a.
A.M.
> Io ho appena preso il cofanetto in 4 volumi rilegati della Mondadori a 28
> euro. C'è incluso un saggio di H. Böll.
> Devo ancora leggerlo.
Mi era sfuggita questa edizione, nel catalogo ISB manca.
a.
> Vorrei leggere "Guerra e pace" di Tolstoj. Ho visto che sono in
> circolazione diverse edizioni (Einaudi, BUR, Neton Compton).
> Quale mi consigliate?
Einaudi. Traduzione vecchiotta ma di buon livello. Anche Mondadori si salva.
Evitare Newton.
dR
Cofanetto Sansoni 1961
Ci sono tutti i romanzi e i taccuini.
Gianni
> Einaudi. Traduzione vecchiotta ma di buon livello. Anche Mondadori si
> salva. Evitare Newton.
Potendo scegliere, vorrei evitare di comprare libri Einaudi o Mondadori in
questo periodo.
a.
> Potendo scegliere, vorrei evitare di comprare libri Einaudi o Mondadori in
> questo periodo.
Ti chiedo perché, anche se ho paura di saperlo.
dR
> Ti chiedo perché, anche se ho paura di saperlo.
Perché appartengono al nostro presidente del consiglio. Lo stesso che, per
non dirne che una, sta costringendo quasi alla chiusura le piccole riviste e
le piccole case editrici con l'abolizione delle tariffe agevolate per le
spedizioni postali.
a.
prendilo in biblioteca.
> Perché appartengono al nostro presidente del consiglio.
Che stupidaggine. Non dovrei munirmi di titoli, per fare un esempio, del
catalogo di saggistica Einaudi (quasi unico, nonostante gli sforzi di chi
dirige la casa editrice per rovinarlo), la cui sezione di attualità politica
è ampiamente anti-berlusconiana (vuoi qualche esempio?) solo perché non
gradisco l'attuale proprietario? Strana idea della cultura. Per curiosità,
gli editori che vanno bene quali sono? Sei un ragazzo fortunato con in casa
tanti libri del papà o del nonno?
Ah, perché non ti venga la tentazione: non sono mai stato un sostenitore di
Berluska. Spero cada domani, anzi, era meglio ieri.
>Lo stesso che, per non dirne che una, sta costringendo quasi alla chiusura
>le piccole riviste e le piccole case editrici con l'abolizione delle
>tariffe agevolate per le spedizioni postali.
Lavoro in libreria da parecchi anni, qualcosina di quell'ambiente credo di
averla capita.
Questa storia della chiusura delle "piccole case editrici" per le spese
postali è un'altra sciocchezza, abbi pazienza. Ricevo svariati pacchi da
venti e passa chili tutte le settimane, e non sono certo tutti di Einaudi o
di Mondadori. Anzi. Li ricevo via corriere, e il corriere lo paga il
titolare della libreria, non l'editore. Quando la spedizione è postale (una
o due copie), idem. Libreria che non è neppure tanto grossa, ma abbiamo cose
(in materia di piccoli editori) che da Feltrinelli non trovi tanto
facilmente. Già che ci siamo, Feltrinelli ti va bene? Compri da loro senza
problemi? Avrei qualcosina da raccontarti, in merito.
Già il fatto di parlare di piccoli editori è talmente impreciso da non
significare quasi nulla. Fammi un esempio di quello che per te è un piccolo
editore, poi se vuoi ne riparliamo. Da un altro punto di vista, un po' più
concreto.
dR
> Che stupidaggine. Non dovrei munirmi di titoli, per fare un esempio, del
> catalogo di saggistica Einaudi (quasi unico, nonostante gli sforzi di chi
> dirige la casa editrice per rovinarlo)
Ho detto: "potendo scegliere". Se di uno stesso libro esistono diverse
edizioni, preferisco non prendere quella Einaudi o Mondadori.
> la cui sezione di attualità politica è ampiamente anti-berlusconiana (vuoi
> qualche esempio?)
Saramago non l'hanno pubblicato. Non so farmi una grand eopinione di una
casa editrice che sceglie di non pubblicare quello che con ogni probabilità
è il più grande scrittore vivente perché critica Berlusconi. MA non è
questione di scelte editoriali. Si tratta di difendere le ultime possibilità
di dissenso possibili in questo paese.
> gli editori che vanno bene quali sono? Sei un ragazzo fortunato con in
> casa tanti libri del papà o del nonno?
Non sono un ragazzo. Ho 38 e tra l'altro i libri li scrivo.
> Già il fatto di parlare di piccoli editori è talmente impreciso da non
> significare quasi nulla. Fammi un esempio di quello che per te è un
> piccolo editore, poi se vuoi ne riparliamo. Da un altro punto di vista, un
> po' più concreto.
Questa è una piccola casa editrice con la quale ho pubblicato dievrsi libri:
http://www.edizionidelrosone.it/default.asp?az=list&fcampo=Autore&fcosa=Vigilante%20Antonio
Buona parte dei libri li vendono attraverso il sito, spedendoli direttamente
al cliente. Già normalmente era per loro un problema non far pesare sul
cliente le spese di spedizione; ora tutto è più difficile. E la figlia della
proprietaria mi ha detto che ha intenzione di mollare.
Non parliamo delle riviste.
a.
> Non sono un ragazzo. Ho 38 e tra l'altro i libri li scrivo.
[snip]
> Questa � una piccola casa editrice con la quale ho pubblicato dievrsi libri:
>
http://www.edizionidelpitone.it/default.asp?az=list&fcampo=Autore&fcosa=
Pinco%20Pallino
Ciao, per caso scrivi libri?
--
Francesco Giannici
he was whistling something
complicated, twelve-tone
> Ciao, per caso scrivi libri?
Hai ragione, la cosa appare antipaticamente autopromozionale. Chiedo venia.
a.
> Ho detto: "potendo scegliere". Se di uno stesso libro esistono diverse
> edizioni, preferisco non prendere quella Einaudi o Mondadori.
Continua a sembrarmi un discorso che non sta in piedi. Metti che dello
stesso libro esista un'altra edizione con traduzione pessima. Ma forse leggi
il russo, non so.
> Saramago non l'hanno pubblicato.
E allora? Sapessi quante cose non pubblica pure Feltrinelli, e il punto
principale non è neppure questo. A proposito, non mi pare mi abbia risposto
(se hai voglia, eh). I libri di Feltrinelli li acquisti senza problemi?
>Non so farmi una grand eopinione di una casa editrice
Guarda che la questione non è farsi o non farsi una grande opinione di
Mondadori. Forse mi sono spiegato male. Non ho neppure io una grande
opinione di Mondadori, per lo più di chi la dirige. Anzi. Il punto è che,
finché li ristampano, hanno alcune buone edizioni dei classici. E non vedo
quale criterio obblighi moralmente a non acquistarli.
La conosci la storia della collana Ricciardi, quella dei classici della
Letteratura Italiana? Ecco, in fondo neppure quello è un buon motivo per non
comprare un classico edito da Mondadori. Anche se ancora mi brucia.
>che sceglie di non pubblicare quello che con ogni probabilità è il più
>grande scrittore vivente
Mah. Ho seri dubbi in proposito. Diciamo che Saramago, per quanto mi
riguarda (ma non si tratta di un giudizio poi così soggettivo) non la
impatta neppure, ma neppure da lontano, con scrittori come Roth o McEwan; il
secondo poi è un fuoriclasse assoluto, e qui temo ci sia poco da discutere.
Mi sembra sia ancora al mondo un certo Garcia Marquez. Naturalmente cito per
difetto. Ce ne sono altri che la concorrenza di Saramago certo non la
temono.
Se proprio dobbiamo insistere -lo facciamo per gioco, no?- sulla
definizione, non troppo seria, di "più grande xy vivente" che è pure
discriminatoria. Del tipo: sono stato il più grande scrittore vivente per un
paio di mesi, in virtù di una congiunzione fortunata con le esigenze della
signora con la falce. :-))
>perché critica Berlusconi. MA non è questione di scelte editoriali. Si
>tratta di difendere le ultime possibilità di dissenso possibili in questo
>paese.
Allora vuoi davvero farmi ridere. Cosa c'entra Saramago con la cultura
italiana, con la comunicazione culturale, con la possibilità di dissentire
nel nostro paese?
Fra l'altro, il libro di cui parli è stato pubblicato da Bollati
Boringhieri. Ed è tutt'altro che un prodotto di prim'ordine, soprattutto da
un punto di vista estetico. In tutta sincerità, non avrebbe entusiasmato
neppure me, e sono anti-banana da sempre.
> Non sono un ragazzo. Ho 38 e tra l'altro i libri li scrivo.
Accidenti. Complimenti.
Guarda che in Italia a 38 (anni, presumo) si è ancora ragazzi. :-) La colpa
non è neanche tutta di Berluska, governoladro.
> Questa è una piccola casa editrice con la quale ho pubblicato dievrsi
> libri:
> http://www.edizionidelrosone.it/default.asp?az=list&fcampo=Autore&fcosa=Vigilante%20Antonio
> Buona parte dei libri li vendono attraverso il sito, spedendoli
> direttamente al cliente. Già normalmente era per loro un problema non far
> pesare sul cliente le spese di spedizione; ora tutto è più difficile. E la
> figlia della proprietaria mi ha detto che ha intenzione di mollare.
> Non parliamo delle riviste.
Sì. In questo caso è vero. Ma prima facevi un discorso un pelino più
generalista. E nel caso dei libri che arrivano (anche) in libreria, il
discorso è molto molto diverso.
Se poi certe riviste e certi piccoli editori (ma non solo quelli "piccoli")
chiudessero, sinceramente, non me ne farei un gran problema. La
sopravvivenza della cultura non ne sarebbe mortalmente danneggiata, credimi.
dR
> Continua a sembrarmi un discorso che non sta in piedi. Metti che dello
> stesso libro esista un'altra edizione con traduzione pessima. Ma forse
> leggi il russo, non so.
Se tutte le edizioni non berlusconiane sono pessime, rimando la lettura a
tempi migliori o compro un'edizione usata.
> E allora? Sapessi quante cose non pubblica pure Feltrinelli, e il punto
> principale non è neppure questo.
Il punto infatti non è quello. Ho citato Saramago perché mi hai parlato
dell'antiberlusconismo dei saggi Einaudi, proponendomi di fare esempi. Ti ho
fatto l'esempio di un libro non pubblicato perché antiberlusconiano.
> A proposito, non mi pare mi abbia risposto (se hai voglia, eh). I libri di
> Feltrinelli li acquisti senza problemi?
Sì. Se mi spieghi i motivi per non acquistarli, ti ascolto.
> Guarda che la questione non è farsi o non farsi una grande opinione di
> Mondadori. Forse mi sono spiegato male. Non ho neppure io una grande
> opinione di Mondadori, per lo più di chi la dirige. Anzi. Il punto è che,
> finché li ristampano, hanno alcune buone edizioni dei classici.
Buonissime. Così come il catalogo Einaudi ha saggi fondamentali. Ma questi
sono brutti tempi, e mi sembra urgente - naturalmente dal mio
discutibilissimo punto di vista politico - prendere le distanze in tutti i
modi possibili e concreti dalla persona che ci governa.
> Mah. Ho seri dubbi in proposito. Diciamo che Saramago, per quanto mi
> riguarda (ma non si tratta di un giudizio poi così soggettivo) non la
> impatta neppure, ma neppure da lontano, con scrittori come Roth o McEwan;
> il secondo poi è un fuoriclasse assoluto, e qui temo ci sia poco da
> discutere.
Mah. Se c'è poco da discutere, amen.
> Allora vuoi davvero farmi ridere. Cosa c'entra Saramago con la cultura
> italiana, con la comunicazione culturale, con la possibilità di dissentire
> nel nostro paese?
> Fra l'altro, il libro di cui parli è stato pubblicato da Bollati
> Boringhieri. Ed è tutt'altro che un prodotto di prim'ordine, soprattutto
> da un punto di vista estetico. In tutta sincerità, non avrebbe
> entusiasmato neppure me, e sono anti-banana da sempre.
Saramago l'ho citato per i motivi che ho spiegato. Non è in questione lui né
la qualità del suo libro né il suo antiberlusconismo. Io non compro libri
Mondadori o Einaudi per le stesse ragioni per le quali non compro scarpe
Nike o prodotti Unilever. Acquistando un prodotto facciamo una scelta
politica. Sempre.
> Sì. In questo caso è vero. Ma prima facevi un discorso un pelino più
> generalista. E nel caso dei libri che arrivano (anche) in libreria, il
> discorso è molto molto diverso.
> Se poi certe riviste e certi piccoli editori (ma non solo quelli
> "piccoli") chiudessero, sinceramente, non me ne farei un gran problema.
> La sopravvivenza della cultura non ne sarebbe mortalmente danneggiata,
> credimi.
Molte piccole case editrici sono specchi al servizio (pagato, s'intende) del
narcisismo degli autori a proprie spese. E quelle è meglio se chiudono. Ma
vi sono anche, e non sono poche, case editrici che fanno un vero lavoro
culturale, consetendo la conoscenza di autori che sono poco appetibili per
le medie e grandi case editrici, ma non per questo poco validi.
Anche più difficile è la situazione delle riviste che si diffondono via
abbonamento. Una delle riviste su cui scrivo esiste dagli anni sessanta, ed
il direttore ha annunciato che molto probabilemente dovranno chiudere o
spostarsi sul web.
a.
> Sì. Se mi spieghi i motivi per non acquistarli, ti ascolto.
Devo credere che, interessandoti di libri e di molte altre cose, non hai
davvero mai sentito parlare del tipo di politica che Feltrinelli fa con i
suoi dipendenti?
Io non credo che la risposta più adeguata sia non comprare più neppure un
libro di Feltrinelli, anzi mi sembrerebbe ridicolo. Non migliorerei di una
virgola la condizione di quelle persone, e peggiorerebbe la diffusione (si
fa per dire) della cultura. Ma altrettanto ridicolo è non comprare i libri
dell'Einaudi perché non ne gradisco la proprietà.
> Buonissime. Così come il catalogo Einaudi ha saggi fondamentali. Ma questi
> sono brutti tempi, e mi sembra urgente - naturalmente dal mio
> discutibilissimo punto di vista politico - prendere le distanze in tutti i
> modi possibili e concreti dalla persona che ci governa.
Sì, è un modo di ragionare, diciamo così, che conosco; è abbastanza diffuso
nella cerchia delle mie conoscenze. Lo si potrebbe affrontare e descrivere
da vari punti di vista. Il più rilevante mi pare quello dell'infantilismo,
altro che politica: non vedo infatti quale risultato si consegua non
acquistando Guerra e Pace in una certa edizione. Se non quella, nel
caso -improbabile- di una risposta di massa in questo senso, di diradare
all'estremo le ristampe di quell'edizione, fino alla sparizione della
medesima dal catalogo. Ora, visto e considerato che una delle mende di quel
tipo di gestione delle casi editrici sono proprio le ristampe dei classici,
non mi pare un gran risultato. Far sparire dal mercato una traduzione più
che discreta, se non buona.
> Mah. Se c'è poco da discutere, amen.
Se ti va di discutere ti sto a sentire.
> Saramago l'ho citato per i motivi che ho spiegato. Non è in questione lui
> né la qualità del suo libro né il suo antiberlusconismo.
La qualità è piuttosto bassa. Il suo antiberlusconismo, visto che non vive e
opera in Italia, mi pare francamente una formula ridicola. E ci vado
leggero, per simpatia nei tuoi confronti.
Non stento a credere che in Einaudi abbiano scelto di non farlo anche per la
sua, diciamo così, virulenza antiberlusconiana. In quel caso non si tratta
semplicemente di cultura politica. Ma sono restio a credere che l'unico
motivo sia la punizione o emarginazione di un dissenziente. Tant'è che la
narrativa di Saramago, che ha un largo numero di estimatori (mica tutti la
pensano come me, me ne rendo conto) continuano a farla. Né mi pare che Lui
se ne lamenti. Intendo Saramago, non Berlusconi. A fare i resistenti così
siamo capaci un po' tutti.
>Io non compro libri Mondadori o Einaudi per le stesse ragioni per le quali
>non compro scarpe Nike o prodotti Unilever.
Sono allibito. Sono anni che, nel nostro settore, si combatte contro la
vulgata bocconiana che fa del libro una merce come qualsiasi altra, come le
caramelle o le scarpe, appunto. E tu mi vieni a dire che sono la stessa
cosa. Dopo un esordio come quello che ho letto nei post precedenti, fra
l'altro.
>Acquistando un prodotto facciamo una scelta politica. Sempre.
E' una versione un po' comoda delle scelte politiche.
Mettiamo che si decida di non comprare certi prodotti perché vengono
fabbricati delocalizzando e utilizzando mano d'opera locale sottopagata,
magari infantile. Se la mia sublime "scelta politica" consistesse solo e
unicamente nel non comprare il prodotto, delle ragioni per cui esiste lo
sfruttamento dell'infanzia in certe zone del mondo non ne tocco neppure una.
Ci sarà sempre qualcuno che quel prodotto lo compra. Se poi non lo comprasse
nessuno (condizione non facile da realizzare) forse sarebbe addirittura
peggio. Le ragioni di questa situazione restano là, intatte.
Con questo modo di ragionare mi limito a salvare l'anima, per così dire. Non
avviene "nel mio nome". Un po' facile, se mi permetti. Un po' narcisistico e
borghese, nel senso più vulgato del termine.
E parliamo in ogni caso di una situazione assai diversa, non paragonabile a
quella di un editore con proprietà di destra. Neppure lontanamente. Uno che
si rifiuta di mettere scarpe su cui hanno sanguinato bambini (faccio un
esempio, non so se intendessi questo) ha tutta la mia comprensione, non lo
farei neppure io. Purtroppo è una strategia tutta focalizzata sul mio
benessere emotivo, se non si accompagna a qualcosa d'altro. Che non avvenga
nel mio nome cambia molto per me, poco per quelle persone.
Nel caso dei libri è tutto diverso. Certo le manine di Saramago non
sanguinano, neppure il suo portafogli.
>consetendo la conoscenza di autori che sono poco appetibili per le medie e
>grandi case editrici, ma non per questo poco validi.
Sì. Mi verrebbe da chiederti qualche nome.
E da aggiungere che in Italia il problema non è tanto la carenza di
esordienti. Ce ne sono, anche presso le grandi case editrici. Il problema
semmai è proprio la sopravvivenza dei cataloghi, la prospettiva storica.
dR
> Devo credere che, interessandoti di libri e di molte altre cose, non hai
> davvero mai sentito parlare del tipo di politica che Feltrinelli fa con i
> suoi dipendenti?
1. La situazione lavorativa alla Feltrinelli non è diversa da quella di
altri luoghi della grande distribuzione, compresi, per dire, gli ipermercati
Coop.
2. La situazione riguarda la distribuzione, non le scelte editoriali.
3. E' possibile acquistare libri Feltrinelli nella piccola libreria.
4. Quando i proprietari di Feltrinelli andranno al governo e cercheranno di
imporre al paese le logiche aziendali che impongono ai loro dipendenti, sarà
bene cercare un modo per boicottarli.
> Io non credo che la risposta più adeguata sia non comprare più neppure un
> libro di Feltrinelli, anzi mi sembrerebbe ridicolo. Non migliorerei di una
> virgola la condizione di quelle persone, e peggiorerebbe la diffusione (si
> fa per dire) della cultura. Ma altrettanto ridicolo è non comprare i libri
> dell'Einaudi perché non ne gradisco la proprietà.
I lavoratori della Feltrinelli possono difendere i propri diritti con i
sindacati e gli scioperi, esattamente come faccio io.
> Sì, è un modo di ragionare, diciamo così, che conosco; è abbastanza
> diffuso nella cerchia delle mie conoscenze. Lo si potrebbe affrontare e
> descrivere da vari punti di vista. Il più rilevante mi pare quello
> dell'infantilismo,
Ridicolo, infantilismo. Questo è un pessimo modo di discutere.
> altro che politica: non vedo infatti quale risultato si consegua non
> acquistando Guerra e Pace in una certa edizione. Se non quella, nel
> caso -improbabile- di una risposta di massa in questo senso, di diradare
> all'estremo le ristampe di quell'edizione, fino alla sparizione della
> medesima dal catalogo. Ora, visto e considerato che una delle mende di
> quel tipo di gestione delle casi editrici sono proprio le ristampe dei
> classici, non mi pare un gran risultato. Far sparire dal mercato una
> traduzione più che discreta, se non buona.
La sparizione di una buona edizione di Guerra e pace dal catalogo mi sembra
cosa meno grave della sparizione della nostra democrazia. Mi rendo conto che
l'efficacia reale può essere molto limitata, ma in certe cose preferisco
seguire l'etica dei principi.
> Se ti va di discutere ti sto a sentire.
Per sentirmi dire che sono infantile e ridicolo? E' da un po' che ho smesso
di discutere con il padreterno. Di gusti, poi...
> La qualità è piuttosto bassa. Il suo antiberlusconismo, visto che non vive
> e opera in Italia, mi pare francamente una formula ridicola.
A ridaglie.
> Non stento a credere che in Einaudi abbiano scelto di non farlo anche per
> la sua, diciamo così, virulenza antiberlusconiana. In quel caso non si
> tratta semplicemente di cultura politica. Ma sono restio a credere che
> l'unico motivo sia la punizione o emarginazione di un dissenziente. Tant'è
> che la narrativa di Saramago, che ha un largo numero di estimatori (mica
> tutti la pensano come me, me ne rendo conto) continuano a farla. Né mi
> pare che Lui se ne lamenti. Intendo Saramago, non Berlusconi. A fare i
> resistenti così siamo capaci un po' tutti.
Le altre opere continuano a pubblicarle in virtù di contratti sottoscritti
prima dell'incidente berlusconiano. Bisognerà vedere il prossimo.
>>Io non compro libri Mondadori o Einaudi per le stesse ragioni per le quali
>>non compro scarpe Nike o prodotti Unilever.
>
> Sono allibito. Sono anni che, nel nostro settore, si combatte contro la
> vulgata bocconiana che fa del libro una merce come qualsiasi altra, come
> le caramelle o le scarpe, appunto. E tu mi vieni a dire che sono la stessa
> cosa. Dopo un esordio come quello che ho letto nei post precedenti, fra
> l'altro.
Vedo che non hai capito molto. Non comprare un bene perché proviene da una
catena di sfruttamento, o perché il capo delll'azienda che lo produce è
anche il capo di un governo di corrotti e di corruttori, vuol dire
esattamente rifiutarsi di considerarlo come semplice merce. Se un libro o un
paio di scarpe da ginnastica sono solo merce, allota tanto vale comprare
quello che assicura il miglior rapporto qualità/prezzo, senza alcuna altra
considerazione.
> E' una versione un po' comoda delle scelte politiche.
> Mettiamo che si decida di non comprare certi prodotti perché vengono
> fabbricati delocalizzando e utilizzando mano d'opera locale sottopagata,
> magari infantile. Se la mia sublime "scelta politica" consistesse solo e
> unicamente nel non comprare il prodotto, delle ragioni per cui esiste lo
> sfruttamento dell'infanzia in certe zone del mondo non ne tocco neppure
> una. Ci sarà sempre qualcuno che quel prodotto lo compra. Se poi non lo
> comprasse nessuno (condizione non facile da realizzare) forse sarebbe
> addirittura peggio. Le ragioni di questa situazione restano là, intatte.
La Cult è un'azienda di scarpe italiane che usa il marchio made in Italy ma
produce in Cina. Se gli acquirenti delle Cult decidessero di acquistare
altre scarpe, ad esempio prodotte interamente in Italia con rispetto dei
diritti sindacali minimi, il meccanismo della delocalizzazione dovrebbe,
almeno per quell'azienda, essere ridiscusso. Il che vorrebbe dire meno
disoccupazione nel settorie dell'abbiglimento in Italia, ed una diversa
politica salariale in Cina.
> Con questo modo di ragionare mi limito a salvare l'anima, per così dire.
> Non avviene "nel mio nome". Un po' facile, se mi permetti. Un po'
> narcisistico e borghese, nel senso più vulgato del termine.
Bene. Infantile, ridicolo, narcisistico e borghese.
Non leggo il resto. Sono le sette, ed io ho da lavorare.
a.
>>consetendo la conoscenza di autori che sono poco appetibili per le medie e
>>grandi case editrici, ma non per questo poco validi.
>
> S�. Mi verrebbe da chiederti qualche nome.
Ti cito solo i libri che sto usando questa mattina: "I valori democratici"
di Vinova Bhave, pubblicato da Il Segno dei Gabrielli di San Pietro in
Cariano (credo l'unica opera tradotta in italiano di Vinoba); La Boetie,
"Discorso sulla servit� volontaria", edizioni La Rosa di Torino; le opere
di/su Danilo Dolci edite da Lacaita di Manduria o da altre case editrici
anche pi� piccole.
Le opere complete di Aldo Capitini, dopo essere uscite per Laterza ed
Einaudi e non pi� ristampate, sono ora disponibili in due volumi pubblicati
da Protagon, una casa editrice piccolissima di Perugia, che ha dato un
notevole impulso agli studi capitiniani.
Naturalmente ti chiederai chi cazzo � questo Capitini.
a.
> 1. La situazione lavorativa alla Feltrinelli non è diversa da quella di
> altri luoghi della grande distribuzione, compresi, per dire, gli
> ipermercati Coop.
"Per dire?"
No, è diversa. Ha una sua specificità.
Non tirare a indovinare.
Per fortuna il silenzio sul tema non è stato plenario, dovrebbe essere
possibile ritrovare qualche articolo.
> 2. La situazione riguarda la distribuzione, non le scelte editoriali.
"Distribuzione"?
Mi pare di capire che questa occorrenza vada decifrata sulla base
dell'espressione "grande distribuzione" nel periodo precedente. Cioè vendita
al pubblico. Strano uso della parola.
Il termine, nel circuito librario, ha tutto un altro senso. Che non c'entra
nulla con quanto si può rimproverare alla Feltrinelli (si potrebbe parlare
anche della strategia più recente della stessa nel settore specifico, con
l'acquisizione di Pde, ma lasciamo stare; non è questo che danneggia più
clamorosamente i dipendenti, i lettori magari sì, le piccole librerie e case
editrici di sicuro).
> 3. E' possibile acquistare libri Feltrinelli nella piccola libreria.
Il che non cambia nulla, come mi vai ricordando. Seguo la linea di pensiero
che rivendichi con decisione.
> 4. Quando i proprietari di Feltrinelli andranno al governo e cercheranno
> di imporre al paese le logiche aziendali che impongono ai loro dipendenti,
> sarà bene cercare un modo per boicottarli.
In altre parole: l'etica dei principi conta solo finché si tratta del potere
nel senso più scontato del termine, ufficiale. I principi non contano più se
il precariato lo sfrutta un editore con millantata immagine progressista.
Chissà se per caso ci legge qualcuno che lavora da Feltrinelli. Sarà
soddisfatto nel venire a sapere che è fuori del paese, che quello che si
esercita su di lui non è un abuso di potere. Perché la Feltrinelli non ha
potere, è palese, e quel lavoratore non esiste.
> I lavoratori della Feltrinelli possono difendere i propri diritti con i
> sindacati e gli scioperi, esattamente come faccio io.
In altre parole: chissenefrega dei problemi degli altri.
Oh, non c'è dubbio che ognuno debba combattere le proprie, di battaglie.
Visto e considerato che un comune denominatore, nei problemi del lavoro in
Italia, esiste comunque, pare singolare questa uscita da parte di chi
rivendichi pomposamente l'etica dei principi.
> Ridicolo, infantilismo. Questo è un pessimo modo di discutere.
Non vedo come si potrebbe discutere senza contrapporre visioni diverse di un
fenomeno o di un problema.
Nella contrapposizione è fatale rilevare i limiti della visione da cui si
dissente, a cui ci si contrappone.
> La sparizione di una buona edizione di Guerra e pace dal catalogo mi
> sembra cosa meno grave della sparizione della nostra democrazia.
La sparizione dei classici dai cataloghi delle case editrici è l'altra
faccia del degrado civile. E' questa la vera riduzione degli spazi di
libertà di pensiero, altroché.
>Mi rendo conto che l'efficacia reale può essere molto limitata,
Meno male.
> ma in certe cose preferisco seguire l'etica dei principi.
Quella che tu interpreti come etica dei principi, scusa.
> Per sentirmi dire che sono infantile e ridicolo?
Nel contesto di tutto il mio discorso ho definito infantile e ridicolo un
modo di pensare. Ne hai avuto uno soltanto, in tutta la tua vita? Non ci
credo.
>E' da un po' che ho smesso di discutere con il padreterno.
Propendi per l'identificazione? Non sono stato io a tirare in ballo i
massimi sistemi, a dire "i libri io li scrivo". Beh, io li leggo, e questo è
tutto.
>Di gusti, poi...
Non è soltanto una questione di gusto, anzi, ma lasciamo stare.
>> La qualità è piuttosto bassa. Il suo antiberlusconismo, visto che non
>> vive e opera in Italia, mi pare francamente una formula ridicola.
>
> A ridaglie.
Beh, sì. Saramago vive in Italia? Si è impegnato in qualche modo per la
cultura e la società italiane? O si limita a chiacchierare, e a riscuotere
diritti?
> Le altre opere continuano a pubblicarle in virtù di contratti sottoscritti
> prima dell'incidente berlusconiano.
No. Quello che tu chiami "incidente berlusconiano" dura da un bel po', e
Saramago è autore prolifico, direi fluviale. Se avesse voluto ridiscutere
qualcosa, avrebbe potuto farlo tante e tante volte. L'ultimo titolo è di
quest'anno.
Oh, probabilmente accetta l'umiliante situazione (prendere soldi da un
editore con siffatta proprietà) perché garantisce un certo tipo di qualità.
Segue gli autori, li fa tradurre bene, fa libri che sono oggetti fisici
pregevoli, comodi, maneggevoli (qualità che indiscutibilmente i libri
Einaudi hanno). Può essere. Guarda caso, è quel che dicevo io, senza farne
questioni di principio.
>Bisognerà vedere il prossimo.
Vedremo.
> Vedo che non hai capito molto.
No, è vero. Inoltre serpeggia il dubbio che non ci sia nulla da capire, in
realtà.
>Non comprare un bene perché proviene da una catena di sfruttamento, o
>perché il capo delll'azienda che lo produce è anche il capo di un governo
>di corrotti e di corruttori,
Continuo a non capire che rapporto di necessità ci sia fra il boicottaggio
di una collana di tascabili e le dimissioni di un presidente del Consiglio
sgradito anche a me. Se i tascabili Einaudi non vendono più, è capace di
sopprimerli. Non credo che dalla disperazione si dimetterà. O perderà il
sostegno parlamentare.
>vuol dire esattamente rifiutarsi di considerarlo come semplice merce. Se un
>libro o un paio di scarpe da ginnastica sono solo merce, allota tanto vale
>comprare quello che assicura il miglior rapporto qualità/prezzo, senza
>alcuna altra considerazione.
La mia frase sul concetto di merce comprendeva anche un accenno a quella che
ho definito "vulgata bocconiana". Mi illudevo fosse chiaro a cosa mi
riferivo. Mi riferivo al fatto che nella circolazione di un libro non esiste
solo lo scambio economico. Un libro letto e meditato non è un feticcio,
fosse il testo apparentemente più inoffensivo per il potere; dove entra in
gioco l'immaginazione di inoffensivo per il potere non c'è nulla, in realtà.
Certo, c'è da fare un discorso anche sulla qualità della lettura. Sul modo
in cui si impara a *leggere*. Sul ruolo delle istituzioni e, perché no, dei
librai, per poco che contino. Una figura professionale che sta sparendo, e
la colpa non è tutta di Berluska. Peccato, eh?
> La Cult è un'azienda di scarpe italiane che usa il marchio made in Italy
> ma produce in Cina. Se gli acquirenti delle Cult decidessero di acquistare
> altre scarpe, ad esempio prodotte interamente in Italia con rispetto dei
> diritti sindacali minimi, il meccanismo della delocalizzazione dovrebbe,
> almeno per quell'azienda, essere ridiscusso.
Nel mercato globale? Fai sul serio?
>Il che vorrebbe dire meno disoccupazione nel settorie dell'abbiglimento in
>Italia, ed una diversa politica salariale in Cina.
Sì, come no.
Stai facendo un paragone con il boicottaggio di Einaudi? Fai sul serio?
> Non leggo il resto. Sono le sette, ed io ho da lavorare.
Bravo.
dR
Grazie per le segnalazioni. Mi informerň.
> Naturalmente ti chiederai chi cazzo č questo Capitini..
Che presuntuoso.
Neanche per idea. Lo so bene chi č. Se lo so. Un'altra brava persona con la
sua buona dose di sciocchezze, mi voglio limitare. Ad esempio, dire agli
Israeliani quel che avrebbero dovuto fare nel '47.
Se te lo stai chiedendo, il mio nick non č scelto a caso, non dipende solo
dal cinema. La sigla finale sta per Danny Rose, il mio nick precedente.
dR
> Sono allibito. Sono anni che, nel nostro settore, si combatte contro la
> vulgata bocconiana che fa del libro una merce come qualsiasi altra, come le
> caramelle o le scarpe, appunto. E tu mi vieni a dire che sono la stessa
> cosa. Dopo un esordio come quello che ho letto nei post precedenti, fra
> l'altro.
Estrapolo questo pezzo qua perché la discussione mi sembra già
abbastanza intricata (e non è che oramai riesco a seguirla più di tanto
- non vado da Mondadori, tutto qui, e d'altra parte penso che le
Feltrinelli sono supermercati altrettanto abietti, per quanto speri che
i soldi che gli dono saltuariamente finiranno in tasche un po' meno
sporche).
Ecco, io con i bocconi non ho niente a che spartire, però questa cosa
che il libro non è una merca non la capisco.
E' il frutto materiale del lavoro di alcune persone. C'è il codice a
barre sopra - ok, non da molto tempo, però da un tempo sufficientemente
lungo da poterla considerare una cosa acquisita. E se provo a portarlo
via senza lasciare dei soldi in cambio il libraio, per quanto
illuminato, s'incazza. Ci saranno pure delle buone ragioni per non
considerarlo un prodotto, però in questo momento mi sfuggono.
(In ogni caso, quelli che boikottiamo la E$$o per cortesia no).
Ciao
> - non vado da Mondadori, tutto qui, e d'altra parte penso che le
> Feltrinelli sono supermercati altrettanto abietti, per quanto speri che
> i soldi che gli dono saltuariamente finiranno in tasche un po' meno
> sporche).
Mi dispiace, no.
> Ecco, io con i bocconi non ho niente a che spartire, per� questa cosa
> che il libro non � una merce non la capisco.
1) Da alcuni anni a questa parte (un decennio abbondante, qualcosa di pi�)
si � imposta nel nostro mestiere una mentalit� che sommariamente si
definisce bocconiana. Detto sinteticamente: ci sono metodi che consentono di
minimizzare le perdite, i costi gestionali, e ottimizzare gli utili. Questi
criteri sono passibili di applicazione indipendentemente dalla merceologia.
Ad esempio, una regola consiste nel tenere meno magazzino possibile; si
produce e si vende, minimizzando i tempi di "vita" del singolo articolo
sugli scaffali. In caso, se c'� domanda, si produce e distribuisce di nuovo
il bene in questione. Questo dovrebbe valere per ogni tipo di bene.
Avrai gi� capito che questo esempio, applicato al commercio dei libri,
porta pi� danni che vantaggi, gi� da un punto di vista meramente economico.
Una volta che ho ristampato, l'interesse si � gi� indebolito se non spento.
Si � orientato altrove, perch� la tempistica � s� fondamentale, ma i tempi
di produzione del bene non sono all'altezza n� del carattere della richiesta
n� della teoria che ho appena semplificato (la sostanza per� � questa, e mi
ci scontro tutti i giorni).
Un calcolo della redditivit� su una scala temporale diversa permetterebbe di
accorgersi che un minimo di magazzino non � una sciagura, anzi. Neppure da
un punto di vista economico; non � detto che i profitti sui tempi lunghi
siano necessariamente inferiori, per non parlare di altri aspetti. Ma � pi�
facile conformarsi. Se fanno cos� i grandi editori (e i distributori grandi
e medi) figurarsi che possono fare i piccoli. I primi a schiantarsi, se non
stanno pi� che attenti, sono ovviamente i piccoli librai.
2) Non voglio addentrarmi in analisi filosofiche, ma io acquisto (e vendo)
un supporto materiale. Il valore comunicativo, l'influsso sociale e
culturale esercitato dal libro va ben oltre il significato assunto dal
supporto in relazione al lavoro che l'ha prodotto. Il libro non si
identifica tout court con il supporto materiale. Certo, � necessario che
venga effettivamente decodificato, letto correttamente in altre parole.
Una problematica analoga abbraccia tutti i consumi culturali. In merito
esistono naturalmente varie scuole di pensiero, naturalmente. Io ti ho
esposto una mia opinione suffragata da letture ma senza particolari pretese.
dR
Anch io ad un certo punto mi sono persa, pero' non è vero che
l'editore ormai ha quale prassi consolidata quella di stampare il
giusto numero di copie (ad azzeccarlo poi il "giusto" numero di
copie). Quasi nessun titolo supera la prima tiratura in tempi brevi.
Se qualche caso c'è stato è perchè a monte è stato sbagliato il "piano
di comunicazione" del libro. Mentre invece è vero che c'è più
attenzione per i costi da sostenere perchè forse non sai che ogni
copia del libro che resta fermo sullo scaffale della logistica costa
ogni giorno qualche centesimo (moltiplica per almeno un migliaio di
copie e per almeno la metà dei titoli del catalogo di un editore).
Mentre invece è vero per la distribuzione, su questo atteggiamento la
discussione è molto accesa.
Sul consumo "critico" non ci vedo niente di male, se ne potrebbe
discutere all'infinito. Io cmq non vedo tanto il male in einaudi che
non pubblica saramago quanto saramago che prende soldi da chi giudica
essere il male (e dico saramago solo perchè lo portate voi ad esempio
ma la lista è lunga).
Sulle tariffe postali: non so quale editore te le addebita, noi ai
librai distribuiti direttamente non le addebitiamo (lo fanno i
distributori e i grossisti) e cmq il problema non sta lì perchè nel
99,99% dei casi si utilizzano i corrierì, ma negli ordini fatti dai
clienti con contrassegno postale (1/3 ancora utilizza questo metodo di
pagamento) e negli invii stampa, fondamentali per fare conoscere il
proprio lavoro ai lettori.
Resta il fatto che non ho ancora capito quale edizione sia stata
scelta:-)
[Sulle tariffe postali: non so quale editore te le addebita, noi ai
librai distribuiti direttamente non le addebitiamo (lo fanno i
distributori e i grossisti) e cmq il problema non sta lě perchč nel
99,99% dei casi si utilizzano i corrierě, ma negli ordini fatti dai
clienti con contrassegno postale (1/3 ancora utilizza questo metodo di
pagamento) e negli invii stampa, fondamentali per fare conoscere il
proprio lavoro ai lettori.]
Esistono editori, come quello con cui pubblico maggiormente, che appunto
vendono con contrassegno postale. Per non parlare delle piccole riviste.
[Resta il fatto che non ho ancora capito quale edizione sia stata
scelta:-)]
Al momento nessuno. Tolstoj č rimandato: sto finendo di scrivere un libro, e
sono uscito dall'ultima puntata in libreria con quattro o cinque libri.
Di sfuggita, visto che si parlare dell'importanza delle piccole case
editrici. Tolstoj č stato anche un saggista-filosofo. I pareri sul valore
del suo pensiero sono discordanti, alcuni ne fanno un maestro di vita
(esiste anche una Associazione Amici di Tolatoj che cerca di diffondere il
suo messaggio), altri pensano che con il tempo si sia un po' rincoglionito,
ma comunque i suoi scritti filosofici restano di grande interesse: sia
perché sono appartengono comunque a uno dei maggiori scrittori di ogni
tempo, sia perché hanno un innegabile valore storico (hanno influenzato
fortemente la controcultura europea di fine ottocento e Gandhi). Ora,
l'opera filosofica piů importante di Tolstoj, "Il Regno di Dio e dentro di
voi", non č mai stata tradotta in italiano nel corso del Novecento. Esiste
una traduzione di fine ottocento, che č stata ristampata anni fa
dall'editore Manca di Genova, e poi ripresa, se non ricordo male,
dall'editore Marco Valerio di Torino. Senza questi due editori minimi non
avremmo oggi alcuna edizione italiana di quel libro.
a.