Nel fondaco di uno dei Libracci cittadini m’è saltata fuori
improvvisamente l’edizione economica di “Trans-atlantico”, il romanzo
argentino del polacco geniale Witold Gombrowicz. Universale economica
Feltrinelli, vecchia e disadorna veste grafica ancora col simbolo del
canguro. Copertina con la facciaccia in campo rosso del vecchio G.
rientrato in Europa. Prezzo: 3 euro.
Romanzo degli anni quaranta, epoca nella quale Gombrowicz viveva già da
qualche anno in Argentina, il Trans-Atlantico fu pubblicato a Parigi nel
1950 e in Polonia, a seguito del disgelo, nel 1957. Che poi….disgelo o non
disgelo, si capisce anche perché questo romanzo (e la stessa cosa vale
anche per gli altri), abbia avuto vita difficile nel paese natale dello
scrittore. Infatti si tratta di una feroce messa in burla di quelli che
Gombrowicz ritiene essere i grandi difetti del popolo e della nazione
polacca: immaturità, provincialismo, arretratezza, vittimismo, mitomania,
dabbenaggine, scemenza.
Non si può capire Gombrowicz (sempre che si possa “capire” uno scrittore)
se non si tiene conto che la sua opera parte da una violenta forma di
ribellione antiborghese, termine che, tra l’altro, uso in senso riduttivo,
dal momento che lo stesso scrittore proveniva addirittura dalla piccola
nobiltà di campagna, classe sociale che per secoli è stata la spina
dorsale di una nazione il cui andazzo era improntato al paternalismo e
alla pratica del latifondo. Una nazione ferma dunque, schiava di vecchi e
rigidi schemi che si rifacevano ad una sdrucita gloria nazionale, a vecchi
prontuari d’onore da corna di cervo appese al muro, a nonne avvolte nel
plaid che presiedevano al caffè d’orzo con i biscotti del lagaccio.
Gombrowicz giovane, quello dei racconti di “Bacacay” e del dissacrante
inno all’immaturità che si chiama “Ferdydurke”, si sentiva immaturo e
bestia dentro alla Polonia, sentiva come se il mondo, in quell’angolo di
Europa centrale, gli si fosse chiuso sopra. Aveva voglia di frustare le
auguste natiche dei capisaldi nazionali: famiglia, religione, convenzioni
sociali. Quindi cominciò con lo scrivere un libro di racconti che si
chiamava “Ricordi del periodo della maturazione” (poi Bacacay) nel quale
mette in scena situazioni di puro paradosso, tipo il ballo di san vito in
chiave omosessuale che coglie un tale alla vista di un avvocato di
Varsavia, oppure quella di un altro sconvolto dalla “topinitudine” del
mondo, o un altro ancora che sbarella per le vene varicose delle fantesche
inurbate, o di uno che viene segregato da un uomo di pelle scura in una
palla di vetro calata negli abissi marini.
E poi tutta la topografia dell’opera gombrowicziana: i piedi, le dita dei
piedi, le caviglie, i denti, le orecchie. Perché, dice lo spaccatutto
polacco, non c’è niente come il corpo, i residui del suo funzionamento
biologico, che ci rivelano al di là di tutte le sovrastrutture
psicosociali. Il corpo è rivelatore, e la nudità fa giustizia degli
schermi sociali. E visto che la Polonia era una nazione tutta
sovrastrutture, Gombrowicz andava in estasi alla vista delle latrine fuori
nel prato, accanto alle villotte dei signorotti di campagna.
Che poi, ripeto, Gombrowicz veniva da famiglia facoltosa, andava a fare le
vacanze in montagna nella rinomata Zakopane, per quanto anche là sentisse
la nostalgia dell’unico luogo che amasse veramente, cioè i tavolini dei
caffè di Varsavia, in particolare quello chiamato Zodiak. Là infatti
esercitava il suo magistero di grande farceur, la sua dialettica
dissacrante che non risparmiava nessuno, neanche gli altri due grandi
polacchi della sua epoca, Stanislaw Ignacy Witkiewicz (detto Witcacy) e
Bruno Schulz. Witcacy, autore più volte utilizzato da Kantor per i testi
delle sue messinscene, era un mezzo psicopatico, e va bene. Bruno Schulz
invece nutriva una sincera ammirazione per Gombrowicz, tanto che scrisse
una bella e penetrante analisi del “Ferdydurke”. Gombrowicz ne accettava
le lodi, ma con degnazione: era un gatto bastardo che riusciva ad
affettare modalità aristocratiche pur volendola prendere a calci in culo
l’aristocrazia.
Per dire di “Trans-Atlantico”. La storia di questo romanzo è semplice e
folle come quella di un altro rutilante percorso romanzesco (sempre di
mano di G.), “Pornografia”. Lo schema è quello: l’autore si mette dentro
in prima persona e dice io, poi viene in contatto con una serie di
personaggi fortemente grotteschi, quindi il protagonista comincia ad
interagire a vari livelli con questi personaggi all’interno di meccanismi
romanzeschi che sembrano preparativi di trame abnormi/folli (e il
protagonista si sorprende e, soprattutto, subisce) finché alla fine tutti
quanti – personaggi e protagonista – collidono in un gran finale
distruttivo. Un teatrino insomma, che si definisce alla fine come nei film
dell’uomo ombra, quando William Powell riunisce tutti i personaggi in una
stanza e rivela l’arcano.
Qua Gombrowicz è appena arrivato in Argentina. Non ha soldi e si trova
quindi nella necessità di trovare un lavoro. Ricorre alla Legazione
polacca, ma lì incorre subito nel folle Ministro e nel suo consigliere,
che gli danno dello stronzo salvo poi volerlo far passare per geniale
scrittore nazionale davanti alla massima gloria letteraria argentina, cioè
un tale che sembra un becchino. Poi Gombrowicz trova lavoro presso la
triade formata dal Barone, da Pyckal e da Ciumkala. Poi scappa da una
festa e incorre nel ricco gay Gonzalo, detto anche il Puto e la Vacca, che
vuole concupire il giovane Ignac ma viene sfidato a duello da suo padre
Tomasz. Poi arriva l’ordine dello Sperone inventato dal contabile
dell’impresa di cani e cavalli della triade. Poi c’è la Figliatria,
Gonzalo che vuole far ammazzare Tomasz con la mazza della pelota, Tomasz
che vuole ammazzare il figlio. Il Ministro con tutti i notabili polacchi
emigrati che irrompe nella villa del Puto per fare il kulig (vecchia
cerimonia della nobiltà polacca consistente nel girare in slitta da una
villa all’altra per gozzovigliare ed ubriacarsi). Ma è praticamente
impossibile raccontare una trama così strumentale, così virata alla
crudeltà e all’assurdo.
Si tratta infatti, come dicevo, di un meccanismo nel quale l’autore si
espone in prima persona. Come in altri romanzi questo autore-io viene
letteralmente ghermito dagli avvenimenti e portato a vivere situazioni
sempre più paradossali. La cosa interessante è la prospettiva masochistica
di Gombrowicz, il quale, devoto al corpo come ultima frontiera, si mette
in gioco persino fisicamente. E subisce i colpi di rostro del contabile,
gli amichevoli pugni nelle costole del Puto. Subisce in situazioni nelle
quali a chiunque verrebbe da ribellarsi e reagisce quando forse non ce ne
sarebbe bisogno. Al contempo attor giovane e guitto della comica
slapstick, il protagonista è come se sacrificasse la propria incolumità in
nome della descrizione in chiave grottesca della tipologia polacca che è
in quel momento sotto la sua lente d’ingrandimento.
Gombrowicz scrisse a suo tempo anche un romanzo giallo (alla maniera sua,
si capisce). S’intitola “Gli indemoniati” ed è, mi pare, di facile
reperibilità nell’economica Bompiani. Questo per dire che uno dei motori
narrativi delle sue burle è proprio quella del giallo. Ma non solo, si
tratta piuttosto di una specie di via di mezzo tra la storia gotica e il
delitto nella camera chiusa, col protagonista in balìa degli eventi che si
dà d’attorno per capire, per darsi una spiegazione e per arrivare, come
accade, in effetti, trafelato alla soluzione finale. Solamente che nel
“Trans-Atlantico” le trame sono motori a panna montata che descrivono
l’idiozia dei connazionali dell’autore (il ministro che urla trionfante
delle armate polacche alle porte di Berlino, il compatriota che dà
consiglio e relativo controconsiglio, la convinzione che sui giornali
locali basta scrivere di Chopin per far capire quanto sia grande la
Polonia ecc…). Per cui il crescere della tensione si rompe nella risata
triviale o nel finale in vacca di ogni disegno.
Resta da dire della lingua di Gombrowicz, lingua che si può godere nei
suoi rimbalzi e nelle sue traiettorie eccentriche solo leggendolo in
originale(!). Malgrado questo, attraverso la traduzione si coglie lo
stesso quel tentativo di elaborare una lingua che tenga conto
dell’infantilismo degli adulti che popolano la narrazione. Glossolalia,
canzoncine, ripetizioni e finto calcare i toni su una inquietudine che è
di cartone come i fondali del teatro dei pupi. Un continuo prendere sul
serio le macchinazioni per poi rivelarle nella loro reale natura, ovvero
cose vuote come il mondo, come quelle macchine di Tinguely, che vidi
l’estate scorsa in un parco: geniali, artigianali, funzionanti, ma che non
servivano a nulla.
Dietro a tutto questo, infine, il ghigno sardonico di Gombrowicz, che,
all’epoca dell’edizione polacca, scrive nell’avvertenza: “Convengo anche
che Trans-Atlantico è una nave corsara che contrabbanda un forte carico di
dinamite, con l’intento di far saltare in aria i sentimenti nazionali
finora vigenti da noi. Anzi, esso cela nel suo interno una esplicita
proposta che riguarda quel sentimento: superare la *polonità*. Allentare
quel rapporto che ci rende succubi della Polonia! Distaccarsi almeno un
po’! In piedi, basta con lo stare in ginocchio!”
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>improvvisamente l’edizione economica di “Trans-atlantico”, il romanzo
>argentino del polacco geniale Witold Gombrowicz.
presente!, cioè: persuaso. reo d'abbandono dell'aspro tetto polonese,
scioccamente sdegnando il ferdydurke in giorni che prediligevo la
rotta inversa, dall'argentina in qua (il viaggio premio di cortázar),
eccomi pronto a rimediare. in che libraccio, hai detto? grazie, prego,
dovere mio.
> presente!, cioè: persuaso. reo d'abbandono dell'aspro tetto polonese,
Aspro ma fecondo ricetto il tetto polonese. Nelle vesti del veggente di
Lublino ti rilascio, però, e sulla parola, l'assoluzione dai peccati di
non polaccaggine.
> scioccamente sdegnando il ferdydurke
AArgh (rido)
> in giorni che prediligevo la
> rotta inversa, dall'argentina in qua (il viaggio premio di cortázar),
Guarda, ho comprato il bestiario di Cortàzar a metà prezzo giusto 20
minuti fa. Parto per l'Argentina con l'abbecedario sotto il braccio (c'era
anche cronopios e famas ma non l'ho comprato)
> eccomi pronto a rimediare. in che libraccio, hai detto? grazie, prego,
Libraccio di via santa tecla/piazza fontana. Ce n'era una copia sola....mi
sa che faccio prima a prestarti la mia, quale adeguato guiderdone al tuo
ravvedimento
> dovere mio.
..la forma è tutto
>Aspro ma fecondo ricetto il tetto polonese. Nelle vesti del veggente
>di Lublino ti rilascio, perň, e sulla parola, l'assoluzione dai
>peccati di non polaccaggine.
assolvimi alla brava, perché io sarei il re di polonia. c'era quella
storia che chi leggesse per intiero la 'tarda estate' di stifter,
ponderoso bildungsroman d'un pedante, eccetera eccetera.
>mi sa che faccio prima a prestarti la mia, quale adeguato guiderdone
>al tuo ravvedimento
ravvedimento operoso, gli dice il legulčio: quasi ne esistesse un
altro (metto su l'acqua per la pasta).
>..la forma č tutto
nos et cedamus amori.
>il romanzo
>argentino del polacco geniale Witold Gombrowicz.
Autore che ho molto amato. Specialmente nel 'Diario' (non ricordo se
ne avete parlato o sono stata distratta e chiedo scusa).
Tuttavia, si è inimicato tutta l'intellighenzia italiana per avere
sostenuto che Dante Alighieri è un
1) imbecille
2) non sa scrivere
3) altro che non ricordo
Recupero il saggio, a richiesta.
Altra fiondata mica da poco la distruzione di tutta la 'poesia
mondiale', nel famoso saggio dove dice che tutta la 'poesia' non ha
senso perché il 'dolce' va bene, ma la poesia è zucchero puro ecc...
la poesia si trova anche in prosa, ma giustamente diluita ecc...
mentre solo poesia fa venire il diabete ecc...
Insomma, queste due sparate sono mica roba da ridere, eh?
maria
>Recupero il saggio, a richiesta.
richiesta!
********
Witold Gombrowicz, Contro i poeti, trad. di Riccardo Landau e Silvia
Meucci, a cura di Francesco M. Cataluccio, con uno scritto di Edoardo
Sanguineti, Roma-Napoli, Theoria, 1995, pp. 115.
´I versi non piacciono quasi a nessuno e il mondo della poesia
versificata è un mondo fittizio e falsificatoª: questa la tesi
´sfacciatamente infantileª con cui Gombrowicz apre la sua invettiva
Contro i poeti, che compare in questo volume, per la prima volta nella
versione originale del 1947, insieme ad altri brevi scritti critici,
tra cui il celebre saggio Su Dante, che Ungaretti definì ´una cretina
mostruositàª. La retorica del paradosso, la teatralità della
provocazione e della sfida irriverente, di cui sono pervase le pagine
di Ferdydurke e di Pornografia, si fanno qui strumento di un attacco
´brutalizzanteª contro l'astrazione e l'elitarismo della poesia, di
´quell'estratto farmaceutico e depurato di poesia, denominato ´poesia
puraª", e della rivolta nietzschiana contro i ´padriª letterari del
passato. Se le radici storiche della polemica sono facilmente
individuabili nel contesto culturale dei primi decenni del Novecento,
le argomentazioni di Gombrowicz paiono ancora attuali.
L'anticonformismo urlato, la ricerca di uno straniamento
demistificante attraverso l'aggressività linguistica, diventano gli
strumenti di discussione del rapporto tra poesia e realtà, dunque -
come nota Sanguineti - del valore etico della letteratura. Ad una
poesia come ´Formaª, all'uso della parola come maschera verbale, alla
rimozione della materialità dell'uomo consegue difatti la cesura
sociale dei poeti, ´il pericolo di affogare nel verbalismo
dell'irrealeª, la falsa divaricazione tra umanità e scrittura. Ad essi
l'autore oppone l'idea, e la pratica, di una letteratura - di una
poesia - ´impoeticaª, che recuperi, a partire dal linguaggio,
l'autenticità dell'esistenza, nei suoi lati osceni, grotteschi,
caotici, e che riveli la profondità del Dolore, come radicale
esperienza della stessa condizione umana. [Anna Frabetti]
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maria
> Autore che ho molto amato. Specialmente nel 'Diario' (non ricordo se
> ne avete parlato o sono stata distratta e chiedo scusa).
Il Diario č una lettura...come possiamo dire...imprescindibile? Purtroppo
non ne esistono edizioni facilmente raggiungibili, se non l'estratto
feltrinelliano "Una giovinezza in Polonia".
Gombrowicz il diario lo pubblicava puntata per puntata sulla rivista
letteraria polacca in Parigi, "Kultura". Alla sua morte lo continuň, alla
maniera sua, Gustav Herling (anche qui etratto feltrinelliano "Diario
scritto di notte", molto bello).
E' un po' che vorrei trovarmi un'edizione del Diario (letto in biblio), ma
come cercalibri sono una frana, dovrei possedere un po' di tenacia
"strofesca" in matera :-)
> Tuttavia, si č inimicato tutta l'intellighenzia italiana per avere
> sostenuto che Dante Alighieri č un
> 1) imbecille
> 2) non sa scrivere
> 3) altro che non ricordo
Dovresti leggere il suo epistolario con Dubuffet, nel quale si fa beffe di
tutte le avanguardie, e in particolare sputa su l'art brut.
Ma era cosě Gombrowicz, un provocatore puro, uno di quelli che pur di fare
casino scrivono anche delle cazzate paraboliche.
Borges, ad esempio, lo odiava perchč lo trattava da fesso incolto e
plebeo, affettando in sua presenza maniere da aristocratico decaduto.
Per me l'unico Dante che viene da Est č quello di Mandel'stam (un po' di
estremismo non guasta)
> Altra fiondata mica da poco la distruzione di tutta la 'poesia
> mondiale', nel famoso saggio dove dice che tutta la 'poesia' non ha
> senso perché il 'dolce' va bene, ma la poesia č zucchero puro ecc...
> la poesia si trova anche in prosa, ma giustamente diluita ecc...
> mentre solo poesia fa venire il diabete ecc...
> Insomma, queste due sparate sono mica roba da ridere, eh?
Era un bastardo, come detto, un provocatore ad oltranza, al limite, anzi:
dentro all'assurdo. Non per niente ha scritto una storia della filosofia
in sei ore e mezza (minuto piů minuto meno).
A lui gli piaceva veramente solo il Circolo Pickwick!
>Il Diario è una lettura...come possiamo dire...imprescindibile?
Per dire, mi sento molto Luca Conti a confermarti che ho i due volumi
Feltrinelli nella bellissima collana *I narratori*.
Stupendo sentirsi Luca Conti, a danno di altri!
Il Diario è molto bello, effettivamente, per dire: che è vero.
Imprescindibile. Ché è vero, assolutamente.
>Dovresti leggere il suo epistolario con Dubuffet, nel quale si fa beffe di
>tutte le avanguardie, e in particolare sputa su l'art brut.
Non mancherò e ti ringrazio per la segnalazione. Il corso di filosofia
in sei ore e mezzo ce l'ho nella Theoria.
maria
> [...]
> Ma era cosě Gombrowicz, un provocatore puro, uno di quelli che pur di fare
> casino scrivono anche delle cazzate paraboliche.
Potresti approfondire un poco il concetto di
"cazzata parabolica"? Suona intrigante!
Ciao
Luca
>Guarda, ho comprato il bestiario di Cortàzar a metà prezzo giusto 20
>minuti fa. Parto per l'Argentina con l'abbecedario sotto il braccio (c'era
>anche cronopios e famas ma non l'ho comprato)
E hai fatto male, malissimo, peggio. Simone, tu hai un problema. In
cronopios e fama c'è un racconto che dire leggendario è poco: *Fine
del mondo fine*.
Prima di partire torna indietro e vallo a comprare.
(Insomma, fai quel che vuoi, eh?)
(Scherzo, ma se ti rimorde la coscienza di non avere comprato
cronopios e fama sono contenta di aggravare la situazione).
maria
> E hai fatto male, malissimo, peggio. Simone, tu hai un problema. In
> cronopios e fama c'è un racconto che dire leggendario è poco: *Fine
> del mondo fine*.
> Prima di partire torna indietro e vallo a comprare.
Stasera esco e lo compro.
> (Insomma, fai quel che vuoi, eh?)
Esco e lo compro.
> (Scherzo, ma se ti rimorde la coscienza di non avere comprato
> cronopios e fama sono contenta di aggravare la situazione).
S', però ho comprato a due soldi un romanzo di René Crevel, "La morte
difficile".
Crevel, giovane, spavaldo, surrealista, bel ragazzo, morto a 35 anni,
quanti ne ho io adesso: un destino.
Crevel l'ha fatto anche Fazi, eh.
>Simone Silvestri wrote: ...imprescindibile?
>maria....@katamail.com wrote: Per dire,
Bello questo gioco col P.Bianchi.
Egli fa le leggi, noi le si ingrange.
Tanto non c'è dazio.
Elvio
> Potresti approfondire un poco il concetto di
> "cazzata parabolica"? Suona intrigante!
Son cazzate che descrivono una traiettoria e poi cadono in cortile come
uno sputnik impazzito (per l'impatto, il contenitore della carta da
riciclo prende fuoco)
:-))
Come pensavo: concetto intrigante!
Grazie dell'approfondimento.
Ciao
Luca
>Witold Gombrowicz, Contro i poeti, trad. di Riccardo Landau e Silvia
>Meucci, a cura di Francesco M. Cataluccio, con uno scritto di Edoardo
>Sanguineti, Roma-Napoli, Theoria, 1995, pp. 115.
che lusso, però: anche l'abstract. grazie, diva e mentora: fa' conto
che l'abbia già in mano.