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Compito di italiano (machiavelli)

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libero

unread,
Dec 17, 2003, 8:38:57 AM12/17/03
to
Dovrò fare un tema (saggio breve) su quest'argomento:"etica e morale nella
concezione macchaivelliana, cercando di attualizzare il suo pensiero e di
esporre una mia opinione". Ma siccome non ho mai fatto un saggio breve
volevo sapere se và bene come impostazione e come contenuti e se no cosa
devo modificare...vi scrivo qui di seguito il tema:

La questione del confronto tra etica e morale in politica è stata sempre una
delle più discusse e controverse.Ancor oggi, infatti, si discute di questo
argomento, ma si è giunti a un accordo sul quale pare siano tutti d'
accordo:la politica, essendo intesa nel senso moderno del termine, non può
dirsi avulsa dalla morale sia essa cattolica sia laica, senza di essa
infatti, la politica diverrebbe il mezzo nella mani di una persona o di
poche persone,le quali potrebbero fare ciò che gli è più comodo per
mantenere il potere e per preservare i loro privilegi. Ma il primo a
controbattere,per motivi di evidenti contesti storici differenti, questa
tesi, fu Machavelli che abbandona il quadro teorico medievale, per trattare
le grandi questioni politiche della modernità: l'origine e il fondamento
della sovranità, il rapporto tra diritto naturale e diritto positivo, la
natura e i limiti dell'obbligo politico. Egli infatti nel suo più celebre
trattato, il "de principatibus", afferma che per comprendere le dinamiche
politiche, occorre attenersi alla "verità effettuale della cosa" e l'agire
politico va descritto e analizzato com'è, con gli interessi, le necessità e
le asprezze che lo dominano, e non per come vorremmo che fosse.Qui
machiavelli sferra un aspro attacco a tutti gli stati o le repubbliche
immaginate nei secoli ma che non si sono mai viste in terra, come quella
platonica e quell'utopia che proprio in quegli'anni aveva ultimato di
scrivere Tommaso moro. Machiavelli afferma che politica e morale sono due
ambiti completamente autonomi e che non possono convivere in uno stato:
infatti ciò che è bene moralmente può essere dannoso politicamente e
viceversa. Questa concenzione,espressa nel cap.XV, scaturisce dall'amara
considerazione derivante dalla realtà empirica che gli uomini sono tutti
cattivi per natura. Da ciò egli fa scaturire il principio secondo il quale
tutta l'azione politica di un governate non deve basarsi su alcun principio
etico-morale-religioso ma deve essere semplicemente finalizzato al bene
dello stato. La stessa religione, per machiavelli diviene strumentum regni,
mezzo che tiene assieme lo stato, ma dal quale non ricevere insegnamenti o
precetti sul cosa fare e cosa no. Ma nel cap. XVIII egli approfondisce
maggiormente questo argomento affermando che "sarebbe cosa laudabilissima se
un principe seguisse i principi morali, ma attenendosi alla realtà
effettuale, egli sa bene che molti che hanno seguito tale politica hanno poi
fallito miseramente al contrario di coloro che hanno usato la furbizia.Quest
'affermazione di machiavelli è stata spesso ritenuta "immorale", ma come lo
stesso sasso afferma, l'autore mentre la fa, vive un profondo travaglio
interiore, nei versi infatti si evince una certa amarezza e un doloroso
risentimento, come se si dolesse che il dovere scientifico di seguire la
realtà effettuale lo conducesse lontano da quell'universo etico che aveva
richiamato all'inizio del capitolo. Facendo riferimento a questo principio
egli nota che mentire ed ingannare è risultato spesso politicamente
produttivo, addirittura indispensabile. Machaivelli con ciò non vuole
giustificare moralmente quel tipo di comportamenti, ma li giudica con un
altro metro, quello politico. Infatti egli effarma che la sola legalità non
basterebbe a governare uno stato, ma bisognerebbe usare anche la forza. Per
questo introduce le famose metafore animalesche, nelle quali afferma che il
principe deve essere metà uomo e metà bestia: centauro. Ma non solo: deve
saper usare sia il "lione" che la "golpe", a seconda che la situazione lo
richieda. Questa tipo di concezione evidenzia la virtù somma che per
macchiavelli deve avere un politico: la duttilità. Le altre virtù che
dovrebbero far da cerchio a quella somma, non è necessario che le abbia
realmente, ma basta far credere di averle, quindi simulare e dissimulare,
poichè gli uomini badano più alle apparenze che all'essenza delle cose.

Introducendo il concetto di fortuna, egli afferma che nell'agire politico,
non tutto è nelle mani del principe.Egli designa come fortuna l'insieme
degli eventi non prevedibili né determinabili dalla volontà e con virtù ciò
che rientra nell'agire umano libero e consapevole. Non siamo né interamente
arbitri delle nostre azioni né interamente in balìa delle circostanze. La
necessità va addomesti­cata, la fortuna sfidata; le occasioni vanno colte e
modellate, le circostanze piegate attivamente a proprio favore.La virtù per
un principe consiste quindi nell'adozione di mezzi adatti a conseguire il
fine, quello del bene dello stato.

Questa concezione di politica è, a distanza di molti secoli, ancor oggi
attuale e attualizzabile: ne sono esempi silvio berlusconi e antonio
gramsci.

Il primo, nel 1993 nel tentativo di giustificare la propria linea politica,
regalò il principe di machiavelli a "pochi intimi" con una propria
prefazione richiamante le tesi di branca.Con un pizzico di superbia,
inoltre, commette il grande errore di individuare il moderno principe in una
sola persona:se stesso. E seguendo pedantemente il pensiero macchaivellico,
cerca con gli stessi modi da egli suggeriti, di raggiungere il potere
politico, senza attuare alcuna contestalizzazzione storica. Infatti appare
un errore molto grave considerare la teoria politica di machaivelli oggi
come lo era ieri: infatti mentre machiavelli scrive in un periodo storico
molto complesso e col fine di scrivere cose utili a chi le intenda, (ndr
Lorenzo dei medici) legittimando così alcune sue teorie (vd. distinzione
tra politica e morale), berlusconi dimentica forse che c'è stato un
avvenimento storico come la rivoluzione francese che ha introdotto nuovi
valori quali democrazia e ugualianza, che hanno evidenziato come una
politica senza morale non può chiamarsi tale. oggi Travasando completamente
la teoria politica di macchiavelli, senza modernizzarla, si corre il grave
rischio di far leggi o creare situazioni avulse dalla morale, sia essa laica
che cattolica, che calpestano i più semplici e inalienabili diritti dell'
uomo (vd. Legge bossi-fini).

Di tutt'altro avviso e tenore è senza dubbio l'opinione di uno dei più
grandi storici italiani del 900: antonio gramsci. Egli infatti afferma che
il moderno principe non si può più considerare una sola persona, ma un'
organismo, un'insieme di persone. Affermando ciò egli contestualizza la
teoria machiavellica e ne cerca la sua attuale traduzione, individuandola
nella figura del partito politico, in quanto "elemento di società complesso
ne quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà riconosciuta e
affermatasi parzialmente nell'azione." Affermando questo, gramsci considera
la morale fondamento della politica attuale, principio alla base di ogni
moderno stato.

Vorrei avere delle "correzioni" entro domani...grazie!


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