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perfidus nel latino ecclesiastico

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dumbo

unread,
Jul 25, 2005, 12:05:59 PM7/25/05
to

Buongiorno a tutti,

Sto cercando di capire il significato della frase
"preghiamo per i perfidi Giudei" contenuta
nella vecchia liturgia quaresimale.

Mi è stato detto che significa:
" preghiamo per i Giudei che non hanno la fede".

Invece il dizionario Calonghi mi dà:
Perfidus = perfido, sleale, traditore,
falso, infido, malsicuro, ingannatore.
Non leggo altri significati.

D'altra parte, il dizionario cita Properzio,
Orazio, Cicerone, Ovidio, Marziale e Floro,
tutti autori lontani dal latino ecclesiastico
che è molto più tardo.

Considerato questo fatto, secondo voi
la traduzione "senza fede" può essere giusta?
O il significato è proprio quello portato
dal Calonghi?

Grazie a chi risponderà,
Corrado

Alberto Bianco

unread,
Jul 26, 2005, 4:49:01 AM7/26/05
to

"dumbo" ha scritto:

> Invece il dizionario Calonghi mi dà:
> Perfidus = perfido, sleale, traditore,
> falso, infido, malsicuro, ingannatore.
> Non leggo altri significati.

Il Forcellini (Lexicon Totius latinitatis) dà anche, tra i molti, un
significato del tipo "di cattiva o scarsa fede"...

ciao

alberto

dumbo

unread,
Jul 26, 2005, 12:49:43 PM7/26/05
to

"Alberto Bianco" <alberto...@libertus.it> ha scritto nel messaggio
news:1OmFe.16175$B6.4...@twister1.libero.it...

> "dumbo" ha scritto:

> > Calonghi mi dà (...)


> Il Forcellini (Lexicon Totius latinitatis) dà anche,
> tra i molti, un significato del tipo "di cattiva o scarsa fede"...

Dunque il Calonghi non è il top, come invece
mi avevano detto...OK, grazie!

Corrado

Horst Enzensberger

unread,
Jul 26, 2005, 7:25:18 PM7/26/05
to
dumbo <_cm...@tin.it> wrote:

A parte il fatto, che il Forcellini è roba da biblioteca, non da uso in
casa, ancora più vecchio del Calonghi, il quale è l'adattamento italiano
del dizionario di Georges, Ausführliches lateinisch-deutsches
Handwörterbuch (ultima edizione 1913, tutte le edizioni succesive non
sono altro che ristampe), mi permetto di dubitare che nella liturgia del
venerdì santo, come si legge nel missale romanum tridentinum, la
perfidia iudaica non abbia una connotazione volutamente negativa. Che
doveva essere così, dimostra la correzione avvenuta con la riforma
conciliare della liturgia.
Il significato di "infedele" è anche attestato nel Diefenbach,
Glossarium latino-germanicum mediae et infimae aetatis, sulla base di un
vocabulario stampato a Norimberga nel 1472, mentre "perfidia" nel senso
di incredulità o miscredenza è attestato anche in vocabolari manoscritti
del tardo medioevo.


--
Mit freundlichen Grüßen / Cordiali saluti
Prof.Dr. Horst Enzensberger
Historische Hilfswissenschaften
Universität Bamberg

Ardea Cinerea

unread,
Jul 26, 2005, 11:33:02 PM7/26/05
to
"Horst Enzensberger" <horst.enz...@ggeo.uni-bamberg.de> a écrit dans
le message de news: 1h0bz6f.7ac...@unihome4.urz.uni-bamberg.de...

> A parte il fatto, che il Forcellini è roba da biblioteca, non da uso in
> casa, ancora più vecchio del Calonghi, il quale è l'adattamento italiano
> del dizionario di Georges, Ausführliches lateinisch-deutsches
> Handwörterbuch (ultima edizione 1913, tutte le edizioni succesive non
> sono altro che ristampe),

Non c'entra niente con l'argomento trattato (sul quale concordo con le tue
affermazioni), ma... io ho un'edizione del Georges di cui sopra, apparteneva
a mia nonna (penso sia proprio l'edizione del 1913). È da considerarsi un
buon dizionario?

Grazie, un cordiale saluto

A. C.

Horst Enzensberger

unread,
Jul 27, 2005, 7:53:40 AM7/27/05
to
Ardea Cinerea <acci...@bluewin.ch> wrote:

...


> Non c'entra niente con l'argomento trattato (sul quale concordo con le tue
> affermazioni), ma... io ho un'edizione del Georges di cui sopra, apparteneva
> a mia nonna (penso sia proprio l'edizione del 1913). È da considerarsi un
> buon dizionario?

Si. Inoltre ha anche utilizzato, benché meno sistematicamente, autori
ecclesiastici come Agostino, Girolamo o Ambrogio.
Come diceva l'insegnante di latino e greco di mio figlio al liceo, a
proposito del Rocci, "è un bene di famiglia": questo vale anche per il
Georges.

Ardea Cinerea

unread,
Jul 27, 2005, 12:50:31 PM7/27/05
to
"Horst Enzensberger" <horst.enz...@ggeo.uni-bamberg.de> a écrit dans
le message de news: 1h0cqw1.wui...@unihome87.urz.uni-bamberg.de...

> Si. Inoltre ha anche utilizzato, benché meno sistematicamente, autori
> ecclesiastici come Agostino, Girolamo o Ambrogio.
> Come diceva l'insegnante di latino e greco di mio figlio al liceo, a
> proposito del Rocci, "è un bene di famiglia": questo vale anche per il
> Georges.

A me sembrava buono e ben fatto, ma dato che sono lungi dall'essere uno
specialista... tra l'altro anche la rilegatura è molto bella, in cuoio a due
toni di marrone con impressioni a doratura...

> --
> Mit freundlichen Grüßen / Cordiali saluti
> Prof.Dr. Horst Enzensberger
> Historische Hilfswissenschaften
> Universität Bamberg

Grazie per il tuo parere, cordialmente

A. C.

Massimo Manca

unread,
Jul 26, 2005, 3:09:18 PM7/26/05
to
dumbo wrote:

> Dunque il Calonghi non è il top, come invece
> mi avevano detto...

E' un dizionario scolastico, e dnque non adatto per autori non classici;
dovresti usare qualcosa di più specifico, come il Blaise, o il
Mittellateinisches Woerterbuch.

Horst Enzensberger

unread,
Jul 28, 2005, 3:18:05 AM7/28/05
to
Massimo Manca <m-mancaTOGL...@people.it> wrote:

Se andiamo al latino medievale, uno potrebbe richiamare l'attenzione
anche al DuCange il quale però è tutto latino, o al Niermeyer o al
Arnaldi-Smiraglia.
Prima di trovare "perfidus" nel Mittellateinisches Wörterbuch passeranno
ancora decenni se non secoli;-)
Mi permetto di indicare
<www.uni-bamberg.de/ggeo/hilfswissenschaften/hilfswiss/mittellatein.html
> per ulteriore bibliografia.

Massimo Manca

unread,
Jul 28, 2005, 7:58:30 AM7/28/05
to
Horst Enzensberger wrote:

> Prima di trovare "perfidus" nel Mittellateinisches Wörterbuch passeranno
> ancora decenni se non secoli;-)

eh già :)

Andrea N.

unread,
Aug 16, 2005, 9:09:27 PM8/16/05
to

"dumbo" <_cm...@tin.it> ha scritto nel messaggio news:H58Fe.5777

> Sto cercando di capire il significato della frase
> "preghiamo per i perfidi Giudei" contenuta
> nella vecchia liturgia quaresimale.
>
> Mi è stato detto che significa:
> " preghiamo per i Giudei che non hanno la fede".


Ricorro al noto A. Blaise, "Dictionnaire latin-français des auteurs
chrétiens", il quale alla dicitura "perfidia" traduce in questo modo:
"Infedeltà, rifiuto della fede, incredulità", e riferendosi ai Giudei ed
agli eretici: "Incredulità, eterodossia, eresia". Sant'Ambrogio (De helia et
jeunio 12,41) contrappone esplicitamente la "fides" alla "perfidia", ovvero
la fede alla mancanza della medesima: "Mater fidei continentia, ita
perfidiae mater ebrietas est", ovvero "La continenza è madre della fede, l'
ubriachezza dell'infedeltà"

Il verbo "perfido" significa "venir meno alla propria fede", e viene anche
utilizzato per indicare la mancanza di fedeltà della moglie nei confronti
del marito.


Il termine "perfidus" va quindi tradotto, in questo contesto, con: "Senza
fede, infedele,
incredulo, non credente, miscredente, pagano, eretico". San Cipriano
riferendosi ad un non credente dice: "Tu mente incredula perfidus fluctuas",
"Tu, privo della fede, con mente incredula sei dubbioso" (De mortibus
persecutorum 15). Per Gregorio Magno la causa della rovina di Gerusalemme fu
la sua incredulità, "Ruinam perfidiae civitatis Jerusalem" (In evangelia
homiliae 39,1).
Trovo, tra le citazioni riportate dal vocabolario che sopra ho elencato,
proprio quella del Sacramentarium Gelasianum che riporta la nostra preghiera
"Oremus et pro perfidis Judaeis", poi ripresa dal più recente Messale
romano.


Ci? sarebbe sufficiente, ma è interessante andare a vedere come il termine è
utilizzato anche negli scrittori più tardi: per questo utilizzo il
recentissimo "Novum glossarium mediae latinitatis" di Dolbeau, che si occupa
degli scrittori che vanno dal secolo VIII al secolo XIII. Anche qui la
"perfidia" è riferita ai Giudei per il rifiuto di credere, e il termine
"perfidus" riferito agli infedeli, ai non cristiani ed agli eterodossi, in
particolare ai Giudei, agli eretici, ai pagani e ai Musulmani, significa
appunto: "Infedele, non cristiano, eterodosso, che rifiuta di credere". Uno
scrittore del secolo XII definisce "perfidus" come "Colui che agisce contro
la fede", "Iste est perfidus, id est agens contra fidem". Secondo Radberto
(In Matthaeum 6) "I Farisei o gli Scribi increduli chiedono a Lui (Dio) un
altro segno, come se le cose che avevano visto non fossero state dei segni",
"Perfidi Pharisei vel scribe sic rursus signum petunt ab eo quasi que
viderant, signa non fuerint". Il Glossario Augiensis II del IX secolo
traduce "perfidus" con "infedele": "Perfidus: infidelis". Uguccione da Pisa
nel sec. XII traduce "perfidus" con "colui che perde la fede". Per Sedulio
Romano "I Giudei prima erano solamente peccatori, non anche infedeli (o
increduli)": "Ante Judaei peccatores tantum erant non etiam perfidi". Per
Rupert de Deutz i cristiani pregano per i Giudei che non credono, e
Manegoldo, commentando una frase del vangelo di Giovanni, afferma: "Questo è
detto per gli increduli Giudei e per tutti gli empi che non vollero
accettare la parola di Dio, cioè né credere in lui né comprenderlo". Ancora
il medesimo Rupert raccoglie sotto la dicitura di "perfidi" i Giudei, i
pagani, gli eretici, tutte persone accomunate dal fatto che nella
prospettiva cristiana essi non credono o hanno tradito la vera fede.


Allora i "Perfidi Judaei" sono gli Ebrei che hanno rifiutato di abbracciare
la vera fede, che furono increduli riguardo alla messianicità di Cristo, che
vennero meno al patto stretto con Dio non riconoscendo suo Figlio.
D'altra parte, tutta la preghiera è incentrata sul tema della fede, e chiede
l'illuminazione affinché anche gli Ebrei possano riconoscere Cristo come
Dio.


Ora, la misconoscenza del latino del tempo potrebbe indurre qualcuno a
tradurre
"perfidus" con l'assonante italiano "perfido".
Questo problema, aumentato fu portato all'attenzione della S. Sede nel
periodo
postbellico.
La prima reazione fu nel 10 giugno 1948 una risposta della Sacra
Congregazione dei riti, che ricord? il significato suddetto. La seconda, il
27 marzo1959, la cancellazione del termine "perfidi" da parte di Giovanni
XXIII, per evitare equivoci.

La bibliografia:

E. PETERSON, Perfidia iudaica, «Ephemerides Liturgicae» L (1936), pp.
296-311.
B. BLUMENKRANZ, Perfidia, in «Archivum Latinitatis Medii Aevi»
XXII/2 (1952), pp. 157-170.

--
Andrea Nicolotti
www.christianismus.it


dumbo

unread,
Aug 17, 2005, 4:27:12 PM8/17/05
to

"Andrea N." <conteandrea...@libero.it> ha scritto nel
messaggio news:ddu2qm$fbd$1...@area.cu.mi.it...

>
> "dumbo" <_cm...@tin.it> ha scritto nel messaggio news:H58Fe.5777
>
> > Sto cercando di capire il significato della frase
> > "preghiamo per i perfidi Giudei" (...)

> "perfidus" va (...) tradotto, in questo contesto, con:


> "Senza fede, infedele, incredulo, non credente, miscredente,

> pagano, eretico". (...) negli scrittori più tardi: (...)


> "Infedele, non cristiano, eterodosso, che rifiuta di credere".

> (...)Uguccione da Pisa nel sec. XII traduce "perfidus" con
> "colui che perde la fede". (...) Rupert raccoglie sotto la


> dicitura di "perfidi" i Giudei, i pagani, gli eretici, tutte persone

> (...)che (...) non credono o hanno tradito la vera fede.
> (...) la preghiera (...) chiede l'illuminazione affinché anche gli


> Ebrei possano riconoscere Cristo come Dio.>
> Ora, la misconoscenza del latino del tempo potrebbe indurre
> qualcuno a tradurre "perfidus" con l'assonante italiano "perfido".
> Questo problema, aumentato fu portato all'attenzione della S. Sede
nel

> periodo postbellico (...) il 27 marzo1959, la cancellazione del


termine
> "perfidi" da parte di Giovanni XXIII, per evitare equivoci.

> La bibliografia:
> (.....)


> E. PETERSON, Perfidia iudaica, «Ephemerides Liturgicae» L
(1936), pp.
> 296-311.
> B. BLUMENKRANZ, Perfidia, in «Archivum Latinitatis Medii
Aevi»
> XXII/2 (1952), pp. 157-170.


ehi che risposta! dotta ed esauriente, grazie!
Corrado

> Andrea Nicolotti
> www.christianismus.it

peter schlemihl

unread,
Aug 19, 2005, 11:17:14 AM8/19/05
to
In article <ddu2qm$fbd$1...@area.cu.mi.it>, Andrea N.
<conteandrea...@libero.it> wrote:

> Ora, la misconoscenza del latino del tempo potrebbe indurre qualcuno
> a tradurre "perfidus" con l'assonante italiano "perfido".
> Questo problema, aumentato fu portato all'attenzione della S. Sede
> nel periodo postbellico.

Mi dispiace dirlo, ma queste ultime affermazioni, non so se tue o degli
autori da te citati, mi hanno rovinato il piacere di un messaggio ricco
e ben informato.

"Perfido" in italiano significa "di sleale malvagità".
Prendendo un qualsiasi vocabolario latino si può chiaramente vedere che
fin dall'antichità classica "perfidus" significa "sleale, falso,
traditore". Non c'è una semplice e ingannevole "assonanza": il
significato italiano deriva strettamente da quello latino.

Ora, se negli scrittori ecclesiastici è stato usato nel senso di "senza
fede, infedele, incredulo, non credente, miscredente, pagano, eretico",
ciò non esclude affatto che fosse mantenuta la connotazione negativa,
peraltro precedente. I significati di "incredulo e infedele" si sono
sovrapposti, non hanno eliminato quelli di "sleale, traditore". Mi
viene difficile pensare che Gregorio Magno non avvertisse alcuna eco
dell'uso classico nel termine. Al contrario, è proprio perché ritenuti
traditori che gli ebrei sono "increduli", dal punto di vista cristiano.

Vi è, infatti, una lunga tradizione teologica per la quale incredulità
ed eresia sono forme di malvagità. Proprio in quanto tali andavano
combattute e represse. Senza questa identificazione ci sfuggirebbe
buona parte della storia dell'Occidente cristiano, dall'inquisizione
alle persecuzioni antiebraiche.

Che "perfido" non fosse un termine moralmente neutro lo dimostrano gli
stessi tuoi esempi, come questo:

> Manegoldo, commentando una frase del vangelo di Giovanni, afferma:

> "Questo è detto per gli increduli Giudei e per tutti gli **empi** che


> non vollero accettare la parola di Dio, cioè né credere in lui né
> comprenderlo"

Sempre, fin dall'inizio, a "perfido" si è accompagnata una connotazione
fortemente negativa, che si poteva agevolmente ritrovare tanto nei
classici latini quanto nell'uso degli scrittori ecclesiastici.

Un dizionario della lingua di Tommaso d'Aquino (Deferrari) traduce così
"perfidia": "perfidy, falsehood, dishonesty, faithlessness".

Tanto per fare un altro esempio di come il termine veniva utilizzato:

Tommaso d'Aquino, Catena in Lc., cap. 20 l. 2. [...] Ambrosius. Filium
igitur unigenitum sibi missum **perfidi** Iudaei, quasi heredem
removere cupientes, occiderunt crucifigendo, et eiecerunt negando; unde
sequitur quem cum vidissent coloni, cogitaverunt intra se dicentes: hic
est heres: occidamus eum, ut nostra fiat hereditas.

In italiano una delle prime attestazioni del termine è questa:

1. Andrea da Grosseto (ed. Selmi), 1268 (tosc.) [L. 3, cap. 27 | page
285]

4 Et gravissimi nemici sono color,
5 che, per infignimento d'amistà, tradono gli altri,
6 e son que' cotali da schifare. Onde disse un savio:
7 schifate li **perfidi** amici, non credendo lor alcuna
8 cosa, e guardando ognie cosa.

Anche qui, alle origini della lingua italiana, il senso corrente in
pieno Duecento era "sleale, traditore".

Da sempre "perfido" è stato inteso come "malvagio" e nemmeno nel
Duecento i fedeli nelle chiese intendevano diversamente.
Non è certo un problema di cui la chiesa si è improvvisamente resa conto

> nel periodo postbellico,

scaturito solo da un'ingannevole assonanza che si è subito provveduto
a rimediare. C'è invece, alla base, una consapevole opera di
identificazione teologica fra incredulità e peccato. Le scelte
lessicali sono state conseguenti a quelle dottrinarie.

Se poi le formule della "preghiera per i giudei" sono state riviste
(perché diventate scandalose dopo gli eventi della II Guerra Mondiale),
il nodo autentico, quello teologico, non è ancora oggi del tutto
risolto.

Piero F.

unread,
Aug 19, 2005, 6:28:27 PM8/19/05
to

"peter schlemihl" ha scritto

> "Perfido" in italiano significa "di sleale malvagità".
> Prendendo un qualsiasi vocabolario latino si può
> chiaramente vedere che fin dall'antichità classica
> "perfidus" significa "sleale, falso, traditore". Non
> c'è una semplice e ingannevole "assonanza": il
> significato italiano deriva strettamente da quello latino.

Io non ne sono così sicuro, Peter.
Anni fa, durante una ricerca etimologica, mi ero accorto che in origine
esisteva una differenza radicale tra per-fidus, e in-fidus.
Perfidus è colui che non accorda fiducia a qualcuno o qualcosa: ha dunque
una connotazione *attiva*,
Infidus è colui che non riscuote (o non merita) l'altrui fiducia: e ciò
rappresenta qualcosa di *passivo*.
Sono entrambe valutazioni negative, se applicate su persone, o gruppi di
persone, ma certamente infidus era più negativo di perfidus, e
corrispondeva maggiormente al concetto di slealtà e tradimento. Un
"perfidus" poteva essere tale, perché considerava a priori il suo prossimo
come "infidus".
(spero di essere stato abbastanza chiaro...)

E' avvenuto che i concetti si sovrapponessero, e anzi oggi "perfido" ha un
significato negativo assoluto, anche più di "infido", che mantiene un
certo alone di dubbio sul comportamento atteso.
Posso arguire che tale sovrapposizione, o addirittura inversione dei
contenuti spregiativi, si debba alla convinzione, in età medievale, che
solo un fedele, un *cristiano ortodosso*, fosse degno di stima e
considerazione (potrei citare centinaia di esempi in letteratura),
cosicché il termine "perfidus", colui che si ostina a non credere alla
verità rivelata, che "non si fida", assunse una connotazione più negativa
di altre simili (tra cui "infidelis", di norma affibbiato ai seguaci
dell'Islam).


> Mi viene difficile pensare che Gregorio Magno non avvertisse
> alcuna eco dell'uso classico nel termine. Al contrario, è proprio
> perché ritenuti traditori che gli ebrei sono "increduli", dal punto
> di vista cristiano.

A me sembra il contrario: gli ebrei sono traditori perché non hanno voluto
credere, pur avendo le due religioni, la cristiana e l'ebraica, una comune
radice. Ai tempi di Gregorio Magno si era già acuita la percezione di una
differenza morale tra i cristiani e "gli altri". Compresi, tra questi
"altri", ariani, monofisiti, nestoriani e via dicendo.

> Vi è, infatti, una lunga tradizione teologica per la quale
> incredulità ed eresia sono forme di malvagità. Proprio in
> quanto tali andavano combattute e represse. Senza questa
> identificazione ci sfuggirebbe buona parte della storia
> dell'Occidente cristiano, dall'inquisizione alle persecuzioni
> antiebraiche.

Qui sono pienamente d'accordo. O dentro l'ortodossia, o fuori: e chi stava
fuori era "perfidus", già nell'accezione più negativa del termine.
I successivi esempi che porti sono correttissimi, ma sono imho posteriori
all'epoca in cui essere "perfidus" iniziava a rappresentare un delitto.
Epoca che personalmente stimo a cavallo tra il IV e il V secolo (primi
concilii ecumenici, prime diatribe sulla trinità, dispute accanite per il
primato del vescovo di Roma sugli altri).

> C'è invece, alla base, una consapevole opera di
> identificazione teologica fra incredulità e peccato.
> Le scelte lessicali sono state conseguenti a quelle dottrinarie.

Qui mi permetto di insistere: le scelte dottrinarie hanno finito per
caricare di significato negativo un lessico meno "compromesso" in origine.
Il motivo da te esposto (identificazione tra incredulità e peccato) mi
trova invece d'accordo per il periodo da me indicato più sopra.
Che il termine in questione sia rimasto in uso per almeno 15 secoli, dopo
essere ormai diventato chiaramente infamante, lascia spazio a tutti i
pensieri maliziosi del caso, che nessuno scrupolo filologico potrà mai
scacciare ;-)

Saluti,
--
Piero F.

peter schlemihl

unread,
Aug 20, 2005, 9:11:50 AM8/20/05
to
In article <8YsNe.10764$zs....@tornado.fastwebnet.it>, Piero F.
<mail...@people.it> wrote:

> Anni fa, durante una ricerca etimologica, mi ero accorto che in
> origine esisteva una differenza radicale tra per-fidus, e in-fidus.
> Perfidus è colui che non accorda fiducia a qualcuno o qualcosa: ha
> dunque una connotazione *attiva*, Infidus è colui che non riscuote (o
> non merita) l'altrui fiducia: e ciò rappresenta qualcosa di
> *passivo*.

Non so molto di etimologia. Il fatto, però, è che stando ai vocabolari
"perfidus" nell'uso latino significava:

1. sleale, falso, traditore
2. (trasl.) infido, insidioso, malsicuro.

Così pure perfide (perfidamente), perfidia (slealtà, tradimento),
perfidiose (slealmente), perfidiosus (sleale, ingannatore). Un'intera
famiglia di parole, non ci possono essere molti dubbi.

Vi sono numerosi esempi di autori classici che non possono proprio
ridursi, con tutta la buona volontà, al significato di "persona che non
ha/dà fiducia a qualcosa".

Difficile che il perfido vinello di Marziale ("perfida vappa") sia da
considerarsi incredulo, più probabile che sia "traditore".

Per Cicerone sono perfidi (ma aggiunge anche "improbi", disonesti, e
"malitiosi", ipocriti, fraudolenti) coloro che fanno una cosa e ne
dicono un'altra (De officiis 3, 60).

La differenza che tu fai, *quanto all'uso*, è difficile da sostenere.

Da una parte "perfidus" (e derivati) sono regolarmente accostati, fin
da Plauto, a simulazione (disonesta) e ad iniquità. Dall'altra non vedo
nei dizionari attestazioni del termine nel senso di "incredulo". Prima,
beninteso, dei padri cristiani.

La conclusione si impone da sé. Non è accaduto che il termine
utilizzato per "incredulo" si colorasse negativamente in tempi
successivi. Al contrario, è proprio perché l'incredulo era considerato
malvagio, sleale, traditore, mal ripagante la volontà divina di
provvedere alla sua salvezza, che viene chiamato "perfidus".

> anzi oggi "perfido" ha un significato negativo assoluto

Come in latino, mi pare.

> > è proprio perché ritenuti traditori che gli ebrei sono "increduli",
> > dal punto di vista cristiano.
>
> A me sembra il contrario: gli ebrei sono traditori perché non hanno
> voluto credere

Perché non si crede? E' frutto del caso, di qualcosa indipendente da
noi? La risposta dei padri è che ne è causa il peccato, di cui siamo
responsabili. Altrimenti, non vi sarebbe alcun motivo per condannare
l'incredulità.
Si è increduli perché peccatori, si è peccatori in quanto si rifiuta
Dio, si tradisce il nostro dovere nei suoi confronti. Da questo
(aberrante) punto di vista, il tradimento degli ebrei appariva ancora
più grave proprio perché essi costituivano il popolo eletto.

> I successivi esempi che porti sono correttissimi, ma sono imho
> posteriori all'epoca in cui essere "perfidus" iniziava a
> rappresentare un delitto. Epoca che personalmente stimo a cavallo tra
> il IV e il V secolo (primi concilii ecumenici, prime diatribe sulla
> trinità, dispute accanite per il primato del vescovo di Roma sugli
> altri).

Direi invece che a quell'epoca (da te giustamente individuata) è
l'incredulità che ha cominciato a diventare "perfida". Creando
un'associazione semantica che è rimasta ben stabile per molto tempo. A
chi volesse sostenere che nel Medioevo "perfidus" aveva solo il
significato (neutro) di non credente, si può obiettare con facilità che
un gran numero di esempi, tanto nel latino degli scrittori
ecclesiastici quanto nelle prime lingue volgari, mostrano come
permanesse l'originaria connotazione negativa.

> le scelte dottrinarie hanno finito per caricare di significato
> negativo un lessico meno "compromesso" in origine.

Questo è il punto chiave del nostro disaccordo. Spero di avere mostrato
perché la penso diversamente: i vocabolari raccontano una storia
diversa.

Andrea N.

unread,
Aug 20, 2005, 3:10:11 PM8/20/05
to
"peter schlemihl" peter.s...@libero.it ha scritto nel messaggio


>> Ora, la misconoscenza del latino del tempo potrebbe indurre qualcuno

>> a tradurre "perfidus" con l'assonante italiano "perfido".

>> Questo problema, aumentato fu portato all'attenzione della S. Sede

>> nel periodo postbellico.

>

> Mi dispiace dirlo, ma queste ultime affermazioni, non so se tue o degli

> autori da te citati, mi hanno rovinato il piacere di un messaggio ricco

> e ben informato.

Su questo tema ho in progetto di riflettere in futuro, per ora mi sono
limitato ad una raccolta di materiale altrui, che qui ho sintetizzato per
rispondere a Dumbo. Ma il tuo intervento può essere uno spunto interessante
per approfondire.

> "Perfido" in italiano significa "di sleale malvagità".

Che cosa voglia dire in italiano, per ora, lo lascerei da parte. Direi che
la questione nella sua interezza e complessità potrebbe essere analizzata
sotto diversi punti di vista, come ad esempio:

1) Cosa significava perfidia quando l'orazione fu inserita nel messale,
nell'intenzione del liturgista.

2) Come venne intesa da qual momento fino al 1959.

3) Come eventualmente veniva tradotta e/o spiegata in lingua volgare nei
diversi momenti storici.

4) Se e come la percezione del termine possa essere stata influenzata da
agenti esterni indipendenti dalla volontà del liturgista.

A me interessava (e interesserà) soprattutto il punto 1. Rinuncio ad
esaminare gli altri aspetti, pur interessantissimi; a me interessa
ricostruire la storia liturgica dell'orazione, che una volta accolta nel
messale rimarrà identica per secoli. E poter rispondere alla domanda di
Dumbo: "Sto cercando di capire il significato della frase "preghiamo per i
perfidi Giudei" contenuta nella vecchia liturgia quaresimale". Significato
della frase nel messale, nell'intenzione del liturgista, non eventuali
possibili interpretazioni successive o parallele.

> Prendendo un qualsiasi vocabolario latino si può chiaramente vedere che

> fin dall'antichità classica "perfidus" significa "sleale, falso,

> traditore".

Certo. Un dizionario di latino classico.

Ma perché, mi domando, un dizionario di latino cristiano come il Blaise
traduce perfidia con "incredulità, rifiuto della fede, eterodossia, eresia"
& C., e non "perfidia, inquità", etc.

Dovrà esserci un motivo.

Sospendo un attimo e cerco di inquadrare storicamente il testo.

Il più antico testimone completo delle orazioni è il Missale gallicanum
vetus (intorno al 700) che Chavasse ha dimostrato essere derivato da un
testimone romano più antico, arrivato in Gallia prima del Gelasiano e del
Gregoriano. Testimonianza di queste orazioni del Venerdì santo si trovano in
Prospero di Aquitania (V secolo); vanno quindi collocate non oltre il V
secolo.

Willis per primo ha stabilito che gli invitatori alle orazioni e le orazioni
stesse non possono essere coeve, le seconde essendo più tarde. Gli
invitatori sono sviluppati e compiuti, e spesso l'orazione ripete quanto già
detto. Il finale degli invitatori spesso pare conclusivo. Certi invitatori
comportano preposizioni finali, assomigliando fortemente a delle orazioni.Le
orazioni seguono un particolare cursus, cosa che porta a datarle non prima
del IV secolo. Gli invitatori no, quindi sono più antichi, composti prima
che si instaurasse il cursus.

Ora, perfidus sta nell'invitatorio e anche nell'orazione; Willis crede che
la preghiera sia molto antica, di un'epoca dove vi erano molti Giudei a
Roma. Cappuyns e De Clerck, che hanno analizzato la forma letteraria del
testo, le tematiche, il linguaggio e i paralleli nella letteratura
patristica, datano gli invitatori tra il 250 e il 320, e le orazioni alla
fine del IV secolo.

Quindi, per me il nocciolo della discussione sta nel capire che cosa
perfidus potesse voler dire per un liturgista dei secoli III e IV. Lascio
perdere dunque tutti i testi che ho riprodotto nel post precedente, che non
siano di questo periodo.

E mi ricollego alle tue parole:

> Ora, se negli scrittori ecclesiastici è stato usato nel senso di "senza

> fede, infedele, incredulo, non credente, miscredente, pagano, eretico",

> ciò non esclude affatto che fosse mantenuta la connotazione negativa,

> peraltro precedente. I significati di "incredulo e infedele" si sono

> sovrapposti, non hanno eliminato quelli di "sleale, traditore".

Questo è interessante.

Ma non so fino a che punto la possibile compresenza di due sensi (con le
precisazioni di Piero) significhi per forza sovrapposizione, nel senso che
un perfidus PER FORZA deve essere ANCHE un uomo malvagio (nella misura in
cui lo possa essere uno sleale o un traditore, che comunque è cosa ancora
diversa dal perfido italiano).

E' vero che certe volte è difficile capirlo dal contesto, ma credo che ci
siano esempi interessanti.

Le testimonianze da esaminare sarebbero infinite. Scelgo allora un autore
solo, a caso (o mi ci andrebbe un mese di lavoro), e cerco ora *tutte* le
occorrenze di perfidus-perfidia, per analizzarne l'uso corrente.

San Cipriano, vescovo-scrittore che muore nel 258, mi sembra perfetto, coevo
alla preghiera o vissuto non più di una cinquantina d'anni prima che la
preghiera comparisse.

1) De catholicae Ecclesiae unitate, 3.

Gli eretici "camminano nelle tenebre credendo di essere nella luce....
avviluppati nelle menzogne del diavolo...... diffondono notte al posto di
giorno, rovina al posto di salvezza, disperazione a titolo di speranza,
PERFIDIA sotto il velo della fede, l'anticristo sotto il nome di Cristo"
(noctem pro die, interitum pro salute, desperationem sub obtentu spei,
perfidiam sub praetexto fidei, antichristum sub uocabulo christi).

E' chiaro che, poiché l'autore crea una serie di opposti, qui perfidia è il
contrario di fides: notte /giorno, rovina /salvezza, disperazione/speranza,
non fede /fede, anticristo/Cristo. Dare a perfidia un valore di "malvagità"
o "perfidia", sarebbe rompere la logica del discorso.

(cfr. nota dell'edizione di De Labriolle a questo testo: "Perfidia, c'est
exactement le contraire de fides")

2) De catholicae Ecclesiae unitate, 8.

"Chi sarà tanto scellerato e PERFIDUS, chi tanto pazzo di furore di
discordia da credere che si possa scindere o da osar scindere l'unità di
Dio, veste del Signore, la Chiesa di Cristo?" (Quis ergo sic sceleratus et
perfidus, quis sic discordiae furore uesanus, ut aut credat scindi posse aut
audeat scindere unitatem dei, uestem domini, ecclesiam christi?)

Qui il senso di perfidia = pura scelleratezza ben si attaglierebbe. Ma
proseguiamo:

3) De catholicae Ecclesiae unitate, 10.

"Di qui nacquero e nascono le eresie, quando la mente stravolta non ha pace,
quando la PERFIDIA in disaccordo non mantiene l'unità" (Hinc haeresis et
factae sunt frequenter et fiunt, dum peruersa mens non habet pacem, dum
perfidia discordans non tenet unitatem).

Qui è difficile decidere: la mente e la persona possono essere sviate e
incredule o infedeli, ma anche perverse e perfide. Ma mi sembra che l'idea
di perversus abbia più che fare colla stortezza, lo stravolgimento che la
mente subisce accogliendo l'eresia o lo scisma, e che la perfidia sia
l'incredulità o lo sviamento che provocano disaccordo interno ed esteriore
(discordans). Infatti poche righe sotto:

4) De catholicae Ecclesiae unitate, 10.

"Così si mettono alla prova i fedeli, così i PERFIDI vengono svelati" (Sic
probantur fideles, sic perfidi deteguntur)

Qui si instaura di nuovo una opposizione tra chi ha la fede e chi non l'ha.

5) De catholicae Ecclesiae unitate, 11.

L'acqua del battesimo degli eretici non purifica, ma inquina; "quella
nascita (del battesimo) non genera figli per Dio, ma per il diavolo; nati
attraverso la menzogna non ricevono le promesse della verità, procreati
dalla PERFIDIA perdono la grazia della fede" (non deo natiuitas illa sed
diabolo filios generat: per mendacium nati ueritatis promissa non capiunt,
de perfidia procreati fidei gratiam perdunt).

Opposizione verità/menzogna e fede/non fede.

6) De catholicae Ecclesiae unitate, 12.

"Gesù rinfacciando la discordia ai PERFIDI e raccomandando ai fedeli la
pace....." (exprobrans discordiam perfidis et fidelibus pacem sua uoce
commendans).

Opposizione tra la discordia degli infedeli-eretici e pace dei fedeli.

7) De catholicae Ecclesiae unitate, 14.

"Al premio di Cristo... non potrà tendere chi ha violato l'amore di Cristo
con il PERFIDO dissenso (ad praemium christi... pertinere non poterit qui
dilectionem christi perfida dissensione uiolauit)

Il dissenso è quello dell'eresia/scisma, e questo dissenso può essere certo
malvagio, ma anche infedele.

8) De catholicae Ecclesiae unitate, 14.

Quelli che non restano nella Chiesa saranno gettati nel fuoco e "ciò non
sarà coronamento della fede, ma una pena per la PERFIDIA, non un successo
glorioso di virtù, ma una rovina di disperazione" (non erit illa fidei
corona sed poena perfidiae, nec religiosae uirtutis exitus gloriosus sed
desperationis interitus)

Contrapposizione fede/infedeltà, successo/rovina.

9) De catholicae Ecclesiae unitate, 17.

Non ci commuova o turbi l'eccezionale e sfrenata PERFIDIA di molti, ma
piuttosto corrobori la nostra fede nella verità della realtà preannunciata
(Non tamen nos moueat aut turbet multorum nimia et abrupta perfidia, sed
potius fidem nostram praenuntiatae rei ueritate corroboret)

Fede/infedeltà.

10) De catholicae Ecclesiae unitate, 17.

"Nemico dell'altare, ribelle contro il sacrificio di Cristo, PERFIDUS
davanti alla fede, sacrilego davanti alla religione" (Hostis altaris,
aduersus sacrificium christi rebellis, pro fide perfidus, pro religione
sacrilegus).

Fede/infedeltà

11) De catholicae Ecclesiae unitate, 21.

"Nessuno vada in rovina per l'esempio di un confessore (della fede), nessuno
impari dai costumi del confessore l'ingiustizia, l'insolenza o la PERFIDIA"
(Nemo per confessoris exemplum pereat, nemo iniustitiam nemo insolentiam
nemo perfidiam de confessoris moribus discat).

Qui starebbe anche bene il senso di perfidia, ma meglio calza il riferimento
all'eresia o allo scisma come abbandono della fede, perché poche righe
sotto:

12) De catholicae Ecclesiae unitate, 21.

Se il confessore "abbandona la Chiesa nel cui seno divenne confessore,
spezza la concordia dell'unità, sostituisce la primitiva fede con la
successiva PERFIDIA." (ecclesiam denique ubi confessor factus est
derelinquens, et unitatis concordiam scindens, fidem primam perfidia
posteriore mutauerit).

Perfidia è opposto di fides.

13) De catholicae Ecclesiae unitate, 22.

I migliori confessori "ottengono una più grande lode per la propria fede
perché, separati dalla PERFIDIA di quelli, i quali precedentemente furono
con loro associati nella comunanza della fede, hanno sfuggito il contagio
della colpa" (adque hoc ipso ampliorem consecuntur fidei suae laudem quod ab
eorum perfidia segregati, qui iuncti confessionis consortio fuerunt, a
contagione criminis recesserunt).

Perfidia è opposto di fides.

14) De catholicae Ecclesiae unitate, 26.

"Nessuno considera il giorno del Signore, l'ira divina, i futuri supplizi
per gli increduli e gli eterni tormenti riservati ai PERFIDI" (Nemo
futurorum metum cogitat; diem domini et iram dei et incredulis uentura
supplicia et statuta perfidis aeterna tormenta nemo considerat".

Perfido sta accanto ad incredulo.

15) De lapsis, 1 (incipit).

"Ecco che la pace, dilettissimi fratelli, è stata restituita alla Chiesa, e
ciò che poc'anzi sembrava difficile agli increduli e impossibile ai
PERFIDI." (Pax ecce, dilectissimi fratres, ecclesiae reddita est et quod
difficile nuper incredulis ac perfidis inpossibile uidebatur).

Perfido sta accanto ad incredulo. E ben difficilmente può esser tradotto
"perfido"

16) De lapsis, 9.

Ci ha portato alla perdizione l'altrui PERFIDIA, abbiamo conosciuto genitori
assassini: essi negarono in vece nostra la madre Chiesa e Dio padre"
(perdidit nos aliena perfidia, parentes sensimus parricidas: illi nobis
ecclesiam matrem, illi patrem deum negauerunt)

La perfidia dei parenti è l'allontanare dalla fede i bambini ignari.

17) De lapsis, 14.

"Non cadde la fede dopo aver lottato, ma la PERFIDIA prevenne la lotta" (non
fides congressa cecidit, sed congressionem perfidia praeuenit).

Perfidia è opposto di fides.

18) De lapsis, 20.

"Se la fede che ha trionfato viene incoronata, è necessario che la PERFIDIA
sconfitta sia punita" (si fides quae uicerit coronatur, necesse est et uicta
perfidia puniatur).

Perfidia è opposto di fides.

19) De lapsis, 33.

I lapsi ".sedotti da una falsa promessa, uniti con apostati e PERFIDI,
scambiano l'errore per la verità" (falsa pollicitatione seducti et apostatis
ac perfidis iuncti, errorem pro ueritate suscipiunt).

Perfidia va con apostasia. Sempre questione di appartenenza o meno alla
Chiesa.

20) De lapsis, 35.

"Credi che tosto possa essere placato quel Dio che hai rinnegato con PERFIDE
parole?" (Putas ne tu deum cito posse placari quem uerbis perfidis abnuisti?

Il rinnegamento del lapsus è il cedimento alla persecuzione pagana, l'aver
sacrificato agli dèi per avere salva la vita. Trattasi più coerentemente di
"parole infedeli" più che di "parole perfide".

21) De mortalitate, 6.

"Dio parla con te, e tu PERFIDUS, con mente incredula, dubiti? Dio promette
immortalità e vita eterna a chi si allontana da questo mondo, e tu dubiti?"
(Deus te cum loquitur, et tu mente incredula perfidus fluctuas? Deus de hoc
mundo recedenti inmortalitatem adque aeternitatem pollicetur, et dubitas?)

La perfidia è l'incredulità.

22) De mortalitate, 15.

I giusti son chiamati al refrigerio, gli ingiusti son trascinati al
supplizio; più celermente è data protezione ai fedeli, pena ai PERFIDI" (Ad
refrigerium iusti uocantur, ad supplicium rapiuntur iniusti: datur uelocius
tutela fidentibus, perfidis poena).

Perfidia è opposto di fides. Ecco la coppia degli opposti: giusti/ingiusti,
fedeli/infedeli.

23) Ad Fortunatum, 7.

Quando nell'Esodo il popolo giudaico, prefigurato come ombra ed immagine di
noi, era sfuggito coll'aiuto e la protezione di Dio dal faraone e dall'Egitto,
cioè dalla durissima servitù del diavolo e del mondo, PERFIDUS e ingrato
brontola nei confronti di Mosè guardando ai disagi della soliturfine e della
fatica, e non comprendendo i divini benefici della libertà e della
salvezza.." (In exodo iudaicus populus ad umbram nostri et imaginem
praefiguratus, cum deo tutore et uindice euasisset pharaonis adque aegypti
id est diaboli et saeculi durissimam seruitutem, circa deum perfidus et
ingratus aduersus moysen mussitat respiciens solitudinis et laboris
incommoda et non intellegens libertatis ac salutis beneficia diuina).

Il popolo ebraico mormora contro Mosé ingrato e incredulo o infedele, perché
non vede adempiute le promesse che Dio gli aveva fatto. Per curiosità vedo
una traduzione inglese, che rende "world-faithless and ungrateful in respect
of God"

24) Ad Demetrianum, 24.

"Quale allora sarà la gloria della fede, quale la pena della PERFIDIA,
quando verrà il giorno del giudizio! Quale la letizia dei credenti, quale la
tristezza dei PERFIDI per non aver voluto prima credere qui e per non poter
più ormai tornare indietro per credere! (Quae tunc erit fidei gloria, quae
poena perfidiae, cum iudicii dies uenerit, quae laetitia credentium, quae
maestitia perfidorum noluisse istic prius credere et ut credant iam redire
non posse).

Nota all'edizione critica di E. Gallicet: "Perfidia si contrappone a fides,
come i credentes sono contrapposti ai perfidi: corrisponde perciò a
irreligiositas"

25) De opere et eleemosynis, 9.

"Già il Signore nel Vangelo, considerando i cuori di uomini di tal fatta e
annunciando ai PERFIDI e increduli con voce profetica, risponde e dice: "Non
pensiate dicendo: "Cosa mangeremo, che brerremo o che cosa indosseremo?" (Et
dominus in euangelio iam tunc eiusmodi hominum corda considerans et perfidis
adque incredulis praescia uoce denuntians contestatur et dicit: nolite
cogitare dicentes: quid edemus aut quid bibemus aut quid uestiemur?)

Perfido sta accanto ad incredulo (l'argomento è la fiducia verso Dio).

26) De opere et eleemosynis, 12.

"Che ci fa nella casa della fede un cuore PERFIDUS? Perché è chiamato e
detto cristiano colui che non crede per nulla a Cristo?" (quid facit in domo
fidei perfidum pectus? quid qui christo omnino non credit appellatur et
dicitur christianus?)

Perfido è chi non ha la fede in Cristo.

27) De bono patientiae, 10.

"Mosè è sovente disprezzato e quasi lapidato da un popolo ingrato e PERFIDO"
(Moyses ab ingrato et perfido populo contemnitur frequenter et paene
lapidatur).

Qui ci starebbe anche perfido; ma si tenga presente il contesto già visto al
punto 23.

28) De bono patientiae, 19.

"Che cosa (spinse) il popolo giudaico PERFIDUS e ingrato?" (Quid iudaicus
populus circa beneficia diuina perfidus et ingratus?)

Stesso contesto, e si parla dell'impazienza degli Ebrei ad attendere che
Mosè scendesse dal monte.

29) De zelo et livore, 6.

"La superbia si gonfia, la ferocia si esacerba, la PERFIDIA prevarica, l'impazienza
scuote, la discordia impazza, l'ira ribollisce" (Inflatur superbia,
exacerbatur saeuitia, perfidia praeuaricatur, inpatientia concutit, furit
discordia, ira feruescit).

Qui potrebbe anche essere perfidia. Anche se subito dopo si accenna a scismi
e eresie.

RIASSUMO:

Nella stragrande maggioranza dei casi perfidia è chiaramente contrario di
fides, e ad essa si trova associata. Talora compare evidentemente come
sinonimo di incredulità.

Su 29 occorrenze, solo due volte perfido potrebbe ragionevolmente essere
anche intesto come "perfido" all'italiana, quindi "malvagio" (2 e 29), ma il
contesto generale di eresia ed apostasia potrebbe anche far cadere questi
due dubbi. Tre volte il termine è associato all'episodio dell'apostasia
degli ebrei che non credono alla promessa di Mosé che si trova sul Sinai, e
si danno all'idolatria (28,27,23). Ebrei ingrati, certo, ma in primo luogo
increduli e infedeli verso Dio.

14 volte il termine compare nell'opera "Sull'unità della Chiesa cattolica" e
6 volte nel "Sui lapsi"; opere che hanno per argomento lo scisma e l'eresia.

A questo punto penso che sia impossibile non ritenere perfidia e perfidus in
Cipriano come "senza fede, non religioso, infedele". Sostituire queste
traduzioni con "scellerato, perfido, malvagio" nella maggioranza dei casi
sarebbe traduzione improponibile.

Ora, credo che tra il semplice incredulo e il perfido ci sia una bella
gradazione di possibilità intermedie.

Chi non ha la fede è un incredulo. E abbiamo visto come normalmente perfidus
sia semplice sinonimo di "non dotato di fede".

Il "non dotato di fede" può essere un povero incredulo, oppure un incredulo
con un po' di colpa. L'eretico è incredulo nella vera fede perché ispirato
dal diavolo o da altri uomini (incredulità passiva) o perché se la cerca, è
arrogante, ribelle, mendace (incredulità attiva). Quest'ultimo forse può
anche essere un perfido (all'italiana).

Ma il nodo sta qui: è lecito dire che il non dotato di fede è sempre un
perfido, un malvagio? Dai testi pare di no.

Sul rapporto perfidus-infedele-traditore, torno dopo.

Torno alle tue parole:

>Mi

> viene difficile pensare che Gregorio Magno non avvertisse alcuna eco

> dell'uso classico nel termine.

Ritorno alla mia premessa metodologica, che restringe il campo d'indagine
affrontato dal Peterson e dal Blumenkranz. Con Gregorio siamo già nella II
metà del VI secolo. Troppo tardi, per usare la sua testimonianza allo scopo
di intendere la preghiera.

Se guardi Cipriano, questa eco io non la vedo quasi per nulla; sembra che
egli non sappia dare altro valore al temine che no sia "infedele-incredulo
verso Cristo".

Quando tu dici:

> Al contrario, è proprio perché ritenuti

> traditori che gli ebrei sono "increduli", dal punto di vista cristiano.

Sono increduli e "traditori" al contempo, dal punto di vista cristiano. Ma l'accento
va sull'avere o meno la fides, non sull'essere cattivo o meno a motivo di
non avere la fides. Che eresia e incredulità possano essere intese come
forme di malvagità è possibile, ma non necessario. Il perfidus non vuole o
non può credere. È cattivo per questo? Non necessariamente; oppure
troveremmo numerose attestazioni del termine nei testi anche al di fuori del
contesto della fede/non fede.

Andiamo ai testi liturgici. Perfidus/perfidia appare SOLO in rapporto a
ebrei, pagani, musulmani ed eretici.

Prendiamo ad esempio due prefazi dal sacramentarlo Veronese, nella liturgia
di S. Stefano.

Stefano è descritto come "verbi tui [Dei, n.d.r.] potentia perfidiam
destruens Iudaeorum"; "verbi tui [Dei, n.d.r.] potentia Iudaicam destruens
constanti voce perfidiam".

Traduciamo: Stefano distrugge con la potenza della parola di Dio la perfidia
(= malvagità) giudaica? O meglio, Stefano distrugge con la potenza della
parola di Dio la giudaica incredulità, la loro mancanza di fede in Cristo?
Era questo lo scopo del suo parlare: convertire a Cristo.

E la nostra preghiera del venerdì santo diceva: "Preghiamo anche per i
PERFIDI Ebrei, perché il nostro Dio e Signore tolga il velo dai loro cuori;
e anche quelli riconosceranno Gesù Cristo, nostro Signore. O Dio onnipotente
ed eterno, che non respingi nemmeno la PERFIDIA degli Ebrei dalla tua
misericordia, ascolta le nostre preghiere che ti presentiamo per quel popolo
accecato: e riconosciuta la luce della tua verità, che è Cristo, saranno
strappati alle loro tenebre. Amen".

Mi pare chiaro che i perfidi Judaei sono gli Ebrei che hanno rifiutato di

abbracciare la vera fede, che furono increduli riguardo alla messianicità di
Cristo, che vennero meno al patto stretto con Dio non riconoscendo suo

Figlio. Non i cattivi ebrei. Sono accecati dalla tenebre, e si prega perché
riconoscano la luce attraverso il buio.

Tutto ciò che si può dire dopo, è altro discorso. Vogliamo dire che si può
accusare questa "perfidia" latina (=incredulità, infedeltà) di essere
"perfida" all'italiana (ossia frutto di malvagità)? Certo, e qui si
aprirebbe un altro discorso infinito, il tuo:

>Senza questa identificazione ci sfuggirebbe

> buona parte della storia dell'Occidente cristiano, dall'inquisizione

> alle persecuzioni antiebraiche.

Fenomeni assai più tardivi. Ma in Cipriano (si potrebbe ripetere l'esperimento
su altri, ma ci vanno troppe ore!) e ancor più nella liturgia non vedo
questo intento: si prega perché Dio illumini le tenebre dei non credenti,
non perché Dio faccia diventare buoni i cattivi.

Tornando al "nodo" di cui sopra (perfidus-infedele-traditore). Perché gli
scrittori ecclesiastici scelgono perfidia per indicare la mancanza di fede,
l'incredulità? Forse perché il termine li aiuta a definire meglio l'atteggiamento
del giudeo/eretico/: la non accoglienza del messaggio di salvazione che Dio
offre all'uomo è in qualche modo il venir meno ad un'alleanza tra l'uomo e
Dio, il tradimento di un Padre. Il prefisso "per", come ci ricorda il
"Dictionnaire étimologique de la langue latine" di Ernout-Meillet, "indique
une déviation dans perdo, pereo, perimo, perverto, perperus, perfidus,
periurus". E proprio per questo i "perfidi" per eccellenza son i giudei:
essi, popolo eletto, popolo della promessa, non accettando Cristo come
Messia hanno in qualche modo violato il patto con Dio. Un po' come quando,
increduli al tempo di Mosé, invece di attenderlo con fiducia si diedero all'apostasia.

Non è diverso l'atteggiamento dell'apostolo Paolo, che in 2Corinzi 3,15 dice
che "fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore".
Kalumma = velamen, nella Vulgata: "velamen est positum super cor eorum",
proprio come nella preghiera: "auferat velamen de cordibus eorum". Questa è
la prospettiva della preghiera, non un'altra tratta dagli scritti latini
della letteratura pagana.

Non credo che ci sia una parola italiana che contenga entrambe questi due
aspetti del termine perfidia: la mancanza di fede che è in qualche modo una
mancanza di fiducia verso Dio, che offre la salvezza e la verità all'uomo.
Incredulità o irreligiosità? Troppo poco. Forse infedeltà? O forse è troppo.
Non saprei. L'unica cosa che mi sembra chiara è che la traduzione di
perfidus coll'italiano perfido è la più sviante, se perfido, come tu dici,
vuol dire "di sleale malvagità". Il perfidus è colui che non ha la fede e
che nel non averla viola il suo rapporto sfiduciale con Dio, ma non è
necessariamente un malvagio. Perlomeno nel latino di quel tempo e di quel
contesto.

Per cui, non credo di poter accettare che

> Da sempre "perfido" è stato inteso come "malvagio"

e che quindi le preghiere del messale accusassero di malvagità gli ebrei.

> Non è certo un problema di cui la chiesa si è improvvisamente resa conto

>> nel periodo postbellico,

> scaturito solo da un'ingannevole assonanza che si è subito provveduto

> a rimediare.

> Se poi le formule della "preghiera per i giudei" sono state riviste

> (perché diventate scandalose dopo gli eventi della II Guerra Mondiale),

Ora fuoriesco un attimo dalla mia prospettiva di valutare l'orazione di per
se stessa, ad intentionem auctoris.

Il problema dell'ingannevole assonanza era stato affrontato ben prima, a
cominciare dal Muratori nel XVIII secolo. E alcuni si lamentavano, perché
nei messalini ad uno dei fedeli spesso si traduceva perfidus con "perfido",
con le conseguenze del caso. Non tutti però: quello del card. Schuster
traduceva "infedele".

Tu colleghi la modifica della preghiera agli eventi della II Guerra
Mondiale; ma le cose per me stanno diversamente. Prima degli anni '50 la
modifica del messale era un'operazione quasi impensabile. Il ritocco di
quest'orazione va di pari passo con altre modifiche che iniziarono ad essere
operate in quell'epoca, sotto l'influenza del movimento liturgico allora in
voga, e che portarono alla riforma del Vaticano II. Immaginare che alla fine
dell'ottocento o prima si potesse metter mano ai testi delle orazioni, dopo
il "congelamento" della liturgia operato in epoca tridentina, sarebbe
anacronistico. Accresciuta sensibilità, probabilmente, ma anche e
soprattutto diverso contesto.

Certamente, tutto ciò meriterebbe uno studio a parte.

> il nodo autentico, quello teologico, non è ancora oggi del tutto

> risolto.

E non credo possa avere soluzione. Gli Ebrei continueranno a ritenere che i
Cristiani abbiano accettato un falso messia, e che quindi siano nell'errore
(creduli); i cristiani continueranno a ritenere che gli Ebrei non abbiano
accettato il vero messia, e che quindi siano nell'errore (increduli). Si
considerano reciprocamente "perfidi". Si può evitare di caricare il latino
"perfidi" del senso di "volontariamente cattivi", ma nulla più. A meno di
non riunificare ebrei e cristiani.

--
Andrea Nicolotti
www.christianismus.it

peter schlemihl

unread,
Aug 22, 2005, 7:42:24 AM8/22/05
to
In article <de7v7j$2nf$1...@area.cu.mi.it>, Andrea N.
<conteandrea...@libero.it> wrote:

> > Prendendo un qualsiasi vocabolario latino si può chiaramente vedere
> > che fin dall'antichità classica "perfidus" significa "sleale,
> > falso, traditore".
>
> Certo. Un dizionario di latino classico.
>
> Ma perché, mi domando, un dizionario di latino cristiano come il
> Blaise traduce perfidia con "incredulità, rifiuto della fede,
> eterodossia, eresia" & C., e non "perfidia, inquità", etc.
>
> Dovrà esserci un motivo.

Dubito fortemente, però, che al tempo di Cipriano i cristiani parlanti
latino abbiano tutti improvvisamente disimparato il significato
originario della parola per trovarne, inconsapevoli, uno nuovo. Mi
sembra più facile che il nuovo significato si sia sovrapposto al
precedente. Il motivo l'hai tu stesso descritto in modo esemplare:

> Tornando al "nodo" di cui sopra (perfidus-infedele-traditore). Perché
> gli scrittori ecclesiastici scelgono perfidia per indicare la
> mancanza di fede, l'incredulità? Forse perché il termine li aiuta a
> definire meglio l'atteggiamento del giudeo/eretico/: la non
> accoglienza del messaggio di salvazione che Dio offre all'uomo è in
> qualche modo il venir meno ad un'alleanza tra l'uomo e Dio, il

> tradimento di un Padre. (...) E proprio per questo i "perfidi" per


> eccellenza son i giudei: essi, popolo eletto, popolo della promessa,
> non accettando Cristo come Messia hanno in qualche modo violato il
> patto con Dio. Un po' come quando, increduli al tempo di Mosé, invece
> di attenderlo con fiducia si diedero all'apostasia.

Hai spiegato perfettamente il punto. La tua obiezione, ora, è in
definitiva la seguente:

> Ma non so fino a che punto la possibile compresenza di due sensi (con
> le precisazioni di Piero) significhi per forza sovrapposizione, nel
> senso che un perfidus PER FORZA deve essere ANCHE un uomo malvagio
> (nella misura in cui lo possa essere uno sleale o un traditore, che
> comunque è cosa ancora diversa dal perfido italiano).

Cominciamo con qualche precisazione sul significato italiano.

Nel Battaglia (Grande Dizionario della Lingua Italiana, vol XIII,
Torino, UTET, 1986) il primo significato di "perfido" raggruppa insieme
"perverso" e "incline al male", ma anche "sleale, traditore".

Ci sono attestazioni di quest'uso fin dagli inizi della nostra
letteratura, in Dante ("perfido assassino", Inf. XIX, 50), Cecco
d'Ascoli ("pronta nel male, perfida assassina... <la donna> conduce
l'uomo a frusto ed a capello"), in Boccaccio ("malvagia e perfida
zanzara, turbatrice del riposo"). Frequentemente la malvagità del
perfido si accompagna all'inganno e al tradimento.

Questo va detto per chiarire, se mai ce ne fosse bisogno, che cosa
risuonava nelle menti di coloro che sentivano parlare di "perfidi
judaei" da otto secoli a questa parte. Il significato italiano,
inoltre, non è troppo differente da quello latino originario. Diciamo
che l'accento in latino cade sulla slealtà (malvagia), mentre in
italiano sulla malvagità (sleale).

Ma del massimo interesse, per la nostra discussione, è soprattutto il
secondo significato. Eccolo:

===
2. Come attributo degli atei, dei miscredenti e, in particolare, degli
ebrei per indicare la loro ostinazione e pervicacia nel negare la
dottrina cristiana
===

Corrisponde con grande esattezza, mi pare, al significato di "perfidus"
nel latino ecclesiastico. "Perfidus" non è ogni eretico, ma l'eretico
ostinato, non è il non credente in quanto tale, ma l'incredulo che
messo di fronte all'annuncio cristiano lo rifiuta consapevolmente.

Tommaso, ad esempio, sapeva ben distinguere tra chi non crede perché
mai ha saputo qualcosa della fede e l'incredulità di chi resiste ad
essa e la disprezza (Summa Theologiae II-II, q. 10, a. 1).

Non ho a disposizione le banche dati e gli strumenti a cui tu e il
professor Enzensberger potete accedere, ma sarei pronto a scommettere
che sono ben poche le occorrenze del termine "perfidus" relative a
infedeli non consapevoli.

Se questo è vero, allora, la risposta è che sì, il "perfidus" è sempre
malvagio e traditore, perché rifiutando deliberatamente Dio tradisce i
suoi doveri e la sua missione. Il malvagio non è altro che il peccatore
ostinato e chi conosca Tommaso d'Aquino sa che il rifiuto di credere
non solo è peccato, ma è il "massimo peccato", il peccato più grande
(sul piano morale).

Parlo di Tommaso perché ho qui i riferimenti, ma non penso che le cose
cambino troppo per Agostino o Cipriano.

Così, quando si legge

> "Preghiamo anche per i PERFIDI Ebrei, perché il nostro Dio e Signore
> tolga il velo dai loro cuori; e anche quelli riconosceranno Gesù
> Cristo, nostro Signore. O Dio onnipotente ed eterno, che non respingi
> nemmeno la PERFIDIA degli Ebrei dalla tua misericordia, ascolta le
> nostre preghiere che ti presentiamo per quel popolo accecato: e
> riconosciuta la luce della tua verità, che è Cristo, saranno
> strappati alle loro tenebre. Amen"

cos'è che acceca se non il peccato? Qual è il velo nei loro cuori se
non la malvagità di non voler riconoscere Gesù? Perché si dovrebbe
lodare la misericordia di Dio, che non respinge *nemmeno* la perfidia
dei giudei, se questa perfidia non fosse malvagia? Le "intenzioni"
della preghiera mi sembrano chiarissime.

Prendiamo ora i passi di Cipriano da te esaminati. Nessuno contesta che
a partire dai padri il termine "perfidus" sia stato utilizzato per
designare l'incredulo. Limitarsi a questo o riscontrare che "perfidus"
si oppone a fides non dice ancora nulla. Il punto è se mantiene la
connotazione negativa e se l'incredulità è qualificata come forma di
slealtà e di malvagità. Il fatto che in un dato contesto "perfidus" si
applichi ad eretici, apostati o increduli non impedisce affatto che lo
stesso termine mantenga tutta la valenza negativa del latino classico.

Andiamo dunque a vedere. Per i passi 2, 11, 27, 28, 29 tu stesso
ammetti che l'italiano "perfido" ci potrebbe anche stare. Sul 3 dici
che è "difficile decidere". Mi limito a considerare i rimanenti.

> 1) De catholicae Ecclesiae unitate, 3.
>
> Gli eretici "camminano nelle tenebre credendo di essere nella
> luce.... avviluppati nelle menzogne del diavolo...... diffondono
> notte al posto di giorno, rovina al posto di salvezza, disperazione a
> titolo di speranza, PERFIDIA sotto il velo della fede, l'anticristo

> sotto il nome di Cristo" (...)


>
> E' chiaro che, poiché l'autore crea una serie di opposti, qui
> perfidia è il contrario di fides: notte /giorno, rovina /salvezza,
> disperazione/speranza, non fede /fede, anticristo/Cristo. Dare a
> perfidia un valore di "malvagità" o "perfidia", sarebbe rompere la
> logica del discorso.

In realtà la perfidia è qui inganno, disonesta simulazione "sotto il
velo della fede", mentre si è "avviluppati nelle menzogne del diavolo".
I riflessi del senso latino mi sembrano evidenti.

> 4) De catholicae Ecclesiae unitate, 10.
>
> "Così si mettono alla prova i fedeli, così i PERFIDI vengono svelati"
> (Sic probantur fideles, sic perfidi deteguntur)
>
> Qui si instaura di nuovo una opposizione tra chi ha la fede e chi non
> l'ha.

Ma cosa si "svela" (si scopre, si mette a nudo) qui se non un inganno,
una menzogna? Detegunt insidias, rivelavano la macchinazione, scriveva
Livio. Sul tema dell'inganno, per cui ci si dice cristiani mentre non
lo si è, tornano pure i brani 26 e 19.

> 5) De catholicae Ecclesiae unitate, 11.
>
> L'acqua del battesimo degli eretici non purifica, ma inquina; "quella
> nascita (del battesimo) non genera figli per Dio, ma per il diavolo; nati
> attraverso la menzogna non ricevono le promesse della verità, procreati

> dalla PERFIDIA perdono la grazia della fede" (...).


>
> Opposizione verità/menzogna e fede/non fede.

Inquinare invece di purificare, generare per il diavolo e non per Dio,
soprattutto (di nuovo) mentire invece di dire la verità: vorremmo
sostenere che in questo quadro di opposizioni "perfidia" non abbia un
valore negativo? Viene messa sullo stesso piano di ciò che inquina,
della menzogna, del diavolo e nonostante ciò nel suo senso non vi è
alcuna sfumatura che riconduca a qualcosa di malvagio? Mi sembra
curiosa come posizione.

Nei passi 6, 7, 12 la perfidia è ricollegata alla discordia nemica
della pace e al violare l'amore di Cristo. Azioni cattivelle, dal punto
di vista cristiano.

> 8) De catholicae Ecclesiae unitate, 14.


>
> Quelli che non restano nella Chiesa saranno gettati nel fuoco e "ciò non
> sarà coronamento della fede, ma una pena per la PERFIDIA, non un successo

> glorioso di virtù, ma una rovina di disperazione" (...)
>
> Contrapposizione fede/infedeltà, successo/rovina.

La perfidia, veramente, è qui una colpa che merita una pena. Non sarà
quindi cattiva secondo te?

> 10) De catholicae Ecclesiae unitate, 17.
>
> "Nemico dell'altare, ribelle contro il sacrificio di Cristo, PERFIDUS

> davanti alla fede, sacrilego davanti alla religione" (...).
>
> Fede/infedeltà

Nemico, ribelle, perfidus, sacrilego. Ma non cattivo?

> 13) De catholicae Ecclesiae unitate, 22.
>
> I migliori confessori "ottengono una più grande lode per la propria fede
> perché, separati dalla PERFIDIA di quelli, i quali precedentemente furono
> con loro associati nella comunanza della fede, hanno sfuggito il contagio

> della colpa" (...).


>
> Perfidia è opposto di fides.

Si parla di qualcuno che, separato dalla perfidia di altri, sfugge al
"contagio della colpa" (a contagione criminis). Non ci sarà niente di
male in un crimine? Niente di malvagio?

Osservazioni simili possono essere fatte per i brani 14, 18, 22, 24

> 15) De lapsis, 1 (incipit).
>
> "Ecco che la pace, dilettissimi fratelli, è stata restituita alla Chiesa, e
> ciò che poc'anzi sembrava difficile agli increduli e impossibile ai
> PERFIDI." (Pax ecce, dilectissimi fratres, ecclesiae reddita est et quod
> difficile nuper incredulis ac perfidis inpossibile uidebatur).
>
> Perfido sta accanto ad incredulo. E ben difficilmente può esser tradotto
> "perfido"

Il contesto è poco chiaro. Ma tu tradurresti "difficile agli increduli
e impossibile agli increduli"? Ripetendo due volte, con attributi di
grado diverso, la stessa parola? In altri due contesti perfidi è
accostato ad increduli (21 e 25). il legame fra i due termini nessuno
lo contesta, ma significano davvero la stessa e identica cosa? Come
spiegare che spesso si ripeta "perfidi e increduli"? Sono solo
ridondanze? Si può rispondere guardando al brano seguente.

> 16) De lapsis, 9.
>
> Ci ha portato alla perdizione l'altrui PERFIDIA, abbiamo conosciuto genitori
> assassini: essi negarono in vece nostra la madre Chiesa e Dio padre"
> (perdidit nos aliena perfidia, parentes sensimus parricidas: illi nobis
> ecclesiam matrem, illi patrem deum negauerunt)
>
> La perfidia dei parenti è l'allontanare dalla fede i bambini ignari.

Questo è un passo significativo, non solo perché la "perfidia" è
evidentemente malvagia (addirittura, in se stessa, "assassina"), ma
perché implicitamente distingue tra incredulità perfida (colpevole) e
non (quella dei figli che hanno subito le scelte dei padri).

> 20) De lapsis, 35.
>
> "Credi che tosto possa essere placato quel Dio che hai rinnegato con PERFIDE
> parole?" (Putas ne tu deum cito posse placari quem uerbis perfidis abnuisti?
>
> Il rinnegamento del lapsus è il cedimento alla persecuzione pagana, l'aver
> sacrificato agli dèi per avere salva la vita. Trattasi più coerentemente di
> "parole infedeli" più che di "parole perfide".

Sta di fatto che quelle parole hanno turbato non poco nostro Signore,
che a detta di Cipriano, pare piuttosto irritato (se non può "essere
placato"). Non è stato fatto niente di male, tuttavia?

> 23) Ad Fortunatum, 7.

Mi limito ad osservare che qui "perfidus" è accostato ad ingrato. Che
non è nemmeno cosa troppo carina.

Alla fine, di 29 brani, solo il 9, il 15, il 17, il 21 e il 25, cinque
in tutto, non hanno immediati ed espliciti riferimenti alla malvagità o
alla doppiezza sleale del perfido. Per quanto nulla esclude che quei
cinque possano avere *anche* questa connotazione.

> RIASSUMO:
>
> Nella stragrande maggioranza dei casi perfidia è chiaramente contrario di
> fides, e ad essa si trova associata. Talora compare evidentemente come
> sinonimo di incredulità.

Ma su questo siamo tutti d'accordo. Stavamo discutendo, invece, se i
significati di incredulo (pertinace) e di "sleale, traditore, malvagio"
si sovrappongano. Quindi, non è elencando occorrenze in cui "perfidus"
significa incredulo (ma può anche significare malvagio) che si
risponde. Una confutazione sarebbe, piuttosto, un analogo elenco di
passi in cui "perfidus" *non può* in alcun modo significare malvagio.

Forse per il Medioevo qualche passo del genere si può trovare (per
quanto ne dubiti e sia comunque pronto a scommettere che eventualmente
la loro incidenza sia enormemente minore rispetto agli altri), ma
Cipriano ed Agostino mi sembrano ancora troppo radicati nella
tradizione linguistica latina per non pensare immediatamente, sentendo
"perfidus", al significato classico del termine.

> Ora, credo che tra il semplice incredulo e il perfido ci sia una bella
> gradazione di possibilità intermedie.

Diciamo che non sono *esattamente* la stessa cosa. Fa differenza la
consapevolezza e la pertinacia.

> Chi non ha la fede è un incredulo. E abbiamo visto come normalmente
> perfidus sia semplice sinonimo di "non dotato di fede".

Spero di aver mostrato che non è così.

> Ma il nodo sta qui: è lecito dire che il non dotato di fede è sempre
> un perfido, un malvagio? Dai testi pare di no.

No, infatti, a meno che non sia ostinato (e quindi colpevole, e quindi
"perfidus").

> Ma l'accento va sull'avere o meno la fides, non sull'essere cattivo o
> meno a motivo di non avere la fides.

C'è un equivoco. Per me, forse per te, Tommaso o i teologi cristiani
giudicano cattivo qualcuno perché non ha colpevolmente la fede (pur
potendola avere). Per Tommaso è perché cattivo che l'eretico rifiuta di
credere. Non perché incredulo è cattivo (c'è infatti chi non crede
senza sua colpa), ma perché cattivo è incredulo respingendo Dio. Mi
pare che "perfidus" designi questa seconda incredulità, non la prima.

> Non credo che ci sia una parola italiana che contenga entrambe questi
> due aspetti del termine perfidia: la mancanza di fede che è in
> qualche modo una mancanza di fiducia verso Dio, che offre la salvezza
> e la verità all'uomo. Incredulità o irreligiosità? Troppo poco. Forse
> infedeltà? O forse è troppo. Non saprei.

Vero, il termine italiano non rende pienamente il senso di "perfidus"
nel latino ecclesiastico. Qualche voltà può essere più corretto rendere
con incredulo, qualche volta perfido può essere più adatto. Spesso sarà
più opportuna una perifrasi che renda *entrambi* gli aspetti del
termine.

> Il problema dell'ingannevole assonanza era stato affrontato ben
> prima, a cominciare dal Muratori nel XVIII secolo. E alcuni si
> lamentavano, perché nei messalini ad uno dei fedeli spesso si
> traduceva perfidus con "perfido", con le conseguenze del caso. Non
> tutti però: quello del card. Schuster traduceva "infedele".

Mi chiedo perché tali lamentele siano iniziate nel XVIII secolo. Non
sarà che il tanto deprecato illuminismo e il processo di emancipazione
degli ebrei ha iniziato a far avvertire come inaccettabili vecchie
forme di discriminazione?

> Tu colleghi la modifica della preghiera agli eventi della II Guerra
> Mondiale; ma le cose per me stanno diversamente. Prima degli anni '50 la
> modifica del messale era un'operazione quasi impensabile.

Anche qui ci si può domandare cosa ha fatto diventare pensabili le
operazioni di riforma. Sicuro che non c'entrino niente gli eventi
esterni? E' stata solo un'evoluzione interna della Chiesa, senza alcun
riferimento a quanto accaduto nel mondo?

Andrea N.

unread,
Aug 22, 2005, 7:00:27 PM8/22/05
to
"peter schlemihl" <peter.s...@libero.it> ha scritto nel messaggio

> Dubito fortemente, però, che al tempo di Cipriano i cristiani parlanti

> latino abbiano tutti improvvisamente disimparato il significato

> originario della parola per trovarne, inconsapevoli, uno nuovo.

Legittimo dubbio, ma mi ripeto: se i dizionari di latino medievale e
annessi studi danno quelle definizioni, ci sarà ben un motivo, che forse non
ci è dato di risolvere così velocemente, e che va ben al di là dei pochi
esempi che abbiamo raccolto.

Che poi il latino cristiano abbia trasformato anche profondamente il senso
di certe parole, o abbia accostato al senso comune un senso tecnico
differente, non mi stupisce affatto.

>Mi

> sembra più facile che il nuovo significato si sia sovrapposto al

> precedente. Il motivo l'hai tu stesso descritto in modo esemplare:

[cut]

> Hai spiegato perfettamente il punto. La tua obiezione, ora, è in

> definitiva la seguente:

La formulo meglio, la mia "obiezione" (che vorrei fosse intesa come una
"considerazione" aperta a discussione):

Non so fino a che punto la possibile compresenza di due sensi (con le

precisazioni di Piero) significhi per forza sovrapposizione, nel senso che

un perfidus PER FORZA deve essere ANCHE un uomo malvagio, un uomo che a
causa del suo non aver fede è moralmente riprovevole, volontariamente e
pervicacemente malvagio, consciamente ingannatore, infido.

Quindi, se in italiano:

>il primo significato di "perfido" raggruppa insieme

> "perverso" e "incline al male", ma anche "sleale, traditore".

tutto ciò va sommato? I giudei, popolo eletto, popolo della promessa, non
accettando Cristo come Messia e quindi violando in qualche modo il patto con
Dio sono certamente in difetto, nella prospettiva cristiana. Ma sono dei
particolari uomini malvagi? Io vedo una critica all'incredulità dei giudei
all'epoca di Gesù, e magari alla loro pervicacia, ma non una accusa di
malignità personale. Vedo una opposizione teologica forte, non diversa da
quella che gli ebrei hanno verso i cristiani, ma non una accusa di malvagità
degna di nota, o di "perfidia", per come comunemente si intende la parola.

>"Perfidus" non è ogni eretico, ma l'eretico

> ostinato,

Beh, se non fosse ostinato non sarebbe eretico.... quando per eresia si
intende "la *ostinata* negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una
qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica" (Diritto
canonico, Can. 751).

>non è il non credente in quanto tale, ma l'incredulo che

> messo di fronte all'annuncio cristiano lo rifiuta consapevolmente.

Su questo, occorrerebbe una disamina dei testi assai approfondita, ma può
darsi che sia così. Però non sono convinto che possa funzionare questo
sistema che proponi: "Non è elencando occorrenze in cui "perfidus" significa

incredulo (ma può anche significare malvagio) che si risponde. Una
confutazione sarebbe, piuttosto, un analogo elenco di passi in cui
"perfidus" *non può* in alcun modo significare malvagio".

E come potrebbe darsi un passo del genere? Se la mancanza di fede da parte
di eretici (per rinnegazione) pagani ed ebrei (per non accettazione) è per
un cristiano sempre un tipo di offesa a Dio, un rifiuto della sua
rivelazione, come poter spogliare il termine di questa connotazione di
"infedeltà" che seco si porta? E se questa infedeltà corrisponda ad una
malvagità è esattamente quod est demonstrandum.

Il problema non mi sembra se il perfidus sia infedele (lo è sempre) ma se
questa infedeltà sia una forte condanna morale e personale, o piuttosto un
giudizio teologico che non necessariamente comporta una "malvagizzazione" di
ciascun ebreo o pagano.

Ho letto con interesse le osservazioni a tutti i passi ciprianei. In essi io
tentavo di dimostrare che 1) perfidia è quasi sempre opposto a fides, e
quindi è qualificabile ormai come termine tecnico, segnalato dai dizionari
come tale, certo non traducibile tranquillamente con "perfidia" in italiano
2) perfidia va spesso a braccetto con incredulità.

Certo che

> Tommaso, ad esempio, sapeva ben distinguere tra chi non crede perché

> mai ha saputo qualcosa della fede e l'incredulità di chi resiste ad

> essa e la disprezza (Summa Theologiae II-II, q. 10, a. 1).

Eccone un'altra prova:

E ad 5.: "Perciò si deve concludere, confrontando l'incredulità alla fede
(infidelitas-fides), che ci sono diverse specie d'incredulità numericamente
determinate. Infatti, consistendo il peccato d'incredulità nell'opporsi alla
fede, esso può avvenire in due maniere. Perché, o ci si oppone alla fede non
ancora abbracciata: e abbiamo l'incredulità dei pagani, o gentili; oppure ci
si oppone alla fede cristiana già abbracciata. Se questa era stata
abbracciata in modo figurale, avremo l'incredulità dei Giudei; se invece era
stata abbracciata nella piena manifestazione della verità, avremo
l'incredulità degli eretici".

Ma io dico: questa infidelitas o perfidia è un giudizio morale grave sulle
persone? Un giudizio offensivo? O forse un giudizio *teologicamente* grave?

Quasi tutti i passi ciprianei, se lo vuoi, li puoi intendere in senso
"malvagio"; ma questo se si dà per scontato che le persone che non hanno la
fede cristiana sono persone malvage. Lasciamo stare gli eretici, ma gli
altri?

E' certo che la mancanza di fede è un conseguenza del peccato; ma COSA non è
conseguenza del peccato? L'essere sulla terra, è conseguenza del peccato
originale. Tutti gli uomini vivono nel peccato. Sono quindi tutti malvagi?

Se peccato=malvagità, sì. Ma allora che senso ha soffermarci su una frase
che è applicabile a tutti gli uomini? Sempre e comunque?

Allora io riporterei il discorso sul tema della "gradazione". Se ogni
peccato è malvagità, allora vorrà dire che gli ebrei saranno malvagi per la
loro incredulità, e i cristiani per altre mille cose. Ma forse non è lo
stesso Nuovo Testamento che oltre ad accusare di incredulità gli ebrei
accusa continuamente i cristiani di altri generi di malvagità?

Allora "perfidi iudaei" in una preghiera non è certo peggio di "nos
peccatores" o "indigni" "iniquitatem nostram". Durante la messa il sacerdote
più volte si qualifica se stesso come peccatore, indegno e iniquo. Devo
ritenere che la liturgia sia offensiva se chiama l'ebreo infedele e non e
chiama il cristiano iniquo? Allora la liturgia è TUTTA un'offesa, inutile
discuterne o creare "malvagi privilegiati". Tutti nello stesso calderone,
siamo.

> "Preghiamo anche per i PERFIDI Ebrei, perché il nostro Dio e Signore

> tolga il velo dai loro cuori; e anche quelli riconosceranno Gesù

> Cristo, nostro Signore. O Dio onnipotente ed eterno, che non respingi

> nemmeno la PERFIDIA degli Ebrei dalla tua misericordia, ascolta le

> nostre preghiere che ti presentiamo per quel popolo accecato: e

> riconosciuta la luce della tua verità, che è Cristo, saranno

> strappati alle loro tenebre. Amen"

>cos'è che acceca se non il peccato?

E chi è senza peccato, per i cristiani? E chi è giusto davanti alla Legge,
per gli ebrei?

>Qual è il velo nei loro cuori se non la malvagità di non voler riconoscere
Gesù?

Dipende da cosa vogliamo qualificare con "malvagità", appunto.

>Perché si dovrebbe lodare la misericordia di Dio, che non respinge
>*nemmeno* la perfidia dei >giudei, se questa perfidia non fosse malvagia?

A parte che il "nemmeno" non è mia traduzione (sta per il semplice etiam,
"anche"), la perfidia è cosa negativa, certo (come ogni peccato, ogni
mancanza verso Dio): ma allora, appunto, ogni ebreo è cattivo? Sì, dico io,
se tutti gli uomini sono cattivi. No, dico io, se si riporta il linguaggio
liturgico al contesto di universale presunzione di colpevolezza (causata dal
peccato che TUTTI hanno) tipica della fede cristiana.

Ti riporto le parole di Peterson:

"Abbiamo visto che l'uso linguistico patristico della parola "perfidia"
comprende la falsa credenza dell'eretico, l'incredulità dell'ebreo e la
mancanza di fede del pagano. Non si esprime dunque alcuna offesa morale nei
confronti degli ebrei, quando nella liturgia della Chiesa si parla di
"perfidia iudaica". (La traduzione è mia, ma ti riporto il testo originale
che a mio parere ha un errore di stampa: "Wir haben gesehen, dass der
patristische Sprachgebrauch des Wortes «perfidia» den Irrglauben des
Häretikers, den Unglauben des Juden und die Glaubenslasigkeit [sic] des
Heiden umfasst. Irgend eine moralische Kränkung der Juden ist also nicht
ausgesprochen, wenn in der Liturgie der Kirche von der « perfidia iudaica »
die Rede ist".

Come poter leggere l'affermazione di questo esimio storico? Solamente alla
luce della presa d'atto che una opposizione teologica reciproca tra ebrei e
cristiani è imprescindibile. La liturgia dice forse qualcosa di diverso dall'apostolo
Paolo, che afferma:

"Ma le loro menti si sono accecate; infatti fino ad oggi *quel medesimo velo
rimane quando si legge l' antica alleanza e non si rende manifesto che
Cristo lo ha abolito*. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo pesa sul
loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà
tolto". (2 Cor 3,14-16)

La preghiera usa ESATTAMENTE questo linguaggio. Se la preghiera è malvagia
ed offensiva, è malvagia ed offensiva tutta la teologia cristiana, a partire
dalle origini; ma pure quella ebraica lo diventa. Quindi a che pro
considerare questa parola più indicativa di altre?

>Mi chiedo perché tali lamentele siano iniziate nel XVIII secolo. Non

>sarà che il tanto deprecato illuminismo e il processo di emancipazione

>degli ebrei ha iniziato a far avvertire come inaccettabili vecchie

>forme di discriminazione?

Io non lo so se sono iniziate nel XVIII secolo. Ho fatto un esempio che
conoscevo, a caso. Ma come ti ho detto non sono interessato (per ora) all'uso
che si poteva fare di quegli epiteti (e si faceva); piuttosto, mi interessa
vedere se questa qualificazione è particolare all'interno della liturgia. Di
per sé dire che gli ebrei sono infedeli, da un punto di vista cristiano non
lo ritengo discriminatorio nel senso negativo del termine, e non ritengo che
un cristiano debba sentirsi negativamente discriminato se gli ebrei lo
considerano un infedele a loro volta. Per Paolo gli ebrei sono increduli e
coperti da veli, per gli ebrei Paolo è un traditore della legge. È così e
non può essere diversamente. Non mi metterei a disquisire su un eventuale
illuminismo ebraico, per questo.

>Anche qui ci si può domandare cosa ha fatto diventare pensabili le
>operazioni di riforma.

Cinquant'anni di movimento liturgico e gli stessi motivi che hanno portato a
celebrare in lingua volgare, a riformare la settimana santa, ad abolire la
mitra aurifregiata e le pantofole dai paramenti episcopali, etc. etc.

andrea palazzi

unread,
Aug 22, 2005, 7:44:22 PM8/22/05
to

"Andrea N." <conteandrea...@libero.it> ha scritto
> tutto ciò va sommato? I giudei, popolo eletto, popolo della promessa, non
> accettando Cristo come Messia e quindi violando in qualche modo il patto
con
> Dio sono certamente in difetto, nella prospettiva cristiana. Ma sono dei
> particolari uomini malvagi? Io vedo una critica all'incredulità dei giudei
> all'epoca di Gesù, e magari alla loro pervicacia, ma non una accusa di
> malignità personale. Vedo una opposizione teologica forte, non diversa da
> quella che gli ebrei hanno verso i cristiani, ma non una accusa di
malvagità
> degna di nota, o di "perfidia", per come comunemente si intende la parola.

ehm, ne so meno di zero, ma non sono stati accusati per secoli di deicidio?


Andrea N.

unread,
Aug 23, 2005, 5:28:02 AM8/23/05
to

"andrea palazzi" <andrea....@gmail.com> ha scritto nel messaggio

> ehm, ne so meno di zero, ma non sono stati accusati per secoli di
> deicidio?


Certo che sě; ma la domanda era se una preghiera del messale dovesse
inglobare nell'intenzione del suo autore tutte le conseguenze di un uso
indiscriminato di questa accusa, oppure no. E secondo me, per il carattere
stesso della liturgia, sobrio e poco propenso a questo genere di cose, no.
Che cosa poi uno volesse vederci, č altro problema, interessante ma diverso,
per me.

peter schlemihl

unread,
Aug 24, 2005, 1:29:35 PM8/24/05
to
In article <dedlk2$88j$1...@area.cu.mi.it>, Andrea N.
<conteandrea...@libero.it> wrote:

> La formulo meglio, la mia "obiezione" (che vorrei fosse intesa come
> una "considerazione" aperta a discussione):
>
> Non so fino a che punto la possibile compresenza di due sensi (con le
> precisazioni di Piero) significhi per forza sovrapposizione, nel
> senso che un perfidus PER FORZA deve essere ANCHE un uomo malvagio,
> un uomo che a causa del suo non aver fede è moralmente riprovevole,
> volontariamente e pervicacemente malvagio, consciamente ingannatore,
> infido.

Riassumendo:

1. *prima* dell'uso ecclesiastico il termine ha nel latino classico una
precisa e forte connotazione negativa (che i padri non potevano certo
ignorare);
2. *dopo*, al sorgere dei primi volgari, il termine riappare con
significato abbastanza simile a quello classico (se proprio non
identico) e con la medesima forte connotazione negativa, a
testimonianza di un uso che non pare venuto meno;
3. *durante* tutto il medioevo e negli stessi padri continua ad
comparire regolarmente associato a menzogna, assassinio, inganno,
colpa, eccetera (e già questo solo dovrebbe bastare).

Di conseguenza non ci si può certo accontentare di dire che "perfidus"
viene utilizzato nel latino ecclesiastico per designare gli increduli
(con ogni probabilità, oltretutto, solo quelli ostinati), perché
risulti provato che il termine ha assunto un significato "tecnico" che
nulla ha a che fare con la riprovazione morale. Resta assai più
probabile che il nuovo significato sfrutti il precedente, per
caratterizzare sfavorevolmente il non credente.

E' vero che, diventato una sorta di termine stereotipo (più che
"tecnico") per indicare il non credente. Vi sono indubbiamente molti
contesti in cui il riferimento è essenzialmente all'incredulo e non,
in primo luogo, al malvagio. Ma non credo che nessuno scrittore
ecclesiastico abbia mai dubitato del fatto che un "perfidus" fosse
anche in quanto tale "cattivo". Solo in quanto tale, senza alcun'altra
ragione aggiuntiva.

Tutto ciò verrebbe facilmente confutato se trovassimo un uso costante
(non sporadico) del termine in riferimento a non credenti che non
possano essere accusati di colpa o malvagità. Che so, in riferimento ai
bambini ebrei appena nati, agli infedeli che non hanno conosciuto
l'evangelo, agli eretici inconsapevoli e via dicendo. Se così fosse si
potrebbe in effetti dimostrare che, quando assume il significato di non
credente, "perfidus" può pure perdere la connotazione squalificante.

Altrimenti, non vedo motivi per sostenere che la nuova denotazione
aggiuntiva implichi una discontinuità nella connotazione.

Altrimenti, non si può dire che sia un termine tecnico per designare in
generale l'infedele, l'eretico, l'ebreo, se non si applica a tutti gli
infedeli o a tutti gli eretici.

Cosa designa allora? Cosa avrebbero in comune, se ho ragione, i
soggetti indicati come "perfidi"? L'ostinazione, la colpa, il
tradimento. Ovvero, una qualificazione morale negativa.

Direi che il nucleo delle tue osservazioni si rivolge a questo punto: è
l'ostinato anche cattivo? Parrebbe proprio di sì, se la perfidia è
(come in Cipriano) una colpa che merita una pena.

Del resto anche per te

> Se la mancanza di fede da parte di eretici (per rinnegazione) pagani
> ed ebrei (per non accettazione) è per un cristiano sempre un tipo di
> offesa a Dio, un rifiuto della sua rivelazione, come poter spogliare
> il termine di questa connotazione di "infedeltà" che seco si porta?

Ma mi riesce difficile, allora, capire il tuo dubbio:

> se questa infedeltà corrisponda ad una malvagità è esattamente quod
> est demonstrandum.

L'infedeltà non è forse colpevole? Potrebbe esserci una colpa non
malvagia? Dato cha la colpa viene punita, possiamo essere puniti senza
aver fatto nulla di male?

> Il problema non mi sembra se il perfidus sia infedele (lo è sempre)
> ma se questa infedeltà sia una forte condanna morale e personale, o
> piuttosto un giudizio teologico che non necessariamente comporta una
> "malvagizzazione" di ciascun ebreo o pagano.

> (...)


> Ma io dico: questa infidelitas o perfidia è un giudizio morale grave
> sulle persone? Un giudizio offensivo? O forse un giudizio
> *teologicamente* grave?

???
Se è vero che "perfidus" è chiamato l'incredulo ostinato, egli è in
prima persona responsabile della sua infedeltà. Quindi è
*personalmente* riprovevole sul piano morale.

> > "Perfidus" non è ogni eretico, ma l'eretico ostinato,
>
> Beh, se non fosse ostinato non sarebbe eretico.... quando per eresia
> si intende "la *ostinata* negazione, dopo aver ricevuto il battesimo,
> di una qualche verità che si deve credere per fede divina e
> cattolica" (Diritto canonico, Can. 751).

Nella tradizione teologica ci sono almeno due definizioni di eresia.
Una verte sull'opposizione ostinata, l'altra sul contenuto delle
credenze.
Da questo secondo punto di vista l'eresia può pure essere inconsapevole
o involontaria. Le dottrine di Gioacchino da Fiore sono state
dichiarate eretiche, non lui (perché appunto si è sottomesso al
giudizio della Chiesa senza ostinarsi nell'opposizione).

> E' certo che la mancanza di fede è un conseguenza del peccato; ma
> COSA non è conseguenza del peccato? L'essere sulla terra, è
> conseguenza del peccato originale. Tutti gli uomini vivono nel
> peccato. Sono quindi tutti malvagi?
>
> Se peccato=malvagità, sì. Ma allora che senso ha soffermarci su una
> frase che è applicabile a tutti gli uomini? Sempre e comunque?

Non è esatto. Ci sono peccati e peccati, colpe e colpe. Come tu dici, è
un problema di "gradazione". E l'incredulità ostinata, stando a Tommaso
è, se non il massimo peccato in assoluto (cf. S. Th. II-II, q. 10, a.
3, co.), almeno il massimo peccato sul piano morale.

La colpa dei "perfidi" è notevolmente più grave di quella di "tutti gli
uomini" in generale.

CONCLUDENDO:
E' possibilissimo che, in un particolare contesto (non in tutti), sia
più appropriato tradurre "perfidus" con "incredulo", ma diventa
mistificante ignorare la connotazione e asserire che "perfidus" non ha
nulla a che fare con la perfidia così come la intendiamo noi.

> Ti riporto le parole di Peterson:
>
> "Abbiamo visto che l'uso linguistico patristico della parola "perfidia"
> comprende la falsa credenza dell'eretico, l'incredulità dell'ebreo e la
> mancanza di fede del pagano. Non si esprime dunque alcuna offesa morale nei
> confronti degli ebrei, quando nella liturgia della Chiesa si parla di

> "perfidia iudaica". (...).


>
> Come poter leggere l'affermazione di questo esimio storico?

Come un esempio di notevole tartuferia intellettuale. Come faccia, uno
che deve aver letto i padri, a sostenere che non vi è nessuna Kränkung
nell'uso di "perfidia", nessuna offesa, nessuna umiliazione, mi riesce
del tutto misterioso. Cercherò di leggerlo, nonostante il mio pessimo
tedesco. Nel caso gli articoli di Petersen e Blumenkranz fossero
disponibili in formato elettronico (ma mi pare assai improbabile), mi
faciliterebbe di molto la vita poterli riceverli via e-mail.

P.S.
Ma rivedo ora la data dell'articolo: 1936. Potrebbe darsi, allora (non
lo so, potrebbe...) che l'autore, in anni nei quali l'antisemitismo
diventava sempre più preoccupante e in un contesto caratterizzato da un
forte retaggio antiebraico anche all'interno della Chiesa, abbia
cercato di liberare la tradizione liturgica dal pericolo che potesse
essere utilizzata per fomentare l'odio.

In questo caso, l'accusa di tartuferia sarebbe probabilmente
ingenerosa, ma restano le riserve sul piano della correttezza
storiografica.

Ad ogni modo, oggi il problema non mi sembra quello dell'antisemitismo
cattolico (nonostante certi exploit che vorrei sperare residuali) o
dell'eventualità che la tradizione sia manipolata in funzione
antisemita. Vedo invece, con una certa preoccupazione, la tendenza a
diffondere una storia apologetica e giustificatoria, tendente a
minimizzare, ad attenuare e, in definitiva, a far passare l'idea che la
chiesa abbia sempre subito inconsapevole e innocente le tragedie della
storia.

Giuseppe Pagliarulo

unread,
Aug 24, 2005, 2:24:24 PM8/24/05
to

"peter schlemihl"

> 2. *dopo*, al sorgere dei primi volgari, il termine riappare con
> significato abbastanza simile a quello classico

Questo passaggio puoi eliminarlo. _Perfido_ e _perfidia_ sono cultismi, cioè
termini che non hanno avuto continuazione diretta dal latino al volgare ma
vi sono stati reintrodotti per via dotta.

peter schlemihl

unread,
Aug 24, 2005, 4:06:13 PM8/24/05
to
In article <240820051923187282%peter.s...@libero.it>, peter
schlemihl <peter.s...@libero.it> wrote:

> Direi che il nucleo delle tue osservazioni si rivolge a questo punto:

Mi correggo:

Direi che il nucleo delle tue osservazioni riguarda il punto seguente:

peter schlemihl

unread,
Aug 24, 2005, 4:04:25 PM8/24/05
to
In article <sX2Pe.99875$fm.66...@news4.tin.it>, Giuseppe Pagliarulo

Va bene. Non cambia molto dal mio punto di vista. Anzi, dato che stiamo
parlando proprio dell'uso dotto (ecclesiastico), forse ciò potrebbe
pure rafforzare il discorso.

Comunque, siccome la cosa mi interessa, hai ulteriori notizie in merito
(a parte il fatto di trovare "voce dotta" sui dizionari)?

Andrea N.

unread,
Aug 24, 2005, 4:38:17 PM8/24/05
to

"peter schlemihl" <peter.s...@libero.it> ha scritto nel messaggio

> Mi correggo:


> Direi che il nucleo delle tue osservazioni riguarda il punto seguente:

Anche io dovrei correggermi spesso, mi accorgo sempre troppo tardi degli
errori

Giuseppe Pagliarulo

unread,
Aug 25, 2005, 3:09:11 AM8/25/05
to

"peter schlemihl"

> > Questo passaggio puoi eliminarlo. _Perfido_ e _perfidia_ sono
> > cultismi, cioè termini che non hanno avuto continuazione diretta dal
> > latino al volgare ma vi sono stati reintrodotti per via dotta.
>
> Va bene. Non cambia molto dal mio punto di vista. Anzi, dato che stiamo
> parlando proprio dell'uso dotto (ecclesiastico), forse ciò potrebbe
> pure rafforzare il discorso.

Dipende. Data la semantica del termine - che ben poco richiama della
"mancanza di fede" -, io direi che l'uso così come ci è noto oggi ne è stato
modellato principalmente su quello classico. "Uso dotto" non è
necessariamente quello ecclesiastico, specie dal Rinascimento in poi.
In ogni caso non vedo il senso di tutto quest'affannarsi sul connotato di un
termine, dato che proprio il connotato è ciò che, del significato, tende a
variare maggiormente a seconda di epoca, classe sociale, temperie culturale
e anche individuo. Ammettiamo anche che nei volgari il termine sia passato
per via ecclesiastica: in italiano di certo non sarà attestato prima del
duecento (tre volte in Dante, e nessuna che denoti "mancanza di fede" o
"incredulità": _Inferno_ XIX: "Io stava come 'l frate che confessa / lo
perfido assessin, che, poi ch'è fitto, / richiama lui, per che la morte
cessa"; _Paradiso_ XVII: "Qual si partio Ipolito d'Atene / per la spietata
e perfida noverca, / tal di Fiorenza partir ti convene"; _Paradiso_ XVII:
"Non vo' però ch'a' tuoi vicini invidie, poscia che s'infutura la tua vita /
vie più là che 'l punir di lor perfidie").
Non vedo il costrutto di paragonare, anacronisticamente, un uso latino tardo
e specialistico a uno volgare bassomedievale chiaramente non originale. In
altre parole, la mancanza di una continuità dal latino al volgare rende il
tuo argomento fallace. Può darsi, per esempio, che il termine latino
ecclesiastico avesse originariamente connotato ben meno spregiativo di
quello volgare e l'abbia acquisito col tempo (nell'*ipotesi* di una
derivazione dell'uso volgare da quello ecclesiastico): ha avuto ben un
millennio per evolvere.

> Comunque, siccome la cosa mi interessa, hai ulteriori notizie in merito
> (a parte il fatto di trovare "voce dotta" sui dizionari)?

No, sui dizionari non c'è scritto. Basta solo conoscere un po' di mutamenti
fonetici che colpiscono il volgare italiano e fare caso al fatto che
_perfido_ e _perfidia_ non ne sono colpiti.


Andrea N.

unread,
Aug 25, 2005, 7:01:29 AM8/25/05
to

"Giuseppe Pagliarulo" <g.pagl...@tiscali.it> ha scritto nel messaggio

> Questo passaggio puoi eliminarlo. _Perfido_ e _perfidia_ sono cultismi,
> cioè
> termini che non hanno avuto continuazione diretta dal latino al volgare ma
> vi sono stati reintrodotti per via dotta.


Ahi ahi, mi ricorda il mio esame di maturità, dove :

Esaminatore: "Se "ministero" è cultismo di "ministerium", quale è la
derivazione volgare naturale?"
Io: [scena muta]
Esaminatore: "MESTIERE! Mi faccia un altro esempio!"
Io: [scena muta]
Esaminatore: "La aiuto: "nitidus"
Io: "Beh, uno è "nitido", l'altro......."
Esaminatore: "NETTO! Noi a Roma queste cose le insegnamo, qui in Piemonte
no?

Fine ricordo


Andrea N.

unread,
Aug 25, 2005, 1:29:22 PM8/25/05
to

"peter schlemihl" <peter.s...@libero.it> ha scritto nel messaggio

> 1. *prima* dell'uso ecclesiastico il termine ha nel latino classico una


> precisa e forte connotazione negativa (che i padri non potevano certo
> ignorare);
> 2. *dopo*, al sorgere dei primi volgari,

per vari motivi (altra lingua, derivazione non diretta, distanza nel tempo)
non ritengo lecito adoperare il volgare per chiarire il senso di un termine
latino.

> 3. *durante* tutto il medioevo e negli stessi padri continua ad
> comparire regolarmente associato a menzogna, assassinio, inganno,
> colpa, eccetera (e già questo solo dovrebbe bastare).

Io non so che tipo di esame abbia fatto tu di "tutto il medioevo" per poter
dire che continua ad comparire regolarmente associato a questo o quest'altro.
Il medioevo comunque non può interessarci, dovendoci limitare ai secoli III
e IV, né prima (dove comunque mancherebbero i testi), né dopo (perché
sarebbe anacronistico).
E secondo il breve esame da me fatto, perfidus compare regolarmente
associato a mancanza di fede. Come questa mancanza di fede sia qualificata,
è proprio quello di cui si discute. Ma non mi sembra corretto dire che il
termine ha un uso generalizzato; ha un uso che si restringe molto al campo
della fede, il che testimonia che qualche particolare senso questo deve
avercelo.

> Di conseguenza non ci si può certo accontentare di dire che "perfidus"
> viene utilizzato nel latino ecclesiastico per designare gli increduli

Da quanto visto, è utilizzato per designare gli increduli, forse quelli che
lo sono in qualche modo per scelta. Sono d'accordo che "incredulo" sia
termine non troppo efficace. Dovrebbe essere una sorta di "incredulo che
così comportandosi tradisce il patto di Dio coll'uomo" oppure "infedele",
come traduceva il card. Schuster. Ma continuo a essere d'accordo con tutti
coloro che negano la possibilità di tradurre "perfido" o "malvagio".

> Tutto ciò verrebbe facilmente confutato se trovassimo un uso costante
> (non sporadico) del termine in riferimento a non credenti che non
> possano essere accusati di colpa o malvagità.

Questo, come già detto, non si può fare. Perché è evidente che la "perfidia"
è il venir meno alla fides, e se tale fides è ignota, come poter usare la
parola?

> L'infedeltà non è forse colpevole? Potrebbe esserci una colpa non
> malvagia?

L'aspetto che pare non interessarti è quello teologico, indice dei rapporti
tra ebrei e cristiani. È ovvio che perfidus iudaeus non è un complimento; ma
non lo sarebbe nemmeno "ostinato peccatore". Io non voglio dire che perfidus
non ha alcuna connotazione negativa: il non accettare la vera fede per i
cristiani o abbandonarla è SEMPRE negativo.
Quello che voglio dire è che dire "perfidus iudaeus" non è dire "perfido
giudeo" o "malvagio giudeo". Dire perfidus iudaeus è dire "giudeo che non ha
accettato la fede" o "giudeo che ha infranto la sua alleanza con Dio, non
accettando il messia". Questo è male, ma non ne deriva che la persona è
malvagia. Si può essere peccatori senza essere qualificati genericamente
come malvagi.
Il perfidus iudaeus non per questo è un uomo malvagio, infido, da cui
guardarsi, una persona da evitare, un "perfido", appunto. Questo non è
lecito ricavarlo dal termine. Lo si è fatto, ma non è lecito. Questo al di
là delle tue argomentazioni di gravità di peccato, tratte da Tommaso che
scrive 800 anni dopo.
Insomma, io sento forte la differenza tra il dire a uno "perfido" e il dire
a uno "infedele" in campo religioso.

>Come faccia, uno
> che deve aver letto i padri, a sostenere che non vi è nessuna Kränkung
> nell'uso di "perfidia", nessuna offesa, nessuna umiliazione, mi riesce
> del tutto misterioso.

Basta ricondurre l'argomentazione sul piano teologico, dove il perfidus è un
uomo che agisce scorrettamente nei riguardi della fede; ma questo non è
trasportabile sul piano della sua condotta in generale, per cui un ebreo che
si fa gli affari suoi può essere una brava persona.
Ripeto: se per Paolo apostolo (ebreo) gli ebrei devono convertirsi,
accettare il messia e levarsi il velo che copre i loro cuori, o si ammette
che per Paolo tutti i non cristiani sono dei perfidi malvagi, oppure si
ridimensiona l'argomento al suo ambito proprio, Paolo o liturgia che sia.
Oppure, con questo metodo, se la normale opposizione tra confessioni
religiose concorrenti diventa reciproca accusa di malvagità sostanziale e
atteggiamento persecutorio, saremmo costretti a leggere allo stesso modo
quanto gli ebrei scrivevano sui non ebrei.

>Vedo invece, con una certa preoccupazione, la tendenza a
> diffondere una storia apologetica e giustificatoria, tendente a
> minimizzare, ad attenuare e, in definitiva, a far passare l'idea che la
> chiesa abbia sempre subito inconsapevole e innocente le tragedie della
> storia.

Io invece vedo un affermarsi del tentativo di diffondere una storia
accusatoria, tendente a scaricare il barile di tutto sulla sola Chiesa, come
se essa fosse artefice di tutte le tragedie della storia, assolvendo in tal
modo tutti gli altri.
Cerco di tenermi alla larga da entrambe le tendenze.

---------------------------------------------

P.S.

>> > "Perfidus" non è ogni eretico, ma l'eretico ostinato,
>>
>> Beh, se non fosse ostinato non sarebbe eretico.... quando per eresia
>> si intende "la *ostinata* negazione, dopo aver ricevuto il battesimo,
>> di una qualche verità che si deve credere per fede divina e
>> cattolica" (Diritto canonico, Can. 751).
>
> Nella tradizione teologica ci sono almeno due definizioni di eresia.
> Una verte sull'opposizione ostinata, l'altra sul contenuto delle
> credenze.
> Da questo secondo punto di vista l'eresia può pure essere inconsapevole
> o involontaria. Le dottrine di Gioacchino da Fiore sono state
> dichiarate eretiche, non lui (perché appunto si è sottomesso al
> giudizio della Chiesa senza ostinarsi nell'opposizione).

Quindi, in definitiva, non era eretico. Era uno che aveva detto eresie,
magari.

-------------------------------

Non ho disponibili i testi informato elettronico

Ciao

Roberto Labanti

unread,
Aug 26, 2005, 1:57:05 AM8/26/05
to
Il Thu, 25 Aug 2005 07:09:11 GMT, "Giuseppe Pagliarulo"
<g.pagl...@tiscali.it> scriveva:

>Ammettiamo anche che nei volgari il termine sia passato
>per via ecclesiastica: in italiano di certo non sarà attestato prima del
>duecento

La prima attestazione che compare nella banca dati dell'Opera del
Vocabolario Italiano del CNR

http://www.vocabolario.org/

è in un testo del 1299, mentre "perfidia" è gia' presente nella meta'
del XIII secolo.

Suggerirei di verificare cola' attestazioni e significati nei vari
contesti.

R.

--
prima di chiedere cerca su
http://www.google.com/
http://groups.google.com/advanced_group_search

peter schlemihl

unread,
Aug 27, 2005, 6:40:37 AM8/27/05
to
In article <r8ePe.101100$fm.67...@news4.tin.it>, Giuseppe Pagliarulo
<g.pagl...@tiscali.it> wrote:

> Dipende. Data la semantica del termine - che ben poco richiama della
> "mancanza di fede" -, io direi che l'uso così come ci è noto oggi ne
> è stato modellato principalmente su quello classico. "Uso dotto" non
> è necessariamente quello ecclesiastico, specie dal Rinascimento in
> poi.

Già, ma nel nostro caso il termine era già abbondantemente in uso alla
metà del XIII secolo. Non esattamente pieno Rinascimento. Sulla
questione ti rimando comunque alla risposta a Roberto Labanti.

> In ogni caso non vedo il senso di tutto quest'affannarsi sul
> connotato di un termine, dato che proprio il connotato è ciò che, del
> significato, tende a variare maggiormente a seconda di epoca, classe
> sociale, temperie culturale e anche individuo.

Le altre tue osservazioni vertono su punti precisi. Sono fondate
su buone ragioni e posso dunque accoglierle volentieri. Ma adesso,
questi rilievi generici, diciamo di "metodo", li trovo decisamente
sorprendenti. Probabilmente ti sei inserito prestando poca attenzione
allo sviluppo del thread.

La discussione è iniziata perché è stato da altri sostenuto che
"perfidus" nel latino ecclesiastico non ha nulla a che fare con il
significato italiano o con quello classico. Il "perfidus" dei padri o
della liturgia non comporterebbe alcuna qualificazione sfavorevole dei
soggetti designati. Nei confronti degli ebrei, ad esempio, non
comporterebbe "alcuna offesa morale".

Queste affermazioni, presentate come certezze, non hanno provocato in
te alcun bisogno di stigmatizzare l'affannarsi intorno ai connotati di
un termine.

Intervieni, invece, quando muovo critiche che non ho motivo finora di
ritenere irragionevoli. Se discutere al riguardo è per te affannarsi
senza costrutto, non capisco perché passare sotto silenzio la pretesa di
fare asserzioni certe intorno a qualcosa su cui non ci sono nemmeno
(secondo te) gli elementi per discutere.

In genere è sempre chi vuole dimostrare che le cose stanno in un
determinato modo che deve provarlo. Se Andrea dice che "perfidus" non
implica alcuna offesa, alcun giudizio morale, non vedo che ci sia di
male ad esaminare la solidità delle prove.

L'argomentazione di fondo è stata sostanzialmente questa: siccome il
termine era usato per gli ebrei, gli eretici e i pagani *allora* non
comporta alcuna accusa di perfidia, secondo l'uso italiano.

Sul valore dell'argomento si è già detto abbastanza. Ma tanto
l'argomento quanto le tue osservazioni sull'inutilità di correre dietro
alle connotazioni mi fanno venire in mente episodio recente.

Un assessore regionale fu intercettato mentre era a colloquio con
alcune eminenti personalità del suo collegio elettorale. Uomini molto
rispettabili, a quanto pare, ma non perdere tempo dietro alle
connotazioni del termine. Andiamo all'essenziale. Nel corso della
conversazione l'assessore si espresse a proposito di alcuni "infami"
che avevano parlato con gli "sbirri" di non so che cosa. Ne nacquero,
com'era prevedibile, polemiche assai accese, in seguito alle quali egli
precisò che per lui "sbirri" non aveva alcuna valenza negativa, né mai
in tutta la sua vita aveva sospettato che potesse essere un termine
spregiativo. Il nostro saggio governatore, il buon presidente della
nostra regione, che era evidentemente un seguace della tua stessa
scuola linguistica, si ritenne soddisfatto della spiegazione e
l'assessore rimase al suo posto (fino a quando non fu rinviato a
giudizio). In effetti, "sbirro" designa i poliziotti, così come
perfidus nel latino eccllesiastico gli infedeli. E d'altra parte,
accertata la denotazione, che senso ha accapigliarsi sulle
connotazioni? Da questo episodio emerge con chiarezza quale sia il
valore di una corretta educazione filologica per la società civile.
Quel che a una mente meno criticamente avveduta, come la mia, sarebbe
apparso motivo di scandalo, fu ridotto dal nostro presidente alla sua
autentica dimensione di banale equivoco. Con indubbi vantaggi sul piano
della serenità pubblica.

> Non vedo il costrutto di paragonare, anacronisticamente, un uso
> latino tardo e specialistico a uno volgare bassomedievale chiaramente
> non originale. In altre parole, la mancanza di una continuità dal
> latino al volgare rende il tuo argomento fallace.

Infatti avevo già accettato i tuoi precedenti rilievi. Però se l'uso
volgare deriva, come sembra, da quello ecclesiastico, le cose assumono
un aspetto leggermente diverso. Almeno per chi voglia asserire che il
significato ecclesiastico non ha nulla a che fare con quello volgare.

E' verissimo che

> nell'*ipotesi* di una derivazione dell'uso volgare da quello
> ecclesiastico): ha avuto ben un millennio per evolvere.

Ma non ti pare che, di nuovo, dovrebbe essere colui che pretende di
dimostrare una discontinuità nell'uso a portare le prove che tale
discontinuità c'è effettivamente stata?

> Può darsi, per esempio, che il termine latino ecclesiastico avesse
> originariamente connotato ben meno spregiativo di quello volgare e
> l'abbia acquisito col tempo

Di questo dubito fortemente. Gli esempi di Cipriano addotti da Andrea
non confortano affatto una tale ipotesi. Ed è da discutere se Tommaso
utilizzi il termine in modo molto diverso da Cipriano.

> > Comunque, siccome la cosa mi interessa, hai ulteriori notizie in
> > merito (a parte il fatto di trovare "voce dotta" sui dizionari)?
>
> No, sui dizionari non c'è scritto. Basta solo conoscere un po' di
> mutamenti fonetici che colpiscono il volgare italiano e fare caso al
> fatto che _perfido_ e _perfidia_ non ne sono colpiti.

E' una buona spiegazione. Poiché il mio background è storico-filosofico
sono cose che per me non hanno motivo di essere ovvie.

peter schlemihl

unread,
Aug 27, 2005, 6:35:34 AM8/27/05
to
In article <86btg1lds4qbok459...@4ax.com>, Roberto
Labanti <rlab...@despammed.com> wrote:

> La prima attestazione che compare nella banca dati dell'Opera del
> Vocabolario Italiano del CNR
>
> http://www.vocabolario.org/
>
> è in un testo del 1299, mentre "perfidia" è gia' presente nella meta'
> del XIII secolo.
>
> Suggerirei di verificare cola' attestazioni e significati nei vari
> contesti.

Infatti le prime attestazioni sono datate nel sito OVI intorno alla
metà del XIII secolo. Avevo già citato, in uno dei precedenti messaggi,

Andrea da Grosseto (ed. Selmi), 1268 (tosc.) [L. 3, cap. 27 | page 285]

4 Et gravissimi nemici sono color,
5 che, per infignimento d'amistà, tradono gli altri,
6 e son que' cotali da schifare. Onde disse un savio:

7 schifate li PERFIDI amici, non credendo lor alcuna
8 cosa, e guardando ognie cosa. E però de' subitamente
9 lasciare l'amistà loro;

ma si potrebbe ricordare, fra gli altri, anche questo passo:

Giostra virtù e vizi, XIII ex. (march.) [Parte non numerata 1 | page
331]

195 La Sperança seguiscela, de gran confortu plena
196 desfine a lo morire;
197 coltellu ad latu portase de fervente doctrina,
198 ke on'homo fay morire.
199 Trovò la Risia [Eresia] PERFIDA ke con Scisma confina,
200 tosto la fe' fugire
201 et de morte morire
202 cum ferute doliose
203 et arme glorïose
204 de scriptura lucente.

Proprio una (rapida) occhiata a quella banca dati mi aveva convinto del
fatto che l'uso italiano antico non può essere senza legami con quello
ecclesiastico. Se non di rado "perfido" vuol dire solo "traditore" o
malvagio, fin troppo frequentemente ricorre a proposito di giudei,
eretici o uomini comunque destinati alla dannazione eterna. Spesso
*anche* con il significato di traditore e malvagio. Laddove tale
associazione non appare esplicitamente, non sarebbe comunque in palese
contraddizione con il contesto complessivo. Non ci sono motivi per
pensare che "perfido" non potesse significare l'una e l'altra cosa. Non
riesco a vedere ragioni per differenziare, in questo stadio, l'uso
ecclesiastico da quello volgare.

peter schlemihl

unread,
Aug 27, 2005, 7:09:05 AM8/27/05
to
In article <dekv8j$fic$1...@area.cu.mi.it>, Andrea N.
<conteandrea...@libero.it> wrote:

> > Tutto ciò verrebbe facilmente confutato se trovassimo un uso
> > costante (non sporadico) del termine in riferimento a non credenti
> > che non possano essere accusati di colpa o malvagità.
>
> Questo, come già detto, non si può fare. Perché è evidente che la
> "perfidia" è il venir meno alla fides, e se tale fides è ignota, come
> poter usare la parola?

Inizialmente avevi detto che

> Il termine "perfidus" va quindi tradotto, in questo contesto, con:

> "Senza fede, infedele, incredulo, non credente, miscredente,
> pagano, eretico".

Ora, se significasse genericamente "non credente" la cosa sarebbe
possibile.
Ma dato che sei concordi nel restringere il significato a "infedele
(per scelta)" andiamo a vedere perché continui

> a essere d'accordo con tutti coloro che negano la possibilità di
> tradurre "perfido" o "malvagio".

Ti chiedevo:

> > L'infedeltà non è forse colpevole? Potrebbe esserci una colpa non
> > malvagia?

Ora rispondi:



> L'aspetto che pare non interessarti è quello teologico, indice dei
> rapporti tra ebrei e cristiani. È ovvio che perfidus iudaeus non è un
> complimento; ma non lo sarebbe nemmeno "ostinato peccatore". Io non
> voglio dire che perfidus non ha alcuna connotazione negativa: il non
> accettare la vera fede per i cristiani o abbandonarla è SEMPRE
> negativo.

Fin qui siamo d'accordo.

> Quello che voglio dire è che dire "perfidus iudaeus" non è dire
> "perfido giudeo" o "malvagio giudeo". Dire perfidus iudaeus è dire
> "giudeo che non ha accettato la fede" o "giudeo che ha infranto la
> sua alleanza con Dio, non accettando il messia". Questo è male, ma
> non ne deriva che la persona è malvagia. Si può essere peccatori
> senza essere qualificati genericamente come malvagi.

Mi sembra che stiamo giocando con le parole. Il peccatore, in quanto
peccatore, è portatore di una colpa, è responsabile di qualcosa di
cattivo. Il "perfido giudeo" ha tradito ed è colpevole per averlo
fatto. Ciò, di per sé, merita la pena eterna. Questo, ovviamente, non
vuol dire che un ebreo (o un peccatore) non possa pentirsi o
ravvedersi. Resta il fatto che *in quanto ladro* o *in quanto giudeo*
è, indipendentemente da ogni altra considerazione, di per sé cattivo.
Cattivo in quanto ladro o in quanto giudeo. Io sto discutendo di
questo.

> Il perfidus iudaeus non per questo è un uomo malvagio, infido, da cui
> guardarsi, una persona da evitare, un "perfido", appunto. Questo non
> è lecito ricavarlo dal termine. Lo si è fatto, ma non è lecito.

Non è detto che sia perfido nei miei confronti, o nei tuoi. Lo è,
teologicamente, verso Dio. Lo è nel suo essere ebreo. E' motivo
sufficiente per andare all'inferno e non lo sarebbe per essere
giudicato cattivo?

> Questo al di là delle tue argomentazioni di gravità di peccato,
> tratte da Tommaso che scrive 800 anni dopo.

Cipriano, Ambrogio, Agostino come la pensano sulla questione?

Giuseppe Pagliarulo

unread,
Aug 27, 2005, 9:34:39 AM8/27/05
to

"peter schlemihl"

> Già, ma nel nostro caso il termine era già abbondantemente in uso alla
> metà del XIII secolo. Non esattamente pieno Rinascimento.

Verissimo, ma non credo che significhi molto. Tu stesso riconosci che il
termine era impiegato nei due sensi. Dante lo usa solo nel senso classico. E
Dante ha, tra i propri modelli, Virgilio e altri autori classici che con la
cultura cristiana non hanno nulla a che fare. Ripeto, quindi, che un termine
"dotto" non è necessariamente un termine ripreso dall'uso ecclesiastico. Né
è necessario, pur ammettendo una derivazione per via ecclesiastica, che un
termine passato dal latino all'italiano conservi inalterato tutto il carico
semantico che ha nel latino ecclesiastico, altrimenti, per fare un esempio,
_idiota_ dovrebbe significare "converso".

> Le altre tue osservazioni vertono su punti precisi. Sono fondate
> su buone ragioni e posso dunque accoglierle volentieri. Ma adesso,
> questi rilievi generici, diciamo di "metodo", li trovo decisamente
> sorprendenti. Probabilmente ti sei inserito prestando poca attenzione
> allo sviluppo del thread.

Mi sono inserito per delle semplici osservazioni "tecniche" su un punto
preciso del tuo ragionamento. Osservazioni che valgono per te come per
Andrea, naturalmente.

> Queste affermazioni, presentate come certezze, non hanno provocato in
> te alcun bisogno di stigmatizzare l'affannarsi intorno ai connotati di
> un termine.

Ho risposto a te perché ho cominciato a leggere il thread il 24 agosto e il
post più recente che ho trovato era il tuo.

> Intervieni, invece, quando muovo critiche che non ho motivo finora di
> ritenere irragionevoli. Se discutere al riguardo è per te affannarsi
> senza costrutto,

Il punto era un altro. Non ha costrutto la pretesa di stabilire in
*assoluto* se un termine è spregiativo o no. _Borghese_, per uscire dal
lessico religioso, è un termine spregiativo, secondo te?
Puoi dire, al massimo, che il termine è usato spregiativamente in un certo
autore, in una certa opera, in un certo periodo. E questo vale per te come
per Andrea, naturalmente.

non capisco perché passare sotto silenzio la pretesa di
> fare asserzioni certe intorno a qualcosa su cui non ci sono nemmeno
> (secondo te) gli elementi per discutere.

Gli elementi ci sono, dipende dall'uso che se ne vuole fare. Tu stai
cercando di dimostrare che _perfidus_ in latino ecclesiastico è termine
spregiativo in assoluto, Andrea che non lo è in assoluto, e correggetemi se
sbaglio. L'impressione che io ho ricavato dalla lettura del thread è che a
volte è usato spregiativamente, a volte no.

> Un assessore regionale fu intercettato mentre era a colloquio con
> alcune eminenti personalità del suo collegio elettorale. Uomini molto
> rispettabili, a quanto pare, ma non perdere tempo dietro alle
> connotazioni del termine. Andiamo all'essenziale. Nel corso della
> conversazione l'assessore si espresse a proposito di alcuni "infami"
> che avevano parlato con gli "sbirri" di non so che cosa. Ne nacquero,
> com'era prevedibile, polemiche assai accese, in seguito alle quali egli
> precisò che per lui "sbirri" non aveva alcuna valenza negativa, né mai
> in tutta la sua vita aveva sospettato che potesse essere un termine
> spregiativo. Il nostro saggio governatore, il buon presidente della
> nostra regione, che era evidentemente un seguace della tua stessa
> scuola linguistica, si ritenne soddisfatto della spiegazione e
> l'assessore rimase al suo posto

Perché il governatore si era accontentato di spiegazioni su una singola
parola perdendo di vista (volutamente?) tutta la conversazione che, per come
me l'hai raccontata, è assai poco equivoca. Il senso di una parola è dato
anche (o soprattutto) dalle parole che la circondano e non esistono due atti
linguistici uguali. Se io sto facendo quattro chiacchiere con un mio amico
carabiniere e tra le risate gli do dello "sbirro" secondo te tengo un
atteggiamento sospetto?

> Infatti avevo già accettato i tuoi precedenti rilievi. Però se l'uso
> volgare deriva, come sembra, da quello ecclesiastico, le cose assumono
> un aspetto leggermente diverso. Almeno per chi voglia asserire che il
> significato ecclesiastico non ha nulla a che fare con quello volgare.

Io ho l'impressione che alcuni autori si rifacciano maggiormente all'uso
ecclesiastico e altri maggiormente a quello classico, a seconda della loro
formazione.

> > nell'*ipotesi* di una derivazione dell'uso volgare da quello
> > ecclesiastico): ha avuto ben un millennio per evolvere.
>
> Ma non ti pare che, di nuovo, dovrebbe essere colui che pretende di
> dimostrare una discontinuità nell'uso a portare le prove che tale
> discontinuità c'è effettivamente stata?

Certo che c'è stata. In latino ecclesiastico _perfidus_ ha un significato
diverso che in latino classico. Meglio, ha subito un ampliamento di
significato. Qui si parla del significato che l'aggettivo assume in un
determinato contesto: un significato diverso da quello dell'italiano
_perfido_ e dal latino classico _perfidus_; un significato nuovo e
specializzato, e tanto è sufficiente. In un testo questo significato appare
accompagnato da un connotato negativo? Anche _demente_ è termine che può
presentarsi con un connotato negativo. Ma leggendolo in una cartella clinica
lo riterresti spregiativo per la persona cui si riferisce?

> > No, sui dizionari non c'è scritto. Basta solo conoscere un po' di
> > mutamenti fonetici che colpiscono il volgare italiano e fare caso al
> > fatto che _perfido_ e _perfidia_ non ne sono colpiti.
>
> E' una buona spiegazione.

Per la cronaca, in caso di derivazione volgare invece di _perfidia_ dovremmo
avere qualcosa come *perféggia e invece di _perfido *pèrto o *pèrfedo.

Andrea N.

unread,
Aug 28, 2005, 1:07:33 PM8/28/05
to

"peter schlemihl" <peter.s...@libero.it> ha scritto nel messaggio

> Inizialmente avevi detto che


>
>> Il termine "perfidus" va quindi tradotto, in questo contesto, con:
>> "Senza fede, infedele, incredulo, non credente, miscredente,
>> pagano, eretico".

Questo era una sintesi di quello che avevo velocemente letto. Ora come ora
mi pare che se si debba proprio scegliere una sola parola, la migliore sia
"infedele"

> Ma dato che sei concordi nel restringere il significato a "infedele
> (per scelta)"

Su questo, penso che sia così, ma occorrerebbe fare un'analisi molto
approfondita. E soprattutto starei attento a non addossare al singolo
appartenente a una "fede infedele" una responsabilità personale grave di
infedeltà. Perché se è vero che il rifiuto volontario della rivelazione può
essere considerato un peccato grave, questo peccato grave va evidentemente
commisurato alle reali condizioni del singolo. Se l'ebraismo in sé è stato
infedele, dal punto di vista cristiano, e non ha voluto riconoscere il
messia, questo non significa che i cristiani possano accusare di infedeltà
personale ciascun ebreo, come se tutti avessero un'uguale responsabilità di
infedeltà. Evidentemente gli ebrei che conobbero Gesù e non lo accettarono
avranno avuto in tipo di infedeltà ben diverso da ebrei vissuti 300 anni
dopo che non hanno conosciuto Gesù ma solo la sua dottrina, e magari per
sentito dire.
Insomma, mi pare che questo tipo di "giudizi collettivi" vada interpretato
diversamente dai giudizi sui singoli. Per cui se l'ebraismo e "gli ebrei" in
generale sono infedeli, ogni ebreo singolo avrà un diverso tipo di
infedeltà, grande o piccola a seconda delle sue capacità, delle sue
conoscenze, delle sue intenzioni. E anche il peccato più grave, se compiuto
involontariamente o senza pieno consenso, non è imputabile. Per questo le
dichiarazioni di peccato di tipo collettivo vanno sempre prese con le molle;
anche perché in teologia morale non esiste responsabilità collettiva, ma
sono singola, e non si possono mai considerare sullo stesso piano diverse
persone per il fatto di essere accomunate da medesimo peccato.


> Mi sembra che stiamo giocando con le parole. Il peccatore, in quanto
> peccatore, è portatore di una colpa, è responsabile di qualcosa di
> cattivo. Il "perfido giudeo" ha tradito ed è colpevole per averlo
> fatto. Ciò, di per sé, merita la pena eterna. Questo, ovviamente, non
> vuol dire che un ebreo (o un peccatore) non possa pentirsi o
> ravvedersi. Resta il fatto che *in quanto ladro* o *in quanto giudeo*
> è, indipendentemente da ogni altra considerazione, di per sé cattivo.
> Cattivo in quanto ladro o in quanto giudeo.

Io non sto giocando con le parole, ma mi sembra più difficile spiegarlo che
percepirlo. L'ebraismo in sé è considerato infedele, ma questo anche solo a
pelle non significa che i singoli ebrei siano dei cattivi. Perché la maggior
parte di ebrei e cristiani non è stata neanche messa nella condizione di
poter conoscere decentemente la fede dell'altro e aderirvi o rifiutarla
coscientemente.
In quanto ebreo egli aderisce (sempre dal punto di vista cristiano) a una
religione che è stata in qualche modo infedele verso Dio, ma questo non mi
sembra che possa essere una dichiarazione di cattiveria di tutti gli ebrei.

> Non è detto che sia perfido nei miei confronti, o nei tuoi. Lo è,
> teologicamente, verso Dio. Lo è nel suo essere ebreo. E' motivo
> sufficiente per andare all'inferno e non lo sarebbe per essere
> giudicato cattivo?

L'essere ebreo non è motivo sufficiente per andare all'inferno. E
sicuramente i cristiani non sanno quando uno va o non va all'inferno. Ma io
continuo a pensare (e credo che tutti gli autori che ho letto pensino allo
stesso modo) che la parola italiana perfido non possa rappresentare bene
quello che il latino significa, soprattutto nel contesto in cui è inserito.
Il contesto è una preghiera perché gli ebrei infedeli si convertano. Non è
un testo in cui si elencano le cattiverie degli ebrei e li si presenta come
personaggi malvagi o traditori.
Colui che ha composto una tale preghiera credo che semplicemente percepisse
l'ebraismo come lo percepiva la tradizione cristiana, cioè come una
religione nell'errore che avrebbe dovuto confluire nel cristianesimo. Che è
esattamente quello che i cristiani anche oggi pensano di tutti i non
cristiani.
Gli ebrei credenti non pensano che tutti gli altri debbano diventare ebrei,
ma pensano che tutti gli altri siano nell'errore, cristiani compresi. E' un
atteggiamento reciproco che non presume la percezione dell'altro come una
persona malvagia (che poi questo in certi momenti storici sia avvenuto, è un
altro problema).
Ci sono testi di cristiani verso ebrei e di ebrei verso cristiani in cui si
legge un astio personale,un giudizio morale negativo che va ben al di là
della considerazione teologica; ma non mi sembra il caso di questa
preghiera, anche se essa può essere servita di appiglio per sostenere tali
argomentazioni.

Se poi si vuole considerare che l'opposizione teologica tra cristiani ed
ebrei e tra ebrei e cristiani si porti dietro necessariamente una
demonizzazione dell'altro e una considerazione dell'altro come di un perfido
o di un malvagio, allora non ci si salva più. E non ci si salverà mai più,
perché gli ebrei non cesseranno di considerare devianti i cristiani e i
cristiani non cesseranno di considerare incompleti gli ebrei, ed entrambi
non cesseranno di vedere di cattivo occhio l'islam. Ma, appunto, questa
opposizione reciproca sul versante teologico mi sembra ben diversa da quella
che può avvenire dal punto di vista umano in generale. Appartenere a una
confessione religiosa qualificata come infedele verso Dio mi sembra anche a
percezione umana molto diverso che accusare di perfidia i singoli
appartenenti ad essa.

> Cipriano, Ambrogio, Agostino come la pensano sulla questione?

Non saprei, ora come ora


Piero F.

unread,
Aug 29, 2005, 8:38:35 AM8/29/05
to

"peter schlemihl" ha scritto

> Vi sono numerosi esempi di autori classici che non possono
> proprio ridursi, con tutta la buona volontà, al significato di
> "persona che non ha/dà fiducia a qualcosa".

Hai ragione, gli esempi che porti testimoniano del valore semantico,
assolutamente negativo, già presente in *perfidus*.
Ciò significa che la sovrapposizione - o la fusione - con *infidus* era
avvenuta precedentemente all'età classica del latino. Del resto
l'etimologia non permette, in sè, di dedurre le epoche di trasformazione
delle parole, ma solo di risalire a un (supposto) indoeuropeo comune. Per
la datazione, ci si deve servire dei documenti scritti, come giustamente
fai tu.


> Perché non si crede? E' frutto del caso, di qualcosa
> indipendente da noi? La risposta dei padri è che ne
> è causa il peccato, di cui siamo responsabili. Altrimenti,
> non vi sarebbe alcun motivo per condannare l'incredulità.

Il ragionamento non fa una grinza, ma su questo ero d'accordo fin
dall'inizio. La condanna dell'incredulità come "peccato" mi risulta
derivare dai concilii ecumenici del IV secolo, però ero sicuro (e ora
inizio a dubitare, sarò diventato... perfidus ;-)) che il termine non
fosse così *fortemente* negativo, a quell'epoca.

> Questo è il punto chiave del nostro disaccordo. Spero
> di avere mostrato perché la penso diversamente: i vocabolari
> raccontano una storia diversa.

Certo, però i vocabolari non sono sufficienti a dirimere la questione,
perché le sfumature di significato possono variare da contesto a contesto,
e da epoca ad epoca: nemmeno i dizionari etimologici sono in grado di
ricostruire la precisa storia di una parola. Seguendo lo sviluppo del
thread, vedo infatti che ti si sta contestando una certa "debolezza" di
metodo, cosa che non permette di giungere a conclusioni certe. Per quanto
mi riguarda, come ho già riconosciuto, le tue citazioni da autori classici
mi hanno inoculato il (salutare) germe del dubbio :-)

--
Piero F.

peter schlemihl

unread,
Sep 3, 2005, 7:28:47 AM9/3/05
to
In article <_eDQe.333$VO3...@tornado.fastwebnet.it>, Piero F.
<mail...@people.it> wrote:

> > Spero di avere mostrato perché la penso diversamente: i vocabolari
> > raccontano una storia diversa.
>
> Certo, però i vocabolari non sono sufficienti a dirimere la
> questione, perché le sfumature di significato possono variare da
> contesto a contesto, e da epoca ad epoca: nemmeno i dizionari
> etimologici sono in grado di ricostruire la precisa storia di una
> parola.

Un attimo: il discorso che stiamo facendo riguarda l'uso quale è
testimoniato nei documenti scritti, l'uso "letterario". Il corpus delle
opere latine di quel periodo da noi conosciuto è finito. Di conseguenza
i contesti che ci interessano sono limitati ed accessibili. Si suppone
che un buon vocabolario scientifico abbia proceduto ad uno spoglio
sistematico dei testi.

> Seguendo lo sviluppo del thread, vedo infatti che ti si sta
> contestando una certa "debolezza" di metodo, cosa che non permette di
> giungere a conclusioni certe.

Quanto a debolezze di metodo mettiamola così: non riesco ancora a
vedere ragioni per sostenere che "perfidus" abbia assunto un
significato specifico che *non* aveva alcuna connotazione spregiativa.
Poiché invece ci sono documenti da cui emerge chiaramente come
continuasse ad essere usato spregiativamente, mi chiedo se sia più
fondato negare od affermare l'innocenza del termine. Non dovrei essere
io a provare che era *generalmente* spregiativo, dovrebbe essere chi lo
nega e suppone una discontinuità ad argomentare (meglio) le ragioni
della sua tesi.

peter schlemihl

unread,
Sep 3, 2005, 7:28:05 AM9/3/05
to
In article <PZZPe.109172$fm.71...@news4.tin.it>, Giuseppe Pagliarulo
<g.pagl...@tiscali.it> wrote:

> Tu stai cercando di dimostrare che _perfidus_ in latino ecclesiastico
> è termine spregiativo in assoluto, Andrea che non lo è in assoluto, e
> correggetemi se sbaglio. L'impressione che io ho ricavato dalla
> lettura del thread è che a volte è usato spregiativamente, a volte
> no.

Io osservo che supporre una discontinuità nell'uso di un termine
richiede sempre una prova specifica. Tale prova, riguardo alla
connotazione, non può essere fornita dal solo fatto che è parzialmente
cambiata l'estensione del termine.

Per esprimerci più chiaramente, se "perfidus" a un certo punto viene
affibbiato dagli autori cristiani agli infedeli, ciò non dimostra
affatto che avesse perso qualsivoglia valenza spregiativa e infamante.
Mi sembra, anzi, più ragionevole ed economico pensare che fosse scelto
giusto quel termine proprio perché si avevano intenti denigratori.

Per dimostrare che "perfidus" è un termine tecnico e non può essere
inteso come malvagio Andrea ha proposto 29 luoghi di Cipriano in cui il
termine ricorre. Suppongo quindi che Cipriano sia un autore
rappresentativo dell'uso ecclesiastico. Nella maggior parte dei casi
era associato a termini implicanti malvagità o si trovava in contesti
dai quali emergeva una qualche forma di condanna morale. Laddove ciò
non era esplicito (in una minoranza di casi) non vi erano però
indicazioni chiare che escludessero una connotazione sfavorevole.

Io non ho a disposizione le banche dati del CETEDOC o i CD della
Patrologia latina, ma dall'index thomisticus e dalla mia limitata
esperienza di testi patristici e medievali non traggo conclusioni molto
diverse.

Dovrebbe comunque essere abbastanza semplice, con i mezzi odierni, fare
un controllo del genere sui Padri. Fino a prova contraria, però, non
vedo motivi per ritenere che l'uso ecclesiastico rappresenti niente di
più che un semplice ampliamento del significato del termine, mantenendo
sostanzialmente la sua connotazione originaria.

Ripeto: è chi vuole dimostrare una discontinuità nella connotazione che
deve darne prova. E ciò non si può fare solo affermando che la
denotazione comprende ora soggetti inizialmente non previsti.

> Se io sto facendo quattro chiacchiere con un mio amico carabiniere e
> tra le risate gli do dello "sbirro" secondo te tengo un atteggiamento
> sospetto?

Certo che no. Ma perché hai sentito il bisogno di scrivere "tra le
risate"? Forse perché *di norma* non è proprio un complimento? Tornando
al nostro discorso, non direi che in Cipriano e in Ambrogio vengano
fuori ammiccamenti del tipo "stiamo scherzando, non prendeteci sul
serio quando diamo del farabutto ad un infedele".

> Io ho l'impressione che alcuni autori si rifacciano maggiormente
> all'uso ecclesiastico e altri maggiormente a quello classico, a
> seconda della loro formazione.

Non ho motivi di credere (a meno che non si *voglia* crederlo) che
l'uso ecclesiastico fosse troppo diverso da quello classico o volgare.
La differenza, in definitiva, è che il termine viene qui regolarmente
attribuito a una particolare categoria di persone, con intenti
squalificanti. Ma continua a caratterizzare, come prima e dopo, una
qualche forma di slealtà e tradimento. Slealtà e tradimento,
ovviamente, sono a loro volta delle sottospecie di malvagità. Non vedo
quindi ragione per sostenere che "perfidus", nel latino ecclesiastico,
non implichi alcuna accusa, offesa od umiliazione morale. Il giudizio
moralmente negativo mi pare indiscutibile.



> > Ma non ti pare che, di nuovo, dovrebbe essere colui che pretende di
> > dimostrare una discontinuità nell'uso a portare le prove che tale
> > discontinuità c'è effettivamente stata?
>
> Certo che c'è stata. In latino ecclesiastico _perfidus_ ha un
> significato diverso che in latino classico. Meglio, ha subito un
> ampliamento di significato.

Non sono stato chiaro. Stavo ora parlando di un'altra discontinuità.
Se il termine in uso nel volgare italiano è di derivazione
ecclesiastica, chi volesse sostenere che il "perfidus" di Cipriano ha
valore diverso dal "perfido" di Dante dovrebbe mostrare perché. Il
fatto che per Cipriano sia utilizzato a proposito degli infedeli non è
una prova. Dimostra solo che a Cipriano la perfidia degli infedeli
stava molto a cuore, non che non avrebbe qualificato come "perfido"
nessun altro.

> Qui si parla del significato che l'aggettivo assume in un determinato
> contesto: un significato diverso da quello dell'italiano _perfido_ e
> dal latino classico _perfidus_; un significato nuovo e specializzato,
> e tanto è sufficiente.

E perché mai diverso? E perché mai specializzato? Prendiamo Lattanzio
(de mortibus persecutorum):

29.8
imperatore ribelle, padre empio, suocero PERFIDO. Ascoltò il resoconto
dei delitti da lui commessi...
(imperatorem rebellis imperator, pater impius, socer PERFIDUS. Audit
scelera quae fecit...)

44.10
Ultimata così la crudelissima lotta, con grande gioia del Senato e del
popolo romano, l'imperatore Costantino è accolto e viene a conoscenza
della PERFIDIA di Massimino, sequestra le lettere e scopre le statue e
le immagini.
(Confec to tandem acerbissimo bello cum magna senatus populique Romani
laetitia susceptus imperator Constantinus Maximini PERFIDIAM cognoscit,
litteras deprehendit, statuas et imagines invenit).

Dopo aver sconfitto Massenzio, Costantino scopre le lettere che aveva
con lui scambiato Massimino Daia e le statue e le immagini con le quali
era espresso il reciproco riconoscimento.

Non vedo qui un significato nuovo o specializzato in "perfidus" e
"perfidia": mi pare continuino a indicare slealtà e tradimento. Anche
per le considerazioni fatte prima, tutto si può dire ma non certo che

> tanto è sufficiente.

Quanto all'ultima tua osservazione

> In un testo questo significato appare accompagnato da un connotato
> negativo? Anche _demente_ è termine che può presentarsi con un
> connotato negativo. Ma leggendolo in una cartella clinica lo
> riterresti spregiativo per la persona cui si riferisce?

l'esempio non è calzante. Demente è voce dotta e la sua storia è
probabilmente la stessa di tante altre espressioni mediche o
specialistiche che indicando una patologia o una minorazione hanno
finito col diventare insulti. Come isterico o deficiente. Nel nostro
caso si tratta invece di un termine originariamente spregiativo. E'
abbastanza improbabile che diventi un termine "tecnico". Il cammino, di
norma, è inverso.

peter schlemihl

unread,
Sep 3, 2005, 12:20:33 PM9/3/05
to
In article <desr4q$dfc$1...@area.cu.mi.it>, Andrea N.
<conteandrea...@libero.it> wrote:

> starei attento a non addossare al singolo appartenente a una "fede
> infedele" una responsabilità personale grave di infedeltà. Perché se
> è vero che il rifiuto volontario della rivelazione può essere
> considerato un peccato grave, questo peccato grave va evidentemente
> commisurato alle reali condizioni del singolo.
> Se l'ebraismo in sé è stato infedele, dal punto di vista cristiano, e
> non ha voluto riconoscere il messia, questo non significa che i
> cristiani possano accusare di infedeltà personale ciascun ebreo, come
> se tutti avessero un'uguale responsabilità di infedeltà.

Già, il punto è però la "volontarietà". Un ebreo che in piena
coscienza, consapevolmente, rifiuta il cristianesimo sarebbe colpevole
e responsabile personalmente. Per motivi che ho già accennato in
precedenza mi pare che "perfidus" venga usato, in maniera propria,
giusto a proposito dell'infedeltà consapevole. Se così è, sarebbe
abbastanza vano cercare di districare la "perfidia"/infedeltà dalla
malvagità del singolo infedele. La prima costituirebbe semplicemente un
aspetto della seconda.

> Insomma, mi pare che questo tipo di "giudizi collettivi" vada
> interpretato diversamente dai giudizi sui singoli. Per cui se
> l'ebraismo e "gli ebrei" in generale sono infedeli, ogni ebreo
> singolo avrà un diverso tipo di infedeltà, grande o piccola a seconda
> delle sue capacità, delle sue conoscenze, delle sue intenzioni. E
> anche il peccato più grave, se compiuto involontariamente o senza
> pieno consenso, non è imputabile. Per questo le dichiarazioni di
> peccato di tipo collettivo vanno sempre prese con le molle; anche
> perché in teologia morale non esiste responsabilità collettiva, ma
> sono singola, e non si possono mai considerare sullo stesso piano
> diverse persone per il fatto di essere accomunate da medesimo
> peccato.

Il problema non è "giudeo" ma "perfido". Poniamo che io dica "musulmani
terroristi": secondo la tua logica argomentativa, dato che si tratta di
un giudizio collettivo, ne dovremmo concludere che nelle intenzioni del
parlante "terroristi" non è un attributo negativo e non indica una
responsabilità criminale?

"Perfidi giudei" o "italiani ladri" sono espressioni che acquistano
senso in relazione all'epiteto. Ora, il fatto che ci possano essere
diversi gradi di responsabilità criminale in un latrocinio, non muta di
una virgola il senso complessivo dell'espressione.

Anche la teologia morale qui c'entra poco. La colpa di infedeltà è
personale, ma è appunto la colpa caratterizzante quella categoria di
persone che deliberatamente scelgono l'ebraismo invece del
cristianesimo. La tua obiezione suona un po' come se dicessi: "non
facciamo di un erba un fascio: dire che i parricidi sono assassini è
un'indebita generalizzazione. E' un giudizio collettivo, ma in teologia
morale non esiste responsabilità collettiva e quindi non si può
inferire che essa condanni i parricidi come assassini". In realtà
l'essere consapevolmente ebrei costituisce una particolare forma di
infedeltà, di colpa *personale* e singolare. Così come il parricidio è
una forma di omicidio.

> L'ebraismo in sé è considerato infedele, ma questo anche solo a pelle
> non significa che i singoli ebrei siano dei cattivi. Perché la
> maggior parte di ebrei e cristiani non è stata neanche messa nella
> condizione di poter conoscere decentemente la fede dell'altro e
> aderirvi o rifiutarla coscientemente. In quanto ebreo egli aderisce
> (sempre dal punto di vista cristiano) a una religione che è stata in
> qualche modo infedele verso Dio, ma questo non mi sembra che possa
> essere una dichiarazione di cattiveria di tutti gli ebrei.

Da queste parole risulterebbe però confermato che un'adesione
deliberata all'ebraismo costituisca appunto

> una dichiarazione di cattiveria.

Teologicamente, s'intende.

> L'essere ebreo non è motivo sufficiente per andare all'inferno.

Io non discuto le tue convinzioni personali, o la dottrina teologica
della Chiesa dopo il Vaticano II. Stiamo parlando del senso che
"perfidus" poteva avere per gli scrittori ecclesiastici della tarda
antichità.

Per i quali "non c'è salvezza fuori dalla Chiesa" (Cipriano), infatti
"chiunque voglia venir salvato, è necessario innanzitutto che abbia la
fede: se qualcuno non l'avrà conservata integra e intatta senza dubbio
perirà in eterno (absque dubio in aeternum peribit)" (Simbolo
Quicumque).

Ancora più chiaro, un po' più tardi, Gregorio II: "quanti ora non sono
in essa (nella chiesa) o in essa non saranno stati o si sono
allontanati o si allontaneranno da essa o hanno rinnegato nel male
dell'incredulità (se non si pentono) ... saranno puniti con la condanna
della dannazione eterna e alla fine del tempo verranno bruciati con il
diavolo e i suoi soci in roghi vomitanti fiamme" (XVI sinodo di Toledo,
693).

Non mi pare lasci molto spazio alla possibilità che un ebreo convinto
si possa salvare. Certo, non è possibile escludere che questo Baruch o
quel Mosè si siano pentiti in segreto o in punto di morte, ma solo per
questo puoi dire che

> i cristiani non sanno quando uno va o non va all'inferno.

Ma che l'ebraismo (consapevole) possa essere motivo sufficiente di
dannazione direi che non ci piove. I concili successivi, fino a quello
di Firenze, non hanno fatto che seguire una strada già tracciata in
quest'epoca.

A poposito, ecco un passo di Ambrogio sula questione:

[1106B] (la synagoga è) perfidiae locus, impietatis domus, amentiae
receptaculum, quod Deus damnavit ipse.

Ma in Ambrogio, i luoghi nei quali "perfidia" e "perfidus" sono da
intendersi come menzogna o colpa sono tanti. Ecco qualche esempio, ma
tu, con gli strumenti che hai disposizione, ne troverai facilmente
altri (e sarebbe interessante sapere cosa viene fuori da
un'esplorazione più accurata):

[882C] Omnis perfidia, omnis fallacia meretrix, non illa sola, quae
corpus prostituit suum; sed omnis anima quae spem suam vendit

[943B] suae impietatis atque perfidiae

[945A] ne Arianorum perfidia possit ulterius vel latere, vel serpere

[1014A] Mutavit ergo vocabulum, sed perfidiam non mutavit: exuit lupum,
sed induit lupum.

Questo, invece, è Simmaco. Non un cristiano, dunque, ma un testimone di
come i non cristiani intendevano una parola che era utilizzata dai
cristiani per designare proprio loro:

[967B]
Omnia quidem Deo plena sunt, nec ullus perfidis tutus est locus: sed
plurimum valet ad metum delinquendi etiam praesentia religionis urgeri.

Direi che il nesso tra perfidia/menzogna e delinquere è
sufficientemente palese.

> Gli ebrei credenti non pensano che tutti gli altri debbano diventare
> ebrei, ma pensano che tutti gli altri siano nell'errore, cristiani
> compresi. E' un atteggiamento reciproco che non presume la percezione
> dell'altro come una persona malvagia (che poi questo in certi momenti
> storici sia avvenuto, è un altro problema).

No. Gli ebrei non negano che un non ebreo possa essere giusto o che si
possa salvare. Di conseguenza non è necessario convertirsi all'ebraismo
per essere "buoni". I cristiani, al contrario, partono da questo
presupposto (che poi in certi momenti storici alcune conclusioni
teologiche siano state attenuate, senza che ne siano stati messi in
discussione i presupposti, è altro problema).

> > Cipriano, Ambrogio, Agostino come la pensano sulla questione?
>
> Non saprei, ora come ora

Era una domanda retorica.

Andrea N.

unread,
Sep 3, 2005, 5:59:59 PM9/3/05
to

"peter schlemihl" <peter.s...@libero.it> ha scritto nel messaggio

> Già, il punto è però la "volontarietà". Un ebreo che in piena
> coscienza, consapevolmente, rifiuta il cristianesimo sarebbe colpevole
> e responsabile personalmente.

Sì. Ma quanti e quali sono questi Giudei che consapevolmente e in piena
coscienza rifiutano il cristianesimo? Quanti sono quelli che hanno potuto
conoscerlo? Quanti sono quelli che hanno conosciuto Gesù? Ma rimane per me
comunque il fatto che anche se una persona fosse responsabile personalmente
di non accogliere una fede, ciò sarebbe ben diverso dal dire che questa
persona è " perfida". Magari infedele, ma non perfida.

>Per motivi che ho già accennato in
> precedenza mi pare che "perfidus" venga usato, in maniera propria,
> giusto a proposito dell'infedeltà consapevole.

> Il problema non è "giudeo" ma "perfido". Poniamo che io dica "musulmani
> terroristi":

Intenderei che sei arrabbiato con quei musulmani che sono terroristi.

>secondo la tua logica argomentativa, dato che si tratta di
> un giudizio collettivo, ne dovremmo concludere che nelle intenzioni del
> parlante "terroristi" non è un attributo negativo e non indica una
> responsabilità criminale?

Terrorista è di per sé termine negativo, e un terrorista non può altro che
essere una persona che agisce volontariamente coscientemente a danno del
prossimo.

L'infedele dal punto di vista teologico non è detto che sia persona che
agisce volontariamente coscientemente, pur trovandosi in una situazione di
infedeltà, e non necessariamente agisce coscientemente a danno del prossimo.
Semplicemente si trova in una situazione che teologicamente è considerata
irregolare o errata da qualcun altro.

> "Perfidi giudei" o "italiani ladri" sono espressioni che acquistano
> senso in relazione all'epiteto.

Tra dire "italiani ladri" e "perfidi iudaei" (e non giudei, perché non mi
pare la traduzione corretta) mi sembra che ci sia un abisso. Uno è un
giudizio su un atteggiamento da ladro, ladro e un giudizio sull'appartenenza
a una religione.

> Anche la teologia morale qui c'entra poco. La colpa di infedeltà è
> personale, ma è appunto la colpa caratterizzante quella categoria di
> persone che deliberatamente scelgono l'ebraismo invece del
> cristianesimo.

Chi nasce ebreo normalmente rimanere ebreo, e non sceglie l'ebraismo invece
del cristianesimo. Ci si trova e ci rimane. Non è un apostata.

>La tua obiezione suona un po' come se dicessi: "non
> facciamo di un erba un fascio: dire che i parricidi

Continui a farmi esempi che per me non sono minimamente paragonabile a
quello della infedeltà teologica.

> Io non discuto le tue convinzioni personali, o la dottrina teologica
> della Chiesa dopo il Vaticano II.

E questo costringerebbe ad uno studio sulla soteriologia dell'epoca che io,
per ora, metterei da parte, perché mi obbligherebbe a passare molto tempo a
leggere i testi. D'altra parte l'andare o meno all'inferno non cambia, per
quanto mi riguarda, il valore del termine perfidus. E metterei da parte, per
lo stesso motivo, questo:

>Gli ebrei non negano che un non ebreo possa essere giusto o che si
> possa salvare.

perché su di esso, applicato all'epoca, nutro altrettanti dubbi. E su
quest'altro:

>Di conseguenza non è necessario convertirsi all'ebraismo
> per essere "buoni".

Non sono d'accordo con il fatto che chi non è cristiano è cattivo, appunto,
ma se tu avessi ragione e quindi perfida volesse dire semplicemente
malvagità, allora dovremmo dire che chi non è ebreo è malvagio, esattamente
allo stesso modo. Perché non mi pare proprio che gli ebrei del II o III
secolo abbiano cessato di considerare infedeli i pagani e i cristiani, anzi,
in certi casi pregavano persino per la loro distruzione.

Come io non considero accusa di malvagità l'epiteto di infedeltà rivolto
agli appartenenti a un'altra confessione religiosa diversa dal
cristianesimo, non considero accusa di malvagità eventuali simili
considerazioni che provenissero dall'ebraismo.

Oppure ci troveremmo nella ridicola situazione di accusare i cristiani di
ritenere malvagi intrinsecamente in tutti i non cristiani, e poi dire che il
corrispettivo atteggiamento degli ebrei non esisteva o era diverso.

> [1106B] (la synagoga è) perfidiae locus, impietatis domus, amentiae
> receptaculum, quod Deus damnavit ipse.

Accusa di infedeltà, empietà o follia, applicata ad un luogo in cui non si
adora il Cristo; non vedo malvagità o perfidia, qui.


> [882C] Omnis perfidia, omnis fallacia meretrix, non illa sola, quae
> corpus prostituit suum; sed omnis anima quae spem suam vendit

Qui ci dice che ogni infedeltà e ogni fallacia è una meretrice, ma si parla
dell'infedeltà in senso generico, non dell'infedeltà in senso teologico come
mancata appartenenza alla vera fede. Non mi sembra che questo possa servirci
più di tanto. Può servirci a ricordare che il termine poteva ancora essere
usato nella sua accezione normale in certi contesti.

> [943B] suae impietatis atque perfidiae

Questo non fa altro che accostare l'idea di empietà a quella di infedeltà,
due modi per qualificare la non accettazione della vera fede.


> [945A] ne Arianorum perfidia possit ulterius vel latere, vel serpere

E anche qui non mi sembra che sia abbastanza chiarito che cosa egli intenda
con perfidia. E la perfidia di un eretico è diversa dalla perfidia del
giudeo: il primo era nella vera fede ma l'ha abbandonata, il secondo non
l'ha mai abbracciata.

> [1014A] Mutavit ergo vocabulum, sed perfidiam non mutavit: exuit lupum,
> sed induit lupum.

Qui ho qualche dubbio

> Questo, invece, è Simmaco. Non un cristiano, dunque,

E per questo lo lascerei perdere.

Sicuramente abbiamo stabilito che la questione è più difficile di quanto
potesse apparire. Ci vorrebbe un'analisi molto più approfondita ma
soprattutto una attenzione alla contestualizzazione del termine in ciascuna
occorrenza. A me continua a sembrare abbastanza logico che i cristiani
abbiano proseguito sulle orme del Nuovo testamento, in una crescente
opposizione teologica verso la propria radice ebraica, considerata infedele
per non aver riconosciuto il Cristo, ma che questo non possa essere
semplicemente trasferito sul piano del giudizio morale verso gli individui.
E penso che lo speculare atteggiamento ebraico vada inteso nello stesso
modo.

Mi risulta difficile credere che Blumenkranz, Peterson e Oesterreich siano
così facilmente liquidabili, insomma.

Piero F.

unread,
Sep 4, 2005, 4:10:46 PM9/4/05
to

"peter schlemihl" ha scritto

> > i vocabolari non sono sufficienti a dirimere la questione,
> > perché le sfumature di significato possono variare da
> > contesto a contesto, e da epoca ad epoca: nemmeno
> > i dizionari etimologici sono in grado di ricostruire la
> > precisa storia di una parola.

> Un attimo: il discorso che stiamo facendo riguarda l'uso
> quale è testimoniato nei documenti scritti, l'uso "letterario".
> Il corpus delle opere latine di quel periodo da noi conosciuto
> è finito. Di conseguenza i contesti che ci interessano sono
> limitati ed accessibili.

Appunto, e fai bene a prendere _quelli_ in considerazione, anziché
affidarti a un dizionario. Perché non è sufficiente


> che un buon vocabolario scientifico abbia
> proceduto ad uno spoglio sistematico dei testi.

Oltre ai fenomeni eufemistici di cui ti parlavo tempo fa (Semantica
dell'eufemismo, della Galli de' Paratesi), che mutano rapidamente il
valore semantico delle parole, ci sono altri casi notissimi di significati
evolutisi nel tempo, di cui un dizionario non può permettersi di narrare
la storia.
Nei dizionari non troverai mai, per *cattivo*, la definizione
_prigioniero_, eppure il significato corrente deriva da /captivum
diaboli/, che starebbe a significare "invasato, posseduto". La cosa che
ancora più sorprende, è che *privato* era un calco da *idiota*, e guarda
che destino diverso hanno avuto i due termini...

Lo dico solo perché non ho trovato convincente la tua "prova-vocabolario".
Può darsi che nel caso specifico il significato di *perfido* non sia
mutato dal latino classico all'italiano moderno, però non è col dizionario
che lo puoi dimostrare, ma appunto con le citazioni dal latino medievale.
Rimane sempre in dubbio l'uso eventualmente differenziato secondo il
contesto, ma almeno si restringe il campo d'indagine a quello.

> Non dovrei essere io a provare che era *generalmente*
> spregiativo, dovrebbe essere chi lo nega e suppone una
> discontinuità ad argomentare (meglio) le ragioni
> della sua tesi.

A questo punto della discussione, direi che ne avresti il diritto.
Seguo con interesse il tuo dialogo con Pagliarulo e Nicolotti, ma da parte
mia non sono in grado di aggiungere più nulla a sì dotta disquisizione :-)

--
Piero F.

Giuseppe Pagliarulo

unread,
Sep 5, 2005, 1:10:59 PM9/5/05
to

"peter schlemihl"

> Per esprimerci più chiaramente, se "perfidus" a un certo punto viene
> affibbiato dagli autori cristiani agli infedeli, ciò non dimostra
> affatto che avesse perso qualsivoglia valenza spregiativa e infamante.
> Mi sembra, anzi, più ragionevole ed economico pensare che fosse scelto
> giusto quel termine proprio perché si avevano intenti denigratori.

In linea di principio è errato. Ti ripeto l'esempio di _idiota_, che in
latino classico significa "ignorante, incompetente" e in latino monastico
può valere semplicemente "novizio" (perché i novizi erano analfabeti).

> Per dimostrare che "perfidus" è un termine tecnico e non può essere
> inteso come malvagio Andrea ha proposto 29 luoghi di Cipriano in cui il
> termine ricorre. Suppongo quindi che Cipriano sia un autore
> rappresentativo dell'uso ecclesiastico. Nella maggior parte dei casi
> era associato a termini implicanti malvagità o si trovava in contesti
> dai quali emergeva una qualche forma di condanna morale.

Correggimi se sbaglio: la controversia è nata dal fatto che _perfidus_ in
italiano non va tradotto con "perfido". E questo è fuor di dubbio. Un uomo
che non crede può essere ritenuto malvagio, certo, ma può anche essere
ritenuto commiserevole, ignorante, stolto, cieco e in vari altri modi
derogatori che però non lo circondano di un'aura di "malvagità" intrinseca.
Tornando alla scelta, quali erano i termini disponibili oltre a _perfidus_?
Se non dimentico niente c'era _infidus_, ugualmente negativo; _infidelis_,
idem (e usato sinonimicamente a _perfidus_ in latino ecclesiastico);
_impius_, idem. Il concetto di "mancanza di fede" si "tira addosso"
facilmente implicazioni negative indipendentemente, a mio giudizio, dal
contesto religioso.

> > Se io sto facendo quattro chiacchiere con un mio amico carabiniere e
> > tra le risate gli do dello "sbirro" secondo te tengo un atteggiamento
> > sospetto?
>
> Certo che no. Ma perché hai sentito il bisogno di scrivere "tra le
> risate"? Forse perché *di norma* non è proprio un complimento?

"Di norma" non significa "sempre" e in determinati ambienti l'uso scherzoso
può essere prevalente.

Tornando
> al nostro discorso, non direi che in Cipriano e in Ambrogio vengano
> fuori ammiccamenti del tipo "stiamo scherzando, non prendeteci sul
> serio quando diamo del farabutto ad un infedele".

Quando il contesto è neutro

>
> > Io ho l'impressione che alcuni autori si rifacciano maggiormente
> > all'uso ecclesiastico e altri maggiormente a quello classico, a
> > seconda della loro formazione.
>
> Non ho motivi di credere (a meno che non si *voglia* crederlo) che
> l'uso ecclesiastico fosse troppo diverso da quello classico o volgare.
> La differenza, in definitiva, è che il termine viene qui regolarmente
> attribuito a una particolare categoria di persone, con intenti
> squalificanti. Ma continua a caratterizzare, come prima e dopo, una
> qualche forma di slealtà e tradimento. Slealtà e tradimento,
> ovviamente, sono a loro volta delle sottospecie di malvagità. Non vedo
> quindi ragione per sostenere che "perfidus", nel latino ecclesiastico,
> non implichi alcuna accusa, offesa od umiliazione morale. Il giudizio
> moralmente negativo mi pare indiscutibile.

> Non sono stato chiaro. Stavo ora parlando di un'altra discontinuità.
> Se il termine in uso nel volgare italiano è di derivazione
> ecclesiastica, chi volesse sostenere che il "perfidus" di Cipriano ha
> valore diverso dal "perfido" di Dante dovrebbe mostrare perché.

In Cipriano _perfidus_ vale in alcuni casi "malvagio", in altri "infedele".
In Dante vale solo "malvagio". Tanto Cipriano quanto Dante scrivono opere
cristiane nei contenuti e nell'ispirazione. Tanto Cipriano quanto Dante
conoscono gli autori della classicità pagana. Il loro uso del termine è
diverso perché in Dante il termine non ha implicazioni religiose. Questo
semplice fatto significa che il termine può tranquillamente avere un
significato senza necessariamente portarsi dietro l'altro.
Venendo all'italiano, lo sviluppo verso un uso di _perfido_ nel solo senso
di "malvagio" si spiega in maniera abbastanza semplice. In latino
_per-fidus_ è limpidamente percepibile come parte di una serie etimologica
che include _fides_, _fidelis_ e simili. In altre parole in _perfidus_ si
"sente" il concetto della fede. In italiano _perfido_ non è più percepibile
nella sua relazione con _fede_ da un parlante ignaro di latino. Questo porta
all'accentuazione dello scarto semantico rispetto al suo impiego latino
ecclesiastico ed ecco perché _perfidus_ e _perfido_ finiscono per non essere
mutuamente traducibili.

> E perché mai diverso? E perché mai specializzato? Prendiamo Lattanzio
> (de mortibus persecutorum):

Forse non sono stato chiaro io, quando ho specificato "altro contesto". Se
_perfidus_ in un certo tipo di (sub)codice linguistico subisce un
ampliamento di
significato ciò non significa che perda necessariamente in generale o in un
altro codice il suo significato originario. Per tornare sull'esempio di
_demente_, il fatto che
in medicina (quindi in un codice specialistico) indichi un uomo affetto da
un certo tipo di patologia non significa che, nell'uso comune, gli sia
impedito di avere il significato vago e nettamente peggiorativo di
"sciocco". E ovviamente un medico - o chiunque altro - può usare il termine
in entrambe le accezioni. Per tornare a noi, Lattanzio, per il fatto stesso
di essere un autore cristiano, non era obbligato a usare _perfidus_ solo
nell'accezione ecclesiastica. Questo a me sembra abbastanza ovvio, tanto
ovvio che temo di non aver effettivamente compreso la tua osservazione.

> l'esempio non è calzante. Demente è voce dotta e la sua storia è
> probabilmente la stessa di tante altre espressioni mediche o
> specialistiche che indicando una patologia o una minorazione hanno
> finito col diventare insulti. Come isterico o deficiente. Nel nostro
> caso si tratta invece di un termine originariamente spregiativo. E'
> abbastanza improbabile che diventi un termine "tecnico". Il cammino, di
> norma, è inverso.

Intendevo l'esempio nel senso che ho illustrato sopra.

peter schlemihl

unread,
Sep 5, 2005, 1:27:11 PM9/5/05
to
In article <dfd6f6$pgh$1...@area.cu.mi.it>, Andrea N.
<conteandrea...@libero.it> wrote:

> Ma rimane per me comunque il fatto che anche se una persona fosse
> responsabile personalmente di non accogliere una fede, ciò sarebbe
> ben diverso dal dire che questa persona è " perfida". Magari
> infedele, ma non perfida.

Stiamo però parlando di Cipriano, Lattanzio, Ambrogio, Agostino, non di
te o della Lumen Gentium. Stiamo parlando dell'uso dei Padri e della
Chiesa antica e medievale.

> Terrorista è di per sé termine negativo, e un terrorista non può
> altro che essere una persona che agisce volontariamente
> coscientemente a danno del prossimo.

"Perfidus" in latino è un termine negativo, e un "perfidus" "non può


altro che essere una persona che agisce volontariamente coscientemente

a danno del prossimo". Non c'è una storia *precedente* ai primi usi
patristici che ne legittimi un uso svincolato da questo senso. E tu
stesso riconosci che anche nei Padri è a volte utilizzato nel senso
"classico":

> > [882C] Omnis perfidia, omnis fallacia meretrix, non illa sola, quae
> > corpus prostituit suum; sed omnis anima quae spem suam vendit
>

> (...) Può servirci a ricordare che il termine poteva ancora essere

> usato nella sua accezione normale in certi contesti.

Vorrei capire, a questo punto, da quali indizi concludi che in altri
contesti non era utilizzato "nella sua accezione normale". Perché
"perfidi iudaei" non può significare "ebrei traditori e sleali, ebrei
perfidi".

Sarebbe davvero curioso che un termine comunemente inteso come
negativo, che continuava ad essere inteso come negativo dai non
cristiani contro i quali veniva rivolto (vedi la citazione di Simmaco),
che negli stessi autori cristiani pare abbia spesso un valore
principalmente negativo (vedi Lattanzio e gli stessi Ambrogio e
Cipriano), misteriosamente in alcuni contesti perda di colpo ogni
connotazione spregiativa. Senza alcun distinguo, senza alcuna clausola
esplicativa o cautelativa, senza evidentemente timore di
fraintendimenti. Un senso non sfavorevole che evidentemente doveva
essere colto da pochi iniziati, anche quando il termine compariva in
trattati polemici contro pagani ed ebrei. Mi sembra poco credibile.

> L'infedele dal punto di vista teologico non è detto che sia persona
> che agisce volontariamente coscientemente, pur trovandosi in una
> situazione di infedeltà, e non necessariamente agisce coscientemente
> a danno del prossimo. Semplicemente si trova in una situazione che
> teologicamente è considerata irregolare o errata da qualcun altro.

"Perfidus" non è un termine tecnico per "infedele", perché il termine
c'era già ed era "infidelis". Siccome compare regolarmente in
associazione con colpa, pena, inganno, menzogna, tradimento, mi sembra
più logico assumere che il termine abbia mantenuto il vecchio
significato. Pur essendo esteso ad un'intera nuova categoria (quella
degli infedeli, appunto).



> Tra dire "italiani ladri" e "perfidi iudaei" (e non giudei, perché
> non mi pare la traduzione corretta) mi sembra che ci sia un abisso.
> Uno è un giudizio su un atteggiamento da ladro, ladro e un giudizio
> sull'appartenenza a una religione.

Veramente, per rispettare la simmetria, "italiani ladri" sarebbe allora
un giudizio sull'appartenenza ad un popolo. Non vedo perché "perfidi
iudaei" non debba essere un giudizio su un atteggiamento da perfido e
sleale traditore.

> > [1106B] (la synagoga è) perfidiae locus, impietatis domus, amentiae
> > receptaculum, quod Deus damnavit ipse.
>
> Accusa di infedeltà, empietà o follia, applicata ad un luogo in cui
> non si adora il Cristo; non vedo malvagità o perfidia, qui.

Una casa di empietà e follia suppongo sia un luogo dove degli empi e
folli commettano atti empi e folli. Non malvagi?

> > [945A] ne Arianorum perfidia possit ulterius vel latere, vel serpere
>
> E anche qui non mi sembra che sia abbastanza chiarito che cosa egli
> intenda con perfidia. E la perfidia di un eretico è diversa dalla
> perfidia del giudeo: il primo era nella vera fede ma l'ha
> abbandonata, il secondo non l'ha mai abbracciata.

Certo, è ancora più grave. In ordine, la malvagità più grande è
dell'eretico, *dopo* viene quella dell'ebreo. Poi vengono i pagani. Ma
vorrei sottolineare, per chiarire cosa si intenda per perfidia, che "si
nasconde" e "serpeggia". Tipico di un comportamento falso, sleale,
intenzionalmente malvagio.

> > [1014A] Mutavit ergo vocabulum, sed perfidiam non mutavit: exuit lupum,
> > sed induit lupum.
>
> Qui ho qualche dubbio

Cioè?



> Sicuramente abbiamo stabilito che la questione è più difficile di quanto
> potesse apparire. Ci vorrebbe un'analisi molto più approfondita ma
> soprattutto una attenzione alla contestualizzazione del termine in ciascuna
> occorrenza.

Su questo non c'è dubbio. Ma anche una rapida ricerca sulla Patrologia
latina, anche solo in Ambrogio, Lattanzio, Arnobio potrebbe essere
molto utile. Del tipo di quella fatta per Cipriano. Se ne rendi noti i
risultati, avremmo un elemento in più per valutare.

peter schlemihl

unread,
Sep 5, 2005, 1:38:33 PM9/5/05
to
In article <SqISe.9503$nT3....@tornado.fastwebnet.it>, Piero F.
<mail...@people.it> wrote:

> A questo punto della discussione, direi che ne avresti il diritto.

Beh, almeno questo.
Mi pare, sinceramente, che gli argomenti da me portati siano abbastanza
forti, anche se non hanno riscosso molto successo.

peter schlemihl

unread,
Sep 7, 2005, 12:07:01 PM9/7/05
to
In article <D__Se.22012$4g5.1...@news4.tin.it>, Giuseppe Pagliarulo
<g.pagl...@tiscali.it> wrote:

> > se "perfidus" a un certo punto viene affibbiato dagli autori
> > cristiani agli infedeli, ciò non dimostra affatto che avesse perso
> > qualsivoglia valenza spregiativa e infamante. Mi sembra, anzi, più
> > ragionevole ed economico pensare che fosse scelto giusto quel
> > termine proprio perché si avevano intenti denigratori.
>
> In linea di principio è errato. Ti ripeto l'esempio di _idiota_, che
> in latino classico significa "ignorante, incompetente" e in latino
> monastico può valere semplicemente "novizio" (perché i novizi erano
> analfabeti).

Non capisco cosa esattamente ritieni errato "in linea di principio". Ho
scritto, nel passo che citi, che un ampliamento nella denotazione *non*
dimostra un mutamento nella connotazione. La tesi contrapposta è che
ogni ampliamento *dimostra* un mutare della connotazione. Non mi è
chiaro se è questa la tesi che sostieni.

L'esempio comunque è ben trovato, ma mi rimangono dei dubbi sulla sua
adeguatezza. Intanto, in latino classico "idiota" significa anche
inesperto e profano, che poi non è troppo lontano da "novizio". Ma,
quand'anche il senso fosse percepito come nettamente negativo, c'è
un'altro aspetto da considerare. All'interno della chiesa accade spesso
che ci si autodefinisca con termini che esprimono la propria pochezza,
una sorta di auto-abbassamento riconducibile ad una retorica
dell'umiltà. Non dico che sia questo il caso, perché non lo so, ma non
si tratterebbe di un'eventualità straordinaria. Concludendo,

1. è possibile che il significato ecclesiastico si forgi comunque su
quello classico preesistente;
2. lo slittamento di significato parrebbe avere una sua causa precisa e
descrivibile.

Allora, se presumo *fino a prova contaria* che un termine mantenga un
senso stabilito e consolidato, se attendo che vengano mostrate delle
prove prima di accettare asserzioni sul cambiamento di senso di una
parola, non sono sicuro che il tuo esempio basti a rendere le mie
pretese infondate.

> Correggimi se sbaglio: la controversia è nata dal fatto che
> _perfidus_ in italiano non va tradotto con "perfido". E questo è fuor
> di dubbio.

No, non è fuor di dubbio. Proprio l'esame dei contesti in cui la parola
ricorre induce a ritenere che in diversi casi l'accento sia posto sulla
malvagità dell'incredulo. Talvolta, poi, l'incredulità non c'entra
affatto è il senso resta strettamente ancorato a quello
"classico/moderno". Questo anche in autori cristiani e persino a fianco
di passi in cui "perfidus" e "perfidia" dovrebbero avere senso
"ecclesiastico". Ti rimando alla risposta che sto inviando, insieme con
questa, ad Andrea.

Ad ogni modo, non credo di avere mai affermato che "perfidus" vada
*sempre* tradotto con "perfido". Credo invece che si debba valutare di
volta in volta il contesto. Quindi, a volte sarà più opportuno renderlo
con "incredulo" o "infedele", altre "perfido" risulterà la scelta
migliore. Se prendi in considerazione i luoghi di cui si è discusso,
troverai che in qualche caso la traduzione "ecclesiastica" non sarebbe
eccessivamente felice.

Fermo restando che, per i motivi esposti nel messaggio ad Andrea, un
parlante latino avrebbe probabilmente avvertito una sfumatura negativa
nell'uso del termine.

> Il concetto di "mancanza di fede" si "tira addosso" facilmente
> implicazioni negative indipendentemente, a mio giudizio, dal contesto
> religioso.

Può essere, ma in questo caso vi erano anche precise ragioni teologiche
perché il concetto si "tirasse addosso" implicazioni negative. Se ne è
già parlato nel thread.

> In Cipriano _perfidus_ vale in alcuni casi "malvagio", in altri
> "infedele". In Dante vale solo "malvagio". Tanto Cipriano quanto
> Dante scrivono opere cristiane nei contenuti e nell'ispirazione.
> Tanto Cipriano quanto Dante conoscono gli autori della classicità
> pagana. Il loro uso del termine è diverso perché in Dante il termine
> non ha implicazioni religiose. Questo semplice fatto significa che il
> termine può tranquillamente avere un significato senza
> necessariamente portarsi dietro l'altro.

Non è su questo che vorrei discutere. Quale che sia la storia italiana
della parola non cambierebbero i termini essenziali della controversia.
Ma, solo per la precisione, non si può dire che nella nostra
letteratura più antica "perfido" non abbia implicazioni religiose. Le
ha abbastanza spesso.

Puoi tu stesso, consultando il sito OVI, constatare che "perfidus" e
"perfidia" ricorrono, fino al Quattrocento, principalmente in opere
didascalico-religiose o storiche. Riferito qualche volta a ebrei o a
eretici. In altri casi "perfidi" sono popoli che hanno i comune la
caratteristica di essere non cattolici: vandali, goti, longobardi,
sarraceni. Sembrerebbe in contrasto con ciò il fatto che compaia in
riferimento a pisani e siciliani. Ma forse la crociata antighibellina
del papato nel XIII secolo, può spiegare, anche in questo caso, perché
siano "perfidi" gli oppositori del papato. Poi, certo, ci sono passi
per i quali non vi è nessun retroterra "ecclesiastico".

> Venendo all'italiano, lo sviluppo verso un uso di _perfido_ nel solo
> senso di "malvagio" si spiega in maniera abbastanza semplice. In
> latino _per-fidus_ è limpidamente percepibile come parte di una serie
> etimologica che include _fides_, _fidelis_ e simili. In altre parole
> in _perfidus_ si "sente" il concetto della fede. In italiano
> _perfido_ non è più percepibile nella sua relazione con _fede_ da un
> parlante ignaro di latino.

Sì, questo è convincente. Spiega bene perché nel latino classico
l'accento sia sulla slealtà, sul tradimento di una fiducia, mentre in
italiano sulla malvagità subdola.

> Questo porta all'accentuazione dello scarto semantico rispetto al suo
> impiego latino ecclesiastico ed ecco perché _perfidus_ e _perfido_
> finiscono per non essere mutuamente traducibili.

Però il tradimento della fiducia, nel latino classico come in quello
ecclesiastico, è qualcosa di colpevole e maligno. Nei casi in cui sia
questa malignità ad essere in primo piano, come spesso avviene nei
padri, "perfido" può anche andare bene, dato che comunque non mi pare
esista un corrispettivo italiano che renda pienamente tutte le
sfumature dell'originale.

> > E perché mai diverso? E perché mai specializzato? Prendiamo
> > Lattanzio (de mortibus persecutorum):
>
> Forse non sono stato chiaro io, quando ho specificato "altro
> contesto". Se _perfidus_ in un certo tipo di (sub)codice linguistico
> subisce un ampliamento di significato ciò non significa che perda
> necessariamente in generale o in un altro codice il suo significato
> originario.

In discussione è appunto se possiamo parlare di (sub)codici differenti.
Ti rimando, ancora, all'altro messaggio che sto spedendo. Nessuno
potrebbe confondere un trattato di medicina con un'invettiva politica o
un pettegolezzo privato. Parrebbe, invece, che questa confusione sia
possibile a proposito di "perfidus".

peter schlemihl

unread,
Sep 7, 2005, 12:09:58 PM9/7/05
to
In article <dfd6f6$pgh$1...@area.cu.mi.it>, Andrea N.
<conteandrea...@libero.it> wrote:

> Mi risulta difficile credere che Blumenkranz, Peterson e Oesterreich
> siano così facilmente liquidabili, insomma.

Ho dato una prima, rapida, occhiata a Blumenkranz. La sua posizione è
più sfumata rispetto a quella che gli attribuisci.

Oltre a non risparmiare qualche critica a Peterson, osserva che in
diversi casi (ad esempio in Cassiodoro, Paolino di Aquileia, Isidoro,
Alcuino) "perfidia" non traduce semplicemente "incredulità", ma
"incredulità malevola e persecutrice".

Però ancora più interessante mi sembra una delle considerazioni finali:
non vi è traccia di nessuna evoluzione nell'uso del termine (negli
scrittori cristiani) e il senso oscilla anche in uno stesso autore e in
una stessa opera.

A questo punto, vorrei riproporre di nuovo la domanda fatta nell'ultimo
messaggio. La domanda è mia, ma beneficia di alcune osservazioni di
Blumenkranz.

Sappiamo che "perfidia" e "perfidus" hanno cominciato ad essere
utilizzati in età patristica per designare gli increduli (anche
Blumenkranz ritiene che fossero soprattutto gli increduli ostinati ad
venire gratificati di questo epiteto).

Su questo siamo sempre stati d'accordo. Tuttavia

1. il termine era nel latino classico sfavorevole e infamante;
2. non sono informato di una storia precedente ai primi scritti dei
Padri che consenta di tracciarne un'evoluzione verso il senso
"ecclesiastico";
3. continuava ad essere inteso secondo il senso classico dai non
cristiani (come testimonia ad esempio Simmaco);
4. i non cristiani (pagani ed ebrei, insieme con gli eretici) erano
giusto coloro che venivano chiamati "perfidi" e, talvolta, i
destinatari delle opere polemiche in cui il termine compariva;
5. negli stessi autori patristici il termine è usato ora nel senso
"classico" ora in quello "ecclesiastico" di "incredulo, infedele", per
di più negli stessi contesti, senza alcuna clausola cautelativa, senza
definire o distinguere, senza che ci si preoccupi di equivoci e
ambiguità. Talvolta, secondo Blumenkranz, l'ambiguità sembrerebbe anzi
voluta;
6. non pare si assista ad una ulteriore evoluzione.

Ora, è possibile a questo punto sostenere che il termine non avesse più
alcun intento spregiativo? Come si può pensare che non fosse
utilizzato, in maniera deliberata e consapevole, proprio allo scopo di
squalificare e di caratterizzare negativamente (come maligni,
traditori, sleali) i soggetti a cui era rivolto? E' credibile che negli
stessi ambiti di discorso, rivolto agli stessi soggetti, senza alcun
timore per eventuali incomprensioni, fosse ora utilizzato
spregiativamente ora solo come "termine tecnico"?

Andrea N.

unread,
Sep 14, 2005, 7:37:47 AM9/14/05
to

"peter schlemihl" <peter.s...@libero.it> ha scritto nel messaggio

Mi si scusi il ritardo, ma gli impegni...

Peter, credo che ormai ci stiamo ripetendo molto.

Posso solo sintetizzare di nuovo il mio pensiero: io non sto affermando che
il termine perfidus non abbia una connotazione negativa, ma sto affermando
che in quel contesto eucologico non si tratta della connotazione negativa
che può essere rappresentata in italiano dalle parole "perfido" o
"malvagio". Il termine indica, cioè, un atteggiamento negativo nei confronti
della fede o della divinità da parte di qualcuno, ma questo non significa
necessariamente che la persona possa essere qualificata in generale come
persona negativa o persona perfida, al di fuori di quel ben preciso
contesto. Poiché il termine appare sempre più associato all'eresia e al
giudaismo, assume in quel contesto un significato teologico, ossia è la
descrizione del tradimento della fede o della mancata risposta all'alleanza
di Dio verso l'uomo. È il consueto atteggiamento tipico dei gruppi religiosi
in concorrenza tra loro, nel caso del cristianesimo risalente già
all'apostolo Paolo che, ebreo egli stesso, qualifica con simili parole i
suoi correligionari che non accettarono il Cristo.

In questo contesto teologico la parola conserva un significato negativo,
perché indica un atteggiamento malvisto dai cristiani, ma non è descrizione
dell'atteggiamento generale di una persona o di un popolo, al di fuori di
quel contesto specifico.

Poi, al di fuori della preghiera in questione, si può continuare lo studio
sulle occorrenze e sul significato che i padri danno a questa parola nei
vari contesti (ma non si tratta certamente di una "rapida ricerca sulla
Patrologia latina", perché solo per Cipriano io ci ho messo diverse ore, e
non ho modo da qualche mese di far funzionare la Patrologia latina. Quindi
dovrei sperare che voglia farlo qualcun altro).

>Ho dato una prima, rapida, occhiata a Blumenkranz. La sua posizione è
> più sfumata rispetto a quella che gli attribuisci.


In verità non ho mai attribuito in particolare nessuna posizione a
Blumenkranz, limitandomi a citarlo come esempio di letteratura secondaria
che ritiene che la perfidia iudaica dell'orazione non possa essere tradotta
con "perfidia". Cosa che egli ribadisce.

> Oltre a non risparmiare qualche critica a Peterson, osserva che in
> diversi casi (ad esempio in Cassiodoro, Paolino di Aquileia, Isidoro,
> Alcuino) "perfidia" non traduce semplicemente "incredulità", ma
> "incredulità malevola e persecutrice".

Sì, la critica a Peterson riguarda un errore di citazione (p.158). Ma non mi
sembra che le conclusioni siano molto diverse: "La maggior parte delle volte
perfidia e perfidus nei testi religiosi mantengono il senso religioso:
incredulità, incredulo [...] Se perfidia si traduce più sovente in mente con
incredulità, il suo senso è in altri casi più definito e diventa incredulità
malevola o persecutrice. Può significare rottura della fede, specialmente
riguardo ai giudei convertiti al cristianesimo che ritornano alla loro
precedente religione, o ancora falsa credenza, credenza erronea, rifiuto di
credere, assenza di fiducia, pusillanimità".


> Però ancora più interessante mi sembra una delle considerazioni finali:
> non vi è traccia di nessuna evoluzione nell'uso del termine (negli
> scrittori cristiani) e il senso oscilla anche in uno stesso autore e in
> una stessa opera.

Sì, ma con una importante precisazione: dopo aver detto che il significato
di perfidia cambia non solamente da un autore all'altro ma anche all'interno
dell'opera di uno stesso autore, conclude dicendo: "Nous n'avons pu déceler
aucune évolution, serait-ce même une prépondérance de sens", come tu dici,
ma aggiunge "si ce n'est celui d' «incroyance » qui, à traver toute l'époque
envisagée, à coté de tant d'autres, reste valable*"

"Miscredenza" pare essere un caso speciale, dunque.

Ma è interessante leggere ciò che lo stesso autore dice in un'epoca
successiva a quella dell'articolo menzionato, nell'opera Juifs et Chrétiens,
a p. 92: "La preghiera in se stessa non comporta alcuna punta antigiudaica
(ne comporte aucune pointe antijuive). Ma la punta antigiudaica fu aggiunta,
intenzionalmente o per semplice errore, a partire dall'ottavo secolo" (e
prosegue parlando delle rubriche associate alla preghiera che riguardavano
la genuflessione).... ormai la preghiera era fortemente caricata di una nota
di ostilità che ne alterava profondamente il senso e l'intenzione".

In definitiva, anche dopo qualche anno Blumenkranz continua a pensare che
perfidia in quella preghiera non abbia un senso spregiativo antigiudaico, e
che la punta antigiudaica fu aggiunta dopo, quando fu eliminata la
genuflessione durante la preghiera. Credo per considerazioni simili alle
mie, e non perché pensi che la parola non abbia nessun senso negativo:
solamente, è un senso negativo che va contestualizzato, e non può essere
rappresentato come una semplice accusa di malvagità o perfidia.

>Ora, è possibile a questo punto sostenere che il termine non avesse più
> alcun intento spregiativo?

Se per intento spregiativo intendi volontà di squalificare l'avversario come
persona malvagia, sembra di no, e anche Blumenkranz che non omette di
descrivere l'uso equivoco del termine continua ad insistere su questo punto,
considerando l'orazione non infamante. Sempre che non si voglia considerare
infamante il fatto stesso di qualificare l'ebreo o l'eretico come traditore
della fede, mettendo questa qualifica sullo stesso piano di una
considerazione generale di perfidia, il che però non è nello spirito della
fede cristiana (o giudaica). La liturgia, poi, è tradizionalmente un luogo
in cui generalmente non si usano espressioni offensive verso nessuno;
piuttosto si prega per la conversione degli infedeli, e non per la
trasformazione in uomini buoni. Richiamando, appunto, l'insegnamento
dell'apostolo Paolo, senza caricarlo di particolari differenze.

E' questo il punto: il diverso valore e il diverso impatto di una
qualificazione di "tradimento" in contesti diversi. Anche oggi, sentir dire
" musulmani infedeli" in Chiesa durante una preghiera per la conversione non
mi provocherebbe scandalo, mentre mi provocherebbe scandalo sentir dire "
musulmani malvagi" in televisione.

peter schlemihl

unread,
Sep 14, 2005, 3:04:06 PM9/14/05
to
In article <dg922r$1u0$1...@area.cu.mi.it>, Andrea N.
<conteandrea...@libero.it> wrote:

> io non sto affermando che il termine perfidus non abbia una
> connotazione negativa

Va bene, ne prendo atto. Ma era da un giudizio del genere riferito ai
Padri (e non solo alla preghiera "pro iudaeis") che la discussione è
sorta. I miei interventi hanno sempre avuto questo come punto focale.

Non ripeto le mie perplessità sul "contesto eucologico", sia di ordine
linguistico sia di ordine teologico. Le considerazioni da te proposte
esprimono più una sensibilità che ragioni vere e proprie. Come ho detto
più volte, non mi permetto di sottovalutare la sensibilità di uno
studioso competente, ma non posso nemmeno ritenerla argomento decisivo
in una controversia.

> Poi, al di fuori della preghiera in questione, si può continuare lo
> studio sulle occorrenze e sul significato che i padri danno a questa
> parola nei vari contesti (ma non si tratta certamente di una "rapida
> ricerca sulla Patrologia latina", perché solo per Cipriano io ci ho
> messo diverse ore, e non ho modo da qualche mese di far funzionare la
> Patrologia latina. Quindi dovrei sperare che voglia farlo qualcun
> altro).

Mi auguro che qualcuno fra i lettori raccolga l'invito.

> Ma è interessante leggere ciò che lo stesso autore dice in un'epoca
> successiva a quella dell'articolo menzionato, nell'opera Juifs et
> Chrétiens, a p. 92: "La preghiera in se stessa non comporta alcuna
> punta antigiudaica (ne comporte aucune pointe antijuive). Ma la punta
> antigiudaica fu aggiunta, intenzionalmente o per semplice errore, a
> partire dall'ottavo secolo" (e prosegue parlando delle rubriche
> associate alla preghiera che riguardavano la genuflessione).... ormai
> la preghiera era fortemente caricata di una nota di ostilità che ne
> alterava profondamente il senso e l'intenzione".

Questo un po' mi sorprende. Non so praticamente nulla della questione,
ma credevo che non vi fossero state particolari tensioni tra chiesa ed
ebraismo dopo i conflitti in età imperiale e prima del XII secolo. A
che si deve l'acutizzarsi delle ostilità a quell'epoca?

Andrea N.

unread,
Sep 15, 2005, 5:57:10 PM9/15/05
to

"peter schlemihl" <peter.s...@libero.it>

Beh, siamo abbastanza in disaccordo anche su questo: per me non si tratta di
considerazioni di sensibilità, ma di ragioni; ma anche se si trattasse di
semplici considerazioni di sensibilità, non mi pare che esse non possano
essere una ragione: l'espressione liturgica è stata scritta da un uomo con
una sensibilità e una tradizione teologica alle spalle, e probabilmente egli
sapeva benissimo distinguere, come distinguiamo noi oggi, tra il dire che
uno è malvagio o il dire che uno è infedele rispetto alla fede cristiana.
Per quanto riguarda le tensioni, non ne ho la minima idea, perché non
conosco il periodo; si parla di omissione attestata nei capitolari di
salisburgo alla fine del seoclo VIII. Nel Gelasiano, alla fine del secolo
VII, la genuflessione c'è. Questo però obbligherebbe ad aprire un'altra
discussione sull'omissione della genuflessione durante la preghiera, che
viene interpretata diversamente dai moderni e anche dai commentatori
antichi. Inoltre, l'omissione della genuflessione si è infilata nel messale
romano perché quest'ultimo è stato ricopiato da qualche manoscritto che non
l'attestava; ma in altri messali ancora nel secolo XII la genuflessione
compariva. Altra questione intricata; generalmente, comunque,


Andrea N.

unread,
Sep 16, 2005, 5:54:18 PM9/16/05
to

"Andrea N." <conteandrea...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:dgcqv9$21i$1...@area.cu.mi.it...

Altra questione intricata; generalmente, comunque,


chissà cosa ho combinato con 'sto messaggio.....

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