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il lato oscuro di Flavio Briatore

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Ulisse

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Jan 5, 2002, 1:30:14 PM1/5/02
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da http://www.zaratustra.it/page24.html . La Formula 1 è un business

«La Formula 1 non è uno sport. È soltanto un business», va ripetendo uno che
se ne intende, Flavio Briatore, che ha vinto due campionati del mondo con la
scuderia Benetton oggi è accreditato addirittura come il delfino di Bernie
Eccleston, che del gran circo è il padrone. Una vita spericolata, quella di
Briatore, una vita da Formula 1. Eppure sono due le storie di Flavio
Briatore. Una la favola di un giovane brillante e ambizioso che compie un
salto dal bollito misto alla nouvelle cousine, che parte dalla campagna
piemontese, dalla Provincia Granda, fa mille mestieri, dall'assicuratore Ras
al maestro di sci a San Giacomo di Roburent, fino ad approdare al successo:
ai trofei di Formula 1 e, ancor più in alto, alle copertine patinate al
fianco di Naomi. L'altra è la storia di affari non sempre limpidi, bische
clandestine, polli da spennare al poker o allo chemin-de-fer, una latitanza
in isole esotiche, bombe e autobombe, cattive compagnie, trafficanti d'armi
e boss mafiosi. Le due storie hanno in comune il punto di partenza:
Verzuolo, vicino a Saluzzo, provincia di Cuneo. Qui, il 12 aprile 1950,
nasce Briatore Flavio, segno zodiacale Ariete, messo al mondo da due
insegnanti elementari che sognano il figlio avvocato. Invece a Flavio basta
e avanza il diploma di geometra, ottenuto («con il minimo dei voti», dice di
sé) all'istituto Fassino di Busca, con tesina dal titolo «Progetto di
costruzione di una stalla».

2. Che playboy, il «Tribüla»
Giovanotto, a Cuneo lo ricordano già smanioso di fare strada. Frequenta il
Country club, allora luogo d'incontro della Cuneo bene. È un po' playboy, un
po' gigolò. Ma il nomignolo che gli sibilano alle spalle, quando passa sotto
i portici di corso Nizza, è «Tribüla»: si dice di uno che fa fatica, che si
arrabatta. Ma il «Tribüla» ha fretta di arrivare. Diventa l'assistente, il
factotum, il faccendiere di un finanziere locale, Attilio Dutto, che tra
l'altro aveva rilevato la Paramatti vernici (ex azienda di Michele Sindona).
Ma alle 8 di un mattino fine anni Settanta, Dutto salta in aria insieme alla
sua auto: gran finale libanese per un piccolo uomo d'affari cuneese. La
verità su quel botto del 1979 non si è mai saputa; in compenso sono fiorite
leggende di provincia, secondo cui a far saltare in aria il finanziere era
stato il clan dei Marsigliesi... Di certo c'è solo che il «Tribüla», dopo
quel botto, sparisce da Cuneo. Ricompare a Milano. Casa in piazza Tricolore,
molta ricchezza esibita, cattivo gusto profuso a piene mani. Occupazione
incerta. Frequenta agenti di cambio e remisiers, bazzica la Borsa, si dà
arie da finanziere. Riesce a convincere il conte Achille Caproni (erede
della famiglia che aveva fondato la Caproni Aeroplani) a rilevare la
Paramatti. Diventa consulente della Cgi, Compagnia generale industriale, la
holding dei conti Caproni. Risultati disastrosi: la Paramatti naufraga nel
crac; la Cgi viene spolpata, il pacchetto azionario venduto all'Efim (cioè
allo Stato), le società del gruppo subiscono fallimenti a catena, gli operai
sono messi in cassa integrazione, banche e creditori sono lasciati con un
buco di 14 miliardi. Per un certo periodo, però, Briatore si presenta in
pubblico come discografico, gira per feste e salotti con Iva Zanicchi al
seguito. Il «Tribüla» continua faticosamente a inseguire il grande colpo, a
sognare il grande affare. Intanto però trova una compagnia da Amici miei con
cui tira scherzi birboni ai polli di turno. C'è un finto marchese, Cesare
Azzaro, che si ritiene il miglior giocatore di carte del mondo. C'è un conte
vero, Achille Caproni di Taliedo, rampollo della famiglia che ha fatto
volare gli aerei italiani. C'è un avvocato dal nome altisonante. Adelio
Ponce de Leon. E uomini dello spettacolo e della tv, Pupo (al secolo Enzo
Ghinazzi), Loredana Berté, Emilio Fede, al tempo - erano i primi anni
Ottanta - al vertice della sua carriera in Rai, vicedirettore del Tg1 e
conduttore del programma Test. L'ambiente è una sorta di laboratorio
dell'«edonismo reaganiano»: soldi, affari, gioco, belle donne. Luoghi
d'incontro, case e bische clandestine a Milano e Bergamo, le ville del conte
Caproni a Vizzola Ticino e a Venegono, hotel e casinò in Jugoslavia e in
Kenya.

3. Dalle stalle alla stella
Le feste del contino Attilio, spalleggiato dal brillante Briatore, fanno
rivivere alla villa di Vizzolo i fasti degli anni Trenta, quando sulle rive
del Ticino arrivava il Duce per pranzare con l'amico Giovanni, l'inventore
della Aeroplani Caproni. Nella versione anni Ottanta, invece, le feste, le
battute di caccia, i safari in Africa sono occasioni per proporre affari,
business che restano però sempre progetti: di concreto c'è sempre e solo un
mazzo di carte che spunta all'improvviso su un tavolo verde. Cadono nella
rete l'imprenditore Teofilo Sanson, quello dei gelati (su quel tappeto verde
lascia 20 milioni), il cantante Pupo (60 milioni), l'armatore Sergio Leone
(158 milioni in due serate all'Hotel Intercontinental di Zagabria), l'ex
vicepresidente della Confindustria Renato Buoncristiani (495 milioni), l'ex
presidente della Confagricoltura Giandomenico Serra (1 miliardo tondo tondo,
in buona parte in assegni intestati a Emilio Fede). E tanti, tanti altri...
A posteriori, il «Tribüla» la racconta così: «Mi piacevano scala quaranta,
scopa, poker, chemin... No, il black jack non l'ho mai capito, la roulette
non mi ha mai preso. Tra noi c'erano anche bari, io non c'entravo nulla,
però, lo ha scritto anche Emilio Fede nel suo libro. Dall'83 non gioco più,
qualche colpo a ramino, stop». In verità la storia era più complessa: un
gruppo di malavitosi di rango, eredi del boss Francis Turatello, dedito al
traffico di droga e al riciclaggio, aveva pianificato (e realizzato per
anni) una truffa alla grande, con carte truccate e tutti gli optional del
caso; e i polli da spennare, chiamati gentilmente «clienti», erano
individuati con un'azione scientifica di studio e di ricerca, dopo aver
«comprato» informazioni da impiegati compiacenti dentro le banche e dopo
aver compilato accurate schede informative (complete di disponibilità
finanziarie, interessi, relazioni, gusti: meglio agganciarli proponendo una
battuta di caccia o portando un paio di ragazze molto disponibili?).
Briatore, a capo di quello che i giudici chiamano «il gruppo di Milano», nel
business aveva il delicato compito di «agganciare» i «clienti» di fascia
alta, ingolosirli con qualche buon affare, farli sentire a loro agio con una
adeguata vita notturna. E poi spennarli. Il gioco s'interrompe con una
retata, una serie d'arresti, un'inchiesta giudiziaria e un paio di processi.
Fede è assolto per insufficienza di prove, Briatore è condannato in primo
grado a 1 anno e 6 mesi a Bergamo, a 3 anni a Milano. Ma non si fa un solo
giorno di carcere, perché scappa per tempo a Saint Thomas, nelle isole
Vergini, e poi una bella amnistia cancella ogni peccato. Cancella anche
dalla memoria un numero di telefono di New York (212-833337) segnato
nell'agenda di Briatore accanto al nome «Genovese» e riportato negli atti
giudiziari del processo alle bische: «È un numero intestato alla ditta G&G
Concrete Corporation di John Gambino, con sede in 920, 72 Street, Brooklyn,
New York. Tanto il Gambino quanto il Genovese sono schedati dagli uffici di
polizia americana quali esponenti di rilievo nell'organizzazione mafiosa
Cosa Nostra».

4. Donne e motori
Il «Tribüla» di Cuneo ne ha fatta di strada. Malgrado la latitanza, Briatore
ha finalmente conquistato, tra Saint Thomas e New York, la vita che ha
sempre inseguito: soldi, affari e belle donne da esibire. Arie da playboy se
le è sempre þdate («A sei anni il mio primo bacio, a 14 la prima donna vera,
Marilena, credo di Saluzzo. Vera, in quel senso lì»). Allora le sue
fidanzate si chiamavano Anna Zeta, Beba. Più tardi arrivano Cristina, Nina,
Giovanna, Emma. Infine Naomi. Ma è proprio durante la latitanza che spicca
il volo verso il successo: sparito dall'Italia, condannato e latitante, alle
isole Vergini compie il gran salto. Prima della tempesta, ai bei tempi della
casa di piazza Tricolore, aveva conosciuto Luciano Benetton. A
presentarglielo era stato Romano Luzi, maestro di tennis di Berlusconi e poi
suo fabbricante di fondi neri. Aveva poco o nulla in comune, Benetton con
Briatore: trovava di cattivo gusto la sua casa, il suo stile di vita, la sua
esibizione di donne e di ricchezza. Ma il «Tribüla» è un grande seduttore,
conquista uomini e donne, è affascinante, sa farsi voler bene. In più, il
rigoroso Benetton era rimasto affascinato dalla diversità del suo
interlocutore, dal suo lato oscuro: «È un po' teppista ma è tanto
simpatico», rispondeva Luciano agli amici che gli chiedevano che cosa avesse
mai in comune con quel tipo, dopo averlo messo in guardia per le brutte
storie che giravano sul suo conto. Fatto sta che Briatore apre alle isole
Vergini qualche negozio Benetton e fa rapidamente carriera nel ristretto
gruppo di manager dell'azienda di Ponzano Veneto. Come venditore è bravo.
Riuscirebbe a vendere anche il ghiaccio al Polo Nord, dice di lui chi lo
conosce bene. E aggiunge: venderebbe anche sua madre. Passa nel
dimenticatoio dunque anche un'altra storia che sfiora Briatore nei primi
anni Ottanta. Una vicenda complicata di azioni Generali, mica noccioline,
che passano di mano: un pacchetto di oltre 330 miliardi. Protagonisti:
Anthony Gabriel Tannouri, libanese, noto alle cronache (e all'inchiesta del
giudice Carlo Palermo) come trafficante d'armi; Mazed Rashad Pharson,
sceicco arabo e finanziere internazionale; Florio Fiorini, padrone della
finanziaria Sasea, ex manager Eni, esperto di mercato petrolifero. Il
pacchetto di Generali passa di mano per sette anni, prima di tornare in
Italia, perché diventa la garanzia di opache transazioni internazionali: di
petrolio tra la Libia e l'Eni, di armi ed elicotteri da guerra (gli
americani Cobra) che dopo qualche triangolazione (con il Venezuela, con il
Sudafrica) finiscono a Gheddafi malgrado l'embargo. La vicenda, in verità, è
rimasta oscura. Certo è che per recuperare le azioni si è mosso anche il
presidente di Mediobanca Enrico Cuccia e che, nel suo giro del mondo, il sup
erpacchetto di Generali è passato anche per una sconosciuta fiduciaria
milanese, la Finclaus, sede in corso Venezia, capitale sociale soltanto 20
milioni, fondata nel 1978 da Luigi Clausetti, ma per qualche tempo nelle
mani di Flavio Briatore.


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