Roberto Calasso ha scritto un libro controcorrente, decisamente elitario. Al
centro della sua visione estetica il ritorno epifanico delle divinità nella
letteratura e, più in generale, nella cultura contemporanea
di Susanna Battisti
Uno e bino nel riuscito connubio editore-scrittore, Roberto Calasso spiazza
il mondo delle lettere autopublicando le otto "Weidenfeld lectures" da lui
tenute ad Oxford nel maggio dello scorso anno, con il titolo esplicitamente
tematico "La letteratura e gli dèi" . E' un libro controcorrente,
decisamente elitario, che per la spregiudicatezza delle idee dovrebbe
scatenare sane polemiche in un mondo dove anche gli intellettuali sembrano
ripiegarsi su se stessi, sconfortati dal conformismo imperante nel villaggio
globale. Il libro di Calasso, infatti, lungi dall'essere anacronistico o
nostalgico, apre un varco nel modo di pensare la letteratura, intesa non
soltanto come corpus di opere, ma anche come processo creativo.
Appassionato cultore di mitologia, come dimostrano i precedenti "Le nozze di
Cadmio e Armonia e Ka" - scritti dopo anni di studio della grecità antica,
del sanscrito e della cultura vedica - Calasso analizza il vasto fenomeno
del ritorno epifanico delle divinità nella letteratura. Le allegorie, le
prosopopee, le apparizioni decorative degli dei non lo interessano. Apollo ,
Artemide, Achille ed Elena troppo spesso sono stati usati come convezioni in
storie che, per dirla con Citati, «non contengono più un brivido di sacro».
Gli dèi di Calasso sono invece irradiazioni misteriose, manifestazioni del
divino che precedono la parola per poi sostanziarla del loro essere.
Privati delle antiche liturgie, essi si svelano ai mortali a intermittenza.
Simulacri del Caos, per un lungo periodo che va dal Quattrocento al
Settecento, gli dèi «si sfrenano nella pittura», che «grazie alla sua
mutezza» può permettersi di essere immorale. Dopo la stagione felice della
Firenze di Ficino e di Poliziano, si ritirano sulle vette dell'Olimpo e ,
rinnegati da Voltaire, ridiscendono agli albori dell'Ottocento per esprimere
l'inesprimibile , per risacralizzare la vita.
Quando il divino investe la forma si ha letteratura assoluta di cui parla
Calasso, una letteratura che , svincolata dal sociale, si assimila alla
ricerca di un assoluto, della verità offuscata dal velo delle apparenze, una
letteratura insomma che è forma di conoscenza. Calasso fa coincidere l'
inizio della età eroica della letteratura assoluta con l'anno di nascita
della rivista l'"Athenaeum" (1799), redatta da Schlegel e da Novalis, e la
sua fine con la morte di Mallarmé (1899). In questo lungo periodo il sociale
diviene religione, e poeti come Holderlin esperiscono il divino. Il divino è
il sacro, il tremendo che genera la legge per rendersi sopportabile agli
umani. Quella legge è la forma. Il Bello e il Divino sono inscindibili, come
leggiamo tra le righe di Schlegel « ..la bellezza suprema, anzi l'ordine
supremo è tuttavia quello del caos...».
Il divino e la letteratura assoluta sono connessi alla parodia, di cui
Calasso parla nel capitolo dedicato a Lautréamont, il quale spinge all'
estremo il satanismo romantico con il serial killer Maldoror fino a
dissolverlo, e sottopone a feroce sarcasmo buona parte della letteratura
dell'800 con "Poésis I e II". La parodia compare quando tutto può essere il
suo contrario, quando gli idoli agognati vagano come zingari senza una
teologia che li regga in piedi.
Centrali e più convincenti sono le lezioni dedicate a Mallarmé, perché è qui
che si chiarisce l'idea di letteratura assoluta. Per Holderlin come per la
mitologia vedica si accede al caos attraverso il metro. Mallarmé annulla la
distinzione tra poesia e prosa poichè è sempre il ritmo a sostenere la
parola. Con la rivendicazione del vers libre, Mallarmé abbandona il canone
della retorica tradizionale ma esalta il potere della misura che, attraverso
il numero, esplora il mistero. Lo scrittore è pertanto un officiante che dà
forma al caos e la letteratura è fatta di linguaggio che celebra se stesso.
Gli dèi continuano a balenare nella mente di "solitari monomaniaci " anche
nel Novecento, nonostante Jung li abbia etichettati come malattie. Calasso
fa rivoltare nella tomba i padri della psicanalisi quando dice che «le forze
psichiche sono frammenti degli dèi» e non il contrario, e disorienta i
lettori più smaliziati quando celebra il ritorno della Ninfa nella Lolita di
Nabokov. Ma il suo libro può sedurre anche chi ne contesta le idee per la
forza ammaliante dello stile, per la fascinazione del racconto che in alcuni
punti è luminescente proprio come la letteratura di cui parla. Una
letteratura che sfugge alle definizioni, che accomuna scrittori disparati e
che attende la celebrazione consapevole dell'unico culto possibile, quello
della lettura.
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>> Una letteratura che sfugge alle definizioni, >>che accomuna scrittori
disparati e
>> che attende la celebrazione consapevole >>dell'unico culto possibile,
quello
>> della lettura.
Scusa del maxi-cut ma è impossibile sintetizzare.
Post molto bello che non ha trovato tristemente eco, mi dispiace.
Io credo di non essere all'altezza di cimentarmi su questi temi, ma non
voglio far passare inosservato questo 3D, spero che altri interverranno.
Posso solo dire che qui trovo quella relativizzazione dell'io che vado
sognando, e che in alcuni momenti felici anche trovo.
Mi domando spesso: quale è l'Io nel processo creativo...
E mi pare che consiste proprio nella capacità di diventare trasparente e di
accogliere il massimo di coralità che può catturare.
Per questo credo che in ogni autentico scrittore ci sia una goccia di Omero
ed anche molto dei suoi simili.
Per accogliere quella bellezza che seduce e terrorizza e che è scritta nel
nostro mondo onirico: non un Io che sogna, ma un Io sognato, mosso da
passioni che ampiamente lo attraversano da parte a parte e vanno........
Ed il sogno? Frammenti degli dei, sì.
--
Campotelos
Gabriele
Un saggio sulle due culture? [ok, chiedo scusa per l'idiozia provocata da
un banale refuso tipografico.. il libro tra l'altro a me e' piaciuto
moltissimo..]
r.