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Louis Bromfield: La grande pioggia

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Requiem per Eyquem

unread,
May 9, 2013, 10:25:27 PM5/9/13
to
"- ...Il poker non è giuoco per gli inglesi. La mentalità
dell'inglese è troppo semplice per una cosa simile." Mondadori, 1943,
p.56

"Questo, le europee non lo avevano mai capito - che un orientale,
per virile che sia, ha nervi dolorosamente vibranti e una gamma
estesissima di sensibilità, mentre un inglese, per esempio, è sempre
stupido, insensibile e spesso bestiale. Per questo forse le prostitute
inglesi erano cosí volgari e disgustose, per questo ed anche perché,
in Occidente, la religione aveva fatto dell'amore, perfino nel
matrimonio, una cosa di vergogna e di peccato. (...) Non era
facilmente comprensibile quello strano miscuglio d'ipocrisia e di
durezza ch'egli aveva trovato in Occidente. Era come se il loro odio
per l'atto carnale desse agli occidentali un piacere pervertito,
vizioso, che lo spaventava e lo rivoltava. Egli non avrebbe mai
conosciuto ciò. In Oriente anche il vizio e la perversione non avevano
quello spirito tremendo d'amarezza, di corruzione, d'impudicizia."
Ibidem, pp. 635-6

"Gli accadeva di venire spesso, dopo il tramonto, lungo quei
viottoli, ai roghi funerari. C'era una sorta di macabra bellezza in
quella zona, e il solo spettacolo della cremazione generava una specie
di fede e di certezza, che gli dava pace e piacere. Gli sembrava che
col solo fatto di bruciare il corpo gli indú ne negassero
l'importanza. Era come se dicessero: «Quel ch'è morto è morto» e in
gran fretta se la sbrigassero col corpo restituendolo nel piú breve
tempo possibile, prima che il sole calasse, alla terra, semplicemente,
senza pompa, senza volgarità, senza lunghi discorsi. Tutt'al piú
esprimevano un dolore di prammatica, che a volte era sincero, ma che
ancor piú spesso era convenzionale: per esempio, con le danze arcaiche
di Tanjore. La morte non lasciava loro piú nulla di quell'essenza
ch'essi avevano amato, spesso odiato. Il corpo era soltanto una
macchina che a volte dà il piacere ma assai piú spesso fa conoscere il
dolore. Nel loro distacco c'era un carattere di realtà ignorato
solitamente dai Cristiani. S a p e v a n o che il corpo non è
nulla e si rifiutavano di onorarlo. In Occidente si finge di credere
ch'esso sia polvere, ma in realtà si è sempre assoggettati
all'involucro della carne." Ibidem, pp. 22-3

"Ora, dirigendosi fra le strade ingombre di macerie verso il Parco
del Maharajah (...), Edvina si sentiva piena di stupore per la cosa
che le era accaduta - che a trentasette anni, cioè, ella fosse
innamorata per la prima volta. Che questo accadesse dopo tante
esperienze non faceva che accrescere il senso di stupore; spesso
disperando, ella aveva creduto di non poter mai trovare la cosa che
aveva sempre cercato senza sapere quale fosse. Ma ora sapeva.
Era una cosa diversa da tutto ciò ch'ella avesse mai provato o
immaginato, come una manifestazione della natura, come lo sbocciare
d'un fiore, petalo per petalo, sotto il calore del sole. Era come se
in lei lo spirito crescesse, s'espandesse, quasi che tutte le sue
sensibilità fossero acutamente conscie del processo. E, camminando, il
suo corpo non sembrava avere piú peso, quasi galleggiasse sopra una
terra fangosa. «Sono giovane,» pensò. «È la prima volta ch'io sono
giovane.» Ché, molto tempo prima, a diciassette anni, ella era stata
gettata in un mondo brutale, realistico, pieno di morte, di
disperazione, di fretta ansiosa, un mondo in cui non c'era né tempo né
luogo per i giovani, se non d'essere massacrati.
Ed era straordinario come diversa fosse la sensazione ch'ella
provava ora e quanto poco rilievo vi avessero il corpo, la curiosità,
il desiderio stesso, quanto poco contasse quella terribile stanchezza,
quella sete di soddisfazione ch'ella aveva provato in tutte le sue
altre avventure, anche quella avuta con Tom Ransome. Per la prima
volta era piena del desiderio di disciplinarsi, di dominare, e perfino
di umiliare il proprio corpo. Il desiderio non sembrava avere piú
importanza. Servire le bastava. Non chiedeva altro che di restare
accanto a lui, per sempre, come in quel momento, lavorando, grata
d'una parola o d'uno sguardo ch'egli le concedesse. I sensi portano
piacere e dolore, ma questo non è importante. La cosa importante è ciò
che si trova sopra e al di là del corpo e senza di essa nessuna
perfetta estasi è possibile." Ibidem, pp. 743-4

"Lord Heston era uno dei padroni del mondo occidentale, non un
grande conquistatore e dominatore di popoli come potevano essere stati
Akbar o Napoleone, né un grande filosofo come Platone o Maometto, ma
semplicemente un mercante con tutta la scaltrezza e l'astuzia di un
piccolo bottegaio ingrandito migliaia di volte. Invece di commerciare
in piselli, in noci o in chiodi, egli possedeva piantagioni di gomma
in India e di cotone in Egitto, giornali a Londra e nelle Midlands,
piroscafi che facevano la spola tra l'Oriente e l'Occidente,
acciaierie e ferriere (non troppo redditizie, queste) in Inghilterra,
petrolio (pel quale c'era molto da litigare) in Persia e
nell'Afganistan, e fabbriche (e questa era stata forse la speculazione
migliore) di cannoni e proiettili. Già da molto tempo aveva venduto le
sue filande di cotone inglesi, ché quella era un'industria che non
rendeva piú: apparteneva ai giapponesi e agli indiani, ormai (al
diavolo il basso costo della loro mano d'opera!).
Tutte queste cose avevano a che vedere col viluppo confuso di cifre
in cui, pel caldo, Lord Heston non riusciva a veder chiaro. E le
fondamenta di tutte queste cose erano state gettate molti anni prima
da lui, come semplice signor Simpson, figlio di un impresario edile di
Liverpool, ché la sua paría non era stata ereditata: l'aveva comprata,
con molta accortezza, al momento buono, non molti anni prima, quando
un primo ministro di tendenze demagogiche e piuttosto cinico l'aveva
resa di facile acquisto.
(...) L'industria cotoniera era finita in Inghilterra, ma in India
restavano ancora molte possibilità, anche contro i giapponesi. Per lui
contavano ben poco l'Oriente e l'Occidente, l'Europa e l'Inghilterra;
per lui contava soltanto Lord Heston e il potere che la sua scaltrezza
e il suo denaro gli davano - e un poco anche sua moglie e i suoi
cavalli.
Se il Governo indiano si fosse lasciato persuadere ad alzare le
tariffe doganali contro le merci giapponesi, ci sarebbe stato ancora
molto denaro da guadagnare, in India, coi filati di cotone: era dunque
il momento buono di comperare! Egli aveva stabilito il suo programma
con la piú grande attenzione. Una settimana a Ranchipur, dove ci
sarebbe stato almeno piú fresco che a Bombay, ventiquattr'ore a
Bombay, con tutti gli affari stabiliti in anticipo telegraficamente,
cosí che non vi fosse nessun indugio da patire; quindi ritorno a
Genova su un piroscafo del Lloyd Triestino e un paio di settimane di
yacht sul Mediterraneo, a meno che egli non dovesse correre a Londra
per i guai che quei maledetti bolscevichi stavano combinando a
proposito dei petroli. Lord Heston non viaggiava sui piroscafi della
compagnia di cui possedeva il maggior numero d'azioni, perché erano
meno veloci dei piroscafi italiani ed egli aveva la mania della
velocità. Quei terribili latini cominciavano da qualche tempo a
guastargli gli affari! Perché il Governo britannico non se ne
interessava? Ma il Governo, si diceva Lord Heston, non aveva piú spina
dorsale da quando quegli scapigliati del Partito Laburista vi si erano
intrufolati: non osava piú minacciare le altre nazioni e imporsi
fermamente ai popoli del Regno Unito. V'erano istanti in cui il grande
Lord Heston rimpiangeva di non essere nato cinquant'anni prima, quando
l'impero britannico era un Impero veramente. Un giorno s'era
divertito, poiché gli accadeva spesso di trastullarsi con le cifre, a
calcolare che tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo il
capitale britannico aveva sottratto all'India cinquecentomila sterline
per ogni sterlina investita. Fantastico! Diavolo, un uomo della sua
capacità in quei tempi avrebbe comperato il mondo intero!" Ibidem, pp.
60-3

"Era sempre umiliante per Heston trovare qualcuno piú ricco di lui,
soprattutto poi quando fosse costretto a mercanteggiare con quella
persona. Sapeva fin troppo bene, Heston, che il gentile vecchio seduto
dinanzi a lui avrebbe potuto comperarlo in blocco, con tutta la sua
iuta, la sua gomma, le sue fabbriche d'armi, i suoi giornali e le sue
compagnie di navigazione, comperarlo in contanti, e restare ancora
immensamente ricco. Era insopportabile anche che la ricchezza del
vecchio Maharajah esistesse in forma concreta, in realtà, e non in
crediti, in obbligazioni, in tutto un sistema cosí complicato che lo
stesso Heston a volte non riusciva a capire. La ricchezza di lui,
Heston, poteva accrescersi di milioni di sterline un giorno e
diminuire d'altrettanti milioni in un altro, senza motivo ben chiaro:
invece il vecchio Maharajah che gli sedeva dinanzi non era amareggiato
da depressioni borsistiche, da disastri finanziari, da fallimenti
clamorosi, perché era del tutto indipendente da quella gigantesca e
vacillante costruzione che in Occidente si chiama alta finanza."
Ibidem, p. 192

"Riprese a lavorare, ma non per molto, ché la sua mente, quella
mattina, anziché lasciarsi afferrare dalla terra, evocando nuove
meraviglie di fiori e di piante che avrebbero dovuto sbocciare da ogni
colpo della sua zappa, si smarriva in bizzarre riflessioni. Egli si
chiese, per esempio, perché mai l'America, ch'era una terra nuova,
giovane, ricca, avesse dovuto cadere nella stessa decadenza di gran
parte dell'Europa, perché essa non generasse piú grandi uomini capaci
di guidarla, veri e propri capi, ma solo mediocrità, opportunisti
volgari e tirannelli locali che dominavano con brutalità e isterismo.
«Forse,» si disse, «in Occidente i tempi, i sistemi economici, le
stesse passioni del genere umano si sono sviluppati oltre il controllo
dell'uomo. Forse tutta la vacillante costruzione sociale s'è fatta
cosí vasta, cosí complessa, cosí difficile che non v'è uomo grande a
sufficienza per poterla affrontare, nemmeno in parte. Forse accadde
esattamente la stessa cosa quando il mondo romano, quindici secoli fa,
minato alle basi vacillò e cadde. Forse tutto ciò non è che la
risultante di qualche legge universale, cosí esatta e immutabile come
quella di Mendel. Forse l'uomo può costruire a condizione soltanto che
poi, nel suo orgoglio, venga schiacciato proprio dall'edificio che ha
inalzato.
Questo pensiero lo ricondusse bruscamente all'umile constatazione
della propria insignificanza ed anche a un sentimento di disprezzo e
di pietà per la presunzione, l'arroganza dell'uomo; lo colpí il fatto
che pochi uomini dovessero vincere, dominare malattie e pestilenze, e
pochi altri, come Heston e i suoi simili, dovessero organizzare
colossali carneficine, in cui gli uomini morivano a milioni non per
opera di microbi o di pestilenze, ma per mano di altri uomini. La
natura, a quel che pareva, non poteva essere raggirata. Essa aveva
trovato, mediante l'uomo stesso, nuovi mezzi di ucciderlo, di
costringerlo ancora una volta in ginocchio, come aveva già fatto in
antico con l'Egitto, con Roma, con quegli stessi indiani in mezzo a
cui Ransome viveva i quali, precipitati dal loro stato di magnificenza
a quello d'un popolo asservito, venivano depredati dall'ignoranza, dal
disfattismo, dalla superstizione e dalle malattie.
(...)
Ransome sapeva benissimo di non essere l'unico uomo al mondo che se
ne fosse fuggito, disgustato, in cerca di pace e d'evasione. C'erano
milioni di esseri come lui, nelle fabbriche e negli uffici, nelle
scuole e nei negozi e che non potevano fuggire come lui, perché i loro
nonni non avevano scoperto un'immensa fortuna, scavando nelle montagne
del Nevada. E continuando a dar colpi di zappa sempre piú vigorosi, lo
colpí il pensiero che solo nel ritorno alla terra gli uomini moderni
possono trovare la pace e la speranza, ché c'è ben poca pace da
trovare nel mondo che l'uomo s'è creato, un mondo che a Ransome, nella
sua stanchezza, sembrava apatico, sfinito, stolido, e che passava da
un espediente all'altro, da un compromesso all'altro, fino a ridursi
nelle stesse condizioni che avevano distrutto popoli e nazioni e
civiltà dall'inizio dei tempi.
In Oriente egli non aveva trovato nulla a eccezione di quella pace
da narcotico, ma non questa egli era venuto a cercarvi, ché sapeva che
in quel genere di pace si nasconde il seme della morte. Egli era
fuggito dallo spettacolo del suo mondo che, nella mancanza di fede e
di speranze, lentamente, stancamente, andava distruggendo se stesso."
Ibidem, pp. 71-3

"- Il movimento si diffonde, - disse Jobnekar pieno di fervore. - Si
diffonde per tutta l'India, e con una rapidità insperata! Per Giove!
si comincia finalmente a vedere qualche cosa! Siamo organizzati,
adesso. Questa è una delle cose che abbiamo imparato dall'Occidente:
l'organizzazione, e poi il sistema bancario, la meccanica... Perdiana!
avremo i nostri bravi ingegneri anche noi, tra non molto, per
costruire acciaierie, cotonifici, dighe e via dicendo. Gli inglesi ci
hanno insegnato molto e ultimamente anche gli americani. Cominciamo a
svegliarci. È un gran corpo, l'India, e gli ci vuol tempo per
svegliarsi del tutto.
«Attenti a non imparare troppo,» stette per dire Ransome, «o
finirete col distruggere voi stessi come stanno facendo i giapponesi»,
ma tenne la lingua a freno di fronte alla fede e all'entusiasmo di
Jobnekar. Era la fede di uomini come Jobnekar e Raschid che egli
invidiava. Essi credevano in qualche cosa, in un futuro meraviglioso,
quasi mistico, per il quale erano disposti a dare e l'anima e il
corpo. Per che cosa vi sarebbe stato da lavorare in Inghilterra, in
Francia, in America? Che meta poteva brillarvi? Vi si poteva
guadagnare del denaro, raccogliervi onori mondani, ma era vivere forse
quello? Non si può vivere senza fede, si vegeta soltanto,
squallidamente.
Ad un tratto si tolse la pipa di bocca e interrompendo Jobnekar: -
Questo, i nemici di tutto ciò che si rinnova non capiscono. La fede!
Non capiscono che la fede è uno sprone di gran lunga piú efficace
della produzione in serie delle calze di seta o delle spille da
balia... Che è la cosa piú bella del mondo, l'unica che renda la vita
degna d'essere vissuta!
Sentendo che il suo vecchio umor nero tornava a calar su di lui si
alzò e disse:
- Debbo andarmene, ora.
Perché sapeva che in quei momenti di depressione non solo egli
diveniva un compagno poco piacevole, ma trovava tutto insopportabile,
a eccezione della solitudine.
(...)
Ransome sapeva esattamente quando s'era accorto del suo male per la
prima volta. Era sceso su di lui, in Fiandra, una sera, quando aveva
compiuto da poco i vent'anni, due giorni prima d'essere ferito per la
seconda volta. Ed era un'azzurra sera d'estate con uno di quei lunghi
crepuscoli indugianti, cosí diversi dai bruschi tramonti di Ranchipur;
egli se ne stava seduto per terra, con le spalle appoggiate al muro di
una casa che il cannone aveva sventrato la sera prima, e ascoltava, un
po' distratto, lo scoppio lacerante, lontano delle granate tedesche
che stavano riducendo in polvere, con sistematica precisione, i
villaggi sui colli oltre Boschaepe. Era saturo di leggera birra
fiamminga e di formaggio olandese e tutto il suo corpo si rilassava
voluttuosamente nella tranquilla constatazione che per una notte
ancora sarebbe rimasto lontano dalla prima linea.
Pensava, in quella sera lontana, al verde quieto villaggio di
Nolham, si provava a immaginare che cosa stessero facendo suo padre e
sua madre; si chiedevano forse se, finita la guerra, egli sarebbe
tornato in campagna per occuparsi delle fattorie, o se sarebbe andato
ancora un poco a Oxford, o se invece avrebbe preferito il Canadà o il
Sud Africa in cerca d'un nuovo mondo ove costruirsi una vita tutta
sua, scevra di tutto ciò che egli odiava in patria. E a poco a poco
attraverso la sua fantasticheria s'era fatto strada un suono acuto di
pifferi, un suono marziale, allegro, e voltando il capo egli aveva
visto una dozzina di compagnie del reggimento del Midland, inviate a
sostegno delle linee belghe, provenire dalla strada di Ypres. A Ypres
erano state per una diecina di giorni, e non v'era nulla d'insolito in
esse: egli le aveva viste non sapeva piú quante volte. Ma quella sera
gli era parso di vederle come in virtú d'una seconda vista, composte
di scimmie, e non buffonesche e scherzose, ma tragiche.
Passarono dinanzi a lui, mezzo reggimento di uomini, non piú alti di
cinque piedi, nodosi duri deformi, accordando il passo al suono dei
pifferi, ed egli a un tratto si sentí preso da un sentimento profondo
di pietà e d'affetto per loro. Gli parve di vedere attraverso le loro
uniformi malconce, attraverso la ruvida pelle di quei corpi malnutriti
e contorti e intisichiti da anni di miniera e di fabbrica, fin nel
loro cuore e anche piú in là, fin nelle viscere del tempo, e capí che
cosa aveva generato quel reggimento di gnomi. Li seppe nati dal fumo e
dalla sporcizia degli opifici, dalla tenebra e dall'umidità delle
miniere, dalla fame, dalla miseria, dalla disdetta, dall'immonda
ingordigia del genere umano e dalla nera ipocrisia untuosa del secolo
decimonono. Nessuno di quegli uomini aveva mai avuto una possibilità
di vita, né i loro padri, né le loro madri, per infinite generazioni
prima di loro, finché essi erano emersi dalla matrice del tempo,
interi reggimenti di uomini, piccoli, deformi, malazzati. In quel suo
stato di semincoscienza gli parve che il loro numero si moltiplicasse
vagamente in migliaia e in milioni di uomini non provenienti solo
dalle nere Midlands ma anche dalla Francia, dalla Germania,
dall'America, da tutto il mondo occidentale, e che quei milioni di
uomini marciassero, marciassero all'infinito, nube enorme di creature.
Per un attimo in una specie di visione tutto il malinconico paesaggio
fiammingo, i colli lontani, lo stesso cielo parvero colmi di uomini in
marcia.
E quindi, mentre il suono dei pifferi si allontanava, egli s'era
destato, depresso, pieno di malessere e aveva pensato:
«Debbo essere brillo.»
Ma, cosa strana, sapeva in fondo al proprio cuore d'avere sognato la
verità. E per tutta quella notte - quell'ultima preziosa notte di
calma - non aveva piú dormito, e la mattina dopo era tornato in prima
linea cosí pieno di torpore e di disperazione da non saper piú che si
fossero né pericolo né paura. E due giorni dopo s'era gettato innanzi
alla testa dei suoi uomini in un assalto disperato, eroico, e s'era
preso una pallottola nella coscia. Lo avevano decorato alcuni mesi piú
tardi.
Ma anche durante la convalescenza quel suo terribile abbattimento,
quel senso di vergogna d'essere uomo, miliardesima parte di ciò che si
chiamava l'«Occidente Civile», non lo aveva abbandonato; e quando suo
padre era venuto a trovarlo e gli aveva proposto di farlo trasferire
ai servizi sedentari, a cui del resto aveva diritto per essere stato
ferito due volte e per essere stato decorato della Croce della Regina
Vittoria, egli aveva sbalordito tutti accettando." Ibidem, p. 139-42

"Ransome era tornato in America, a Grand River, dopo la guerra per
ritrovarvi sua nonna o per ritrovarvi almeno ciò che ella era stata,
ciò per cui ella aveva vissuto, ma non aveva ritrovato nulla. (...)
Tornato a Grand River, Ransome non vi ritrovò né la sua semplicità, né
il suo senso imparziale, né la sua integrità, ma solo una città che
imitava pedissequamente l'Europa, e dove la gente non vi era piú
stimata per il suo carattere e la sua originalità, come una volta, ma
in proporzione del danaro che possedeva. E vi trovò lo stesso male che
avvelenava l'Europa, la stessa stanchezza, la stessa irrequietudine,
la stessa disperazione esasperata dall'alcool, la stessa miseria tra
le classi lavoratrici. In una città che aveva poco piú di un secolo,
egli aveva scoperto i mali che minavano città millenarie. E in un
certo senso Grand River gli parve peggiore delle antiche città, perché
v'era un'adolescenza contaminata dalla senilità, cosa grottesca e
tragica insieme. Non v'era piú fede che nelle fabbriche d'automobili e
nella Borsa.
(...)
Da Grand River Ransome era andato nel Far West, nel paese in cui i
suoi nonni s'erano sposati. Aveva sperato di trovarvi un nuovo mondo,
e vi aveva trovato invece un mondo già vecchio, ben poco diverso da
quello da cui era fuggito. La gente non faceva che parlarvi di
frontiere e di democrazia, ma tutte queste cose, com'ebbe a scoprire
Ransome, già da tempo avevano cessato di essere una realtà. In due o
tre generazioni tutto ciò che aveva costituito l'orgoglio di quelle
terre era scomparso per sempre o, peggio, non era mai esistito; e a
poca distanza dalla città in cui sua nonna aveva tenuto una pensione,
Ransome trovò miniere di carbone ove dei minatori indeboliti dalla
fame, con le loro mogli e i loro figli, venivano uccisi a rivoltellate
da gangsters importati dalla Nuova Inghilterra e pagati da un pio
battista, che aveva tanti milioni da distribuirli in massa, non ai
minatori affamati che lavoravano dalla mattina alla sera, ma alle
opere di beneficenza, cercando cosí di mascherare l'avidità,
l'ipocrisia, la disonestà su cui era costruita la sua fortuna."
Ibidem, pp. 150-2

"...L'Europa l'aveva affascinata come un corteo sfavillante potrebbe
affascinare un fanciullo, ma ormai, lo sapeva, ella era stanca di
tutto ciò. Già da molti anni la Maharani aveva compreso la falsità di
quel mondo, la sua cupidigia, il suo tragico materialismo, la sua
mancanza di speranze, la sua brutalità, la sua degenerazione. Era un
mondo che bisognava abbandonare a se stesso: si sarebbe distrutto da
sé. Uomini come Lord Heston lo stavano distruggendo. Salvarlo era
un'impresa di gran lunga piú terribile che ricondurre in un'unità di
fierezza e d'onore la povera India straziata, divisa. Perché l'Europa
era stanca e l'Oriente s'andava ridestando, fresco e vigoroso, da un
lunghissimo sonno." Ibidem, p. 702

"La Maharani indossava un sari bianco orlato d'argento, di foggia
mahratta, con un enorme strascico che le passava tra i piedi magri
spazzando il suolo quand'ella camminava. Come gioielli, portava solo
smeraldi, smeraldi alle orecchie e al collo, ai polsi, alle dita,
perfino ai piedi (...). Quella sera ella non era la vecchia dama
scaltra che giocava a poker (...) ma una donna colta e intelligente,
che, nonostante nel suo fondo fosse ancora semiselvaggia, sapeva
essere anche una grande regina. Piccina, modellata con la delicatezza
e la perfezione di una statuetta di Tanagra, dava tuttavia
un'impressione di grandezza e di maestà. (...)
Ransome, guardandola di sulla soglia, ritta sotto il fiume di luce
che pioveva dal lampadario di cristallo, pensò ancora: «L'ultima
Regina!»
In Occidente le regine s'atteggiano a buone madri di famiglia delle
classi borghesi: è questa la loro ultima probabilità di salvezza."
Ibidem, pp. 172-3

"Era questo mistero, secondo Ransome, che separava maggiormente gli
indiani dagli europei, allontanando gli uni dagli altri nei momenti
loro piú intimi, inaridendo le amicizie piú profonde, lasciandole
sterili e vuote. A questo gli scrittori si riferivano comunemente come
al «mistero dell'India», ma Ransome, con la sua intelligenza, non
poteva accettare questa vuota formula come non credeva ai trucchi
banali dei fachiri. Egli non era facile ad accettare misteri, perché
s'era accorto che, dopotutto, i misteri, anche quelli induisti piú
esoterici, si riducevano a una spiegazione estremamente semplice.
Già da tempo non trascurava di fare domande in questo senso agli
indiani che considerava suoi amici, ma solo dopo avere conosciuto
Safka aveva fatto qualche progresso. Era inutile, aveva scoperto,
interrogare Raschid Ali Khan. Nessun musulmano poteva comprendere.
L'esuberante e generoso Raschid riteneva che fosse proprio questo
mistero a rendere gli indiani malfidi, vili, traditori e che solo in
esso fosse la causa dei dissensi profondi fra musulmani e indú. Esso
irritava e confondeva i musulmani assai piú di quanto non irritasse e
confondesse Ransome medesimo.
Ma Safka era un indú, un libero bramino, affrancato forse per opera
di avi che, invece di chinarsi dinanzi al mistero e al terrore, li
avevano combattuti, liberato forse dalla sua stessa fede in virtú
della scienza e dell'intelligenza umana in lotta col male della vita
incarnato nei corpi di divinità misteriose.
- È il gran male degli indiani, - diceva. - Lo si potrebbe chiamare
la «peste indú». Soffoca, paralizza. È come il tanfo che emana dai
quartieri poveri quando è scoppiata una epidemia.
Ne parlavano spessissimo, ora sulla veranda di Ransome, ora
nell'ufficio di Safka all'ospedale; e la signorina MacDaid veniva per
qualche istante ad ascoltare e poi sogghignava all'idea ch'essi
dovessero perdere il loro tempo a parlare di cose tanto prive di
senso. Quello che ci voleva per salvare l'India, ella diceva, era
educazione, pulizia e abbastanza da mangiare.
Safka amava parlarne, perché gli sembrava che ogni qual volta lo
facesse il problema divenisse piú chiaro ai suoi occhi. E ogni qual
volta lo faceva, il problema diveniva piú chiaro anche agli occhi di
Ransome.
- Mistico alle origini, - diceva, - è ancora mistico, penso, nelle
sue manifestazioni. Per comprenderlo, è necessario conoscere tutta la
storia della religione indú, il suo sorgere, il suo prosperare, il suo
decadere. Non conosco nulla di simile nella storia, a eccezione,
forse, delle crisi mistiche del Medio Evo, nelle epoche piú tenebrose,
quando in Europa gli eremiti si ritiravano nelle grotte a
«contemplare», come quel vecchio imbroglione misterioso di Bannerjee
padre. Uomini di grande ingegno si rifugiavano nei monasteri perché
questi erano gli unici luoghi ove fosse possibile mantenere viva la
fiamma della cultura e della civiltà. Questo «mistero» indiano è come
la nube che gravava sull'Europa in quei giorni... una nube di ciò che
potrebbe... anzi che deve, penso... chiamarsi fede e religione, non
ostante tutta la sua primitività e tutte le sue superstizioni, quando
il Cristianesimo finí col diventare un atroce miscuglio degli
insegnamenti di Cristo e del paganesimo druidico complicati col
razionalismo grecoromano. Questa nube penetrò ogni casa e la vita
d'ogni uomo, a eccezione di quelli che s'erano rifugiati nei monasteri
e nelle grotte. Popolò i cervelli e l'esistenza anche d'uomini dotati
di grande intelligenza con eserciti di streghe, di demoni, di incubi e
li costrinse a vivere nel terrore e nella fede del male anzi che nella
fede del bene. Tutto ciò accadde durante la rovina di un impero
immenso, di tutta una civiltà. Voi capite, un assicuratore in ritiro
come il vecchio Bannerjee ha paura, e cosí cerca di rifugiarsi nella
santità perché tutta la sua vita è stata ben lontana da qualunque
forma di santità. Tutto il denaro che egli ha accumulato non ha certo
origini sacre, e il vecchio Bannerjee ha paura; di che cosa non sa
neppur lui, ma certo ha paura. E anche il figlio ha paura. Non ostante
la sua educazione raffinata e la sua conversazione evoluta, è un vile
e di tanto in tanto è colto dal terrore della enorme, imponderabile
quantità di cose che sfuggono alla sua comprensione
Un giorno Safka, durante una di quelle conversazioni, ridacchiò
improvvisamente e disse:
- Anche la vecchia Maharani ha paura, a volte. L'ho osservata quando
si dimentica di essere una persona evoluta, di avere fondato la Scuola
Media Femminile ed emanato la legge che autorizza le donne indiane a
divorziare. Tutto ciò scompare. La c o s a s'impossessa di lei e
la fa tornare la creatura semiselvaggia, semipagana che discese dalle
colline piú di cinquant'anni fa. Grava su tutta l'India come una
nube... è una religione che non ha mai conosciuto riforme, una
religione che, come tutte le fedi, è nata dalla natura stessa, è
assurta a suo tempo a eccelse altezze ed ora è precipitata, corrotta e
inaridita, al livello d'una primitiva religione di feticci e di tabú,
che adora il principio del male e della distruzione insieme con quello
del bene e della creazione. Forse nelle sue manifestazioni è piú
selvaggia e paurosa del Cristianesimo pagano del piú cupo Medio Evo,
ma non perché i popoli siano diversi. Perché l'India è l'India... non
il suo popolo, ma la terra, il cielo, il sole, tutta la profonda vita
dell'India è crudele, spietata. Essa è un paese di sole ardente, di
terre riarse, di spaventevoli diluvi, ove nulla è mai del tutto
sereno, verde, facile, e dove la vita e lo stesso principio della vita
sembra a volte diventar minaccioso, perfido, distruttore... Un paese
formicolante di serpenti e di bestie feroci, scosso dai terremoti,
spazzato dalle inondazioni, isterilito dalla siccità, e tuttavia
fremente di vita, sovrapopolato, straordinariamente fertile.
Quindi, fattosi improvvisamente grave, Safka sospirò e aggiunse:
- Questa, vedete, è l'India. Ecco perché è sempre stata torturata,
martirizzata... perché i suoi dominatori sono sempre stati splendidi e
barbari, perché la sua miseria e i suoi strazi sono di gran lunga
peggiori di quelli degli altri paesi. È una terra d'eccessi selvaggi,
dove la crudeltà è piú crudele che in qualunque altro posto e la beltà
piú bella, una terra dalla quale è sorta una fede che abbracciava
tutto, che si è elevata all'eccelso per degradarsi poi nell'adorazione
del selvaggio principio della distruzione. Ovunque, nel mondo, la
natura è sempre un nemico fino al giorno in cui è soggiogata dalla
mano e dall'intelligenza dell'uomo, ma in India la natura è un mostro
che noi non siamo riusciti mai ad ammansire. Si deve adorarla, mi par
di capire, nella figura di Kali, perché null'altro sembra logico. La
MacDaid ha ragione in parte. Noi possiamo educare gli indiani.
Possiamo nutrire a sufficienza i bambini. Possiamo cercare almeno di
vincere le malattie, ma alla fine sarà sempre la natura a trionfare.
Abbiamo fatto molta strada a Ranchipur, ma verrà il giorno in cui
saremo debellati dalla stessa India, continente invincibile.
«(...) Perché è la paura che noi dobbiamo vincere, la paura, lo
scetticismo, la negazione. È in questo che i nostri amici musulmani
hanno il sopravvento. Essi non temono nulla al mondo... neppure
l'India. Sono quasi riusciti a soggiogarla piú di chiunque altro mai,
ma essi pure sono stati sconfitti. L'India non è mai stata conquistata
neppure dagli inglesi. Questi verranno tollerati fino al giorno in cui
l'India con tutto ciò che di buono e di cattivo ha in sé si muoverà
nel sonno e darà loro un possente spintone, ed essi verranno spazzati
via come già Asoka, Alessandro, i Mongoli, i Tartari, i Cinesi.»"
Ibidem, pp. 365-9

"Safka sembrava farsi sempre piú rigido. Era come se l'uomo che le
aveva parlato quel mattino all'alba, nella sala dell'ospedale, fosse
scomparso per lasciare il posto a uno sconosciuto. Infatti egli stava
lottando con un terrore invincibile che s'impadroniva sempre piú di
lui. Non era il terrore della morte di lei, ma qualcosa di peggio, un
terrore che fino a quel giorno egli aveva appena intuito, e che ora
tuttavia riconosceva, come una malattia antichissima, ricorrente. E il
riconoscerlo lo terrificava ancora di piú. «Debbo dominarmi,» si
ripeteva. «Se mi lascio andare, sono perduto. Mi metterò a piangere, a
ululare, a condurmi come quello stupido di Bannerjee. Io non sono
cosí. Sono un indiano nuovo.» Si piantò le unghie nelle palme. Tutto
il suo corpo robusto cominciò a tremare, come se avesse assolutamente
bisogno di rotolarsi per terra, di gemere, di piangere, di strapparsi
i capelli, di trascinarsi nella polvere, di coprirsi il capo di cenere
e di sterco bovino.
«Non m'è accaduta mai una cosa simile,» egli si disse, furioso. «Non
sapevo che si nascondesse dentro di me...» Quell'orribile cosa
emotiva, traditrice, che aveva rovinato l'India tante volte, che aveva
generato tante crudeltà e tanto masochismo, tante sconfitte e tanta
disperazione. Si piantò le unghie ancor piú profondamente nella carne.
«Non posso tradirli!» urlò dentro di sé. «Io soprattutto, fra tutti
gli indiani, io che ho provato che queste cose non esistono! Non posso
tradire me stesso. Se mi tradisco una volta sola, sono perduto per
sempre. E tutto potrà accadere. Diventerò come Bannerjee e tutti gli
altri indú che ululano isterici.» Maledisse la sua razza, la sua casta
bramina, la sua ereditarietà e l'orribile clima crudele che degli
uomini faceva esseri nevrastenici, squilibrati. Maledisse l'anima
stessa dell'India." Ibidem, pp. 817-8

"Il pranzo parve a Ransome interminabile. Qualcosa, ch'egli non
riusciva a scoprire, alterava l'effetto che l'alcool esercitava
solitamente su di lui. Egli continuava a sentire che nulla aveva
importanza, ma questa constatazione, invece di rallegrarlo, lo colmava
d'una disperazione terribile. (...) Seduto fra Edvina e la signorina
Murgatroyd, non sentiva né gli aspri commenti dell'una né le effusioni
dell'altra, ma continuava a percepire il suono della pioggia e il
rombo del fiume. Era come un insopportabile tintinnio nelle orecchie.
«Forse questa volta ho bevuto troppo», pensò. «Edvina deve aver
ragione. È così, forse, che comincia il delirium tremens.» E quindi
risuonarono ancora dei ruggiti. Non era più un leone, ma tre, quattro,
cinque leoni inviati al Maharajah dall'Abissinia. I loro urli avevano
qualche cosa di sinistro, che colmava Ransome d'angoscia, d'orrore.
Più di una volta, la notte, s'era destato alla loro voce; ma s'era
sempre trattato d'un leone, al massimo di due. Egli non aveva mai
inteso quel coro di rauchi ruggiti bello e terrificante insieme.
Edvina finì col non occuparsi più di lui e si mise a parlare con
Safka, dall'altra parte della tavola, o con Bannerjee il cui piccolo
volto nepalese rivelava la gioia di ricevere in quella casa una delle
più eleganti signore dell'aristocrazia inglese. Quindi il pranzo finí,
la signora Bannerjee si alzò e le donne lasciarono la sala. Ransome,
in una specie di nebbia, le guardò allontanarsi, furioso, tradito
dalla sua ubbriachezza. Non s'era mai sentito come quella sera.
Quando, cortesemente, si volse verso Bannerjee e alzò gli occhi su
di lui, scoprì un'espressione di terrore sul volto del suo ospite. Non
era un'espressione molto evidente, ma Ransome la riconobbe per averla
vista altre volte. Il signor Bannerjee aveva paura, ma di che Ransome
non sapeva, a meno che non fosse del suono della pioggia e del fiume,
o del fantastico ruggir dei leoni. Bannerjee non era piú
l'elegantissimo ometto vestito d'abiti bianchi fatti venire da Bond
Street, ma un contadino spaventato proveniente dalle giungle remote
del Bengala settentrionale.
Ransome guardò Safka, che rispose con un sorriso:
- Ha un appuntamento con Kali, - disse poi a bassa voce. - Ha paura
della sua vendetta per i magri pollastri che ci ha offerto a pranzo.
Ransome fece uno sforzo disperato per riprendersi: «Questa è la
prima volta nella mia vita», pensò, «che ho avuto veramente vergogna
di me, che mi sono visto veramente con gli occhi d'un altro. Mi
osservo con gli occhi di Safka ed è davvero un bello spettacolo quello
che offro.» Safka si chinava attraverso la tavola verso di lui, ora, e
sorrideva:
- M'avete l'aria di star male, - disse. - Se fossi in voi non berrei
piú di questo cognac.
- Mi sento male, infatti. Avete ragione.
Ci fu una piccola pausa, quindi il medico riprese:
- Vorrei dirvi una cosa, ma non so da dove cominciare. - Ransome non
rispose. - Non vorrei che mi credeste indiscreto o pretenzioso. - La
mano di Safka attraverso la tavola sfiorò quella di Ransome, la
strinse. - Sentite, amico mio, se credete ch'io possa aiutarvi in
qualche cosa, mi fareste felice rivolgendovi a me. So che tutto questo
ha l'aria maledettamente sentimentale e m'è costato non so quanto a
dirlo, ma ora è fatta. Volevo solo che lo sapeste.
Ransome guardò da Safka al bicchiere di liquore e mormorò:
- Siete molto buono. Capisco. Ma non potete far nulla. Nessuno può
far nulla.
E nello stesso tempo, amaramente, si disse:
«Che spettacolo magnifico sarebbe questo per il Generale, per tutti
quegli inglesi che non fanno che parlar di prestigio! Ma che vadano al
diavolo, con tutto il loro prestigio!»
Safka ritrasse la mano e accese un sigaro:
- Ho delle cattive notizie da darvi, - disse. - Potete ascoltarle
ora o preferite che me le tenga per me fino a domani?
- Ditemele subito, - rispose Ransome, cupo. - Di che si tratta?
- Innanzi tutto della nostra povera amica la signorina Dirks.
- Sí, credo di capire...
- Pensate pure al peggio e non vi sbaglierete. Se fosse venuta da me
qualche mese fa avrei potuto fare qualche cosa. Ma ora... Non è
neppure il caso di pensare a operarla, a meno di non volerla uccidere.
E non sarebbe un male, forse...
Improvvisamente Ransome scoppiò a ridere, d'un riso ebbro, isterico,
ch'era di gran lunga peggiore d'un grido di strazio. E rivedeva
frattanto la povera signorina Dirks come gli era apparsa sulla
veranda, seduta, il volto livido, comprimendosi il ventre quando il
dolore diventava troppo atroce. E una voce in fondo al suo cervello
continuava a gridare: «Povera signorina Dirks! La figlia del vecchio
Dacy Dirks che non ha mai conosciuto un attimo d'allegria! Povera
signorina Dirks! Sapeva già d'essere in agonia!». Continuò a ridere
per un pezzo, sentendo lo sguardo di Safka fisso su di dé, di Safka
che comprendeva quella sua orrenda allegria d'ubbriaco. «Oh, mio Dio,
povera signorina Dirks!» Quindi la crisi cessò di colpo e, soffocando,
Ransome bevve un bicchier d'acqua.
- Perdonatemi, - disse. - È stato piú forte di me. Ma sapete almeno
perché non è venuta da voi prima?
- Credo di saperlo.
- Sí, perché non aveva il coraggio di spogliarsi dinanzi a un uomo.
La poveretta sta morendo perché Dacy Dirks e tutta quella malinconica
genia che lo ha preceduto per generazioni le ha insegnato a credere
gli uomini esseri perfidi e lascivi e il corpo qualcosa d'estremamente
vergognoso. La poveretta sta morendo d'una lenta tortura per colpa di
migliaia d'idioti pastori nonconformisti... di migliaia di cristiani
pervertiti. - E sentendosi improvvisamente lucido e sobrio chiese: -
Le avete dato qualcosa che le calmasse il dolore?
- Sí, ella non soffrirà piú. Le ho dato tutto quanto potesse farle
bene... ed anche di piú. Le ho detto di prenderne quanto ne vuole.
- Ella non vi obbedirà mai. È capace di non prender nulla. È fatta
cosí.
- Lo so, - disse Safka. - Ella è estremamente inglese. Deve soffrire
le pene piú atroci, giorno e notte, da settimane.
- E l'altra notizia? - chiese Ransome. - Non può essere cosí cattiva
come questa.
S'udirono ancora una volta i ruggiti dei leoni. Rauchi e possenti,
sembravano ora vicinissimi, sotto le finestre.
- No, non cosí cattiva. Heston ha la peste.
- Ne siete sicuro? - chiese Ransome dopo una pausa.
- Sí. Ho fatto fare l'esame del sangue a Bombay. Ho ricevuto poco fa
il telegramma di risposta.
- Come ha potuto prenderla?
Safka si limitò a dargli la stessa risposta che gli aveva dato la
mattina nel corridoio del vecchio palazzo d'estate, ma senza sorridere
questa volta:
- Anche i grandi Lords inglesi possono essere morsi da una pulce. -
E aggiunse: - La cosa dev'essere accaduta quando è andato nelle
scuderie a esaminare i cavalli di Sua Altezza. I topi muoiono a
centinaia. E due stallieri sono già spacciati.
Per un attimo Ransome sentí qualcosa che doveva essere un po' come
il terrore del signor Bannerjee, il terrore della mostruosa perversità
della Natura. Quindi chiese:
- Lo avete già detto alla moglie?
- No. Ho pensato che sarebbe meglio se venisse a saperlo da voi, che
siete un loro vecchio amico. - Poi guardando acutamente Ransome: -
Credete che ne resterà molto scossa?
Ransome non era cosí ubbriaco da non riflettere prima di rispondere.
(...)
- Non saprei, - disse, un po' asciutto. - Non è una situazione
piacevole. Lui è sempre stato un bruto egoista, e lei ha sopportato
con lui piú di quanto la maggior parte delle donne possa sopportare.
Ho l'impressione che lei sia stata molto buona col marito. E ha
avuto...
Non poté finire, perché la tavola a un tratto si mise a ballare fra
un gran rumore di cristalli cozzanti fra loro. Le tende alle finestre
si gonfiarono e si tesero verso l'interno della stanza come se
soffiasse un gran vento, ma non c'era vento. Il pavimento oscillò e
due miniature persiane si staccarono dalla parete fra un polverio di
calcinacci. «Forse sto per morire», pensò Ransome e nello stesso
istante vide un'espressione d'enorme stupore sul volto di Safka.
Subito poi le luci si spensero. E dominando lo schiamazzo dei
pappagalli e dei pechinesi vennero dall'altra stanza le grida
isteriche della signorina Murgatroyd.
Fu Safka il primo ad entrare in azione; chinandosi verso Ransome
attraverso la tavola gli gridò:
- Andiamo. Dobbiamo fare uscire le donne dalla casa.
Barcollando nelle tenebre, rovesciando sedie e bicchieri, Ransome
seguí l'indiano verso il salotto. Il suo piede ad un tratto schiacciò
una delle miniature staccatesi dalla parete. Quando sentí il tacco
sbriciolare il vetro sul delicato capolavoro mongolo, fece un salto di
fianco come se avesse calpestato un serpente.
In salotto, la Murgatroyd era inginocchiata nelle tenebre, e
continuava ad urlare, non piú istericamente ora, ma con grande energia
e a intervalli perfettamente regolari, quasi trovasse una specie di
gioia nel baccano che stava facendo. La MacDaid cercava di farla
alzare e di trascinarla sulla veranda, ma la Murgatroyd, reagendo come
se la scozzese volesse portarla alla tortura, continuava ad urlare
senza fare un passo. Dalla soglia Ransome poteva scorgere le loro
figure stagliarsi contro la luce fioca dell'altra porta. Quindi, ad un
tratto, la signorina MacDaid schiaffeggiò l'eurasiatica con tutta la
sua forza, dicendo:
- Su, muovetevi, stupida! Un'altra come voi e tutta la casa ci
crollerà sulla testa!
Lo schiaffo raggiunse lo scopo e la signorina MacDaid riuscí a
trascinare la donna sulla veranda. Ci fu un istante di calma
straordinaria, turbata soltanto dal suono del fiume e della pioggia,
quindi i leoni ripresero a ruggire e dal gruppo di baracche in fondo
al giardino sorse un coro di gemiti e di lamenti, ch'era come una sola
voce di terrore e di disperazione.
Con un grande sforzo Ransome resistette alla tentazione alcoolica di
lasciare che tutto andasse al diavolo, di sperare che una seconda
scossa di terremoto seguisse rapidamente alla prima e li distruggesse
tutti. Era come se, fisicamente, egli avesse abbrancato il proprio
corpo e lo schiaffeggiasse, come aveva fatto la MacDaid con la
Murgatroyd, per snebbiarlo e costringerlo all'azione.
Chiamò Edvina e nelle tenebre ella gli rispose con una voce bizzarra
insolitamente calma.
- State bene? - egli chiese.
- Sí. Una cosa straordinaria, non è vero?
- Forse non è ancora finito.
- Che cosa facciamo ora?
- Non so. Lasciamo decidere il dottor Safka.
Safka li indusse a riparare sotto l'arco del portone, l'unico posto
che fosse sicuro e insieme al riparo dalla pioggia.
- Dove sono i Bannerjee? - egli chiese ad un tratto.
Nessuno aveva l'aria di saperlo. La Murgatroyd, terrorizzata,
continuava a lamentarsi.
- Per l'amor di Dio, smettetela! - le disse MacDaid. - Ci sono già
abbastanza urla in fondo al giardino.
Safka la scrollò ben bene:
- Dov'è la signora Bannerjee? - domandò. Ma tutto quello che la
donna seppe fare fu di continuare a singhiozzare, dicendo:
- Non so. Non so.
Quasi nello stesso istante comparve la signora Bannerjee. Scendeva
le scale, con una vecchia lampada a petrolio, circondata da uno stuolo
di pechinesi latranti. Scendeva lentamente, come se nessun pericolo la
minacciasse, diritta, con una specie di dignità che Ransome non le
conosceva ancora. La luce, illuminandola dal disotto, metteva in
rilievo i piani del suo volto armonioso, dava un nuovo risalto ai suoi
zigomi alti, ai suoi occhi leggermente obliqui, al naso finemente
modellato. Non ostante l'orrore del momento Ransome, guardandola, non
poté non ricordare quello che aveva detto una volta la MacDaid: che
accanto alla bellezza degli indiani anche il piú bel volto europeo non
è che una specie di anemico budino...
Mentre ella attraversava la sala un nuovo suono giunse dalla veranda
superiore: una voce solitaria intessuta di gemiti atterriti, la voce
di Bannerjee che pregava. Ma quasi nello stesso istante quella voce fu
soffocata da un altro suono, flebile dapprima come il sibilo lontano
d'un esercito di serpenti, piú forte poi e piú distinto e, quando il
gruppo di persone riparate sotto l'arco del gran portone si volse,
crebbe ancora fino a rivelarsi inequivocabilmente per uno scroscio
d'acque irrompenti. Apparve allora sullo sfondo tenebroso una striscia
bianca di schiuma che, avanzando verso di loro all'altezza d'una testa
d'uomo, sembrava carpire dall'ombra ogni debole raggio di luce che
veniva da una luna completamente nascosta dalle nubi - luce
solitamente invisibile e che ora sembrava essersi fatta fosforescente.
L'ondata avanzava sempre piú rapida, s'abbatté contro il muro di cinta
del giardino, mentre il sibilo si trasformava in un rombo che
inghiottí ogni altro suono, i gemiti lontani, i ruggiti dei leoni, i
latrati dei cani, le lamentele d'orrore di Bannerjee.
Ransome spinse Edvina nella casa, la MacDaid pensò a se stessa,
mentre Safka, raccolta da terra la Murgatroyd come un sacco di patate,
si mise a urlare:
- Sulle scale! C'è l'inondazione! La diga ha ceduto!
Ransome fu l'ultimo a raggiungere le scale. Mise il piede sul
gradino piú basso nell'istante in cui la muraglia liquida s'abbatteva
contro la vecchia casa. Le pareti tremarono come a una seconda scossa
di terremoto e Ransome pensò: «È la fine. Non è possibile resistere a
questo.» Ma la casa resistette. L'acqua, precipitando dalle finestre e
dalle porte, invase tutto il pianterreno e salí fino a metà della
scala, sfiorando le suole degli scampati.
Fuori l'ondata invase il giardino, spazzò via le capanne soffocando
grida e lamenti in un fracasso di mattoni e di tavole crollanti. Poi
il rombo s'indebolí, per ridiventare un sibilo lontano, mentre dalla
città saliva il clamore inorridito di tutti coloro che avevano visto
improvvisamente giungere la morte, attraverso la piazza.
Sulla scala, nel corridoio dei Bannerjee regnava un silenzio
assoluto. Gli stessi pechinesi, acquattati ai piedi della loro
padrona, tacevano. Sempre con la lampada nella destra, la signora
Bannerjee s'era appoggiata al muro. Accanto a lei, la signorina
Murgatroyd, svenuta, era coricata per terra, in un gran mucchio di
taffetà, di ghirlande e di rosette. Safka e la MacDaid, in piedi l'uno
dinanzi all'altra, si guardavano, tendendo l'orecchio, un'espressione
d'orrore sul volto; e Ransome capí che non pensavano a se stessi, ma
al loro ospedale, ai pazienti immobilizzati entro le sue mura, alla
rovina che s'era abbattuta in un istante su tutto ciò a cui essi
avevano dedicato la loro vita. Di fronte alla signora Bannerjee,
Edvina se ne stava con le spalle al muro. Non guardava nessuno dei
presenti, ma al di là delle loro figure corporee, sembrava, attraverso
gli stessi muri. C'era una luce bizzarra nei suoi occhi azzurri,
mentre le sue labbra erano lievemente piegate agli angoli, come se
ella sorridesse a dispetto di se stessa.
Ransome, definitivamente lucido, ormai, si rendeva conto, non
ostante tutto, della tragica bellezza del quadro illuminato dalla luce
giallastra della lanterna.
Fuori, a eccezione di qualche urlo isolato proveniente dal centro
della città, la notte era ritornata tranquilla e silenziosa. Si
sentiva soltanto il rumore del fiume e della pioggia che continuava a
diluviare. I leoni tacevano. «Povere bestie!» pensò Ransome. «Affogati
nelle loro gabbie!».
V'era, in quella calma improvvisa, qualcosa d'ancor piú terrificante
del fragore e della confusione provocati dal terremoto e
dall'inondazione.
La MacDaid disse, con una voce bizzarra, come morta:
- Mio Dio! Bisognerà pure andare all'ospedale!
E dalla veranda superiore s'udí ancora la voce di Bannerjee, che
invocava in bengalese tutti gli dei indú.
Tutte le volte che, negli anni che seguirono, Ransome ebbe a
ricordare quella notte d'orrore, s'accorse che il suo ricordo aveva
qualcosa d'irreale, di fantastico. Era forse a causa del suo stato
d'ebbrezza? O l'improvvisa rapidità della catastrofe non aveva
permesso né al suo corpo né al suo spirito di adattarvisi? La sua
ubbriachezza gli aveva offerto il destro di non scorgere le peripezie
e gli urti della catastrofe se non dietro un velo che li aveva
attenuati, ritardati, anzi. Ecco perché non aveva avuto paura, perché,
unico fra tutti, non aveva temuto la morte. Per questo aveva
sopportato tutto - la scossa di terremoto, l'inondazione, le grida
disperate provenienti dall'estremità del giardino, gli urli della
popolazione di Ranchipur, la morte dei leoni - con calmo distacco,
come se tutte quelle cose facessero parte semplicemente di un dramma a
cui egli avesse assistito molto da lontano. Per questo, nel momento
piú critico, aveva provato quella sensazione d'acuto dolore quando il
suo piede aveva schiacciato la squisita miniatura (...) e sempre per
questo era stato sensibile alla drammatica bellezza della scena nel
corridoio del primo piano alla luce giallastra della lampada a
petrolio. Questo era ancora il motivo per cui Safka, anzi che lui,
aveva immediatamente agito, assumendosi il comando della situazione,
mentre lui, reagendo con maggior lentezza, era rimasto come in
disparte, in subordine.
Fu solo in quell'istante, quando, passata la prima violenza, la
MacDaid parlò, ch'egli dovette voltare le spalle agli altri per
impedire ch'essi, alla luce della lampada, lo vedessero ridere. Quel
riso sfuggiva al suo controllo, assomigliava alla crisi frenetica che
l'aveva colto quando Safka gli aveva rivelato lo stato pietoso della
povera Sara Dirks; ma ne differiva in qualità: era provocato dal
ridicolo di certi particolari recenti, come le urla regolari,
metodiche della Murgatroyd, ridotta finalmente in silenzio dallo
schiaffo della MacDaid, la maestosa comparsa della signora Bannerjee
sulle scale in mezzo ai suoi pechinesi, la voce del povero, piccolo
Bannerjee litaniante per terrore, la visione di tutti loro -
dell'abile signorina MacDaid, del forte e coraggioso Safka, della
signora Bannerjee e dei suoi cani, di Edvina 'una delle piú nobili
dame dell'aristocrazia inglese', della signorina Murgatroyd, la
bibliotecaria eurasiatica, sollevata da terra come un sacco di patate
- di tutti loro in fuga dinanzi all'inondazione. Quali che fossero i
loro segreti, il loro tormento, la loro disperazione, tutti avevano
voluto vivere, freneticamente. E tutto ciò era ridicolo, e anche
qualche cosa di piú. Nel profondo della sua coscienza, egli sapeva che
quella scena gli dava un senso di soddisfazione. Se soltanto
quell'inondazione e quel terremoto avessero potuto estendersi al mondo
intero... s'egli avesse potuto assistere al panico dei banchieri, dei
politicanti, dei demagoghi, dei milionari, dei giornalisti, a
Washington, a Londra, a Parigi; se soltanto egli avesse potuto
assistere a tutto ciò... E se i Profeti del Vecchio Testamento
avessero avuto ragione? Ci sarebbe stato proprio da ridere allora!"
Ibidem, pp. 380-90.

"Dopo il disastro, quando le nuove della tragedia giunsero al Dewan,
circondato dai suoi innumerevoli familiari, a Poona, il vecchio,
passandosi le dita magre e lunghe entro la bianca barba prolissa, si
disse amaramente: «Doveva esserci qualche difetto nella diga. Non
riesco a ricordarmi nulla di quel de Groot, se non gli occhi. E in
quegli occhi si nascondeva tutta la tragedia della cupidigia europea».
E seppe, seduto nella frescura del suo giardino, che fin da allora
avrebbe dovuto credere al suo istinto, che non lo aveva mai tradito.
Ma era troppo tardi, ormai. Dopo una mattina di meditazione, si disse
ancora, ripensando agli occhi di k r a i t : «Uomini simili
andrebbero calpestati, schiacciati come serpenti. Se non verranno
schiacciati, l'Occidente è finito: esso distruggerà se stesso». E
assiso nel suo giardino, immensamente vecchio, immensamente saggio, il
Dewan si compiacque di questa prospettiva." Ibidem, p. 439

"- Il guaio, - rispose Edvina, - è che siete un maledetto
sentimentale. - Poi, dopo un istante di vaga riflessione: -
Appartenete a quella categoria di uomini che fanno del sentimentalismo
sulla sorte delle città e degli eserciti e che vedono tutto in
funzione storica. Se foste un pochino piú personale non vi trovereste
sempre fra i tormenti.
Ella aveva parlato, capí Ransome, per istinto (...). Tuttavia quanto
aveva detto era vero, cosí vero da gettare improvvisamente su di lui e
su tutta la sua vita una luce immensa. Edvina aveva ragione. Egli era
sempre stato un universalista, e fin dal principio era caduto
nell'errore di Descartes, separando l'umanità dall'individuo: cosa che
lo rendeva sentimentale e un po' meno umano." Ibidem, pp. 498-9

"Tornato dinanzi alla casa di Bannerjee, Ransome trovò il servo che,
in attesa sul balcone, guardava la città sommersa. L'uomo non s'era
accorto dell'arrivo di Ransome. Piccolo, magro, nerissimo, era la sola
cosa viva in quel panorama di desolazione e di morte, perché anche gli
uccelli e le scimmie sacre avevano abbandonato la zona inondata, quasi
avessero indovinato ch'essa era stata maledetta dalla natura.
Il servo non si muoveva e nella ipnotica immobilità dell'uomo parve
a Ransome di scoprire qualcosa di preoccupante. Era un uomo che aveva
perduto tutto - moglie, figli, forse il padre, la madre ed anche i
nonni, ché il quartiere della servitú in fondo al giardino era stato
un vero villaggio, con altari a Kali, a Siva e a Rama. Da quell'uomo
emanava una specie di sacro terrore. Brutto, minuscolo, quasi
infantile contro la minaccia dell'oscuro cielo da monsone, egli
rappresentava, si sarebbe detto, un fragile monumento di pazienza e di
sopportazione. Quell'uomo era l'India, piú che qualunque altro, piú
che Bannerjee, o Safka, o Raschid Ali Khan o lo stesso Maharajah, era
l'India che continuava a vivere, indistruttibile, riproducendosi
eternamente, come gli sciami d'insetti attaccati alle grondaie di
marmo del grande palazzo. Era la vita, il principio, scaturito da
un'infanzia famelica in una maturità che conosceva solo piaceri
animaleschi e superstiziosi, di poco superiori a quelli delle rumorose
e brulicanti scimmie sacre.
Per qualche istante, come affascinato, Ransome restò seduto nella
barca, cercando di scoprire quale fosse l' e s s e n z a di
quell'uomo - le sue necessità, la sua anima, il suo spirito. Che
significato egli stesso poteva avere per quella figura ossuta, cupa,
immobile, per quell'essere agli occhi del quale l'Impero britannico
non aveva senso, la cui immaginazione non si estendeva oltre i limiti
della città distrutta, non giungeva neppure alla desolazione di El-
Kautara o alla sacra montagna di Abana? Non era un animale, poi che
aveva forma umana. Che mai provava quell'uomo nel trovarsi ad un
tratto, terribilmente solo, in un mondo che fino a poco fa era stato
solido e sicuro? A che cosa stava pensando ora, mentre, immobile come
la statua della vecchia e buona Regina Vittoria, contemplava la città
morta? Per lui che cos'era realtà e che cosa spirito? Come era
possibile raggiungere lo spirito di quell'immagine oscura, quasi
irreale?
E, stancamente, Ransome si sentí prendere da un lento impulso
d'abnegazione, che si ridestava in lui come quella strana sensazione
che aveva avuto vent'anni prima, nel Belgio, standosene appoggiato al
muro imbrattato di fango d'una casa semiruinata. Era uno strano
desiderio, vagamente sensuale, di perdersi, di disperdere quel se
stesso ch'era l'Onorevole Tomaso Ransome infelice, spesso ubbriaco,
egotista, intelligente, deluso, nevrastenico, disperato; un desiderio
di tuffarsi, quali che fossero l'anima, l'intelligenza, la personalità
che avevano nome Tomaso Ransome, nel miscuglio conosciuto come
umanità, un desiderio forte come quello della sete di conoscere
quell'uomo ritto contro il cielo, quell'uomo e tutti i suoi fratelli,
fossero bianchi o neri, gialli o bruni, un desiderio di scandagliare
l'infinita pazienza, l'inspiegabile rassegnazione di tutta la sua
specie. Per un attimo Ransome fu conscio, come se le nubi pesanti si
fossero improvvisamente sollevate per rivelare il sole abbagliante
ch'esse celavano, d'aver scorto la salvezza e la pace." Ibidem, pp.
502-4

"...E aveva capito che cosa gli restasse da fare. Avrebbe dovuto
distruggersi con tutto il suo passato, con tutti i suoi dubbi, le sue
incertezze, gli inutili pensieri che lo avevano paralizzato da quando
era al mondo. Avrebbe dovuto distruggere quello ch'era stato Tom
Ransome, annullarlo, sbriciolarne l'intima essenza nella polvere
rossastra di Ranchipur. Avrebbe dovuto squarciare, umiliare quel
pensatore confuso, quel liberale, quel donchisciotte, quel cerebrale
introverso ed egotista. Nel mondo in cui si trovava (...) non c'era
posto per uomini come Ransome. Un'oncia d'azione valeva almeno quanto
una tonnellata di pensiero. La filosofia è un lusso per i deboli, il
distacco un vizio degli oziosi. Egli avrebbe dovuto distruggere tutto
ciò per riemergere infine semplice e nudo come il servo di Bannerjee
ch'egli aveva visto ritto sul balcone nella luce morente, lo sguardo
perduto sulla devastata città di Ranchipur." p. 719

"Edvina capí bruscamente che tutta quella colossale ipocrisia era
una specie di sistema, un contributo della società anglosassone alla
civiltà occidentale, ma un contributo essenzialmente inglese. Tutti
fingevano di non vedere i vizi, gli abusi, le debolezze altrui, allo
scopo di meglio mascherare i propri. Fino a quando ci si prestasse a
quel giuoco si poteva fare quel che si voleva impunemente. (...) Sotto
la superficie della società s'accumulava, a strati, un'immensa, fetida
corruzione: bastava ignorarla o volgere il capo altrove. Ma quando
volevate non prestarvi al giuoco, essere onesti, allora vi dilaniavano
e vi straziavano cosí com'erano stati ridotti a brani Byron, Oscar
Wilde, Shelley, Hastings e infiniti altri." Ibidem, p. 617

"- Non crediatemi una creatura complicata, un Latino, - egli
continuò. - Ma i rapporti umani sono spesso complicati e a me
piacciono le cose chiare. Molta gente vive tutta la sua vita e muore
senza mai conoscere che cosa sia veramente la vita e quale bellezza
possa esservi nei rapporti umani. Ma questa bellezza si può conoscere
solo quando si riesca a sollevarsi sulla mediocrità e la piccineria
della vita quotidiana. Vedete, questo è lo scopo di tutte le
religioni. Ed è questo che intendo quando dico che della
rispettabilità non m'importa nulla. La rispettabilità si addice agli
stupidi, ai deboli e agli ipocriti." Ibidem, p. 696
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