Passeggiavo lungo il sentiero sopra il muro che costeggia la provinciale,
erano quasi le sette. L'attività dei calabroni era di gran lunga ridotta
rispetto alle ore del mattino e del primo pomeriggio. Avevano l'aria di
rilassarsi, di volare più lenti e meno numerosi a quell'ora della sera, come
se sbrigassero le ultime cose prima della notte. Forse era il loro shopping
serale, lo struscio, chissà. Eravamo al diciannovesimo nido catalogato e
mappato dal primo di luglio, mio zio si era sbagliato di uno.
Non mi ricordavo di avere mai visto una cosa del genere. Centinaia e
centinaia di insetti delle stesse dimensioni, quelle di un proiettile di
carabina calibro ventidue, meno pericolosi ma non di troppo, volare ovunque
sopra le case, gli alberi, le macchine e interferire con ogni attività della
vita a Pratone. Nel giro di un mese, a luglio, tutto era cambiato perché
erano arrivati loro. Dapprima era sembrata una cosa da nulla, ogni anno un
nido o due di quel genere d'insetti veniva scoperto. Ma col passare dei
giorni, gli episodi ci avevano dato la misura dei fatti.
Aldo Francia, un residente di Pratone, aveva scoperto di avere tre nidi nei
muri della sua casa e da eroe, si era infilato la giacca di tela cerata da
pesca con il cappuccio e gli stivaloni. Era salito con un tubo di silicone
su una scala a pioli per chiudere i buchi da dove i calabroni entravano e
uscivano ed era caduto di sotto, nel tentativo di scacciare le bestie che
gli si erano fatte intorno, dopo aver chiuso il secondo buco. Con un braccio
e una gamba fratturati, avevamo avuto la nostra prima vittima.
La seconda e la terza erano state da puntura singola di calabrone, pronto
soccorso e ritorno a casa con febbre e prognosi di tre giorni. La quarta da
infortunio sul lavoro nei campi originato dai soliti insetti: un
villeggiante si era tagliato un polpaccio con il decespugliatore, sempre a
causa dei movimenti inconsulti dovuti ai calabroni. La quinta, illustre,
Pino Tarquinio: ora in coma all'ospedale per duplice puntura e shock
anafilattico.
Nessuno parlava, ma tutti sospettavano che questa volta non si trattasse di
una cosa normale. Solo Giuseppe Borrelli si era spinto a dichiarare che un'
invasione come quella era senza precedenti e costituiva un caso raro nel
micro - ambiente della zona e che si sarebbe dovuto studiarlo e
documentarlo. Era ovvio che aveva un punto di vista differente da quello
dell'uomo comune e il fatto che fosse già arrivato a Famiglia Cristiana era
un segnale. Ora, tutto quello che avrebbe fatto, sarebbe stato d'impiccio
alla soluzione del problema, come avremmo voluto risolverlo noi. Io mi sarei
trovato in mezzo a due fuochi: il mio combattivo parente e l'illustre
villeggiante romano. Di questo ero sicuro.
Camminando, guardavo le case di Pratone sotto il sole e tra le ombre
allungate, gli insetti volare lenti e i punti dove sapevo esserci dei nidi.
Non andavo entusiasta della presenza dei calabroni, anzi, ne avevo un
terrore viscerale. Ma quella sera mi dava più fastidio il pensiero delle
persone che credevano di saperla lunga. Pensai che loro, gli insetti, erano
organizzati meglio. Pensai che essere un calabrone, in quel momento, mi
sarebbe piaciuto di più. O forse no.
Dopotutto otto uomini, completi di ferri del mestiere al costo di sedici
milioni più spese di viaggio, compreso il lavoro durante la festività,
sarebbero arrivati un quarto d'ora prima delle cinque della domenica dopo,
per fare strage di calabroni nei punti dei quali avevo già fornito loro le
coordinate. La domenica sul presto era stata una clausola di Meroni,
titolare di Termination S.r.l. per non avere nessuno scocciatore intorno.
L'operazione "fanteria dello spazio" era stata avviata.
Mercoledì pomeriggio
"Il vice sindaco qui, dice che bisogna sterminarli. Che facciamo ?" disse
Borrelli al telefono, sghignazzando.
Mi ero accomodato sul divano e la signora Borrelli mi aveva servito una
vodka alla pesca. Non si poteva rinfacciare al dottor Borrelli la mancanza
di ospitalità.
"È il WWF ?" chiesi sottovoce alla signora.
"Dev'essere Legambiente" disse lei.
"Okay. Ne riparliamo domani, allora" disse Borrelli. "Sì, certo, provvedo
io. Ovvio, la stampa locale, già fatto. Ci sentiamo." Attaccò il ricevitore.
"Sterminare non è attinente, dottor Borrelli" cominciai io. "Si tratta
piuttosto della riduzione programmata dei campioni per incidere sul livello
di rischio" dissi appoggiando il bicchierino vuoto sul tavolino di legno d'
acero. "Ma non c'è nulla di programmato, se era quello che voleva sapere."
"Stronzate, li volete tutti inceneriti" saltò su Borrelli.
Con la pelata e i baffetti grigi, la camicia sbottonata e le basette, faceva
molto il Sean Connery di Prima Valle.
"E' un rischio. Ha visto anche lei, dottore" dissi allargando le braccia.
"Balle, sono pericolosi per chi li disturba. Non toccateli e non vi faranno
niente" disse e buttò giù una vodka in un sorso solo.
"Bessi" disse. "Mi stia a sentire. So cosa volete fare, non sono nato ieri.
Ho fatto il vice sindaco anche io. E ho fatto anche il sindaco. E vi
conosco. Non vi permetterò di far fuori i calabroni."
"Ma dottor Borrelli" dissi sorridente, "come le vengono in mente certe idee
?"
Ignoravo come sapesse dell'operazione "fanteria dello spazio". Mi ripromisi
di controllare se non avesse cosparso di cimici l'aula consigliare o il
telefono di casa mia.
"Domani" continuò Borrelli, "ci sarà qui il dottor Vacazzi di Legambiente e
in serata aspetto la dottoressa Tremalli di WWF. Non sarà facile per voi."
Scossi la testa e rassicurai Borrelli, mentendo e sapendo di mentire, che
non ci sarebbe stato nessun genere di olocausto. Poi ringraziai, salutai ed
uscii. E sulla porta imprecai sotto voce. Con la situazione che si stava
profilando, urgeva una modifica alle operazioni. Mi passarono per la testa
strane opzioni. La mobilitazione della popolazione di Pratone, la
controffensiva sulla stampa e infine, la mia fuga.
Borrelli l'avrebbe avuta vinta sul terreno dell'informazione, troppi
contatti, troppe amicizie. Quanto alla popolazione di Pratone, in agosto era
fatta per il settanta per cento di turisti, di cui il cinquanta per cento se
li era trascinati da Roma proprio Borrelli, come suo entourage. Una
silenziosa maggioranza in balia dei calabroni capace di manifestare le
proprie ragioni, non riuscivo a trovarla. Mi rimase la fuga. Meditai una
partenza improvvisa per le Maldive, un volo prenotato al Lastminute e
chissenefregava di tutto quanto. Ma, disgrazia, avevo il conto in rosso da
prima dell'inizio di luglio e di tutta la bagarre dei calabroni
"Ciao" mi sentii trafiggere in mezzo alle spalle da una voce familiare
mentre, scendevo le scale con in testa tutte quelle idee.
Era Rosa, la figlia dei Borrelli, mia vecchia fiamma e, a dirla tutta, una
fiamma che bruciava ancora, perché come la vidi in cima alle scale, coi
bermuda e una canottiera con le spalline inesistenti che metteva in mostra
tutto quanto avesse di abbronzato, mi dimenticai della fuga, della minaccia
gialla e nera e fui assalito dalla voglia di farle da rete protettiva contro
i calabroni.
"Cos'è tutta questa storia dei calabroni ?" mi chiese subito sorridendo,
come se fosse una storia che io e suo padre ci eravamo inventati.
Era arrivata la sera prima da Roma, fresca e leggera come mai, per rimanere
a Pratone non sapeva ancora quanto. Io e Rosa eravamo stati bene assieme, ai
tempi delle scappatelle nel bosco di cipressi sotto la chiesa e rivederla e
sapere che si sarebbe fermata per un po', mi fece bene alla salute. I suoi
capelli castani erano più biondi e più ricci di una volta e gli occhi erano
verdissimi, sull'abbronzatura facevano l'effetto dell'acqua e del cielo nei
laghi alpini. Era incantevole: l'unica parola che esprimesse bene cosa
pensavo.
L'incanto si ruppe quando sentii un ronzio vicino all'orecchio destro e
saltai quattro scalini all'indietro, atterrando in piedi con gli occhi
sgranati.
"Te ne posso parlare su da me ?" dissi.
[CONTINUA]