Caro Angelo,
secondo me un'attenta lettura de "Il mondo come volontà e rappresentazione"
mostra che non è così. Schop. non ha alcuna intenzione di "dimostrare"
l'esistenza della volontà, perchè tale dimostrazione ricadrebbe nell'ambito
del razionale, che appartiene al mondo derivato della rappresentazione (e
questa sì che sarebbe una contraddizione). L'irrazionalismo di S. non è un
mandare a farfalle nè il principio di non-contraddizione nè quello di causa
ed effetto, ma consiste nel considerare tutto il mondo razionale come
derivato e fondato sulla "volontà di rappresentazione". Al mondo della
volontà (per lui la realtà metafisica originaria) non si accede
hegelianamente attraverso la mediazione della ragione, ma "immediatamente",
per esperienza diretta; non attraverso il cervello, ma attraverso il corpo,
nel quale volontà e azione coincidono.
Un saluto e sempre disponibile per ulteriori approfondimenti
Loris.
>
>
>
>
Già!, caro Angelo. Se caratteristica del pensiero è quella di riuscire in
qualche modo a trascendersi nell'autocoscienza, più difficile è trascendere
la propria pelle. Ma come pensi tu che vada posta la questione della verità?
Temo che il problema cambi semplicemente maschera, ma rimanga lo stesso. Ci
sono infatti tante accezioni del termine "verità" quante sono le correnti di
pensiero. Se intendi, come intendo io, il problema della compatibilità tra i
due mondi tra cui siamo stretti, quello delle nostre elaborazioni astratte e
quello datoci "in altro modo" dai sensi, la "verità" è sempre relativa e in
divenire, mai data una volta per sempre. La pretesa di giungere a una verità
assoluta col potente armamentario logico della ragione è stata perseguita
per secoli, prima di giungere a Kant, Goedel, Tarski e alla conclusione che
ciò che la ragione può dimostrare è soltanto il suo limite e scacco
perpetuo. Allora se
davvero vogliamo cogliere la verità assoluta, abbiamo bisogno di un "terzo
occhio" che ci faccia raggiungere, nell'immediatezza dell'intuizione, ciò
che con
la mediazione dell'intelletto non coglieremo mai. Ma questa non è più cosa
nè razionale nè umana: di umano rimane solo la cieca ma rispettabilissima
fiducia che tutto ciò sia possibile, e l'azzardo di scommetterci sopra.
>Oppure dobbiamo ritenere che la parola "verità" meriti la stessa
>ironia riservata all'uomo folle nietzscheano che annuncia la morte di Dio
>(con il pericolo beninteso che si tratti di stupida ironia)? Amo la nostra
>cultura e la nostra tradizione e condivido appieno la tua ammirazione per
la
>scienza. D'altra parte è fuor di dubbio che gli aspetti manifestamente
>disumanizzanti della nostra civiltà (il prezzo che paghiamo alla nostra
>civiltà) non possono non suscitare in me ammirazione e attenzione per chi
si
>sforza di pensare "forte" e di pensare "altro". So che ciò è destinato al
>naufragio, ma la consapevolezza che le forze che contano sono ben altre (e
>non ho nulla da ridire contro di esse alla luce delle "dure repliche della
>storia") non elimina in me la nostalgia per un qualcosa di assolutamente
>indefinito, ma comunque "altro". Aveva perfettamente ragione Giorgio Colli
>quando affermava che solo chi non è conciliato col mondo può davvero
>comprendere e amare Nietzsche.
>A presto, Angelo.
>
Condivido in pieno quel tuo disagio della civiltà di cui parli, che,
peraltro, è proprio di qualsiasi civiltà, in forme diverse. Ma forse questo
disagio, al di là delle maschere in cui di volta in volta si manifesta nella
storia, è il marchio indelebile dell'essenza del nostro esserci, che, al di
là di tutti i complicati e spesso ingannevoli giochi linguistici, contiene
una verità più intima: che siamo semplicemente il nostro esistere. Verità
semplice e dura da digerire, perchè ci dice che siamo esattamente quella
contraddizione, che ognuno sperimenta sulla propria pelle, tra ciò che siamo
e ciò che vorremmo essere.
Un caro saluto
Loris.
>
>
>
>
>
Angelo Panenero ha scritto nel messaggio <7ea040$97r$1...@nslave1.tin.it>...
>>
>>Caro Loris,
>cosa mi dici del capovolgimento della gerarchia mezzi-fini che sembra
essere
>il senso ultimo che la tecnica configura all'interno della nostra civiltà?
>Presupponiamo pure laicamente (come mi viene naturale fare) che l'origine
>della tecnica sia nella originaria inferiorità dell'uomo nella lotta per la
>vita. Presupponiamo quindi che l'originaria debolezza, sublimata nella
>nascita della civiltà, si configuri in realtà come la nostra vera forza.
Sono perfettamentre d'accordo.
>Fatto sta che a un certo punto tutti noi si diventa dei burattini nelle
>mani dell'Apparato. Ci siamo illusi di esserci sbarazzati di Dio, ma in
realtà
>abbiamo deificato noi stessi (l'Apparato, beninteso, non certo l'individuo
>sempre più distante purtroppo dall'uomo nietzscheano che sa conciliare il
>senso e l'evento).
Ancora d'accordo sull'esserci sbarazzati di dio (beh, prendiamo
l'affermazione con le molle:). Solo che questa operazione
non ha partorito solo mostri, come Hegel, lo Spirito assoluto, lo Stato
etico e tutte le altre forme di sindrome di onnipotenza, ma anche lo spirito
di tolleranza, sia in ambito etico che strettamente conoscitivo, insomma
quel
relativismo che a volte ci va così stretto ma che del principio di
tolleranza è la radice stessa . D'accordissimo poi sulla tua osservazione
nietzscheana: l'oltre-uomo è solo un mito e una metafora della sua
immanenza, mentre nella realtà può essere solo un "organismo" complesso,
portatore di
valori e di una visione del mondo, che tende a realizzare in modo
essenzialmente "politico". Un 'Apparato' con la 'A' maiuscola? Qui avrei
qualcosa da
obiettare: che cosa sarebbe, in concreto, questo nuovo Moloch o moderno
Leviatano? L'Economia? Una volta si parlava (fino alla nausea) dei complessi
rapporti fra struttura e sovra-struttura, il tutto nel quadro del progetto
di capovolgere la storia e farla camminare con le gambe, invece che con la
testa. Col risultato finale di farla camminare "senza" testa, in una specie
di rassegnazione metafisica di fronte al Moloch dell'Economia? Davvero non
c'è altro da fare che stare a contemplare, in società fondate sul consenso
(e non dico solo quelle cosiddette "democratiche")? Il consenso sarà anche
guidato, il potere si sarà anche fatto in "quattro", ma davvero è pensabile,
p.e., che le cause economiche della guerra attuale determinino dall'inizio
alla fine il suo svolgimento e che per esse sia esattamente indifferente che
i
top gun tornino tutti alla base o dieci di essi vengano abbattuti nei cieli
della Serbia? Ciò che voglio dire, nel contesto, è che la contraddizione di
un relativo che è assoluto o assoluto che
è relativo svanisce, se a dominare è la politica in senso lato, perchè la
prassi non è assolutizzabile nello stesso senso in cui lo può essere un
concetto astratto e paralizzante del pensiero, quale un 'Apparato'. Forse ti
sembrerà che io
sia andato miseramente OT, invece io credo che siamo proprio nel mezzo
della "cosa in sè" da cui siamo partiti. Potrei chiedere (scimmiottando
qualcuno:): che cos'è la "cosa in sè" di un televisore, di un computer, di
un F-117? Io credo che non sia niente al di fuori della strumentalità per
cui sono stati prodotti quegli oggetti, di ciò che essi sono e rappresentano
per quel soggetto che ha posto la domanda metafisica stessa.
>Potrebbe essere questo un argomento contro il
>relativismo? Potrebbe far risaltare una contraddizione nell'atteggiamento
di
>chi si illude di sbarazzarsi dell'assoluto per finire poi dritto dritto a
>sbattere contro l'assolutizzazione dell'Apparato?
Sarebbe un argomento fortissimo, se la nostra esistenza fosse solo
lo stare qui a discutere piacevolmente e la nostra vita non
fosse un mare più vasto entro il quale il nostro ragionare è solo un
riflesso intellettuale, con tutti i suoi cortocircuiti. Prendiamo ancora una
volta quel nevrotico ma fecondo individuo che è il mentitore iperbolico. Se
riflette sulla sua affermazione "Io mento sempre", non potrà che rimanere
impietrito di fronte alla contraddizione e alla contraddizione della
contraddizione, in un rimando iperbolico da neurodeliri. Ma se ha un gatto
nero e io gli chiedo di che colore è il suo gatto, che cosa "farà"
concretamente? Mi risponderà che il suo gatto è bianco, e lo dirà a tutti e
sempre, in ammirevole coerenza con la sua natura di mentitore.
>E i segni (non gli indizi
>purtroppo ma i fatti) di ciò sono sotto gli occhi di tutti: il disincanto
>che uccide l'ingenuità dell'animale metafisico; la morte del dialogo e
dello
>stesso linguaggio; l'atomizzazione sempre più sfrenata e la solitudine
>sempre più reale al di là dell'apparente condivisione delle esperienze.
>Siamo quindi così sicuri che il relativismo non si burli di noi stessi? E'
>proprio così vano sforzarsi di trascendere l'esistere? E' vero o non è vero
>che la storia o è "critica" o non è? Oppure bisogna piantarla con questa
>filosofia degna dei piagnoni e dei perdigiorno, a cui si può anche
>riconoscere una storica dignità, ma che oramai assomiglia a chi si ostina
a
>scrivere a mano e mostrare interesse per il suo vicino di condominio solo
>perché abita nella porta affianco?
Certo! Salvo poi trovarci, alla prima scossa di terremoto, tutti quanti nel
giardino del condominio. E in quell'occasione il linguaggio ritrova un senso
dimenticato: di fronte al pericolo di non essere nemmeno il poco che si è.
La storia è "critica" ma, preliminarmente, gestione di un'eredità sudata da
altri, che le permette il lusso di essere critica.
I massimi sistemi non interessano più
>nessuno, anche perché sembrano conducano all'ineffabilità o alla nevrotica
>ripetitività. E il prezzo del frammento, qual è?
Bella domanda, cui cerco di rispondere tirando le somme di quanto detto
prima. Il corrispondente di un prezzo alto è un alto valore; se poi penso a
tutto il
"lavoro" per conquistare e mantenere quel frammento, ci aggiungerei pure un
notevole plusvalore.
Mi devi scusare la lunghezza del post (tra un po' ci scriveremo saggi
interi, facendo perdere la pazienza al malcapitato che volesse leggerci:))
Un caro saluto
Loris.
>perché abita nella porta affianco? I massimi sistemi non
>interessano più nessuno, anche perché sembrano conducano
>all'ineffabilità o alla nevrotica ripetitività. E il prezzo
>del frammento, qual è?
M'intrometto con la solita circospezione in un thread che mi
pare interessante...
Io credo che quelli che tu chiami i "massimi sistemi" abbiano
condotto a quello che sempre tu chiami Apparato (semplificata
al massimo è la posizione di Adorno e Horkheimer espressa in
"La Dialettica dell'Illuminismo"): il massimo sistema, resa
superflua la spinta alla trascendenza in quanto ormai inutile o
accessoria come cane da guardia, propone sé stesso in forma
"laicizzata" come verità senza dover indicare ad altro che lo
giustifichi e lo fondi.
Il suo dominio totale si accentua quanto di più esso diviene
trasparente ovvero appare sotto una forma per così dire
"disincantata", frammentaria, decentralizzata ecc.
Siamo di fronte dunque ad una ambiguità fondamentale per cui il
mondo APPARE disincantato, frammentario, libero, imprevedibile
mentre E` in realta assolutamente denso e totalizzante.
Usando un termine abusato possiamo dire che la "verità" si
mostra ideologicamente come un contenitore di libertà e di
possibilità mentre risulta nei fatti in una totale costrizione.
Non ci sono troppi problemi a dire che l'ideologia è
rappresentata da tutte le magnificazioni del "libero mercato" e
da ogni discorso o fatto che partendo da questa "affermazione
di libertà" giunge nella pratica a disconoscere ogni diversità
che non possa trasformarsi o non voglia in un valore di
scambio, cioè in danaro: che non è solo quel mucchio di
banconote che vorremmo vincere al Superenalotto ma che è
fondamentalmente l'astrazione con cui si misura tecnicamente
ogni vita e ogni possibilità di vita, ogni remoto angolo del
mondo.
Ma il denaro in quanto astrazione misuratrice non è altro che
il mezzo apparentemente neutrale di un dominio molto più
concreto: quello di coloro i quali ne possono manovrare i
flussi (che non sono necessariamente i ricchi). L'aver intriso
di danaro ogni angolo dell'esistenza moltiplica a dismisura la
loro capacità di potere e controllo.
In tutto questo s'inserisce, come sul filo di una lama, il
discorso della Scienza la quale è sempre nel rischio di
diventare una parte dell'ideologia e una fucina di
tecnologie economicamente e politicamente idonee al pensiero
totalizzante.
D'altra parte la Scienza, in quanto dispiegamento della
Ragione, ha anche la possibilità di dire qualche parola vera e
di tendere a smascherare - per sua natura - l'ideologia.
Ma questa Scienza dovrebbe in primo luogo liberarsi dalla
servitù verso la tecnologia a cui sempre di più è costretta.
--
Bye by Brig
**************************************************************************
* Looking for a Guru? Please mail to De...@hell.com *
**************************************************************************
* Brigante at Broken Heart Productions *
* A Punk Stoic Situation *
**************************************************************************
* BHP on a Linux box E-mail: ME7...@mclink.it *
**************************************************************************
>Bye by Brig
>
Trovo eccellente il tuo contributo. Benvenuto allora, caro Brigante, in
questo thread poco affollato. Hai tracciato con poche parole un perfetto
identikit del Moloch. Dunque il Mercato. Lontana da me l'idea di contestare
la profonda analisi della scuola di Francoforte. Se ci ripenso, anzi, scatta
come un riflesso condizionato l'idea del rimedio, condensato nella formula
"contestazione globale". Poi guardo la data di confezione di questo prodotto
e vedo che risale a 31 anni fa. Troppi per non essere scaduto. Però strano
mostro questo Mercato, che ci vuole attori e spettatori, al tempo stesso. Se
lo guardi bene ti paralizza con il pessimismo della ragione, se lo riguardi
un po' di spazio lo lascia all'ottimismo della volontà. Perchè se lo
spogli di tutte le trappole hegeliane o heideggeriane, che ne fanno una
necessità o un destino, ti trovi in mano la sua pura contraddizione, proprio
all'apice della sua razionalità indecente. Una possibilità di scelta ce la
lascia: tra il farsi incantare e l'assumersi la parte di responsabilità
che ci spetta. Altrimenti?
... Altrimenti non rimane che goderci l'ultimo spettacolo dell'industria
culturale. Ce n'è giusto uno vicino a casa nostra. Però che delinquente quel
Milosevic: cacciare da Belgrado la CNN! Vuoi mettere quel galantuomo di
Saddam: ogni notte indimenticabili fuochi d'artificio su Bagdad! Peccato che
lo spettacolo sia un po' pirandelliano e gli attori non mi lascino
tranquillo in poltrona. Peccato anche che non mi piaccia il popcorn
americano e sia costretto a masticare merce scaduta. Quand'è l'ultima
replica?
Meglio l'ottimismo della volontà, che magari sembrerà un po' ingenuo e
campato in aria, ma che lo è un po' meno al momento di mettere mano al
portafoglio e pagarci lo spettacolo. Visco ha già smentito un aumento delle
tasse per la guerra (brutto segno :-). Il Mercato non ha un destino, ma
certo
una sua ironia.
Perfettamente d'accordo con te su quanto dici a proposito della scienza.
Salutoni
Loris
P.S.: se per caso ti infastidisce il mio linguaggio, talvolta fortemente
metaforico, dimmelo fuori dai denti, come tua sana abitudine (come ho ben
notato altrove :-))
>Trovo eccellente il tuo contributo. Benvenuto allora, caro Brigante, in
>questo thread poco affollato. Hai tracciato con poche parole un perfetto
>identikit del Moloch. Dunque il Mercato. Lontana da me l'idea di contestare
>la profonda analisi della scuola di Francoforte. Se ci ripenso, anzi, scatta
>come un riflesso condizionato l'idea del rimedio, condensato nella formula
>"contestazione globale". Poi guardo la data di confezione di questo prodotto
>e vedo che risale a 31 anni fa. Troppi per non essere scaduto. Però strano
Se ti riferisci alla "Dialettica..." di' pure 51...
Altrimenti siamo al '68 e Adorno muore l'anno dopo, sicuramente
non amato dai contestatori e poco amandoli.
E` stato Marcuse il loro idolo.
Quanto al "perfetto identikit" ci penso spesso e ci trovo
un solo grande difetto: è TROPPO perfetto.
Non può essere vero.
Se non fosse così dovremmo pensare che o il mondo umano non è
cambiato per nulla essenzialmente nel tempo e la storia è solo
un'invenzione senza fondamento, che viviamo in una sorta di
mito imperituro, dentro quelle cose che "sono accadute,
accadono e accadranno sempre" e quello che a noi pare un
mutamento essenziale in realtà è solo un cambio di facciata
oppure che il Moloch, questo Moloch, è la definitiva
incarnazione della storia e dunque anche la sua fine: come un
pianeta ha trovato infine la sua orbita stabile che percorrerà
per un tempo indefinito e senza diversioni finchè una cometa
casualmente non lo distruggerà.
Può essere così?
>all'apice della sua razionalità indecente. Una possibilità di scelta ce la
>lascia: tra il farsi incantare e l'assumersi la parte di responsabilità
>che ci spetta. Altrimenti?
Qui dovresti spiegarti più in dettaglio.
La responsabilità di che cosa? Per fare che cosa?
>Meglio l'ottimismo della volontà, che magari sembrerà un po' ingenuo e
Ricorda anche Craxi a dire la verità...
>P.S.: se per caso ti infastidisce il mio linguaggio, talvolta fortemente
>metaforico, dimmelo fuori dai denti, come tua sana abitudine (come ho ben
>notato altrove :-))
Per ora no, più avanti vedremo...
>>Poi guardo la data di confezione di questo prodotto
>>e vedo che risale a 31 anni fa. Troppi per non essere scaduto.
>Se ti riferisci alla "Dialettica..." di' pure 51...
>Altrimenti siamo al '68 e Adorno muore l'anno dopo, sicuramente
>non amato dai contestatori e poco amandoli.
>E` stato Marcuse il loro idolo.
>
Certo, certo. Mi riferivo in generale alla scuola di Francoforte e ai suoi
esiti finali.
>Quanto al "perfetto identikit" ci penso spesso e ci trovo
>un solo grande difetto: è TROPPO perfetto.
>Non può essere vero.
>
>Se non fosse così dovremmo pensare che o il mondo umano non è
>cambiato per nulla essenzialmente nel tempo e la storia è solo
>un'invenzione senza fondamento, che viviamo in una sorta di
>mito imperituro, dentro quelle cose che "sono accadute,
>accadono e accadranno sempre" e quello che a noi pare un
>mutamento essenziale in realtà è solo un cambio di facciata
>oppure che il Moloch, questo Moloch, è la definitiva
>incarnazione della storia e dunque anche la sua fine: come un
>pianeta ha trovato infine la sua orbita stabile che percorrerà
>per un tempo indefinito e senza diversioni finchè una cometa
>casualmente non lo distruggerà.
>
>Può essere così?
No, non può essere così. Come vedi siamo d'accordo. L'ipotesi di una
cometa devastante (vedo che anche tu non scherzi con le metafore:-) può
essere realistica, ma il
pericolo più imminente e reale consiste nel fatto che la cometa siamo noi e,
se c'è
qualcosa che
ritorna eternamente, è proprio quest'assenza di un destino, l'inquietudine
dell'esistente, vale a dire lo scarto tra il reale e il possibile. Il guaio
di molti pensatori "forti" è quello di voler ridurre la filosofia a
"spettacolo" del Tutto e della sua necessità; finendo così, prima o poi, per
incensare uno "statu quo" politico-sociale. La loro presunzione oggettiva è
quella del "dopo di me il diluvio" e di solito si avvalgono di un potente e
sofisticato
armamentario concettuale, per espropriare a poco a poco il pensiero stesso
della sua vitalità più intima, che è progettualità, rischio e scommessa sul
futuro.
Un solo esempio famoso, per amor di discussione: "Come pensiero del mondo
[la filosofia] arriva sempre troppo tardi [...] dopo che la realtà ha
compiuto
il suo processo di formazione ed è bell'e fatta ... Quando la filosofia
dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e, dal
chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la
nottola di Minerva
spicca il suo volo sul far della sera" (Hegel, "Lineamenti di filosofia
del diritto", prefazione). Bella, poetica metafora, che potremmo addirittura
cercare di leggere in modo radicalmente capovolto, rispetto a ciò che invece
nel
contesto significa: il pensiero come coscienza e giustificazione surrettizia
del
presente, come "spettatore" di un sanguinolento dramma preconfezionato. E la
"carne da cannone"? E i soggetti della
storia? Beh, quelli sono i pochi "individui cosmici", chiamati dall'
"astuzia" della ragione a realizzare il destino razionale degli
Hohenzollern. Per nostra fortuna quella della storia è un'astuzia assai più
brutale e
concreta, che, nel suo caso, ha assunto la forma del colera.
>>all'apice della sua razionalità indecente. Una possibilità di scelta ce la
>>lascia: tra il farsi incantare e l'assumersi la parte di responsabilità
>>che ci spetta. Altrimenti?
>
>Qui dovresti spiegarti più in dettaglio.
>La responsabilità di che cosa? Per fare che cosa?
Non so cosa tu faccia nella vita, ma certo, come tutti, sarai posto di
fronte a scelte quotidiane più o meno importanti. Responsabile di cosa?
Senza arrivare al nulla nullificante di Sartre e al conseguente concetto di
responsabilità assoluta, se hai un figlio sei responsabile di educarlo in un
modo o in un altro, se hai una visione politica sei responsabile di
appoggiare la politica di governo o quella dell' opposizione, se hai
semplicemente
un gatto sei responsabile di nutrirlo o di lasciarlo morire di fame... C'è
responsabilità, insomma, là dove si pone una possibilità di scelta ed il
corrispondente potere di incidere sulla realtà. Se consideriamo la cosa
"oggettivamente", cioè sotto l'aspetto della quantità di potere che una
persona ha di incidere sulla realtà, certamente Clinton ha più
responsabilità di me; ma se
consideriamo la cosa "soggettivamente", Clinton ha la stessa responsabilità
di un misero insegnante. Responsabilità per fare che cosa? Non certo per
giustificare il mondo, ma per tentare di modificarlo e, sempre di più
oggigiorno, per
conservare la possibilità stessa di modificarlo.
>>Meglio l'ottimismo della volontà, che magari sembrerà un po' ingenuo e
>
>Ricorda anche Craxi a dire la verità...
Hem... mi fai pentire di quello che ho detto:). E quasi quasi mi rimangerei
tutto, se non fosse che, per fortuna, mi ricorda più che altro Gramsci.
Ciao Brigante e a presto
Loris.