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Articolo di Luciano Canfora sulla democrazia antica

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Teo Orlando

unread,
May 6, 2004, 3:32:49 PM5/6/04
to
Dal "Corriere della sera" di ieri vi propongo un estratto dall'ultimo
libro di Luciano Canfora, sulla democrazia antica.
Teo Orlando

CORRIERE DELLA SERA
5 maggio 2004

Esce il nuovo saggio di Luciano Canfora: perché è falsificata la
citazione di Tucidide nel preambolo della Costituzione europea

Libertà contro democrazia. Già ai tempi di Pericle

di LUCIANO CANFORA

Che la democrazia sia un'invenzione greca è opinione piuttosto
radicata. Un effetto di tale nozione approssimativa si è visto quando
è stata elaborata la bozza del preambolo della Costituzione europea
(diffusa il 28 maggio del 2003). Coloro che, dopo molte alchimie,
hanno elaborato quel testo - tra i più autorevoli, l'ex presidente
francese Giscard d'Estaing - hanno pensato di imprimere il marchio
greco-classico alla nascente Costituzione anteponendo al preambolo una
citazione tratta dall'epitaffio che Tucidide attribuisce a Pericle
(430 a.C.). Nel preambolo della Costituzione europea le parole del
Pericle tucidideo si presentano in questa forma: «La nostra
Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non
di una minoranza ma del popolo intero». È una falsificazione di quello
che Tucidide fa dire a Pericle. E non è per nulla trascurabile cercar
di capire perché si sia fatto ricorso ad una tale «bassezza»
filologica. Dice Pericle, nel discorso assai impegnativo che Tucidide
gli attribuisce: «La parola che adoperiamo per definire il nostro
sistema politico (ovviamente è modernistico e sbagliato rendere la
parola politèia con «costituzione») è democrazia per il fatto che,
nell'amministrazione (la parola adoperata è appunto oikèin ), esso si
qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza (dunque
non c'entra il «potere», e men che meno «il popolo intero»)». Pericle
prosegue: «Però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno
ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà» (II,
37). Si può sofisticare quanto si vuole, ma la sostanza è che Pericle
pone in antitesi «democrazia» e «libertà».
Pericle fu il maggior leader politico nell'Atene della seconda metà
del V secolo a.C. Non ha conseguito successi militari, semmai ha
collezionato sconfitte in politica estera, ad esempio nella disastrosa
spedizione in Egitto, dove Atene perse una flotta immensa. Però fu
talmente abile nel conseguire e consolidare il consenso, da riuscire a
guidare quasi ininterrottamente per un trentennio (462-430) la città
di Atene retta a «democrazia». Democrazia era il termine con cui gli
avversari del governo «popolare» definivano tale governo, intendendo
metterne in luce proprio il carattere violento ( kràtos indica per
l'appunto la forza nel suo violento esplicarsi). Per gli avversari del
sistema politico ruotante intorno all'assemblea popolare, democrazia
era dunque un sistema liberticida. Ecco perché Pericle, nel discorso
ufficiale e solenne che Tucidide gli attribuisce, ridimensiona la
portata del termine, ne prende le distanze, ben sapendo peraltro che
non è parola gradita alla parte popolare, la quale usa senz'altro
popolo ( dèmos ) per indicare il sistema in cui si riconosce. Prende
le distanze, il Pericle tucidideo, e dice: si usa democrazia per
definire il nostro sistema politico semplicemente perché siamo soliti
far capo al criterio della «maggioranza», nondimeno da noi c'è
libertà.
(...) Quella che alla fine - o meglio allo stato attuale delle cose -
ha avuto la meglio è la «libertà». Essa sta sconfiggendo la
democrazia. La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro
che, nella gara, riescono più «forti» (nazioni, regioni, individui):
la libertà rivendicata da Benjamin Constant con il significativo
apologo della «ricchezza» che è «più forte dei governi»; o forse anche
quella per la quale ritengono di battersi gli adepti dell'associazione
neonazista newyorkese dei «Cavalieri della libertà». Né potrebbe
essere altrimenti, perché la libertà ha questo di inquietante, che o è
totale - in tutti i campi, ivi compreso quello della condotta
individuale - o non è; ed ogni vincolo in favore dei meno «forti»
sarebbe appunto limitazione della libertà degli altri. È dunque in
questo senso rispondente al vero la diagnosi leopardiana sul nesso
indissolubile, ineludibile, tra libertà e schiavitù. Leopardi crede di
ricavare questa sua intuizione dagli scritti di Linguet e di Rousseau:
ma è in realtà quello un esito, un apice della sua filosofia. Linguet
e Rousseau dicono meno. È un punto d'approdo, inverato compiutamente
soltanto nel nostro presente, dopo il fallimento delle linee d'azione
e degli esperimenti originati da Marx. La schiavitù è, beninteso,
geograficamente distribuita e sapientemente dispersa e mediaticamente
occultata.
(...) Per ritornare dunque al punto da cui siamo partiti, i bravi
costituenti di Strasburgo, i quali si dedicano all'esercizio di
scrittura di una «costituzione europea», una sorta di mansionario per
un condominio di privilegiati del mondo, mentre pensavano, tirando in
ballo il Pericle dell'epitaffio, di compiere non più che un esercizio
retorico, hanno invece, senza volerlo, visto giusto. Quel Pericle
infatti adopera con molto disagio la parola democrazia e punta tutto
sul valore della libertà. Hanno fatto ricorso - senza saperlo - al
testo più nobile che si potesse utilizzare per dire non già quello che
doveva servire come retorica edificante, bensì quello che
effettivamente si sarebbe dovuto dire. Che cioè ha vinto la libertà -
nel mondo ricco - con tutte le terribili conseguenze che ciò comporta
e comporterà per gli altri. La democrazia è rinviata ad altre epoche,
e sarà pensata, daccapo, da altri uomini. Forse non più europei.


CULTURA     
Anticipiamo un estratto dal libro di Luciano ...
Anticipiamo un estratto dal libro di Luciano Canfora La democrazia.
Storia di un'ideologia (pp. 424, 20), in uscita il 7 maggio per
l'editore Laterza. Il volume, incluso nella collana internazionale
«Fare l'Europa», diretta dallo storico Jacques Le Goff, esamina
l'evoluzione storica dell'idea di democrazia, partendo dal mondo
classico fino ad arrivare ai nostri giorni, passando attraverso le
rivoluzioni inglese, francese e russa. La tesi di Canfora è che, sin
dalla Grecia antica, i concetti di democrazia e libertà si siano
trovati in conflitto. Ciò è ancor più vero, a suo avviso, nel mondo
attuale, in cui al trionfo della libertà individuale corrisponderebbe
un grave deperimento dei principi democratici. Qui di seguito
pubblichiamo un brano iniziale sul significato della parola democrazia
nell'Atene di Pericle e la conclusione del saggio, che a quel brano
direttamente si ricollega.
L'autore
Luciano Canfora insegna Filologia classica all'Università di Bari,
dirige la rivista Quaderni di storia e collabora al Corriere della
Sera . Tra le sue opere: Storia della letteratura greca (1989),
Tucidide e l'impero (1992) , Giulio Cesare. Il dittatore democratico
(1999), Noi e gli antichi (2002).

© Corriere della Sera

gabriella freccero

unread,
May 7, 2004, 3:22:30 PM5/7/04
to
Teo Orlando ha scritto:

> Dal "Corriere della sera" di ieri vi propongo un estratto dall'ultimo
> libro di Luciano Canfora, sulla democrazia antica.

Trovo la provocazione di Canfora su dilemma democrazia/libertà
estremamente chiara ed anche chiarificatrice del passo tucidideo II 37
che ha fatto penare un po' tutti per capirlo.Cosa dice Pericle secondo
Canfora? Che il suo partito, la parte popolare o demos, intende governare
mettendo d'accordo due istanze politiche fondamentali ed ugualmente
legittime, ma normalmente in contrasto,l'uguaglianza di tutti i cittadini
davanti alle leggi e il riconoscimento del valore individuale, del di più
che alcuni esprimono, che non deve essere represso da un regime
piattamente egualitario. Garanzie di libertà personale e stato di diritto
che tuteli i meno abbienti (in modo che la schiavitù per debiti e la
violenza sui poveri non rimanga che un ricordo) coniugato diritto di farsi
riconoscere le proprie capacità individuali anche in vista del governo
della città.Come ben sa Pericle, in assenza di azioni positive , coloro
che si candidano naturalmente a godere delle timai o onori pubblici (con e
senza cariche), sono ovviamente i ceti abbienti, ma qui sta il
grimaldello, la chiave di volta del suo pensiero; sarà l'areté a cambiare
il mondo, la capacità individuale dimostrata dai poveri che garantirà
loro l'accesso alla vita pubblica , ne riscatterà la situazione oscura e
farà veramente di Atene il luogo di governo del demos, cioè di chi ha i
mezzi e di chi non ce l' ha ma ha molte risorse individuali; egli può ben
dire che la forma di governo di Atene demokratìa kekletai, si dice
democrazia, ma egli, aggiustando come ben mostra Canfora, il significato
dispregiativo che il nome evoca al suo orecchio, gli oppone una lunga
perifrasi atta a sminuire il lato del kratos, dell'imposizione forzosa del
volere delle masse che il nome evoca; di qui tutta la tirata del § 38,
famoso per l'esposizione dello spirito ateniese come questione di stile,
eleganza,sobrietà, spirito socievole, capacità di giusto godimento. Chi è
capace di condividere questi valori viene cooptato in quella aristocrazia
dello spirito che prescinde – qualche volta – dal censo, e si colloca in
un universo ideale ma concretamente praticabile, nella vita quotidiana
delle assemblee pubbliche e dovunque si creino le opinioni. E' ancora
certamente una visione aristocratica, né Pericle lo smentisce; ma il
funzionamento della virtù o meglio dell'areté come "borsa di studio" per
permettere ai meritevoli senza mezzi - diremmo oggi – di studiare alla
scuola della polis si vide presto messo in crisi, perché il discorso di
Pericle non poteva dire che la clausola di funzionamento di questo
ingegnoso sistema era la garanzia della persona stessa di Pericle, il suo
personale avallo e controllo politico, senza di che la democrazia si fece
demagogia e il governo più illuminato forse mai messo in atto trascinò la
città alla rovina e alla perdita della libertà.
Di qui la svista che Canfora segnala nell'indicare la demo-crazia a
fondamento della costituenda costituzione europea; era l'elemento demos
tout court su cui Pericle puntava, così come definito sopra, e molto meno
o per niente sul kratos; ma anche il demos pericleo miracolosamente tenuto
assieme dall'areté appare oggi miseramente disciolto, essendo le classi
dominanti a quanto pare sempre meno interessate a cooptarsi parti di
"meritevoli senza mezzi" sul ponte di comando, per usare un'espressione di
Giulietto Chiesa; Pericle aveva bisogno dell'appoggio delle classi
inferiori per il progetto della talassocrazia, il dominio sui mari,
molti uomini ai remi salariati, ma usava l'areté sia per la promozione
degli ultimi che, ambiguamente, per solleticare il narcisismo dei nobili
(come può un nobile non essere virtuoso?) Secondo Canfora abbiamo risolto
il dilemma tra libertà e democrazia affidandoci alla prima, rischiando di
creare un' Europa di abbienti meritevoli che si apprestano a spiegare al
mondo come si fa a diventare i primi della classe a partire da un buon
pedigree – di cui Pericle fa a buon diritto parte; ma se a noi continua a
piacere, nonostante ciò che ne pensa Pericle, la parola democrazia, non
avendo trovato niente di meglio per sostituirla, dovremmo farle un
migliore servizio domandandoci se abbiamo risolto in maniera soddisfacente
il contrasto tra individuo e comunità, ceti dominanti e ceti deboli, che
l'occhiuto Pericle ha colto in pieno, perlomeno secondo quanto ce ne dice
Tucidide.Non so se concordare con Canfora che fu lo stesso Pericle a
preferire la libertà alla democrazia ed interpretare in questo senso le
parole dell'epitafio; penso che lo statista greco giocò fino alla fine un
gioco ambiguo con il demos e con i nobili, senza di cui non si
spiegherebbero trent'anni di dominio incontrastato ad Atene; mi pare che
egli non potesse risolvere la questione in un senso senza screditarsi
dall'altra parte. Fu, ripeto, un gioco che resse su un complesso
compromesso alla cui base c'era lo stesso statista: dopo la tragedia della
guerra e della peste, tutto venne meno e fu travolto.
Ho trovato un buon commento all'epitafio nel testo di Nicole Loraux
L'invention d'Athènes,Paris, Mouton 1981, non tradotto.
Gabriella

--

questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it

Eleonora Cavallini

unread,
May 13, 2004, 9:19:30 PM5/13/04
to
freccero....@tiscali.it (gabriella freccero) wrote in message news:<c7gnln$oqq$1...@news.newsland.it>...


? ma se a noi continua a


> piacere, nonostante ciò che ne pensa Pericle, la parola democrazia, non
> avendo trovato niente di meglio per sostituirla,

Così disse Churchill, che non era certo un grande democratico.
Ma non lo era nemmeno Tucidide:-)
Mi sembra che Canfora abbia intuito un dato inquietante implicito nel
testo tucidideo: il sistema democratico conculca e annulla la libertà
individuale, la quale per natura si concretizza nella supremazia del
più forte. Questo concetto, ben noto alla Sofistica, è presente nella
criziana _Costituzione degli Ateniesi_, ma anche nella _Repubblica_ e
nel _Gorgia_ platonici.
Eppure, in politica estera, quello stesso sistema democratico che
garantiva a tutti sicurezza e benessere proprio grazie alla
_limitazione_ della libertà dei singoili, si trasforma nel più crudele
e violento dei tiranni: vedere l'episodio della spedizione contro
Melos, che anni fa F. Bossi ebbe a definire "un atto di brutalità
degno di Nixon".
La distruzione di Melos rappresenta l'inizio di un'inesorabile
parabola discendente per Atene, come ammonisce lo stesso Tucidide. E
credo che anche questo fosse sottinteso nello scritto di Canfora,
lucido e penetrante studioso del grande storiografo ateniese.
Eleonora

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