Giovanni
Trovo che sia troppo stringato il tuo intervento
per un discorso filosofico articolato.
Concedo che le interpretazioni al tuo pensiero potrebbero essere diverse,
ma il principio primo della filosofia è l'eliminazione delle contraddizioni,
almeno per quanto è possibile con le nostre limitate capacità razionali.
Qualche volta la contraddizione è utilizzata per suscitare stupore...
--
come to the dark side
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http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it
> Mi va benissimo il liberismo, perᅵ privatizziamo anche l'aria. E che
> nessuno tocchi la mia.
in certi casi ᅵ giᅵ successo.
In molti parchi italiani
si paga per camminare,
e quindi per respirare
l'aria del parco.
C'ᅵ del criminale in questo.
> Giovanni
ciao
Massimo
Perche' l'aria o l'acqua e' un crimine, il resto no?
Ciao
Livio
> C'� del criminale in questo.
Perche' l'aria o l'acqua e' un crimine, il resto no?
_______________
lo sono di pi�.
perch� sono cosa pubblica per eccellenza.
Ciao
Massimo
Io direi anche per tradizione.
Non vedo una grande differenza "di principio" con
la terra (nel senso di suolo del pianeta Terra)
oppure con le risorse minerarie e/o energetiche
(petrolio, metano,...), salvo il fatto che siamo
"abituati" a considerarli di proprieta' di qualcuno
o di qualche popolo.
Senza arrivare a Proudhon. :o)
Ciao
Livio
L'aria sì, ma l'acqua da sempre in Calabria o nel Far West hanno provocato
stragi di contese.
calabrotexano mr. chips
>
--------------------------------
Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/
Caro boy,
come tu ben sai,
lo splendore del vero
produce in noi una gioia a cui
non è facile contrapporne un'altra.
Donde viene tanto splendore?
Non di certo,
sappiamo,
dal grande lavoro degli scienziati,
nostri "eroi" valorosi del mondo moderno,
i quali, poverini, sono costretti ad agire
entro le ferree limitazioni empiriche.
Del resto Kant è stato imperativo,
le nostre categorie limitano in modo insormontabile
la conoscenza possibile.
Ma Kant, da buon newtoniano illuminato, non aveva meditato,
a mio parere, in modo adeguato sui propri limiti gnoseologici,
nonostante questa fosse stata la sua principale preoccupazione.
Dava per evidenti, come dati di fatto, gli schematismi
trascendentali, ma in base ad essi
è inevitabile imbattersi nella cosa in sé
e buttare a mare troppa metafisica. Infatti
con l'etica dovette corre ai ripari.
Tuttavia la strada era segnata,
tutti i pensieri che discendono da questi schematismi
si autocastrano inconsapevolmente
e perdono la possibilità
di fecondarsi con la bellezza della
ragione genuinamente filosofica
libera da ogni costrizione.
L'uomo è per natura,
direbbe lo Stagirita,
portato alla contemplazione.
La nostra natura ci spinge verso la bellezza
di ciò che cogliamo con la ragione.
Ma un pensiero irrigiditosi negli schemi formali
e asfissiato dai gas dei pregiudizi
ha difficoltà a lasciarsi guidare
dallo splendore della saggezza filosofica.
Nonostante tutto,
i grandi uomini della storia civile
sapevano, naturalmente,
vedere oltre l'empiria,
guardavano con animo commosso ciò che era più bello
di quello che li circondava.
Non credevano che il mondo fosse tutto lì, nel già visto empirico.
Erano certi che qualcosa andava migliorata.
Si può e si deve fare di più, dicevano.
La bellezza di quanto
percepivano era talmente dirompente che non esitavano
a dare la vita per lei.
Dante, animo immenso e trasumanato,
lo aveva ben capito:
"libertà va cercando
ch'è sì cara
come sa chi per lei vita rifiuta"
Con un linguaggio post-moderno
potremmo dire che i "sogni ad occhi aperti"
sono una prerogativa di chi è in grado
di pre-figurarsi come potrebbe essere la realtà.
Questa capacità di andare oltre i fatti empirici
ha profonde ripercussioni sull'incoraggiamento
degli uomini.
"A egregie cose il forte animo..."
dice il poeta che tanto amò l'unità italiana.
E sai anche,
e questo mi rende felice per il riconoscimento
reciproco di quello stesso splendore che ci coinvolge
e che ricerchiamo instancabilmente,
che l'uomo contemporaneo, senza la guida di un ideale,
basandosi solo su regolette e schematismi,
perde la sua essenza e rischia di
assimilarsi ad un ente cosalizzabile e
manipolabile attraverso
la ferocia avalutativa della tecnica scientifica.
Solo uno spirito nobile,
come quello che anima il tuo pensiero eticamente orientato,
può contribuire, per quanto possibile,
a smascherare l'inganno di ciò
che non è naturalmente bello.
Felice di rivederti.
--
A
> lo splendore del vero
> produce in noi una gioia a cui
> non e' facile contrapporne un'altra.
Apologia metafisica o caratterizzazione psicologica individuale.
> Donde viene tanto splendore?
> Non di certo,
> sappiamo,
> dal grande lavoro degli scienziati,
> nostri "eroi" valorosi del mondo moderno,
> i quali, poverini, sono costretti ad agire
> entro le ferree limitazioni empiriche.
Non capisco proprio perche' mai il loro "vero" - inverato dalla realta'
empirica, e questo va a loro grande favore - non abbia lo stesso splendore
del tuo. Lo capisci o no che sei solo tendenzioso?
> Del resto Kant e' stato imperativo,
> le nostre categorie limitano in modo insormontabile
> la conoscenza possibile.
Momento: la metti come se ritagliassi da un insieme piu' ampio, chiamiamolo
"conoscenza piu' ampia", un insieme ridotto, quello della "conoscenza
possibile" permessa dalle categorie. Ma non esiste il riferimento
"conoscenza al di la' delle categorie" - a voler seguire la teoria kantiana
(che poi, come teoria, e' un'invenzione culturale umana come un'altra) - in
quanto tutto quello che e' referibile (pensabile) e' la "conoscenza
possibile". Quello di dare una connotazione ontologica all'indicibile,
un'eccedenza noumenica, nel caso come se al di la' del categorizzabile vi
fosse l'incategorizzabile, e' uno dei piu' frequenti fallaci equivoci
dell'immaginazione filosofica (che altro se non immaginazione?).
> Ma Kant, da buon newtoniano illuminato, non aveva meditato,
> a mio parere, in modo adeguato sui propri limiti gnoseologici,
> nonostante questa fosse stata la sua principale preoccupazione.
> Dava per evidenti, come dati di fatto, gli schematismi
> trascendentali, ma in base ad essi
> e' inevitabile imbattersi nella cosa in se'
Ecco l'errore a cui sapevo saresti arrivato (e che pure la tua educazione
idealista avrebbe dovuto evitarti): non ci si "imbatte nella cosa in-se'" ma
nell'idea della cosa in se', cioe' in una raffigurazione - che non puo'
altro che essere costruita con costrutti simil-metaforici empirici, cioe'
con elementi desunti dall'esperienza - che evoca l'evidenza della
posibilita' di una cosa in-se' ("evoca l'evidenza" non significa "esibisce
la rivelazione", ma solo "provoca un effetto mentale contingente di
comprensione"). Parli come se la realta' avesse suoi propri modi d'essere
indipendenti da qualsiasi osservatore. La tua - e pure di Kant - IDEA della
cosa in-se' e' autocontradditoria, perche' non e' pensabile se non
dipendente da un osservatore, il quale viene pero' negato, essendo
ininfluente per l'intrinsecita' autoreferenziale dei modi d'essere della
cosa in-se'.
> perdono la possibilita'
> di fecondarsi con la bellezza della
> ragione genuinamente filosofica
Questa e' automasturbazione.
> un pensiero irrigiditosi negli schemi formali
> e asfissiato dai gas dei pregiudizi
Questa e' l'omelia di un officiante.
> i grandi uomini della storia civile
> sapevano, naturalmente,
> vedere oltre l'empiria
Questo puo' solo voler dire costruire nuove raffigurazioni immaginative, ma
la materia da costruzione - che condiziona la pensabilita' stessa in quanto
linguaggio - non puo' che essere quella dell'esperienza. La tua non e'
dunque altro che la brama - probabilmente narcisisticamente compensativa -
di autocertificare la tua presunta grandezza al i sopra e al di la'
dell'esperienza, come contemplatore del vero. Insomma, ti gonfi e ti par
d'elevarti, ma l'aria insufflata non puo' essere altro che quella del mondo
comune, pur con tutto il cumulo delle immaginazioni costruite nei secoli.
> Dante, animo immenso e trasumanato
Non e' indicabile nulla che sia una "transumanazione". Quindi, che vo' di'??
> Con un linguaggio post-moderno
> potremmo dire che i "sogni ad occhi aperti"
> sono una prerogativa di chi e' in grado
> di pre-figurarsi come potrebbe essere la realta'.
Ma il "come potrebbe" non disvela alcunche' del "vero" il cui "splendore" ti
darebbe la "gioia" di scoprire.
E' solo una suggestione che "accende" alcuni dal "forte animo". Che poi
servano alla patria e' un'altro discorso.
> l'uomo contemporaneo, senza la guida di un ideale
Ma ce lo ha l'ideale! Quello di decostruire questi slanci
romantico-metafisici!
> perde la sua essenza
Se si sapesse precisare cosa mai sia un' "essenza"...
> la ferocia avalutativa della tecnica scientifica
Mentre te vorresti la ferocia valutativa dell'autorita' costituitasi su una
patacca ideologica (ad es. come la religione)?
Non ti trovo migliorato.
LG
> lo splendore del vero
> produce in noi una gioia a cui
> non e' facile contrapporne un'altra.
Direi che, letteralmente, ci conquista,
possiamo solo, imitando, tentare di condividere.
> Felice di rivederti.
Vorrei replicare con qualcosa che possa
almeno, di tre o piu' lunghezze, imitarti,
ma non trovo le parole, pero' posso indicarti
qualcosa che, come il tuo post, mi ha dato
gioia:
http://www.samizdatonline.it/node/4849
Ciao e, come sempre, grazie!
Caro LG,
francamente mi dispiace
che tu non riesca a gioire
dello splendore della filosofia.
Sono convinto che il grande Pierre Hadot sia
nel giusto quando afferma che
la filosofia è soprattutto
uno stile di vita.
Al di là delle argomentazioni,
è più importante vivere
la saggezza filosofica
che discuterla come pensi di fare tu.
Mettere in pratica,
vivere la saggezza,
assaporarla con abitudine e naturalezza,
ecco,
queste sono le prime tappe necessarie
per gioire dei frutti filosofici.
Non dico che sia facile, anzi,
tutt'altro.
Diversi fattori la possono favorire,
la buona fortuna per i mezzi materiali,
una predisposizione naturale per la riflessione
razionale, ma l'aspetto importantissimo
è la sorte di incontrare un maestro
di saggezza che gratuitamente ci guidi
per allontanarci dai nostri pregiudizi.
Ora,
dal modo e dal tono con cui
ti presenti non è difficile
immaginare quanto tu sia
distante da una vita filosofica.
Lo dico perché tu ne sei
consapevole.
E per questo ti è difficile,
non dico comprendere
ma intuire di quale splendore si parli.
Discutere di questioni filosofiche
procura un piacere infinitesimo se
queste non sono correlate ad uno stile di
vita filosoficamente autentico.
Posso solo augurarti di
essere coinvolto almeno da una
flebile scintilla di quella
luce eterna che anima la filosofia.
Non per parlane ancora,
ma per viverla.
Forse allora sarà
reciproco il mutuo
riconoscimento.
Ciao
--
A
> uno stile di
> vita filosoficamente autentico.
A parte che quella dell' "autenticita'" o della "saggezza" sono due pizze
per le quali ci vuole uno stomaco predisposto, da risanare (sulla saggezza
ce lo hanno fatto a spicchi gli antichi, sull'autenticita' quel mitomane
filosofico piu' recente, chiamasto Heidegger), ti diro' semplicemente
questo: che la tua propensione psicologica non puo' basarsi sulla "Verita'",
maiuscola e luminosa che chiami in causa, ma che - a quanto pare dalla tua
risposta - non intendi mettere in diuscussione, pago del tuo "gioioso"
equivoco, diciamo, tanto per venirti incontro, intuitivo. Come dire: che
calza per te.
Ciao.
LG
> http://www.samizdatonline.it/node/4849
Un'ottima foto apollinea per l'omosessualita' fideista sublimata.
LG
Non si può parlare di nuoto
se non ci si butta in acqua
e si inizia a vivere quello
che verrà in seguito tematizzato.
Ciao.
--
A
... interessante questa tua proiezione inconscia,
cmq la bellezza fisica, se un po' conosci Platone,
è una cattiva rappresentazione...,
la tua proiezione intima che rivela qualcosa del tuo animo
mi fa venire in mente Alcibiade ...
che fraintende Socrate nel noto simposio...
Ciao
--
A
"Inconscia"?? Mi pare tutto il contrario: ben conscia direi nella diagnosi,
tanto d'averne individuata l'inconsapevolezza come vostra (di voi
sublimatori, intendo).
> cmq la bellezza fisica, se un po' conosci Platone,
> e' una cattiva rappresentazione...,
Non mi stare a parlare di Platone, e' come se parlando della pelle mi
esaltassi un grosso (artistico:-)) neo. E' tempo ormai, e da lungo tempo, di
recidere il filosofo della caverna. Oppure di conservare, ma come letterato
di un mito: li' e' nel suo grande, ed e' questo che l'ha tramandato ai
posteri. Alla seduzione retorico-letteraria non corrisponde pero' una
consistenza ontologica sostenibile razionalmente (e, direi, neppure una
grandezza filosofica: c'erano, se non erro. filosofi "antichi" stimati piu'
di lui, ma senza quelle doti seduttive che evitassero loro il dimenticatoio
della storia).
Col tuo dire (sullo "splendore della Verita'") ve la faceva invece
corrispondere (la "Verita'" era la causa, la gioia per lo splendore
l'effetto), e ti autoeleggevi suo sacerdote (infatti la officiavi per coloro
che erano ad essa ottusi, e quindi ancora incapaci della rivelazione della
"gioia fiosofica"). Ora: la seduzione ci puo' stare come suscitatrice di
"gioia", come tu la vuoi, ma come rivelazione ontologica non ci sta. Siamo
in dovere di respingerla. Faccio un esempio: l'esistenza di Dio puo'
riempire il cuore, ma e' solo una rappresentazione suscitatrice d'emozione,
e l'onesta' filosofica impone di dire che ontologicamente la questione non
sussiste (prima di tutto perche' il riferimento "Dio" non ha consistenza).
Vattimo tirerebbe forse fuori che la ragione occidentale e' un mito quanto
la sua credenza nell'incarnazione: ebbene, anche se fossero entrambe
fabulazioni, l'unico modo di far filosofia sarebbe ancora quello di
sottoporre a critica razionale e decostruttiva la fabulazione. Altrimenti
tutto e' prassi psicologica.
Saluti.
LG
> esaltassi un grosso (artistico:-)) neo. E' tempo ormai, e da lungo tempo,
di
> recidere il filosofo della caverna. Oppure di conservare, ma come
letterato
> di un mito:
Dunque il filosofo e' uscito dalla caverna e ha visto che...
che cosa ha visto? e prima che cosa vedeva?
Se parli di in/consistenza ontologica significa che non
ci sono nemmeno ombre, oltre che idee.
solo la caverna!!
(puro vangelo;)
> Perche' vuoi affrontare la questione dello stile di vita
> filosofico su un piano argomentativo e non
> su quello pratico della vita realmente vissuta?
La filosofia e' quella forma argomentativa che s'e' venuta evolvendo come
(che s'e' continuato ad indicare come) filosofia. Traslocare la filosofia
dal piano argomentativo (vuoi pure per argomentarne il primato pratico su
quello teoretico) a quello "della vita realmente vissuta" e' come abolire
qualsiasi discriminazione del termine. Non servirebbe piu' citare la
"filosofia" in quanto non indicherebbe piu' niente di specifico. Posso
arrivare alla dissoluzione della filosofia ma per via argomentativa, e tale
via argomentativa resta nella cultura, e puo' essere corretta in seguito per
altra diversa (o critica) via argomentativa ("la filosofia dopo la
filosofia") .
> Ritengo che la prospettiva verbale sia successiva
> a quella esperenziale,
> ma non capisco perche' insisti su questo piano verbale.
Secondo me perche' tutto il pensare e l'argomentare e', nel suo insieme,
"piano verbale" (accetto al momento la tua metafora, anche se questa
implicazione, di suddivisione in piani, mi lascia perplesso: quali altri,
che relazioni tra i piani?). L'ostensivita' esperenziale fa da fondamento
ontologico al linguaggio, e' cio' che viene riferito (indicato, puntato
perche' sia riconosciuto dagli altri homo sapiens come ostensivamente
evidente) e che e' in ultima analisi rintracciabile come patente nelle
metafore (mi limito a questa fondamentale forma retorica), che in questo
senso sono composte citando solo esperienze del mondo, sia nella facciata
patente che in quella latente d'effettivo riferimento (metafore in senso
proprio).
Gli oggetti della metafisica, per inciso, non sono che false metafore, la
cui facciata patente e' ancora costituita da riferimenti esperenziali (come
nelle metafore in senso proprio), ed e' dunque evidente, ma quella latente -
il riferimento a cui nel suo complesso la pseudo-metafora rimanderebbe - e'
una dichiarazione gratuita che s'appropria dell'evidenza della facciata
patente per aver consistenza ontologica. Ad es. nessuno comprenderebbe cosa
sia mai la "trascendenza" se non utilizzando una metafora: ad es. l'altra
stanza, l'al di la' dal muro, un altro pianeta... tutti puntamenti ad
esperienze comuni di questo mondo, fin qui ci siamo; pero' con l'aggiunta
puramente dichiarativa che questo "al di la'" non e' di questo mondo. Allora
come e' mai possibile, dato che ci si riferisce sempre a questo mondo,
riferirsi a qualcosa che non e' di questo mondo?
> Il 3d e' basato sul modo di vivere la filosofia
> non sul vivere parlando di filosofia.
Mah, fai una distinzione che ci sta e non ci sta. E' in buona misura vera se
"parlare di..." implica "...ma senza sentirne alcun peso sulla propria
vita". Accade e non accade. Se l'argomentare razionale non incidesse anche
sul vivere, non avrebbe la forte cogenza universale che ha. Una sera mi sono
trovato in pizzeria con un mio giovane amico, laureato in filosofia, grande
ammiratore di Heidegger - e' strano come tanti giovani ammirino ancora
Heidegger:-) - che mentre si buttava voluttuosamente sulla pizza e
adocchiava una figa al tavolo vicino, mi parlava con convinzione
dell'angoscia esistenziale preconizzata dal Maestro come autenticita' del
vivere. "Parlava di..."? Mah. Pero' nella circostanza esistenziale che lui
era c'era anche la filosofia.
> Il punto che dovresti focalizzare non e'
> se sia meglio essere scettici o stoici
> ma se si sta vivendo con stile filosofico.
Scusa, ma questa pretesa dello stile filosofico "autentico" (anche se non lo
ridici, a questo alludi quando parli di vivere la filosofia) mi pare
insostenibile. Come se indossare abiti significasse mettersi quelli tagliati
da un certo sarto.
Ciao.
LG
> "aanselm"
> > Il punto che dovresti focalizzare non e'
> > se sia meglio essere scettici o stoici
> > ma se si sta vivendo con stile filosofico.
>
> Scusa, ma questa pretesa dello stile filosofico "autentico" (anche se non
lo
> ridici, a questo alludi quando parli di vivere la filosofia) mi pare
> insostenibile. Come se indossare abiti significasse mettersi quelli
tagliati
> da un certo sarto.
>
se col telecomando vuoi vedere un certo canale, devi pigiare il
pulsantino e in quel modo ti connetti su quella precisa frequenza.
se ci fosse un canale filosofico, nulla cambierebbe, sarebbe una
precisa frequenza. lo "stile filosofico" � quella frequenza e solo
quella..diciamo. quello che si sente su quel canale tu non lo puoi
sapere se non ti sei mai connesso. in genere va sempre cos�.
se speri o pensi o temi che qualcun altro voglia spingerti su quel
canale o voglia convincerti che esiste, oltre che te stesso, questo
e' tempo sprecato. accostarsi alla filosofia per amore della filosofia,
questo � tempo sprecato, tutto � tempo sprecato.
Un filosofo vuole fare in modo di contorcere il tempo sprecato.
a sua immagine.
Ci sono le ombre e sono ombre di questo nostro mondo comune, quelle usuali
prodotte da una emisione di luce che incontra oggetti, sempre anch'essi di
questo mondo. Le metafore metafisiche invece dicono, fin qui, le stesse
cose, ma si servono di questa constatazione d'evidenza legata alle ombre di
questo mondo, per dare con essa consistenza ontologica alle loro ombre, ci
aggiungono cioe' che gli oggetti che fanno ombra non sono di questo mondo
(noi vedremmo solo le loro "ombre"). E' questa una pura dichiarazione,
affermabile retoricamente ma indimostrabile: infatti come potrebbe mai
essere dimostrata se il linguaggio ha senso (rimanda, fa riferimento) solo a
questo nostro mondo dell'esperienza? Dire che l'affermazione "esiste un al
di la' non di questo mondo" (di questo universo) e' gia' campata in aria di
per se': l'affermazione e' costruibile, una metafora le da' quella
suggestione d'evidenza che le manca, MA essa NON punta ad alcunche' di
estraneo a questo monto, non puo' farlo. L' "al di la' non di questo mondo"
viene citato in questo mondo, ove ricade ogni puntamento possibile del
linguaggio. Non e' che resta una zona inaccessibile al linguaggio (come si
farebbe mai a dire che c'e'?), e' che e' insensata l'idea di tale zona.
Esempio: io non dico che non esiste l' "in-se'"; obietto, preliminarmente, e
ancor prima che si opini sull'esistenza, che l'IDEA (costruzione espressiva)
di un "in-se'" e' insensata, perche' riferibile solo grazie ad un
osservatore, ma proprio nel momento che l'idea prescrive che le cose abbiano
loro intrinseche caratteristiche (in.se', appunto), modi d'essere propri,
indipendentemente da qualsiasi osservatore. Quest'idea e' dunque
auto-contraddittoria e quindi fallace.
Se t'e' sfuggito il nesso con quanto sopra (l'esemplificato, dato che ho
parlato di un "esempio"), basta che sostituisci "al di la' dell'apparenza"
al termine "in-se'" e "linguaggio di un osservatore", cioe' di un
descrittore dell'apparenza, ad "osservatore".
Ciao.
LG
> se ci fosse un canale filosofico, nulla cambierebbe, sarebbe una
> precisa frequenza. lo "stile filosofico"
Ebbene, questo e' appunto quello che contestavo: il canale dello stile
filosofico NON e' un "precisa frequenza".
LG
> "rawmode"
> > se ci fosse un canale filosofico, nulla cambierebbe, sarebbe una
> > precisa frequenza. lo "stile filosofico"
>
> Ebbene, questo e' appunto quello che contestavo: il canale dello stile
> filosofico NON e' un "precisa frequenza".
>
invece io credo che tutta la realta' sia una precisa frequenza, e
noi siamo i sintonizzatori. credo che tutto sia possibile.
(il credere in se' deve credere che tutto sia possibile...
perche' porsi dei limiti(?);) basta beccare la giusta frequenza.
Basta pensare ad una cosa che non sia possibile, non sia logica
e la ragione stessa e la logica o il demone del bizzarro ti diranno di
no!
No � la presa di coscienza, "no" a prescindere!!!:)
In realt� andavo affermando una cosa amolto triste.
l'infrangersi di un sogno infantile e la presa di coscienza della
responsabilita'.
In poche parole sono molto pazzo e penso che sulla luna si
possa andare anche senza propellente, se no ci riusciamo �
un nostro limite da esseri primitivi. Dovremmo bleffare, fare
un salto e far finta.........
far finta ti porta nello stato esatto che vorresti riprodurre.
Porsi dei limiti (quando non ce n'� bisogno perche' si tratta
di intelletto) � invece proprio il richiusdersi; piu' i limiti sono
angusti e piu' ci si nasconde come una caccolina.
Perche' come diceva gustav, "l'uomo � come un'aquila che
ignorando le proprie ali continua a strisciare nella polvere".
Io sono il centro dell'universo...
e tu non sei diverso solo che dormi.........
;)
>
> Io sono il centro dell'universo...
e ho commesso due errori: uno � che si chiama,
angelo del bizzarro, e non demone, che mi sono ricordato,
il richiamo a poe, il maestro del terrorre che leggevo quando
ero poppante.(da hard bop)
l'altro � che volevo dire missile e non "propellente",
sulla luna senza missile!
per� poi ci ho ripensato.
In realt� praticamente confondiamo spesso almeno il piano di
cio' che e'.... in se', per quello che e'
(se fosse possibile, infatti parlavi dell'osservatore)
e cio' che invece " e' per noi "!!!
come cercavo di mostrare, cio' che "� per noi"... � opinabile....
qualsiasi cosa io dicessi, anche il vero, per pura combinazione.
e' solamente una cosa scritta qui, non ha alcun valore.
Ci dovremmo invece piu' distaccare dal "noi stesso", pensando
che se qualcosa parla, qualcosa parla!
qualcosa che parla e' un extraterrestre mentre i terrestri
siamo noi. allora dovremmo parlare la lingua terrestre e
questa e' quella della tra-dizione.
chi ne parla un altra semplicemente ignora.
anzi non ha voluto capire. Aspetteremo.
Saluti..
La filosofia occidentale
a partire dall'epoca moderna
si è concentrata soprattutto sugli aspetti argomentativi
ed ha trascurato la dimensione vitale personale.
Dopo Cartesio, Leibniz e Spinoza
i cosiddetti nuovi filosofi
sono diventati professori universitari.
La filosofia è stata istituzionalizzata e ridotta a professione scolastica.
Al filosofo non si chiede più uno stile di vita esemplare
ma un servizio didattico in un aula con orario prestabilito.
Il prof. di filosofia non deve mettere in pratica quello che dice.
Gli è sufficiente, per svolgere "bene" il suo mestiere,
che i suoi studi eruditi
vengano discussi verbalmente
come qualsiasi altra conoscenza scolastica.
Ora,
questo modo di intendere la filosofia,
naturalmente è una forma di degenerazione,
direi però che sia giusto che sia così
perché inevitabilmente una tale concezione
porta alla sua autodistruzione performativa.
Aver dimenticato per tanto tempo
la pratica di quello che si medita
ha disorientato il pensiero.
La scissione dualistica,
tipica del pensiero moderno,
tra ciò che si dice e ciò che si fa,
ravvisabile principalmente tra gli intellettuali moderni,
ha conseguenze catastrofiche sul piano riflessivo.
Ma ogni maestro Zen, e in generale ogni maestro di vita,
conosce molto bene questo risultato.
Sa perfettamente che parlare fino alla noia
di cosa è, ad esempio, l'amicizia o l'amore,
non arricchisce minimamente il parlante su quello
che sono questi termini di estrema importanza esperienziale,
anzi, la discussione verbale,
privata della consapevolezza della vita vissuta,
porta alla perdita completa della ricchezza dell'essere.
Invece di amare,
lasciandosi trasportare dalla consapevolezza di amare ed essere amati,
ci si limita incredibilmente a parlare dell'amore.
Purtroppo l'atteggiamento iperverbale
spesso assume quell'arroganza di saperne di più
di chi non parla
ma effettivamente agisce vivendo con autentica consapevolezza.
E intendo l'autenticità come
non-scissione tra il dire e il vivere.
L'autenticità heideggeriana
non porta da nessuna parte dato che è solo verbale,
sia pure smussata con toni artistici
e con un linguaggio che tenta di superare se stesso.
In greco il termine philìa
ha un'estensione semantica
molto più ampia di quella italiana.
Aristotele lo usa per riferirsi ai rapporti:
tra genitori e figli,
tra governanti e governati,
tra cittadini,
ma anche per il rapporto tra l'uomo e Dio.
E' evidente che per capire cosa si sta dicendo
non bisogna usare altre parole per intendere la parola iniziale,
pena il circolo vizioso, sempre in agguato in queste situazioni,
ma è necessario vivere quelle esperienze che ogni filosofia di vita,
in ogni epoca e luogo, ha ben compreso.
Tutte le conoscenze che incidono fortemente sul proprio stile di vita
invitano al cambiamento
e per facilitarlo hanno elaborato
forme di iniziazione verso il raggiungimento
di un particolare stato che potremmo dire costante o stazionario:
prudenza e serenità d'animo nelle difficoltà,
gioia e felicità in tutte le altre situazioni.
Ma questo stato non è un obiettivo della pratica filosofica
è piuttosto il corrispettivo della volontà
di perseguire e vivere la vita buona.
Ad esempio,
noi possiamo decidere di costruire un tavolo.
Il fine delle nostre azioni è transitivo,
il soggetto del verbo transita sull'oggetto.
Il fine è esterno a noi, l'attività è di tipo poietica.
Oppure possiamo decidere di obbedire alle leggi dello stato
o possiamo decidere di essere fedeli a nostra moglie.
Queste attività, intransitive, hanno un fine in se stesse,
vengono attuate, praticamente,
non per realizzare un fine esterno,
ma per essere in un particolar modo.
E' un modo di essere (prescindo dai comportamenti con secondi fini).
Infine possiamo decidere di riflettere sulle nostre azioni
e godere per quelle belle.
Ma se viene a mancare la gioia di aver vissuto in un certo modo,
che cosa potrà mai sperare un'argomentazione
incentrata sul disconoscimento della ricchezza esperienziale?
Senza una vita piena di illuminazioni,
satori, unioni mistiche, conversioni, cambiamenti interiori,
ecc., che contribuiscono in modo determinante
per realizzare uno stile di vita autentico,
come si potrà argomentare sullo splendore della verità?
Credo che non lo si possa fare,
non perché non è comprensibile
ma perché manca il moto interiore.
Saluti cordiali.
--
A
...................
> come si potr� argomentare sullo splendore della verit�?
> Credo che non lo si possa fare,
> non perch� non � comprensibile
> ma perch� manca il moto interiore.
>
> Saluti cordiali.
>
> --
> A
allora, per quello parlavo di missili e propellente e
in effetti, mi chiedevo da scolaro(l'unico pensiero che
ho avuto da scolaro) se si dovesse prendere il treno
per andare nel posto che si ha in mente......
ma veniamo a cose serie, il secondo yogasutra
dovrebbe essere conosciuto a memoria(che impresa)..
e anche il quarto, da soli questi due compendiano tutte
le chiacchiere.
2 Yogas citta-vrtti-nirodhah.
(la tecnica essenziale dello) yoga / (della) mente / (delle) modifica-
zioni / inibizione; soppressione; sospensione; delimitazione.
Lo yoga � la soppressione delle modificazioni della
mente.
(Yogasutra Patanjali)
4 Vrtti-sarupyam itaratra.
(con le)modificazioni (della mente) /identificazione, assimilazione /
altrove, in stati diversi.
Negli altri stati vi � assimilazione (del veggente) alle
modificazioni (della mente)
Allora avremo capito la visuale essenzialmente opposta..
L'Uomo occidentale sprofonda nelle citta-vritti fino al
colletto.....e si � imbracato davvero alla grande.
Non perch� la mente sia sbagliata(tutt'altro), ma bisogna
conoscere il proprio animale, chiamiamolo cosi'..
Ed e' chiaro che ha imposto anche e pesantemente "il suo volere".
questo suo volere ha preso la mano completamente e viaggia
verso lidi inqualificabili, e anche se forse non e' cosi', ma
� chiaro di chi � la colpa, viene a galla come schiuma la
sua nefandezza. l'uomo bianco in generale.
Il piu' stupido degli animali, e' di una stupidita' stupefacente..
naturalmente la mia e' la visione d'insieme... e c'� chi ancora crede
che questa sia una via, e che addirittura, potrebbe essere,
sbagliata(!!?)
allora c'era una via secca e una via umida nella tradizione detta anche
della
mano destra e della mano sinistra. la sinistra e' la via mistica,
l'abbandono
la fiducia. una via "femminile", acqua. la via destra � quella eroica,
cavalleresca
iniziatica. delle prove e dei fedeli d'amore. l'ancillotto e don chisciotte
e
naturalmente.... tutto il resto:).... solo oggi sembra che tutti abbiano
dimenticato; o che queste cose ingenue, e noi, proiettati verso la
luce......
e uscimmo fuori a riveder le stelle....
Nel tuo caso, invece, non avendo
già discusso con te, non posso
avere dei riferimenti,
per cui vorrei, innanzitutto,
sottolineare che per me il dialogo
è inteso sempre allo stesso
modo e, detto questo, posso essere sincero
chiedendoti se le conoscenze dello yoga siano
per te una pratica abitudinaria.
Poiché uno dei temi principali del msg
è la conoscenza filosofica
intesa come stile di vita
allora il *dire* e il *fare* non sono
distaccati ed isolati ma convivono armoniosamente.
Se, dunque, parli dei yoga sutra,
allora ne hai anche un'esperienza quotidiana.
Cmq non ti chiedo realmente se pratichi
da tempo queste conoscenze o da quanto tempo
hai avuto un satori o quando hai avuto il risveglio.
No, non te lo chiedo,
invece vorrei soltanto stimolarti a meditare
su come sia difficile *parlare*
e *vivere* quanto si dice.
Dato che sono abbastanza sicuro che
LG non mette in pratica quello che dice,
non posso dire altrettanto per le tue osservazioni.
So che LG non le mette in pratica
perché la sua metafisica,
non è, a mio avviso, adeguata per la pratica
dello splendore del vero.
--
A
> chiedendoti se le conoscenze dello yoga siano
> per te una pratica abitudinaria.
>
in ogni caso � sulle parole che si interviene e io mi
sono intromesso su quelle, sulle idee e sulle ombre.
poi... credo che se facessi questo quotidianamente
non ne saprei tanto.. le conoscenze sono tali e non vanno
corroborate...
le conoscenze sono le modificazioni della mente,
la conoscenza � aldil�(checche' ne dica LG) delle
modificazioni della mente e quindi delle conoscenze
e delle idee.
la conoscenza � esserci stato e poterlo ricordare.
E naturalmente non � tramite intelletto, che si giunge...
l'ho detto ieri: basta un calcio in uno stinco o una cosa simile!!
:))
> su come sia difficile *parlare*
> e *vivere* quanto si dice.
>
bisognerebbe parlare pi� semplicemente allora!!:)
> perch� la sua metafisica,
> non �, a mio avviso, adeguata per la pratica
> dello splendore del vero.
>
sono completamente d'accordo.
pero'
tu ed egli assomigliate alla questione classica:
proprio quella di platone ed aristotele, dell'affresco;
uno che indica a terra e uno in alto.
e le due si compensano.
ma io dico che aristotele poco capi' del pensiero greco.
non � molto difficile questo, sono pochi ad averlo compreso.
Una volta in sogno.... mi stavo chiedendo se sognavo oppure
no, e allora guardai a terra e vidi, il marciapiede, qualche filo d'erba
tappi di bottiglie e cicche di sigaretta. Ne dedussi che ero uscito
ed ero in giro.... ma avevo ancora lo zaino e se uscivo non l'avrei
portato, perche' con quello tornavo a casa e non ci stavo tornando.
Ne dedussi allora che dormivo.
quello che ricordo ancora nitidamente � la nitidezza dei particolari
che vidi a terra.
Saluti..
Riprendendo alcune citazioni dalla filosofia
orientale, per gli stessi motivi già detti,
vorrei sottolineare quanto segue.
"E' nella natura dello Zen, infatti,
sfuggire ad ogni definizione e ad ogni spiegazione;
per così dire,
lo Zen non può venire tradotto in idee,
non può venire descritto in termini logici.
Per questo motivo i maestri Zen dichiararono che è
indipendente dalla lettera.
...
Secondo me, lo Zen è la realtà suprema di ogni filosofia
e di ogni religione...
L'intelletto è utile, al suo posto,
ma quando cerca di esplorare
l'intero campo della religione
inaridisce ogni fonte di vita.
...
Secondo la filosofia Zen noi siamo schiavi di un modo
convenzionale di pensare, che è completamente dualistico.
La nostra logica di ogni giorno non ammette nessuna interpretazione,
nessun incontro con gli opposti. Ciò che appartiene a Dio non è
di questo mondo e ciò che è di questo mondo
è incompatibile con il divino
...
Ma lo Zen fa saltare simili schemi mentali sostituendoli con un
nuovo stato, ove non esiste
né la logica, né l'organizzazione dualistica dei concetti.
L'idea dell'unità assoluta
non è esclusiva dello Zen; anche altre tradizioni
e filosofie hanno professato tale dottrina.
Se lo Zen si fosse limitato, come altri monismi o teismi,
si fosse limitato a formulare questo principio
senza aggiungervi nulla di specifico, da tempo
avrebbe cessato di esistere come tale.
Invece nello Zen vi è qualcosa di unico che ne costituisce
il principio vitale
e che giustifica la sua pretesa di rappresentare una delle
tradizioni più preziose della civiltà orientale.
Il seguente mondo (dialogo --letteralmente: domanda e risposta)
può dare un'idea dei procedimenti dello Zen.
Un monaco chiese a Chao-chou (Jo-shu), che fu uno
dei maggiori maestri cinesi:
<< Qual è la parola suprema della verità?>>.
Invece di dare una risposta specifica, il maestro
si limitò a dire:
<<Sì.>>
Il monaco, che naturalmente non riuscì a vedere
alcun senso in tale risposta, ripeté la domanda.
Il maestro gli gridò, infuriato:
<<Non sono mica sordo!>>.
Non si direbbe che questo è un modo davvero assurdo
di trattare un problema così fondamentale,
come quello dell'assoluta unità o della
ragione ultima?
Ancora un esempio.
Un'altra volta allo stesso Chao-chou
fu chiesto:
<<La luce si rifrange in centinaia di migliaia di luci;
posso chiedervi donde trae origine quell'unica luce?>>
Come la precedente, questa quistione è fra le più
profonde e le più imbarazzanti della filosofia.
Ma il vecchio maestro non perse tempo a rispondere.
Non ricorse ad argomenti verbali,
egli gettò semplicemente in aria
una delle sue scarpe,
senza aggiunger parola.
Che voleva significare con questo?
Per capire,
ci è necessario acquisire un
<<terzo occhio>>, così lo si chiama,
imparando a vedere le cose da un
nuovo punto di vista.
"
["Saggi sul Buddhismo Zen",
D.T.Suzuki, pp.253-255, rist.2003]
Nell'Occidente,
dove il terzo occhio
è generalmente chiuso
e la bocca sempre aperta,
le scarpe
vengono usate per altri scopi,
ma questa è un'altra storia.
Cordiali saluti
--
A
E' straordinario che tu mi accusi... di te stesso: infatti cos'altro puo'
essere, se non una confezione retorica, parlare di "pratica
dello splendore del vero"??
> Sei convinto argomentativamente che la filosofia
> si risolva in uno sterile scambio di suoni verbali e poco più.
Non e' cosi'. Sono semmai convinto (argomentativamente, questo si') che la
filosofia METAFISICA si risolva in un (fallace anche se suggestivo)
assemblaggio di (pseudo)metafore; ma questo non implica che sia "sterile"
per tutti gli uomini, in quanto incide sull'esistenza di chi ci crede;
cosiccome, pero', vi incidono le convinzioni, e le conseguenti
argomentazioni in stile razionale rigoroso (l'aggettivo sarebbe persino
pleonastico), di chi NON puo' credervi perche' vede migliori ragioni per non
credervi, e crede pertanto che valga la spesa di liberarsi della metafisica
(di ogni "al di la'" in genere, tipo il posto adamantino in cui "splende" la
maiuscola Verita' che citi).
E' un po' come per le esortazioni di Ratzinger alla speranza nel divino: la
sua induzione alla speranza e' un atto totalmente retorico, in quanto non vi
e' nulla di ontologico (quello che dovrebbe dar ragione dello sperare) che
risulti plausibile a chi voglia, per onesta' intellettuale, tenersi alla
ringhiera della ragione. Tu - e Ratizinger:-) - pretendete una specie di
accetazione acritica, di viaggio iniziatico (simil psicoterapeutico) che
porti alla genuflessione, ad una addomesticazione della volonta' per
"lasciarsi andare" all'autorita' della fede (cioe' a quella costruzione
retorica - di un gruppo, setta, chiesa,... - confezionata sul nulla
ontologico).
Tu poi, quando mi parli di "pratica dello splendore del vero" mi sembri
un... Pentacostale della filosofia:-) ! (Mai visto qualche video?)
> Sarebbe interessante sapere
> come passi la tua vita nei dintorni di La Spezia (IP 78.12.81.252).
Mi attasto se ci sono. Cosa c'entra?? E' notorio che io scrivo da Genova.
> A mio giudizio, una filosofia che non sappia guidare l'uomo
> nelle sue scelte di vita attraverso, soprattutto,
> un'abitudine assestata come stile di vita,
> non è degna di quel nome.
Questa e' una certa TUA idea di filosofia.
> La filosofia e l'unica conoscenza umana
> la cui azione concreta determina
> un modo di comportarsi decisamente rilevante.
Intanto bisognerebbe contestarti che sia "conoscenza" o quantomeno precisare
cosa si intenda (ad es.: anche attraverso l'arte si puo' o no avere
"conoscenza"?). Ma a parte questo, mi par facile constatare che ci sono
parecchi approcci culturali che, praticati seriamente, incidono in misura
"rilevante" sul "modo di comportarsi".
> Mentre un matematico o un medico,
> per le loro competenze specifiche,
> non devono necessariamente riflettere
> sul proprio stile di vita
Perche' mai dovrebbero subire questa preclusione?
> il filosofo, invece,
> ha anche il compito di riflettere
> su quello che fa e su perché e come lo fa.
"Compito"... e chi gli darebbe questo "compito"? Eppoi: "riflettere" non e'
un "argomentare" con qualcuno, fosse pure quella contingenza che ciascuno
e'?
> Mi aspettavo qualche indicazione,
> se non proprio sul tuo stile di vita filosofico,
> almeno di qualche altro stile di vita
> basato su regole particolari.
Contesto questo modo schematico, precettivo, di impostare la propria
esistenza.
Cosi' come contesto la pretesa che vi sia un modo "autentico" di vivere.
> Ma devo dedurre che non sai,
> dal punto di vista esperienziale,
> a cosa ci stiamo riferendo.
E come se tu avessi una scala di tutti i modi di vivere e io solo alcuni
scalini, sottostanti a quello in cui vorresti "sentirti" te. E' chiaro che
questa e' una tua ambizione. Come quella di Heidegger sull'esistenza
autentica. Tu mi sfidi con la tua ambizione, ma secondo te io dovrei
partecipare a questa sfida (sciocca)? Io intendo semmai proprio smascherare
questa ambizione portata avanti servendosi della filosofia..
> censura mentale che vieta di aprirsi ad esperienze profonde
No, guarda, come ho gia' avuto occasione di dire altre volte, le esperienze
"profonde" sono retorica. Non perche' sono "esperienze", ma perche' sono
"profonde".
.
> Tipicamente un maestro Zen
E te lo dicevo che siamo al "viaggio iniziatico": ecco che compare un
Maestro esoterico...
> la balena è entrata in una bottiglia.
...che ti allevera' di raffigurazioni retoriche, suggestive, e tu gli
lascerai - in una sorta di transfert educativo - costruire il suo monastero
nella tua mente.
> La filosofia occidentale
Mi spiace, l'Oriente non mi ha mai attratto. Ne' le montagne sacre ne' i
viaggi iniziatici, ne' tantomeno i guru.. E nemmeno i gabinetti degli
psicoanalisti esistenziali.
> Al filosofo non si chiede più uno stile di vita esemplare
Meno male, io parteggio per la decostruzione linguistica, il linguaggio
ordinario e la filosofia empirica del senso comune.
Pero', attenzione, io credo che la mia lucidita' sia supriore alla tua.
> La scissione dualistica,
> tipica del pensiero moderno,
> tra ciò che si dice e ciò che si fa
Solo in un monastero (fisico o mentale) la vita e' scandita in coerenza di
dottrina. Nella vita corrente la contingenza dell'io non e' cosi' segregata,
e' fittamente intrecciata al resto del mondo e alle circostanze
("l'abbondanza dell'essere", per citare Feyerabend). Inoltre alla pancia e
alla salute di chi sta a gioire nei monasteri (fisici o mentali) per la
"ricchezza dell'essere" deve in genere pensarci chi ne sta fuori. Capisco
che puoi "gioire" a coltivare da te le rape di cui cibarti, ma, se tutti si
raggruppassero a "gioire per lo splendore della Verita'", alla fine ne
nascerebbero istituti parassitari simili a chiese (ad es. simili alla Chiesa
romana, dove invece dei Maestri Zen ci sono parroci, cardinali e Papa).
> Ma se viene a mancare la gioia di aver vissuto in un certo modo,
> che cosa potrà mai sperare un'argomentazione
> incentrata sul disconoscimento della ricchezza esperienziale?
Non disconosco la "ricchezza esperenziale", nego che stia
nell'interpretazione entro cui la confezioni e a cui la condizioni. Contesto
la confezione retorica entro cui la riduci, come se, fuori da questa, non
potesse verificarsi per la gente comune.
Ciao, buon anno.
LG
... QED!!!
Infatti dici "confezione retorica" e "parlare"
e non ti rendi conto del contenuto.
>> Sei convinto argomentativamente che la filosofia
>> si risolva in uno sterile scambio di suoni verbali e poco più.
>
> Non e' cosi'. Sono semmai convinto (argomentativamente, questo si') che la
> filosofia METAFISICA si risolva in un (fallace anche se suggestivo)
> assemblaggio di (pseudo)metafore;
questa è la tua limitazione:
"... metafore".
Riduci a mere verbosità metaforiche le esperienze
pratiche di vita che sorreggono la filosofia.
Torno a RIPETERE
la filosofia NON è rappresentabile sul piano verbale
ma piuttosto si basa fondamentalmente su
UNO STILE DI VITA.
Senza uno stile di vita pratico,
concreto e di vita quotidiana,
la filosofia è vacua verbosità.
Poi possiamo discutere sui vari stili.
> ma questo non implica che sia "sterile"
> per tutti gli uomini, in quanto incide sull'esistenza di chi ci crede;
qui c'è una seconda limitazione che discende dalla prima.
La categoria del "chi ci crede"
*presuppone* una rappresentazione verbale dello stile di vita
ed una comunicazione verbale
rispetto a cui si può dire:
"ci credo o non ci credo".
Ma il punto essenziale,
che continua a sfuggirti se permani nel paradigma verbale,
è che bisogna vivere e praticare e non
pensare di dire ci credo o non ci credo.
Non bisogna mettere sullo stesso piano
la comunicazione di un fatto
con l'atto pratico del fatto stesso.
Tra diire e fare c'è di mezzo il ...
Il "chi ci crede" si applica all'esposizione
verbale di un fatto e non alla sua messa in pratica.
Ora, caro LG,
nel momento in cui metti in pratica qualcosa
ti sarà performativamente impossibile dire :
"non ci credo!!!".
Ecco perché è completamente fuorviante
la tua argomentazione verbale.
> cosiccome, pero', vi incidono le convinzioni, e le conseguenti
> argomentazioni in stile razionale rigoroso (l'aggettivo sarebbe persino
> pleonastico), di chi NON puo' credervi perche' vede migliori ragioni per non
> credervi, e crede pertanto che valga la spesa di liberarsi della metafisica
> (di ogni "al di la'" in genere, tipo il posto adamantino in cui "splende" la
> maiuscola Verita' che citi).
... prova a fare un sforzo,
riesci a "vedere dalla tua situazione di vita"
questo tuo modo di parlare
confrontandolo con la natura originaria
di ciò che sei vivendo in un certo modo?
Per me è molto facile vederlo,
soprattutto perché ripeti spesso la parola "credere"
quando invece si dovrebbe dire "sperimentare".
> Tu poi, quando mi parli di "pratica dello splendore del vero" mi sembri
> un... Pentacostale della filosofia:-) ! (Mai visto qualche video?)
Forse non leggi con attenzione
ma di proposito ti ho invitato
a considerare la filosofia Zen
che è, a mio avviso,
la migliore forma di conoscenza
che avversa il piano verbale.
Ma evidentemente i tuoi pre-giudizi
sono difficilmente sradicabili.
>> Sarebbe interessante sapere
>> come passi la tua vita ...
> Mi attasto se ci sono. Cosa c'entra??
la questione è tutta qui:
c'entra in modo fondamentale,
perché è il tuo stile di vita in discussione.
>> A mio giudizio, una filosofia che non sappia guidare l'uomo
>> nelle sue scelte di vita attraverso, soprattutto,
>> un'abitudine assestata come stile di vita,
>> non è degna di quel nome.
>
> Questa e' una certa TUA idea di filosofia.
E' il centro della filosofia Zen
(e di proposito mi riferisco alla filosofia orientale
per evitare fraintendimenti con quella occidentale).
> Intanto bisognerebbe contestarti che sia "conoscenza" o quantomeno precisare
> cosa si intenda (ad es.: anche attraverso l'arte si puo' o no avere
> "conoscenza"?). Ma a parte questo, mi par facile constatare che ci sono
> parecchi approcci culturali che, praticati seriamente, incidono in misura
> "rilevante" sul "modo di comportarsi".
Non bisogna precisare con le parole nulla
perché finché rimani sul piano verbale ti sfuggirà
la dimensione vitale di ciò che stiamo discutendo.
Voglio solo accennare a Platone,
quando nelle VII lettera spiega che cos'è
la ricerca filosofica.
(Ma bisogna cancellare subito l'accenno precedente
per evitare equivoci, quindi ritorno alla filosofia ZEN).
>> Mentre un matematico o un medico,
>> per le loro competenze specifiche,
>> non devono necessariamente riflettere
>> sul proprio stile di vita
>
> Perche' mai dovrebbero subire questa preclusione?
Non intendo dire che sono preclusi
voglio dire che nel momento in cui
riflettono su se stessi
essi iniziano a fare filosofia e
non matematica o medicina.
Infatti nella matematica o nella medicina
*non* c'è l'autoriflessione pragmatica.
>> il filosofo, invece,
>> ha anche il compito di riflettere
>> su quello che fa e su perché e come lo fa.
>
> "Compito"... e chi gli darebbe questo "compito"? Eppoi: "riflettere" non e'
> un "argomentare" con qualcuno, fosse pure quella contingenza che ciascuno
> e'?
E' un riflettere,
un flettere di nuovo su ciò che si è
come attività (theoretikè enèrgheia) filosofica.
Non è una contemplazione chiusa in pensieri,
questa è una degenerazione moderna,
ma un'attività che ha sia il momento
dell'attività pratica che conoscitiva.
E sono due momenti inscindibili.
>
>> Mi aspettavo qualche indicazione,
>> se non proprio sul tuo stile di vita filosofico,
>> almeno di qualche altro stile di vita
>> basato su regole particolari.
>
> Contesto questo modo schematico, precettivo, di impostare la propria
> esistenza.
> Cosi' come contesto la pretesa che vi sia un modo "autentico" di vivere.
Infatti vivere è autentico,
parlare non è autentico.
>> Ma devo dedurre che non sai,
>> dal punto di vista esperienziale,
>> a cosa ci stiamo riferendo.
>
> E come se tu avessi una scala di tutti i modi di vivere e io solo alcuni
> scalini, sottostanti a quello in cui vorresti "sentirti" te. E' chiaro che
> questa e' una tua ambizione. Come quella di Heidegger sull'esistenza
> autentica. Tu mi sfidi con la tua ambizione, ma secondo te io dovrei
> partecipare a questa sfida (sciocca)? Io intendo semmai proprio smascherare
> questa ambizione portata avanti servendosi della filosofia..
Mah,
vana fatica farti fare un solo passo.
>> censura mentale che vieta di aprirsi ad esperienze profonde
>
> No, guarda, come ho gia' avuto occasione di dire altre volte, le esperienze
> "profonde" sono retorica. Non perche' sono "esperienze", ma perche' sono
> "profonde".
Tu confondi un modo di vivere privo di regole
con uno che ha uno stile di vita.
Fai un po' tu.
>> Tipicamente un maestro Zen
>
> E te lo dicevo che siamo al "viaggio iniziatico": ecco che compare un
> Maestro esoterico...
Caro LG,
su cosa si basano le tue verbosità?
La tua critica su cosa poggia?
Su parole?
Perchè lo hai detto tu?
Oppure hai sperimentato qualcosa di diverso?
Per quale motivo
dovremmo stare a sentire le tue lagnanze verbali?
> Mi spiace, l'Oriente non mi ha mai attratto. Ne' le montagne sacre ne' i
> viaggi iniziatici, ne' tantomeno i guru.. E nemmeno i gabinetti degli
> psicoanalisti esistenziali.
Non è un'attrazione
ma una pratica.
> Non disconosco la "ricchezza esperenziale", nego che stia
> nell'interpretazione entro cui la confezioni e a cui la condizioni. Contesto
> la confezione retorica entro cui la riduci, come se, fuori da questa, non
> potesse verificarsi per la gente comune.
>
> Ciao, buon anno.
> LG
Buon anno anche a te.
Ciao
--
A
bene,
cosa pensi dell'introduzione
scritta da Julius Evola?
Ciao.
--
A
> Infatti dici "confezione retorica" e "parlare"
> e non ti rendi conto del contenuto.
Il "contenuto" e' un "parlare". Anzi, personalmente ritengo che esistano i
testi ma non i contenuti.
> Riduci a mere verbosità metaforiche le esperienze
> pratiche di vita che sorreggono la filosofia.
Che tu abbia "esperienze pratiche di vita" non te lo toglie nessuno, ma
quelle che denoti come "esperienze pratiche di vita", quali che siano,
vengono "vestite" linguisticamente, altrimenti non sarebbero ne' pensabili
ne' citabili, e connotate attraverso le scelte retoriche con cui vengono
"tagliate", sia per essere comunicate agli altri, che dichiarate a te
stesso.
> Torno a RIPETERE
> la filosofia NON è rappresentabile sul piano verbale
Allora non e' filosofia. E' silenzio incomunicabile.
> ma piuttosto si basa fondamentalmente su
> UNO STILE DI VITA.
Che a coloro che non vivono come filosofi mancherebbe??
E' un argomento pretenzioso e pure pretestuoso.
> Senza uno stile di vita pratico,
> concreto e di vita quotidiana
Come in qualche modo tutti hanno...
> la filosofia è vacua verbosità.
La "vacua verbosita'" della filosofia inizia laddove usa la vacuita
metaforica per sopperire alla ir-referenzialita' dei termini, alla vaghezza
referenziale delle locuzioni. Le rappresentazioni metaforiche tratte dal
nostro mondo (le uniche che e' posibile assemblare ed esibire) riempono con
la loro consistenza ostensiva le citazioni dichiarative, gratuite e vacue,
di cui i metafisici e gli spiritualisti si servono.
> Poi possiamo discutere sui vari stili.
E certo, altrimenti parecchi filosofi cadrebbero fuori dalla tua classifica.
Che non vedo come si potrebbe distinguere una pratica di vivere filosofica
di un platonico da un epicureo, di un tolemaico da un empirista logico, di
un pragmatista da un hegeliano e cosi' via. Non ti cito la filosofia del
linguaggio ne' quella della mente, perche' immagino che per te siano solo
verbosita'.
>> ma questo non implica che sia "sterile"
>> per tutti gli uomini, in quanto incide sull'esistenza di chi ci crede;
>
> qui c'è una seconda limitazione che discende dalla prima.
> La categoria del "chi ci crede"
> *presuppone* una rappresentazione verbale dello stile di vita
> ed una comunicazione verbale
> rispetto a cui si può dire:
> "ci credo o non ci credo".
> Ma il punto essenziale,
> che continua a sfuggirti se permani nel paradigma verbale,
> è che bisogna vivere e praticare e non
> pensare di dire ci credo o non ci credo
E davvero duro praticare senza crederci. Mi pare una specie di resa
incondizionata:-). O, per non cadere nel verbalismo, evitare di dire quello
che si crede sia l'effeto del praticare (come ciononostante hai detto tu con
l'altoparlante retorico: "la gioia per lo splendore della Verita'": non ci
e' dato poi di sapere, dato che non ce lo hai detto, se trattasi di fata
morgana in cui abbeverre l'immaginazione o di consistenza ontologica extra
mentale o se la questione neppure si pone).
> Ora, caro LG,
> nel momento in cui metti in pratica qualcosa
> ti sarà performativamente impossibile dire :
> "non ci credo!!!".
Uno mette in pratica (se puo') quello in cui crede, non s'avvia ad essere
"performato" dalle esperienze a cui NON e' convinto di dar fiducia. Questo
inizio (lo chiamerei piuttosto "adescamento") e' per te - anche se non lo
ridici esplicitamente - il ricadere completamente sotto l'autorita' di un
"Maestro" (se lo chiamiamo "guru" rende forse meglio l'idea). Questa tua e'
retorica di basso proselitismo.
>> cosiccome, pero', vi incidono le convinzioni, e le conseguenti
>> argomentazioni in stile razionale rigoroso (l'aggettivo sarebbe persino
>> pleonastico), di chi NON puo' credervi perche' vede migliori ragioni per
>> non
>> credervi, e crede pertanto che valga la spesa di liberarsi della
>> metafisica
>> (di ogni "al di la'" in genere, tipo il posto adamantino in cui "splende"
>> la
>> maiuscola Verita' che citi).
>
> ... prova a fare un sforzo,
> riesci a "vedere dalla tua situazione di vita"
> questo tuo modo di parlare
> confrontandolo con la natura originaria
> di ciò che sei vivendo in un certo modo?
Te la posso ripetere paro paro a te. Fai uno sforzo e liberati dall'occhiale
che ti sei lasciato mettere addosso.
Bisogna dire pane al pane. Questa vita nel mondo comune non ti protegge ne'
compensa la tua ambizione di verita', lo capisco, ma non puoi sfuggirvi.
> ripeti spesso la parola "credere"
> quando invece si dovrebbe dire "sperimentare".
Si sperimenta o per accadimento fortuito o perche' ci si crede. Non si
scappa.
La tua sollecitazione (faccio finta di non accorgermi del tuo espediente
retorico di auto-poni su un pulpito) non e' tanto diversa da quella di uno
che ti offre una siringa da farti nel braccio giurandoti che dopo starai
meglio.
>> Tu poi, quando mi parli di "pratica dello splendore del vero" mi sembri
>> un... Pentacostale della filosofia:-) ! (Mai visto qualche video?)
>
> Forse non leggi con attenzione
> ma di proposito ti ho invitato
> a considerare la filosofia Zen
> che è, a mio avviso,
> la migliore forma di conoscenza
> che avversa il piano verbale.
> Ma evidentemente i tuoi pre-giudizi
> sono difficilmente sradicabili.
Prima che ai miei pregiudizi pensa alle tue contraddizioni, visto che stai
verbalizzando con molto vigore il rifiuto della verbalizzazione.
> è il tuo stile di vita in discussione.
No, scusa eh, ma in discussione e' semmi il tuo. Semmai il medico sono io,
tu il paziente.
>>> A mio giudizio, una filosofia che non sappia guidare l'uomo
>>> nelle sue scelte di vita attraverso, soprattutto,
>>> un'abitudine assestata come stile di vita,
>>> non è degna di quel nome.
>>
>> Questa e' .
> E' il centro della filosofia Zen
Appunto: "una certa TUA idea di filosofia", come ho detto.
>> Intanto bisognerebbe contestarti che sia "conoscenza" o quantomeno
>> precisare
>> cosa si intenda (ad es.: anche attraverso l'arte si puo' o no avere
>> "conoscenza"?). Ma a parte questo, mi par facile constatare che ci sono
>> parecchi approcci culturali che, praticati seriamente, incidono in misura
>> "rilevante" sul "modo di comportarsi".
> Non bisogna precisare con le parole nulla
> perché finché rimani sul piano verbale ti sfuggirà
> la dimensione vitale di ciò che stiamo discutendo.
Questo e' solo il solito espediente (sostanzialmente dogmatico ("piano
verbale" ininfluente...) con cui gli atti di fede (le persone che li
inducono) difendono se stessi, chiudendo le vie di contestazione a priori.
In questo modo ti chiudi nella botola.dell'"adepto". Accade - e' accaduto -
per i testimoni di Geova, gli arancioni, varie sette... Buttati fuori fin
che sei in tempo!
> Voglio solo accennare a Platone
Platone e' nella mia lista nera dei propagatori di metafisiche.
>>> Mentre un matematico o un medico,
>>> per le loro competenze specifiche,
>>> non devono necessariamente riflettere
>>> sul proprio stile di vita
>>
>> Perche' mai dovrebbero subire questa preclusione?
> Non intendo dire che sono preclusi
> voglio dire che nel momento in cui
> riflettono su se stessi
> essi iniziano a fare filosofia e
> non matematica o medicina.
> Infatti nella matematica o nella medicina
> *non* c'è l'autoriflessione pragmatica.
Ma l'auto-riflessione non porta inevitabilmente allo Zen!! Altrimenti tutti
i piu' grandi filosofi della storia sarebbero stati Zen.
>> E come se tu avessi una scala di tutti i modi di vivere e io solo alcuni
>> scalini, sottostanti a quello in cui vorresti "sentirti" te. E' chiaro
>> che
>> questa e' una tua ambizione. Come quella di Heidegger sull'esistenza
>> autentica. Tu mi sfidi con la tua ambizione, ma secondo te io dovrei
>> partecipare a questa sfida (sciocca)? Io intendo semmai proprio
>> smascherare
>> questa ambizione portata avanti servendosi della filosofia..
>
> Mah,
> vana fatica farti fare un solo passo.
Semplicemente perche' sei tu che devi scendere dalla scala (dato che non
porta da nessuna parte, se non forse, nel tuo caso, in una specie di
ascettica attesa che la vita finisca).
>> Mi spiace, l'Oriente non mi ha mai attratto. Ne' le montagne sacre ne' i
>> viaggi iniziatici, ne' tantomeno i guru.. E nemmeno i gabinetti degli
>> psicoanalisti esistenziali.
>
> Non è un'attrazione
> ma una pratica.
E tu inizi le "pratiche" senza attrazione? E con le donne come la metti:-)?
Zen-zen...?
Ciao.
LG
> rawmode :
> >... (c'� l'ho anche io suzuki!!:)
>
> bene,
> cosa pensi dell'introduzione
> scritta da Julius Evola?
>
Penso che mi ha incuriosito molto: ho un altro
testo, "introd.al buddismo zen" con la intro di
C.G.Jung. Evola in dieci anni che frequento ng
"letterarii" � la prima volta che lo vedo scritto;
ci�' � molto singolare data la levatura di tale
personaggio che considero una vetta del pensiero
del novecento.
Mi occupavo di Jung molto tempo fa, per cui ho
riletto questa intro della quale non ricordavo nulla..
(quando mi occupavo di jung non � che capissi poi
tanto...) In ogni caso l'ho trovata buona ed onesta..
Jung in una decina di pagine cerca di analizzare questo
fenomeno orientale del samadhi o satori obiettivamente,
e ricerca qualche parallelo, qualche relazione con
qualcosa di simile che esiste o possa essere esistito in
Occidente.( a parte qualche mistico cristiano)
L'unica cosa che trova � una linea d'ombra riscontrabile
solo verso la fine di un certo pensiero, e precisamente
con il Faust e lo Zaratustra, nei quali l'intelletto viene messo
per la prima volta, in discussione.
>>E' solo a partire dalle tragedie spirituali del Faust
di Goethe e dello Zarathustra di Nietzsche che si intravede
in Occidente un primo barlume dell'irrompere di una esperienza
totale(Ganzheitserlebnis). E ancor oggi ignoriamo che cosa
possano significare alla lunga questi prodotti, senz'altro i piu'
promettenti, della mente occidentale, cosi' oppressi come sono
da tutta la materialita' e l'ovvieta' del nostro preformato spirito
greco.
(Il genio dei Greci significa l'irrompere del conscio nella materialit�
del mondo, per cui quest'ultimo venne privato della sua originaria
natura onirica.)
Benche' il nostro intelletto abbia quasi portato alla
perfezione l'abilita' dell'uccello da preda di scorgere dalla piu'
grande altezza il pi� piccolo topolino, esso e' soggetto alla legge
di gravita' e i Sangskara lo confinano in un mondo di figurazioni
confuse fino a quando non desiste dall'inseguire il suo bottino e
non volge almeno un occhio dentro di se' per ..
'trovare colui che cerca'.(corsivo)
Si', egli precipita nel travaglio di una nascita demoniaca,
assediata da terrori e pericoli oscuri e minacciata da
miraggi illusori(!!ndr ;) e tortuosi labirinti.
Il peggiore dei destini minaccia l'ardito: una silente, abissale
solitudine(corsivo) in un tempo ch'egli chiama suo. <<
>>L'intelletto non e' interessato alla condizione del soggetto
percipiente fintanto che quest'ultimo pensa solo in modo logico.
L'intelletto necessariamente si occupa di assimilare i contenuti
di coscienza, e dei metodi allo scopo occorrenti. Gli occorre
davvero una passione filosofica per violare i propri limiti e per
spingersi fino alla percezione del percipiente. Questa passione,
tuttavia, e indistinguibile dalla spinta determinante religiosa,
cosi' l'intera questione appartiene al processo religioso di
trasformazione, che e' incommensurabile con l'intelletto.
La filosofia antica e' indubbiamente in grande misura al servizio
del processo trasformazionale, in misura sempre minore lo e'
la nuova filosofia. Schopenhauer � implicitamente antico.
Mentre lo Zarathustra di Nietzsche non e' per nulla una
filosofia ma un drammatico processo di trasformazione che ha
completamente eliminato l'intelletto. Non � piu' questione
di quel che � pensato , ma, nel senso piu' alto, di chi pensa
quel che e' pensato - e questo ad ogni pagina del libro. <<
Jung conclude che in Occidente, di Zen e di Satori alla
fine, probabilmente, se ne possa e debba occupare proprio
la psicoterapia!! e che non per niente lui � uno psicoterapeuta..
:)
ma non per curare, � una questione di interessi....
Saluti..
ps.
naturalmente ho tratto maldestramente degli stralci
e andrebbe letta tutta, in quanto molto chiara e interessante
sul profilo psicologico. Magari prima o poi la scannerizzo
e cosi' potresti fare anche tu con evola.... :)
> Ciao.
A questo punto rilevo la tua ostinazione a non voler
capire quello che sto cercando vanamente di farti comprendere.
Io credo che uno dei presupposti del dialogo sia la reciproca
chiarezza e che ogni interlocutore debba fare uno sforzo
per capire cosa vuol dire l'altro,
ma questa comprensione non vuol dire accettare ciò
che dice l'altro.
Invece, da diversi giri non mi pare che tu
abbia compreso quello che è stato detto.
Mentre io capisco quello che tu vuoi dire
non mi pare che tu possa dire altrettanto.
Che vogliamo fare?
Vogliamo continuare a menare il can per l'aia?
Io ti ho chiesto qual è la tua alternativa
concreta come vita.
Non serve criticare soltanto,
proponi la tua soluzione.
Non voglio pensare che tu sia una persona triste e lamentosa
che guarda gli altri attraverso una finestra
e nel vederli gioire
pensi che loro si sbaglino
mentre tu invece sei nel giusto
con la tua magra condotta di vita.
No, non vorrei iniziare a pensarlo...
Bye.
--
A
> Evola in dieci anni che frequento ng
> "letterarii" è la prima volta che lo vedo scritto;
> ciò' è molto singolare data la levatura di tale
> personaggio che considero una vetta del pensiero
> del novecento.
Concordo con la tua osservazione.
Infatti nello scrivere Evola avevo
la sensazione di scrivere qualcosa di particolare.
Cmq sul sito della fondazione Evola
si trovano tesi e studi recenti sul pensiero
di questo filosofo poco conosciuto.
Dato che mi interessano gli stili di vita
non potevo non occuparmi anche di "Cavalcare la tigre",
l'esposizione concreta di cosa
dovrfebbe fare un "uomo tradizionale-trascendente"
in un'epoca di crisi, la kali-yuga, ovvero
l'età del ferro (Esiodo).
> ...
> con il Faust e lo Zaratustra, nei quali l'intelletto viene messo
> per la prima volta in discussione
Interessante il pensiero di Jung,
molto diverso da quello di Freud.
> ...
> ma non per curare, è una questione di interessi....
Interessanti queste citazioni.
Concordo che il pensiero che va oltre la logica
serve non tanto per curare ma per altri scopi,
soprattutto per vivere bene.
>
> ps.
> naturalmente ho tratto maldestramente degli stralci
> e andrebbe letta tutta, in quanto molto chiara e interessante
> sul profilo psicologico. Magari prima o poi la scannerizzo
> e cosi' potresti fare anche tu con evola.... :)
Purtroppo non conosco bene Evola
da poterne parlare con sicurezza.
Ciao
--
A
> Io ti ho chiesto qual è la tua alternativa
> concreta come vita.
>
> Non serve criticare soltanto,
> proponi la tua soluzione.
Quale soluzione? Di come si deve vivere filosoficamente? Mi fai proprio
ridere. T'ho gia' spiegato come questa tua retorica non regge. Ogni
soluzione e' limitata da quella constatazione concreta che si esprime nel
modo di dire "non si puo' fare il passo piu' lungo dell gamba". Tu insisti
nel dire che basta crederlo e che basta intraprendere l'opportuna induzione
psicologica per crederlo. Questa non puo' dunque essere altro che una
coartazione della lucidita' critica di coscienza. Una specie di
antidepressivo, di euforizzante qualora si avesse una specie di depressione
filosofica. Allora ha ragione Ratzinger a insistere sulla speranza: in fondo
non e' necessario che Dio esista, e anche chi non ci crede puo' aver
beneficio dallo sperarlo. E pero' con tutti i pero' del caso che non staro'
qui a rielencare.
LG
Aspetta un momento, fammi capire una cosa,
tu *non* hai alternative, però critichi?
Non pratichi quello che si sta dicendo,
però ti senti preparato per criticare?
Non sai, ad esempio, cosa è la filosofia Zen,
però la puoi criticare?
Ormai stavi con le spalle al muro,
non potevi fare altro.
> T'ho gia' spiegato come questa tua retorica non regge.
Chiami retorica uno stile di vita?
> soluzione e' limitata da quella constatazione concreta che si esprime nel
> modo di dire "non si puo' fare il passo piu' lungo dell gamba". Tu insisti
> nel dire che basta crederlo e che basta intraprendere l'opportuna induzione
> psicologica per crederlo.
Non ho mai detto che basta crederlo. Fammi vedere dove avrei detto questo.
Invece, io sto dicendo tutt'altra cosa,
bisogna *vivere la filosofia*
attraverso "regole" di vita ben precise!
> Questa non puo' dunque essere altro che una
> coartazione della lucidita' critica di coscienza. Una specie di
> antidepressivo, di euforizzante qualora si avesse una specie di depressione
> filosofica.
Ma come fai a pralare di cose che tu stesso hai detto di non praticare?
Evidentemente ti riferisci a *tue* personali stati di coscienza.
> Allora ha ragione Ratzinger a insistere sulla speranza: in fondo
> non e' necessario che Dio esista, e anche chi non ci crede puo' aver
> beneficio dallo sperarlo. E pero' con tutti i pero' del caso che non staro'
> qui a rielencare.
Non vedo cosa c'entri questo che dici.
Cordiali saluti.
--
A
Qui mi autoquoto: forse ti e' sfuggito che "vivere filosoficamente" non ha
nessun rango di realizzazione umana, non certo maggiore del "vivere
post-filosoficamente".:
Ti traduco anzi meglio cosa vuol dire "vivere filosoficamente": vivere da
mitomane.
> Aspetta un momento, fammi capire una cosa,
> tu *non* hai alternative, però critichi?
> Non pratichi quello che si sta dicendo,
> però ti senti preparato per criticare?
> Non sai, ad esempio, cosa è la filosofia Zen,
> però la puoi criticare?
Oh, ma certo, non conosco neppure - come vissuto - "cosa sia" prenderlo in
culo da un maestro Zen, ne' lasciare un dito sotto una pressa, ne'
iniettarsi una dose di morfina o farsi aprire "le porte della coscienza"
dallo LSD (come raccontavano gli adepti del... metodo), e cosi' via. In
realta' non so neppure cosa sia essere un adepto. Lascio a te la spiegazione
e la conclusione. Ma non starmi a raccontare che ogni spiegazione risulta
incommensurabile per chi non prova queste (male)esperienze. O, nel caso mi
volessi elencare quelle buone, questi tuoi equivoci direi, piu' che
semantici, esistenziali; non le chiamo fallacie giacche' tu argomenti,
argomenti, ma appena ti comoda tiri il culo indietro e neghi la validita'
dell'argomentare verbale (magari se passi da Genova - e non da La Spezia che
da li' non scrivo, ci facciamo due segni esoterici orientalieggianti dalla
finestra). Questo per dirti, quando parli di spalle al muro, di guardare il
muro che hai dietro le spalle.
>> T'ho gia' spiegato come questa tua retorica non regge.
> Chiami retorica uno stile di vita?
Se si ciba di retorica, si'.
>> soluzione e' limitata da quella constatazione concreta che si esprime nel
>> modo di dire "non si puo' fare il passo piu' lungo dell gamba". Tu
>> insisti
>> nel dire che basta crederlo e che basta intraprendere l'opportuna
>> induzione
>> psicologica per crederlo.
>
> Non ho mai detto che basta crederlo. Fammi vedere dove avrei detto questo.
> Invece, io sto dicendo tutt'altra cosa,
> bisogna *vivere la filosofia*
> attraverso "regole" di vita ben precise!
Tu puoi vivere UNA teoria filosofica in conseguenza delle implicazioni
pratiche che ha, se ce le ha, ma NON la filosofia in genere. Le teorie
filosofiche che si sono susseguite nei secoli sono talmente dissonanti una
dall'altra che questo tuo assemblaggio - in coabitazione sotto lo stesso
tetto - non regge. Tu PRIVATAMENTE ti puoi fare tutte le esperienze - le
iniziazioni, gli allenamenti, le pratiche psicologiche- che vuoi, puoi pure
darle valore cognitivo, ma PUBBLICAMENTE non puoi venire a pretendere d'aver
vissuto lo "splendore della Verita'".
>> Allora ha ragione Ratzinger a insistere sulla speranza: in fondo
>> non e' necessario che Dio esista, e anche chi non ci crede puo' aver
>> beneficio dallo sperarlo. E pero' con tutti i pero' del caso che non
>> staro'
>> qui a rielencare.
>
> Non vedo cosa c'entri questo che dici.
Non lo capisci perche' non hai vissuto come Ratzinger la speranza: ecco il
tuo stesso argomento girato contro di te.
LG