Sto cercando articoli-saggi-eventuale materiale in rete sul simbolismo della
civetta. Mi interessano anche altre culture oltre, naturalmente, a quelle
greca e romana. Vi ringrazio anticipatamente per eventuali suggerimenti ed
indicazioni.
Un cordiale saluto a voi tutti
Sinuhe
--
"NON GLORIA SED MEMORIA"
(Joachim Wtewael, Autoritratto, 1601)
> Sto cercando articoli-saggi-eventuale materiale in rete sul simbolismo
della
> civetta. Mi interessano anche altre culture oltre, naturalmente, a quelle
> greca e romana.
Nelle chiese d'Oriente la civetta e' simbolo dell'attesa e della preghiera:
come la civetta scruta nella notte e attende la luce del nuovo giorno cosi'
il monaco veglia in preghiera e vive nella vigilanza.
Per gli antichi egizi, come certo sai meglio di me, la civetta e' un simbolo
che indica "cio' che e' all'interno:
Nella cultura celtica la civetta e' un uccello sacro e magico e la sua
figura, rappresentata da una dea-gufo, e' gia' presente nell'arte del
periodo La Tene. Ha molti nomi tra cui Bodach oidche (fantasma della notte)
o cailleach bhan (vecchia donna bianca). Il gufo/civetta essendo un simbolo
legato al passaggio della morte viene anche chiamato Occhio della Dea. E'
anche il simbolo della saggezza e delle conoscenze antiche.
ciao
Alberto / Iperboreo
> Sto cercando articoli-saggi-eventuale materiale in rete sul
> simbolismo della civetta. Mi interessano anche altre culture oltre,
> naturalmente, a quelle greca e romana.
Per il simbolismo della civetta nel Neolitico puoi consultare il sesto
capitolo di:
Marija Gimbutas _Il linguaggio della Dea_, Longanesi
che è interamente dedicato a questo argomento.
La civetta vede nel buio, quindi conosce ciò che ignoto all'uomo. Ciò spiega
il suo essere stato simbolo di Athena prima e di Minerva poi. Ma forse era
già un emblema della Grande Dea del Mediterraneo.
--
Righel
_________________________
UAN: http://www.na.astro.it/uan
FISA: http://fisa.dyndns.org
> Per il simbolismo della civetta nel Neolitico puoi consultare il sesto
> capitolo di:
> Marija Gimbutas _Il linguaggio della Dea_, Longanesi
> che č interamente dedicato a questo argomento.
>
> La civetta vede nel buio, quindi conosce ciņ che ignoto all'uomo. Ciņ
spiega
> il suo essere stato simbolo di Athena prima e di Minerva poi. Ma forse era
> gią un emblema della Grande Dea del Mediterraneo.
Grazie per la segnalazione e per gli spunti. Se riesco a concretizzare
quanto ho in mente magari ti/vi chiederņ un parere "critico"...
> --
> Righel
Cordiali saluti
Merci Alberto.
> ciao
> Alberto / Iperboreo
Saluti
Sinuhe
[...]
> Grazie per la segnalazione e per gli spunti. Se riesco a concretizzare
> quanto ho in mente magari ti/vi chiederò un parere "critico"...
Infatti le segnalazioni che ho passato non sono altro che il risultato di
una ricerca veloce e intendono costrituire unicamente lo spunto, il preteso,
se vogliamo, ad una discussione piu' approfondita circa miti quali quello
della civetta (e bene dice Righel indicandola come attributo della Dea) e
del drago che hanno origini ben piu' remote rispetto alla civilta' greca.
ciao a tutti
Alberto Bianco (Iperboreo)
> Infatti le segnalazioni che ho passato non sono altro che il risultato di
> una ricerca veloce e intendono costrituire unicamente lo spunto, il
preteso,
> se vogliamo, ad una discussione piu' approfondita circa miti quali quello
> della civetta (e bene dice Righel indicandola come attributo della Dea) e
> del drago che hanno origini ben piu' remote rispetto alla civilta' greca.
Senz'altro. Ho trovato stamattina qualcosa su cui gradirei il vostro parere
di eruditi:
stavo leggendo la Metafisica di Tommaso Campanella, per tutt'altri motivi
che la ricerca sulla civetta, e mi sono imbattuto in questo brano:
<<altri (vivono) angelicamente, ma in verità aderendo gli uni agli angeli
cattivi, come le indovine e le civette, e Simon Mago ad un negromante, gli
altri a quelli buoni, come molti eremiti, Paolo, Antonio, Ilarione>>
(Metafisica, a cura di G. Di Napoli, Bologna, Zanichelli, 1967, vol. III, p.
137).
Questa menzione delle "civette" mi ha incuriosito. Il testo latino parla di
"sagae et lamiae" per "indovine e civette". Forse questo potrebbe costituire
un punto di partenza per approfondire l'indagine. Cos'erano propriamente
queste lamiae? Qualcosa nella memoria mi richiama le arpie, ma non saprei
dirne di più.
> ciao a tutti
>
> Alberto Bianco (Iperboreo)
Grazie e ciao
Sinuhe
[...]
> stavo leggendo la Metafisica di Tommaso Campanella
> <<altri (vivono) angelicamente, ma in verità aderendo gli uni agli angeli
> cattivi, come le indovine e le civette...
> Il testo latino parla di "sagae et lamiae" per "indovine e civette".
> .... queste lamiae?
Streghe, demoni notturni., vampire eredi del mito sumerico di Lilith.
Nel dialetto calabrese (e Camanella era nativo di Stilo se non erro),
il termine ricorre ancora.
Alberto Bianco ( Iperboreo )
---
LAMIA
Sebbene Lamia in Filostrato sia un'espressione popolare sinonimo di Empusa,
queste sono due realtà mitologiche che possono ritenersi distinte, ma che
hanno in comune il vampirismo.
A Lamia possiamo attribuire un'ascendenza "Nobile": era figlia di Belo, il
re di Libia, ed ebbe la disgrazia di essere amata da Zeus al quale generò
numerosi figli. Era, gelosa del marito, fece sì che i figli di Lamia
morissero strangolati (solo Scilla, il mostro situato sullo stretto di
Messina di cui narra l'Odissea, riuscì a scampare alla furia di Era), Lamia
si nascose in una caverna e diventò un mostro orribile, geloso delle madri
più felici di lei delle quali spiava i figli per poi rapirli. Alcune
testimonianze aggiungono che Era avesse privato Lamia del sonno, ma Zeus le
concesse il privilegio di potersi togliere gli occhi ed appoggiarli dentro
un vaso per poter riposare: quando Lamia era priva degli occhi non era
pericolosa. Graves aggiunge anche che «Lamia era la libica Neith, dea dell'
amore e della battaglia, chiamata anche Anatha e Atena; il suo culto fu
soppresso dagli achei ed essa finì per diventare uno spauracchio per i
bambini. Il suo nome, Lamia, pare apparentato con Lamyros (ingordo) da
laimos (gola), cioè, per una donna, lasciva, e il suo orribile volto è la
maschera profilattica della gorgone, usata dalle sacerdotesse durante la
celebrazione dei misteri di cui l'infanticidio era parte integrante. La
leggenda degli occhi di lamia fu probabilmente tratta da una raffigurazione
della dea nell'atto di conferire a un eroe capacità divinatorie offrendogli
un occhio». (R. Graves, op. cit., p. 184).
1. In questo bassorilievo greco del 400 a.C. custodito al British Museum, la
Lamia, un vampiro che si diceva fosse ghiotto del sangue di bambini, rapisce
un neonato. Rappresentata qui come un demone alato, con il torace di donna e
la parte inferiore di uccello, la Lamia veniva accusata di divorare i
bambini per vendicarsi della morte del proprio figlio, avvenuta per volere
degli dei. (Le Metamorfosi)
Un'altra interpretazione attribuisce etimologicamente il nome "Lamia" al
verbo "laniare" (lamiae. vel potius lanie e lanciando, quia laniant
infantes), ma è contestata da numerosi autori.
Aristofane conferisce a Lamia caratteri ermafroditi attribuendole un pene e
l'attrezzatura sottostante:
E primo fra tutti io ho combattuto proprio col cinghiale zannuto, cui dagli
occhi fungevano terribili sguardi di Cinna, mentre intorno cento adulatori
scellerati gli leccavano in giro la testa, e aveva la voce di un torrente
che porta devastazione e fetore di foca e coglioni di Lamia mai lavati.
(Aristofane, La Pace).
Anche lamia poteva trasformarsi in animale e donna bellissima, inoltre
poteva presentarsi in numero maggiore di uno (solitamente tre).
Le lamie si univano alle Empuse quando esse apparivano nei trivi e insieme
cercavano i giovani per berne il sangue dopo averli sfiniti con i rapporti
sessuali.
Un'antica tradizione dei dintorni del Parnaso comprende una "Lamia del mare"
, un demone che catturava i giovani che suonavano il flauto sulla spiaggia a
mezzanotte e a mezzogiorno. Se questi rifiutavano di unirsi in matrimonio
con lei, erano brutalmente uccisi. Probabilmente questa creatura è erede
delle sirene, che seducevano i marinai col loro canto per privarli d'ogni
bene, anch'esse erano donne alate, ma avevano il volto e il tronco di donne
umane.
Una scultura ellenica, che attualmente si trova al British Museum, raffigura
le Lamie che corrono con un bambino stretto fra le braccia, del quale
probabilmente poi berranno il sangue; hanno un paio d'ali spiegate e i
lunghi capelli fermati con un monile a forma di teschio.
Lamia rimase, con le medesime connotazioni di divinità malevola, anche nella
cultura romana. Fu presto associata alla figura della strega, dalla quale
rimase inscindibile anche nel Medioevo e nel Rinascimento: le cause sono da
ricercarsi nel fatto che i delitti erano compiuti prevalentemente nottetempo
e le vittime preferite erano i bambini (dei quali le streghe cercavano
soprattutto il grasso, per preparare unguenti, e il sangue, che per la sua
purezza poteva far da tramite col demonio). Un'altra caratteristica che
accomuna queste creature sia alle streghe che ai vampiri è la capacità di
trasformarsi in uccello notturno, per non essere riconosciute quando
entravano nelle case a cercare le loro vittime.
Sia il popolo greco che quello romano manifestavano atteggiamenti
contradditori nei confronti delle donne, una sorta d'ammirazione/timore:
accanto alle capacità seduttive convivevano enormi potenzialità distruttive.
In Luciano leggiamo: (La Lamia) Non esita a uccidere se ha bisogno di sangue
caldo che fuoriesca a fiotti da una gola recisa, e se le funebri mense
richiedono visceri palpitanti; così con uno squarcio nel ventre, estrae i
feti da porre sulle are ardenti e non per la via che la natura richiede (M.
Centini, Il Vampirismo, Xenia, 2000, p. 37).
La simbologia del sangue, presente nell'antica Roma, non era molto dissimile
da quella della Grecia classica. Pochi erano quelli che conoscevano i
segreti per estrarre il sangue, conservarlo e usarlo nel modo migliore per
ottenerne benefizi: le custodi di quest'arte erano principalmente donne,
capaci di portare alla vita le creature, ma altrettanto abili a porvi fine.
L'Asino d'Oro o le Metamorfosi di Apuleio reca il resoconto di un certo
Aristomene di una vicenda accaduta al suo amico Socrate:
«E, spinta di fianco la testa di Socrate, gli immerge traverso la clavicola
sinistra la spada fino all'elsa, poi accosta un piccolo otre e raccoglie
diligente il sangue che spicciava senza versarne in terra neppure una
goccia. Son cose queste che ho visto coi miei occhi. Inoltre la buona Meroe,
per portar io credo, alcuna innovazione nei riti che regolano i sacrifici,
introdusse la destra traverso la ferita e, dopo molto frugare, ne trasse il
cuore del mio povero compagno, mentre dalla sua gola, squarciata pel
violento colpo di spada, più che voce usciva un incerto gorgoglio, e il
fiato sfuggiva sotto forma di bolle».
Le stesse donne che avevano compiuto il misfatto fecero in modo, con un
sortilegio, che Aristomane rincontrasse l'amico ancora vivo.
Ne L'Arte Poetica di Orazio le Lamie sono descritte come esseri mostruosi,
in grado di ingoiare i bambini e di restituirli ancora intatti se si
squarcia loro il ventre (l'integrità dei corpi è, però, solo apparente,
infatti all'interno sono svuotati d'ogni umore). Nelle Odi, sempre di
Orazio, abbiamo un vero e proprio inno dedicato a Lamia.
---
http://www.factoryschool.org/content/pubs/rhood/duncan/HD_Book.pdf
Sì, nativo di Stilo (1568). Quanto alle Lamie: tipine simpatiche. Chissà che
non vi siano, come per i vampiri, anche i metodi per sbarazzarsene... :-)
> Alberto Bianco ( Iperboreo )
Grazie Alberto, un cordiale saluto
Sinuhe
....
> Questa menzione delle "civette" mi ha incuriosito. Il testo latino
> parla di "sagae et lamiae" per "indovine e civette". Forse questo
> potrebbe costituire un punto di partenza per approfondire l'indagine.
> Cos'erano propriamente queste lamiae? Qualcosa nella memoria mi
> richiama le arpie, ma non saprei dirne di più.
Ho già letto l'ampia risposta di Iperboreo che mi lascia ben poco spazio di
manovra :).
Tuttavia mi rifaccio all'epoca di Tommaso Campanella ed al latino che si
usava allora.
Un paio d'anni fa, diedi una mano alla figlia di un amico nel tradurre (con
estrema fatica, lo ammetto!) alcune pagine di una specie di "manuale"
cinque/seicentesco ad uso del perfetto inquisitore.
Ho osservato che il termina _lamia_, nel latino dei tempi di Campanella,
indicava sempre la strega, almeno in quel testo.
Nel latino classico, invece, può indicare anche la civetta.
D'altra parte, il latino _strix_ che poi è diventato l'italiano "strega"
indicava appunto un uccello notturno, una specie di vampiro, di arpia, di
strega... di lamia.
Quindi, a mio parere, l'espressione _sagae et lamiae_ l'avrei certamente
tradotta "indovine e streghe".
Ma io non sono un latinista quindi preferisco qui cedere il passo ai veri
competenti.
Ciao,
> Ho giŕ letto l'ampia risposta di Iperboreo che mi lascia ben poco spazio
di
> manovra :).
Il mostro della biblioteca ha colpito ancora... :-))
> Quindi, a mio parere, l'espressione _sagae et lamiae_ l'avrei certamente
> tradotta "indovine e streghe".
Č anche la mia opinione, sulla base di quanto riportato da Iperboreo e da
te. Credo che il curatore/traduttore non si sia dato la pena di
"contestualizzare" il latino adottato, ed abbia optato per una traduzione
"liscia", ha trovato cioč, probabilmente, "civetta" come traduzione di
"lamia" e si č fermato lě. Nel contesto di una edizione ridotta della
Metafisica (nel senso che non č integrale, sono solo degli stralci), al
limite puň andare. Ma se si fosse trattato, ad esempio, di un testo sulla
magia o sugli angeli-demoni etc., la questione avrebbe richiesto ben altro
approfondimento.
> Ma io non sono un latinista quindi preferisco qui cedere il passo ai veri
> competenti.
Se č per questo io posso solo fare domande... ben vengano le risposte di
chiunque puň/sa/vuole aiutarmi (tanto per rimanere in ambito campanelliano
:-).
> Ciao,
>
> --
> Righel
Ciao e grazie
Sinuhe
> Quanto alle Lamie: tipine simpatiche. Chissà che
> non vi siano, come per i vampiri, anche i metodi per sbarazzarsene... :-)
A proposito di vampiri (nomi, localizzazione delle credenze in materia,
eventuali "rimedi indicati dalle tradizioni popolari) si puo' vedere:
http://vampire.multiplayer.it/redentori/vamnome.asp
Dove pero', purtroppo, di rimedi specifici per la _lamie_ non si parla ;-))
Tornando agli aspetti mitici ed antropologici di queste
spettrali figure, ecco un' altra definizione:
" Lamia é uma figura vampírica nas lendas da Europa que atrai mortais para
ela através de sua voz e drena não somente sangue deles, mas também força
de vontade e força física também."
Mi pare si possa supporre che queste figure mitiche siano strettamente
collegate con la Lilith della tradizione ebraica e, ancor prima,
mesopotamica. Viene posto in risalto l'aspetto inquietante, pericoloso,
incontrollabile, _debilitante_ del femminile; potremmo addirittura dire
della "femminilita' fuori controllo". A questo proposito alcuni particolari
della leggenda di Lilith (prima moglie di Adamo, prima ancora di Eva) mi
paiono indicativi.
---
Il nome Lilith deriva dalla parola assiro-babilonese LILITU, che significa
"spirito del vento".
Secondo la tradizione ebraica, Lilith fu la donna di Adamo, prima ancora di
Eva. Si dice che fosse lei la madre di Caino e non Eva. Lilith fu creata
nello stesso modo di Adamo, cioè con polvere e argilla (alcuni testi parlano
di "sedimenti e sudiciume" per evidenziarne i tratti negativi). Ella si
considerava uguale ad Adamo e quando egli cercò di sottometterla con la
forza (Lilith non voleva stendersi sotto di lui durante i rapporti sessuali,
in quando considerava "offensiva" tale posizione), lei si ribellò e fuggì
nel deserto vicino al Mar Rosso, dove si accoppiò con i Djinns e generò
innumerevoli demoni (chiamati Lilim).
Dio cercò di farla tornare da Adamo, e le inviò 3 angeli (Sanvi, Sansanvi e
Semangelaf), ma Lilith si rifiutò di tornare. I tre angeli la punirono
sterminando quasi tutti i suoi figli. Lilith giurò odio mortale ai figli
degli uomini: si narra che strangolasse i neonati nelle culle e che
tormentasse gli uomini semiaddormentati, dopo aver avuto con loro amplessi
mortali.
Lilith appare nelle leggende ebree, sumere, arabe e persino teutoniche. È
presente anche in numerosi testi ebraci, fra cui il Talmud, il Sefer-ha-Zoar
o Libro dello Splendore e i Midrash.
Molte delle storie narrate su di lei sembrano riflettere l'ansietà dell'uomo
riguardo a donne che non possono essere tenute sotto controllo (per questo
motivo Lilith è anche considerata un simbolo del femminismo).
In alcune storie Lilith viene raffigurata come una creatura divina, piena di
risorse, intelligente, indipendente ed amante degli animali.
Lilith viene spesso associata al fuoco, in quanto descritta come creatura
bellissima dalla testa all'ombelico, ma dall'ombelico in giù come "fuoco
fiammeggiante".
---
Il mito pare provenire dall'ambiente mesopotamico, e si trova ripreso
insistentemente nella tradizione ebraica extra biblica:
---
According to midrashic literature, Adam's first wife was not Eve but a woman
named Lilith, who was created in the first Genesis account. Only when Lilith
rebelled and abandoned Adam did God create Eve, in the second account, as a
replacement. In an important 13th century Kabbalah text, the Sefer ha-Zohar
("The Book of Splendour") written by the Spaniard Moses de Leon (c.
1240-1305), it is explained that:
< At the same time Jehovah created Adam, he created a woman, Lilith, who
like Adam was taken from the earth. She was given to Adam as his wife. But
there was a dispute between them about a matter that when it came before the
judges had to be discussed behind closed doors. She spoke the unspeakable
name of Jehovah and vanished. >
In the Alpha Betha of Ben Sira (Alphabetum Siracidis, or Sepher Ben Sira),
an anonymous collection of midrashic proverbs probably compiled in the 11th
century C.E., it is explained more explicitly that the conflict arose
because Adam, as a way of asserting his authority over Lilith, insisted that
she lie beneath him during sexual intercourse (23 A-B). Lilith, however,
considering herself to be Adam's equal, refused, and after pronouncing the
Ineffable Name (i.e. the magic name of God) flew off into the air.
Adam, distraught and no doubt also angered by her insolent behaviour, wanted
her back. On Adam's request, God sent three angels, named Senoy, Sansenoy,
and Semangelof, who found her in the Red Sea. Despite the threat from the
three angels that if she didn't return to Adam one hundred of her sons would
die every day, she refused, claiming that she was created expressly to harm
newborn infants. However, she did swear that she would not harm any infant
wearing an amulet with the images and/or names of the three angels on it.
At this point, the legend of Lilith as the "first Eve" merges with the
earlier legend of Sumero-Babylonian origin, dating from around 3,500 BCE, of
Lilith as a winged female demon who kills infants and endangers women in
childbirth. In this role, she was one of several mazakim or "harmful
spirits" known from incantation formulas preserved in Assyrian, Hebrew, and
Canaanite inscriptions intended to protect against them. As a female demon,
she is closely related to Lamashtu whose evilness included killing children,
drinking the blood of men, and eating their flesh. Lamashtu also caused
pregnant women to miscarry, disturbed sleep and brought nightmares.
In turn, Lamshtu is like another demonized female called Lamia, a Libyan
serpent goddess, whose name is probably a Greek variant of Lamashtu. Like
Lamashtu, Lamia also killed children. In the guise of a beautiful woman, she
also seduced young men. In the Latin Vulgate Bible, Lamia is given as the
translation of the Hebrew Lilith (and in other translations it is given as
"screech owl" and "night monster").
It needs to be remembered that these demonic "women" are essentially
personifications of unseen forces invented to account for otherwise
inexplicable events and phenomena which occur in the real world. Lilith,
Lamashtu, Lamia and other female demons like them are all associated with
the death of children and especially with the death of newborn infants.
It may be easily imagined that they were held accountable for such things as
Sudden Infant Death Syndrome (SIDS, also called crib death, or cot death)
where an apparently healthy infant dies for no obvious reason. Cot death
occurs almost always during sleep at night and is the most common cause of
death of infants. Its cause still remains unknown.
---
Beh, se siete arrivati a leggere fino a questo punto, temo che siate gia'
caduti presa di un' l'attrazione fatale" :-))
Un saluto a tutti, un augurio per le festivita' e... a rileggerci a maggio,
fuggo nella sibaritide ;-))
Dal punto di vista socio-lavorativo la cosa è semplice: basta non assumerle
come baby-sitters... :-)
> It may be easily imagined that they were held accountable for such things
as
> Sudden Infant Death Syndrome (SIDS, also called crib death, or cot death)
> where an apparently healthy infant dies for no obvious reason. Cot death
> occurs almost always during sleep at night and is the most common cause of
> death of infants. Its cause still remains unknown.
L'accostamento che proponi mi pare valido, questo tipo di "spiegazioni"
invece mi paiono un ottimo esempio di quanto dicevo nella mia risposta a
Righel.
> Beh, se siete arrivati a leggere fino a questo punto, temo che siate gia'
> caduti presa di un' l'attrazione fatale" :-))
Chi glielo dice ora alla vampira che sono magro come un chiodo? ;-)
> Un saluto a tutti, un augurio per le festivita' e... a rileggerci a
maggio,
> fuggo nella sibaritide ;-))
Attento ad eventuali vampiri locali... :-/
> Alberto Bianco ( Iperboreo )
Ciao, salutoni e auguri
Sinuhe
>> stavo leggendo la Metafisica di Tommaso Campanella
>> <<altri (vivono) angelicamente, ma in verità aderendo gli uni agli angeli
>> cattivi, come le indovine e le civette...
>> Il testo latino parla di "sagae et lamiae" per "indovine e civette".
>
Non ho capito bene: per Campanella le "civette" che aderivano agli
angeli cattivi portavano le penne o le gonne?
Ciao,
Alex (5630)
> Non ho capito bene: per Campanella le "civette" che aderivano agli
> angeli cattivi portavano le penne o le gonne?
Ti riporto il testo con la curiosità che mi era sorta:
---------------------------------------------------------------------
<<altri (vivono) angelicamente, ma in verità aderendo gli uni agli angeli
cattivi, come le indovine e le civette, e Simon Mago ad un negromante, gli
altri a quelli buoni, come molti eremiti, Paolo, Antonio, Ilarione>>
(Metafisica, a cura di G. Di Napoli, Bologna, Zanichelli, 1967, vol. III, p.
137).
Questa menzione delle "civette" mi ha incuriosito. Il testo latino parla di
"sagae et lamiae" per "indovine e civette".
----------------------------------------------------------------------
Mi era sorta la curiosità di capire in che senso "lamiae" veniva tradotto
con "civette", cioè se si trattasse di penne, di gonne o di altro. Ora so
che essenzialmente si trattava di lasciarcele, le penne... ;-)
> Ciao,
> Alex (5630)
Saluti e auguri di Buona Pasqua
Sinuhe
>> stavo leggendo la Metafisica di Tommaso Campanella
>
>> Il testo latino parla di "sagae et lamiae" per "indovine e civette".
>
>> .... queste lamiae?
>
>Streghe, demoni notturni., vampire eredi del mito sumerico di Lilith.
>Nel dialetto calabrese (e Camanella era nativo di Stilo se non erro),
>il termine ricorre ancora.
Il dialetto calabrese non esiste. Anzi, in un certo senso non esiste
neanche "la" Calabria. Isnardi, il grande geografo tuo conterraneo, vi
identificava ben quattrordici subregioni divise da zone più o meno
pianeggianti che costituivano a loro volta ulteriori fattori di
isolamento. Nel Regno di Napoli si parlava di "Calabrie", al plurale:
la Calabria Citeriore (corrispondente grosso modo all'attuale
provincia di Cosenza) veniva distinta dalla Calabria Ulteriore,
quest'ultima divisa successivamente in due (Ultra I con capoluogo
Reggio e Ultra II con capoluogo Catanzaro). Le differenze delle
diverse province erano soprattutto linguistiche: i dialetti non sono
mutuamente comprensibili.
Per quel che ne so, l'uccello "civetta" viene detto "zagarogna" nei
dialetti della Calabria Citeriore, "Cuccuvella" o "Piula" nei dialetti
della Calabria Ulteriore (e quindi anche nel dialetto di Stilo). In
quale zona della Calabria hai sentito il termine "lamia"?
Ciao,
Ferdinando
--
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>Ti riporto il testo con la curiosità che mi era sorta:
><<altri (vivono) angelicamente, ma in verità aderendo gli uni agli angeli
>cattivi, come le indovine e le civette, e Simon Mago ad un negromante, gli
>altri a quelli buoni, come molti eremiti, Paolo, Antonio, Ilarione>>
>
>Questa menzione delle "civette" mi ha incuriosito. Il testo latino parla di
>"sagae et lamiae" per "indovine e civette".
Mi pare sia un problema di traduzione non perfetta in italiano.
E' evidente che Campanella intendesse riferirsi "a coloro che si
comportano come gli spiriti infernali, ad esempio le indovine e le
fattucchiere"; il traduttore ha utilizzato pero' il termine "civetta"
che traduce effettivamente il latino "lamia", ma non ne veicola i
significati emotivi. In italiano una ragazza un po' civetta e' di gran
lunga piu' gradevole e simpatica di una strega.
Ciao,
Alex (5630)
> Mi pare sia un problema di traduzione non perfetta in italiano.
> E' evidente che Campanella intendesse riferirsi "a coloro che si
> comportano come gli spiriti infernali, ad esempio le indovine e le
> fattucchiere"; il traduttore ha utilizzato pero' il termine "civetta"
> che traduce effettivamente il latino "lamia", ma non ne veicola i
> significati emotivi. In italiano una ragazza un po' civetta e' di gran
> lunga piu' gradevole e simpatica di una strega.
Sono daccordo, sul problema di traduzione e su quest'ultima affermazione
:-)
> Ciao,
> Alex (5630)
Saluti
Sinuhe
>Per quel che ne so, l'uccello "civetta" viene detto "zagarogna" nei
>dialetti della Calabria Citeriore, "Cuccuvella" o "Piula" nei dialetti
>della Calabria Ulteriore (e quindi anche nel dialetto di Stilo).
Per puro caso mi sono imbattuto in un dizionario calabrese-italiano.
A Stilo "civetta" --"uccello ritenuto dagli antichi portatore di
disgrazzie" (sic)--si dice "pigula", con l'accento sulla "i":
http://www.calabriamente.it/servizi/dizionario/cerca_ita.php?lett=C
Ciao,
Alex (5630)
>> Il testo latino parla di
>>"sagae et lamiae" per "indovine e civette".
>
>Mi pare sia un problema di traduzione non perfetta in italiano.
Senti un po' cosa diceva Giacomo Leopardi:
Lamia era [...] una di quelle voci e idee che non essendo adoperate
mai dagli scrittori se non per ischerzo, o per filosofica
riprensione, sono nondimeno tutto giorno in uso nella comune
favella, e [...] difficilmente vengono in taglio d'esser mentovati
nella scrittura, o nella società, per poco civile che sia. [...]
Quei pochissimi scrittori latini che usarono questa voce, non
poterono esser noti più che tanto a quegl'ignorantissimi che nel
'300 adoperarono scrivendo in italiano la voce "Lammia". [...]
Gli scrittori latini adoperarono "Lamia" in senso di strega, o fata
ecc. e negli scrittori del trecento ella si trova, credo sempre, in
senso di ninfa, tanto che i volgarizzatori di quel tempo, dove i
testi latini dicono nympha, traducono regolarmente Lammia. Questa
voce non la poterono dunque avere dagli scrittori latini, che
l'adoprano in altro senso, ma dal volgare, il quale, come il volgo
fu divenuto cristiano, e considerò le ninfe, e le altre deità del
paganesimo come demonj, e mali spiriti, cominciò e costumossi a
chiamar Lammie le ninfe de' Gentili. [...]
E chi sa che gli stessi antichi latini (e greci) volgarmente non
dicessero Lamia per ninfa? Considerando cioè la ninfa come un ente
misterioso, e di misterioso potere, qual è appunto la Lamia.
Facilissime e naturalissime sono queste confusioni d'idee e di
parole, in quelle tra esse che appartengono alla classe abbandonata
ai pregiudizi dell'infimo volgo.
(Leopardi, Zibaldone, 2300-2304)
> In italiano una ragazza un po' civetta e' di gran
>lunga piu' gradevole e simpatica di una strega.
Ma di gran lunga...
>(Ferdinando Chiodo) wrote:
>>Per quel che ne so, l'uccello "civetta" viene detto "zagarogna" nei
>>dialetti della Calabria Citeriore, "Cuccuvella" o "Piula" nei dialetti
>>della Calabria Ulteriore (e quindi anche nel dialetto di Stilo).
>
>A Stilo "civetta" --"uccello ritenuto dagli antichi portatore di
>disgrazzie" (sic)--si dice "pigula", con l'accento sulla "i":
Non vedo grandi differenze tra "piula" e "pigula".
Piuttosto, per una strana catena di associazioni verbali il termine
"zagarogna" mi ha fatto venire alla mente proprio certi miti orientali
a cui hanno accennato qualche giorno fa Iperboreo e Sinuhe.
In Calabria, per motivi a me ignoti, le "zagarogne" sono associate
proverbialmente a Carpanzano. Carpanzano è un piccolo e grazioso paese
posto nelle vicinanze di Scigliano e Pittarella, in provincia di
Cosenza (Calabria citeriore, territorio bruzio, quindi).
Avrei giurato che l'etimologia di Carpanzano avesse a che fare col
greco "karpòs", mentre nel dialetto locale "Pittarella" significa
"piccola focaccia", "pizzetta". Senonché qualche tempo fa ho letto
"Protogea" di Vincenzo Padula (BTW: di Padula ho fatto la scansione
del "Monastero di Sambucina" per il Progetto Manuzio, la cui revisione
dovrebbe diventare disponibile dalla prossima settimana). Per Padula
la maggior parte dei nomi di quelle zone sono di origine semitica. Ad
esempio, "Carpanzano" deriverebbe da "Kap-har-Hazan", nella lingua
ebraica "cavità del monte fumante", mentre "Pittarella" --le cui donne
avevano fama di essere "magàre", ossia esperte nell'arte della
divinazione-- deriverebbe da "Pethor", vocabolo associato nella lingua
ebraica all'interpretazione dei sogni. Chissà che le zagarogne di
Carpanzano non abbiano a che fare con le "sagae et lamiae"
stigmatizzate da Campanella :-)
> Avrei giurato che l'etimologia di Carpanzano avesse a che fare col
> greco "karpòs", (...) Senonché qualche tempo fa ho letto
> "Protogea" di Vincenzo Padula (...). Per Padula
> (...) "Carpanzano" deriverebbe da "Kap-har-Hazan", nella lingua
> ebraica "cavità del monte fumante",
non conosco questo Padula: certo un etimo ebraico per un toponimo calabrese
è pesante da provare: parrebbe un etimologia à la Semerano...
Ecco l'etimo corrente:
"il toponimo è una formazione aggettivale in -Anus da un personale latino
*Carpentius o Carpantius"
(G. Gasca Queirazza, C. Marcato, G.B. Pellegrini, G. Petracco Sicardi, A.
Rossebastiano, Dizionario di toponomastica, Torino, Utet 1997(2 ed.), s.v.)
Quanto alla "zagarogna", mi pare di ricordare che M. ALinei (Dal totemismo
al cristianesimo popolare, Alessandria, Ed. Dell'Orso 1984; poi vari saggi
sui Quaderni di Semantica), la inserisse nella nutrita serie di nomi romanzi
di animali che iniziano con consonanti anteriori (rom. ciumaca 'lumaca', sd.
thilikerta 'lucertola' etc.), i quali, sempre secondo Alinei, sarebbero
zoonimi parentelari (< lat. thius < gr. theîos 'zio'), sul tipo dell'it.
barbagianni < barba 'zio', forse collegabili a antiche fasi totemiche.
Ciao
Luca
Sull'etimologia in sé e per sé non mi pronuncio, essendo tutt'altro che
esperto in materia.
Come spiegazione però appare probabile se si tiene presente la tendenza di
Campanella a far costantemente riaffiorare, nelle sue esemplificazioni,
materiale autobiografico: si va dal ricordo della visita all'officina del
fabbro fatta quand'era bambino, ai vari incontri con personaggi noti e meno
noti, all'emergere doloroso dell'esperienza del carcere e della tortura,
etc. Non mi stupirebbe affatto che le figure evocate si riconnettessero a
personaggi in carne ed ossa, realmente incontrati e/o frequentati in
gioventù.
> Ciao,
> Ferdinando
Saluti
Sinuhe
>non conosco questo Padula: certo un etimo ebraico per un toponimo calabrese
>è pesante da provare: parrebbe un etimologia à la Semerano...
Vincenzo Padula (1819-1893) non era uno studioso di linguistica:
conosceva tuttavia l'ebraico (ha tradotto alcuni libri della Bibbia),
oltre alle lingue classiche (ha insegnato fra l'altro anche letteratura
latina all'Università di Parma). È stato un buon poeta ("Il monastero di
Sambucina", scritto all'età di 20 anni, è un IMO un capolavoro) e un
grande meridionalista (per alcuni anni ha scritto interamente, più che
diretto, un giornale, "Il Bruzio", dove ha pubblicato fra l'altro anche
"Dello stato delle persone in Calabria", che è considerata la prima
inchiesta seria sul Mezzogiorno dopo l'unità). Era un coraggioso
intellettuale impegnato (spero che questa definizione non faccia
sorridere, in questi tempi) e le sue opere migliori sono da cercare in
certe novelle ispirate alle tradizioni popolari calabresi ("La
Castagna", "la noce e l'acciarino", "L'Orco", "La notte di Natale",
ecc.).
La tesi di "Protogea" (rintracciare nel mondo preistorico le origini
semitiche della toponomastica calabrese) appare francamente ridicola.
Non escludo tuttavia che nella toponomastica calabrese possano essere
identificate tracce della presenza ebraica in epoca storica: secondo le
stime di Davide Andreotti (Storia degli ebrei in Calabria) ancòra
all'epoca della dominazione angioina, un quarto degli abitanti era di
religione israelita.
>non conosco questo Padula: certo un etimo ebraico per un toponimo calabrese
>è pesante da provare: parrebbe un etimologia à la Semerano...
Vincenzo Padula (1819-1893) non era uno studioso di linguistica:
conosceva tuttavia l'ebraico (ha tradotto alcuni libri della Bibbia),
oltre alle lingue classiche (ha insegnato fra l'altro anche
letteratura latina all'Università di Parma). È stato un buon poeta
("Il monastero di Sambucina", scritto all'età di 20 anni, è un IMO un
capolavoro) e un grande meridionalista (per alcuni anni ha scritto
interamente, più che diretto, un giornale, "Il Bruzio", dove ha
pubblicato fra l'altro anche "Dello stato delle persone in Calabria",
che è considerata la prima inchiesta seria sul Mezzogiorno dopo
l'unità). Era un coraggioso intellettuale impegnato (spero che questa
definizione non faccia sorridere, in questi tempi) e le sue opere
migliori sono da cercare in certe novelle ispirate alle tradizioni
popolari calabresi ("La Castagna", "la noce e l'acciarino", "L'Orco",
"La notte di Natale", ecc.).
La tesi di "Protogea" (rintracciare nel mondo preistorico le origini
semitiche della toponomastica calabrese) appare francamente ridicola.
Non escludo tuttavia che nella toponomastica calabrese possano essere
identificate tracce della presenza ebraica in epoca storica: secondo
le stime di Davide Andreotti (Storia degli ebrei in Calabria) ancòra
all'epoca della dominazione angioina, un quarto degli abitanti era di
religione israelita.
Ciao,
>non conosco questo Padula: certo un etimo ebraico per un toponimo calabrese
>è pesante da provare: parrebbe un etimologia à la Semerano...
Vincenzo Padula (1819-1893) non era uno studioso di linguistica:
conosceva tuttavia l'ebraico (ha tradotto alcuni libri della Bibbia),
oltre alle lingue classiche (ha insegnato fra l'altro anche
letteratura latina all'Università di Parma). È stato un buon poeta
("Il monastero di Sambucina", scritto all'età di 20 anni, è un IMO un
capolavoro) e un grande meridionalista (per alcuni anni ha scritto
interamente, più che diretto, un giornale, "Il Bruzio", dove ha
pubblicato fra l'altro anche "Dello stato delle persone in Calabria",
che è considerata la prima inchiesta seria sul Mezzogiorno dopo
l'unità). Era un coraggioso intellettuale impegnato (spero che questa
definizione non faccia sorridere, in questi tempi) e le sue opere
migliori sono da cercare in certe novelle ispirate alle tradizioni
popolari calabresi ("La Castagna", "la noce e l'acciarino", "L'Orco",
"La notte di Natale", ecc.).
La tesi di "Protogea" (rintracciare nel mondo preistorico le origini
semitiche della toponomastica calabrese) appare francamente ridicola.
Non escludo tuttavia che nella toponomastica calabrese possano essere
identificate tracce della presenza ebraica in epoca storica: secondo
le stime di Davide Andreotti (Storia degli ebrei in Calabria) ancòra
all'epoca della dominazione angioina, un quarto degli abitanti era di
religione israelita.
Ciao,
>Quanto alla "zagarogna", mi pare di ricordare che M. ALinei (Dal totemismo
>al cristianesimo popolare, Alessandria, Ed. Dell'Orso 1984; poi vari saggi
>sui Quaderni di Semantica), la inserisse nella nutrita serie di nomi romanzi
>di animali che iniziano con consonanti anteriori (rom. ciumaca 'lumaca', sd.
>thilikerta 'lucertola' etc.), i quali, sempre secondo Alinei, sarebbero
>zoonimi parentelari (< lat. thius < gr. theîos 'zio'), sul tipo dell'it.
>barbagianni < barba 'zio', forse collegabili a antiche fasi totemiche.
Non ho capito cosa siano le consonanti anteriori. Quanto al
'barbagianni', vorrebbe dire 'zio Giovanni'? Esistono altri zoonimi
parentelari nelle lingue romanze?
Ciao,
Alex (5630)
P.S.
Se mi avesero chiesto l'etimologia di 'zagarogna', avrei risposto
immediatamente, con una paraetimologia, 'uccello che ha a che fare con
le zagare, i fiori degli aranci, piante molto diffuse in Calabria'.
> Non ho capito cosa siano le consonanti anteriori. Quanto al
> 'barbagianni', vorrebbe dire 'zio Giovanni'? Esistono altri zoonimi
> parentelari nelle lingue romanze?
Scusa, la sintesi: dentali come th-, s-, ts-, palatali come t†- eccetera. Ma
la sintesi è scorretta, perché non include ad es. le labiali, che pure sono
anteriori. Avrei detto meglio "consonanti simili o vicine a /ts/".
Zoonimi parentelari: molti, secondo Alinei: a memoria appunto tsilikerta <
thia lacerta 'lucertola', zagarogna < zia carogna, zio nicola > calabr.
zinicola 'lupo'; ma nei saggi che citavo nell'altro post ce ne sono
moltissimi esempi; e altri studiosi hanno sviluppato l'ipotesi. Trovi saggi
sull'argomento in molti numeri dei Quaderni di Semantica.
e molti anche secondo visioni più tradizionali, a cominciare appunto dal
barbagianni.
Alcuni di questi zoonimi sarebbero poi stati rimotivati in epoca cristiana
attraverso la sostituzione con nomi sacri, donde tipi come sp. mariposa <
Maria e simili.
Ciao
Luca
> >Per quel che ne so, l'uccello "civetta" viene detto "zagarogna" nei
> >dialetti della Calabria Citeriore, "Cuccuvella" o "Piula" nei dialetti
> >della Calabria Ulteriore (e quindi anche nel dialetto di Stilo).
Non mi ero spiegato bene ed solo adesso sono rientrato (dalla Calabria,
appunto, quella ionica, nei pressi di Sibari). Il termine lamie mi pare
traduca "streghe", non civette. Le civette nella sibaritide sono dette
"cuccuvelle".
Alberto Bianco (Iperboreo)
> Le civette nella sibaritide sono dette
>"cuccuvelle".
Questo termine ricorda l'italiano, invero un po' arcaico,
"coccoveggia". Avrei detto che "coccoveggia" fosse un termine
vagamente onomatopeico. In un sito sul dialetto toscano
(http://www.pratoshop.com/parole_c.shtml) vedo invece che deriverebbe
dal greco, ma greco *moderno*, "kukubagia".
Domande:
Come si diceva in greco antico "civetta"?
Esiste un vocabolario italiano-greco antico?
Ciao,
Alex (5630)
(cut)
> Domande:
> Come si diceva in greco antico "civetta"?
Glaux, termine che significa anche 'azzurro' e che proprio per questo creò
una dotta discussione sul verso significato dell'attributo di Atena: _
glaucòpis_ .
Infatti, poiché l'animale simbolo di Atena è la civetta, ci si chiedeva se
il termine 'glaucopide' significasse "dagli occhi azzurri" o "dagli occhi di
civetta".
> Esiste un vocabolario italiano-greco antico?
Certo.
Io posseggo:
F. Schenkl - F. Brunetti
*Dizionario greco-italiano italiano-greco*
fratelli melita editori
Genova, 1990.