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razzismo nell'antichità:il separatismo etnico a Cartagine e il suo archetipo didoniano

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Agnosco stylun

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May 9, 2001, 4:57:39 PM5/9/01
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ESTRATTO DAL LIBRO DELL'ENCICLOPEDIA ROMANO-BARBARICA

CONTRIBUTO ALLO STUDIO DEI RAPPORTI CULTURALI TRA MONDO ROMANO E MONDO
BARBARICO

IL separatismo etnico a Cartagine e il suo archetipo didoniano

(Conferenza tenuta in lingua latina il 23.4.1993 nel convegno internazionale
svoltosi sotto gli auspici della "Academia Latinitati Fovendae " sul tema:
Quae ratio Romanis cum barbaris intercesserit. )

Claud. Gild. 188-193: una pura invenzione retorica?

Fra le altre scelleratezze attribuite a Gildone, Claudiano ricorda i barbara
conubia per cui le matrone puniche, da lui costrette a sposare uomini di
razza africana (come erano i Mauri, gli Etiopi e i Nasamoni), avrebbero
provato orrore davanti ai bambini mulatti nati da tali unioni:

... Nec damna pudoris turpia sufficiunt: Mauris clarissima quacque fastidita
datur. Media Carthagine ductae barbara Sidoniae subeunt conubia matres;
Aethiopem nobis generum, Nasamona maritum ingeriti exterret cunabula
discolor infans.

(Claud. Gild. 188-193)

Sono parole che fanno parte del discorso pronunciato dall'Africa davanti al
concilio degli dei. La Olechowska (dal libro Claudii Claudiani De bello
Gildonico-Leiden 1978) nel suo commento si limita a raccogliere alcune
iuncturae simili.

A mio parere, dei versi claudianei sopra citati occorre fare una lettura non
solo in chiave retorica, ma anche storica: essi infatti, in quanto scritti
quasi contemporaneamente ai fatti narrati (a. 398), potrebbero riferire
almeno dicerie allora effettivamente circolanti a Cartagine, negli ambienti
dell' opposizione alla politica gildoniana, quando menzionano Sidoniae
matres (cioè matrone punico-romane) aborrenti da matrimoni con barbari
africani, cioè Mauri, Etiopi o Nasamoni. ( Sui Nasamoni cfr. I. Desanges,
L'iconographie du Noir dans l'Afrique du Nord antique, in AA.VV., L'image du
Noir dans l'art occidental Fribourg 1976-1979, vol. 1, pp. 246-248).

La rivolta di Gildone, figlio del re mauro Nubel, come già in precedenza
quella del fratello Firmo, è generalmente collegata al malcontento di gruppi
africani economicamente disagiati e oppressi: già Firmo aveva associato a sé
i Mazici, popolazione libica, e Santo Mazzarino descrive la ribellione di
Gildone come una rivolta di stirpi maure oppresse(S.Mazzarino -la fine del
mondo antico-Milano 1959). Claudiano (Gild. 196-200) a sua volta, proprio
nel contesto del lamento dell'Africa cui stiamo facendo riferimento,
ricordando i campi indebitamente occupati dai seguaci di Gildone menziona
come suoi alleati taluni reges clientes,cioè capi di quelle tribù africane
che allo stesso Claudiano più diffusamente ricorda come barbari alleati di
Gildone. Riferendo inoltre un discorso di Onorio ai suoi soldati, Claudiano
accusa Gildone di aver

raccolto barbariem omnem (Gild. 432), tanto che l'Africa sembrava ormai
dedita Mauris regibus (ibid. 452 sg.). Infine, proprio dopo aver dato
notizia delle forzate nozze fra matrone puniche e barbari africani, nel
verso successivo (Gild. 194) Claudiano definisce Gildone his fretus sociis.
Mi sembra quindi che anche il riferimento orosiano alla gentilis licentia di
Gildone possa alludere al suo far leva sulla rivolta di tribù africane
ancora selvagge e istintive, quando lo storico cristiano così riassume le
imprese del re mauro: Africani excerptam a societate reipublicae sibi
usurpare ausus est, gentili magis licentia contentus quam ambitu regiae
affectationis inflatus"; si rinnovava pertanto - nell'ottica di Orosio - il
tentativo di Giugurta, che universam paene Africani a Romanis delicientem
regno suo iunxit".

Mentre gli studiosi moderni hanno ripensato l'impresa di Gildone nel suo
contesto socio-economico, ai suoi tempi il re mauro fu presentato a Roma
come un usurpatore: ma al di là della topica letteraria - che per un tiranno
barbaro poteva prevedere l'enumerazione dei vizi più abominevoli e dei
metodi più feroci e selvaggi - possiamo forse cogliere nella sua politica un
aspetto non privo di originalità e lungimiranza, in quanto tentativo di dar
vita a una nazione africana al di sopra delle singole tribù e delle diverse
etnie, nel momento in cui si avvicinava la dissoluzione dell'impero romano.

La politica gildoniana nel suo contesto storico-culturale

Com'è noto, Gildone cercò di profittare della discordia che divideva Onorio
e Arcadio per favorire le aspirazioni dell'Africa a veder riconosciuta la
propria dignità di " terza parte del mondo" : pretese quindi di trattare da
pari a pari con Roma e con Costantinopoli in forza del ricatto degli
approvvigionamenti di grano che egli negò a Onorio e spartì invece, in
territorio africano, con Arcadio .

Dalla sua rifondazione come colonia romana, Cartagine si era ormai orientata
verso Roma e aderiva alla civiltà latina, pur coltivando anche le lettere
greche e mostrando così, attraverso il suo bilinguismo, l'attrazione
esercitata su di essa dall'Oriente greco. La Cartagine celebrata da Apuleio
come Camena togatorum (flor. 20), al tempo dello storico Erodiano
rivaleggiava con Alessandria d'Egitto nella comune pretesa di essere la "
seconda Roma ", mentre più tardi, ai tempi di Claudíano, le due rivali
africane provvedevano alle frumentationes rispettivamente di Roma e di
Costantinopoli ma Cartagine - ci rivela Ausonio già prima del 388 si sentiva
ormai rivale della stessa Costantìnopoli nell'aspirazione di entrambe ad
avere il secondo posto dopo Roma , di cui però la città di Elissa " a stento
sopportava la superiorità ", anche se doveva cedere davanti a Costantinopoli
(huic quoque si cedat, Romam vix passa priorem). Nel fare proprie, dunque,
queste ambizioni di Cartagine, il mauro Gildone, come già aveva fatto Firmo
, si appoggiò

al Donatismo,movimento separatista politico-sociale (più che religioso) le
cui frange estreme saranno poi costituite dalle bande dei circumcelliones, i
più poveri e disperati fra i Donatisti, antíromani e antiimperiali, che
saccheggiavano i magazzini (rusticanae cellae) dei ricchi proprietari
terrieri.

Ma Gildone, alleandosi ai capotribù africani, mostrò anche di aver compreso
che per realizzare il proprio progetto occorreva coagulare attorno alla sua
persona le diverse stirpi insediate nell'Africa romana, così da superare un
forte ostacolo: il tradizionale separatismo dell'elemento punico dalle masse
indigene, che illustrerò nel corso di questo articolo. Poiché tuttavia il
particolare delle forzate nozze fra matrone puniche e barbari africani è
menzionato da Claudiano nel contesto di una descrizione retorica dei vizi di
Gildone, non possiamo essere certi che l'atteggiamento del re mauro fosse
contrassegnato da disprezzo e violenza nei confronti dell'elemento punico.

Gildone tentò forse di spezzare (e fu questo un aspetto perdente della sua
politica, anche se forse sarebbe stato la salvezza dell'Africa romana
all'avvento dei Vandali e poi degli Arabi) l'isolamento etnico della
componente punicoromana rispetto agli Africani indigeni, cioè a quelle
popolazioni che oggi chiamiamo " berbere ": i Punici infatti, come subito
vedremo, tradizionalmente avevano con le tribù libiche rapporti commerciali,
culturali, religiosi , ma non legami di parentela. Eppure se alle origini di
Cartagine c'era stato l'incontro fra una civiltà mercantile orientale (i
Fenici) e un'organizzazione tribale libica, la civiltà punica, nata da
quest'incontro, non poteva conservarsi che a patto di consolidarlo in un
foedus che unisse realmente le diverse stirpi, con un reciproco
arricchimento.

Il separatismo etnico dei Punici

Non sappiamo in che misura i Fenici in Africa, prima dell'occupazione
romana, si siano mescolati ai diversi gruppi africani , che i libri Punici
consultati da Sallustio dicevano "initio asperi incultique". In aree rurali
lontane da Cartagine si può talora ritrovare, in tombe puniche, la
documentazione di mescolanze tra varietà etniche diverse e Gabriel Camps
asserisce che l'onomastico attesta un apporto etnico africano nella civiltà
semitica. Circa i membri delle classi alte puniche e numidiche, è noto come
nel III-II secolo essi si siano imparentati fra loro per comuni interessi
politici o economici, perché i Numidi erano politicamente e militarmente
meglio organizzati e quindi più desiderati come alleati : generalizzando il
dato storico di queste alleanze di parentela fra aristocrazie punica e
numidica, Sabatino Moscati riteneva che i Cartaginesi non avessero affatto
pregiudizi nei confronti dei matrimoni misti mentre occorre ricordare che in
Appiano il punico Asdrubale di Giscone, personaggio di primo piano a
Cartagine, accettò come genero Masinissa, figlio del re dei Massili (potente
tribù numidica) e per di più educato a Cartagine "benché fosse un Numida "
(Lib. 1 0).

Nonostante l'affermazione di Livio (XXI 22, 3), secondo il quale i
Libifenici furono mixtum Punicum Afris genus, oggi gli studiosi ritengono
che con tale etnonimo venissero indicati, almeno in origine, semplicemente i
Fenici residenti in terra africana, mentre con l'organizzarsi dell'impero
cartaginese alcune città abitate da Feníci vennero amministrativamente
dichiarate " libifenicie " con il riconoscimento dei relativi diritti (ius
conubii, esenzione dalle imposte ecc.).

Lo studio del Bondì " ha illustrato come fossero di stirpe fenicia (ancora
nel I secolo a.C.) i maggiorenti di tutti i centri dell'Africa
settentrionale gravitanti intorno a Cartagine: iscrizioni indicanti
detentori di cariche di prestigio documentano del resto antroponimi soltanto
fenici. 1 Libii invece, nello stato cartaginese, non avevano diritti
politici ed erano vessati dalle tasse indipendentemente dal luogo di
residenza, come i Fenici erano cittadini di pieno diritto indipendentemente
dal luogo di residenza. Ancora nel V secolo a.C., secondo Giustino, et
Mauris bellum inlatum et adversus Numidas pugnatum et Afri conpulsi
stipendium urbis conditae Carthaginiensibus remittere . Per oltre tre secoli
Cartagine visse così, in regime aristocratico, alla guida di una
confederazione di città fenicie, ignorando politicamente e giuridicamente
gli indigeni: ma in tal modo gli stessi advenae punici, circondati da
alleati e da tributari, non avevano un proprium agrum, come rinfacciò loro
il numida Masinissa, dopo la seconda guerra punica, rievocando la vera
origine dello ius usurpato dalla città di Didone:

Numidae et de terminatione Scipionis mentiri cos arguebant et, si quis
verarn originem iuris exigere vellet, quem proprium agrum Carthaginiensium
in Africa esse? Advenis, quantum secto bovis tergo amplecti loci potucrint,
tantum ad urbem communiendam precario datum: quidquid Bursam, sedem suam,
excesserint, vi atque iniuria partum habere. Neque eum de quo agatur probare
cos posse non modo semper ex quo ceperint sed ne diu quidem [eos]
possedisse.

Per opportunitates nune illos, nunc reges Numidarum usurpasse ius, semperque
penes eum possessionem fuisse qui plus armis potuisset. Cuius condicionis
res fuerit priusquam hostes Romanis Carthaginienses, socius atque amicus rex
Numidarum esset, cius sinercnt esse nec se interponerent quo minus qui
posset teneret.

In tale precaria situazione territoriale Cartagine, secondo i moderni
studiosi, non aveva potuto creare un proprio impero, perché, pur servendosi
di ausiliarilibici era rimasta arroccata nella separatezza della propria
etnia più ancora di quanto non si facesse nelle città libifenicie, dove
secondo Cinta abitavano anche le masse autoctone e quindi via via il
concetto di razza era tramontato. Ma sulle masse libiche oppresse furono
portati a far leva, sbarcando in Africa, Agatocle negli ultimissimi anni del
IV secolo e poi Attilio Regolo nel 256.

Diffidenze etniche dei Punico-Romani nei confronti delle popolazioni
africane .

Anche dopo la caduta di Cartagine, sopraffatta dai Romani alleati dei
Numidi - neanch'essi abbastanza amalgamati con i superbi Cartaginesi gli
abitanti della provincia d'Africa rimasero a lungo attaccati alle proprie
origini puniche, tanto che ancora ai tempi di Agostino i contadini
affermavano in punico di essere dei " Cananei " (Chanani) e le persone colte
conoscevano sia il latino sia il punico .

Mentre dunque la civiltà punica sopravviveva anche nella Cartagine divenuta
ormai romana e cristiana , sembra che non si facessero matrimoni misti fra
Punico-Romani e Libii, se si tiene conto del fatto che l'aggiunta di nomi
romani e cognomi libici (come anche punici) è un fatto culturale e
giuridico, ma non se ne possono dedurre rapporti di consanguineità fra le
diverse stirpi.

La mescolanza delle razze non era rara nell'impero romano, dove tra l'altro
la denatalità del patriziato favoriva la trasformazione della razza : così
in Claudiano la copia vulgi dei Mauri è menzionata come una connotazione
negativa,perché essa minaccia Roma. Quanto ai matrimoni misti fra bianchi e
negri, nessuna legge li proibiva .Ma la nascita di bambini mulatti era
indizio di adulterio, perché avveniva in seguito a relazioni extraconiugali
. L'orrore delle matrone puniche di cui ci parla Claudiano è
quindi ben spiegabile nella mentalità comune in tutto l'impero, ma la
particolare situazione di Cartagine, città punico-romana in mezzo a
popolazioni di razza libica, non va sottovalutata. La
Cartagine punico-romana continuò infatti la politica punica di separazione
dalle popolazioni circonvicine, mentre sentì dolorosamente, dopo la
distruzione del 146, la mancanza delle sue mura, che riebbe forse solo
tardivamente, all'avvicinarsi della minaccia vandalica. Tuttavia anche dopo
la conquista da parte dei Vandali, nel 439, la città conobbe uno splendore
culturale di cui è testimone Florentino in Anth. Lat. 371 Sh. B. = 376 R.In
tale contesto culturale, l'elemento punico rimase legato a quello romano,
come ci mostra Luxurio inviando il suo libro di versi nobilium ad domos, in
modo che esso potesse trovarsi inter Romulidas et Tyrias manus. Le persone
di pelle scura potevano essere apprezzate, anche nella Cartagine
romano-vandalica, per le loro doti atletiche, come un auriga e un cacciatore
di pelle scura sono celebrati dai versi di Luxurio : ma lo stesso autore,
nel dileggiare un tale qui foedas amabat, definisce una donna bella Pontica,
ossia proveniente dal nord (se non accettiamo la congettura Poenica), e al
contrario una donna brutta viene da lui designata col termine Garamas , un
etnonimo che per gli antichi indicava genericamente ogni popolazione di
pelle scura. Inoltre due epigrammi dell'Anthologia Latina ci informano come
i Latini d'Africa, di stirpe punicoromana, diffidassero degli Etiopi e dei
Garamanti che giungevano nel mondo romano (Faex Garamantaruin nostrum
processit ad axem) . Sappiamo che nel IV secolo d.C. venivano importati
nell'Africa romana dalle regioni desertiche dell'interno molti schiavi, sia
Mazici (ossia individui di pelle bianca, che oggi diremmo Berberi , come
erano i Numidi, i Getuli e i Mauri) sia Etiopi (ossia individui di pelle
scura) .

Secondo I. Desanges, L'iconographie, cit., p. 312 n. 148, Luxurio
contrappone l'ideale di bellezza nordico (= vandalico) (Pontica) al tipo
negroide (Garamas), brutto. Lo studioso ricorda inoltre come anticamente i
Greci abbiano contrapposto agli Etiopi i Traci (e poi gli Sciti): il
luxuriano Pontica potrebbe dunque, a mio parere, equivalere a Scythica,
designando cioè una donna originaria di quella popolazione che, a detta di
Iust. Il 1,5-21, soleva essere paragonata agli Egiziani, risultandone
superiore per antichità e per doti fisiche e intellettuali (et corpora et
ingenia duriora).

Nelle regioni dell'interno, inoltre, la resistenza delle tribù indigene alla
romanizzazione, con le frequenti rivolte di popolazioni berbere nomadi
specie in Mauritania, è indizio del loro scarso amalgamarsi ai Romani, con i
quali invece si erano ormai fusi, etnicamente e culturalmente, i Punici.
Così i Vandali nelle loro persecuzioni contro i cattolici (Punico-Romani)
trovarono alleati i Mauri del deserto, pagani, come attestano alcuni
scrittori contemporanei

Più tardi contro gli stessi Vandali (che dominavano la parte più romanizzata
dell'Africa, attualmente corrispondente alla Tunisia e a una piccola parte
dell'Algeria orientale) e poi contro i Bizantini, combatterono tribù libiche
confederate (Levathae) alleate con Mauri dimoranti extra limitem: essi
introdussero da oriente verso occidente il nomadismo,sopprimendo
l'agricoltura e così preparando l'arabizzazione, anche se ad essa saranno
poi proprio i Mauri ad opporsi, inutilmente. Dopo la fine del regno
vandalico, i Bizantini avevano tentato di intervenire in Africa per
recuperare alla romanità , contro i nomadi Mauri, le masse rurali,
sedentarie; le imprese dei Bizantini contro i Levathae e le altre
popolazioni maure sono narrate dalla Iohannis di Corippo e dal secondo libro
del Bellum Vandalicum di Procopio, che ritiene i Mauri oriundi dalla Fenicia
come i compagni della mitica Didone , mostrandoli cioè consanguinei di
quegli antichi Cartaginesi che erano stati sleali e ostili nei confronti di
Roma.

La historia punica di Didone

Tra il IV e il V secolo d.C. a Cartagine la leggenda di Didone, nella
versione che veniva tramandata dalle fonti puniche come historia, ha avuto
un tale revival che lo stesso poema virgiliano, pur letto con tanta passione
nelle scuole e oggetto di venerazione da parte del Sulpicio Cartaginese ,
veniva accusato di falsità da parte dei dotti: contro Virgilio, costoro
esaltavano la castità di Didone, suicida per non essere costretta a sposare
un re africano (o uno dei re africani pretendenti alla sua mano, secondo il
Servio Danielino) . Tale esaltazione non si spiega soltanto con l'influsso
dell'etica cristiana, ma anche con quell'atteggiamento dei Cartaginesi nei
confronti delle popolazioni circostanti, che ho fin qui illustrato.

Bisogna anzitutto ricordare come già Timeo, che aveva consultato " documenti
tirii ", aveva scritto che Didone si era uccisa perché i suoi concittadini
chiedevano con insistenza che ella sposasse il re dei Libii ; a sua volta
Giustino, attingendo da Trogo (che sembra avere ben conosciuto le tradizioni
puniche), narrando la Punica historia delle origini di Cartagine, menziona
la richiesta di nozze da parte di Iarba re dei Muxitani (XVIII 6, 1), cioè
dei Libii stanziati nei dintorni di Cartagine , mentre la medesima Punica
historia ricordava anche altri re africani pretendenti alla mano di Didone ;
inoltre Giustino fa dire ai compagni di Elissa che non è facile trovare fra
i Punici qualcuno qui ad barbaros et ferarum more viventes transire a
consanguineis velit (lust. XVIII 6, 3). Questo sembra alludere a un
rinserrarsi di Cartagine nella propria etnia per affermare la propria
identità fenicia in territorio africano, mentre l'eroina Didone quam diu
Karthago invicta fuit, pro dea culta est (lust. XVIII 6, 8).

In seguito la leggenda di Didone fu divulgata dai Romani e dagli stessi
abitanti della Cartagine romana, mentre i Greci attribuivano ad altri la
fondazione della città : lo stesso Virgilio, forse sulla scorta di Nevio,
non tacque i particolari-chiave tratti dalla storia punica e relativi al
rifiuto delle nozze con Iarba da parte di Didone e alla minaccia che le
popolazioni africane circostanti rappresentavano per Cartagine.

Ma benché i poeti latini , anche nell'Africa tardoantica , si siano
dilettati a cantare l'amore di Didone per Enea, è noto che già Ateio
Filologo scrisse an amaverit Didun Aeneas e che Servio spiegò che la
leggenda virgiliana su Didone per motivi cronologici non poteva che essere
contra historiam ficta . Pertanto i grammatici, specialmente in Africa,
insistevano sulla falsità della leggenda virgiliana su Didone , alimentando
così " l'interesse e l'orgoglio punico " per una fabula cui rimasero legati
gli scrittori africani, come furono probabilmente Macrobio e Prisciano . Il
primo, che pure nutriva per Virgilio tanta reverenza, ci informa che la
fabula lascivientis Didonis era " universalmente riconosciuta falsa ", anche
se tantum valuit pulchritudo narrando [nel poema virgiliano] ut omines
Phoenissae castitatis conscio, nec ignari manum sibi iníecisse reginam, ne
pateretur damnun pudoris, coniveant tamen fabulae . A sua volta Prisciano
aggiunge alla Periegesis di Dionigi la menzione di Didone, celebrata per il
fatto che per saecula vixit atque pudicitiam non perdit crimine falso .
Contro le infamanti invenzioni di Virgilio Didone viene difesa, per aver
respinto il pretendente Iarba, in un epigramma dell'Anth. Pal. XVI 15 di cui
fu fatta anche la traduzione latina, ora reperibile nella raccolta degli
Epigrammata Bobiensia e fra i componimenti poetici pseudo-ausoniani.

Gli scrittori cristiani, specialmente africani, usarono la storia punica di
Didone come esempio di castità: Minucio Felice, che - se non fu africano lui
stesso - fu comunque legato ad ambienti africani, fra i fondatori di città
ricorda una reginam pudicam sexu suo fortiorem (Oct. 20, 6); ugualmente
Tertulliano (che ebbe Timeo tra le sue fonti) elogiò " una certa " (aliqua)
Didone per la sua pudicizia e fortezza. Girolamo poi, seguendo
Tertulliano,narra la storia della casta mulier fondatrice di Cartagine, la
città che aveva anche terminato la sua storia in castitatis laude, con
l'eroico suicidio, della moglie di Asdrubale.

Da parte sua Agostino, che prima della conversione si era appassionato al
racconto virgiliano della morte di Didone , divenuto cristiano condannerà -
senza nominare la regina cartaginese - il suicidio per motivi di onore (civ.
1 18 [431), anche nel caso di donne cristiane minacciate da una barbarica
libido (civ. 1 28 [281).

Gli elogi della castità di Didone che ritroviamo nell'Africa tardoantica, in
fonti sia pagane sia cristiane, non possono comunque spiegarsi con una
comune sensibilità morale dei Cartaginesi del tempo, la cui impudicizia è
bollata da Salviano che pure è un esaltatore di quella città . Sorge dunque
il problema dell'interpretazione da dare al revival della storia punica di
Didone nella Cartagine tardoantica.

Gilbert Charles-Picard interpreta il racconto punico del sacrificio di
Elissa come un remoto ricordo dei re che anticamente si votavano o venivano
immolati agli dei per il bene della patria , attribuendo al nome punico "
Elissar " il significato di " consacrata alla divinità " Picard ritiene
derivare dall'interpretatio Graeca - mentre Ettore Paratore preferisce
pensare a un'origine punico-mediterranea quella componente del racconto che
riguarda la fedeltà di Elissa al defunto marito cui ella si riunisce nella
morte; lo stesso studioso ricorda però anche le nozze sacre che precedevano
l'immolazione del re in molti riti e tradizioni antiche, quasi che Elissa
prima di morire avesse voluto celebrare una teofania con il genius loci (p.
47), che tramite il re libico Iarba verrebbe a coincidere con lo stesso
defunto Sicharba , il tirio marito dell'ormai divinizzata Elissa. Mi sembra
pero importante ricordare che nella storia di Didone - almeno come ci è
stata tramandata-tali nozze sono assolutamente escluse e Iarba, respinto da
Elissa, non sembra affatto un " alter ego " di Sicharba; anzi il pretendente
libico e il tirio marito defunto sono più contrapposti che identificati,
come per i Fenici compagni di Didone gli stranieri libici si contrapponevano
ai " consanguinei " punici (cfr. Iust. XVIII 6, 3): un atteggiamento che
abbiamo visto attestato da Diodoro (XX 55, 4) per i Cartaginesi della fine
del IV secolo.

Mi sembra quindi di non trascurabile importanza, nella storia di Didone, il
particolare del rifiuto delle nozze con il libico Iarba: acutamente
Cristiano Grottanelli " osserva che la negazione di tali nozze delegittimava
una parità o mescolanza con gli indigeni e impediva che si aprisse ai regoli
libici la successione al trono di Cartagine, per cui "si poneva fin
dall'inizio una barriera invalicabile fra i nuovi arrivati e gli indigeni ";
sotto questo aspetto la storia di Didone, pur fondendo elementi fenici con
elementi greci, è espressione di un nazionalismo precipuamente punico.
Altrove Grottanelli giunge ad affermare perfino che Elissa è " l'héroine des
distinetions sociales, qui, par une lesine qui va jusqu'à nier totalement
l'échange et à détruire l'objet échangeable, fonde la séparation entre les
hommes ": infatti nella società cartaginese, come abbiamo visto , gli
indigeni avevano, nei confronti di Punici e Libifenici, soltanto rapporti
commerciali e oneri fiscali, ma non lo ius conubii.

Se è vero che la storia punica di Elissa si formò nel V secolo a.C., come
ritiene Paratore e che proprio in quel secolo gli Africani - secondo
Trogo-Giustino - erano costretti dai Cartaginesi a pagar loro lo stipendium
urbis conditae , il rifiuto della regina tiria di sposare il re libico può
essere accostato alla testimonianza di Diodoro (XX 55, 4) sullo ius conubii
che alla fine del IV secolo univa ai Cartaginesi le città libifenicie ed era
invece negato agli indigeni africani, sottoposti a pesanti imposte.
Probabilmente proprio

per tali sue irnplicazioni etnico-politiche fu conservata a lungo e
gelosamente, a Cartagine, la tradizione della castità di Didone, che in età
tardoantica sarà celebrata non soltanto da autori cristiani, inclini
all'elogio della pudicizia, ma anche dal pagano Macrobio.

Conclusioni

Il contesto storico-culturale che abbiamo illustrato, evidenziando lungo i
secoli le tensioni interetniche esistenti nell'Africa settentrionale punica
e poi romana, ci suggerisce che la menzione claudianea dei forzati matrimoni
fra donne puniche e uomini africani, pur essendo probabilmente
un'enfatizzazione retorica all'interno dell'invettiva contro il tiranno
Gildone, possa alludere a una reale situazione di tensione fra etnie
diverse, come purtroppo anche la storia dei nostri giorni - in un conflitto
etnico di eccezionale barbarie ha dovuto registrare.

Sintomo e conseguenza di tensioni interetniche da tempo esistenti,
l'atteggiamento politico di Gildone poté essere un tentativo di fondere con
l'elemento indigeno la civiltà punicogreco-romana, élite ormai prossima alla
decadenza morale e politica, mentre i barbari metodi che Claudiano gli
attribuisce - se non sono finzione retorica - poterono essere un tentativo
di umiliare e sottomettere quell'élite etnica e culturale, tentando di
staccarla dalla madre-patria Roma.

Se la componente punico-romana avesse saputo unirsi più saldamente alla
componente indigena, probabilmente avrebbe poi potuto resistere meglio alla
dominazione vandalica e più tardi al confronto con la civiltà araba: così
infatti, dalla fusione (pur non sempre pacifica) tra cultura greco-romana,
cultura cristiana e culture germaniche, è nata l'Europa. Pertanto con nuovo
interesse si cerca oggi di riscoprire nei Berberi dell'Africa
nordoccidentale, sulla base di dati archeologici ed antropologici - gli
ultimi resti di quelle popolazioni indigene nomadi, troppo superficialmente
entrate in contatto con la civiltà punico-romana, mentre l'Africa
nordorientale gravitava nell'area bizantina; sulla loro emarginazione
sociale e culturale fece leva la " riscossa " araba ai suoi inizi, riuscendo
a staccare l'Africa dalla Romania: un risultato che né Gildone né poi i
Vandali erano riusciti a ottenere.

ELENA MALASPINA

kirillov

unread,
May 10, 2001, 5:39:36 AM5/10/01
to

Agnosco stylun <agnosco...@tin.it> wrote in message
7biK6.6971$9C4.1...@news2.tin.it...

> ESTRATTO DAL LIBRO DELL'ENCICLOPEDIA ROMANO-BARBARICA
>
> CONTRIBUTO ALLO STUDIO DEI RAPPORTI CULTURALI TRA MONDO ROMANO E MONDO
> BARBARICO

Ti consiglierei di leggere "Prima delle nazioni" di Stefano Gasparri edito
da Carocci. Io l' ho trovato molto interessante

Alekseij Nil' ic Kirillov


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