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Per un discepolo di Pitagora, mangiare carne
in senso assoluto equivale a gustare il frutto di una pianta
della famiglia delle leguminose: la fava. Si sa che la fava e
oggetto delle proibizioni più severe. Non solo i mèmbri della
setta rifiutano di mangiarne, ma provano per questo cibo un
vero orrore, per una serie di motivi convergenti che la loro
tradizione elabora ampiamente". La prima ragione è di or-
dine botanico: sola tra tutte le piante, la fava ha un gambo
sprovvisto di nodi (agónaton"). Questa particolantà ne fa
un mezzo di comunicazione privilegiato tra l'Ade e il mondo
degli uomini. Due versi di un Discorso sacro dei pitagorici
definiscono cosi la funzione delle fave: «Servono di punto
d'appoggio e di scala per le anime degli (uomini) pieni di vi-
gore, quando risalgono alla luce dalle dimore dell'Ade» "
La nota rimanda allo scolio T e ad Eustazio che dovrebbero essere presenti
in uno studio (che non ho trovato: in italia l'unica copia dovrebbe essere a
Milano): A. Delatte, Faba Pytagorae cognata, in: Serta Leodendensia,
Liège-Paris, 1930, pp. 33-57.
La scala come mezzo di comunicazione tra il modo dei viventi e gli spiriti
dell'Ade costituisce uno dei classici simboli dello sciamanesimo centro
asiatico ma, se cio' e' vero, mi (e vi) domando: per quale motivo questa
profonda repulsione da parte dei pitagorici? Vi risultano interpretazioni su
questo punto della dottrina pitagorica?
Un saluto a tutti
Alberto Bianco ( Iperboreo )
Non della "dottrina" (ché considerarla tale equivale a proiettare le nostre
categorie filosofiche in un contesto che solo a fatica vi si adatta) ma
della cultura pitagoria: Dario Sabatucci: Saggio sul Misticismo greco,
Ateno-Bizzarri, Roma, la seconda edizione č dell'82. Sabbatucci parte
proprio dal tema della proibizione alimentare delle fave. Vale a pena di
notare che proprio il saggio di DEtienne fu occasione di una polemica assai
poco accademica (del tipo: non sai leggere il greco! E tu non capisci un
....) tra Piccaluga, della scuola storicista di Roma (la stessa - ma su altri
livelli! - di Sabbatucci) e DEtienne. Il bello č che i due concordavano
comunque sul relegare in soffitta la visione di Adonis e dei suoi giardini
come figura e culto agrario.
Marco
> Non della "dottrina" (ché considerarla tale equivale a proiettare le
nostre
> categorie filosofiche in un contesto che solo a fatica vi si adatta) ma
> della cultura pitagoria
Cultura pitagorica o dottrina dei pitagorici ?
In verita' io propendo piu' per la seconda.
Ma e' cosa opinabile. Perche' a tuo avviso e' preferibile parlare di cultura
pitagorica?
ciao
> Cultura pitagorica o dottrina dei pitagorici ?
> In verita' io propendo piu' per la seconda.
> Ma e' cosa opinabile. Perche' a tuo avviso e' preferibile parlare di
cultura
> pitagorica?
certamente i pitagorici avevano una ideologia, nel senso di un corpus
organizzato, in larga misura coerente, ed espressione di una cosciente e
consapevole volontà di costruire una ideologia capace di interpretare il
cosmo e fornire una serie di risposte ai problemi espliciti e impliciti
posti dal loro tempo (anzi: dai loro tempi, se consideriamo che il
gruppo/scuola/setta... fu attivo per tempi lungi). E' quela che si potrebbe
definire "filosofia" del gruppo/scuola... La caratteristica era un livello
elevato di consapevolezza e di ricerca di coerenza.
Ma, come tutti, i pitagorici vivevano nella storia e non tutto il loro
essere era al livello della coscienza. Molte di quelle che potremmo chiamare
"cause" del loro essere e molte delle conseguenze del loro essere
chiaramente sfuggivano loro (come a tutti noi). Vivevano in un mondo
condizionato storicamente e il loro stesso livello di coscienza (e dunque la
loro ideologia) era storicamente condizionato.
Così se ci interessa la storia della filosofia e delle idee o della sapienza
pitagorica o della loro mistica e cose simili cureremo la dottrina. E' un
taglio legittimo. Come sempre non l'unico. Se ci interessa la logica
nascosta (nascosta a loro) dei costumi pitagorici (e non solo del loro
pensiero) allora parleremo di cultura. Come cultura alla base e come
cultura, mutata, che i pitagorici producono al di là delle loro intenzioni.
Ad esempio le fave: chiaramente la loro dottrina tendeva ad una serie di
razionalizzazioni di usi e costumi cui quelle razionalizzazioni si
adattavano ma che certo non erano affatto da esse prodotti. Prima c'è
l'evitazione delle fave e poi la dottrina. Questa non spiega l'evitazione,
per cui occorrerà risalire ad altre motivazioni o ad un'altra logica
nascosta, anche se è possibile che _a partire dai pitagorici_ la loro
giustificazione dell'evitazione delle fave possa acquistare un peso
rilevante anche per i non pitagorici (imitazione, influenza, moda...).
Nella prospettiva dell'antropologia culturale o dell'etnologia o storia
delle religioni o come vogliamo metterla, la cultura dei pitagorici è più
importante della loro ideologia, che diventa un problema. Nella prospettiva
tradizionale della storia della filosofia o della storia della matematica la
loro dottrina è certo più importante.
Marco
> > Ma e' cosa opinabile. Perche' a tuo avviso e' preferibile parlare di
>> cultura pitagorica?
[...]
> Nella prospettiva dell'antropologia culturale o dell'etnologia o storia
> delle religioni o come vogliamo metterla, la cultura dei pitagorici č piů
> importante della loro ideologia, che diventa un problema. Nella
prospettiva
> tradizionale della storia della filosofia o della storia della matematica
la
> loro dottrina č certo piů importante.
Ti tingrazio per il chiarimento che mi sento in larga misura di condividere.
molto interessante, letto, condiviso e archiviato.
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