[inizio citazione]
Un evento unico, la scoperta e l' attribuzione di un frammento del
secondo libro della Geografia di Artemidoro di Efeso, celebrato quest' anno
a palazzo Bricherasio di Torino con una mostra senza precedenti, si sta
trasformando in un giallo che appassiona gli specialisti di tutta Europa.
Nel nuovo numero dei Quaderni di storia, il direttore della rivista, Luciano
Canfora, ordinario di filologia greca e latina all' università di Bari,
pubblica un articolo, «Postilla testuale sul nuovo Artemidoro», in cui mette
in dubbio l' attribuzione fatta già nel 1999 sulla prestigiosa rivista
Archiv da Claudio Gallazzi, direttore dell' Istituto di papirologia dell'
Università di Milano, e da Barbara Kramer, una delle massime autorità
tedesche, docente a Treviri. Il saggio di Canfora è preceduto dal lungo
articolo di un suo allievo, Stefano Micunco, che analizza le circa quaranta
figure di animali contenute sul «verso», il retro del papiro, e contesta
decisamente seppur indirettamente l' interpretazione offerta dall' imponente
catalogo della mostra, Le tre vite del Papiro di Artemidoro (Electa).
Sembrerebbe una disputa tra specialisti. Se non fosse che in fondo al
corposo numero 64 della rivista (Edizioni Dedalo), in libreria a fine mese,
il professor Canfora ha pubblicato due brevi note su uno dei personaggi più
ambigui vissuti in Europa nell' Ottocento, il greco Costantino Simonidis,
dottore in teologia, pittore capace e papirologo a tempo perso, in realtà
uno dei più grandi falsari della sua epoca, nato nel 1824 e morto alla fine
del secolo, che diede grattacapi ad accademici inglesi e tedeschi,
fabbricando falsi come una Geografia di Cefalonia, un' opera geografica di
Androstene, una Storia egizia di Uranio, di cui si erano perse le tracce, un
fantomatico antico esemplare del Vangelo di Matteo e addirittura un
frammento di Eschilo. Perché le pagine sul geniale e nefasto Simonidis
vengono pubblicate nello stesso numero che presenta i saggi che contestano
l' attribuzione ad Artemidoro, il geografo greco del primo secolo a.C.? Come
si vede, la disputa tra specialisti si fa avvincente, tanto più che il
Papiro di Artemidoro è stato acquistato dalla Fondazione per l' Arte della
Compagnia di San Paolo per la considerevole somma di 2.750.000 euro. Per
orientarci nel fitto gioco di citazioni dal greco antico, nelle dispute
sulla grafia di molte parole così come sulla storia e sui disegni del famoso
papiro, incontriamo Luciano Canfora. «I primi dubbi - esordisce Canfora - mi
sono venuti appena ho letto il testo: possibile che il raffinato Artemidoro
di Efeso facesse certi errori di sintassi e anche di lessico? Ma dubbi
ancora più forti mi sono sorti sulla storia del papiro e sulla teoria delle
"tre vite"». Tutto cominciò, racconta Canfora, «quando un noto mercante di
origine armena, residente ad Amburgo, propose agli studiosi dell' Università
di Milano di esaminare uno straordinario papiro lungo circa due metri e
mezzo e alto 32,5 centimetri che, oltre a cinque colonne di un testo greco,
sul lato "recto" conteneva una mappa geografica, diversi ritratti di volti e
disegni di varie parti del corpo umano, mentre sul "verso" presentava una
quarantina di figure animali. Lo straordinario reperto, secondo quanto ci è
stato raccontato, fu rinvenuto dal mercante nella maschera di una mummia.
Secondo questa versione furono trovati circa duecento frammenti di papiro,
cinquanta dei quali utilizzati per ricostruire il "papiro di Artemidoro",
gli altri 150 erano vari documenti risalenti tutti ad epoca neroniana, cioè
al primo secolo dopo Cristo». Canfora scuote la testa: «Questa storia non
regge. Di solito i papiri, usati come materiale di cartonnage, e impastati
con calce e gesso, si ritrovano nelle gole dei coccodrilli imbalsamati e nei
pettorali delle mummie, luoghi ben più capienti. Perché poi sul cosiddetto
Papiro di Artemidoro non è rimasta alcuna traccia dell' impasto del
cartonnage? Perché non mettere subito in luce gli altri 150 frammenti
documentari?». Claudio Gallazzi e il direttore della Normale di Pisa,
Salvatore Settis, curatori del catalogo e autori dell' expertise, hanno
scritto che il papiro ebbe tre vite. «Una teoria - commenta Canfora - che si
sposa o si respinge in blocco. La prima vita risalirebbe al I secolo a. C.,
quando fu commissionata a un copista un' edizione di lusso del secondo libro
della Geografia di Artemidoro, corredata anche da una mappa della Spagna. L'
errore del disegnatore, che riprodusse la regione della Betica, invece dell'
intera penisola iberica, avrebbe determinato l' abbandono dell' opera. Il
papiro, invece di essere tagliato e riutilizzato, come di solito avveniva in
questi casi, sarebbe stato abbandonato per qualche decennio e ripreso, ed è
questo l' inizio della seconda vita, per realizzare una sorta di catalogo
con ogni tipo di animali reali e immaginari da mostrare ai clienti della
bottega artigianale che volevano affrescare le loro ville. Non conosciamo
repertori davvero analoghi a questo nell' antichità. La terza vita, e siamo
al I secolo dopo Cristo, sarebbe infine costituita dai disegni anatomici che
riempiono gli spazi vuoti del lato "recto". Settis ha sostenuto che si
trattava di esercitazioni di giovani apprendisti che copiavano statue e
calchi di gesso. Uno studioso francese, Philippe Bruneau, ha contestato l'
esistenza di questa consuetudine nell' antichità. Un altro professore
italiano, Francesco Prontera, che insegna Geografia antica all' Università
di Perugia, riconosce nel proemio del presunto Artemidoro un testo
tardogreco. Anche due studiosi di lingua greca, degli atenei di Venezia e
Atene, cui ho mandato il testo senza indicarne la provenienza, non hanno
avuto dubbi: una prosa successiva a Giustiniano. La teoria delle tre vite
entra in crisi». Allora si tratta di un testo bizantino? Canfora in realtà
formula un' ipotesi ancora più drastica e a questo punto entra in gioco
Simonidis. «È un caso - si chiede Canfora - che l' inizio del IV libro dei
Maccabei ricopiato da Simonidis per costruire uno dei suoi falsi, sia simile
all' esordio della prima colonna del Papiro di Artemidoro? È solo una
coincidenza che una delle otto pagine di Tolomeo rubate da Simonidis in una
biblioteca del Monte Athos e da lui rivendute alla British Library contenga
una cartina del tutto simile a quella del nostro papiro?». Canfora si spinge
oltre una semplice congettura: «Le prime quattordici righe della quarta
colonna coincidono con la voce Iberia di Stefano di Bisanzio, studioso del
VI secolo d. C. Il brano che va dal rigo 18 al 26 è una citazione del
Periplo del mare esterno di Marciano, altro geografo vissuto nel IV secolo
dopo Cristo che scrisse un riassunto degli undici libri di Artemidoro. All'
interno delle citazioni il falsario Simonidis, che aveva una zoppicante
conoscenza del greco classico, inseriva frasi di sua invenzione che
contenevano errori sintattici o di senso». L' ipotesi e i sospetti di
Canfora hanno avuto una conferma in questi giorni: nel saggio di K. Elliott
The Simonides Affair è attestato che Simonidis stava studiando l' epitome di
Marciano. E poi c' è la suggestiva ricerca sulle didascalie e le figure di
animali condotta da Stefano Micunco. «Due esempi per tutti - conclude lo
studioso -. Sul "verso" del papiro si trova una parola, kenalopex, che è la
traduzione in greco di un termine latino usato per la prima volta nel XVII
secolo per indicare una costellazione, anser cum vulpecula, anatra-volpe. Un
mistero. E sotto la figura di un uccello si trova un termine, aigilops, che
indica un' erba o una malattia. Consultando un repertorio famoso di epoca
bizantina, l' Etimologico magno, certamente conosciuto da Simonidis, abbiamo
visto che subito dopo c' era un' altra parola, aigipops (con la "pi" e non
con la lambda) effettivamente indicante un uccello rapace. Simonidis aveva
sbagliato a copiare».
[fine citazione]
Ed ancora:
[inizio citazione]
«Il Papiro di Artemidoro un falso? Luciano Canfora sostiene tesi
credibili dal punto di vista linguistico e filologico, ma a me sembra che la
scrittura sia autentica e quindi che la tesi del falso non sia ancora
completamente dimostrata». Rosario Pintaudi, professore di Papirologia all'
Università di Messina e curatore tra l' altro dei papiri della Biblioteca
Laurenziana di Firenze, interviene nella discussione aperta dal filologo di
Bari con un articolo sul numero 64 della rivista Quaderni di storia e ieri
con una intervista al Corriere sull' attribuzione di un frammento del
secondo libro di Artemidoro di Efeso, geografo del primo secolo avanti
Cristo. Si tratta di un reperto di rara importanza, acquistato dalla
Fondazione per l' Arte della Compagnia di San Paolo dopo che studiosi del
livello di Claudio Gallazzi, dell' Università di Milano, Salvatore Settis,
direttore della Normale di Pisa, e Bärbel Kramer, dell' Università di
Treviri, ne hanno certificato l' autenticità. «Canfora - sostiene Pintaudi -
ha fatto un encomiabile lavoro di ricostruzione del testo con cui si
dovranno confrontare gli autori dell' edizione critica che ancora non c' è.
La tesi che il testo greco rispecchi la tradizione bizantina, sia quindi
stato scritto molto dopo il I secolo a. C., è convincente. Ma se si analizza
la scrittura un esperto non vede che è un falso. Ci sono elementi che ancora
non sono stati valutati, analisi paleografiche che saranno rese note con l'
edizione critica, al di là dei controlli con il Carbonio 14, che poco ci
potranno dire». La discussione è aperta. «A cominciare dalla tesi che il
vero autore sia il moderno Costantino Simonidis. Questa ipotesi - continua
Pintaudi - non mi convince anche perché la grafia del falsario, di cui io ho
visto alcuni esempi, seppur in litografia, è abbastanza diversa da quella
del papiro. Rimane il fatto che il Papiro di Artemidoro è un unico, anche
per i disegni di suggestiva bellezza. Non è un caso che per analizzarli sia
stato chiamato lo storico dell' arte antica Salvatore Settis». In viaggio a
New York, Settis, interpellato dal «Corriere», non vuole dare risposte
affrettate. All' estero è anche Gallazzi, impegnato in una campagna di scavi
in Egitto. Sentiamo allora Francesco Prontera, ordinario di Storia greca e
Geografia del mondo antico all' ateneo di Perugia, che fu chiamato da
Gallazzi per un giudizio sulla carta geografica disegnata sul lato recto.
«Nel caso del papiro di Artemidoro - risponde - i dubbi sono più numerosi
delle certezze. Anche se non ho potuto esaminare tutto il materiale, sono
convinto che Canfora abbia ragione da vendere sulla lingua della parte
introduttiva, che fa pensare a un' età molto più tarda del I secolo avanti
Cristo. Quanto alla carta geografica, non è sostenibile, come è stato
affermato dai curatori del catalogo della mostra di palazzo Bricherasio, che
si tratti di una regione della Spagna, la Betica. E nemmeno le distanze
descritte nella quarta e quinta colonna del testo corrispondono a quelle di
Artemidoro. Certo, si tratta di un Artemidoro interpretato da Strabone e
dall' ancora più tardo Stefano di Bisanzio. Come si vede, la questione è
tutt' altro che risolta». Come risponde Luciano Canfora a queste prime
osservazioni? «Anzitutto - dice Canfora - rispondo solo agli studiosi. Non è
vero che il testo del presunto Artemidoro non sia noto. Durante la mostra il
papiro è rimasto esposto per mesi e lì l' abbiamo potuto trascrivere e
leggere. Quanto all' obiezione che non si possa discutere su un testo senza
una completa edizione critica, vorrei ricordare l' imponente letteratura
attorno al più antico papiro conosciuto, quello di Derveni, risalente al IV
secolo avanti Cristo, di cui ancora aspettiamo l' edizione ufficiale. È poi
davvero irrilevante che come sostennero nel 1999 gli stessi Gallazzi e
Kramer sulla rivista Archiv la scrittura del papiro non trovi riscontro in
quelle finora conosciute? Faccio inoltre notare che il greco Costantino
Simonidis, capace di creare molte varietà di scrittura contraffatta, operava
in un' epoca in cui non era ancora definita per scarsità di materiale una
tipologia papirologica. Perché infine non è stata eseguita l' analisi dell'
inchiostro con il microscopio elettronico a trasmissione come è avvenuto nel
caso del Vangelo di Giuda? Ma al di là di queste osservazioni, ritengo che
la prova decisiva resti l' analisi della lingua e soprattutto della
sintassi».
[fine citazione]
Questa la reazione -che era logico aspettarsi- di Carlo Callieri, presidente
della Fondazione per l' Arte della Compagnia di San Paolo, ibidem:
[inizio citazione]
Sin dal titolo - «Il Papiro è un falso» - e poi con il contenuto dell'
articolo di Dino Messina, il Corriere della Sera sposa assertivamente e
acriticamente la tesi del suo illustre collaboratore, Luciano Canfora, della
falsità del Papiro di Artemidoro, acquistato - su sollecitazione del
ministero per i Beni Culturali - dalla Fondazione per l' Arte della
Compagnia di San Paolo di cui sono presidente e presentato con la grande
mostra a Torino dall' 8 febbraio al 7 maggio 2006. La Fondazione ha
effettuato l' acquisto sulla scorta di un approfondito esame delle
caratteristiche del reperto, arrivato alla conoscenza di una ristretta
cerchia di esperti e poi sul mercato sul finire degli anni ' 90 dello scorso
secolo. Alla valutazione di questo reperto hanno contribuito illustri
papirologi come la professoressa Bärbel Kramer dell' Università di Treviri,
il professor Claudio Gallazzi dell' Università degli Studi di Milano, nonché
illustri storici dell' arte come il professor Salvatore Settis, già
direttore del Getty Research Institute e oggi direttore della Scuola Normale
Superiore di Pisa, nonché presidente del Consiglio Superiore dei Beni
Culturali. Lascio a loro - e all' approfondito lavoro di pubblicazione
scientifica in corso di elaborazione e che intendiamo editare e presentare
nella prossima primavera - di rispondere alle fantasie di Luciano Canfora e
del suo allievo. Mi limito, da conoscitore della psicologia umana, a
evidenziare che nella storia dei falsari - da Icilio Federico Ioni a Eric
Hebborn - non si dà caso che il falsario non abbia goduto in vita sia del
frutto pecuniario della sua opera, sia del godimento di aver preso gli
esperti per i fondelli. Il signor Simonidis, deceduto alla fine dell'
Ottocento, potrà ridere nella tomba della presunzione con cui vengono
espressi giudizi sul suo presunto operato.
[fine citazione]
Un saluto a tutti,
Nico
> ... al di là dei
> controlli con il Carbonio 14, che poco ci potranno dire».
Non capisco perché il metodo del radiocarbonio venga snobbato. Ormai il
sistema è stato perfezionato al punto da dare risultati attendibili anche
sacrificando quantità minime del materiale, pochi millimetri quadrati.
Intanto potrebbe fornirci dati sull'età approssimativa del papiro ma, se
anche l'approssimazione fosse di un secolo o due, sarebbe già un'indicazione
interessante.
Ovviamente Simonidis avrebbe potuto "riciclare" un papiro antico ma dove
trovarne uno di quelle dimensioni?
E poi con le moderne tecniche d'indagine non credo che si faticherebbe tanto
a scoprire una contraffazione del genere.
Saluti,
--
Righel (e-m in "Reply To")
_________________________
http://digilander.libero.it/Righel40/
http://digilander.libero.it/Righel40/htm/pass/Ian/Ia.htm
ipazia
> oggi una classicista bolognese mi giurava che ha ragione canfora.
> tra l'altro, avendo letto quest'estate il papiro di canfora mi preoccupa
> anche politicamente questa diatriba su un papiro
Sì, pare già tutto pronto perchè il filologo barese col gusto dell'indagine,
a svelare i misteri che allignano nelle pagine più nascoste -o più vexatae-
della storia, antica e recente :-) (cfr. La Biblioteca Scomparsa, Il Mistero
Tucidide, ma anche Vita di Lucrezio, La Sentenza etc. etc.) possa scrivere
il secondo volume della sua "saga dei papiri" [così Gelli sul Manifesto
presentava l' ultima ponderosa fatica sulla parabola del grecista
Coppola: "a metà strada tra biografia, saggio di «nouvelle histoire»,
indagine etico-autoptica e faction (e cioè secondo Norman Mailer storia come
romanzo), il testo di Canfora è di appassionante lettura, come un thriller
per gli amanti del genere o come un romanzo d'avventura, con i suoi
intrighi, le infamità e meschinerie, ma anche eroi e eroine, e una folla di
comprimari, per lo più turpi". ...insomma, cambierebbe solo l'ambientazione
accademica, e il protagonista, il vilain, insomma, sarebbe stavolta
Simonidis :-) ] : "Il Papiro redux: il mistero degli Artemidori", in una
vicenda che speriamo stavolta si concluda senza fucilazioni :-)
[anche se in proposito già si sono letti alcuni commenti liquidatori -non
proprio una messa al muro, ma quasi...-, quali quelli di Malnati, su
Avvenire e la Nazione, del seguente tenore: "Luciano Canfora, luminare tra i
grecisti e i papirologi mondiali, ha smascherato senza pietà con prove
inconfutabili l'approssimazione e la pochezza scientifica degli
pseudopapirologi"... "uno dei curatori scientifici della mostra e incaricato
della pubblicazione dello scritto è lo stesso che da 18 anni dirige lo scavo
archeologico di Tebtynis, dove su 10 mila testi ritrovati neanche una decina
è stata pubblicata. Questa triste vicenda illustra chiaramente lo stato in
cui versa la ricerca in Italia"... "Uno scandalo papirologico e più in
generale scientifico-culturale si sta consumando in questi giorni"... "ci
aspettiamo risposte stizzite e polemica sterile da parte di
"illustri"papirologi, smascherati nella loro pochezza scientifica. E'
comunque triste constatare l'uso mediatico (si è organizzato persino un iter
espositivo, che ha visto la prima tappa a Torino) di un reperto, che prima
di tutto andava analizzato scientificamente e dunque pubblicato; così come
penosa appare l'attenzione della ricerca in genere per la
spettacolarizzazione più che per il rigore scientifico. Proporrei che, se le
conclusioni di Canfora dovessero essere confermate - come sembra -, i
responsabili di questa farsa grottesca e squalificante (tra l'altro il testo
in questione è costato la "modica" cifra di 2.750.000 Euro) vengano
destituiti da qualsiasi incarico scientifico futuro"]
Mi sembra, di contro, equilibrata in proposito la (ultima?) replica di
Settis sul paginone centrale di Repubblica di oggi:
[inizio citazione]
Ancora (e poi basta) sul papiro di Artemidoro. Nei suoi ultimi interventi,
Luciano Canfora mi rimprovera di non aver risposto a tutti i suoi rilievi.
E' vero, com'è vero che lui non ha risposto a tutte le mie osservazioni. E
c'è un perché. Se ho contato bene, gli argomenti elencati di Canfora e del
suo allievo Micunco contro l'autenticità del papiro sono poco meno di
ottanta; altri ne ha aggiunti Dino Messina intervistando Canfora sul
Corriere, altri ancora ne emergono a ogni nuovo suo intervento. E' dunque
chiaro che qualsiasi cosa io (o chiunque altro) possa rispondere, Canfora è
sempre pronto a rilanciare, e la discussione può farsi sempre più
interessante per chi sappia di greco, di papirologia, di apparati critici, e
sempre più astrusa per tutti gli altri. Ma anche i migliori papirologi
hanno difficoltà a giudicare, perché il testo su cui Canfora si esercita è
ancora inedito.
Che fare? Potrei, certo, rilanciare anch'io, per esempio replicando che una
certa espressione greca (ho tychon più sostantivo), che per Canfora non si
trova prima del VI secolo d. C, è attestata in Platone. Potrei ricordare che
Philippe Bruneau, citato da Messina come supporter delle tesi di Canfora, è
morto purtroppo nel 2001, ma in uno dei suoi ultimi articoli fece in tempo a
riconoscere l'autenticità del Papiro. E a proposito di Simonidis, il
falsario a cui Canfora, per fantasia o per scherzo, attribuisce il Papiro,
potrei dire che Bruce Whiteman, che sta scrivendo un libro su di lui, lo
considera un paleografo mediocre anche per il suo tempo, e un pessimo
disegnatore. Ma Canfora potrebbe replicare ribadendo cinque o dieci delle
sue ottanta contestazioni, e io dovrei magari replicare ancora, ad
infinitum. Questo «duello» (cosi lo ha chiamato il Corriere) non serve a
molto. O i nostri quotidiani si dotano di appositi supplementi papirologici,
o decidono di esser più clementi coi loro lettori, limitandosi ai pochi
punti essenziali. L'essenziale è che ogni reperto antico deve essere
interpretato non come se galleggiasse nel vuoto, bensì nel proprio contesto:
e il contesto del papiro di Artemidoro è il cartonnage da cui proviene
(documentato), gli altri 25 papiri che ne facevano parte (in corso di
studio), i risultati delle rigorose analisi scientifiche che aiutano a
capire e a datare.
Di questo contesto Canfora non sa proprio nulla, anche perché
nulla ha chiesto di sapere prima di avventurarsi in ipotesi assai scivolose.
E intervistare studiosi bravissimi, ma che su quel contesto sanno
altrettanto poco, rischia di essere solo un vano cedimento alla cultura
mediatica del sondaggio d'opinione.
Canfora pesta i piedi, vuoi sapere tutto e subito. La sua impazienza è
sacrosanta: nessuno la condivide più di chi sta lavorando all'edizione
scientifica del Papiro. Anche noi vorremmo finire il nostro lavoro domani,
anzi ieri; ma non progettiamo di pubblicarlo a puntate sui giornali, né
sotto interrogatorio.
Non dimentichiamo che il restauro del Papiro, operazione preliminare alla
sua pubblicazione, si è concluso poco più di otto mesi fa.
Forse Canfora, fosse toccato a lui, avrebbe pubblicato tutto in una
settimana; noi non siamo così bravi, anzi crediamo che la fretta sia una
pessima consigliera. La mostra voluta dalla Compagnia di San Paolo ha
offerto un'anteprima dei problemi posti dal Papiro non solo al grande
pubblico, ma anche agli studiosi: e tuttavia una vera discussione
scientifica può cominciare solo quando tutti siano davvero in grado di
giudicarne i termini, e cioè dopo che tutti i dati saranno stati resi noti
nell'edizione scientifica, fra pochi mesi. In quei volumi si troveranno non
solo accurate trascrizioni e interpretazioni del testo e delle immagini, ma
anche foto ad altissima definizione e riflettogrammi agli infrarossi del
Papiro (anche su disco), e i risultati di analisi scientifiche d'ogni sorta.
In quella sede l'autenticità del Papiro troverà la sua piena dimostrazione,
e le ottanta domande di Canfora subiranno una severa cura dimagrante. Ma
nasceranno nuove e più serie domande sui molti problemi posti da un reperto
tanto inatteso e tanto importante; e comincerà finalmente, sono certo,
quella discussione scientifica che ancora, ahinoi, non è nemmeno in
embrione.
[fine citazione]
Insomma, basta attendere la pubblicazione dell'evidenza (dopotutto, per il
Papiro di Derveni abbiamo atteso 44 anni :-) ) e tra qualche mese saremo in
grado di formulare un giudizio, se non più fondato almeno più informato...
Per ora, allo stato delle cose, i dubbi di Canfora secondo me, per restare
nel campo della filologia, hanno valore di semplice "congettura
diagnostica" [ad essere più immaginifici si potrebbe forse parlare di una
sorta di "guerra filologica preventiva" :-) ], e come tali sono i benvenuti
in quanto se non altro, calmatosi il polverone da terza pagina di giornale,
costringeranno la comunità scientifica -a questo punto più che mai
incuriosita: i puzzle, gli enigmi e i rompicapo piacciono non poco ai
filologi classici, non c'è alcun dubbio :-) - ad esaminare con la massima
attenzione un papiro davvero singolare, che -come Settis illustrava- ci sta
spingendo a ripensare alcune nostre supposizioni relative al mondo antico.
Un caro saluto,
Nico
Ed ecco la controreplica conclusiva di Canfora, apparsa sul Corriere di
oggi, pag.41:
[inizio citazione]
*Il Greco Strano Di Artemidoro*
Salvatore Settis ha ragione («Il papiro risponderà», Repubblica di ieri).
La prova di come riesca difficile discutere problemi tecnici attraverso i
giornali è proprio nella sua incursione nel greco quando mi segnala l'ovvio:
che cioè in Platone ricorra il participio ho tychon più sostantivo.
Purtroppo nel papiro c'è ho tychon più altro participio.
A ben vedere però, l'iniziativa di discutere attraverso i quotidiani del
claudicante papiro di Artemidoro non è mia, ma di Settis. Il lavoro di
analisi io l'ho affidato ad una «pubblicazione scientifica» («Quaderni di
storia» nr. 64). La maraviglia per il fiorire di studi che possono
precedere la cosiddetta edizione ufficiale di un testo nuovo (ma reso
integralmente noto attraverso un lancio mediatico senza precedenti) è
difficile da intendere. Ho ricevuto in questi giorni l'edizione ufficiale
del papiro di Derveni. Nella parte bibliografica del volume che occupa sei
pagine appaiono già disponibili dal 2002 titoli come An interim Text
(Janko). Si continuerà dunque a studiare questo «Artemidoro», del quale,
oltretutto, ho appreso che sono state distribuite trascrizioni a studiosi
di cui giustamente si è richiesto il parere.
Anch'io penso che parlerà il papiro, anche se parlerà un greco alquanto
strano. Mi aspettavo un ringraziamento per aver fornito contributi
concreti. Comunque, al di là della vivacità dei toni, mi considero
ringraziato in modo sui generis proprio per l'impegno con cui si è cercato
di affrontare, ovviamente un po' in fretta, i «macigni» che ho additato.
[fine citazione]
Agli interessati segnalo anche un gustoso intervento di Adriano Sofri su
Repubblica di oggi, a commento della querelle, "en politique", con
riferimento alla smania di misteri e di "verità non ufficiali" che pare
pervadere i lettori di giornali così come gli spettatori televisivi.