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Severino su Schopenhauer

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Angelo Panenero

unread,
Mar 14, 1999, 3:00:00 AM3/14/99
to
Aporie di Schopenhauer
A. 1. Egli ha capovolto il rapporto tra la ragione e il divenire, per cui la
ragione non è il principio regolatore del divenire, ma è il suo prodotto, il
divenire è l'assoluto e la ragione è totalmente appiattita su di esso. Ma
allora non è possibile dimostrare che la volontà esiste perché la ragione è
qualcosa di derivato che si riferisce al piano della rappresentazione, la
volontà ha una natura puramente indiziaria, stiamo passando dall'episteme
all'ipotesi e quindi ricadendo proprio nell'approccio induttivistico della
scienza che come tale è inidoneo a superare lo scetticismo 2. Né possiamo
cavarcela affermando che l'egoismo teorico è pazzia perché se si
presupponese senza dimostrare cosa è pazzia si eliminerebbe la filosofia
B. Questa contraddizione è aggravata dal fatto che se l'ascesi è liberazione
dall'angoscia del divenire, essa è liberazione dall'angoscia del nulla; ma
allora, in quanto negazione della volontà, essa è un ripiombare nel nulla
essendo negazione di tutta la realtà. Ma come ci si può liberare dal nulla
sprofondando nel nulla? Si esce dalla difficoltà solo distinguendo il nihil
negativum dal nihil privativum: un conto è il nulla come valore assoluto, un
conto è il nulla come negazione di qualcosa; la volontà insomma è duale,
contenendo in sé il principio del dolore ma anche quello del riscatto. Il
che produce però una duplice contraddizione, dato che si nega la già
asserita unità della volontà e dato che se già di per sé essa ha un
carattere puramente indiziario, ancora più indimostrabile sul piano
teoretico è la sua natura bifronte. Sprofondiamo insomma sempre più in
quello scetticismo da cui si vorrebbe uscire con l'accesso alla cosa in sé.

Loris Dalla Rosa

unread,
Mar 14, 1999, 3:00:00 AM3/14/99
to

Angelo Panenero ha scritto nel messaggio <7cgif1$8l0$1...@nslave1.tin.it>...

>Aporie di Schopenhauer
>A. 1. Egli ha capovolto il rapporto tra la ragione e il divenire, per cui
la
>ragione non è il principio regolatore del divenire, ma è il suo prodotto,
il
>divenire è l'assoluto e la ragione è totalmente appiattita su di esso. Ma
>allora non è possibile dimostrare che la volontà esiste perché la ragione è
>qualcosa di derivato che si riferisce al piano della rappresentazione, la
>volontà ha una natura puramente indiziaria, stiamo passando dall'episteme
>all'ipotesi e quindi ricadendo proprio nell'approccio induttivistico della
>scienza che come tale è inidoneo a superare lo scetticismo
>... omissis....

Caro Angelo,
secondo me un'attenta lettura de "Il mondo come volontà e rappresentazione"
mostra che non è così. Schop. non ha alcuna intenzione di "dimostrare"
l'esistenza della volontà, perchè tale dimostrazione ricadrebbe nell'ambito
del razionale, che appartiene al mondo derivato della rappresentazione (e
questa sì che sarebbe una contraddizione). L'irrazionalismo di S. non è un
mandare a farfalle nè il principio di non-contraddizione nè quello di causa
ed effetto, ma consiste nel considerare tutto il mondo razionale come
derivato e fondato sulla "volontà di rappresentazione". Al mondo della
volontà (per lui la realtà metafisica originaria) non si accede
hegelianamente attraverso la mediazione della ragione, ma "immediatamente",
per esperienza diretta; non attraverso il cervello, ma attraverso il corpo,
nel quale volontà e azione coincidono.
Un saluto e sempre disponibile per ulteriori approfondimenti
Loris.

Angelo Panenero

unread,
Mar 17, 1999, 3:00:00 AM3/17/99
to

Caro Loris, considera che per Schopenhauer il solipsismo è follia, ma una
follia che si combatte solo col buon senso, giacché non esistono
argomentazioni cogenti contro la risoluzione nella rappresentazione della
totalità della realtà. Berkeley ne è uscito in un modo che, dopo la
confutazione kantiana della prova ontologica, è ovviamente improponibile e
comunque lontanissimo dall'orizzonte della filosofia schopenhaueriana. Che
l'egoismo teorico sia follia vuol dire lo scetticismo estremo è follia;
eppure non se ne esce se non sulla base degli indizi di cui è emblematico
contenitore la storia, oltre che ovviamente il nostro stesso corpo. Ma il
paradigma indiziario è assai più confacente al dubitare scettico che a un
filosofo che pretende di penetrare la cosa in sé. Ciao, Angelo.

Loris Dalla Rosa

unread,
Mar 19, 1999, 3:00:00 AM3/19/99
to

Angelo Panenero ha scritto nel messaggio <7cp4ek$sh0$1...@nslave1.tin.it>...
Caro Angelo, nel tuo msg ci sono parecchi spunti molto interessanti e cerco
di essere il più sintetico possibile. Sono d'accordo con te nell'affermare
che "lo scetticismo estremo è follia", nel senso di quel circolo vizioso che
dal dubbio conduce al dubbio del dubbio, in una catena sterile e infinita.
Il dubbio iperbolico non può che divenire metodico e trovare la sua
conclusione nel cogito cartesiano. Ma questo è solo l'inizio del discorso,
perchè, a questo punto, del mondo rimane solo il mondo-per-noi (e forse è
questo che tu intendi per solipsismo) e del mondo-in-sè non ne è più nulla.
Rimangono solo due vie. O cerchiamo, con Cartesio o Bekeley, di garantire il
mondo-in-sè ricorrendo a un buon dio, o dobbiamo rinunciare a tale garanzia
e percorrere altre strade. Come giustamente ricordi, dopo Kant la prima via
non è più percorribile. Tuttavia dei punti fermi che permettono di uscire
dal solipsismo ci sono. Se il diavoletto cartesiano, che ci inganna, ci
inganna TUTTI e SEMPRE allo stesso modo, in fin dei conti non è così
diabolico. Fuor di metafora: se dal cogito cartesiano è possibile sviluppare
un discorso (sulla realtà, o comunque la si voglia chiamare) che possegga le
caratteristiche dell'universalità e comunicabilità, allora il reale possiede
la stessa solidità che ci garantirebbe un qualsiasi dio. Le caratteristiche
di un tale discorso le troviamo nel linguaggio scientifico. I punti fermi,
allora, non sono più da ricercare per via indiziaria, ma sono posti da noi
stessi secondo il vichiano "verum et factum convertuntur", siano essi
assiomi da cui dedurre qualcosa o regole di una vera e propria teoria dei
giochi. E saranno punti fermi (anche se non assoluti) fintanto che
"funzioneranno", saranno cioè in grado non solo di interpretare la "realtà",
ma anche di predisporre gli strumenti tecnici per modificarla. Naturalmente
ciò sottintende un antropocentrismo forse esasperato, ed è ciò che
esattamente intendo. Che la "cosa in sè" sia qualcosa di molto umano o
direttamente accessibile all'uomo, inquadrabile in un contesto più vasto di
quello meramente teoretico (sia essa la volontà di vivere di Schopenhauer,
la volontà di potenza di Nietzsche o la darwiniana lotta per la
sopravvivenza) dopo Kant non è più una presuntuosa pretesa, ma "...la verità
più certa e più semplice, la cui conoscenza viene resa più difficile solo
dalla sua troppa semplicità", per dirla appunto con Schopenhauer.
Quanto alla storia come contenitore metaforico di indizi, non vorrei
equivocare (me ne scuso anticipatamente, ma l'illustre nome di Severino mi
fa un po' sospettare:) pensando che sia la riproposta, assai sofisticata,
della storia come storia astratta delle idee o, meglio, della non-storia
dell'Essere. Ti pongo allora la domanda: dove portano gli indizi? All'Essere
o al Nulla? O non piuttosto al circolo vizioso del detective che esamina,
senza riconoscerle, le sue stesse orme?
Ciao e a presto
Loris.

Angelo Panenero

unread,
Mar 20, 1999, 3:00:00 AM3/20/99
to

Loris Dalla Rosa ha scritto nel messaggio <7cs3o0$59k$1...@nslave1.tin.it>...

>
>Angelo Panenero ha scritto nel messaggio <7cp4ek$sh0$1...@nslave1.tin.it>...
>>
>Caro Loris,
credo che in definitiva occorra, una volta arrivati al bivio, decidere cosa
si voglia fare di questa nostra cara filosofia: o accettarne tranquillamente
le aporie, dato che, per dirla alla Derrida, occorre "insistervi
sopportandole"; oppure tentare di abbatterle con la forza
dell'argomentazione razionale. Propenderei più per la prima soluzione, certo
più consona allo spirito di ciò che, piaccia o no, è pur sempre lo spirito
del nostro tempo. Oltretutto sono amante di Popper e quindi non posso amare
Hegel. Tuttavia, il "logico sommo", il più grande tra i filosofi teoretici,
ci fa tacere con la forza dionisiaca del suo straordinario incedere. Quello
che dici della cosa in sé è sicuramente molto bello, ma non può soddisfare
le esigenze della ragione teoretica, che si rende conto della sua
insostenibilità (a meno che non ci si metta semplicemente fuori dal PDNC,
come fa Nietzsche). Anche se considerassi, solo per fare un esempio, il
noumeno in termini puramente negativi, come ciò la cui apprensione impedisce
lo scavalcamento del fenomeno, cadresti nella contraddizione di chi pretende
che l'oltrepassamento del fenomeno sia la condizione stessa della sua
non-oltrepassabilità. Allo stesso modo: la concezione epistemologica, che
pretende di ridurre la filosofia a mera esplicitazione del metodo della
scienza, si imbatte anch'essa in numerose contraddizioni, che sono quelle
rilevate ha Hegel, ma anche quelle rilevate da Husserl , giusto per fare un
gran balzo cronologico e tematico. Dubito quindi che il "linguaggio
scientifico" e, tanto meno, "gli strumenti tecnici" atti a manipolare il
mondo possano soddisfare il nostro bisogno di verità (sempre che, ripeto, la
verità interessi davvero; ma la filosofia può permettersi una soluzione
alternativa senza negare sé stessa?)
Allo stesso modo: gli indizi ci tengono in bilico tra la verità e l'errore,
coerentemente con l'assunto negativo che ciò che è scientifico è tale
proprio perché falsificabile; ma, pur sentendomi popperiano nell'animo,
rilancio: la filosofia, la cui forza è il coraggio di riproporre
l'ineludibile questione del fondamento, può accontentarsi di tutto ciò?
Ciao e buona domenica! Angelo.


Loris Dalla Rosa

unread,
Mar 21, 1999, 3:00:00 AM3/21/99
to

Angelo Panenero ha scritto nel messaggio <7d0qdo$4fs$1...@nslave1.tin.it>...
Caro Angelo,
mi accorgo che siamo d'accordo su più cose di quante immaginassi, ma per
fortuna non su tutto (altrimenti che gusto ci sarebbe?:)). Hai ragione ad
insistere sulla contraddizione logica circa il problema del noumeno. Sul
piano meramente logico-formale non se ne esce in modo soddisfacente, neppure
aprendo il libro di Tarski sul rincorrersi infinito di linguaggi e
metalinguaggi. La soluzione dialettica non soddisfa nè te nè me, perchè il
PDNC era e rimane il caposaldo logico più robusto da Aristotele in poi.
Giusto anche il tuo richiamo all'insopprimibile esigenza della filosofia di
riproporre la questione dei fondamenti, e ciò credo dimostri che sei un
filosofo "verace", più di quanto riesca ad esserlo io. Non saprei dire,
infatti, che cosa sia
filosofia, se non questo perpetuo e radicale domandare, che mette in
discussione lo stesso soggetto che domanda.
Tuttavia, se sei d'accordo sul concepire la filosofia come questo perenne
trascendere della domanda, ci cacciamo in una contraddizione altrettanto
grave quanto quella che segnali a proposito del noumeno. Se il domandare
iperbolico è tale in quanto non ha una risposta esauriente, la risposta non
potrà mai sussistere, pena il venir meno del domandare stesso; d'altra parte
il domandare non può essere tale, se non è un chiedere una possibile
risposta.
Temo allora che il tuo richiamo a Derrida e alla sua concezione dell' essere
come differenza sia
più che opportuno, oppure che, per strada diversa, ci si debba rivolgere ad
Altro, che, non so tu, ma io non ho il piacere nè la speranza di conoscere.
Tuttavia la filosofia, storicamente e per lungo tempo, ha dovuto mutare la
sua funzione (perchè una risposta esaustiva la si è voluta dare a tutti i
costi, sdoppiando il mondo), divenire fondamentalmente critica e demolitrice
di favole belle, tagliate su misura per anime belle (e anche meno belle).
Dopo il martello della critica rimane un paesaggio desolato, da
dopo-terremoto, ma ciò che osservo è che le antiche costruzioni metafisiche
sono tutte crollate, mentre quelle moderne della scienza sono un po'
lesionate, necessitano di continui interventi di riparazione, ma sono ancora
in piedi. Credo che questa funzione critica non sia certo esaurita, nè lo
sarà mai, così come l'irresistibile tentazione umana di
costruire castelli in aria, invece di case sulla terra. Anche questo è amore
della verità, di cui, penso, la filosofia può ben accontentarsi.
Mi sto dimenticando della "cosa in sè" e del PDNC, ma mi sto anche
dilungando troppo e, se vuoi, continueremo il discorso la prossima volta.
Beh, la domenica è agli sgoccioli. E allora buon inizio settimana per la tua
attività, qualunque sia.
Ciao
Loris.

Angelo Panenero

unread,
Mar 31, 1999, 3:00:00 AM3/31/99
to

>
>
>Caro Loris,
dici che il domandare perpetuo comporta una contraddizione simile a quella
in cui cade chi, ricercando un sostrato, apre inevitabilmente un processo
all'infinito. Ma allora la filosofia dovrebbe avere il coraggio di porre
senza indugi e timidezze la questione della verità, a costo di non
riconoscersi nell'immagine tradizionale di chi pretende che la sua forza
consista proprio nell'incessante domandare. Un'operazione del genere la
collocherebbe inevitabilmente al di fuori della tradizione del pensiero
occidentale, secondo quella che è l'ambizione di tanti pensatori della
contemporaneità, per cui essa può ritrovare una sua ragion d'essere soltanto
contestando radicalmente quella tradizione come condizione del suo stesso
riscatto. Oppure dobbiamo ritenere che la parola "verità" meriti la stessa
ironia riservata all'uomo folle nietzscheano che annuncia la morte di Dio
(con il pericolo beninteso che si tratti di stupida ironia)? Amo la nostra
cultura e la nostra tradizione e condivido appieno la tua ammirazione per la
scienza. D'altra parte è fuor di dubbio che gli aspetti manifestamente
disumanizzanti della nostra civiltà (il prezzo che paghiamo alla nostra
civiltà) non possono non suscitare in me ammirazione e attenzione per chi si
sforza di pensare "forte" e di pensare "altro". So che ciò è destinato al
naufragio, ma la consapevolezza che le forze che contano sono ben altre (e
non ho nulla da ridire contro di esse alla luce delle "dure repliche della
storia") non elimina in me la nostalgia per un qualcosa di assolutamente
indefinito, ma comunque "altro". Aveva perfettamente ragione Giorgio Colli
quando affermava che solo chi non è conciliato col mondo può davvero
comprendere e amare Nietzsche.
A presto, Angelo.

>
>
>
>

Loris Dalla Rosa

unread,
Apr 1, 1999, 3:00:00 AM4/1/99
to
Angelo Panenero ha scritto nel messaggio <7du0u7$3gm$1...@nslave1.tin.it>...

>Caro Loris,
>dici che il domandare perpetuo comporta una contraddizione simile a quella
>in cui cade chi, ricercando un sostrato, apre inevitabilmente un processo
>all'infinito. Ma allora la filosofia dovrebbe avere il coraggio di porre
>senza indugi e timidezze la questione della verità, a costo di non
>riconoscersi nell'immagine tradizionale di chi pretende che la sua forza
>consista proprio nell'incessante domandare. Un'operazione del genere la
>collocherebbe inevitabilmente al di fuori della tradizione del pensiero
>occidentale, secondo quella che è l'ambizione di tanti pensatori della
>contemporaneità, per cui essa può ritrovare una sua ragion d'essere
soltanto
>contestando radicalmente quella tradizione come condizione del suo stesso
>riscatto.

Già!, caro Angelo. Se caratteristica del pensiero è quella di riuscire in
qualche modo a trascendersi nell'autocoscienza, più difficile è trascendere
la propria pelle. Ma come pensi tu che vada posta la questione della verità?
Temo che il problema cambi semplicemente maschera, ma rimanga lo stesso. Ci
sono infatti tante accezioni del termine "verità" quante sono le correnti di
pensiero. Se intendi, come intendo io, il problema della compatibilità tra i
due mondi tra cui siamo stretti, quello delle nostre elaborazioni astratte e
quello datoci "in altro modo" dai sensi, la "verità" è sempre relativa e in
divenire, mai data una volta per sempre. La pretesa di giungere a una verità
assoluta col potente armamentario logico della ragione è stata perseguita
per secoli, prima di giungere a Kant, Goedel, Tarski e alla conclusione che
ciò che la ragione può dimostrare è soltanto il suo limite e scacco
perpetuo. Allora se
davvero vogliamo cogliere la verità assoluta, abbiamo bisogno di un "terzo
occhio" che ci faccia raggiungere, nell'immediatezza dell'intuizione, ciò
che con
la mediazione dell'intelletto non coglieremo mai. Ma questa non è più cosa
nè razionale nè umana: di umano rimane solo la cieca ma rispettabilissima
fiducia che tutto ciò sia possibile, e l'azzardo di scommetterci sopra.

>Oppure dobbiamo ritenere che la parola "verità" meriti la stessa
>ironia riservata all'uomo folle nietzscheano che annuncia la morte di Dio
>(con il pericolo beninteso che si tratti di stupida ironia)? Amo la nostra
>cultura e la nostra tradizione e condivido appieno la tua ammirazione per
la
>scienza. D'altra parte è fuor di dubbio che gli aspetti manifestamente
>disumanizzanti della nostra civiltà (il prezzo che paghiamo alla nostra
>civiltà) non possono non suscitare in me ammirazione e attenzione per chi
si
>sforza di pensare "forte" e di pensare "altro". So che ciò è destinato al
>naufragio, ma la consapevolezza che le forze che contano sono ben altre (e
>non ho nulla da ridire contro di esse alla luce delle "dure repliche della
>storia") non elimina in me la nostalgia per un qualcosa di assolutamente
>indefinito, ma comunque "altro". Aveva perfettamente ragione Giorgio Colli
>quando affermava che solo chi non è conciliato col mondo può davvero
>comprendere e amare Nietzsche.
>A presto, Angelo.
>

Condivido in pieno quel tuo disagio della civiltà di cui parli, che,
peraltro, è proprio di qualsiasi civiltà, in forme diverse. Ma forse questo
disagio, al di là delle maschere in cui di volta in volta si manifesta nella
storia, è il marchio indelebile dell'essenza del nostro esserci, che, al di
là di tutti i complicati e spesso ingannevoli giochi linguistici, contiene
una verità più intima: che siamo semplicemente il nostro esistere. Verità
semplice e dura da digerire, perchè ci dice che siamo esattamente quella
contraddizione, che ognuno sperimenta sulla propria pelle, tra ciò che siamo
e ciò che vorremmo essere.
Un caro saluto
Loris.


Angelo Panenero

unread,
Apr 5, 1999, 3:00:00 AM4/5/99
to
>
>Caro Loris,
cosa mi dici del capovolgimento della gerarchia mezzi-fini che sembra essere
il senso ultimo che la tecnica configura all'interno della nostra civiltà?
Presupponiamo pure laicamente (come mi viene naturale fare) che l'origine
della tecnica sia nella originaria inferiorità dell'uomo nella lotta per la
vita. Presupponiamo quindi che l'originaria debolezza, sublimata nella
nascita della civiltà, si configuri in realtà come la nostra vera forza.
Fatto sta che a un certo punto tutti noi si diventa dei burattini nelle mani
dell'Apparato. Ci siamo illusi di esserci sbarazzati di Dio, ma in realtà
abbiamo deificato noi stessi (l'Apparato, beninteso, non certo l'individuo
sempre più distante purtroppo dall'uomo nietzscheano che sa conciliare il
senso e l'evento). Potrebbe essere questo un argomento contro il
relativismo? Potrebbe far risaltare una contraddizione nell'atteggiamento di
chi si illude di sbarazzarsi dell'assoluto per finire poi dritto dritto a
sbattere contro l'assolutizzazione dell'Apparato? E i segni (non gli indizi
purtroppo ma i fatti) di ciò sono sotto gli occhi di tutti: il disincanto
che uccide l'ingenuità dell'animale metafisico; la morte del dialogo e dello
stesso linguaggio; l'atomizzazione sempre più sfrenata e la solitudine
sempre più reale al di là dell'apparente condivisione delle esperienze.
Siamo quindi così sicuri che il relativismo non si burli di noi stessi? E'
proprio così vano sforzarsi di trascendere l'esistere? E' vero o non è vero
che la storia o è "critica" o non è? Oppure bisogna piantarla con questa
filosofia degna dei piagnoni e dei perdigiorno, a cui si può anche
riconoscere una storica dignità, ma che oramai assomiglia a chi si ostina a
scrivere a mano e mostrare interesse per il suo vicino di condominio solo
perché abita nella porta affianco? I massimi sistemi non interessano più
nessuno, anche perché sembrano conducano all'ineffabilità o alla nevrotica
ripetitività. E il prezzo del frammento, qual è?
Un caro saluto e un augurio - tardivo- di buona Pasqua.
Angelo

>
>
>
>
>

Loris Dalla Rosa

unread,
Apr 7, 1999, 3:00:00 AM4/7/99
to
Accidenti, caro Angelo! Le tue domande somigliano a un massivo bombardamento
della NATO! :) Tento di risponderti su alcuni punti.

Angelo Panenero ha scritto nel messaggio <7ea040$97r$1...@nslave1.tin.it>...


>>
>>Caro Loris,
>cosa mi dici del capovolgimento della gerarchia mezzi-fini che sembra
essere
>il senso ultimo che la tecnica configura all'interno della nostra civiltà?
>Presupponiamo pure laicamente (come mi viene naturale fare) che l'origine
>della tecnica sia nella originaria inferiorità dell'uomo nella lotta per la
>vita. Presupponiamo quindi che l'originaria debolezza, sublimata nella
>nascita della civiltà, si configuri in realtà come la nostra vera forza.

Sono perfettamentre d'accordo.

>Fatto sta che a un certo punto tutti noi si diventa dei burattini nelle
>mani dell'Apparato. Ci siamo illusi di esserci sbarazzati di Dio, ma in
realtà
>abbiamo deificato noi stessi (l'Apparato, beninteso, non certo l'individuo
>sempre più distante purtroppo dall'uomo nietzscheano che sa conciliare il
>senso e l'evento).

Ancora d'accordo sull'esserci sbarazzati di dio (beh, prendiamo
l'affermazione con le molle:). Solo che questa operazione
non ha partorito solo mostri, come Hegel, lo Spirito assoluto, lo Stato
etico e tutte le altre forme di sindrome di onnipotenza, ma anche lo spirito
di tolleranza, sia in ambito etico che strettamente conoscitivo, insomma
quel
relativismo che a volte ci va così stretto ma che del principio di
tolleranza è la radice stessa . D'accordissimo poi sulla tua osservazione
nietzscheana: l'oltre-uomo è solo un mito e una metafora della sua
immanenza, mentre nella realtà può essere solo un "organismo" complesso,
portatore di
valori e di una visione del mondo, che tende a realizzare in modo
essenzialmente "politico". Un 'Apparato' con la 'A' maiuscola? Qui avrei
qualcosa da
obiettare: che cosa sarebbe, in concreto, questo nuovo Moloch o moderno
Leviatano? L'Economia? Una volta si parlava (fino alla nausea) dei complessi
rapporti fra struttura e sovra-struttura, il tutto nel quadro del progetto
di capovolgere la storia e farla camminare con le gambe, invece che con la
testa. Col risultato finale di farla camminare "senza" testa, in una specie
di rassegnazione metafisica di fronte al Moloch dell'Economia? Davvero non
c'è altro da fare che stare a contemplare, in società fondate sul consenso
(e non dico solo quelle cosiddette "democratiche")? Il consenso sarà anche
guidato, il potere si sarà anche fatto in "quattro", ma davvero è pensabile,
p.e., che le cause economiche della guerra attuale determinino dall'inizio
alla fine il suo svolgimento e che per esse sia esattamente indifferente che
i
top gun tornino tutti alla base o dieci di essi vengano abbattuti nei cieli
della Serbia? Ciò che voglio dire, nel contesto, è che la contraddizione di
un relativo che è assoluto o assoluto che
è relativo svanisce, se a dominare è la politica in senso lato, perchè la
prassi non è assolutizzabile nello stesso senso in cui lo può essere un
concetto astratto e paralizzante del pensiero, quale un 'Apparato'. Forse ti
sembrerà che io
sia andato miseramente OT, invece io credo che siamo proprio nel mezzo
della "cosa in sè" da cui siamo partiti. Potrei chiedere (scimmiottando
qualcuno:): che cos'è la "cosa in sè" di un televisore, di un computer, di
un F-117? Io credo che non sia niente al di fuori della strumentalità per
cui sono stati prodotti quegli oggetti, di ciò che essi sono e rappresentano
per quel soggetto che ha posto la domanda metafisica stessa.

>Potrebbe essere questo un argomento contro il
>relativismo? Potrebbe far risaltare una contraddizione nell'atteggiamento
di
>chi si illude di sbarazzarsi dell'assoluto per finire poi dritto dritto a
>sbattere contro l'assolutizzazione dell'Apparato?

Sarebbe un argomento fortissimo, se la nostra esistenza fosse solo
lo stare qui a discutere piacevolmente e la nostra vita non
fosse un mare più vasto entro il quale il nostro ragionare è solo un
riflesso intellettuale, con tutti i suoi cortocircuiti. Prendiamo ancora una
volta quel nevrotico ma fecondo individuo che è il mentitore iperbolico. Se
riflette sulla sua affermazione "Io mento sempre", non potrà che rimanere
impietrito di fronte alla contraddizione e alla contraddizione della
contraddizione, in un rimando iperbolico da neurodeliri. Ma se ha un gatto
nero e io gli chiedo di che colore è il suo gatto, che cosa "farà"
concretamente? Mi risponderà che il suo gatto è bianco, e lo dirà a tutti e
sempre, in ammirevole coerenza con la sua natura di mentitore.

>E i segni (non gli indizi
>purtroppo ma i fatti) di ciò sono sotto gli occhi di tutti: il disincanto
>che uccide l'ingenuità dell'animale metafisico; la morte del dialogo e
dello
>stesso linguaggio; l'atomizzazione sempre più sfrenata e la solitudine
>sempre più reale al di là dell'apparente condivisione delle esperienze.
>Siamo quindi così sicuri che il relativismo non si burli di noi stessi? E'
>proprio così vano sforzarsi di trascendere l'esistere? E' vero o non è vero
>che la storia o è "critica" o non è? Oppure bisogna piantarla con questa
>filosofia degna dei piagnoni e dei perdigiorno, a cui si può anche
>riconoscere una storica dignità, ma che oramai assomiglia a chi si ostina
a
>scrivere a mano e mostrare interesse per il suo vicino di condominio solo
>perché abita nella porta affianco?

Certo! Salvo poi trovarci, alla prima scossa di terremoto, tutti quanti nel
giardino del condominio. E in quell'occasione il linguaggio ritrova un senso
dimenticato: di fronte al pericolo di non essere nemmeno il poco che si è.
La storia è "critica" ma, preliminarmente, gestione di un'eredità sudata da
altri, che le permette il lusso di essere critica.

I massimi sistemi non interessano più
>nessuno, anche perché sembrano conducano all'ineffabilità o alla nevrotica
>ripetitività. E il prezzo del frammento, qual è?

Bella domanda, cui cerco di rispondere tirando le somme di quanto detto
prima. Il corrispondente di un prezzo alto è un alto valore; se poi penso a
tutto il
"lavoro" per conquistare e mantenere quel frammento, ci aggiungerei pure un
notevole plusvalore.
Mi devi scusare la lunghezza del post (tra un po' ci scriveremo saggi
interi, facendo perdere la pazienza al malcapitato che volesse leggerci:))
Un caro saluto
Loris.

Brigante

unread,
Apr 8, 1999, 3:00:00 AM4/8/99
to
On Mon, 5 Apr 1999 11:34:15 +0200, Angelo Panenero <adf...@tin.it> wrote:

>perché abita nella porta affianco? I massimi sistemi non


>interessano più nessuno, anche perché sembrano conducano
>all'ineffabilità o alla nevrotica ripetitività. E il prezzo
>del frammento, qual è?

M'intrometto con la solita circospezione in un thread che mi
pare interessante...

Io credo che quelli che tu chiami i "massimi sistemi" abbiano
condotto a quello che sempre tu chiami Apparato (semplificata
al massimo è la posizione di Adorno e Horkheimer espressa in
"La Dialettica dell'Illuminismo"): il massimo sistema, resa
superflua la spinta alla trascendenza in quanto ormai inutile o
accessoria come cane da guardia, propone sé stesso in forma
"laicizzata" come verità senza dover indicare ad altro che lo
giustifichi e lo fondi.

Il suo dominio totale si accentua quanto di più esso diviene
trasparente ovvero appare sotto una forma per così dire
"disincantata", frammentaria, decentralizzata ecc.

Siamo di fronte dunque ad una ambiguità fondamentale per cui il
mondo APPARE disincantato, frammentario, libero, imprevedibile
mentre E` in realta assolutamente denso e totalizzante.

Usando un termine abusato possiamo dire che la "verità" si
mostra ideologicamente come un contenitore di libertà e di
possibilità mentre risulta nei fatti in una totale costrizione.

Non ci sono troppi problemi a dire che l'ideologia è
rappresentata da tutte le magnificazioni del "libero mercato" e
da ogni discorso o fatto che partendo da questa "affermazione
di libertà" giunge nella pratica a disconoscere ogni diversità
che non possa trasformarsi o non voglia in un valore di
scambio, cioè in danaro: che non è solo quel mucchio di
banconote che vorremmo vincere al Superenalotto ma che è
fondamentalmente l'astrazione con cui si misura tecnicamente
ogni vita e ogni possibilità di vita, ogni remoto angolo del
mondo.

Ma il denaro in quanto astrazione misuratrice non è altro che
il mezzo apparentemente neutrale di un dominio molto più
concreto: quello di coloro i quali ne possono manovrare i
flussi (che non sono necessariamente i ricchi). L'aver intriso
di danaro ogni angolo dell'esistenza moltiplica a dismisura la
loro capacità di potere e controllo.

In tutto questo s'inserisce, come sul filo di una lama, il
discorso della Scienza la quale è sempre nel rischio di
diventare una parte dell'ideologia e una fucina di
tecnologie economicamente e politicamente idonee al pensiero
totalizzante.

D'altra parte la Scienza, in quanto dispiegamento della
Ragione, ha anche la possibilità di dire qualche parola vera e
di tendere a smascherare - per sua natura - l'ideologia.

Ma questa Scienza dovrebbe in primo luogo liberarsi dalla
servitù verso la tecnologia a cui sempre di più è costretta.

--
Bye by Brig

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Loris Dalla Rosa

unread,
Apr 10, 1999, 3:00:00 AM4/10/99
to
Brigante ha scritto nel messaggio ...

>Bye by Brig
>
Trovo eccellente il tuo contributo. Benvenuto allora, caro Brigante, in
questo thread poco affollato. Hai tracciato con poche parole un perfetto
identikit del Moloch. Dunque il Mercato. Lontana da me l'idea di contestare
la profonda analisi della scuola di Francoforte. Se ci ripenso, anzi, scatta
come un riflesso condizionato l'idea del rimedio, condensato nella formula
"contestazione globale". Poi guardo la data di confezione di questo prodotto
e vedo che risale a 31 anni fa. Troppi per non essere scaduto. Però strano
mostro questo Mercato, che ci vuole attori e spettatori, al tempo stesso. Se
lo guardi bene ti paralizza con il pessimismo della ragione, se lo riguardi
un po' di spazio lo lascia all'ottimismo della volontà. Perchè se lo
spogli di tutte le trappole hegeliane o heideggeriane, che ne fanno una
necessità o un destino, ti trovi in mano la sua pura contraddizione, proprio
all'apice della sua razionalità indecente. Una possibilità di scelta ce la
lascia: tra il farsi incantare e l'assumersi la parte di responsabilità
che ci spetta. Altrimenti?
... Altrimenti non rimane che goderci l'ultimo spettacolo dell'industria
culturale. Ce n'è giusto uno vicino a casa nostra. Però che delinquente quel
Milosevic: cacciare da Belgrado la CNN! Vuoi mettere quel galantuomo di
Saddam: ogni notte indimenticabili fuochi d'artificio su Bagdad! Peccato che
lo spettacolo sia un po' pirandelliano e gli attori non mi lascino
tranquillo in poltrona. Peccato anche che non mi piaccia il popcorn
americano e sia costretto a masticare merce scaduta. Quand'è l'ultima
replica?
Meglio l'ottimismo della volontà, che magari sembrerà un po' ingenuo e
campato in aria, ma che lo è un po' meno al momento di mettere mano al
portafoglio e pagarci lo spettacolo. Visco ha già smentito un aumento delle
tasse per la guerra (brutto segno :-). Il Mercato non ha un destino, ma
certo
una sua ironia.
Perfettamente d'accordo con te su quanto dici a proposito della scienza.
Salutoni
Loris

P.S.: se per caso ti infastidisce il mio linguaggio, talvolta fortemente
metaforico, dimmelo fuori dai denti, come tua sana abitudine (come ho ben
notato altrove :-))

Brigante

unread,
Apr 13, 1999, 3:00:00 AM4/13/99
to
On Sat, 10 Apr 1999 20:38:41 +0200, Loris Dalla Rosa <lor...@tin.it> wrote:

>Trovo eccellente il tuo contributo. Benvenuto allora, caro Brigante, in
>questo thread poco affollato. Hai tracciato con poche parole un perfetto
>identikit del Moloch. Dunque il Mercato. Lontana da me l'idea di contestare
>la profonda analisi della scuola di Francoforte. Se ci ripenso, anzi, scatta
>come un riflesso condizionato l'idea del rimedio, condensato nella formula
>"contestazione globale". Poi guardo la data di confezione di questo prodotto
>e vedo che risale a 31 anni fa. Troppi per non essere scaduto. Però strano

Se ti riferisci alla "Dialettica..." di' pure 51...
Altrimenti siamo al '68 e Adorno muore l'anno dopo, sicuramente
non amato dai contestatori e poco amandoli.
E` stato Marcuse il loro idolo.

Quanto al "perfetto identikit" ci penso spesso e ci trovo
un solo grande difetto: è TROPPO perfetto.
Non può essere vero.

Se non fosse così dovremmo pensare che o il mondo umano non è
cambiato per nulla essenzialmente nel tempo e la storia è solo
un'invenzione senza fondamento, che viviamo in una sorta di
mito imperituro, dentro quelle cose che "sono accadute,
accadono e accadranno sempre" e quello che a noi pare un
mutamento essenziale in realtà è solo un cambio di facciata
oppure che il Moloch, questo Moloch, è la definitiva
incarnazione della storia e dunque anche la sua fine: come un
pianeta ha trovato infine la sua orbita stabile che percorrerà
per un tempo indefinito e senza diversioni finchè una cometa
casualmente non lo distruggerà.

Può essere così?

>all'apice della sua razionalità indecente. Una possibilità di scelta ce la
>lascia: tra il farsi incantare e l'assumersi la parte di responsabilità
>che ci spetta. Altrimenti?

Qui dovresti spiegarti più in dettaglio.
La responsabilità di che cosa? Per fare che cosa?

>Meglio l'ottimismo della volontà, che magari sembrerà un po' ingenuo e

Ricorda anche Craxi a dire la verità...

>P.S.: se per caso ti infastidisce il mio linguaggio, talvolta fortemente
>metaforico, dimmelo fuori dai denti, come tua sana abitudine (come ho ben
>notato altrove :-))

Per ora no, più avanti vedremo...

Loris Dalla Rosa

unread,
Apr 14, 1999, 3:00:00 AM4/14/99
to
Brigante ha scritto nel messaggio ...
>On Sat, 10 Apr 1999 20:38:41 +0200, Loris Dalla Rosa <lor...@tin.it>
wrote:

>>Poi guardo la data di confezione di questo prodotto


>>e vedo che risale a 31 anni fa. Troppi per non essere scaduto.

>Se ti riferisci alla "Dialettica..." di' pure 51...


>Altrimenti siamo al '68 e Adorno muore l'anno dopo, sicuramente
>non amato dai contestatori e poco amandoli.
>E` stato Marcuse il loro idolo.
>

Certo, certo. Mi riferivo in generale alla scuola di Francoforte e ai suoi
esiti finali.

>Quanto al "perfetto identikit" ci penso spesso e ci trovo
>un solo grande difetto: è TROPPO perfetto.
>Non può essere vero.
>
>Se non fosse così dovremmo pensare che o il mondo umano non è
>cambiato per nulla essenzialmente nel tempo e la storia è solo
>un'invenzione senza fondamento, che viviamo in una sorta di
>mito imperituro, dentro quelle cose che "sono accadute,
>accadono e accadranno sempre" e quello che a noi pare un
>mutamento essenziale in realtà è solo un cambio di facciata
>oppure che il Moloch, questo Moloch, è la definitiva
>incarnazione della storia e dunque anche la sua fine: come un
>pianeta ha trovato infine la sua orbita stabile che percorrerà
>per un tempo indefinito e senza diversioni finchè una cometa
>casualmente non lo distruggerà.
>
>Può essere così?

No, non può essere così. Come vedi siamo d'accordo. L'ipotesi di una
cometa devastante (vedo che anche tu non scherzi con le metafore:-) può
essere realistica, ma il
pericolo più imminente e reale consiste nel fatto che la cometa siamo noi e,
se c'è
qualcosa che
ritorna eternamente, è proprio quest'assenza di un destino, l'inquietudine
dell'esistente, vale a dire lo scarto tra il reale e il possibile. Il guaio
di molti pensatori "forti" è quello di voler ridurre la filosofia a
"spettacolo" del Tutto e della sua necessità; finendo così, prima o poi, per
incensare uno "statu quo" politico-sociale. La loro presunzione oggettiva è
quella del "dopo di me il diluvio" e di solito si avvalgono di un potente e
sofisticato
armamentario concettuale, per espropriare a poco a poco il pensiero stesso
della sua vitalità più intima, che è progettualità, rischio e scommessa sul
futuro.
Un solo esempio famoso, per amor di discussione: "Come pensiero del mondo
[la filosofia] arriva sempre troppo tardi [...] dopo che la realtà ha
compiuto
il suo processo di formazione ed è bell'e fatta ... Quando la filosofia
dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e, dal
chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la
nottola di Minerva
spicca il suo volo sul far della sera" (Hegel, "Lineamenti di filosofia
del diritto", prefazione). Bella, poetica metafora, che potremmo addirittura
cercare di leggere in modo radicalmente capovolto, rispetto a ciò che invece
nel
contesto significa: il pensiero come coscienza e giustificazione surrettizia
del
presente, come "spettatore" di un sanguinolento dramma preconfezionato. E la
"carne da cannone"? E i soggetti della
storia? Beh, quelli sono i pochi "individui cosmici", chiamati dall'
"astuzia" della ragione a realizzare il destino razionale degli
Hohenzollern. Per nostra fortuna quella della storia è un'astuzia assai più
brutale e
concreta, che, nel suo caso, ha assunto la forma del colera.

>>all'apice della sua razionalità indecente. Una possibilità di scelta ce la
>>lascia: tra il farsi incantare e l'assumersi la parte di responsabilità
>>che ci spetta. Altrimenti?
>
>Qui dovresti spiegarti più in dettaglio.
>La responsabilità di che cosa? Per fare che cosa?

Non so cosa tu faccia nella vita, ma certo, come tutti, sarai posto di
fronte a scelte quotidiane più o meno importanti. Responsabile di cosa?
Senza arrivare al nulla nullificante di Sartre e al conseguente concetto di
responsabilità assoluta, se hai un figlio sei responsabile di educarlo in un
modo o in un altro, se hai una visione politica sei responsabile di
appoggiare la politica di governo o quella dell' opposizione, se hai
semplicemente
un gatto sei responsabile di nutrirlo o di lasciarlo morire di fame... C'è
responsabilità, insomma, là dove si pone una possibilità di scelta ed il
corrispondente potere di incidere sulla realtà. Se consideriamo la cosa
"oggettivamente", cioè sotto l'aspetto della quantità di potere che una
persona ha di incidere sulla realtà, certamente Clinton ha più
responsabilità di me; ma se
consideriamo la cosa "soggettivamente", Clinton ha la stessa responsabilità
di un misero insegnante. Responsabilità per fare che cosa? Non certo per
giustificare il mondo, ma per tentare di modificarlo e, sempre di più
oggigiorno, per
conservare la possibilità stessa di modificarlo.

>>Meglio l'ottimismo della volontà, che magari sembrerà un po' ingenuo e
>
>Ricorda anche Craxi a dire la verità...

Hem... mi fai pentire di quello che ho detto:). E quasi quasi mi rimangerei
tutto, se non fosse che, per fortuna, mi ricorda più che altro Gramsci.

Ciao Brigante e a presto
Loris.

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