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Il libro nero della satanica Rivoluzione francese

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donquixote

unread,
Mar 10, 2008, 6:20:38 PM3/10/08
to
Avvenire
Et voilà! Anche la rivoluzione francese ha il suo «Libro nero»
DA PARIGI DANIELE ZAPPALÀ
Passi pure che, a 40 anni di distanza, la piccola rivoluzione
sessantottina sia oggi messa in discussione, Oltralpe persino
da nomi illustri della gauche.
Ma la grande rivoluzione, la Révolution per antonomasia capace
di spalancare le porte della contemporaneità?
Ebbene, c'è chi ne critica ormai apertamente molti aspetti
salienti. E non si tratta di un singolo storico dalle inclinazioni
reazionarie, ma del folto drappello di autorevoli studiosi all'origine del
Libro nero della Rivoluzione francese, appena pubblicato da Cerf.
Ben lontana nell'impostazione e nella cifra scientifica da certi leggeri
pamphlet sui grandi «miti storici» che si tengono appena a galla sull'ultima
onda iconoclasta, la vasta raccolta di contributi - quasi 900 pagine -
prende di mira da diversi angoli le zone d'ombra dei «mirabili» fatti del
1789. Gli autori ripropongono domande apparentemente banali le
cui risposte sono state finora troppo spesso acriticamente trasmesse,
lungo i decenni e i secoli, a partire da una storiografia originaria talora
più attenta ad esaltare che a comprendere quanto davvero avvenne.
Jean Pierre e Isabelle Brancourt si chiedono ad esempio che cosa fu
esattamente la mitica presa della Bastiglia. Fu davvero il frutto della
«spontaneità rivoluzionaria» degli ardimentosi che vi parteciparono,
come vuole una certa tradizione agiografica? Si trattò, inoltre, di
un'«insurrezione contro lo stile arbitrario» del regime monarchico,
come sostengono altre fonti non meno infatuate dalla portata titanica
dell'evento?
I due storici soppesano vari argomenti e ricostruzioni dei fatti,
giungendo alla conclusione che una terza pista, finora sottovalutata,
merita invece di essere riconsiderata: quella che sottolinea il ruolo di
burattinaio nell'ombra, ma neppure tanto, giocato dall'Assemblea
nazionale costituente.
«È certo che un numero non trascurabile di membri dell'Assemblée
abbiano consapevolmente preso la risoluzione di utilizzare il disordine
a fini politici favorevoli ai loro progetti».
Progetti di conquista del potere perseguiti spesso con calcolate
e spietate manovre ben lontane da quell'«interesse generale» con cui tante
generazioni avrebbero poi amato ammantare e giustificare ogni sanguinosa
deriva del 1789. Fra le pagine scure di quell'anno, ricorda Pierre
Chaunu, ci furono anche le espropriazioni senza contropartita dei beni
ecclesiastici.
Secondo il noto storico, dietro i proclami ufficiali l'operazione
consistette in gran parte in uno stratagemma per placare in fretta
le avide richieste di una ristretta cerchia di già arciricchi «creditori»
dello Stato. La logica fu quella ben poco nobile che «implica, per
rendere l'operazione redditizia, che si derubino, a profitto dei creditori
privilegiati, Dio, i bambini, i poveri e i malati».
Altri contributi cercano di ricostruire la genesi dei massacri meglio
documentati o approfondiscono i moventi di fondo di figure chiave
della Révolution fra le più famigerate, come Louis Antoine Léon de
Saint-Just, noto al contempo come «l'arcangelo della Rivoluzione» e
«l'arcangelo del Terrore».
Ampio spazio trovano le persecuzioni antireligiose così come le
atroci repressioni in Vandea. A livello culturale, poi, precisi resoconti
del «vandalismo rivoluzionario» fanno da controcanto alla tradizionale
visione di una rivoluzione «amica» delle lettere e delle arti.
Un'antologia di documenti d'epoca completa un volume da cui,
se non del tutto stravolto, il volto di Marianna pare uscire quanto meno
«scrostato» dagli spessi strati di fard che avevano finora impedito a molti
di scorgere le rughe e le smorfie dietro i celebri gentili sembianti.

http://edicola.avvenire.it/newsmem/avvenire/20080305/b310503ago3.pdf.0/img/Image_4.jpg

La Rivoluzione anti-cattolica
di Vincenzo Merlo
«La Rivoluzione francese anzitutto colpì la Chiesa e, fra le passioni nate
da essa, la prima ad avvivarsi e l'ultima a spegnersi fu la passione
irreligiosa. Anche quando era svanito l'entusiasmo per la libertà, dopo che
si era comprata a prezzo della servitù la tranquillità, si restava ribelli
all'autorità religiosa....».
Così la lucidissima analisi di Alexis De Tocqueville a commento
del vero fondamento della Rivoluzione francese, e cioè la «passione
irreligiosa». E' oramai un fatto storico incontrovertibile che la
Rivoluzione francese ebbe come principale obiettivo, fin dall'inizio, la
distruzione della Chiesa. E questo - spiega Tocqueville - perché la
Rivoluzione volle essa stessa farsi religione: «Fu una rivoluzione politica
che agì come una rivoluzione religiosa e ne assunse l'aspetto. Si diffuse
nel mondo con la predicazione e la propaganda: spettacolo nuovo quello di
una rivoluzione politica che ispira il proselitismo e che si predica tra gli
stranieri con ardore pari alla passione con cui la si compie presso di sé.
Fra tutte le novità che ha mostrato al mondo questa è certamente la più
nuova».

Che il cuore dell'evento rivoluzionario (ispirato in gran parte dalle
potentissime logge massoniche) fosse l'anti-cristianesimo, è dimostrato
dalle numerosissime pubblicazioni antireligiose (e non ancora
antimonarchiche) che pullularono durante il periodo di preparazione degli
Stati Generali repubblicani, tra il 1788 e il 1789. In questi anni la
Rivoluzione riuscì a dividere il clero in «fedele alla Chiesa» e «fedele
alla Rivoluzione». Il 2 novembre 1789 lo Stato confiscò i beni della Chiesa;
il 13 febbraio 1790 soppresse gli ordini religiosi, il 12 luglio emanò la
Costituzione civile del clero e il 27 novembre obbligò vescovi e parroci a
giurare fedeltà alla stessa. La Costituzione civile del clero spazzava via
con un tratto di penna tutti gli ordini monastici e religiosi; prevedeva
l'elezione dei vescovi, ma in un modo totalmente estraneo ai primi secoli
di vita della Chiesa; toglieva al Papa ogni giurisdizione sulla Chiesa di
Francia, e senza che ci fosse alcun dibattito con Roma; infine, rinchiudeva
la Chiesa dentro i confini della Nazione. Papa Pio VI condannò
immediatamente questo decreto, ma nel febbraio 1798 fu arrestato
e deportato in Francia, dove morirà il 29 agosto dell'anno seguente.

A partire dal luglio 1792 cominciò una vera e propria persecuzione nei
confronti dei ministri di culto cattolici: decine di migliaia di sacerdoti,
di religiosi e di religiose dovettero andare in esilio. Molti altri scelsero
di continuare ad esercitare il proprio ministero nella clandestinità.
Nascosti dal popolo, braccati senza tregua, a migliaia finirono deportati,
condannati all'ergastolo o al patibolo. La carneficina continuò feroce per
tre anni, fino all'ottobre 1795, anni che passarono alla storia come «gli
anni del Terrore». Altri decreti di natura anti-cristiana troveranno spazio
in questo periodo, a partire dalla disposizione con cui, il 10 novembre
1793, sarà legalmente abolito il culto cristiano e sostituito con quelli
della dea Ragione e della Natura. Sarebbe stato, questo, l'inizio
dell'ateismo di Stato, fenomeno che diventerà consustanziale a tutte le
dittature di matrice comunista, a partire dalla Rivoluzione bolscevica
del 1917.

Ma la vita dei cittadini francesi venne sconvolta anche dalle leggi che
introducevano la leva obbligatoria (istituto sconosciuto alla Francia
cristiana dell'Ancien Regime e che avrebbe portato nefaste conseguenze
per i secoli a venire), dalle disposizioni che rivoluzionavano i giorni
della settimana, mediante la soppressione della domenica (il dies
dominicus della festa e del raccoglimento nella tradizione cristiana) e la
contestuale introduzione della «decade», misura con la quale, in sostanza,
oltre a cancellare la festa cristiana si obbligava la popolazione a lavorare
per nove giorni consecutivi. Si cambiarono addirittura i nomi dei mesi, si
eliminarono le vie e le piazze dedicate ai santi, si sconsacrarono molte
chiese che vennero adibite a magazzini o a ricoveri per animali: fu il caso,
ad esempio, del Palazzo dei Papi di Avignone. E gli oltraggi e le irrisioni
ai simboli religiosi diventarono consuetudine sia in Francia sia nei Paesi
occupati dalle truppe rivoluzionarie.

Ecco la descrizione di una razzia anticattolica commessa dai sanculotti
nella cattedrale di Sainte Gudule (Bruxelles), così come narrata da Arthur
Chuquet: «Sfondarono la porta, fracassarono i reliquari, dispersero le ossa
dei santi, violarono le tombe, rubarono le elemosine, portarono via i
registri battesimali. Gli ufficiali si gettavano le ostie e le pestavano
sotto i piedi. I soldati, conciati coi piviali e cantando canzonacce oscene,
attraversavano la cattedrale in grottesca processione». E' impressionante
notare come le stesse scene di barbarie antireligiosa si ripeteranno a
distanza di più di un secolo nei Paesi a dittatura marxista o nella Spagna
anarco-comunista della guerra civile.

La contrapposizione ateismo-valori cristiani spiega inoltre l'origine della
distinzione politica tra sinistra e destra: nell'Assemblea del Terzo Stato,
infatti, prenderanno posto sul lato sinistro dell'emiciclo gli estremisti
giacobini e montagnardi che, proprio in virtù di questa collocazione,
vorranno rimarcare l'ostilità al cristianesimo ed alla Chiesa cattolica in
particolare, nel cui Credo si professa che Gesù Cristo siede «alla destra
del Padre». (L'origine della linea di demarcazione sinistra-destra spiega
tante vicende storiche, anche contemporanee, e dovrebbe essere ricordata
più spesso, anche nel nostro Paese...).

In un crescendo di violenze, disastri economici e orrori, la Rivoluzione
compie, nel 1793, un ulteriore «salto di qualità», determinando l'inizio del
suo periodo più atroce: trascinati da Danton, la Montagna (e cioè la
sinistra) e il centro votano un insieme di provvedimenti che segnano
l'inizio del Terrore: istituzione di una tassa speciale per i «ricchi»,
formazione di un esercito rivoluzionario (reclutamento obbligatorio
di 300.000 uomini) costituzione del tribunale rivoluzionario con procedura
urgente e, infine, costituzione di un Comitato di salute pubblica di nove
membri deliberanti in segreto.
A Parigi e nelle principali città della Francia si innalzano centinaia di
ghigliottine, il «rasoio nazionale», come lo chiamavano i rivoluzionari.
Tra queste teste, il 21 gennaio 1793, rotolerà quella del re Luigi XVI
e, nell'ottobre, quella della regina Maria Antonietta l'austriaca.

Ma a cadere non sono solo le teste coronate. Le vittime del Terrore,
infatti, appartengono in prevalenza al Terzo Stato: secondo le ricerche di
uno dei più affermati studiosi del periodo rivoluzionario, Pierre Gaxotte
(autore di una fondamentale La Rivoluzione francese pubblicata da
Mondadori), i contadini rappresentano il 28% delle vittime del Terrore e gli
operai, gli artigiani e i piccoli commercianti il 41%. Dunque, il 69% dei
condannati a morte dai tribunali «popolari» appartiene alla parte
squisitamente popolare del Terzo Stato. Solo a Parigi, alla caduta di
Robespierre, 2000 contadini si trovavano in prigione e molti di essi in
attesa della ghigliottina. E' soprattutto grazie al contributo di storici
come Gaxotte che si è riusciti a ribaltare lo schema che ancor oggi
purtroppo si impone nei testi scolastici o nell'immaginario dell'uomo della
strada. Lo schema, cioè, che vede in quella Rivoluzione contrapporsi il
Terzo Stato ai nobili e al clero, i poveri ai ricchi, il popolo agli
aristocratici, i diseredati ai privilegiati.

«In realtà - sostiene Vittorio Messori nell'altrettanto fondamentale Pensare
la storia (recentemente ripubblicato dalla Sugarco) - l'esplosione fu
preparata dai nobili e dai borghesi intellettuali nei salotti (di precipuo
orientamento massonico, ndr) delle aristocratiche femmes savantes...Altro
che schema poveri contro ricchi! D'altro canto questa sarà la sorte anche
delle rivoluzioni che seguiranno: la Rivoluzione sovietica, lo sanno tutti,
non fu quella del popolo ma sul popolo, preparata e gestita non dalle masse
(che morirono a milioni sotto Lenin e Stalin), bensì da una élite di
intellettuali e borghesi cui non mancò l'aiuto del "reazionario" governo
imperiale tedesco e di industriali e finanzieri americani. Il Terrore fu la
fase "comunista" della Rivoluzione francese. Come sempre avviene, quel
che ne conseguì non fu il benessere per tutti, ma la ricchezza per una nuova
casta e la miseria per i già poveri. L'utopia, calata nella realtà, si
rovescia sempre nel suo contrario: le leggi dell'economia si ribellano. Così
il cervellotico calmiere sul prezzo dei cibi provoca non alimentazione
sicura e a buon mercato per tutti, ma la sparizione delle derrate e una
borsa nera accessibile solo ai ricchi. La confisca dei terreni - conclude
Messori - la nazionalizzazione delle campagne si risolve nella rovinosa
caduta della redditività, in sprechi, in inefficienza totale, infine in
carestie spaventose. La sostituzione del meccanismo "naturale" del mercato
con costruzioni artificiose, dettate dai sogni "comunisti" degli avvocati di
provincia che costituivano il nerbo della Convenzione, portò a tre
bancarotte nel giro di pochi anni"».

Il Terrore, dunque, si impone in un Paese sempre più allo stremo e
spaventato. Ma nella Francia dell'ovest c'era una terra popolata da
contadini fortemente radicati nella fede cristiana, che mal sopportavano i
soprusi dei rivoluzionari, che imponevano la leva obbligatoria e
minacciavano di sterminio i loro parroci. Questa terra, la Vandea, diventerà
il teatro di un formidabile scontro che metterà alle corde, per nove mesi, i
rivoluzionari.


Idis
La Vandea
di Renato Cirelli
1. Un fatto divenuto un simbolo

Il termine «Vandea», grazie alla storiografia filo-rivoluzionaria, è
divenuto sinonimo di rivolta reazionaria e di resistenza contro l'affermarsi
del progresso, che hanno come protagoniste popolazioni contadine
ignoranti, sobillate da clero e nobili, che utilizzano il fanatismo
religioso per scopi in realtà riconducibili ai loro interessi e privilegi
di classe.
Questa interpretazione non ha potuto essere adeguatamente controbilanciata
dalla storiografia filo-vandeana, perché, a tutt'oggi, gli storici di parte
rivoluzionaria hanno praticato l'occultamento dei fatti e imposto la
damnatio memoriae nei confronti dei protagonisti, quindi anche dei valori
che stanno all'origine della rivolta vandeana.

2. I motivi della rivolta

Il territorio indicato come Vandea Militare è situato nella Francia
Occidentale, sulla costa atlantica, con un'estensione di circa 10.000 kmq e
con una popolazione, all'epoca, di ottocentomila abitanti. Non si tratta di
una regione povera e marginale, ma la sua ricchezza e la sua popolazione
sono superiori alla media francese, così come la ricchezza e la popolazione
francesi sono superiori alla media europea del tempo.

Gli abitanti della regione sono noti per l'attaccamento alle consuetudini e
alle libertà locali, oltre che per un radicato sentimento religioso, segnato
dalla predicazione di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), che
aveva combattuto lo scetticismo del tempo soprattutto
con la devozione mariana.

Alla fine del secolo XVIII l'Ovest, come tutta la Francia, patisce gli esiti
di un processo di centralizzazione che si è sempre più sviluppato a partire
dal regno di Luigi XIV di Borbone (1638-1715).

Il costo di questa politica è la causa principale della voracità statale in
materia fiscale e una delle conseguenze del governo dei ministri
illuministi, sì che fra il 1775 e il 1789 la pressione fiscale diventa
sempre più sostenuta e male sopportata da tutti.

Quando, per avviare una riforma generale che affronti il problema fiscale e
il deficit dello Stato, vengono convocati da re Luigi XVI di Borbone
(1754-1793) gli Stati Generali, l'assemblea costituita dai rappresentanti
del clero, della nobiltà e della borghesia , anche dalla Vandea arrivano i
cahiers de doléance, raccolte di rimostranze e di petizioni che esprimono,
insieme a un profondo attaccamento alla monarchia, anche una serie di
proteste contro il sistema di imposizione fiscale, i suoi abusi e la sua
irrazionalità.

I vandeani auspicano, quindi, un rinnovamento, e con questo spirito
mandano a Parigi i loro rappresentanti, perché se ne facciano portavoce
presso il sovrano. E la disillusione è tanto più cocente quanto più grande
è stata la speranza.

Diventa sempre più chiaro, e non solo in Vandea, che a Parigi non si lavora
alle sperate riforme, ma a emanare leggi destinate ad aumentare il potere
coercitivo delle amministrazioni, a colpire la Chiesa e le tradizioni
religiose del popolo in una inquietante accelerazione distruttiva.

La confisca e la vendita dei beni ecclesiastici, che avvantaggia solo
borghesi e nobili, e l'introduzione della Costituzione Civile del Clero,
nell'estate del 1790, creano un diffuso malcontento, al quale le autorità
rispondono con insensibilità, con incapacità di governo e con una crescente
repressione, che sfocia nell'irrimediabile frattura fra le popolazioni e i
pubblici poteri.

Gli avvenimenti precipitano nel 1793. La rottura provocata dalla
Costituzione Civile del Clero, che pone le basi di una rivolta di natura
religiosa, si consuma con la notizia che il 21 gennaio 1793 re Luigi XVI è
stato ghigliottinato, e si manifesta quando il Governo di Parigi ordina in
tutta la Francia l'arruolamento obbligatorio di trecentomila uomini da
mandare al fronte.

3. La guerra contro-rivoluzionaria

La rivolta scoppia perché la popolazione della Vandea rifiuta
di abbandonare le case per andare a morire per una repubblica
che considera illegittima, colpevole di perseguitare la religione,
di aver assassinato il sovrano legittimo e di aver inasprito la crisi
economica.

Già dal 1790, a causa delle tasse e in difesa dei sacerdoti detti
«refrattari», cioè quelli che non avevano giurato fedeltà alla Costituzione,
scoppiano un po' dovunque tumulti e la Guardia Nazionale, più di una volta,
non esita a sparare sulla folla.

Anche in altre regioni della Francia scoppiano rivolte, però ovunque la
Repubblica le soffoca più o meno rapidamente, perché sono improvvisate,
mancano di coordinamento e di decisione. Ma in Vandea, nel marzo
del 1793, inizia un'insurrezione generale, annunciata dal suono delle
campane a martello di tutte le chiese.
Gli insorti si organizzano militarmente sulla base delle parrocchie e
costituiscono un'Armata Cattolica e Reale di molte decine di migliaia
di uomini, guidati da capi che essi stessi si sono scelti e che spesso,
specie fra i nobili, sono restii a farsi coinvolgere.

Jacques Cathelineau (1759-1793), vetturino, è l'iniziatore della
sollevazione e viene eletto primo generalissimo dell'Armata vandeana;
muore in battaglia a trentaquattro anni.
Il marchese Louis-Marie de Lescure (1766-1793) è un ufficiale che gli
insorti liberano dalla prigionia, ed egli ne diviene un capo autorevole;
quando muore in combattimento, a ventisette anni, gli viene trovato
addosso il cilicio.
Henri du Vergier de la Rochejaquelein (1772-1794) è eletto generalissimo
a soli ventuno anni; Napoleone Bonaparte (1769-1821) ne esalterà il genio
militare.
Jean-Nicolas Stofflet (1753-1796), guardiacaccia, si rivela un formidabile
tattico e non accetterà mai di arrendersi.
François-Athanas de la Contrie (1763-1796), detto Charette, è un
ufficiale di marina «costretto» a diventare un capo leggendario dagli
insulti dei contadini che lo traggono da sotto il letto, dove si è nascosto
per sottrarsi alle loro ricerche.
Vi è anche chi è prelevato a forza e portato in battaglia sulle spalle dei
contadini. Fra le poche eccezioni vi è Antoine-Philippe de la Trémoille,
principe di Talmont (1765-1794), che torna dall'esilio per mettersi alla
testa della cavalleria, unico dei grandi signori di Francia a combattere
e a morire con i vandeani.

Vittorie e sconfitte si alternano fino allo scacco di Nantes e alla
sconfitta di Cholet, nell'autunno del 1793. L'Armata Cattolica e Reale
decide, allora, di attraversare la Loira e di raggiungere il mare in
Normandia, dove pensa di trovare la flotta inglese. Ma all'arrivo gli
inglesi non vi sono e i vandeani, con le famiglie al seguito, ritornano sui
propri passi, inseguiti dai repubblicani che li sconfiggono in una serie di
scontri, che si risolvono in carneficine dove gli insorti, donne e bambini
compresi, vengono sterminati a migliaia.


4. La repressione rivoluzionaria

Nel gennaio del 1794 la Repubblica ordina la distruzione totale della
Vandea. Spedizioni militari punitive, dette «colonne infernali»,
attraversano la regione facendo terra bruciata e perpetrando il genocidio
della popolazione, con una metodicità e con strumenti da «soluzione finale»,
che anticipano gli orrori del secolo XX; né mancano intenti di controllo
demografico.

Parallelamente inizia la campagna di scristianizzazione del territorio e il
Terrore rivoluzionario si abbatte sulle popolazioni con la più dura delle
persecuzioni mentre gli imprigionati, i deportati in questo periodo viene
inaugurata la colonia penale di Caienna, nella Guyana, le esecuzioni di
ogni tipo sono in un numero imprecisato. Nel febbraio del 1794 la Vandea
insorge ancora e conduce una guerra di guerriglia, che mette la Repubblica
alle corde. Finalmente, nel febbraio del 1795, a La Jaunnaye, i capi
vandeani firmano una pace con la quale il Governo di Parigi s'impegna a
riconoscere la libertà del culto cattolico, concede l'amnistia, un'indennità
di risarcimento e, a quanto pare, in alcuni articoli segreti, s'impegna a
consegnare ai vandeani il figlio di Luigi XVI, prigioniero nella Torre del
Tempio di Parigi. Però, in seguito al mancato rispetto degli accordi, nel
maggio del 1795 Charette e altri capi riprendono le armi, ma questa volta
l'insurrezione non ha l'ampiezza della precedente, anche perché è grande
la delusione per il mancato arrivo di un principe che si metta alla testa
degli insorti; mancato arrivo di cui sono responsabili anche gli intrighi
inglesi.

La guerriglia continua senza speranza fino alla cattura e alla fucilazione
di Charette, nel marzo del 1796. Il tentativo di sbarco a Quiberon da parte
di settecentocinquanta «emigrati», persone che hanno lasciato la Francia
dopo gli avvenimenti del 1789 , molti dei quali ufficiali di marina cui
l'Inghilterra ha promesso aiuto e appoggio militare, si conclude in un
disastro.
Traditi, cadono nelle mani dei repubblicani, che promettono loro
la vita in cambio della resa e invece li fucilano.

Con la morte di Charette si conclude l'epopea vandeana. Vi sarà un'altra
insurrezione negli anni 1799 e 1800, guidata dai capi vandeani superstiti e
da George Cadoudal (1771-1804) in Bretagna; poi ancora nel 1815,
durante i Cento Giorni napoleonici; e, infine, l'ultimo episodio sarà la
fallita insurrezione legittimista contro il governo liberale di Parigi nel
1832.


5. Il costo della guerra

Anni di guerra e di guerriglia spietata, ventuno battaglie campali,
duecento prese e riprese di villaggi e di città, settecento scontri locali,
centoventimila morti di parte vandeana, numerosissimi di parte
repubblicana, la regione completamente devastata: queste sono le cifre
impressionanti che molti cercano di nascondere.

Quella che Napoleone ha chiamato una lotta di giganti è una
guerra cattolica e popolare, che i vandeani hanno condotto
diventando coscientemente un ostacolo all'affermazione
del primo grande tentativo di repubblica rivoluzionaria e totalitaria
della storia moderna. Per questo la Vandea ha pagato con un terribile
genocidio, seguito dal silenzio di chi si riconosce nell'albero ideologico
della Rivoluzione francese.


6. La vittoria dei vinti

Il riconoscimento dei sacerdoti fedeli a Roma, il ristabilimento del culto
cattolico e infine, con tutti i suoi limiti, il Concordato Napoleonico del
1802 sono da molti ascritti a merito anche del sacrificio dei vandeani.
Questa, in ultima analisi, può essere definita la grande vittoria dei vinti.
Vinti in questo mondo, dal momento che molti di questi martiri sono stati
elevati alla gloria degli altari dalla Chiesa.

Quindi, questa è la ragione per cui, fuori dal linguaggio corrente della
storiografia, il termine «Vandea», al di là del suo contesto storico, ha
valenza positiva, esempio e sinonimo di contrapposizione radicale ai
princìpi rivoluzionari dell'epoca moderna, e difesa e proposizione dei
valori sui quali si fonda la civiltà cristiana; perciò termine
contro-rivoluzionario perché esprime non solo ostilità alla Rivoluzione
in tutti i suoi aspetti, ma anche sostegno dei princìpi cristiani, che sono
a essa radicalmente contrari.

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Per approfondire: vedi un quadro generale della Rivoluzione francese, in
Pierre Gaxotte (1895-1982), La Rivoluzione Francese, trad. it., Mondadori,
Milano 1989; sulla Vandea in particolare, vedi la monografia di Reynald
Secher, Il genocidio vandeano, prefazione di Jean Mayer, presentazione di
Pierre Chaunu, trad. it., Effedieffe, Milano 1991; e lo straordinario
documento di François Noël «Gracchus» Babeuf (1760-1797),
La guerra della Vandea e il Sistema di Spopolamento, introduzione,
presentazione, cronologia, bibliografia e note di R. Secher e Jean-Joël
Brégeon, trad. it., Effedieffe, Milano 1991; per la «fortuna» del termine
come categoria storica, vedi gli atti di un convegno tenuto in Vandea
nel 1993, per ispirazione dello storico P. Chaunu, AA. VV., La Vandea,
premessa di Sergio Romano, trad. it., Corbaccio, Milano 1995;
per un'analisi delle interpretazioni del fenomeno «Rivoluzione francese»,
vedi Massimo Introvigne, Il sacro postmoderno. Chiesa, relativismo e nuova
religiosità, Gribaudi, Milano 1996, pp. 24-59.

Alleanza Cattolica
Il genocidio vandeano
Reynald Secher
(...)
La rottura diventa definitiva nel marzo del 1793 con la legge Jourdan, che
prevede l'arruolamento forzato di trecentomila uomini per difendere la
repubblica rivoluzionaria assediata. Le popolazioni vandeane sono
costrette a una scelta assurda: o si arruolano sotto le bandiere di un
regime odiato, eventualmente perseguitando i sacerdoti refrattari e
comunque lasciando le popolazioni indifese di fronte al potere abusivo
dello Stato mentre gli stessi agenti della repressione, funzionari, sindaci,
ufficiali municipali, e così via, sono esentati dal servizio militare;
oppure si ribellano e in questo modo diventano fuorilegge....
In questo dramma vanno distinte due grandi tappe.
La prima va dal marzo del 1793, mese dell'insurrezione, al dicembre
dello stesso anno e più precisamente ai giorni 21 e 23 dicembre, data
dell'annientamento militare dei vandeani a Savenay: si tratta anzitutto
di una guerra civile, certamente atroce, ma anzitutto guerra civile.
La cosa è completamente diversa a partire dalla fine del mese di
dicembre: in questo secondo periodo si realizza l'applicazione fredda
del genocidio i cui princìpi sono stati enunciati molto presto, sembra
dal maggio del 1793.
Il 1° agosto 1794 la dichiarazione in forma di decreto è ancor più
solenne: secondo l'articolo VI "dal ministero della Guerra sarà inviato
materiale combustibile di ogni sorta per incendiare i boschi, i boschi
cedui e le ginestre"; secondo l'articolo VII "saranno abbattute le foreste,
i ripari dei ribelli saranno distrutti; i raccolti saranno tagliati dalle
compagnie di operai per essere trasferiti nelle retrovie dell'esercito;
e il bestiame sarà requiosito"; l'articolo XIV "dichiara che i beni dei
ribelli della Vandea appartengono alla Repubblica", e così via.
Alcuni giorni dopo seguono diversi regolamenti, poi votati dalla
Convenzione, che decidono di sterminare la popolazione:
"La Vandea deve essere un cimitero nazionale", esclama Turreau.

Questo fine si impone sia ai dirigenti sia agli esecutori. Maximilien
Robespierre se ne vanta di fronte al Comitato di Salute Pubblica: "Bisogna
soffocare i nemici interni della Repubblica oppure perire con essa; in
questa situazione la prima massima della vostra politica deve essere che si
guidi il popolo con la ragione e i nemici del popolo con il terrore [...].
Questo terrore è soltanto la giustizia pronta, severa, inflessibile".
Il genocidio si iscrive in questa logica e la Convenzione lo proclama
clamorosamente: "Bisogna che i rivoltosi della Vandea siano sterminati ...".

L'applicazione segue senza nessuna possibilità di compromesso: "Nessuna
grazia per i ribelli". Donne e bambini sono condannati con aggravanti:
le prime in quanto "solchi riproduttori di mostri"; i secondi sono
anch'essi pericolosi in quanto briganti, oppure sulla via di diventarlo.
Lequinio esige di non far più prigionieri. Bisogna eliminare questa "razza
maledetta". Gaudin, che protesta di fronte a questi progetti, è minacciato
di sanzione dalla Convenzione. "La guerra - continuano a ripetere i membri
della Convenzione - finirà soltanto quando non vi sarà più nessun abitante
in quella terra disgraziata".

Restano da mettere in opera i mezzi. Si devono distinguere tre tappe: la
prima corrisponde soprattutto all'enunciazione di idee come il minare il
suolo, l'avvelenare l'acqua e l'alcool con l'arsenico oppure l'aria
utilizzando "suffumigi". In quest'ultimo caso vengono realizzati esperimenti
sciagurati su montoni nei prati a Ponts de Cé, sotto la supervisione del
farmacista angevino Proust, che inventa una palla contenente "un lievito
capace di rendere mortale l'aria di tutta una zona".

Allora i mezzi chimici vengono abbandonati per misure empiriche efficaci
come la ghigliottina, soprannominata "il rasoio nazionale", "il mulino da
silenzio", la "santa madre", la pallottola, la baionetta e il calcio del
fucile. Ma, come confessano anche generali, l'uso di questi mezzi è nello
stesso tempo troppo costoso e troppo lento, quindi inefficace. Restano le
risorse d'ampia portata fra cui le prigioni o i campi chiamati "le
anticamere della morte", le "debbiature" e gli annegamenti, individuali, a
due, in questo caso chiamati"matrimoni repubblicani" - si tratta di unire
nudi, in posizioni oscene, un uomo e una donna, di preferenza il padre e la
madre, il fratello e la sorella, il padre e la figlia, un parroco e una
religiosa -, oppure collettivi. La procedura è semplice: si ammucchia il
carico umano su una vecchia imbarcazione dotata di un certo tipo di
portelli; una volta al largo, li si fa volare in pezzi a colpi di scure:
l'acqua irrompe da tutte le parti e in qualche istante tutti i prigionieri
sono annegati. Quelli che ne escono vivi sono immediatamente falciati a
colpi di sciabola - da cui il nome di "sciabolate" inventato da
Grandmaison - dai carnefici, che dalle loro imbarcazioni leggere
assistono a "questa deportazione verticale nella vasca da bagno
nazionale", cioè nella Loira, chiamata anche il "gran bicchiere
dei bigotti", oppure al "battesimo patriottico".
Si è pure tentata l'asfissia in battelli ermeticamente chiusi
[la rivoluzione francese ha anticipato i nazisti....] ma il rantolo
dei morenti disturba i rivieraschi.

I rapporti giornalieri dei generali e dei commissari alla Convenzione e al
Comitato di Salute Pubblica rendono superfluo ogni commento: ecco quanto
scrive Turreau il 24 gennaio 1794: "Le mie colonne hanno già fatto
meraviglie; non un solo ribelle è sfuggito alle loro ricerche ... Se i miei
intendimenti sono realizzati, entro quindici giorni in Vandea non
esisteranno più né case, né rifornimenti, né armi, né abitanti. Bisogna che
tutto quanto esiste in Vandea di boschi, di alberi d'alto fusto sia
abbattuto". D'altra parte gli ordini della Convenzione si fanno più
pressanti: "Uccidete i ribelli invece di bruciare le fattorie, fate punire
i vigliacchi e quanti fuggono, e schiacciate completamente questa orribile
Vandea ... Combinate i mezzi più sicuri per sterminare del tutto questa
razza di ribelli".

Vi è anche chi si stupisce di questa violenza come il commissario Lequinio:
"La violenza carnale e la barbarie più spinta si sono riscontrate ovunque.
Si sono visti militari repubblicani usare violenza a donne ribelli su mucchi
di pietre lungo le grandi strade, ucciderle con il fucile e con il pugnale
allontanandosi dalle loro braccia; se ne sono visti altri portare bambini al
seno sulla punta della baionetta o della picca che aveva infilzato con uno
stesso colpo la madre e il bambino"...
Secondo l'ufficiale di polizia repubblicano Gannet, Amery fa accendere
forni e "quando sono ben caldi, vi getta le donne e i bambini. Gli abbiamo
fatto rimostranze - prosegue -;ci ha risposto che in questo modo la
Repubblica voleva far cuocere il suo pane. All'inizio si è condannato a
questo genere di morte le donne dei ribelli e non abbiamo detto molto;
ma ora le grida di questi miserabili hanno talmente divertito i soldati e
Turreau, che hanno voluto continuare questi piaceri."
Ad Angers si concia la pelle delle vittime: "Il citato Pecquel, chirurgo
maggiore del 4° battaglione delle Ardenne - spiega Claude-Jean Humeau
in una dichiarazione del 6 novembre 1794 - ne ha scorticati trentadue.
Voleva costringere Alexis Lemonier, pellettaio ai Ponts-de-Cé, a
conciarne la pelle. Le pelli furono portate da un tale Langlais, conciatore,
dove un soldato le ha lavorate. Queste pelli sono da Prud'homme,
pellicciaio". [anticipati pure i paralumi in pelle umana dei nazisti....]
Sempre ad Angers, il consiglio generale decide "che le teste di tutti i
ribelli morti sotto le mura di questa città saranno tagliate e disseccate
per poi essere messe sulle mura. Il laboratorio della scuola di chirurgia di
questa città è stato indicato per fare questo lavoro"
Di fronte al castello di Clisson, il 5 aprile 1794, i soldati del generale
Crouzat bruciarono centocinquanta donne per estrarne barili di grasso:
"Facevamo buchi per terra - spiega uno dei soldati - per piazzare delle
caldaie e poter ricevere ciò che cadeva; avevamo messo delle sbarre
di ferro e su queste le donne, poi ancora sopra c'era il fuoco".
Questo grasso è destinato agli ospedali di Nantes e ai militari.
[anche in questo caso la rivoluzione francese ha anticipato i nazisti...]

Carrier si protegge dal sia pur minimo senso di magnanimità: "Non ci si
venga dunque a parlare d'umanità verso questi vandeani; saranno tutti
sterminati; le misure adottate ci assicurano un rapido ritorno alla
tranquillità in questo paese, ma non bisogna tralasciare un solo ribelle,
perché il loro pentimento non sarà mai sincero...".

Tre strutture sono incaricate di portare a termine le operazioni: le colonne
infernali, la cui partenza è fissata per il 21 gennaio 1794 e che hanno lo
scopo di attraversare da un capo all'altro il paese insorto e di fare in
modo che "nulla sfugga alla vendetta nazionale"; la flottiglia sulla Loira,
composta da quarantun bastimenti e che doveva "ripulire le rive del fiume":
essa conduce operazioni brevi e rapide; e il comitato di sussistenza, creato
il 22 ottobre 1793, il cui obbiettivo è di raccogliere per conto della
nazione tutto il bestiame, le vettovaglie, e così via, senza dimenticare le
proprietà immobiliari proscritte e abbandonate al fine di "portare l'ultimo
colpo".

Quindi l'olocausto si accompagna alla rovina totale del paese: "Per il
ministro Barère si tratta di spazzare con il cannone il suolo della Vandea e
di purificare con il fuoco".

I generali, con orgoglio e con una gioia non dissimulata, fanno essi stessi
il rapporto delle operazioni: "Si farà molta strada in queste terre prima di
incontrare un uomo oppure una capanna. Abbiamo lasciato dietro di noi
soltanto cadaveri e rovine".

Nell'aprile e nel maggio del 1794 la Convenzione si dice "tranquillizzata":
"L'idra ripugnante" della Vandea "non può più parlare di contro-rivoluzione
dal momento che per essa si tratta soltanto di sopravvivere".

Il 17 brumaio dell'anno I, Merlin aveva proposto ai membri
della Convenzione di cancellare "il nome di Vandea dalla lista
dei dipartimenti per sostituirvi quello più evocatore di "dipartimento
Vendicato", misura applicata qualche mese dopo.
I deputati rinviano questo "bel progetto benché semplice e facile da
eseguire" al Comitato di Salute Pubblica perché, come spiega Fyau -
rappresentante della Vandea - sembra loro troppo precipitoso:
"Se i ribelli della Vandea non esistessero più, come da tempo ci si
compiace di dire, voterei l'adozione degli articoli presentati da Merlin. Ma
non bisogna nasconderselo, i ribelli esistono ancora ... Il progetto di
Merlin è bello ma, per dargli esecuzione, bisogna che i rappresentanti del
popolo siano accompagnati da eserciti. Non si è assolutamente incendiato
abbastanza in Vandea, bisogna che per un anno nessun uomo, nessun animale
trovi da vivere su quel suolo".

E questo genocidio, malgrado le intenzioni, non è condotto a termine
soltanto a causa "della debolezza dei mezzi". Turreau se ne dice "disperato"
perché gli riesce insopportabile vedere "sospettato il suo zelo" e il suo
"pensiero". Quel che è peggio, le truppe, costituite in maggioranza da
volontari detti "teste di morto" dal nome della loro insegna, sono lente,
indisciplinate e ossessionate dal saccheggio. Lequinio si lamenta perché
"sovente esso è portato al massimo. Molti soldati semplici hanno messo
insieme più di cinquantamila franchi. Se ne sono visti coperti di gioielli
fare ogni genere di spese con una mostruosa prodigalità". Queste truppe,
ufficiali compresi, carichi di ricchezze di ogni tipo, divengono di
conseguenza sempre meno efficaci nella misura in cui penetrano nell'interno
del territorio e incontrano una certa resistenza anche leggera, cioé
individuale. Si veda il caso di Luc. Le due colonne di Cordelier, dopo
"ricerche scrupolose" che permettono loro di "portare alla luce con poca
fatica tutta una covata di bigotti che brandivano le loro insegne del
fanatismo", cinquecentosessantaquattro persone, sono prese dal "panico" alla
vista di tre cavalieri vandeani: "La colonna [detta di Martincourt] trascinò
con sé quella [detta di Crouzat], che non aveva ancora sparato nemmeno un
colpo di fucile ... di modo che, invece di schiacciare il nemico - confessa
Cordelier - sono stato costretto a riprendere posizione soltanto a Léger",
che è a nove chilometri dal posto.

A questo punto si impone un bilancio: la Vandea militare - costituita a nord
dai dipartimenti delle Due Sèvres e della Vandea e a sud dai dipartimenti
del Maine et Loire e della Loira Inferiore, cioè da settecentosettantatrè
comuni ripartiti su diecimila chilometri quadrati - ha perso globalmente
quasi il 15% della sua popolazione - 117.257 persone su 815.000 -, gran
parte a causa della repressione, e circa il 20% delle proprietà immobiliari
registrate - 10.309 case su 53.273 -; certe terre sono più colpite di altre:
Bressuire nelle Due Sèvres perde l'80% dei suoi immobili, Cholet quasi il
40% della sua popolazione.

Le guerre di Vandea costituiscono dunque una pagina particolarmente
drammatica della storia di Francia, che i governi successivi, con
l'eccezione paradossale di Napoleone I, hanno emarginato, cioè ridotta
al silenzio.
I contemporanei hanno volontariamente minimizzato gli accadimenti:
solo i principali colpevoli del genocidio sono condannati a morte; gli
altri, pur essendo provata la loro complicità, sono rilasciati "non avendolo
fatto con intenzione criminale". La Restaurazione, disturbata dalla
contestazione sovversiva e dalla violenza della guerra, in nome dei princìpi
enunciati nel quadro della carta del 1814, ha preferito dimenticarla.
D'altra parte, i repubblicani trovano estremamente imbarazzante ammettere
che il governo abbia dovuto, in piena Rivoluzione, firmare trattati con
poteri insurrezionali ai quali, in quel modo, conferiva un certo
riconoscimento. Quanto ai militari, troppo spesso battuti in campo aperto,
la guerriglia vandeana ha posto loro un problema tecnico e intellettuale che
hanno padroneggiato male. D'altronde un buon numero di generali, e non
fra i minori, hanno abbandonato, come Dumas padre, Bard che rifiuta di
"procedere a massacri organizzati", oppure Kléber che "lascia il
suo comando di fronte alle esigenze selvagge del Comitato di
Salute Pubblica".
A questo erano spinti alcuni generali disgustati da tutto quel sangue,
come il generale di brigata Danican, che scrive a Bernier:
"Il 20 ottobre 1794 è un anno che grido contro tutti gli orrori
dei quali sono stato disgraziatamente testimone. Diversi cittadini
mi hanno preso per uno stravagante ... ma dirò e proverò, quando
si vorrà, che ho visto massacrare vecchi nei loro letti, sgozzare bambini
al seno delle loro madri, ghigliottinare donne gravide e anche il giorno
dopo il parto, che ho visto bruciare enormi magazzini di grano e di
derrate di ogni genere ... Le atrocità che sono state commesse sotto
i miei occhi hanno talmente afflitto il mio cuore da non rimpiangere
la vita ...Lo dirò in faccia ai cannibali ...".

Dunque, queste rappresaglie non corrispondono a quegli atti spaventosi ma
inevitabili che possono aver luogo con l'accanirsi dei combattimenti nel
corso di una guerra lunga e atroce, bensì a massacri premeditati,
organizzati, pianificati e commessi a sangue freddo; massicci e sistematici
con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una ben determinata
regione, e di sterminare tutto un popolo, preferibilmente donne e bambini,
per estirpare una "razza maledetta" giudicata ideologicamente
irrecuperabile, il che costituisce il fondamento stesso di un genocidio.

http://it.youtube.com/watch?v=_Jr_0Y4UnkE


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