requiemp...@yahoo.com
unread,Jun 12, 2015, 3:51:25 AM6/12/15You do not have permission to delete messages in this group
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Era una cosa terribile esser burlati così dalla vita, c'era da riderne e da piangerne! O si viveva lasciando giocare i propri sensi, succhiando perdutamente al petto dell'antica Madre Eva: e allora si gustavano bensì piaceri sublimi, ma nulla salvava dalla caducità; si era allora come un fungo nel bosco, oggi rigoglioso e di colori vivaci, domani marcito. Oppure si cercava di difendersi, ci si chiudeva nell'officina e ci si sforzava di costruire un monumento alla vita fugace: e allora bisognava rinunciare alla vita, allora non si era più che strumenti, allora si serviva bensì l'immortalità, ma intanto ci s'inaridiva e si perdeva la libertà, la pienezza, la gioia della vita. Così era avvenuto a maestro Nicola.
Ah, eppure tutta questa vita aveva un senso soltanto se l'uno e l'altro scopo si potevano raggiungere, se non c'era questa scissione provocata da un arido a u t a u t ! Creare, ma non a prezzo della vita! Vivere, ma senza rinunciare alla nobiltà della creazione! Non era dunque possibile?
Forse c'erano uomini a cui era possibile. Forse c'erano mariti e padri di famiglia, che serbando la fedeltà non perdevano il piacere dei sensi? Forse c'erano sedentari, a cui la mancanza di libertà e di pericolo non faceva inaridire il cuore? Forse. Egli non ne aveva visti ancora.
Pareva che tutta l'esistenza fosse basata sulla duplicità, sul contrasto: donna o uomo, vagabondo o borghesuccio, uomo d'intelletto o di sentimento; aspirare ed espirare insieme, essere uomo o donna, conciliare libertà ed ordine, istinto e spirito, non era possibile; bisognava sempre pagare l'una cosa con la perdita dell'altra e sempre l'una era altrettanto importante e desiderabile quanto l'altra! Le donne forse avevano in questo la vita più facile. In loro la natura aveva fatto in modo che il piacere portasse da sé il suo frutto e che dalla felicità dell'amore nascesse il figlio. Nell'uomo in luogo di questa semplice fecondità c'era l'eterna aspirazione. Il Dio che aveva creato tutto questo era dunque cattivo od ostile, rideva forse con gioia maligna della sua propria creazione? No, non poteva essere cattivo, se aveva creato i caprioli e i cervi, i pesci e gli uccelli, il bosco, i fiori, le stagioni. Ma c'era una scissione nella sua creazione, sia che questa fosse mal riuscita e imperfetta, sia che Dio lasciando nell'esistenza umana tale lacuna e tale aspirazione insoddisfatta avesse intenzioni sue particolari, sia che ciò fosse il seme del nemico, il peccato originale. Ma perché quest'aspirazione insoddisfatta doveva esser peccato? Non nasceva da essa tutto ciò che di bello e di santo l'uomo aveva creato e reso a Dio come un'offerta di gratitudine? Traduzione di Cristina Baseggio, Mondadori, 1995, pp. 278-80
«Una domanda, Narciso: avete bruciato anche voi qualche volta gli ebrei?»
«Bruciato gli ebrei? E come? Non ci sono ebrei da noi.»
«È vero. Ma dimmi: saresti capace tu di bruciare degli ebrei? Puoi immaginarti possibile un caso simile?»
«No, perché dovrei farlo? Mi credi un fanatico?»
«Comprendimi, Narciso! Voglio dire: puoi pensare che in qualche caso sapresti dare l'ordine di uccidere degli ebrei, oppure il tuo consenso? Tanti duchi, borgomastri, vescovi ed altre autorità hanno dato di questi ordini.»
«Io non darei un ordine di questo genere. Ma posso pensare al caso che mi toccasse di assistere a una tale crudeltà e di tollerarla.»
«La tollereresti dunque?»
«Certo, se non avessi il potere d'impedirla. Tu hai assistito qualche volta ad un rogo di ebrei, Boccadoro?»
«Ah, sì.»
«Ebbene, l'hai impedito?... No?... Vedi.»
Boccadoro raccontò minutamente la storia di Rebecca, e nel racconto si riscaldò, si appassionò.
«Ebbene», concluse con veemenza, «che mondo è questo, in cui dobbiamo vivere? Non è un inferno? Non è rivoltante e mostruoso?»
«Certo, il mondo è così.»
«Ah!» esclamò Boccadoro con ira. «E quante volte in passato mi affermasti che il mondo è divino, che è una grande armonia di sfere nel cui centro troneggia il Creatore, e che tutto ciò che esiste è buono, e così via. Dicevi che questo si trovava in Aristotele o in San Tomaso. Sono ansioso di sentire come spieghi questa contraddizione.»
Narciso rise.
«La tua memoria è stupefacente, eppure ti ha un po' ingannato. Io ho sempre venerato la perfezione del Creatore, ma non mai della creazione. Non ho mai negato il male nel mondo. Che la vita sulla terra sia armonica e giusta e che l'uomo sia buono, questo, mio caro, nessun vero pensatore l'ha mai affermato. Che invece i sentimenti e le aspirazioni del cuore umano siano cattivi, è espresso nella Sacra Scrittura e lo vediamo confermato ogni giorno.»
«Benissimo. Vedo finalmente come la pensate voi eruditi. L'uomo dunque è malvagio, e la vita sulla terra è piena di volgarità e di sconcezza, questo lo concedete. Ma dietro, nei vostri pensieri e nei vostri trattati, esistono la giustizia e la perfezione. Ci sono, si possono dimostrare, solo non se ne fa alcun uso.»
«Hai accumulato molto rancore contro noi teologi, caro amico! Ma non sei ancora diventato un pensatore; tu getti tutto alla rinfusa. Dovrai imparare ancora qualche cosa. Ma perché dici che non facciamo nessun uso dell'idea della giustizia? Lo facciamo ogni giorno ed ogni ora. Io, per esempio, sono abate ed ho un convento da dirigere, e in esso ci sono altrettante imperfezioni e colpe quante se ne incontrano fuori nel mondo. Tuttavia noi contrapponiamo sempre e costantemente al peccato originale l'idea della giustizia e cerchiamo di misurare con essa la nostra vita imperfetta e di correggere il male e di metterci in rapporto costante con Dio.»
«Oh sì, Narciso. Non voglio dire di te e che tu non sia un buon abate. Ma penso a Rebecca, agli ebrei arsi, alle tombe in massa, a quel gran morire, alle strade e alle stanze dove giacevano fetenti i cadaveri degli appestati, a tutto quello spaventoso deserto, ai fanciulli derelitti rimasti soli al mondo, ai cani di guardia morti di fame alle loro catene... e quando penso a tutto questo e rivedo innanzi a me queste immagini, il cuore mi fa male e mi pare che le nostre mamme ci abbiano generati in un mondo disperatamente crudele e diabolico, e che sarebbe meglio non l'avessero fatto e Dio non avesse creato questo mondo orrendo, e che il Redentore non si fosse fatto crocifiggere per esso invano.»
Narciso fece all'amico un cenno di affettuosa approvazione.
«Hai perfettamente ragione», disse con calore, «sfògati pure, dimmi tutto. Ma in una cosa t'inganni: tu credi che tutto questo che dici sia pensiero. No, sono sentimenti! Sono i sentimenti di un uomo preoccupato dall'orrore dell'esistenza. Ma non dimenticare che a questi sentimenti tristi e disperati se ne contrappongono ben altri! Quando sul tuo cavallo tu provi un senso di benessere, attraversando una bella regione, o quando, con una certa leggerezza, t'introduci di sera nel castello per fare la corte all'amante del conte, allora il mondo ti appare tutto diverso, e le case appestate e gli ebrei bruciati non t'impediscono punto di cercare il tuo piacere. Non è così?»
«Certo, è così. Poiché il mondo è così pieno di morte e d'orrore, io cerco continuamente di confortare il mio cuore e di cogliere i bei fiori che sbocciano in mezzo a questo inferno. Trovo piacere e dimentico per un'ora l'orrore. Ma non per questo esso cessa d'esistere.»
«Hai detto molto bene. Dunque tu ti trovi nel mondo circondato di morte e d'orrore e per sfuggire ad esso cerchi il piacere. Ma il piacere non dura e ti rilascia poi nel deserto.»
«Sì, proprio così.»
«Così avvenne alla maggior parte degli uomini, ma pochi lo sentono con la tua forza e con la tua veemenza, e pochi hanno il bisogno di rendersi conto di questi sentimenti. Ma dimmi un po': oltre a questa disperata alternativa fra il piacere e l'orrore, fra la gioia di vivere e il senso della morte... oltre a questo, non hai sperimentato qualche altra via?»
«Oh sì, certo. Ho provato la via dell'arte. Ti ho già detto che fra l'altro sono diventato anche artista. Un giorno, eran forse tre anni che vivevo fuori nel mondo e quasi sempre vagabondando, trovai in una chiesa di convento una Madonna di legno; era così bella e la sua vista mi colpì tanto, che chiesi del maestro che l'aveva fatta e lo cercai. Lo trovai: era un maestro celebre; divenni suo scolaro e lavorai alcuni anni con lui.»
«Di questo mi racconterai ancora in seguito. Ma quale fu per te il frutto, il significato dell'arte?»
«Fu il superamento della caducità. Vidi che della farsa e della danza macabra della vita umana qualcosa rimaneva e durava: le opere d'arte. Certo anch'esse un giorno o l'altro passano, bruciano o si rovinano o vengono distrutte. Ma ad ogni modo durano parecchie generazioni e formano al di là del momento un quieto regno d'immagini e di cose sacre. Collaborare a questo mi pare un bene e un conforto, perché è quasi un rendere eterno ciò ch'è transitorio.»
«Questo mi piace molto, Boccadoro. Spero che tu farai altre belle opere; io ho grande fiducia nella tua forza e spero che sarai per un pezzo mio ospite a Mariabronn e mi permetterai di allestirti un'officina; da molto tempo il nostro convento non ha più un artista. Io credo però che con la tua definizione tu non hai esaurito ciò che vi è di meraviglioso nell'arte. Credo che l'arte non consista solo nello strappare alla morte e portare a più lunga durata, con la pietra, col legno e coi colori, qualcosa che esiste ma è mortale. Io ho veduto più di un'opera d'arte, certi santi e certe Madonne, che non credo siano solo fedeli riproduzioni di un singolo essere umano, vissuto un giorno, di cui l'artista ha conservato le forme o i colori.»
«Hai ragione», esclamò Boccadoro con fervore, «non avrei creduto che tu conoscessi l'arte così a fondo! L'immagine originaria di una buona opera d'arte non è una figura reale, viva, quantunque questa possa esserne l'occasione determinante. L'immagine originaria non è carne e sangue, è spirituale. È un'immagine che ha la sua dimora nell'anima dell'artista. Anche in me, Narciso, vivono di queste immagini, che spero di rappresentare e di mostrarti un giorno.»
«Magnifico! Ora, mio caro, senza saperlo, tu ti sei addentrato nella filosofia ed hai espresso uno dei suoi misteri.»
«Ti prendi gioco di me.»
«Oh no! Tu hai parlato d'immagini originarie, d'immagini dunque che non esistono in nessun luogo fuorché nello spirito creatore, ma che possono essere attuate e rese visibili nella materia. Molto prima che una figura artistica diventi visibile ed acquisti realtà, essa esiste come immagine nell'anima dell'artista! Questa immagine dunque, questa immagine originaria è esattamente ciò che gli antichi filosofi chiamano "idea".»
«Sì, questo mi sembra convincente.»
«Ebbene, riconoscendo l'esistenza delle idee e delle immagini originarie tu entri nel mondo spirituale, nel nostro mondo di filosofi e di teologi, ed ammetti che fra la confusione e i dolori di quel campo di battaglia che è la vita, in questa danza macabra senza fine e senza senso dell'esistenza corporea, esiste lo spirito creatore. Vedi, a questo spirito in te io mi sono sempre rivolto, da quando ragazzo, ti avvicinasti a me. Questo spirito in te non è quello di un pensatore, è quello di un artista. Ma è spirito, ed esso ti mostrerà la via per uscire dal torbido garbuglio della vita dei sensi, dalla eterna alternativa fra piacere e disperazione. Ah, mio caro, sono felice di aver udito da te questa confessione. L'ho aspettata... da allora, da quando tu abbandonasti il tuo maestro Narciso e trovasti il coraggio di essere te stesso. Ora possiamo esser di nuovo amici.» Ibidem, pp. 300-5
Una volta Narciso disse pensieroso: «Imparo molto da te, Boccadoro. Comincio a comprendere che cos'è l'arte. Prima mi pareva che, in confronto col pensiero e con la scienza, non fosse da prendere troppo sul serio. Pensavo press'a poco così: poiché l'uomo è una dubbia mescolanza di spirito e di materia, poiché lo spirito gli schiude la conoscenza dell'eterno, mentre la materia lo trascina in basso e lo incatena a ciò ch'è transitorio, egli dovrebbe cercare di staccarsi dai sensi e di entrare nel mondo spirituale, per elevare la sua vita e darle un significato. Affermavo bensì di apprezzare altamente l'arte, per consuetudine, ma in realtà ero superbo e la guardavo dall'alto in basso. Ora soltanto vedo quante vie ci sono per giungere alla conoscenza, e quella dello spirito non è l'unica e forse neppur la migliore. È la mia vita, certo: e rimarrò in essa. Ma ti vedo per la via opposta, la via dei sensi, cogliere il mistero dell'essere altrettanto profondamente, ed esprimerlo con molta più vivezza di quel che possano la maggior parte dei pensatori».
«Capisci ora», disse Boccadoro, «che io non posso intendere che cosa significhi pensare senza rappresentazioni.»
«L'ho capito da un pezzo. Il nostro pensare è un continuo astrarre, un prescindere dal mondo sensibile, un tentativo di costruzione d'un mondo puramente spirituale. Tu invece cogli nel cuore ciò che vi è di più instabile e mortale e riveli il senso del mondo proprio in quello ch'è transitorio. Tu non prescindi da questo, ti dai tutto ad esso, e per questa tua dedizione esso diventa ciò che vi è di più alto: il simbolo dell'eterno. Noi pensatori cerchiamo di avvicinarci a Dio staccando il mondo da lui. Tu ti avvicini a lui amando e ricreando la sua creazione. Sono entrambe opere umane e inadeguate, ma l'arte è più innocente.»
«Non so, Narciso. Voi pensatori e teologi però mi pare riusciate meglio a spuntarla con la vita, a difendervi dalla disperazione. Io non t'invidio più da un pezzo, amico mio, per la tua scienza, ma t'invidio per la tua tranquillità, per la tua equanimità, per la tua pace.»
«Non dovresti invidiarmi, Boccadoro. Non c'è una pace così come tu la intendi. C'è la pace, senza dubbio, ma non una pace che alberghi durevolmente in noi e non ci abbandoni più. C'è solo una pace che si conquista continuamente con lotte senza tregua, e tale conquista dev'essere rinnovata giorno per giorno. Tu non mi vedi lottare, non conosci le mie battaglie nello studio e neppur quelle nella cella delle preghiere. È bene che tu non le conosca. Tu vedi solo che io sono soggetto meno di te agli umori variabili e credi che ciò sia pace. Ma è lotta, è lotta e sacrificio, come ogni vera vita, come anche la tua.»
«Non discutiamo. Neppur tu vedi tutte le mie lotte. E non so se puoi capire quello che io sento in cuore all'idea che presto quest'opera sarà finita. La si porta via, la si mette a posto, mi si fa qualche elogio, e poi io ritorno in un'officina vuota e nuda, triste per tutto quello che nella mia opera non mi è riuscito e che voialtri non potete affatto vedere; e la mia anima è vuota e spogliata, come l'officina.»
«Può darsi», disse Narciso, «e nessuno di noi è in grado di comprendere l'altro fino in fondo. Ma questo hanno in comune tutti gli uomini di buona volontà: che le nostre opere finiscono per lasciarci umiliati, che dobbiamo sempre ricominciare da capo, che l'offerta dev'essere rinnovata.» Ibidem, pp. 327-9