Il motto, che si trova in un famoso dipinto del Guercino alla Galleria
Corsini di Roma, di oscura origine secondo E. Panofsky "Il significato
delle arti visive", per F. Della Corte, (Maia, ott.-dic. 1964)
potrebbe derivare da questo passo di Svetonio, de poetis, Vita
Terenti, V:
"Q. Cosconius redeuntem e Graecia perisse in mari dicit cum C. et
VIII. fabulis conversis a Menandro. Ceteri mortuum esse in Arcadia
Stymphali sive Leuccadiae tradunt Cn. Cornelio Dolabella M. Fulvio
Nobiliore consulibus, morbo implicitum ex dolore ac taedio amissarum
sarcinarum, quas in nave praemiserat, ac simul fabularum, quas novas
fecerat." attraverso la mediazione di Ausonio, secondo il quale sulla
Tomba di Terenzio in Arcadia sarebbe stata incisa la seguente
epigrafe:
"proferuntur in scenam meae fabulae et in Arcadia ego iaceo".
(Questa indicazione l'ho trovata nella nota al titolo del Viaggio in
Italia di Goethe, che ha in epigrafe "Auch ich in Arkadien")
Non ho sotto mano né l'articolo di Della Corte (per cercarvi un
riferimento più preciso ad Ausonio) né ho trovato in rete, tra le
opere di Ausonio presenti, questo brano.
Qualcuno è in grado di trovare e postare il brano di Ausonio con i
relativi riferimenti?
Io ho a disposizione solo la ALB, dove Ausonio manca.
Grazie dell'attenzione.
Paolo Cassoli
paolo...@tiscalinet.it
http://digilander.iol.it/paolocssl
_)-¬_
______ m__(_° \°)__m_________
... si dileguerà e perderassi.
Caro Paolo, il brano di Ausonio a cui tu alludi, è nella mia "piccola
ma esaustiva biblioteca" (UTET i classici latini, collana fondata da
Augusto Rostagni e diretta da Italo Lana, a proposito del quale, M.
Manca non ha esagerato nel tesserne il buon ricordo, per il suo più
che generoso impegno, e al quale vanno anche i miei più sentiti
sentimenti di cordoglio) ma aldilà di quelli che sono gli interessanti
ed intriganti termini della questione, mi preme sottolineare, che i
grandi temi di Arcadia, furono ben ripresi da Omero (e da alcuni versi
che probabilmente pro-venivano da particolari temi tramandati in forma
orale) descritti poi poeticamente, anche da Publio Virgilio Marone che
è nato 140 anni prima di Svetonio Caio Tranquillo e ben 380 anni
prima di Ausonio Decimo Magno.
E' certo però, che Terenzio Publio, Afro (cosidetto perchè africano)
è nato nel 190 -circa- a.c. ed è stato un commediografo, che si è
molto distinto nel mettere in scena alcune commedie (6) le quali
traggono in parte, una buona origine, da quelli che son stati alcuni
spunti narrativi, del grande commediografo greco Menandro.
>Qualcuno è in grado di trovare e postare il brano di Ausonio con i
>relativi riferimenti?
Eccoti il brano in questione; tieni presente comunque che
c'è qualcosa che non torna, nel testo da te trascritto, ovvero
il bravo Goethe, ha "probabilmente reinterpretato" alla sua
maniera il txt.di Ausonio.
Il brano completo è a Pag. 728 (della suddetta opera)
AD URSULUM GRAMMATICUM TREVERORUM, CUI
STRENAS KALENDIS IANUARIIS AB IMPERATORE
NON DATAS REDDI FECIMUS.
Primus iucundi foret hic tibi fructus honoris,
Augustae faustum munus habere manus.
Proximus ex longo gradus est, quaestoris amici
curam pro strenis excubuisse tuis.
Ergo interveptos, regale nomisma, Philippos
accipe tot numero, quot duo Geryones:
quot terni biiuges demptoque triente Camenae
quotque super terram sidera zodiaci;
quot commissa viris Romana Albanaque fata
quotque doces horis quotque domi resides;
ostia quot pro parte aperit stridentia circus
excepto, medium quod patet ad stadium;
quot pedibus gradiuntur apes et versus Homeri
quotque horis pelagus profluit aut refluit;
-----> protulit in scaenam quot dramata fabellarum
-----> Arcadiae medio qui iacet in gremio;
vel quot iuncturas geometrica forma favorum
conserit extremis omnibus et mediis;
quot telios primus numerus solusque probatur,
quot par atque impar partibus aequiperat,
bis ternos et ter binos qui conserit unus,
qui solus totidem congeminatus habet;
quot faciunt iuncti subterque supraque locati;
qui numerant Hyadas Pleiadasque simul.
.......................................................................
Ursule collega nobilis Harmonio,
Harmonio, quem Claranus, quem Scaurus et Asper,
quem sibi conferret Varro priorque Crates,
quique sacri lacerum collegit corpus Homeri,
quique notas spuriis versibus apposuit;
Cecropiae commune decus Latiaeque Camenae,
solus qui Chium miscet et Amineum. Vale.
Appendici:
GRAMMATICUM TREVERORUM
Di questo grammatico sappiamo solo che insegnò a Treviri,
il tenore della lettera, del resto, dice che fu un uomo di poco conto.
Non si fa nessun elogio di lui, si cantano anzi le lodi del suo
collega Armonio, dove invece si aspetterebbero le sue.
La STRENA
era un dono di buon augurio che gli imperatori solevano regalare per
capo d'anno. Ausonio, nella sua qualità di questore, aveva l'incarico
di esaminare le petizioni e di renderne conto all'imperatore.
ROMANA ALBANAQUE FATA
ovvero gli Orazi e i Curiazi, (tre e tre) che combatterono
rispettivamente per Roma e per Alba, al tempo di Tullio Ostilio.
DOCES HORIS
L'orario d'insegnamento, che era di sei ore al giorno.
CIRCUS ... STADIUM
Il circo aveva dodici porte in tutto; queste porte dei "carceres"
erano separate in due parti uguali, sei da un lato e sei dall'altro,
dall'entrata principale, che era a metà, di fronte alla "spina".
ARCADIA ... IN GREMIO
Ovvero riferendosi a Terenzio, che secondo una tradizione, mori' a
Stinfalo, in Arcadia.
FORMA FAVORUM
L'esagono degli alveoli con due angoli e due estremi mediani.
HYADAS PLEIADASQUE SIMUL
Il numero 6, dove si trova il dispari 3 che moltiplicato per il pari 2
produce 6. Questo numero, raddoppiato da 12 dove si trova il 5
(che è il numero delle Iadi) e il 7 (che è quello delle Pleiadi).
CLARANUS
Del grammatico Clarano ne parla anche Marziale.
CRATES
Cratete di Mallo in Cilicia, fondatore della scuola di Pergamo,
critico e rivale di Aristarco.
AMINEUM
Sembra essere stato l'antico nome di Falerno (Macrob. Sat, III, 20, 7;
"Aminei fuerunt ubi nunc Falernum est) La pianta di questa vite, che è
stata coltivata in più parti d'Italia, era originaria della Grecia.
Per quanto attiene poi il motto ET IN ARCADIA EGO che viene prima
dipinto dal Guercino e successivamente ripreso da Poussin nei suoi
Pastori d'Arcadia; è un bell'enigma, che riprende in modo singolare il
tema del quadrato magico del SATOR-AREPO (quadrato pompeiano)
che quasi sicuramente, è interconnesso con quello che viene
comunemente considerato l'indovinello veronese "nero semen seminaba"!
Indovinello, che viene interpretato e ben descritto, anche in una
poesiola di Giovanni Pascoli.
Cordialmente da Anastasio
>
Tutto e' piu' semplice di quanto si possa pensare, e allo
stesso tempo piu' complicato di quanto si possa capire.
(J. W. Goethe)
>
> Caro Paolo, il brano di Ausonio a cui tu alludi, è nella mia "piccola
> ma esaustiva biblioteca" (UTET i classici latini, collana fondata da
> Augusto Rostagni e diretta da Italo Lana, a proposito del quale, M.
> Manca non ha esagerato nel tesserne il buon ricordo, per il suo più
> che generoso impegno, e al quale vanno anche i miei più sentiti
> sentimenti di cordoglio)
[...]
> >Qualcuno è in grado di trovare e postare il brano di Ausonio con i
> >relativi riferimenti?
>
> Eccoti il brano in questione; tieni presente comunque che
> c'è qualcosa che non torna, nel testo da te trascritto, ovvero
> il bravo Goethe, ha "probabilmente reinterpretato" alla sua
> maniera il txt.di Ausonio.
>
> Il brano completo è a Pag. 728 (della suddetta opera)
> AD URSULUM GRAMMATICUM TREVERORUM, CUI
> STRENAS KALENDIS IANUARIIS AB IMPERATORE
> NON DATAS REDDI FECIMUS.
>
[...]
> -----> protulit in scaenam quot dramata fabellarum
> -----> Arcadiae medio qui iacet in gremio;
> ARCADIA ... IN GREMIO
> Ovvero riferendosi a Terenzio, che secondo una tradizione, mori' a
> Stinfalo, in Arcadia.
[...]
Ti ringrazio molto per la segnalazione (che ho già avuto occasione di
procurarmi, dopo essermi accorto, un paio di giorni fa, che l'opera di
Ausonio ra stata pubblicata nei classici latini della UTET)
Debbo ammettere che la nota al titolo del Viaggio in Italia di Goethe
(BUR,
introduzione e note di Lorenza Rega) mi ha indotto in errore,
facendomi
credere che l' ET IN ARCADIA EGO fosse una citazione più o meno
letterale di
Ausonio.
Dice la nota in questione:
"F. Della Corte ("Maia", ott.-dic. 1964) ha dimostrato che il motto
sibillino non significa soltanto Memento mori (riferito quindi alla
morte)
secondo l'interpretazione di E. Panofsky (Il significato delle arti
visive,
Einaudi, Torino, 1962, pp. 223-254), bensì anche "Io pure sono nato, o
ho
vissuto, in Arcadia" (riferito quindi all'artista morto). Della Corte
ribadisce l'ipotesi di Panofsky che fosse stato Giulio Rospigliosi a
suggerire al Guercino tale motto come figurante in un'epigrafe che
potrebbe
essere mutila e che - riferita a Terenzio (sepolto in Arcadia secondo
Svetonio e quindi Ausonio)- significherebbe l'opposizione della
miserevole
morte del poeta alla fortuna del suo teatro: (proferuntur in scenam
meae
fabulae) et in Arcadia ego (iaceo)"
Il brano che ho riportato non brilla tuttavia per chiarezza.
"proferuntur in scenam meae fabulae et in Arcadia ego iaceo"
sarebbe dunque soltanto la ricostruzione, da parte di Giulio
Rospigliosi,
dell'epigrafe incisa sul sepolcro di Terenzio, sulla base di Svetonio:
"Ceteri mortuum esse in Arcadia Stymphali sive Leuccadiae tradunt"
e di Ausonio:
"protulit in scaenam quot dramata fabellarum Arcadiae medio qui iacet
in
gremio"
E' una conclusione che trovo un po' cervellotica e non abbastanza
soddisfacente.
Nulla lascia pensare che il teschio del quadro di Guercino c'entri in
qualcosa con Terenzio; anzi, poiché il dipinto in questione si può
considerare come uno studio per l'Apollo e Marsia di Palazzo Pitti,
viene
più naturale credere che si tratti del teschio del satiro Marsia.
> quanto attiene poi il motto ET IN ARCADIA EGO che viene prima
> dipinto dal Guercino e successivamente ripreso da Poussin nei suoi
> Pastori d'Arcadia; è un bell'enigma, che riprende in modo singolare il
> tema del quadrato magico del SATOR-AREPO (quadrato pompeiano)
> che quasi sicuramente, è interconnesso con quello che viene
> comunemente considerato l'indovinello veronese "nero semen seminaba"!
Questa indicazione mi incuriosisce molto: ti dispiacerebbe
esplicitarla?
> Indovinello, che viene interpretato e ben descritto, anche in una
> poesiola di Giovanni Pascoli.
>
>
> Cordialmente da Anastasio
Con i migliori saluti
Paolo
Sono lieto, di esserti stato in qualche modo utile ...;o)
> Debbo ammettere che la nota al titolo del Viaggio in Italia di Goethe
> (BUR, introduzione e note di Lorenza Rega) mi ha indotto in errore,
> facendomi credere che l' ET IN ARCADIA EGO fosse una citazione
> più o meno letterale di Ausonio.
In effetti, è probabile che l'estro di Goethe deve aver avuto buona
parte, in questa rivisitazione di Ausonio; è probabile anche, che a tale
proposito, possono aver contribuito a questa reinterpretazione, altre
questioni che erano a sua conoscenza, e che "probabilmente" non
poteva rivelare, senza rivelare sfacciatamente coordinate interpretative
che devono rimanere esoteriche ;o/
> Dice la nota in questione:
> "F. Della Corte ("Maia", ott.-dic. 1964) ha dimostrato che il motto
> sibillino non significa soltanto Memento mori (riferito quindi alla
> morte) secondo l'interpretazione di E. Panofsky (Il significato delle arti
> visive, Einaudi, Torino, 1962, pp. 223-254), bensì anche
> "Io pure sono nato, o ho vissuto, in Arcadia" (riferito quindi all'artista
> morto).
Mmmh, io sapevo Arca-Dia significasse Arca (tomba) e Dia (Dea Madre)
per cui la facile interpretazione, sarebbe "la tomba della Dea Madre" e
che si dice _Arktos_ in greco (la radice indoeuropea di arks=orso) _arth_
in irlandese _arz_ in bretone e *URSUS* in latino ... e che il motto
"Et in Arcadia ego" significasse, aldilà del suo più intrinseco significato,
[_e in Arcadia sono_ ] il voler alludere ad un mondo esoterico,
sotterraneo e quindi parallelo al nostro.
E sapevo inoltre, che il teschio, raffigurato nel quadro del Guercino
volesse rappresentare il Calvario, altrimenti detto [in aramaico] il
Golgotha, ovvero il luogo del teschio, luogo dove Gesù fu crocefisso!
> Della Corte ribadisce l'ipotesi di Panofsky che fosse stato Giulio
> Rospigliosi a suggerire al Guercino tale motto come figurante in
> un'epigrafe che potrebbe essere mutila e che - riferita a Terenzio
> (sepolto in Arcadia secondo Svetonio e quindi Ausonio)-
> significherebbe l'opposizione della miserevole morte del poeta
> alla fortuna del suo teatro: (proferuntur in scenam meae fabulae)
> et in Arcadia ego (iaceo)"
Giulio Rospigliosi (successivamente Papa Clemente IX) si dice che
fosse persona di elevatissima cultura, e nulla esclude che abbia in
qualche maniera suggerito al Guercino i motivi di questo motto,
che il Maestro, con le sue grandi capacità pittoriche avrebbe poi
rappresentato ... ma le ragioni e le origini di questo motto, bisogna
sicuramente ricercarle in epoche ben più antiche, epoche in cui si
affidavano "le più esoteriche verità" ad una trasmissione orale.
Nicolas Poussin poi aveva ripreso questo tema del Guercino e aveva
dipinto i temi pastorali di "et in Arcadia ego" ma come potrai vedere
[dalla foto del medaglione che ti invio in privato in append] questo
tema, viene anche descritto come _"et ament meme ..s..e periti"_!
(nei puntini che ho aggiunto, le lettere sono quasi illeggibili, e quindi
non sono sicuro del loro significato ... ci riesci tu? ;o)
(zip zip)
> > quanto attiene poi il motto ET IN ARCADIA EGO che viene prima
> > dipinto dal Guercino e successivamente ripreso da Poussin nei suoi
> > Pastori d'Arcadia; è un bell'enigma, che riprende in modo singolare il
> > tema del quadrato magico del SATOR-AREPO (quadrato pompeiano)
> > che quasi sicuramente, è interconnesso con quello che viene
> > comunemente considerato l'indovinello veronese "nero semen seminaba"!
>
> Questa indicazione mi incuriosisce molto: ti dispiacerebbe
> esplicitarla?
Da quel che si evince [esaminando più da vicino altre peculiarità della vita
di N. Poussin] oltre al motto di "Et in Arcadia ego" il grande pittore
francese
aveva anche un anello, sul quale erano incise -come fossero un acronimo- le
cinque enigmatiche lettere SRNPR che si dice siano state riprese, dal motto-
enigma pompeiano del SATOR.
Ovvero ... la S di Sator, la R di aRepo, la N di teNet, la P di oPera e la
R di Rotas .../
E come diceva anche Alberto Calvelli (in un suo msg. del 21 febbraio
scorso) i significato più probabile, che dobbiamo dare a tale quadrato
magico è ... *il (grande) seminatore (ossia il Creatore) tiene (in mano)
l'opera (la creazione o l'universo).*
O meglio ancora "il buon seminatore conosce (tutto quello che riguarda)
la grande Opera della Ruota (solare) e tutte le implicazioni filosofico-
esoteriche, che questo concetto comporta" ... e chi avesse un anello
come quello di N. Poussin, da quel che si dice (in "Sulle tracce del
Graal" di Scurria, Bizzarri, per i tipi delle Edizioni Mediterranee) vuol
dire più che metaforicamente, che "tenet confidentiam" ovvero:
custodisce un grande segreto !
Ma questo concetto "esoterico", del privilegio, che avrebbe colui che
sa seminare e che comprende le prerogative, che avrebbe il "grande"
seminatore (dopo Pompei) è stato più volte e da più parti ripreso e
rielaborato più che "enigmaticamente"; e anche l'indovinello veronese
di cui parlavo, ne è buona testimonianza.
(traggo e riassumo da La Storia della Letteratura Italiana I° Vol. pag.
131 e seg. di Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, per i tipi Garzanti)
Tale documento, rappresenta una delle primissime tracce, del fatto
che il volgare del VII od VIII secolo, stava tentando di "rimodellare
e rimodulare" il Latino, ed è davvero singolare oltre che di notevole
interesse; e si conserva nella Biblioteca Capitolare di Verona (cod.
LXXXIX).
E' stato scritto su un orazionale mozarabico, esemplato in Ispagna,
forse a Tarragona, alle soglie del'VIII sec. e pervenuto a Verona,
dopo essere passato dalla Sardegna (come attesta sul primo foglio
la firma di Sergio visdomino della Chiesa Cagliaritana) e da Pisa
(come attesta a carta 3 una nota autografa di Maurizio <canevarius>
di Liutprando, datata "in XXanno Liutprandi regis" e cioè il 731 o il
732) Sul recto del terzo foglio, in alto, una mano che i caratteri tipici
della scrittura, denunciano come veronese dell VIII sec. ha vergato
su due righi una dozzina di parole, seguito poi in un terzo rigo da una
formula liturgica di ringraziamento; l'insieme della nota che Luigi
Schiapparelli segnalò per primo, nel 1924, all'attenzione degli studiosi,
ha in trascrizione diplomatica, il seguente aspetto: +separebabouesalba
prataliaarabaetalboversoriotenebaetnegrosemenseminaba+
+gratiastibiagimusomnipotensempiternedus
Che significano quella dozzina di parole?
La prima impressione, emessa nello stesso 1924 (e detto fra noi G.
Pascoli era morto nel 1912) è stata data da Nino Tamassia e Michele
Scherillo, e fu quella di avere innanzi quattro versicoli, leggibili, con
una
lieve inversione iniziale:
Boves se pareba,
Alba pratalia araba
et albo versorio teneba
et negro semen seminaba.
Ad avviso dei due filologi, si sarebbe trattato di una "cantalena georgica"
o meglio del frammento di una più lunga cantilena, il principio della più
antica canzone italiana del bifolco, o addirittura una specie di "inno
italico
del lavoro dei campi".
zip zip (e qui taglio un po perchè il discorso è abbastanza corposo ed
interessante ... ma anche un po troppo lungo;o/
> > Indovinello, che viene interpretato e ben descritto, anche in una
> > poesiola di Giovanni Pascoli.
E veniamo a G. Pascoli, fra le sue "Myricae" troviamo un breve
componimento intitolato _Il piccolo aratore_
Scrive ... (la nonna ammira); ara bel bello
guida l'aratro con la mano lenta
semina col suo piccolo marrello,
il campo è bianco, nera è la sementa.
Da dove gli sarà venuto lo spunto poetico? ;o)