Google Groups no longer supports new Usenet posts or subscriptions. Historical content remains viewable.
Dismiss

Branda Lucioni, il liberatore del Piemonte

80 views
Skip to first unread message

donquixote

unread,
Jun 12, 2008, 3:24:24 PM6/12/08
to
Avvenire
1799, i francesi in fuga da Torino
Ricostruite le vicende dell'Insorgenza che impegnò
10mila combattenti contro Napoleone
Protagonista il maggiore Branda de' Lucioni
Marco Invernizzi
E' un personaggio che ha conosciuto e conosce «un alone di leggenda» e le
cui imprese si sono sedimentate "nella memoria e nell'immaginario collettivo
delle popolazioni del Piemonte e non solo di quelle rurali": sono parole che
si riferiscono a Branda de' Lucioni, nato nel 1740, maggiore dell'esercito
imperiale e capo dell'Insorgenza lombardo-piemontese, che nel 1799 riunirà
oltre diecimila combattenti contro l'esercito di Napoleone Bonaparte, a
fianco, spesso davanti, alle truppe austro-russe guidate dal generale
ucraino Suvorov. Queste parole sono tratte da una sua recente biografia
scritta da Marco Albera e da Oscar Sanguinetti («Il maggiore Branda de'
Lucioni e la «Massa cristiana». Aspetti e figure dell'Insorgenza
anti-giacobina e della liberazione del Piemonte nel 1799», Libreria
Piemontese Editrice) un'opera nata nell'ambito dell'Istituto per la storia
delle Insorgenze (via Castelmorrone 8, 20129 Milano), l'organismo
sorto per studiare il periodo della storia italiana che va dall'invasione
dell'esercito francese, nel 1796, alla sconfitta di Napoleone, nel 1815.
Probabilmente oggi Branda de' Lucioni dirà poco o nulla ai più, come del
resto anche il periodo che l'ha visto protagonista. Tuttavia, chi si accosta
allo studio dell'Insorgenza in Lombardia e in Piemonte lo incontra molto
presto, ma ne ricava l'immagine di un brigante, un furfante e un fanatico.
Invece, Albera e Sanguinetti hanno voluto seguire un percorso diverso
e, senza trascurare la letteratura esistente, sono andati a riguardare le
fonti, come testimonia l'ampia bibliografia che accompagna il volume.
Ne è uscita una biografia diversa, perché "[...] di tutta questa
congerie di epiteti le fonti qualificate [...] non forniscono alcun elemento
giustificativo. Parlano invece di devozione, magari un pò pittoresca, ma
solida; di irriducibile odio per la Rivoluzione e i suoi adepti; di tattiche
di guerriglia di buon livello; di imprese audaci e di coraggio; di qualche
rodomontata; magari di requisizioni un pò troppo calcate".
Non parlano, invece, nè di eccidi di francesi, né di violenze particolari.
La carriera militare di Lucioni lo vede nel 1799 a fianco dell'esercito
austriaco. A Verona, dopo una veglia di preghiera, comincia la sua breve
ma intensa avventura militare: lui stesso la racconta in una lettera,
scritta in terza persona, al conte Luigi Cocastelli, plenipotenziario
imperiale in Lombardia, il 5 gennaio 1800. Da Verona, a Casalmaggiore,
Parma, Cremona, l'Adda, Milano, il Ticino, Novara, Vercelli, Torino,
Alba, fino a Ceva e località limitrofe: "Siamo andati sì velocemente
che sembra incredibile", scriverà.
A Milano Lucioni incontra l'arcivescovo, monsignor Filippo Visconti
- con il quale, osservano gli autori, non doveva mancare qualche precedente
relazione, considerando i legami del maggiore con la nobiltà locale, grazie
al suo matrimonio - e lo invita a stabilire rapporti con il quartier
generale di Suvorov. Da Milano, dove ha preceduto le truppe austro-russe,
si lancia all'inseguimento dei francesi sollevando la popolazione dei paesi
piemontesi - Novara, Vercelli, Ivrea -, che inquadra militarmente nella
«Massa cristiana», preoccupandosi anche di organizzare la vita civile delle
zone liberate, dopo la fuga delle municipalità giacobine.
Anche a Novara incontra l'arcivescovo, monsignor Vittorio Melano,
che gli offre le chiavi della città, peraltro rifiutate da Lucioni perché
"già in buone mani".
In maggio pone sotto assedio Torino, aspettando per circa un mese l'arrivo
delle truppe del generale Suvorov. Caduta la capitale del Piemonte, porta
i suoi combattenti a liberare altre zone ancora sotto l'influenza giacobina.
Poi, Lucioni esce di scena e, dopo la sconfitta di Marengo, il 14 giugno
1800, segue le armate imperiali che riparano in Veneto.
Morirà a Vicenza il 22 agosto 1803

LUCIONI, IL CAPO DELLA INSORGENZA PIEMONTESE
di Francesco Mario Agnoli
Fra i protagonisti dell'Insorgenza, che emergono per doti personali o
particolari imprese, il maggiore Branda Lucioni sembra avere suscitato nei
lettori particolare interesse e simpatia dal momento che più di uno mi ha
chiesto di averne ulteriori notizie, non pago del poco che ne avevo scritto
e, probabilmente per la difficoltà di reperirlo, del rinvio allo studio
di Gustavo Buratti Zanchi, "Due figure leggendarie delle insorgenze
piemontesi: Contin e Brandaluccione", pubblicato nel n. 2/1992 della
rivista "Studi Piemontesi". Andiamo dunque a ricercarlo, utilizzando
come guida il pregevole volume "Il maggiore Branda de' Lucioni
e La Massa Cristiana" (Libreria piemontese editrice, 1999) dedicatogli
da Marco Albera e Oscar Sanguinetti: una lettura indispensabile
per chi voglia farne davvero conoscenza.
E' a Milano il 28 aprile 1799 che avviene il nostro primo incontro col
maggiore Lucioni (il de' nobiliare lo aggiungerà dopo il matrimonio con la
figlia del conte milanese Pietro Paolo Landriani), nato nell'anno 1740 a
Winterberg (oggi Vimperk) in Boemia, dove il padre, originario di Abbiate
Guazzone (attualmente frazione di Tradate), tenente nell'esercito imperiale,
era di guarnigione.
Nel 1799 il Lucioni si trova nel suo cinquantanovesimo anno d'età, ha alle
spalle una carriera militare non particolarmente brillante e si trova con un
grado realtivamente modesto, anche perché i suoi avanzamenti sono stati
rallentati da frequenti intervalli di temporaneo collocamento in quiescenza,
come avveniva non di rado negli eserciti dell'epoca.
Tuttavia il momento-clou della sua esistenza sta per scattare in questa
primavera, caratterizzata sul piano politico-militare dal rifluire verso il
confine francese delle armate rivoluzionarie, che, dopo avere occupato fin
dal 1796 gran parte dell'Italia settentrionale, dove, oltre ad annettere il
Piemonte alla Francia, avevano installata una repubblica satellite, la
Cisalpina, nel corso del 1798 e agli inizi di quello stesso 1799 avevano
completato, con la conquista delle restanti province dello Stato della
Chiesa e del Regno di Napoli, l'invasione della penisola.
In questo 1799 passato alla storia come "l'anno terribile", assente il
Bonaparte impegnato nella spedizione in Egitto, le sconfitte patite dai
rivoluzionari francesi a Verona (30 marzo) e a Magnano (5 aprile) ad opera
degli austriaci del generale Paul Kray von Krayow mutano le sorti del
conflitto e aprono la strada dell'Italia settentrionale all'armata
liberatrice del generale Alexandr Vasilevic Suvorov, che assume
il comando supremo delle operazioni.
E' appunto precedendo questa armata che il 28 aprile 1799 Branda de'
Lucioni, alla testa di una pattuglia di ussari austriaci, entra in Milano
non ancora del tutto abbandonata dai francesi in ritirata verso il Piemonte,
suscitando l'entusiasmo dei cittadini, sicché, scrive un cronista di
simpatie giacobine, "tosto furono abbattuti dal basso popolo e specialmente
dai facchini gli alberi di libertà, la statua di Bruto fu atterrata".
L'ingresso nella città liberata dà inizio al breve momento culminante,
appena tre mesi, fra maggio e giugno, della vita del nostro campione,
ufficiale regolare dell'armata austriaca (è maggiore della riserva), ma
assai diverso dalla maggior parte dei suoi compassati colleghi e forse
proprio per questo incaricato di fare da tramite con le popolazioni locali,
sul cui attaccamento per la religione e i legittimi sovrani gli austro-russi
fanno conto per affrettare la sconfitta francese.
Branda Lucioni, verosimilmente entrato per primo a Milano proprio per
saggiare gli umori della popolazione, non frappone indugi e già il giorno
successivo, mentre in città sfilano fra ali di folla entusiasta le truppe e
Suvorov per prima cosa si reca alla chiesa di san Giorgio [posta vicino
alla bellissima chiesa di san Sebastiano

http://groups.google.it/group/it.cultura.cattolica/msg/5054a7cd6e67cf42 ]

raggiunge coi venticinque ussari affidatigli per l'impresa il Ticino e
inizia ad organizzare i paesani delle località lungo il fiume e in
particolare di Cuggiono, posto nei pressi di uno dei principali guadi, sia
per rendere difficoltoso il passaggio dei reparti francesi, in ritirata, ma
tutt'altro che in rotta, sia per impedirnme eventuali ritorni offensivi.
Scrive un cronista: "Il comandante Branda Lucioni del luogo di
Abbiateguazzone... ordinò di accendere fuochi per tutta la riva del Ticino
e stare là in guardia gruppi di 12 paesani, dandosi la muta. Il mercoledì
mattina, 1° maggio, essendosi notati tentativi di passare il fiume da parte
dei francesi per venire a depredare i nostri paesi, il Lucioni ordinò di
suonare le campane a martello, incominciando da Cuggiono, e poi negli altri
paesi. Portatisi tutti colle armi lungo il Ticino, costretti furono i circa
dieci mila francesi a partire e precipitare la loro fuga verso Vercelli".
I paesani non vedono l'ora di sbarazzarsi degli occupanti francesi, che
con la loro arroganza, la loro prepotenza, le loro rapine e la loro empietà
hanno suscitato l'odio generale, ma la rapidità con la quale l'appena
arrivato Lucioni riesce ad organizzarli dimostra che questo singolare
personaggio, per certi aspetti rozzo e spavaldo, li comprende a fondo e sa
usare il linguaggio giusto per accattivarsene la simpatia e la fiducia.
Notano acutamente Albera e Sanguinetti come Branda de' Lucioni si renda
perfettamente conto che la mentalità contadina, frutto di una cultura
prevalentemente orale e refrattaria alla carta stampata, ha bisogno di
"gesti" e rituali che ne colpiscano l'immaginazione, gesti che, del resto
(ed è questa la ragione del suo successo in questo particolare tipo di
guerra), gli riescono facili, perché conformi al suo temperamento, anche se
offrono il destro prima ai cronisti di simpatie giacobine, poi agli storici
della cultura ufficiale per demonizzarlo, e con lui quanti lo hanno seguito,
trasformandolo in una grottesca ed assurda maschera di brigante. D'altra
parte non inventa nulla e di suo ci mette solo il dirompente entusiasmo
della propria personalità e una notevole capacità nella conduzione del
particolare tipo di guerra più conforme alle attitudini di soldati non
professionali.
Come scrivono i nostri autori, "Il reclutamento "a massa" era una modalità
consueta in tempo di guerra durante l'antico regime e serviva per mobilitare
le popolazioni a fianco e all'interno della strategia e dell'organizzazione
dei belligeranti. Allo scopo venivano predisposti piani, che in genere
venivano attivati all'inizio o in previsione delle ostilità... Il segnale di
raccolta delle truppe, che erano organizzate ricalcando le gerarchie e
l'organizzazione delle comunità rurali, era tradizionalmente il suono della
campana a martello".
Di conseguenza, anche se giacobini e francesi si ostinavano a definire
"briganti" quanti ne facevano parte e a trattarli come tali, le truppe a
massa possedevano il crisma della regolarità secondo le consuetudini
dell'antico regime, che per tale riconoscimento esigevano solo un armamento
costituito non da quelle che oggi definiremmo "armi improprie" (strumenti
di lavoro e simili), ma da armi considerate da guerra, fra le quali
le lance.
E' appunto per adempiere a tale condizione che il maggiore raccomanda ai
volontari non provvisti di altre armi (non tutti possiedono uno schioppo) di
munirsi di bastoni con una punta di ferro (ricordano Albera e Sanguinetti
che, per lo stesso motivo, "la stessa preoccupazione di fare forgiare
dagl'insorgenti armi da punta regolari è fatta propria anche dal cardinale
Fabrizio Ruffo al momento di costituire l'esercito della Santa Fede").
Tutti questi fattori spiegano come Branda Lucioni, pur potendo contare
unicamente sul volontariato dei paesani, comunque agevolato dalle antiche
consuetudini e, ancor più, dall'astio antifrancese, giunga a disporre con
eccezionale rapidità di circa seimila-diecimila uomini riuniti, appunto,
sotto il nome di "Ordinata Massa Cristiana", le cui fila s'ingrossano man
mano che si avvicina alla capitale del Regno Sardo.
Torino costituisce, difatti, la meta di una marcia, che, agevolata anche
dalle spontanee insorgenze di numerosi paesi, procede speditamente,
dopo la liberazione di Novara, Vercelli e Santhià, su due direttive:
una colonna punta sul Biellese e di lì a Nord verso Ivrea e il Canavese,
un'altra verso Trino, Pontesura e Chivasso. Quella che si combatte è
in parte una guerra di liberazione da uno straniero reso particolarmente
odioso dalla sua irreligione, in parte una guerra civile. Inevitabili di
conseguenza le violenze, le vendette, anche l' uccisione (i tempi
non sono propizi alla clemenza) di qualche giacobino troppo espostosi
all'odio popolare.
Nonostante che la storiografia ufficiale ne abbia tramandato l'immagine ben
diversa di un rissoso, prepotente e avido bravaccio, Lucioni si preoccupa di
porre un freno agli eccessi, di porre in condizione di non nuocere quanti
confondono la riconquista col brigantaggio e di evitare qualunque forma di
vendetta privata. Così nel proclama loro indirizzato il 13 maggio ricorda ai
piemontesi che "non può farsi lecito il menomo insulto, la più piccola
offesa verso chicchessia. L'offeso deve accusar l'offensore presso le
competenti autorità e queste sole hanno il diritto di arrestare e di punire.
Ciascuno è libero nelle proprie opinioni... solo le autorità costituite
possono prendere le convenienti misure, possono castigare, onde prevenire
le conseguenze alla società stessa fatali... Lungi adunque da questo popolo
lo spirito di vendetta, di personalità: lungi il genio di insultare; lungi
i vocaboli di morte, i gridi di minacce. Si riuniscano gli animi, si procuri
da ciascuno la concordia, e siano questi tratti generosi, ed amici, i
forieri di giorni tranquilli e sereni, onde allora abbandonarsi alla pura
gioia ed ai voti per una permanente felicità...."
Dopo aver costretto a cedere con la minaccia dell'assalto alcuni municipi
del Canavese (Ciriè, San Maurizio, Caselle Torinese e Leinì) poco propensi
ad unirsi all'Insorgenza per avere dato rifugio a molti giacobini della
zona, sulla metà del mese di maggio Lucioni e i suoi, ormai popolarmente
noti col nome di "brandaluccioni" o "branda", sono davanti a Torino.
Qui, nell'attesa dell'arrivo degli imperiali, riescono nel compito,
tutt'altro che facile per milizie inesperte dell'arte militare, a tenere la
città, se non sotto un vero e proprio assedio, per il quale occorrerebbe un
forte parco d'artiglieria, comunque bloccata in modo da rendere ardui i
rifornimenti sia via terra sia per fiume. Ce lo confermano la cattura di 63
barconi carichi di sale, cannoni e munizioni e, soprattutto, un manifesto,
datato 16 maggio, della Municipalità torinese, che invita i cittadini ad
unirsi alla spedizione militare predisposta dal generale Fiorella,
comandante della guarnigione francese. In realtà il Fiorella, che in un suo
proclama definisce Lucioni "uno schiavo, un satellite d'un despota... alla
testa di qualche brigante", tenta più volte sortite e spedizioni punitive,
ma, tenuto in scacco dalla superiore abilità tattica del "brigante", ne
rientra sempre scornato e dopo aver patito sensibili perdite. Così gli
accade il 17 maggio, quando la sua colonna, forte di trecento soldati
e un cannone, corre il rischio di essere circondata dagli insorti.
Ancora meno fortunato il tentativo i coloro che hanno accolto l'invito della
Municipalità e all'alba del 19 maggio lasciano Torino suddivisi in tre
colonne: la prima deve marciare sulla destra Po per superarlo all'altezza
di Chivasso, la seconda raggiungere la Stura ad Altessano, l'ultima puntare
su Gassino, per attaccare il comando dell'Armata Cristiana. Nessuna riesce
nell'intento ed è proprio la colonna col compito di maggior rilievo,
l'attacco al Quartiere Generale degli insorti, a ripiegare con la maggiore
rapidità dopo un brevissimo combattimento.
Il 24 maggio arrivano sotto le mura gli austriaci del generale Vukassovic
e i russi del generale Bragation, che non debbono penare molto per
la conquista della città, le cui porte vengono aperte il giorno successivo
da componenti della guardia nazionale pare per incarico della stessa
municipalità repubblicana, decisa, di fronte all'inevitabile, a scaricare
i francesi.
Il generale Fiorella, sorpreso dall'inatteso epilogo, riesce a stento a
riparare nella cittadella, da dove inizia un forte cannoneggiamento finché,
il 9 giugno capitola e si dà prigioniero coi 2.790 uomini della guarnigione.
La conquista di Torino non pone fine alla guerra in Piemonte, anche se nel
successivo novembre la caduta della fortezza di Cuneo costringe
definitivamente i francesi a mere azioni di contenimento.
Termina invece il periodo fortunato del maggiore Branda de' Lucioni, che
esce di scena, dopo essere stato inviato ad Alba soprattutto allo scopo di
allontanare dalla capitale, in attesa del congedo, che seguirà di lì a poco,
dei contadini della Massa Cristiana, guardati con sospetto e timore da
nobili e borghesi, che, quali che siano le loro idee, se la intendono assai
meglio fra di loro che con i paesani. Branda Lucioni non è un soldato a
massa, ma un ufficiale dell'esercito imperiale. Tuttavia la sua
immedesimazione nel ruolo ricoperto per pochi mesi e la sua convinzione
dell'importanza del contributo che le truppe paesane hanno dato e ancora
potrebbero dare lo spingono a chiedere che gli sia consentito di nuovamente
"formare un'Armata cristiana, come mi ha pregato il nostro generalissimo
Sowarof e senza di questa non sottometteremo giammai i perfidi
francesi, et io alla testa, Sua Maestà lo deve con il Sommo Pontefice
comandare et io regolare, e combattere colla sempre havuta
Divina Assistenza veramente miracolosa".
Suvorov, che anche nelle Marche e in Toscana ha mostrato di apprezzare
il contributo degli insorgenti, è l'unico a mostrarsi favorevole al
progetto, bocciato invece senza indugio dai comandi alleati, convinti
di non avere più bisogno dei paesani.
A questo punto le notizie sul maggiore Branda Lucioni si fanno confuse.
Avrebbe militato ancora per qualche tempo, prima del definitivo
pensionamento, con gli imperiali, passando al primo corpo d'armata
dell'arciduta Carlo d'Asburgo. Albera e Sanguinetti la ritengono l'ipotesi
più probabile, come sembra confermare il fatto che dopo la vittoria
napoleonica Marengo il Lucioni segue le truppe in ritirata verso il Veneto.
L'almanacco delle truppe imperial-regie per l'anno 1804 dà notizia
del decesso del maggiore pensionato Branda de' Lucioni
avvenuto in Vicenza il 22 agosto 1803.
Abbiamo seguito fin qui i tre mesi più importanti della vita di Branda
Lucioni, ufficiale imperiale e capo-brigante, sotto la guida di Marco Albera
e Oscar Sanguinetti. A loro, quindi, le parole di congedo:
Lucioni si dimostra sempre zelante nel riconoscere i diritti di Dio,
che vede violati dalla Rivoluzione, e nello sforzo di rimettere
al suo posto la religione apostolica romana, il suo clero e i suoi emblemi.
Buon conoscitore del popolo contadino e di quello italiano in generale,
il varesino maggiore a riposo Branda de' Lucioni crediamo meriti un posto
non secondario nell'ideale galleria delle glorie nazionali, militari, civili
e politiche... Crediamo che la figura di Lucioni possa costituire un esempio
significativo di impegno personale civile e religioso, non indegno di essere
additato come esempio alle nuove generazioni. Magari in alternativa...
a figure come quella dell'Eroe dei Due Mondi... Se Garibaldi è stato
paragonato alla spada della Rivoluzione italiana, che dire di un uomo
che ha speso gran parte della vita, non più giovane, per "sciabola
alla mano... far atterrare quell'albero infame"?
Per questo la sua memoria non deve perdersi.

http://web.tiscalinet.it/isinmi/lucioni.gif


0 new messages