Il giorno lunedì 21 novembre 2016 15:31:42 UTC+1, Chenickname ha scritto:
> Il giorno lunedì 21 novembre 2016 15:20:59 UTC+1,
ideap...@googlemail.com ha scritto:
> > Il giorno lunedì 21 novembre 2016 12:48:14 UTC+1, Chenickname ha scritto:
> > > Il giorno lunedì 21 novembre 2016 04:06:48 UTC+1,
ideap...@googlemail.com ha scritto:
> > > > Carotenuto A., "La chiamata del daimon", Bompiani, Milano, pagg. 144-145 :
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> > > > «Quando si abbandona tutto ciò che si è costruito, per volgersi verso altri orizzonti, si dà ascolto a una voce maturata dentro di sé.
> > > > Quello che a un osservatore esterno può apparire il risultato di coincidenze fortuite, è invece il risultato di un lungo lavoro psicologico sulle proprie ferite, di una sofferta elaborazione delle problematiche interiori. Solo il paziente riandare alle immagini, ai complessi può consentire di udire la chiamata e di mutare il corso della propria vita. Coloro i quali sono riusciti a esprimere in modo creativo la loro dimensione interiore hanno sperimentato questo richiamo proveniente dalle profondità dell'anima.
> > > > Gauguin lasciò il suo lavoro di impiegato, la moglie, i figli per vivere in Polinesia, in quel mondo primitivo, naturale, incontaminato che aveva sempre sognato, e nel quale poté esprimere la ricchezza delle sue immagini inconsce. Le magiche fanciulle dipinte nei suoi quadri, con i loro sorrisi, la naturale sensualità del corpo, sono forse una delle più splendide immagini dell'Anima, dell'Eterno Femminino.
> > > > Ma sono anche il sogno di un Eden del quale l'uomo conserva, dall'origine dei tempi, un nostalgico ricordo.
> > > > Mentre il destino di Gauguin incarna il mito dell'europeo che fugge dalla civiltà alla ricerca di un paradiso personale, quello di Albert Schweitzer illustra una diversa modalità di realizzazione personale. Dopo essere stato uno dei più grandi organisti d'Europa, dei più sensibili interpreti di Bach, a trent'anni decise di studiare medicina e di dedicare il resto della sua esistenza alla cura dei lebbrosi, nell'Africa equatoriale francese. Nel suo caso la chiamata si esprime attraverso una forma di pietas.
> > > > Per ciascuno di noi il destino è racchiuso in questo richiamo che pone di fronte a un bivio. Da una parte c'è la vita, l'autenticità, la capacità di accogliere e rispettare le nostre più profonde esigenze, mentre dall'altra non si trova che la morte interiore, la sterilità, la paralisi. Soltanto chi ha avuto il coraggio di compiere una scelta decisiva, abbandonando un'esistenza divenuta ormai troppo angusta, soffocante e inadeguata, può aiutare gli altri a procedere nel cammino di individuazione.
> > > > Lasciarsi dietro le vie conosciute per seguire una nuova strada ha in sé una tragica bellezza, racchiusa nel fatto che la meta non è mai visibile. Ciò che conta è il percorso. Si tratta a volte di decisioni difficili, poiché non si ha mai la certezza che quella che stiamo per intraprendere sia la strada giusta, la nostra. In tali momenti è possibile contare solo sull'intuizione avvertita. Quando ci si trova in questi momenti cruciali dell'esistenza, ci si accorge tristemente della propria solitudine. Non soltanto nessuno può aiutarci, indicandoci con chiarezza ciò che è giusto fare, ma pare anzi che il mondo esterno ci ostacoli.
> > > > Dobbiamo lottare contro la famiglia, contro chi ci sta accanto e vorrebbe, per pigrizia o egoismo, rinchiudere la nostra esistenza in schemi prestabiliti. Non sempre sono le nostre paure, i nostri dubbi, le incertezze a frenarci, poiché la vera e più ardua lotta siamo spesso costretti a ingaggiarla con coloro che ci circondano, per i quali il nostro agire rappresenta un severo monito, un muto rimprovero.
> > > > La nostra capacità di trasformarci, rischiando tutto ciò che abbiamo costruito fino ad ora, costituisce una segreta accusa nei confronti della paura che li ha paralizzati, impedendo loro di ascoltare la voce dell'inconscio.
> > > > L'ostilità, la sfiducia, l'ironia, con le quali vengono accolti i nostri tentativi, somigliano a volte a una sorta di silenzioso complotto, il cui scopo è quello di impedirci di intraprendere la nuova scelta. Rispondendo a una voce interna, invece che a una scelta standardizzata, per la prima volta ci comportiamo da individui che si distaccano dai parametri del collettivo, per obbedire solo alla voce interiore.
> > > > Dal momento in cui nasciamo veniamo eterodiretti, dapprima dai progetti dei nostri genitori, poi da quelli dell'ambiente in cui viviamo. Soltanto quando operiamo delle scelte personali diventiamo autodiretti.
> > > > Nell'immaginario collettivo questa capacità di auto-dirigersi, di essere responsabili delle proprie decisioni, è raffigurata dal mito di Ulisse. Nei dieci anni del suo peregrinare, egli incontra e ama delle creature bellissime: ninfe, maghe, o donne mortali. Ma deve sempre abbandonarle, per seguire il suo destino, quel richiamo inconscio, personificato da Ermes. Ulisse è la perfetta incarnazione dell'uomo spinto dal suo demone interiore, quel demone che costringe l'individuo creativo a seguire sempre la propria strada, rimanendo fedele a se stesso, nonostante il dolore arrecato a sé e agli altri.
> > > > Troncare gli affetti, voltare le spalle al mondo che noi abbiamo costruito, è terribile, perché non abbiamo nessun'altra giustificazione, all'infuori della fedeltà a noi stessi. Tale modalità di agire equivale al tradimento. Ciò che io tradisco, voltandogli le spalle, è il collettivo. Si capisce allora come in tali situazioni si venga assaliti dai rimorsi, dai dubbi, dai sensi di colpa»
> > >
> > > NICK
> > > Sento puzza di Jung.
> > IDEAP
> > ??????????
> > ma dove!
>
> NICK
> Fiuto...
> Mmmm... vediamo:
>
https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Carotenuto
>
> c.v.d. :-)
CARLO
Hai fiutato bene!
...Ma non solo: Wikipedia su James Hillman:
"...Nel 1970 (Jung era morto da 9 anni) Hillman assunse la direzione della Spring Publications, che aveva sede, allora, a Zurigo. Fu questo il punto di manifestazione della rielaborazione della psicologia analitica che egli andava conducendo, e la casa editrice ne divenne il centro. Il discorso sugli ARCHETIPI non era un'invenzione di Hillman. Era stato già aperto da Jung, negli anni trenta, quando aveva individuato in essi le forme primarie delle esperienze vissute dall'umanità nello sviluppo della coscienza. Pure forme, che stanno ai simboli come la figura geometrica del quadrato sta a una cornice (intesa come oggetto) quadrata, e che - così come le forme geometriche - sono condivise da tutta l'umanità, sedimentate nell'inconscio collettivo di tutti i popoli, senza alcuna distinzione di luogo e di tempo, si manifestano come simboli, e PRE-ESISTONO ALLA PSICHE individuale, che organizzano.
La novità del punto di vista di Hillman - l'aspetto rivoluzionario della sua psicologia - è stata nell'intenzione di portare l'analisi fuori da un rapporto a due medicalizzato e nella scelta di polarizzare l'attività psicologica e psicoanalitica su due nuovi centri dinamici: l'anima e l'archetipo...".