Pulizia etnica nel primo Ottocento
Una popolazione guerriera, autonoma, fedele al vecchio re e cattolica: per
questo gli Highlanders scozzesi furono perseguitati dai protestanti inglesi
e costretti a lasciare a decine di migliaia la loro terra in quello che fu
uno dei primi genocidi dell'era moderna.
di Gianandrea de Antonellis
Certo non erano immortali come ce li ha descritti un film di successo, ma
gli Highlanders erano sicuramente un popolo di guerrieri. Divisi in clan,
i cui appartenenti (clansman) erano trattati dal capo-clan come se fossero
stati membri della sua stessa famiglia, erano abituati ad uno stile di vita
tanto austero, che a molti studiosi ricorda quello degli eroi omerici.
Orgogliosi, combattivi e, soprattutto, tenacemente legati alle loro
tradizioni religiose - vale a dire cristiane e cattoliche - osteggiarono il
Protestantesimo prima e le idee illuministe poi: vennero distrutti in
maniera brutale dagli inglesi protestanti, che prima corruppero i loro capi
e poi li costrinsero ad abbandonare la propria terra, con una politica
di emigrazione forzata.
Le Highlands Clearances, appunto: letteralmente "liberazione delle
Highland", dove la parola oggi sarebbe intesa come pulizia etnica, tanto
che in gaelico scozzese l'operazione è chiamata Fuadaich nan Gàidheal,
l'espulsione dei Celti.
Dopo la rivolta giacobita del 1745-46, in seguito alla sconfitta di
Culloden, i Clan della regione delle Highland furono dispersi in maniera
subdola. Molti capi subirono l'influenza del ben più alto tenore di vita
delle regioni meridionali e di Londra: di conseguenza non bastava più
possedere terre e mantenere guerrieri, ora essi necessitavano anche
di denaro.
Prodromi di una colonizzazione
Vennero assunti fattori provenienti dalle Lowland (Terre Basse) e
dall'Inghilterra, dotati di uno spirito imprenditoriale "d'assalto" e ben
poco interessati al mantenimento delle tradizioni familiari e lavorative
delle Highland: l'economia, da autonoma che era, divenne dipendente da
quella delle regioni meridionali più ricche; la produzione principale
divenne quella della carne da macello, ma quando la richiesta di carne
bovina diminuì bruscamente, molti allevatori finirono sul lastrico.
Le terre vennero svendute ed i nuovi proprietari decisero di introdurre
greggi di ovini in larga scala. Per far posto alle pecore, molte famiglie
vennero brutalmente cacciate dai luoghi in cui avevano risieduto per varie
generazioni: in questo consistette l'Highland Clearance, la "pulizia etnica"
delle Highland.
Grazie al matrimonio con la figlia dell'ultimo conte di Sutherland, un
nobile inglese, lord Stafford, divenne il più grande proprietario della
Scozia e nel primo ventennio dell'Ottocento i suoi fattori scacciarono
decine di migliaia di Highlander dalle loro avite case. Le abitazioni
vennero bruciate con tutto il contenuto, mentre gli abitanti vennero
costretti ad emigrare in America o in Australia oppure costretti a vivere
in condizioni miserabili sulla costa. Li rimpiazzarono pochi pastori
e moltissime pecore.
Vietati anche il kilt e la cornamusa
La cacciata dalle abitazioni fu, come detto, brutale: agli uomini non venne
permesso di portare alcuna arma, neppure una semplice spada; fu proibito
l'uso del kilt, il tradizionale gonnellino ed addirittura della pipe, la
cornamusa, al fine di sradicare completamente la cultura locale.
A ciò, come accennato, contribuì la corruzione dei capi clan, attratti da
una vita più comoda, spinti a ritenere che avere un figlio ufficiale
dell'esercito inglese fosse più onorevole che mantenere l'armata del clan.
Ingenuamente, molti giovani virgulti scozzesi, anzi proprio i figli
dell'aristocrazia locale, si fecero sedurre dal tipo di vita inglese,
abbandonarono il kilt per le giacche rosse e si diedero ai "bicchieri dei
dadi e del vino", contribuendo a dissanguare le finanze familiari. Vendere
le proprie vacche, anziché il loro latte, per avere immediata disponibilità
di denaro contante, fu il principio della rovina: di qui a vendere anche le
terre il passo fu breve. I capi clan ora si interessavano quasi
esclusivamente del benessere dei propri figli in Inghilterra, anziché
di quello dell'intero clan nelle Highland...
L'anno della pecora
Il 1792 è tristemente noto nelle Highland come "anno della pecora", poiché
vide l'inizio della sostituzione degli uomini da parte degli animali. Una
regione che aveva spesso avuto problemi di sovraffollamento divenne
in pochi anni quasi deserta - se si eccettuano gli ovini - e l'agricoltura
venne interamente sostituita dalla pastorizia.
Terre che ai nostri giorni vedono un susseguirsi di prati abitati unicamente
da pecore, un tempo vedevano sorgere numerosi ed attivi villaggi dove
vivevano decine di migliaia di persone. Ogni traccia di insediamento umano
venne spazzato via nel giro di una ventina di anni: per evitare il
reinsediamento, una volta sgombrate, le case vennero bruciate con le loro
suppellettili ed agli abitanti non fu concesso di portare via che
l'indispensabile.
Furono letteralmente deportati presso la costa, costretti a vivere all'aria
aperta finché non si costruirono da soli nuove abitazioni e a trasformarsi
da agricoltori in pescatori (le nuove terre non offrivano grandi possibilità
di essere coltivate).
Costretti in tale situazione, molti Highlander furono ulteriormente spinti
all'emigrazione dalla peste delle patate che nel 1846 produsse la grande
carestia, the Great Famine, che produsse la più massiccia ondata di
emigrazione dalle isole britanniche. A farne le spese furono soprattutto i
cattolici irlandesi e scozzesi, tanto che si disse che la carestia era stata
in qualche misura procurata proprio per "liberare" ulteriormente i
possedimenti inglesi da chi non aveva voluto aderire alla riforma
protestante.
Aver reso senza midollo l'aristocrazia prima di attaccare il resto della
popolazione, estirpandone le tradizioni, è uno dei motivi per cui, pur
essendo la vicenda delle "Highland clearance" ben nota ai discendenti dei
perseguitati e da essi molto sentita, soltanto dopo quasi due secoli, nel
1995 è stato possibile rimuovere la grande statua del Duca di Sutherland,
principale fautore della "pulizia", che troneggiava sulle lande deserte, per
sostituirla con un monumento alle sue vittime.
Scozia: il coraggio della fede
di Paolo Gulisano
La storia civile della Scozia è strettamente legata a quella religiosa.
Quando, alla fine del XIII secolo, il sovrano inglese Edoardo I Plantageneto
invase la Scozia con l'obiettivo di annetterla al suo regno, suscitò non
solo la reazione di eroici guerrieri come William Wallace e nobili patrioti
come Robert Bruce, ma anche dell'intera Chiesa scozzese.
Nascita di una nazione
Come scrisse il grande saggista G.K. Chesterton nella sua A Short History of
England: «Probabilmente egli [il Plantageneto] non arrivò mai ad intuire
quale forza avesse chiamato in vita e si fosse messo contro, anche perchè
una tale forza non aveva ancora un nome. Noi la chiamiamo "nazionalismo". La
Scozia resistette, e le avventure di un cavaliere di nome
William Wallace ben presto dovevano dotare questa forza
di certe leggende che sono molto più importanti della stessa storia.
Fu allora che i preti cattolici della Scozia diventarono il partito
patriottico e anti-inglese; atteggiamento che poi dovevano conservare
anche durante tutta la Riforma protestante.
Wallace fu preso e giustiziato, ma il ferro era già rovente sul fuoco.
(...)Edoardo fu il martello degli scozzesi, non perchè li schiacciò, ma
perchè li fece. In effetti, egli li percosse sull'incudine e li forgiò a
guisa di spada».
Nel 1320, sei anni dopo aver inferto sul campo di battaglia di Bannockburn
una pesantissima sconfitta agli inglesi, il fiore della nobiltà di Scozia e
i capi dei clan si radunarono presso l'Abbazia cluniacense di Arbroath, a
pochi chilometri da Dundee, per chiedere al Papa di riconoscere alla Scozia
il diritto di essere una nazione, fondata su una storia e su una fede
«In verità non è per la gloria, non per le ricchezze, non per gli onori che
noi combattiamo, ma per la libertà... Per quella sola, a cui nessun uomo
retto rinuncerebbe, anche a prezzo della vita stessa».
Così scrissero nella Dichiarazione. «Perciò, Reverendo Padre e Signore, noi
supplichiamo Vostra Santità con le nostre più ardenti preghiere e con animo
genuflesso, affinché Voi vogliate nella Vostra sincerità e bontà considerare
tutto questo: dal momento che dalla venuta di Colui del quale siete Vicario
in terra, non c'è maggior importanza o distinzione tra Giudeo e Greco,
Scozzese o Inglese, vogliate guardare con gli occhi di un padre le
tribolazioni e le angustie portate dagli Inglesi su di noi e sulla Chiesa
di Dio».
Non libertarismo, ma vero amore per la libertà
È impressionante leggere la vicenda storica scozzese attraverso il manifesto
di Arbroath: non semplicemente un'epopea cavalleresca, ma la battaglia di
tutto un popolo. L'anelito alla libertà, intesa non secondo l'astrattezza
delle ideologie, ma come il frutto concreto della verità e della giustizia,
assurge a dei livelli che restano ineguagliati da parte delle moderne
dichiarazioni politiche.
La Scozia ottenne dalla Chiesa il diritto ad esistere come Nazione, giacché
il diritto stesso a governare proviene da Dio e dalla conformità delle
azioni del sovrano alla Sua legge.
Questo legame rimase fino al 1746, fino a Culloden, l'ultima battaglia
combattuta - e perduta- per la libertà della Scozia.
Una religiosità profonda, quella scozzese, che è testimoniata anche dalla
stessa bandiera nazionale, che altro non è che la croce di S. Andrea, - che
è il Santo Patrono della Scozia - bianca in campo blu.
Il dramma del Protestantesimo
La grande civiltà scozzese medievale venne drammaticamente travolta dalla
Riforma Protestante. Il XVI secolo segna un'epoca drammatica per l'Europa:
la Cristianità si spaccò, e uomini animati da una furente volontà di
cambiamento mutarono il volto della storia.
Oltre ai ben noti Lutero e Calvino, in Scozia troviamo un personaggio
un po' meno celebre ma assolutamente decisivo nelle vicende di questa
nazione: John Knox.
La Riforma protestante si era affermata in Inghilterra dall'alto per la
volontà di Enrico VIII. La questione del divorzio, che rappresentò il casus
belli con il Papa, fu in realtà assolutamente pretestuosa. Ciò che l'obeso e
libertino sovrano bramava, e con lui la grande aristocrazia inglese, era
mettere le mani sui beni della Chiesa.
In nessuna parte d'Europa quanto nelle Isole Britanniche esisteva, al
tramonto del Medioevo, una simile quantità di monasteri, abbazie, conventi.
Ogni casa religiosa, evidentemente, era in possesso di beni materiali:
terreni, allevamenti, attività produttive, il cui reddito serviva a dare
forma concreta alla carità cristiana.
Grazie a queste rendite si potevano mantenere scuole, università, ospedali,
ospizi, dando assistenza ai bisognosi in tempi in cui nessuno, se non la
Chiesa, si prendeva cura di poveri, malati, indifesi.
Un compito che le è stato assegnato da Cristo stesso, e che nonostante
il passare dei secoli e il succedersi delle ideologie che pretendono di
garantire il paradiso in terra, sembra rimanere tutt'altro che superato.
I piani ambiziosi di Enrico VIII potevano ora volgersi anche alla Scozia,
quella terra che i suoi antenati avevano conquistato e poi perduto
ignominiosamente: favorì quindi lo sviluppo tra gli scozzesi di una fazione
filo-protestante e filo-inglese, che iniziò ad ordire complotti contro il Re
e contro la Chiesa, in particolare contro uomini come il cardinale David
Beaton, grande ecclesiastico e patriota.
L'aggressione alla Scozia venne quindi portata direttamente contro
l'esistenza stessa del cattolicesimo dal calvinismo feroce del predicatore
John Knox; e il sangue dei martiri prese a scorrere per il Paese, mentre
un intero patrimonio culturale venne devastato e distrutto.
La Scozia, nonostante la sua lontananza geografica dal centro della
Cristianità, era stata per secoli una delle figlie predilette di Roma, tanto
da meritarsi il titolo di "Specialis Filia Romanae Ecclesiae", figlia
particolare della Chiesa Romana. Un titolo del quale i fedeli scozzesi
erano sempre andati fieri.
I giorni del martirio
La distruzione materiale fu accompagnata dalla peggiore persecuzione
immaginabile: furono stabilite durissime leggi penali contro i cattolici:
la Chiesa doveva scomparire dalla faccia del Paese, e con essa quanti
si ostinassero ad aderirvi.
Il clima di terrore instaurato, paragonabile a quello della Russia
comunista, fece sì che fossero di più gli apostati che i martiri.
Resistere nell'antica fede significava andare incontro ad arresti,
spoliazioni, uccisioni sommarie. Alla fine del '500 in tutta la Scozia, la
"figlia prediletta di Roma" non sussisteva ormai che per un piccolo gregge,
schiacciato, minacciato, disperso: poche migliaia di cattolici, concentrati
prevalentemente nelle Highlands, quasi completamente privi di sacerdoti,
di umili condizioni (pochissimi erano i nobili che non avevano aderito
al nuovo regime politico-religioso) mantenevano accesa la fiammella
della Fede e vedevano minacciata ora la libertà stessa della loro patria.
Tra chi si era opposto al regime del terrore c'era stata la giovane Regina
Maria, la celebre Maria Stuarda. Gli inglesi decapitarono la Regina di
Scozia, loro prigioniera da anni, l'8 febbraio 1587. Era un gesto crudele,
indebitamente estraneo al diritto.
Ma non hanno ancora vinto...
Altre durissime prove sarebbero giunte in seguito: i legittimisti tentarono
per due volte, nel 1715 e nel 1745, di riportare sul trono la dinastia
cattolica degli Stuart, tentativi entrambi drammaticamente frustrati.
Dopo il 1746, l'Inghilterra mise in atto una spaventosa operazione di
pulizia etnica (e religiosa) nel Nord della Scozia, deportando migliaia
di highlanders in America o in Oceania.
Tuttavia, nel disegno provvidenziale di Dio la Fede non doveva scomparire
dalla Scozia: sotto le messi sradicate e distrutte sopravvisse il seme, un
seme che nel corso del XX secolo ha cominciato a dare frutto, rinvigorendo
la presenza cattolica nel Paese e allo stesso tempo dando un prezioso
contributo alla causa della libertà della Scozia.