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Il beato manganellatore

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donquixote

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Nov 15, 2007, 5:08:54 PM11/15/07
to
L'araldo
Costruiva il futuro della comunità sulle basi del rispetto e della concordia
Marco Bianchi
In questo contributo in onore del Beato Matteo cerco di delineare le
motivazioni della venuta di frate Matteo Carreri dalla sua Mantova a
Vigevano, basandomi sulla documentazione che ho potuto consultare.
Ho tenuto volutamente il tono di racconto, ma i riferimenti storici sono
autentici.

Lotte politiche
Occorre ricordare che Vigevano, non ancora città (sarà tale nel 1530), era
"terra separata", ossia non soggetta né alla detestata Pavia, né alla
subdola Novara, né alla prepotente Milano, ma rispondeva in modo diretto al
solo Duca di Milano che, al tempo, era Galeazzo Maria Sforza.
Questi, signore del ducato milanese dal 1466 (alla scomparsa del padre
Francesco Sforza), aveva avvertito la necessità politica di portarsi nella
turbolenta Vigevano, nel gennaio del 1470, per la chiarificazione
dell'appartenenza della comunità al dominio degli Sforza. Infatti, a
Vigevano, il partito anti-sforzesco stava riprendendo vigore, addirittura
con l'elezione al Consiglio Generale dei fratelli Giovanni e Antonio Desio,
che erano avversi agli Sforza ed erano stati i promotori della ribellione
vigevanese del 1449.
Galeazzo Maria Sforza fissò, per il 20 gennaio di quel 1470, la
convocazione presso il castello di Vigevano dei rappresentanti non solo di
Vigevano, ma pure delle varie città del Ducato, allo scopo di ottenere il
giuramento di fedeltà agli Sforza. All'appuntamento si presentarono i
responsabili di Cremona, Parma, Piacenza, Lodi, Tortona, Alessandria,
Pavia, Como e Vigevano.
Questa era rappresentata dai "sindaci" o procuratori Giorgio Colli,
Ambrogio Gravalona, Giovanni Vastamiglio e Spiritino del Pozzo.
Il Duca ottenne il generale giuramento di fedeltà. Si rese però conto
della lacerante divisione nella comunità di Vigevano.
Occorreva mediare per non perdere i fedeli sforzeschi e intanto recuperare
gli antichi avversari ormai consci della realtà ducale, nonché creare un
clima di pacifica convivenza nella comunità vigevanese.

La scelta di frate Matteo da inviare a Vigevano
Sul primo versante, il Duca procedeva, nel mese di febbraio, dando
in Milano separate udienze alle due fazioni.
La mediazione cercava di accontentare le teste dure proprio vigevanesi,
convinte di "avere ragione", senza troppo scontentare l'altra parte che si
mostrava disponibile all'accettazione degli Sforza.
Sul versante della più ampia pacificazione nella comunità vigevanese,
occorreva intervenire sulle coscienze con il richiamo ai valori di pace e di
concordia. Il Duca subito chiese lumi ai suoi consiglieri e, in particolare,
a quel volpone del Segretario Generale del Ducato, primo ministro Cicco
Simonetta. Questi, tra le altre incombenze, seguiva con attenzione
l'evolversi della riforma dei Frati domenicani della "Osservanza", i quali
cercavano di riportare l'Ordine dei Predicatori all'osservanza, appunto,
della primitiva regola proposta dal fondatore, San Domenico di Caleruega.
Cicco Simonetta sentì il Padre Provinciale degli "Osservanti della Provincia
di Lombardia", che stava al convento domenicano della Madonna
delle Grazie in Milano.
Ricevette l'indicazione dell'efficacia della predicazione del frate
domenicano osservante Matteo Carreri da Mantova, del quale
si diceva anche della vita di santità e, addirittura, della capacità
di ottenere miracoli.
Era l'uomo giusto. Furono inviati ordini a Mantova e a Vigevano. La lettera
del Padre Provinciale raggiunse frate Matteo in Mantova con l'ordine della
predicazione del quaresimale del 1470 in Vigevano, con la specifica di
puntare sulla concordia e la pace.

Giunge a Vigevano
Frate Matteo aveva cinquant'anni. Nonostante fosse di robusta costituzione e
di potente voce così da farsi sentire dalle platee più numerose, da qualche
tempo avvertiva un calo di forze e pure di voce. La continua attività
missionaria lo aveva sfibrato. Letta la missiva, disse ai confratelli di
Mantova: "Vado a Vigevano, per ivi morire".
Giunse a Vigevano sul finire del febbraio 1470.
Raggiunto il convento dei Frati domenicani osservanti di San Pietro Martire,
si inginocchiò, secondo la regola, di fronte al padre priore, il vigevanese
frate Bartolomeo Bragunzi o Bergonzi, e ne chiese la benedizione. Il priore
e gli altri frati accolsero il santo frate con somma venerazione e chiesero,
a loro volta, la benedizione.
La genuina ospitalità dei confratelli vigevanesi rinfrancò frate Matteo
dalle fatiche del lungo viaggio. Già aveva sperimentato l'accogliente
cordialità dell'ambiente vigevanese durante il quaresimale predicato nel
1456. Ora rivedeva volti conosciuti, amici e giovani frati cresciuti alla
sua scuola. Infatti, reincontrava il vigevanese frate Luca Maria Secchi, da
lui introdotto alla vita domenicana proprio nel 1456, e i suoi antichi
chierichetti divenuti giovani e fattisi frati a vent'anni nel 1465: i
vigevanesi frate Ludovico Angelo Rodolfi e frate Tommaso Raimondo Gravalona.

L'olio bollente e i miracoli in vita: taumaturgo
Anche Ambrogio Gravalona frequentava, nella chiesa di San Pietro
Martire, il quaresimale di quel 1470 che era improntato ai temi della
giustizia misericordiosa e della pace evangelica, su riflessioni di frate
Matteo. Il Gravalona stava nei banchi davanti, riservati ai decurioni del
Consiglio Generale, tenuti alla partecipazione su pressante invito del Duca.
Alle signore era serbato altro distinto luogo; seguiva il popolo dei fedeli.
Venerdì della settimana di Passione, precedente la domenica delle Palme, la
predicazione fu turbata dall'accorrere in chiesa di Berlanda, una
giovanissima domestica dei Gravalona, che concitata chiamava e cercava i
suoi padroni a motivo di un grave evento accaduto al loro figlioletto,
bambino di quattro anni anch'egli di nome Ambrogio. Era successo che
l'attiva fantesca Giovanna Ortensia aveva tolto dal fuoco l'ampia padella di
ferro colma di olio bollente e l'aveva depositata sulla griglia del tavolo
per porvi più comodamente i pesci da arrostire.
Ed ecco, il vivace bambino aggrapparsi al tavolo e rovesciarsi addosso
l'olio bollente: "ita destructus et excussus, ac deformatus" (riferisce il
documento testimoniale coevo), ossia "così distrutto, devastato e deformato,
perse i tratti della sua fisionomia e parve ormai senza speranza di vita".
Corse Ambrogio Gravalona giù dalla strada dei Pioppi o popoli (Via del
Popolo) e, per la direttrice della Maddalena (Via Simone del Pozzo),
raggiunse la sua abitazione nella contrada dei Mercanti; lo seguiva
trafelata la moglie Lena Morselli. Non volevano assolutamente perdere il
figlio. La mamma, in particolare, portava un immenso affetto al bambino
anche perché aveva tanto sofferto durante la gestazione, nel parto e nel
dargli lo scarso latte (limite ereditario, che suscitava la devozione della
famiglia a Santa Agata, rimedio a tale limite). Intanto, in chiesa, nel
sussurro generale, frate Matteo chiuse rapidamente il suo dire, invitando
alla preghiera. Parecchi si recarono alla casa dei Gravalona per dare
conforto. Il fisico-chirurgo scosse però il capo: solo pezzuole imbevute
d'acqua di pozzo potevano un poco lenire lo spasimo delle membra del
malcapitato bambino ormai in stadio di incoscienza.
Era presente anche frate Tommaso Raimondo Gravalona che incitò Aliolo a
salire con lui al convento per ricorrere all'aiuto di frate Matteo. Nel
locale del parlatorio, posto all'ingresso del convento dei Domenicani
(all'attuale entrata del Tribunale di Vigevano [quella che viene spesso
inquadrata nei servizi televisivi relativi al delitto di Garlasco]) fu
chiamato il santo frate per un colloquio urgente. Aliolo gli descrisse i
fatti "miscens lacrimas verbis", mescolando le lacrime alle parole,
dice l'antico manoscritto, e invocò la grazia della guarigione del bambino.
Si schermì frate Matteo, ricordando che i miracoli li fa solo il Signore.
Al che Aliolo rilevò che i santi intercedono presso il Signore per
strappargli le grazie.
Allora, il santo frate, che già aveva sperimentato la potenza della sua
impetrazione presso Dio, per non salire in superbia ("vizio sottile" diceva
essere la vanagloria) invitò a confidare nella intercessione del domenicano
San Vincenzo Ferrer: questi aveva riportato in vita un infante posto
nell'acqua bollente dalla madre impazzita (ancor oggi, nella chiesa di San
Pietro Martire c'è la pala d'altare raffigurante detto prodigio). Quindi
intonò il "Pater noster" e poi stette qualche tempo con gli occhi chiusi
in intensa interiore preghiera.
Quando aprì gli occhi disse: "Fatti animo, tuo figlio di questo non morirà".
Aliolo tornò a casa e trovò il bimbo in ripresa coscienza, senza dolori, e
con progressiva guarigione delle membra ustionate. Tutta Vigevano fremette
di stupore e di gioia.
Le ultime predicazioni di frate Matteo in quel quaresimale, tenute nella
Settimana Santa che sfociava nella Pasqua di risurrezione, vedevano un
imponente afflusso di popolo che la chiesa di San Pietro Martire non poteva
contenere.
Gli avversari politici erano toccati dalla grazia della pacificazione di
fronte all'uomo di Dio che esortava all'amore e alla misericordia. Il grande
miracolo per Vigevano fu l'unità degli intenti che costruiva il futuro della
comunità sulle basi del rispetto, della concordia e del solidale progresso.
L'affetto all'umile frate fu corale e, dopo qualche mese, alla sua morte
avvenuta il 5 ottobre 1470, esplose nella decisa venerazione, giacché Matteo
Carreri fu proclamato subito Beato e Protettore di Vigevano a furor di
popolo (prima delle ufficiali dichiarazioni ecclesiali, 1482, e civili,
1518). La venerazione continua.

Quadrante Padano
La strana storia del Beato Matteo Carreri
Marco Bianchi
Se Sant'Ambrogio è il primitivo Patrono dell'"insigne borgo" di Vigevano
(che sarà città nel 1530), il Beato Matteo Carreri da Mantova ne diverrà il
Protettore.
Infatti per iniziativa della comunità civile, nel Convocato
(o Consiglio Generale) di Vigevano del 27 marzo 1518, veniva
proclamato quale Protettore di Vigevano il Beato Matteo Carreri,
ratificando la promessa di protezione espressa dallo stesso
Beato poco prima di morire (il 5 ottobre 1470, nel convento
vigevanese di San Pietro Martire).
Se normale risulta in ogni borgo o città la scelta del Santo Patrono
da parte della comunità, singolare risulta in Vigevano la scelta della
comunità da parte del Beato Protettore. Questi, infatti, prima
del suo transito su questa terra, aveva promesso che "avrebbe sempre
pregato in cielo per la sua cara Vigevano".
E i sopravvissuti dell'ultima generazione che avevano visto frà Matteo
soccorrere il popolo vigevanese e compiere prodigi in vita che avevano
sperimentato la promessa di protezione, essi che decurioni o anziani,
sedevano nel Consiglio Generale, promossero il convocato suddetto che
dichiarava il Beato Matteo Carreri protettore di Vigevano.
Come religioso, sacerdote e predicatore Frà Matteo percorse buona parte
della frammentata Italia centro-settentrionale d'allora. Lo troviamo
innanzitutto nel Mantovano, nel Vicentino e nel Cremonese, e poi in Toscana
e in Liguria, e quindi nel più vasto Ducato di Milano, per concludere il suo
pellegrinaggio terreno in un lembo di tale Ducato, la terra di Vigevano
(sede ricercata dei Signori di Milano per svaghi, tornei e cacce, con il
funzionale castello e, più tardi, nel 1492 con la rinascimentale, bellissima
piazza introducente al maniero).
Un suo viaggio da Pisa a Savona, su un veliero carico di pellegrini e di
mercanzie, già di per sè movimentato, divenne assai agitato dall'attacco di
una nave di "perfidi corsari". Questi derubarono i beni della nave e dei
passeggeri; il corsaro in capo sequestrò anche due donne, madre e figlia,
per portarsele via. Ma, come racconta frà Cherubino da Fabriano, testimone
del fatto, "frà Matteo supplicò il barbaro di rilasciare le due donne, senza
atterrirsi delle minacce del corsaro, il quale liberò in un primo tempo la
madre e, alle preghiere del frate che offriva se stesso in schiavitù, liberò
pure la figlia, e poi a tutti diede la libertà".
Nel 1456, frà Matteo è a Vigevano per una serie di predicazioni nella chiesa
di San Pietro Martire che era retta da padri domenicani (della congregazione
riformata di Lombardia), che tenevano un mirabile convento con annesso
noviziato. E proprio quale maestro dei novizi verrà Matteo dieci anno dopo
in Vigevano per trasmettere permanentemente ai frati e tutta la popolazione
del luogo la passione della verità, della carità e della santità.
La passione per la verità lo spinse ad esempio a fare chiarezza sul modo di
fare divertimento da parte di alcuni saltimbanchi che intrattenevano i
giovani del luogo con balli e danze e gesti assai volgari. Frà Matteo,
avvertito dell'indecenza, scese dal convento verso la piazza della
baldoria, portando un nodoso bastone in mano [sic!] e cacciò tutti coloro
che facevano disordine, con risentimento di taluni ufficiali del Duca
Galeazzo Sforza. Questi, che stava nel cortile del castello di Vigevano
[posto vicino alla piazza Ducale]

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http://www.castit.it/media/castellodelmese/vigevano3.jpg

http://www.bbabiate.it/images/Vigevano.jpg

http://www.castit.it/media/castellodelmese/vigevano1.jpg

mandò a chiamare il frate per avere spiegazioni del suo operato. E Matteo
persuase il Duca del dovere dell'autorità di seguire la legge morale per il
bene comune. La passione della santità si compenetra con l'autentica
passione di Cristo, fino a ricevere la trasverberazione del cuore dal grande
Crocifisso che sta nella chiesa di San Pietro Martire in Vigevano. E come il
cuore di Cristo, anche il cuore di frà Matteo rimase aperto nel suggello
della morte: era il 5 ottobre 1470.
Tutti gli abitanti di Vigevano accorsero a venerare il "Beato" Matteo.
Nel 1482 Sisto IV, permise, a viva voce, il culto del Beato, secondo il
rescritto dell'8 febbraio 1482 del padre Salvo Cassetta, Maestro Generale
dei domenicani. Urbano VIII, nel 1625, e Benedetto XIV, nel 1742,
riconfermarono il culto, fissando al 7 di ottobre la celebrazione liturgica.
Nel 1646 il corpo del Beato fu traslato nell'arca marmorea in cui riposava,
nella chiesa di San Pietro Martire di Vigevano

http://www.coralesangaudenzio.it/images/spietro.jpg

nella cripta ricavata ai piedi dell'altare maggiore della stessa chiesa.
Tale cripta fu successivamente ampliata ed abbellita fino a divenire un
suggestivo "scurolo" con la spoglia del Beato posta nell'urna dai cristalli
e dagli argenti smaglianti. Oltre la devozione particolare, il sentire
comune dei vigevanesi attribuisce alla protezione del Beato Matteo il
superamento di tempi calamitosi. Ed anche oggi è sommamente venerato.

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Brani tratti dal libro di Renato Vasconi "L'uomo che volle convertire
Satana", biografia del beato Matteo Carreri.
"Il clamore della festa giungeva fino alla chiesa. Ma Padre Matteo se ne
stava tranquillo all'ombra di quel tempio che per lui racchiudeva un segreto
meraviglioso.
Fu una donnetta del popolo che lo scosse dal suo vagabondaggio
spirituale. Gli disse che giù in piazza succedeva qualcosa di molto grave.
Non osava dire cosa, ma certamente la presenza del Padre avrebbe fatto
cessare quelle oscenità.
Padre Matteo si avviò lungo la strada che conduceva alla piazza. Lo
spettacolo che vide lo raggelò. Sia i giocolieri che gli attori stavano
intrattenendo il pubblico, quasi interamente giovanile, con esibizioni a
carattere erotico. Gli attori e le attrici si erano semidenudati e
recitavano brani osceni, sottolineando le parole con azioni infami e gesti
volgari. I giovani, in piedi, accanto ai due palchi, sembravano bere ad
occhi spalancati quella rappresentazione così insolita per la loro città.
La comparsa di padre Matteo fu subito notata. Qualcuno mostrò irritazione,
ma il frate finse di non avvedersene. Si avvicinò a un palco con molta
fermezza e, facendo cenno agli attori di interrompere lo spettacolo, chiese
di parlare con il responsabile della Compagnia.
Attorno si udì un brusio di scontento. I più giovani volevano divertirsi e
urlarono, un po' qua e un po' là, perchè il frate lasciasse la piazza. Ma
lui, imperterrito, se ne stava in piedi sulle tavole, attendendo.
Allora si fece avanti un giovanotto incipriato, con gli occhi bistrati e i
capelli biondi profumati. Aveva le reni avvolte da una grande striscia di
pelliccia.
"Siete voi il capo di questi signori?" esordì Padre Matteo.
"Per servirla!" disse il giovanotto, e si inchinò ironicamente, portando la
mano al cuore. I presenti sogghignarono.
"Vorrei pregarvi" continuò Padre Matteo "di essere più moderati in queste
rappresentazioni. Avete davanti a voi dei giovani, nei cui confronti occorre
essere responsabili. Perché dovere insegnare il male così a sangue freddo?
Offrite loro una gioia diversa, un modo più vero di essere felici."
Il giovanotto sorrise beffardamente e, ponendo una mano sulla spalla del
frate, disse: "Aggiornatevi, anima santa! I giovani hanno finito di essere
poeti. All'amore del vostro Dio preferiscono lo splendore, opaco se volete,
dell'amore da trivio!"
Alcuni applaudirono, e scrosciarono alcune risate. Padre Matteo si guardò
intorno. Solo, sul palco, in mezzo a quegli attori seminudi, faceva un
effetto strano. Guardò la sua gente, quel popolo che il Signore gli aveva
affidato. Si sentì più che mai Padre, in quel momento, veramente
responsabile di quelle anime che venivano corrotte e sviate.
Afferrò improvvisamente un bastone e, senza più parlare, incominciò a
picchiare sulle gambe e sulle schiene dei mimi e delle danzatrici. Gli
attori, presi alla sprovvista, si misero a fuggire per ogni dove,
rivestendosi come potevano con qualche drappo raccattato negli angoli del
palco. La piazza si era riempita all'inverosimile di folla. Tutti guardavano
Padre Matteo, ed erano colpiti da quello sfogo terribile.
Poi videro il frate scendere tranquillamente dal palco, e incamminarsi
sorridendo verso il Convento....."

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La chiesa di san Pietro Martire in occasione della festa del Beato Matteo

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Il crocifisso della trasverberazione

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Lo scurolo del Beato Matteo

http://i10.tinypic.com/6pfkpvr.jpg

Il corpo incorrotto del Beato Matteo

http://i1.tinypic.com/8beqqns.jpg

Il Beato Matteo portato in trionfo nella stessa piazza in cui egli effettuò
la pia spedizione punitiva a suon di manganellate

http://i15.tinypic.com/6tuvj2a.jpg

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