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[Long] Dicono di Mario Mieli...

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Seastorm

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Mar 11, 2003, 10:47:27 AM3/11/03
to
1) La rivoluzione sui tacchi a spillo
S. Petrignani, Panorama

Un ragazzo fragile e bellissimo, che fisicamente ricordava un po' Jean
Cocteau un po' Jean-Louis Barrault, una sorta di pierrot, eccentrico, lunare,
poetico, che si metteva i tacchi alti e indossava la cravatta, che scriveva
saggi pensosi e romanzi deliranti, che si è ucciso, dicono, per amore. Gli
appartiene il nome, dalle emme dominanti, Mario Mieli, a cui oggi sono
intitolati molti circoli omosessuali. Anche se i gay più giovani non sanno
nemmeno chi è, Mario Mieli, nei brucianti anni 70, è stato una presenza
fortissima, travolgente e sconvolgente. E non solo fra gli omosessuali.
Gad Lerner lo ricorda giovanissimo. Frequentavano il liceo Parini di Milano,
quello dei ragazzi di buona famiglia che diedero fuoco fra i primi alle
polveri del '68. Lerner aveva solo 14 anni, Mieli qualcuno di più. "Per me fu
una delle prime immagini della trasgressione. Lo guardavo ammirato. Era
elegantissimo nei suoi pantaloni di costosi velluti, a zampa d'elefante, e le
camicie chic. Si metteva il rimmel e l'ombretto. Passeggiava a braccetto di
un mitico professore di filosofia, vestito invece con la tipica trasandatezza
dei "compagni" e intorno a loro si creava un alone di rispetto e di
eccezionalità". Tra qualche giorno avrebbe compiuto 50 anni, il 21 maggio.
Probabilmente, però, per lui avere mezzo secolo sarebbe stato insostenibile,
persino ridicolo. Alcune personalità artistiche e visionarie, insegna A.
Alvarez, l'autore di un bellissimo libro sul suicidio che s'intitola "Il dio
selvaggio", non sopportano di morire oltre i 33 anni, l'età di Cristo. E con
Cristo s'identificava Mario Mieli, performer e intellettuale, autore di un
saggio, "Elementi di critica omosessuale", pubblicatogli a 25 anni da
Einaudi, che rivoluzionò in Italia e nel mondo il modo di concepire
l'omosessualità e impose una riflessione sui generis assolutamente originale.
Ora la sorella Paola, psicoanalista a New York, sta curando con Gianni Rossi
Barilli una riedizione del libro (uscirà in autunno da Feltrinelli e sarà
lanciato in un convegno internazionale), prima tappa della pubblicazione
dell'intera opera, edita e inedita, di Mario. "Ciò che mi preme" dice Paola
Mieli "è restituire la figura di mio fratello alla sua importanza di
studioso, di antesignano degli attuali studi sul gender".
Purtroppo non è mai stato ritrovato lo scritto, perso durante un viaggio in
India "Souvenir de la croix" (Ricordo della croce), che attraverso la
metafora cristologica narrava la sua vita irregolare e complicata. Ma sarà
interessante poter finalmente leggere un altro romanzo "Il risveglio dei
faraoni" che ebbe storia editoriale travagliata e che è ancora più
precisamente autobiografico. Così autobiografico e così preciso, nel far nomi
e cognomi, che la famiglia si oppose alla sua pubblicazione e ora circola
solo in poche copie clandestine, edite post mortem a spese dei due amici più
cari di Mieli, Marc de' Pasquali e Umberto Pasti, forti di una lettera
autografa di Mario (considerata falsa dai Mieli), che lasciava de' Pasquali
erede della sua opera ("Non si sa mai" le avrebbe detto firmando il
documento).
"Era il suo problema la famiglia, ricchissima e conservatrice" evoca un'altra
amica, la poetessa e traduttrice romana Laura Noulian, che l'ha conosciuto
all'università. "Non sapevano come prenderlo quel ragazzo geniale, estremo in
ogni suo gesto, che faceva della diversità una continua performance". Erano
industriali della seta, di Como. Il padre, cattolico e monarchico, era
l'antitesi di quel figlio avventuroso e avveniristico, sesto di sette,
quattro maschi e tre femmine, che un giorno avrebbe delirato di essere, forse
proprio in onore dell'odiato amato genitore, "marxista monarchico".
"Mario era così efebico, aveva il fascino ambiguo dell'ermafrodita" lo
racconta il poeta e scrittore Michelangelo Coviello, che nell'81 con lui
diede vita a una serie di esperienze teatral-letterarie a Milano, "era
soprattutto uno studioso, un intellettuale coltissimo, che però trasformava
la vita pubblica in un grande show e sperimentava su se stesso ogni
perversione come ogni pasticca". Franco Cordelli ricorda una serata romana in
cui finì in questura con Mieli e Dario Bellezza, perché il nude-look in
tacchi a spillo del primo fu considerato "oltraggio al pubblico pudore".
Un'altra volta, a salvarlo dai poliziotti sarebbe intervenuto Alberto
Moravia. Mario Fortunato, lo scrittore che ora vive a Londra, direttore
dell'Istituto italiano di cultura, stabilisce un parallelo fra l'artista
italiano e Gilbert e George, coppia di pittori british, oggi sessantenni, che
usano per dipingere, con gaia ironia, ogni secrezione corporea, ma ricorda le
derive coprofile degli ultimi interventi teatrali di Mieli, come "qualcosa di
piuttosto impressionante che ti lasciava in dubbio se ti trovavi in presenza
di un artista o di un caso clinico". Il critico teatrale Nico Garrone
storicizza: "Mieli era il figlio geniale di un'epoca in cui il teatro
sconfinava nella vita, o la vita diventava teatro, e il gesto artistico,
sempre provocatorio, diventava immediatamente politica". E infatti l'impegno
civile di Mieli era all'insegna di "il personale è politico". Fondò il Fuori
(il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario), che abbandonò subito, quando
il gruppo si allineò con il Partito radicale, "avendo in sommo spregio i
politici", e passò allora ai Com (i collettivi omosessuali milanesi).
Spiega Maria Bosio, fotografa e regista, che lo ospitava a Roma quando Mario
lasciava Milano: "Era un avanguardista a oltranza, non sopportava la
razionalizzazione della politica. L'omosessualità per lui era transessualità,
ma nel senso di un passaggio costante dall'una all'altra identità, cercando
una sintesi in un gioco molto serio". Con Bosio, Mieli intrattenne un altro
serissimo gioco politico, quello del pacifismo (scrissero insieme un appello
per la pace che fu firmato da grandi intellettuali italiani e stranieri
"contro il cinismo della politica borghese"). Ce n'è traccia in un libretto
recente, curato da Gianpaolo Silvestri e Antonio Veneziani, dal titolo Oro,
Eros e Armonia, edito da Fabio Croce, raccolta di testimonianze varie, di
poche poesie inedite di Mario e di alcune delle molte lettere agli amici,
destinate anch'esse un giorno a essere raccolte in volume.
Paola Mieli è solo all'inizio del suo lavoro di ricerca e organizzazione del
materiale sparso, ora che la morte dei genitori ostili e il benestare degli
altri fratelli le permette di muoversi con libertà. Lettere piene di
maledizioni furono spedite da Mario Mieli prima di morire. Arrivarono a
destinazione dopo il suicidio. Ultimo colpo di scena. Maria Bosio mostra
quella che ricevette lei. "Ti mando in purgatorio, anzi all'inferno" scrive
Mario. Ma, quasi a smentirsi o a farsi perdonare, sulla busta ha posto il
sigillo di un bacio: le sue labbra sporche di rossetto.
Il poeta Milo De Angelis, compagno di scuola al Parini che lo frequentò
regolarmente per tutta la vita, parla dell'ossessività dell'idea del suicidio
coltivata negli ultimi mesi. "Era un ritornello perentorio. Cercava
addirittura qualcuno che lo uccidesse". E questo, dice Milo, era tanto più
doloroso per gli amici quanto più "si contrapponeva a una personalità solare,
creativa, che portava sempre con sé una dimensione estiva".
Si uccise perché l'amore più importante della sua esistenza, piena di
passioni, era arrivato alla fine? "Con Umberto siamo al disarmo totale"
scrive spiritosamente a Maria Bosio. Si uccise perché era andato troppo
oltre, mettendosi in gioco fino a un punto di non ritorno (gli psichiatri
avevano diagnosticato una sindrome di schizofrenia paranoide)? Si uccise
perché l'imminente uscita da Einaudi del "Risveglio dei faraoni", osteggiato
violentemente dal padre, avrebbe reso il conflitto con la famiglia esplosivo?
Gira una leggenda su quell'ultimo giorno di vita, il 12 marzo del 1983. Mario
in collant e tacchi a spillo e pelliccia bianca, la sua mise preferita,
prende un taxi da Milano a Torino, piomba all'Einaudi e straccia il contratto
perché non ne può più del tira e molla sulla correzione delle bozze (forse
gli editor gli consigliavano di cambiare i nomi dei personaggi). Sconvolto
riprende un taxi e torna a Milano. Apre i rubinetti del gas e si uccide. Ma
Cesare Cases, principale artefice della pubblicazione degli Elementi, che era
stata la tesi di laurea in filosofia di Mieli, non ricorda nessuna scenata
plateale. E nemmeno Roberto Cerati, colonna storica dello Struzzo, rammenta
nulla di simile. Ricorda solo quanto il romanzo fosse apprezzato in casa
editrice e che, dopo la morte dell'autore, "il dattiloscritto fu restituito
per rispetto verso la famiglia che ne chiedeva la sospensione".
Scartabellando nell'archivio trova un ritaglio di giornale, La Repubblica di
quel marzo 1983 con il triste titolo: "Morto un leader del Fuori"
[S. Petrignani, Panorama]

2) Mario Mieli, un rivoluzionario gay.
Saverio Aversa

Dalla scheda bibliografica Einaudi di "Elementi di critica omosessuale",
aprile 1977: "Questo saggio affronta con militante slancio polemico tutti i
maggiori temi dell'omosessualità maschile. Ne è autore un giovane studioso
milanese." . L'autore in questione era Mario Mieli che diede alle stampe il
rifacimento della sua tesi di laurea in filosofia e che nella premessa
scrisse: "In quanto checca, ho preferito fare riferimento all'omosessualità
femminile il meno possibile, poiché le lesbiche sono le sole persone che
sappiano cosa sia il lesbismo e che non ne parlino a vanvera". Quel testo
rimane, a distanza di venticinque anni, uno degli studi più interessanti
sull'omosessualità indicata come: "ponte verso una dimensione esistenziale
decisamente altra, sublime e profonda".
Se non si fosse ucciso diciannove anni fa, Mieli avrebbe compiuto il suo
cinquantesimo compleanno il 21 di questo maggio. Apparteneva ad una
ricchissima famiglia di industriali della seta, era il sesto di sette figli:
"Quando la mamma era incinta di me tutti s'aspettavano una bambina.
M'avrebbero chiamato Franca, poiché dei miei fratelli maggiori il terzo, il
più bello, ha nome Franco ed io nel faraonico inconscio di famiglia, ero
destinata ad essere sua moglie." (dal racconto "Faraonici stralci").
Il suo esordio come attivista gay risale al 1972, quando a San Remo insieme
ad Alfredo Cohen e ad Angelo Pezzana si espose nel primo coming-out
volutamente e dichiaratamente politico che segnò la nascita del movimento
gay italiano. L'occasione fu la protesta contro un congresso internazionale
sulle devianze sessuali tra le quali era inclusa l'omosessualità con tanto
di "terapie d'avversione" alle quali sottoporre i "malati". Con Cohen,
attore e autore di storiche rappresentazioni come il monologo "Mezzafemmena
e za' Camilla", sorta di manifesto del teatro politico frocio, condivideva
la passione per il palcoscenico.
Mieli, insieme ai COM (Collettivi Omosessuali Milanesi), fondò un gruppo
teatrale "Nostra Signora dei Fiori" (evidente il riferimento a Jean Genet)
che mise in scena "La Traviata Norma ovvero: vaffanculo, ebbene si!". Questi
ed altri spettacoli come quelli di Ciro Cascina, famoso per "La Madonna di
Pompei vuole bene pure ai gay", avevano l'intento di suscitare il dibattito
sui temi della lotta al sessismo, all'omofobia, al conformismo.
Il "movimento del '77", organizzò un incontro di tre giorni a Bologna al
quale parteciparono anche i gay accanto agli esponenti di varie realtà come
i punk, i freak, gli autonomi, gli indiani metropolitani, le femministe. Al
corteo conclusivo c'erano striscioni e slogan come "via anale contro il
capitale", "lotta dura contro natura", "più devianze meno gravidanze".
Mentre sul palco situato alla fine del corteo interveniva Dario Fo, salì
Mario Mieli che gli strappò il microfono e incitò i presenti ad andare a
protestare davanti ad un vicino edificio dove era in corso un congresso
eucaristico. In una lettera ad un amico, pubblicata sulla rivista "Lambda",
Mieli così ricordò l'episodio: " Ad un certo punto ho gridato il tuo slogan
'Combattere per la pace è come scopare per la castità!' e m'è stato riferito
che in quel momento, pronunciando la tua frase, ho avuto in mano la piazza.
Poi, una valanga di fischi. Me ne sono andato felice, mostrando il culo: ero
vestito da contadinella inerme."
Soltanto due mesi dopo il suo suicidio il Coordinamento Unitario Omosessuale
Romano (CUOR), formatosi dall'unione di due gruppi come "Narciso" e il FUORI
in occasione della protesta per l'omicidio di Salvatore Pappalardo trucidato
a Montecaprino, decise di cambiare denominazione e nacque il Circolo di
Cultura Omosessuale "Mario Mieli".
Nel 1994 la Cooperativa Colibrì di Milano pubblicò il romanzo autobiografico
di Mieli "Il risveglio dei faraoni", subito fatto sequestrare dalla famiglia
che vi era rappresentata secondo l'interpretazione personalissima
dell'autore. Quest'anno l'editore Fabio Croce ha stampato "Oro, Eros e
Armonia", una raccolta di saggi, poesie, racconti e interviste con i
contributi e le testimonianze di Ivan Cattaneo e di Gianpaolo Silvestri.
Cattaneo racconta del suo rapporto con Mieli: "Difficile essere amici di
Mario -quasi impossibile- a volte amanti, adulatori, cortigiani sempre! Lui
era l'ultimo dei maledetti, il bello assoluto, io lo prendevo sempre in
giro, lo chiamavo "Marella Caracciolo Agnelli" per via di una vecchia foto di
Avedon dove la somiglianza è spaventosa!".
Tra i testi raccolti in "Oro, Eros e Armonia", appartenenti all'ultimo
periodo, vi è la trascrizione della conferenza "Liberazione dell'Eros per il
conseguimento dell'Armonia" che prendeva spunto da un appello per la pace
che Mieli preparò insieme a Maria Bosio e ad Umberto Pasti. Tra gli
argomenti più ricorrenti del libro troviamo la sperimentazione con le droghe
e poi l'analità, il denaro, la merda: "La coprofagia è fonte di piacere,
beninteso se si mangia merda perché lo si vuole fare e non si è costretti a
farlo. La coprofagia fa star bene e sviluppa le nostre facoltà creative,
inoltre concilia nell'individuo pulsione di vita e pulsione di morte (la
merda è sintesi di vita e di morte). E' difficile descrivere gli effetti
della coprofagia: sarebbe un po' come descrivere quelli dell'Lsd a chi non
abbia mai fatto un trip. Però Lsd alla lunga fa male, mentre la merda no".

Bibliografia
- "Aut" mensile del CCO "Mario Mieli", n° 38 Mario Mieli
- "Elementi di critica omosessuale" Einaudi Id.
- "Oro, Eros e Armonia" Fabio Croce editore
- Gianni Rossi Barilli, "Il movimento gay in Italia", Feltrinelli

3) Mario Mieli, un outing che sconvolse gli anni '70
Ranieri Polesa

Scrisse un saggio che fece epoca e un romanzo che venne distrutto per volontà
delia famiglia. Fu maestro di provocazioni e mori suicida giovanissimo. Se
Mario oggi fosse ancora vivo, a Roma per la marcia del Gay Pride ci andrebbe
di certo. Sarebbe lì contro quelli che vogliono vietare. Ma sul motivo
generale, i diritti degli omosessuali, lui conserverebbe le sue posizioni
radicalmente divergenti; fin dai tempi della sua uscita dal Fuori di Angelo
Pezzana, Mario Mieli era contro la liberalizzazione della sessualità gay, la
creazione - diceva - di un parco divertimenti per culattoni imbecilli. E a
favore invece della liberazione di tutti gli uomini, con la realizzazione del
"comunismo polimorfo perverso" in cui ogni espressione del desiderio trovasse
il suo spazio". Parla lo scrittore Umberto Pasti (il suo romanzo L'età
fiorita, edito dai Saggiatore, è nella cinquina del Vìareggio), che fu amico
di Mario Mieli, morto suicida a 30 anni nell'aprile dell'83, e a cui è
intitolato il centro culturale romano che ha organizzato fra mille polemiche
la manifestazione del 7 e 8 luglio. Milanese, di una famiglia di ricchi
setaioli del Comasco, sesto in una famiglia di sette figli, studi al Parini
intervallati da soggiorni a Londra, gay dichiarato fin dall'adolescenza,
Mieli ha lasciato un saggio pubblicato da Einaudi nel '77, Elementi di
critica omosessuale, un numero imprecisato di articoli su disparate riviste,
e il ricordo di alcune performance teatrali voiutamente scandalose, fra cui
La Traviata Norma del 76. Laureato in filosofia alla Statale di Milano (il
saggio Einaudi era una rielaborazione della tesi: fondamentale, dicono, per
la pubblicazione fu il parere favorevole di Cesare Cases), Mieli appare nei
ricordi di chi lo conobbe come il ragazzo che andava truccato a scuola (così
Gad Lemer, suo compagno di liceo in un'intervista apparsa su Sette}, che
saliva sugli autobus nudo sotto una pelliccia, che potevi incontrare a San
Babila con addosso i gioielli di famiglia, "Amava épater le bourgeoìs sopra
ogni cosa", dice Inge Feltrinelli. "Era simpatico, terribilmente
intelligente: uno dei pochissimi intellettuali italiani a fare il coming out.
Io firmavo tutti i suoi appelli". Nelle memorie di chi si trovava a Bologna
nel '77 resta l'immagine di Mieli "in tenuta da femminista" che contesta
Dario Fo mentre cercava di tener lontani i ragazzi da Piazza Maggiore dove si
svolgeva il congresso eucaristico. "Lo incontrai a Sanremo, nel '72r racconta
Angelo Pezzana, fondatore del Fuori. "Eravamo lì per contestare un congresso
di sessuologi molto repressivi. Mario arrivava da Londra, inviato dal Gay
Liberation Front. Mescolava il massimo della ideologizzazione di quegli anni
con un senso assoluto di trasgressione. Marxista intransigente, contestò
molto presto la politica del Fuori che perseguiva l'integrazione sociale. Lui
voleva distruggere la società. Mi chiamò riformista, revisionisia, uscì dal
Fuori quando decidemmo di federarci con i radicali. Negli ultimi anni mi
sembrava profondamente deluso, la rivoluzione totale in cui aveva creduto non
era più possibile. Scriveva un romanzo". II libro, intitolato II risveglio
dei faraoni, doveva uscire da Einaudi nell'83. Pochi giorni prima di morire
Mieli lo ritirò dopo una terribile lite in casa editrice. Quel romanzo
autobiografico è stato stampato nel '94, per conto di un'associazione
culturale milanese; Umberto Pasti aveva fotocopiato le bozze che si era fatto
prestare dalla famiglia. Ne è seguita una causa, conclusa con un
patteggiamento in cui gli editori assicuravano il ritiro e la distruzione
delle copie stampate. "Per Mario quel romanzo aveva un significato politico,
un'importanza enorme: lì si sarebbe svelato il grande segreto noto ai saggi
dell'antico Egitto, l'ordine cosmico del comunismo polimorfo e perverso",
racconta Pasti. "Negli ultimi anni si era dedicato in modo ossessivo alle
speculazioni alchimistiche, da qui anche la sua pratica delIa coprofagia.
Credeva di essere il Messia della setta delle intelligenze extraterrestri che
tanto tempo fa avevano portato la saggezza fra noi. Ma negli ultimi mesi
denunciava l'esistenza di un complotto contro di lui". Fantasmagorie o vera
paranoia? "Mario diventava sempre più pazzo, ripetitivo nelle sue ossessioni.
Il professor Zapparoli, lo psichiatra che lo aveva avuto in cura da giovane,
aveva diagnosticato una sindrome maniaco-depressiva con connotazioni
schizoidi. Non durerà molto, aveva detto. Ecco, la mia impressione è che
Mario sapesse di aver poco tempo, che doveva fare tutto in fretta". Sepolto
nel cimitero di Lora, sul lago di Como ("la famiglia ritirò il corpo
dall'obitorio di Milano e in gran fretta chiusero la bara nel loculo",
racconta sempre Pasti. "Quando io e altri amici arrivammo tutto era già stato
fatto"), Mario Mieli sembra essere un morto dimenticato. Coperto da un
silenzio incredibile, per uno che invece amò il clamore, la visibilità, la
provocazione. Titolari dei diritti dei suoi scrìtti, i fratelli non
rispondono nemmeno alle richieste di ripubblicazione. Lui che in vita non fu
mai una vittima, un martire, sconta da morto una condanna troppo crudele:
quella di sembrare uno che non e mai esistito.

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Nessuno rispetta tutte le norme
Nessuna norma viene sempre rispettata

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