato
sbandato", a casa, dove tutti pensavano che ormai fosse morto, e lo
nascondono in una casupola in cima alla collina. Non resiste a stare lassù e
vuol rivedere i vecchi amici, Chiodi, Cocito ed altri, compagni di vita e di
idee. Questa insoddisfazione latente lo spingerà "nell'arcangelico regno dei
partigiani."
Ci siamo già accorti a questo punto che è la cifra stilistica quella che
risalta nella narrazione e già ci sollecita a riflettere su questa novità
davvero dirompente. Che cosa ha spinto Fenoglio, che traduceva testi
letterari dall'inglese ("un anglomaniaco" dirà a Johnny l'industriale
enologico B.), a introdurre parole e intere frasi di questa lingua
forestiera nella nostra, al modo che essa non appare mai come sostitutiva ma
facente parte di un corpo unico, fluente come una lingua nuova uscita dallo
sfascio di una guerra? Se si congiungono storia raccontata e linguaggio, e
ad essi non vogliamo dare un rapporto di casualità, si potrebbe rispondere
che a questa nuova lingua l'autore tenti di dare il segno manifesto di una
riconquistata libertà, e quindi una novella universalità ad essa legata, e
le stesse parole create, inventate, e quelle raccolte soprattutto nelle sue
Langhe (il dialetto sarà una delle armi difensive dei partigiani. Dirà
Johnny ad Ettore, un amico che diviene nel romanzo, per il protagonista, il
simbolo dell'amicizia tout court, come del resto sarà simbolo di affetto e
di amicizia quella magnifica cagna imprigionata e poi fuggita dai fascisti,
vero e proprio personaggio del libro: "Soprattutto parlagli in dialetto e
pretendi che ti rispondano in dialetto."), quelle stesse parole, dunque,
paiono indicare l'avvio di una specie di sedimentazione che possa dare
sostanza ad una rinascita dentro l'uomo uscito da un conflitto incompreso e
feroce, le cui conseguenze nefaste sulle coscienze - capaci anch'esse di
riprodurvisi con la velocità e il radicamento di un morbo maligno - devono
essere cancellate al più presto.
Quale modo migliore, perciò, se non quello di far sorgere dalla morte
rappresentata dalla guerra uno strumento innovativo, e plasmabile all'
infinito, di comunicazione che rappresenti nella sua diversità il principio
di un nuovo percorso più solidale e universale? Una tabula rasa, dunque,
ispirata in un uomo che ha sofferto l'ignomia e la viltà di una guerra, e
perpetrata più che con il fuoco delle armi partigiane, con la scrittura
rinnovata, quale pacifica e contraria risposta che non crea spargimento di
sangue e significativa di una presa di distanza irrevocabile. Una scrittura
che resta, tuttavia, al pari di un sogno, chimerica e improbabile, ma l'
unica possibile per fare di questo romanzo il grido liberatorio e
rassicurante di una avvertita e desiderata resurrezione.
Troviamo tutto questo riassunto in una delle descrizioni più belle e
significative del romanzo, nel capitolo 35, quando Johnny osserva i bambini
giocare nella neve: "Tutto il mondo collinare candeva di abbondantissima
neve che esso reggeva come una piuma. Assolutamente non sopravviveva traccia
di strada viottolo e sentiero e gli alberi del bosco sorgevano bianchi a
testa e piede, nerissimo il tronco, quasi estrosamente mutilati. E le case
tutt'intorno indossavano un funny look, di lieta accettazione del blocco e
dell'isolamento. Pareva un giorno del tutto estraneo, stralciato alla
guerra, di prima o dopo essa. [.] Da lassù poteva nettamente vedere il
gigantesco anelare dei loro minuscoli toraci, l'esaltata roseità delle
guance, la formidabile nervità delle loro gambette in cimento con la neve e
l'erta. E li amò come bambini, accettò quel loro esser tanto giovani e così
fuori della guerra, e sperò che essi dimenticassero poi rapidamente e
totalmente quella guerra in cui avevano marginalmente scalpicciato coi loro
piedi innocenti, augurò loro bene e fortuna in quel mondo di dopo che egli
aveva tanto poche probabilità di dividere con loro." È da questa esplosiva e
vivificante, geniale, miscela che nasce un'opera unica e irripetibile e, in
forza di questa novità linguistica esaltante in cui si racchiude molto del
suo fascino ma non solo in essa, un indiscutibile capolavoro.
Un'altra considerazione va fatta a proposito delle descrizioni, le quali
riflettono sempre lo stato d'animo del protagonista, ne sono lo specchio
fedele, a cominciare da quella in cui si siede sul greto del fiume e si
mette a fumare una sigaretta "con quella lentezza che era in tutto, nel
passaggio delle acque, nel lavoro del traghetto, nel passaggio delle labili
nubi nel cielo fatiscente." fino a quella che abbiamo riportato più sopra. E
indicative anch'esse, di uno stato d'animo proprio, più che dell'
interlocutore, si rivelano talune frasi: "ma sua madre insorse contro di lui
per quel suo mettersi con volontaria leggerezza alla perdizione." I fatti
narrati, dunque, saranno mescolati ad una riflessività che in qualche modo
li intimizza e trasforma, portandoli ad essere anche nostri per quel filo
misterioso che unisce e rastrema le coscienze.
Ha sotto la giacca una pistola e vuol nasconderla, ma intanto: "sentì che
era doloroso non esser ancora partigiano". Intorno a lui ci si sta movendo,
i suoi amici rinunciano a restare con le mani in mano, scelgono da che parte
andare a combattere. I tedeschi fanno paura ma certuni, che li hanno visti,
dicono che i partigiani "non sono affatto stinchi di santo." Sono i lacerti
della guerra, le contaminazioni dolorose della coscienza, dai quali non ci
si può liberare se non con decisioni tutte proprie. Lui stesso "era
avvelenato dal pensiero di star seppellendo una pistola da servirgli chissà
quando." È alla ricerca "del riacquisto della sua misura di uomo" che
troverà nel momento in cui sceglie di congiungersi coi partigiani "sentendo
com'è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana." È un
ritrovare se stessi dopo lo smarrimento e le devastazioni morali e materiali
della guerra.
La stessa sensibilità del protagonista pare segnata come dai traccianti
della guerra. Leggete questa descrizione: "La strada mordeva; essa stessa
esausta e mordace l'altissima costa, striata di nerissima tenebra su uno
spettrale bianco neve: il buio saliva ai sommi greppi come a uno
inscampabile agguato, ad ogni tornante spariva e riappariva il paese della
base, orribilmente fantomatizzantesi nella notte precipite." Credo che, al
di là del fatto che qui manca una parola inglese (ma si veda poi, di lì a
poco, la descrizione del partigiano Tito), così frequente e partecipe nella
scrittura di Fenoglio, in questa frase risieda tutta la difficile ma davvero
geniale operazione stilistica dell'autore. Si parla spesso e tanto di Gadda,
e allora Fenoglio?: "il cielo vaporoso di colore smasiva la colonna di fumo
in feerica insostanzialità." La sua invenzione linguistica è assai più
complessa e raffinata, a mio modo di vedere (specialmente nella prima parte
del libro, e apparirà in una sua grandezza singolare nelle scene del primo
scontro con i fascisti), ma qui preme soltanto annotare la coincidenza che
questi nostri innovatori del linguaggio abbiano affidato la loro fama a due
romanzi incompiuti, come a segnare il loro lavoro di una fatica non ancora
conclusa e tramandata.
È, dunque, con un simile battesimo di parole che il protagonista incontra e
si unisce ai partigiani garibaldini, che sono quasi tutti comunisti, con il
loro capo Némega un po' fanatico che vuol comporre presso di sé "una
divisione di mille garibaldini" tutti in "giacco di pelle", e subito egli
pensa di essere finito nel settore sbagliato della parte giusta. Vorrebbe
trovare altre formazioni, "azzurre", badogliane, per non avvertire la
propria "superiore diversità che al momento lo angosciava, lo torturava".
Non sono affatto buone le sue prime impressioni sui partigiani, di cui
rimarca talune prepotenze nei confronti dei civili, soprattutto quando si
tratta di requisire beni e animali ai contadini. Infatti gli verrà
rimproverato che, se fosse salito tra i partigiani senza portarsi dietro
nemmeno un soldo "quando vai per requisire non faresti lo schizzinoso e il
tenero e il superiore".
Capire il significato della guerra partigiana pare quindi il primo obiettivo
da perseguire, dopo la scelta di schierarsi da quella parte, fatta d'
istinto, ed ora serviva mettere in moto la ragione e spiegarsi il perché più
profondo di una scelta che, così in superficie, per alcune azioni che si
compivano, aveva per lui dolorose trafitture.
Uno dei pregi legati al modo di sentire di Johnny, ma è meglio dire dell'
autore, e perciò al suo modo di scrivere, emerge nelle descrizioni cui si è
già fatto cenno, ma ora l'averne incontrate molte e nessuna mai di
riassuntiva banalità, e tutte davvero originali, con quella spigolosità che
è riflessiva del carattere del protagonista, ne fa una peculiarità del
libro, al punto che l'inserimento di Johnny nella fede partigiana si
intravede proprio attraverso una piccola, minima, ma efficace descrizione,
che è quella che riguarda il primo attacco contro i fascisti, quando
scendendo una quarantina di partigiani il pendio scivoloso per la neve
disciolta egli osserva che portavano "le armi ancora disinvoltamente, le
portavano, così lente e a tracolla, come chitarre".
Si avrà la completa osmosi al termine dello scontro, nel corso del quale
Johnny ucciderà un giovane fascista, e quando raggiungeranno un posto sicuro
dove riposare, egli si guarderà intorno accorgendosi che "era uno di loro,
gli si era completamente liquefatto dentro il senso umiliante dello stacco
di classe." E appena qualche riga più avanti, dopo aver reso omaggio alle
doti di capo del Biondo, ecco un'altra considerazione importante: "Poi nella
sua spina dorsale si spiralò, lunga e lenta, l'onda della paura della
battaglia ripensata." Ossia, bastano queste due frasi a rendere con
efficacia e completezza tutto l'intero spirito partigiano, che contro l'
insensatezza fascista ritrovava il coraggio, prima trepidamente nascosto, e
la solidarietà.
Ma lo stile ancora reclama la sua parte, e se noi osserviamo le parole mai
casuali e tuttavia diverse e selezionate che compongono la catena di frasi
che portano innanzi il racconto, ci accorgiamo di assistere ad una raffinata
composizione barocca (un esempio fra i molti: "Johnny risentì della sua
pronità e andò sollevatamente sui gomiti. Il gesto allarmò Kyra come un
indizio di scoprentisi fascisti, ma nulla e nessuno era visibile sulla
dirimpettaia collina di Valdivilla"), nella quale tutte queste diversità
dànno luogo ad un'armonia scultorea e musicale insolita. Gli stessi colori,
che pur lampeggiano tra le parole, si scompongono in sfumature di bianco e
di nero, quasi per un miracolo che rastremi ogni cosa nell'efficacia e
durevolezza di una beltà che si riconsegna a noi per essere ricomposta nei
suoi originali pregi in sintonia con il nostro sentire. Quella spigolosità
che si è evidenziata e che trapunta il linguaggio di Fenoglio, altro non è
con una somma di contenuti, una specie di compiute e minute operazioni
stilistiche che compongono le infinite e persuasive guglie di una cattedrale
rimarchevole che è il romanzo di Fenoglio. La nuova cattedrale ancora
incompiuta che visitai tanti anni fa a Barcellona, la "Sagrada Famiglia", e
che porta la firma del grande Gaudí, è un'altra immagine assai viva che
balza alla mia mente leggendo queste pagine doviziose.
Come le parole sono aghi e guglie sottili e fermentative di plurimi
contenuti, così pure lo sono i piccoli quadri della guerra partigiana, che
hanno fisionomie compiute e complementari, talché noi ci troviamo a
percorrere una strada di minute raffigurazioni come in una pittura
complessa, le cui molte scene dipinte, alla Bosch o alla maniera del grande
Bruegel, rivelano significati diversi e nuovi e finanche in opposizione. E
la vicenda partigiana, pare suggerirci Fenoglio, ne ha di ombre e luci, tali
da mettere a dura prova la propria coscienza: "ricordati che senza i morti,
i loro e i nostri, nulla avrebbe senso.", e più avanti: "Se, a un certo
raggio dai tedeschi, uno degli uomini tossiva, e il rischio c'era per la
lunga traversata nella neve, il Biondo sarebbe stato costretto a
strangolarlo.", e ancora, crudamente: "Nel dubbio sopprimete." Frequenti
sono, infatti, le riflessioni e i dubbi sulle singole azioni, che per
Fenoglio hanno a volte un carattere di eccessività non giustificata. Il
commissario Némega gli crea più di una perplessità: "Ecco, prego che siate
costretti al programma minimo" gli risponde quando Némega gli fa presente
che il programma massimo dei comunisti consiste "nella rivoluzione comunista
come corollario e coronamento della lotta di liberazione."
Il romanzo non è più, e non lo è mai stato in effetti, una pura cronaca di
guerra partigiana. E Némega, in un momento in cui è osservato da Johnny, ci
consente di annotare una delle tante finezze stilistiche e creative di
Fenoglio, come esempio di questa sua felice peculiarità: "Voleva arringare
gli uomini, con quella sua voce tanto inadatta, tutta cesurata e appoggiata
da distinguo, concedo e nego.", dove quell' "appoggiata" pare uscita da un
miracolo.
Ha l'occasione di unirsi ai partigiani azzurri e "trovò nel nuovo ambiente,
almeno un comune linguaggio esteriore, una comune affinità di rapporti e di
sottintesi" ed è qui che incontra per la prima volta le donne partigiane:
"praticavano il libero amore, ma erano giovani donne, nella loro esatta
stagione d'amore coincidente con una stagione di morte, amavano uomini
doomed e l'amore fu molto spesso il penultimo gesto della loro destinata
esistenza. Si resero utili, combatterono, fuggirono per la loro vita,
conobbero strazi e orrori e terrori sopportando quanto gli uomini." Fenoglio
è tutto anche in questa delicata descrizione, che è un pudico omaggio, quasi
sussurrato, ma talmente intenso e ricco di amore, da renderlo superbo, e
forse ineguagliato. Come la successiva descrizione di Nord, il capo dei
partigiani azzurri ("il divo Nord"), nemmeno trentenne, la cui bellezza e
maschilità, ed una specie di imponente perfezione fisica, impressioneranno
il protagonista, come pure la sua vanità.
Tra partigiani badogliani e comunisti si sottende sempre una rivalità, che
avrà alcuni momenti intensi e difficili nell'episodio dell'abile
accaparramento da parte dei comunisti di un rifornimento aereo destinato
agli azzurri, nello scontro a fuoco al deposito di Castagnole per rubarsi il
"prezioso carburante", nonché nel tentativo dei rossi di disarmare gli
azzurri, che provocherà la furia bestiale di Johnny. Ma non mancano momenti
di collaborazione, anche se rari ("le brigate rosse si erano inserite nella
linea azzurra ed ora combattevano fianco a fianco, in un'unione senza
precedenti") e di svago insieme, e se vi si presti attenzione, allorché ci
troviamo di fronte a descrizioni molto ampie, come quella ad esempio della
libera uscita dei partigiani, sia azzurri che garibaldini, nel paese di
Neive (in cui ritroviamo un tocco di grazia nell'osservare gli amori in riva
al fiume Belbo tra uomini e ragazze), sono le scelte e rare parole, la
stessa costruzione linguistica ad attrarre il lettore e a punteggiare di
ricami raffinati la scena, al modo di un continuo rilancio di interesse che
tien vigile senza soluzione di continuità la nostra tensione.
Non si può prescindere dunque, nel seguire questa storia, dal linguaggio e
viene in mente per un parallelo "Uomini e no" di Vittorini, altro bel
romanzo sulla Resistenza, ove però l'invenzione stava tutta nella struttura
e nella particolarità della storia, mentre nel romanzo di Fenoglio, la
vicenda narrata scorre nella cronologia e moltiplicazione di quadri a largo
campo che infine si restringono nello spettro dell'osservazione (guardate le
lavandaie del capitolo 19), tutti vividamente inseriti nella realtà, e a
sommuoverli e renderli particolari, e direi proprio unici ("La luce del
giorno, con la sua realistica misurazione di terre e genti"; "un vento
sinistro, come nascente da un cimitero di collina, soffiava a strappi, e nel
suo calo l'intera atmosfera crocchiava, come per una frizione dei suoi
stessi strati di gelo.") è il linguaggio, che qui ha la stessa preponderanza
artistica che riscontriamo in certi originali pittori, come Gauguin, ad
esempio, o Renoir, o Van Gogh: "ordinava a tutti i rossi ai loro posti."
Nel corso del romanzo, si assiste ad un'altra osmosi creata più che dalle
circostanze della storia, dalle sottili e ficcanti sensibilità dell'arte,
quando, ossia, dopo che si sono plasticamente constatate le affinità
elettive tra natura e sentimento dei protagonisti, noi li vediamo a poco a
poco sfumarsi nella natura medesima, come se fossero in un momento diventati
essa stessa, nella consuetudine di una confidenza portata dalla vita
partigiana che la natura non respinge: "E osservando il passo di Ettore, si
rese definitivamente conto di come le colline li avessero tutti, lui
compreso, influenzati e condizionati tutti, alla lunga, come se vi fossero
tutti nati e cresciuti e destinati a morirvi senza conoscere evasione od
esilio." E così pure, quando, bagnatosi in un corso d'acqua, analizza il suo
corpo.
Allorché ci accingiamo a leggere il capitolo XXI, ossia il primo della
seconda parte che conterrà i 19 capitoli conclusivi nella stesura scelta dal
curatore Dante Isella, avvertiamo un freno alla novità stilistica che era
stata dirompente e davvero creativa e originale fino a quel momento. Dico un
freno, perché sprazzi incontenibili ne restano seminati qua e là, come
questo: "Johnny ed Ettore fumavano, guardando atoni alla grigia atonia del
cielo, sentendo blankly lo zampettio ed il cacaramento del pollame in
libertà sull'aia." Ora pare quietatasi, tuttavia, e ritornata all'alveo più
naturale della nostra lingua, con parole più note ai vocabolari che al genio
dello scrittore, anche se non ve ne mancano di rare e ardite (qualche
esempio: "secluso", "restiamente", "compietandola", "platitudine",
"circuitità", "remorandolo", "cameratità", "inderelinquenda"). Ma resta
piacevole comunque la nuova scrittura, anche quando si appropria come di una
nuova sintassi alla ricerca di un insolito e asciutto coagulo di efficacia
ed incisività ("l'imminenza e l'impegno del pericolo aveva", e anche: "ogni
altro sentimento ed istinto si annientasse", e specialmente: "E fecero un
innominabile scempio nella fattoria abbandonata, l'arrogante, volgare,
intollerabile guardia del corpo."), suggerita probabilmente da una nuova
urgenza di leggibilità tale da ricondurre l'attenzione sulle vicende
narrate, fino a quel punto sovrastate e condizionate dall'ingegno
stilistico.
C'è differenza, infatti, tra le descrizioni delle guerricciole tra fascisti
e partigiani narrate nella prima parte e, per esempio, il tentativo fascista
di riprendersi la città di Alba, dove lo scontro ha tutto il narrare di una
cronologia di guerra. Venendo meno il denso e frastagliato puntello
stilistico, essa si allarga e si semplifica, in qualche modo, non quando,
tuttavia, si tocca ancora una volta il contatto straordinario e qui
simbiotico tra natura e uomo, sia quando tra essi vi è armonia, sia quando
vi è contrasto e prova di forza, come in questo caso: "Nel tuonare del fiume
potevi però cogliere i colpi di tosse delle invisibili sentinelle. Il
caotico cielo, forgia di quel diluvio, era odioso, si tirava le bestemmie."
Il rapporto tra uomo e natura non abbandona mai Fenoglio, che vi mostra, in
quel disperato e crudele tempo di guerra, un interesse denso e sensibile,
come se cercasse in un contatto desiderato e forse irraggiungibile, l'unico
esito possibile e accettabile della nostra vita, sia pure vicino a un
qualche punitivo annientamento: "Essi mentalmente s'inginocchiarono,
pregarono per la discesa della neve, tanta neve da seppellire il mondo,
cancellare ogni strada e sentiero, incapsulare ogni uomo vivente in un buco
cosy, inaccessibile alla specie umana."
Compare anche un clima di attesa, soprattutto attesa della morte, che ben si
armonizza con il raffrenato mutamento stilistico, nel quale scarseggiano ora
quelle sfumature barocche che ci lasciavano frastornati e ammirati nella
prima parte del libro, e la storia assume un tempo non più scandito dalle
nostre azioni, bensì da un avvolgente destino che non si rivela mai
frettoloso osservatore, sia pure incombente, e non sfugge mai alla sua
essenza di eternità: "E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui
ritto sull'ultima collina, guardando la città e penando lo stesso di lui e
della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l'importante:
che ne restasse sempre uno."
Un romanzo variegato, dunque, epico addirittura (si pensi al gigantesco e
crudele rastrellamento contro i partigiani, inseguiti per tutte le Langhe:
"Tutte le strade ed i poggi sciamavano di fascisti, ed una grossa colonna
stava ascendendo la strada per il crinale, ad ogni svolta apparendo più
grossa e quadrata e tremenda."), che non nasconde (esemplare quell'insistere
sulla vicenda del ragazzo partigiano terrorizzato dalla rappresaglia
nazifascista) alcun dettaglio della lotta partigiana, che trova in questo
libro la sua massima ed efficace rappresentazione: dalle rivalità presenti
nelle varie e tra le varie formazioni agli atteggiamenti quando
entusiastici, quando sofferti, quando stanchi ed impauriti, della
popolazione che le ospita ("Sono stanchi di noi"; "Noi sappiamo che voi
siete migliori di loro, lo sappiamo. Ma abbiamo paura"); dalle crudeltà che
a volte non differiscono da quelle dei nemici fascisti al dilettantismo
incosciente di alcuni di loro, come lo sfortunato Paul; dagli errori di
quello che oggi conosciamo come fuoco "amico" agli amori con le ragazze
"avendo Ettore accennato che poteva esserci, a Dio piacendo, un'esposizione
di pelle." (tra questi amori quello per Johnny, fugace, della irrequieta e
umanissima Elda); dalle esaltazioni convinte e tuttavia fatue della vittoria
alle delusioni e fughe per una sconfitta annientatrice di ogni speranza e
inasprita dagli echi di fucilazioni, risuonanti e rimbombanti per le valli,
perpetrate dai nazifascisti, spesso identificati con un semplice "loro";
libro che resta interessante e omerico proprio per la sua incompiutezza,
grazie alla quale vi si imprime una infinità quasi fiabesca, essendo rimaste
pressoché intatte le germinazioni spontanee in grado di mostrare tutte le
tessiture di un ordito ancora fresco di una genialità incontaminata, e tra
queste germinazioni, prima fra tutte il diritto alla propria esistenza e
alla propria personalità, pur in mezzo ad un lotta corale che forza e
sollecita a "sfuggire a quell'incubo personale ed inserirsi nella generale
realtà."
P.S. Mentre mi avviavo a leggere il capitolo 27: "Preinverno 3", ricevo
questo giudizio su Fenoglio dal professor Giorgio Bárberi Squarotti,
contenuto in una lettera datata 27 luglio 2003: "Caro Amico, sono molto
contento che stia leggendo e interpretando Il partigiano Johnny, perché è un
'opera a mio parere altissima, il 'poema' epico esemplare del novecento
delle lingue occidentali. Ogni tanto rileggo qualche episodio, e ancora
vorrei dedicarmene. Per la commemorazione della morte di Beppe ho scritto
cinque paginette per testimoniare ancora la mia partecipazione e la mia
ammirazione." [.] Mi fa leggere il suo saggio su Il partigiano Johnny? A
presto."
Credo che queste parole valgano ben più del mio "saggio".
http://space.tin.it/clubnet/badimona/Fenoglio.htm
Un caro saluto. Bart
>Credo che queste parole valgano ben più del mio "saggio".
Solo queste? Dai non essere modesto.
JC
"We can be together
Ah you and me
We should be together
We are all outlaws in the eyes of America
In order to survive we steal cheat lie forge fred hide and deal
We are obscene lawless hideous dangerous dirty violent and young
But we should be together..."
> Quale modo migliore, perciò, se non quello di far sorgere dalla morte
> rappresentata dalla guerra uno strumento innovativo, e plasmabile all'
> infinito, di comunicazione che rappresenti nella sua diversità il
principio
> di un nuovo percorso più solidale e universale? Una tabula rasa, dunque,
> ispirata in un uomo che ha sofferto l'ignomia e la viltà di una guerra, e
> perpetrata più che con il fuoco delle armi partigiane, con la scrittura
> rinnovata, quale pacifica e contraria risposta che non crea spargimento di
> sangue e significativa di una presa di distanza irrevocabile. Una
scrittura
> che resta, tuttavia, al pari di un sogno, chimerica e improbabile, ma l'
> unica possibile per fare di questo romanzo il grido liberatorio e
> rassicurante di una avvertita e desiderata resurrezione.
<cut>
complimenti, bel post.
Naturalmente ispirato da un grande libro.
non so se ti possa interessare o se già lo conosci ma cerca l'album
C.S.I "la terra, la guerra, una questione privata"
w
Hai ragione, ne piovon tante anche qui, di quelle che fan luccicar le
stelle:-)
> complimenti, bel post.
Grazie
> Naturalmente ispirato da un grande libro.
Non immagini la mia meraviglia nel procedere nella lettura, sempre ricca di
particolarità davvero notevoli. Non avevo più spazio (forse per la prima
volta) dove fare le mie annotazioni.
Qui ora accendo forse una bagarre. Se dovessi scegliere tra Gadda e
Fenoglio, da oggi non ho più dubbi: scelgo Fenoglio.
> non so se ti possa interessare o se già lo conosci ma cerca l'album
> C.S.I "la terra, la guerra, una questione privata"
E qui arrossisco di vergogna, perché non so che cosa sia *l'album C.S.I.*
Grazie di avermi letto. Ciao. Bart
> Qui ora accendo forse una bagarre. Se dovessi scegliere tra Gadda e
> Fenoglio, da oggi non ho piů dubbi: scelgo Fenoglio.
E' estate...
Ma Fenoglio č bravo. Una questione privata pure meglio del partigiano.
Grazie a te, ora posso smettere di arrossire:-)
Bart
Vuoi dire che ho preso un colpo di sole?:-)
No, no, son pronto ad argomentare. Ma la questione andrebbe per le lunghe.
Non dico per me, che quando m'impegno su una cosa, lo mantengo, e se
qualcuno vuole, possiamo metterci a fare un raffronto tra La cognizione del
dolore e Il partigiano Johnny. Purché qualcuno non si levi poi a dire che la
facciamo troppo lunga, visto che mettere a confronto questi due ercoli non è
cosa che si risolva in due battute.
Per me non sarà un lavoro difficile, visto che anche La cognizione è colmo
di mie annotazioni e non dovrei far altro che andarmele a ripescare.
> Ma Fenoglio è bravo. Una questione privata pure meglio del partigiano.
Se ho letto bene, Primavera di bellezza (i primi 20 capitoli del
Partigiano), L'imboscata e Una questione privata (i successivi 19, che
compongono la seconda parte), son nati dalle costole del Partigiano.
Ciao. Bart
> Vuoi dire che ho preso un colpo di sole?:-)
No, soltanto che con sto caldo si lasciano passare giudizi d'ogni sorta.
> No, no, son pronto ad argomentare. Ma la questione andrebbe per le lunghe.
Ma infatti non c'è alcun bisogno d'argomentare e di mandarla per le lunghe.
Gadda è un gigante della letteratura mondiale del 900. Fenoglio è un bravo
scrittore italiano.
Anche a me il film è piaciuto, passato di recente in non so quale canale tv.
Per una gita ad Alba, chissà...
Grazie di nuovo. Bart
> La videocassetta, forse, restituirà un’
> ombra dell’energia che circolava quella sera nella chiesa di Alba.
Un troglodita come me, che non esce quasi più di casa, dove la può
acquistare la cassetta di cui parli?
Grazie comunque. Io son qua e se qualcuno vuol darmi un'indicazione precisa,
lo ringrazio sin d'ora.
Ciao, Plateau. Bart
[cut]
> la lotta partigiana, che trova in questo
> libro la sua massima ed efficace rappresentazione: dalle [...]
Più che altro direi che è la lotta partigiana vista dall'occhio di
Fenoglio, situata nella sua zona e interpretata dal suo carattere.
Proporrei di non generalizzare.
Provocazione: anch'io, nel mio piccolo, quando non ricordo esattamente
le parole ne invento alcune che ci somigliano e che magari hanno dentro
i suoni che vorrei avesse la parola in questione. Se tutti facessero
come Fenoglio, i vocabolari raddoppierebbero di volume :)
--
Hanno
> Uno dei film più belli italiani e contemporanei sulla Resistenza, imvho.
> Mentre batto queste poche lettere ho la pelle d'oca nel ricordare la
> tecnica, le immagini..
purtroppo Kalle, il nostro esperto di Fenoglio sta in vacanza. Il film l'ho trovato
abbastanza spaventoso, mi suonano ancora gli orecchi dalle sparatorie ininterotte, oltre
alle immagini belle del film. È anche deprimendo perché riduce la resistenza a un
sacrificio inutile. In questo film ci sono solo gli americani e gli inglesi a influenzare
l'esito della guerra.
> (e una gita ad Alba, bellissima :)
ci sono passato l'anno scorso, è una città piccola e carina. Ho anche trovato la 'Casa
Fenoglio', facile da indovinare quando si ha letto il libro omonimo della sorella di
Beppe.
ciao
Jürgen
Nella Lucchesia, lo saprai, passava la famosa Linea Gotica, ed io via via
nel tempo ho assistito a molte conversazioni su ciò che avveniva durante la
guerra e la guerra partigiana.
Il mio indimenticato parroco di Pelleria (un rione popolare di Lucca, dove
sono cresciuto), don Silvio Giurlani, era un sacerdote che faceva da
collegamento tra i partigiani e gli Alleati, e li nascondeva, i partigiani,
ai fascisti nella canonica ed in altri recessi. Una volta, tra i maggiori
ricercati, dovette fuggire per i tetti. Mi raccontava molte cose, ed io gli
ho dedicato una mia meemoria in una lunga nota del mio Cencio Ognissanti e
la rivoluzione impossibile.
Quando lavoravo, fine anni '60, a Castelnuovo Garfagnana (dove fu
governatore l'Ariosto), avevo tra i miei colleghi un fascista ed un
partigiano, che molto spesso si litigavano narrando ciascuno episodi che li
avevano visti coinvolti e contrapposti.
Ti dico questo, perché non significa niente che Fenoglio abbia parlato di
una guerra partigiana localizzata nelle Langhe. Così fu quella guerra,
dappertutto. La sua bravura sta appunto in questa sua capacità di elevarla
all'universale.
>
> Provocazione: anch'io, nel mio piccolo, quando non ricordo esattamente
> le parole ne invento alcune che ci somigliano e che magari hanno dentro
> i suoni che vorrei avesse la parola in questione. Se tutti facessero
> come Fenoglio, i vocabolari raddoppierebbero di volume :)
Non lo nego. Ma io ho spiegato, naturalmente dal mio punto di vista, anche
il perché di questa rivoluzione linguistica. La sua elevazione a creazione
artistica di gran pregio e forse irripetibile sta nell'essere nata
contestualmente ad una scrittura che ci narra di una guerra di liberazione e
di rinascita. Mai un'unione fu così perfetta e di alto significato.
Questo è uno dei motivi che oggi mi induce a preferire la genialità aperta e
feconda di Fenoglio a quella - puramente chiusa nel suo significato
letterario - di Gadda.
Può essere che oggi un'operazione stilistica alla Fenoglio abbia poco senso,
mancandovi il tronco su cui innestare. Ma la congiunzione tra quella storia
narrata e la sua invenzione linguististica e stilistica è operazione tutta
sua e geniale. Ho parlato nella rece di Vittorini, che anche lui tentò
qualcosa, e scrisse Uomini e no, un bel romanzo. Fenoglio ha fatto ciò che
non è riuscito ad altri.
Grazie anche a te del contributo.
Bart
ciao Jürgen,
il nostro esperto e' Damiano: stara' in vacanza? (per non parlare di Cuoghi,
Carine e Bertoli...)
Io qui dall'ombrellone posso dirvi che se vi e' piaciuto il film di Chiesa
dovreste cercare un libro di Fandango Libri, autori Piero Negri, Luca Bufano
e Pierfrancesco Manca, intitolato 'Il partigiano Fenoglio - Uno scrittore
nella Guerra Civile', del 2000... Ci sono tre bei saggi su Fenoglio ed
un'intervista a Chiesa, sulla preparazione del film. E' ricco di immagini,
sia d'epoca che tratte dal set: lo sto sfogliando e mi stupisco della
verosimiglianza di quest'ultime.
Di Guido Chiesa, esiste un documentario su Fenoglio, intitolato 'Una
questione privata', precedente al film -fu trasmesso anni fa dalla RAI-:
secondo me e' un ritratto magistrale di Fenoglio e del suo ambiente.
Probabilmente e' introvabile in commercio, ma si sappia che esiste (!).
Quest'estate ho letto un libro consigliato qui tempo fa da Damiano, vale a
dire le lettere di Fenoglio pubblicate da Einaudi l'anno scorso (B.
Fenoglio, 'Lettere 1940-1962', Einaudi 2002). Molto interessanti. L'edizione
e' a cura di Luca Bufano, uno degli autori del libro che citavo all'inizio.
Entrambi i libri sono pubblicati con la collaborazione della Fondazione
Ferrero di Alba, http://www.fondazioneferrero.it .
Questo link porta ad alcuni interventi da un convegno su Fenoglio di alcuni
anni fa:
http://www.fondazioneferrero.it/EVE/FENOGLIO/FEN.HTM
Un saluto
kalle
ps: ho letto quello che scrive Bart, molto interessante.
--------------------------------
Inviato via http://usenet.libero.it
Dici che Fenoglio è stato il primo a introdurre in Italia la parola
"Stampede"? Pensa che io l'ho imparata da Tex o dai film western!
Qui ho trovato una scheda interessante:
http://www.farwest.it/storia/Approfondimenti/stampede.htm
Ho letto, grazie. Ho provveduto a correggere nel mio sito quel punto come
segue:
"l’impiego di vocaboli in qualche caso appositamente creati o rarissimi
(valgano per tutti “floueva”, “squallorosità”, “intattità”, ”derangeate”,
“stampede”, “freddità”, tra i primi dei molti che incontreremo) "
http://space.tin.it/clubnet/badimona/Fenoglio.htm
Grazie di nuovo, Gianfalco. Bart
> ps: ho letto quello che scrive Bart, molto interessante.
Grazie. E grazie per i due link, il cui materiale ivi contenuto ho stampato
e leggerò quanto prima.
Bart
> il nostro esperto e' Damiano: stara' in vacanza? (per non parlare di Cuoghi,
> Carine e Bertoli...)
ah ecco... staranno tutti in vacanza.
> dovreste cercare un libro di Fandango Libri, autori Piero Negri, Luca Bufano [...]
ho stampato il post e fra poco vado in Italia, dunque vedrò che si trova di bello. Grazie
delle indicazioni e buon proseguimento della vacanza,
ciao
Jürgen
orendo.
mentre Il partigiano J me l'han regalato l'altroieri.
> il nostro esperto e' Damiano: stara' in vacanza? (per non parlare di
Cuoghi,
> Carine e Bertoli...)
Esperto...diciamo piuttosto che più che in vacanza io vivo in una permanent
vacation.
Buone vacanze
> > [cut]
> > > la lotta partigiana, che trova in questo
> > > libro la sua massima ed efficace rappresentazione: dalle [...]
> >
> > Più che altro direi che è la lotta partigiana vista dall'occhio di
> > Fenoglio, situata nella sua zona e interpretata dal suo carattere.
> > Proporrei di non generalizzare.
>
> Nella Lucchesia, lo saprai, passava la famosa Linea Gotica, ed io via
> via nel tempo ho assistito a molte conversazioni su ciò che avveniva
> durante la guerra e la guerra partigiana.
>
> Il mio indimenticato parroco di Pelleria [...]
>
> Quando lavoravo[...]
>
> Ti dico questo, perché non significa niente che Fenoglio abbia parlato
> di
> una guerra partigiana localizzata nelle Langhe. Così fu quella guerra,
> dappertutto. La sua bravura sta appunto in questa sua capacità di
> elevarla all'universale.
Per me non è affatto così. Non tutto quello che racconta Fenoglio è
estendibile - così come sta - all'intero Nord Italia. Ognuno ha avuto
parenti, amici o conoscenti che gliel'hanno raccontata. E ognuno si è
informato con tutti i mezzi che ha ritenuto più opportuni. Nella lotta
partigiana nel suo complesso è successo molto di più, molto di meno,
tanto di uguale e tanto di diverso. E' successo *anche* quello che ha
raccontato Fenoglio.
> > Provocazione: anch'io, nel mio piccolo, quando non ricordo
> > esattamente
> > le parole ne invento alcune che ci somigliano e che magari hanno
> > dentro
> > i suoni che vorrei avesse la parola in questione. Se tutti facessero
> > come Fenoglio, i vocabolari raddoppierebbero di volume :)
>
> Non lo nego. Ma io ho spiegato, naturalmente dal mio punto di vista,
> anche
> il perché di questa rivoluzione linguistica. La sua elevazione a
> creazione
> artistica di gran pregio e forse irripetibile sta nell'essere nata
> contestualmente ad una scrittura che ci narra di una guerra di
> liberazione e
> di rinascita. Mai un'unione fu così perfetta e di alto significato.
Ecco, forse non mi era chiaro questo. Capito e grazie per la ripetizione
:)
--
Hanno
> > Uno dei film più belli italiani e contemporanei sulla Resistenza,
> > imvho.
> > Mentre batto queste poche lettere ho la pelle d'oca nel ricordare la
> > tecnica, le immagini..
>
> purtroppo Kalle, il nostro esperto di Fenoglio sta in vacanza. Il film
> l'ho trovato
> abbastanza spaventoso, mi suonano ancora gli orecchi dalle sparatorie
> ininterotte, oltre
> alle immagini belle del film. È anche deprimendo perché riduce la
> resistenza a un
> sacrificio inutile. In questo film ci sono solo gli americani e gli
> inglesi a influenzare l'esito della guerra.
... il mio parere è che questo film sia solo una serie di insensatamente
collegate scenette d'azione.
--
Hanno
Vabbe'... Ma la grandezza del libro, a prescindere dalla tua supposta
localizzazione, sta in quel significato epico e parallelo che deriva dalla
correlazione tra contenuto della storia e contenuto dell'originale e nuovo
linguaggio, che ho giŕ detto.
Pensa all'Iliade senza i versi di Omero. La Resistenza che esce dal
linguaggio di Fenoglio in qualche modo gli rassomiglia. Non ritenermi
blasfemo, ma la penso cosě.
Ciao. Bart