(da heidegger, hoelderlin e l'essenza della poesia)
--
io mi rivolto, dunque siamo
camus
>Considereremo solo_cinque.detti guida del poeta sulla poesia.
Il tuo post mi piace e lo condivido: questa risposta non ha intento
polemico, ma è il contributo di un altro grandissimo sul tema della
"poesia".
[...]
e.e.cummings:
<<i poeti e gli artisti, specie in america, mi fanno vomitare. che
diritto ha questo pezzente di darsi delle arie? non mi interessa né
rispetto un uomo che sa scrivere una poesia o dipingere un quadro che
verrà appeso al Louvre più di un uomo che sa aggiustare un rubinetto o
disegnare una bella auto.
stamattina traversando Place de la Concorde ho visto una Rolls Royce
con una carrozzeria che era un sogno, elegante e utile. qualcuno
l'aveva disegnata. qualcuno che è un genio, un'artista,molto più
artista di me, perché non solo è una cosa bella, ma corre, e non solo
corre, ma è utile e richiesta, e l'uomo che l'ha disegnata riesce a
vivere con quello che guadagna.
<<io sono un poeta, verissimo; ma che diritto ho di essere
orgoglioso della mia malattia? è una malattia così meschina, idiota.
sapete quello che voglio? quattrini, comfort, amore, agio, lusso,
soldi in tasca per un biglietto a teatro e una buona bottiglia di
vino. e che faccio per averli?
sto seduto in una stanza tetra, tremando di freddo, e per riscaldarmi
uso la fantasia, pensando alle isole dei mari del sud e alle paludi
tropicali.
lo stagnino farebbe altrimenti. ha più buon senso. uscirebbe a
prendersi carbone e legna per farsi un fuoco. non starebbe lì seduto a
congelare, cercando di scaldarsi con la fantasia. io faccio poesie
perché è la cosa che so fare meglio. anzi è più o meno l'unica cosa
che so fare. in america non c'e sufficiente richiesta per poesia da
farne un mestiere redditizio.
è questo il vantaggio dell'america. se qualcosa non ti occorre,
saresti uno scemo a comprarla. se un tizio bussa alla porta e vuole
vendermi una graziosa zangola fatta a mano lo mando via perché a me
non occorre una zangola. che me ne faccio? non ho mica una vacca, né
latte e il burro me lo compro dal lattaio all'angolo.
sono nell'identica posizione del tizio della zangola. ma sarei scemo,
molto più scemo di quanto non sono, se mi mettessi in testa di essere
una specie di creatura superiore e preziosa, giusto perché cerco di
vendere zangole che nessuno vuole. i poeti e gli artisti sono dei
disgraziati che cercano di capitalizzare le proprie neurosi.
e si consolano un poco ritenendosi superiori alla gente che è
capace di adattarsi alla vita. lo so perché ero così anch'io. da
quando ho aperto gli occhi, mi sono accorto che massa di meschini
aggrovigliati sono i poeti. preferisco ascoltare un gruppo di scatolai
parlare dei propri affari, piuttosto che sentire poeti parlare dei
loro -gli scatolai almeno conoscono a fondo il loro mestiere.>>
[e.e.cummings]
maria
perchè un quadro deve necessariamente essere appeso al Louvre?
la maggior parte dei quadri non sono nei musei e assolvono una funzione
importante all'interno del sociale come del resto un'auto come la Rolls. non
è un caso che anche questi oggetti ormai sono esposti in musei. e poi chi
espone quadri nei musei? l'artista? manco per sogno. li espone il sociale
che costruisce musei appositamente chio sa perchè.
e dove sta scritto che chi fa arte si debba dare delle arie? in genere chi
si da delle arie non fa arte anche se apparentemente ci prova.
c'è poi un errore di fondo nella interpretazione dell'artista riportata
sopra: il disegnatore di quella bella auto non è un artista? chiunque
potrebbe disegnarla così bella? si parla di una Rolls mica di un carrettino
semovente.
per quanto riguarda lo stagnino chi ha detto che anche lui non si possa
esprimere come un'artista? conosco artigiani che non si contentano di
ovviare ai problemi pratici con interbentisolo utilitaristici e sono i più
ricercati per questo e i meglio pagati.
il tutto andrebbe maggiormente aperto e discusso senza pregiudizi. in questo
post i pregiudizi sono stati solo rovesciati.
sono i marxisti che considerano una sovrastruttura l'arte, intesa come
bisogno individuale, ma l'errore è sotto gli occhi di tutti. confondere il
concetto di cultura con quello di arte porta necessariamente ad una forma di
assolutismo tribale il quale pretende che nulla cambi. se si fosse
verificato questo nella storia dell'uomo, l'uomo sarebbe in tutto e per
tutto solo un animale e sarebbe rimasto all'età della pietra, ma non è così,
almeno non lo è completamente per fortuna.
saluti
stir
un burocrate di banca, con un sorriso ambiguo sulla bocca, mi chiese:
- perchè gli artisti vengono riconosciuti e capiti solo dopo morti? -
- perchè, se sono veramente tali, hanno una sensibilità che la massa
raggiunge solo dopo cinquanta anni, e se tutto va bene, perchè a volte c'è
voluto anche mezzo millennio.
gli ho risposto.
stir
Sì, ma le funzioni assolte sono ben distinte. Se da una parte è vero che
essere nelle condizioni di poter acquistare un Van Gogh e/o una Rolls Royce
denotano un pari livello di gerarchizzazione nell'asse verticale della scala
sociale, e se è vero che in quest'ottica entrambi gli "oggetti" fungono da
status symbol, dall'altra bisogna tener presente che dietro la realizzazione
di un dipinto non ci sono le stesse motivazioni che si trovano alla base di
qualsiasi processo produttivo. Se vogliamo, l'utilità riscontrabile nei due
casi va a riempire per osmosi due calici differenti ma paralleli, anche se
in realtà la funzione di un'automobile non ha niente a che vedere con
l'attività artistica. Il pittore dinanzi alla tela non pensa necessariamente
al sociale, e se lo fa tutto acquisisce quell'alone di filantropia che ha
fatto dipingere allo stesso Van Gogh i mangiatori di patate. Ma sicuramente
l'idea del serivizo che una vettura può offrire non si concilia
immediatamente con la commercializzazione della stessa che per una questione
di "benessere sociale", o "qualità della vita". Che aumentano se mi compro
la macchinina, ma non variano se resto per giorni in contemplazione di
decine di meravigliosi stirner:)
[...]
> c'è poi un errore di fondo nella interpretazione dell'artista riportata
> sopra: il disegnatore di quella bella auto non è un artista? chiunque
> potrebbe disegnarla così bella? si parla di una Rolls mica di un
carrettino
> semovente.
Il disegnatore industriale, o "designer" per identità di fama, non può
propriamente dirsi un artista. La questione è stata lungamente dibattuta,
dagli albori del design partorito dalle strette esigenze industriali della
prima rivoluzione, passando per il Bauhaus sino ad oggi, tempi di voracità
capitalistica e di malcontento generazionale, tempi di consumo e di umori
oscillanti sotto il metronomo del potere, del volitivo d'acquisto. Ciò che i
pionieri di Pevsner ci hanno regalato in termini di "novità" e di "storia",
quello che possiamo definire senza indugio "estro creativo in seno alla
nascente industria", stravolge oggi i suoi termini e si dice crisi,
perlomeno sul piano formale. Per farla breve, uno come Philippe Starck ha la
genialità del più abile operatore in franchising, le doti del piazzatore, se
riesce a convincere un pubblico di bellezza della nulla funzionalità di un
suo spremiagrumi a tre zampe, e nonostante ciò glielo fa comperare.
In particolare, il designer si trova a dover dialogare con chi gli paga lo
stipendio per mezzo di un linguaggio tecnico-commerciale che si avvale della
ricchezza del tizio in panciotto e della povertà di esigenze che a tutti i
costi qualcuno fabbrica e che per contro ci sentiamo quasi in dovere di
soddisfare; i legacci ben stretti ai polsi del disegnatore sono fatti di
bisogni e di "fattibilità", di sviluppo sostenibile e probabilità di
vendita. E un pubblico acquirente ha un gusto differente da quello di un
pubblico spettatore, se intendiamo per gusto la capacità di ravvisare in un
prodotto qualità estetico/funzionali che in un'opera d'arte si limitano
essenzialmente alla potenza sublime della comunicazione verbale, visiva.
L'arte è inutile, ma il sogno dell'artista accompagna la cultura tutta nel
suo perpetuo dondolarsi di strati onirici su basamenti di civiltà e
sapienza. Il mondo va popolandosi sempre più di oggetti, sempre più rispetto
a qualche tempo fa, almeno. Merito della tecnologia, merito della facilità
con cui i desideri dell'uomo moderno incontrano la noia e la volontà di
possesso. C'è ben poco da inventare, ormai. E quello che già c'è andrebbe
semplicemente "migliorato".
Da "Disegno industriale: un riesame" di Tomàs Maldonado:
"I miei soci non erano convinti - scrive Ford [Henry Ford, fondatore
dell'omonima casa automobilistica-n.d.r.] nella sua autobiografia - che le
nostre automobili avrebbero anche potuto essere limitate a un solo modello.
L'industria automobilistica aveva scelto come paragone l'industria delle
biciclette, in cui ogni produttore si sentiva in dovere di far uscire ogni
anno un modello nuovo, diverso da quelli precedenti, in modo che chi
possedeva un modello vecchio desiderasse cambiarlo con uno nuovo. Questo era
ciò che si riteneva una buona gestione aziendale. E' la stessa norma che
seguono le donne a proposito di vestiti e cappelli. L'idea non nasce dal
desiderio di prestare un servizio, ma dal desiderio di creare qualcosa di
nuovo, non qualcosa di meglio." [...] Non meno esplicito è in "Today and
Tomorrow" sul rapporto utilità-bellezza: "La domanda è questa: è meglio
sacrificare l'artisticità all'utilità, oppure l'utilità alla bellezza? [...]
Se volessimo fare un'automobile su un disegno egizio, ciò non avrebbe nulla
a che vedere con l'arte. Non sarebbe arte, solo un'idiozia. Un'automobile è
un prodotto moderno, e deve essere costruita non per rappresentare qualcosa,
ma per poter prestare il servizio per cui è prevista."
Si badi, eravamo alle prime automobili, alla prima fallimentare "Ford T".
Adesso che il servizio reso dagli oggetti è diventato per lo più ovvio,
l'unica cosa in grado di dare un senso all'acquisto rimane la
"rappresentazione" di qualcosa. Questo qualcosa viene oggi chiamato "brand".
Ancora dal testo di Maldonado:
[...] Gropius rompe definitivamente con ogni residuo del suo passato
espressionista: "[...] Le esigenze della maggior parte degli uomini sono
fondamentalmente uguali. Casa e oggetti per la casa sono un problema di
bisogno generale, e la loro progettazione riguarda più la ragione che il
sentimento. [...] E non si tema che la tipizzazione possa coartare
l'individuo; come non si può temere che un ordine sancito dalla moda possa
portare alla completa uniformazione dell'abbigliamento."
Ed eravamo nei primi anni Venti. Oggi si parla di "design del sentimento" e
via discorrendo, ma questo è un altro discorso.
In sostanza, a differenza dell'arte, "il disegno industriale non è
un'attività autonoma. Anche se le sue scelte progettuali possono sembrare
libere, e forse talvolta lo sono, si tratta però sempre di scelte prese nel
contesto di un sistema di priorità assai rigidamente prestabilite. In ultima
analisi, è questo sistema di priorità che regola il disegno industriale.
[...] In ogni società esiste un punto nevralgico in cui ha luogo il processo
di produzione e riproduzione materiale, cioè un punto in cui, secondo le
esigenze dei rapporti di produzione, vengono man mano sancite le
corrispondenze tra stato di bisogno e oggetto di bisogno, tra bisogno e
fabbisogno. Il disegno industriale, in quanto fenomeno che si situa
precisamente in tale punto nevralgico, emerge come un fenomeno sociale
totale."
Pertanto ciò che si riconosce all'artista in termini di talento e
specularità dell'anima sensibile al riverbero dell'incidenza dei tempi, ciò
che si può definire come pura espressione di un io valicato dall'esperienza
e dai fenomeni e a sua volta in grado di superarli, non può in alcun modo
essere attribuito al disegnatore, che non esprime nulla se non la più
tattile materialità del vissuto, e che quindi al presente si amalgama come
può, e del presente tutto percepisce e non fa che trasferire la sua abilità
manuale in un progetto che di suo ha l'idea, la "fabbricazione". Per un
quadro non v'è catena di montaggio, e la vendita dell'oggetto d'arte è del
tutto secondaria alla sua realizzazione; la complessità del quesito qui
cade, per questo che è solo un dignitoso mestiere.
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questo è evidente ma la distinzione è sulla differente infuenza che
l'operatore ( l'artista) subisce dal concetto di cultura. anche un pittore o
un poeta potrebbe esserne molto influenzato e produrre oggetti adatti al
consumo a scapito della propria visione individuale. L'arte e la cultura
sono compresenti in ciascuno come sono compresenti l'aspetto sociale e
quello individuale. è evidente che chi considera prioritario uno di questi
aspetti, pur mantenendo per forza di cose e in una certa misura l'altro,
sarà un artista o un operatore di un mestiere magari assai raffinato.
All'inizio dello scorso secolo si è tentato di portare la dualità ad un
livello paritetico ma naturalmente la parte individuale è rimasta
soggiacente: si potenzia infatti l'idea di arte applicata che è sempre
esistita nel passato sia remotissimo che nelle botteghe di grandi maestri
come il Verrocchio ad esempio. l'arte non è per tutti. l'arte non è
espressione del branco.
ma il discorso diviene assai complesso.
ciascuno è libero di pensare ciò che vuole ovviamente.
stir
Io penso che Torrette abbia citato questo brano di Heidegger per far vedere
quanto questo linguaggio sia poco poetico, e insensato. Essere poco poetici, o
meglio, voler essere poetici in un eloquio d'essenza risultando all'atto della
lettura una esperienza catastrofica, per Heidegger è naturale e inconscio nello
stesso tempo: va da sé. Ma nessuno se ne accorge. Interpretare poi questi
scritti è ancora più penoso. Penoso è comprendere che l'interpretazione di un
testo poetico è guidata, addirittura distorta dal solito punto teorico o idea
ossessiva dell'analitica esistenziale. Una libertà inaudita di estremizzare i
contenuti linguistici d'esperienza rendendoli i diafani teli della essenza, le
proiezioni dell'essere del mondo, che a volte è l'Essere, a volte l'esserci, a
volte l'ente, a volte l'essente... E dell'innocenza di Hoelderlin non si può più
pensare che sia invece qualcosa di più umano e materiale che ha a che fare con
l'area illusoria e creativa tra l'esperienza soggettiva e oggettiva d'un uomo.
Il punto in cui forse il linguaggio non è l'essenza, e neppure l'essere.
L'innocenza potrebbe essere quella fase primitiva, ma più autentica, in cui gli
oggetti sono fusi con una onnipotenza che li crea dove li trova; che li vuole
quando si presentano o sono presentati da un altro che me li offre, e mi dà il
sostegno necessario alla mia illusione d'averli creati, non mette in discussione
questo paradosso. Su questa esperienza di gioco e comunicazione, in effetti, si
basa il linguaggio, e non l'opposto. (Il fatto che poi lo scrivesse alla madre è
per me abbastanza significativo). Nella completa astrazione di questi contenuti
cognitivi, comunicativi e privati, l'essenza rende tutto di un grigiore
melanconico e unificato che mi fa ancora paura. Vedrei meglio, con Benjamin, un
gioco di costellazione di frammenti del mondo, che credo la poesia di Hoelderlin
faccia proprio, diventando così una vera e propria voce della modernità e della
ricerca di una identità plurima. O nella paratassi, in cui la congiunzione tiene
insieme i frammenti di questa esperienza errante e esiliata del mondo; lettura
adorniana abbastanza gustosa, anche per farsi una risata sul fagocitante e
rutilante linguaggio heideggeriano. (sta in Prismi, si intitola appunto
"paratassi"). Un'altra suggestione di lettura della "maggiore innocenza" del
mestiere poetico di Hoelderlin questa, perché si può essere innocenti solo
accogliendo un nuovo, essendo in viaggio d'amore col mondo, e non fermandolo
nell'essenza. A cosa si ridurrebbe la poesia dovendo usare un linguaggio di
essenze? La poesia è efficace proprio per questo: crea nuove connessioni per
farci comprendere nuovi frammenti cognitivi del mondo, che è un mondo sociale in
continua tensione relazionale. Non è un puro linguaggio, né un puro gioco
linguistico a sé stante.
In questo senso i pezzi di Cummings citati da Maria Strofa sono illuminanti...
Vostro,
Land*scape
> --
> io mi rivolto, dunque siamo
> camus
--
* Ciò che so l'ho sognato *
non per farti il pelo, Land*, ma l'analitica esistenziale era fase
precedente e
decisamente provvisoria nel pensiero heideggerriano.
ma appunto non ho voglia di discutere questi termini della questione,
piuttosto
mi pare gracile attaccare le interpretazioni di Heidegger come ideologiche.
primo perché non conosco filosofo che non pieghi - se qui è gioco di
piegare -
oggetti, eventi e parole alla propria visione e alla propria
argomentazione -
e se davvero qui è in gioco la piega, si fa gioco di piegare, si dovrebbe
aprire una discussione circa cosa sia il gioco della piega, cosa sia in
gioco,
penso anche solo alla mistica barocca dei distici di Silesius e
all'escursione
di Derrida fra piega del verso in Mallarmé e piega del pensiero in
Heidegger.
Ad ogni modo neppure Benjamin, di cui tu certo conoscerai l'ostinazione
a leggere Baudelaire come allegorico, lettura inscritta, inevitabilmente,
nel progetto di una filosofia della modernità radicale, della
desacralizzazione
dell'unità di parola e oggetto, oggetto e senso.
Secondo perché pochi come Heidegger sono riusciti a far fare alle parole
i fuochi artificiali, aprendo la parola poetica a brecce vertiginose e
interrogazioni
abissali. Che poi sia in questione l'ontologico o l'ontico, se sia più
corretto
volgersi all'essere o agli enti, più etico, mi pare secondario, i sentieri
da imboccare
nei boschi heideggerriani sono davvero infiniti e non tutti - come potrebbe
essere? -
interrotti. Levinas o Derrida senza Heidegger non avrebbero potuto fare un
passo.
Terzo, la lettura che tu proponi e spacci per 'innocente', per maggiormente
genuina
e nonviolenta, è densissima di concetti prima di tutto di derivazione
psicanalitica:
E dell'innocenza di Hoelderlin non si può più
> pensare che sia invece qualcosa di più umano e materiale che ha a che fare
con
> l'area illusoria e creativa tra l'esperienza soggettiva e oggettiva d'un
uomo.
> Il punto in cui forse il linguaggio non è l'essenza, e neppure l'essere.
> L'innocenza potrebbe essere quella fase primitiva, ma più autentica, in
cui gli
> oggetti sono fusi con una onnipotenza che li crea dove li trova; che li
vuole
> quando si presentano o sono presentati da un altro che me li offre, e mi
dà il
> sostegno necessario alla mia illusione d'averli creati, non mette in
discussione
> questo paradosso. Su questa esperienza di gioco e comunicazione, in
effetti, si
> basa il linguaggio, e non l'opposto. (Il fatto che poi lo scrivesse alla
madre è
> per me abbastanza significativo).
questo passaggio è illuminante, mi pare, di come nel parlare neanche tu sia
libero - ma chi potrebbe esserlo? - da una griglia concettuale, da un
orizzonte
di senso in cui gli oggetti si organizzano secondo una ragione storicamente
data, situata.
perché, per esempio, i concetti di oggetto ed oggetto, di fusionalità, di
onnipotenza
piacere e realtà, dovrebbero essere più originari - e più originari i
fenomeni
che essi descrivono - di essere, aperto, svelamento, verità e nascondimento?
di essenza? lo sono, appunto, perché collocati all'interno di
un'organizzazione
degli enunciati veritativi secondo un senso, una direzione particolari - che
l'uomo
sia soggetto che incontra oggetti che gli stanno davanti ecc...
o perché la condizione in cui gli oggetti si creano dove li si trova - ma
pure il
contrario o addirittura insieme quello e questo - dovrebbe essere per forza
quella dell'oralità - o analità: schizofrenia, ossessività, avrebbero molto
in comune
nell'avvitarsi attorno alla parola - e non per esempio la beatitudine
mistica?
dipende, appunto, dalle lenti attraverso cui guardi, che disorcono la
realtà,
ma altrimenti non ce ne sarrebbe una,
un saluto,
Antonio
anANTarticO wrote:
>
> > Io penso che Torrette abbia citato questo brano di Heidegger per far
> vedere
> > quanto questo linguaggio sia poco poetico, e insensato. Essere poco
> poetici, o
> > meglio, voler essere poetici in un eloquio d'essenza risultando all'atto
> della
> > lettura una esperienza catastrofica, per Heidegger è naturale e inconscio
> nello
> > stesso tempo: va da sé. Ma nessuno se ne accorge. Interpretare poi questi
> > scritti è ancora più penoso. Penoso è comprendere che l'interpretazione di
> un
> > testo poetico è guidata, addirittura distorta dal solito punto teorico o
> idea
> > ossessiva dell'analitica esistenziale.
>
> non per farti il pelo, Land*, ma l'analitica esistenziale era fase
> precedente e
> decisamente provvisoria nel pensiero heideggerriano.
Si, lo so anch'io; ma l'analisi degli esistenziali non è mai stata abbandonata
da Heidegger neppure negli ultimi scritti: vedi il senso della segnatura
dell'essere o di quegli elementi -allegorici?- degli umani e divini ecc...
> ma appunto non ho voglia di discutere questi termini della questione,
> piuttosto
> mi pare gracile attaccare le interpretazioni di Heidegger come ideologiche.
Ma appunto se si parla di ideologia è come si parlasse di un orizzonte privato
dell'interpretante. Ed in questo caso non vedo nessuna diversità col tuo
discorso sulla interpretazione sempre aperta e relativa. Ma ideologia serve
secondo me per ancorare agli effetti anche sociali, o solamente relazionali che
una interpretazione muove e necessariamente genera. Uno degli effetti ideologici
che produsse il discorso di rettorato non ti può scappare dagli occhi. E'
curioso che un linguaggio come quello di Heidegger abbia generato una situazione
di così grande indeterminatezza e sprovvedutezza in quel periodo cruciale della
storia, in cui le coscienze si sono trovare dentro la responsabilità
intersoggettiva più stringente: perdere un posto di lavoro nella università,
vedersi negati d'un tratto i propri diritti di cittadino... poter aiutare o
resistere contro decisioni oppressive... Non negherai che un tipo di linguaggio,
quello che sembra più innocente e alto, assolutamente trascendentale, colluda
col potere e ne favorisca uno dei suoi più abili meccanismi: la controinformazione...
... e se Heidegger dopo quegli eventi si tenne silenzioso, e cominciò la sua
emendazione, lo fece in cattiva fede, nella parte di un innocente inattuale.
> primo perché non conosco filosofo che non pieghi - se qui è gioco di
> piegare -
> oggetti, eventi e parole alla propria visione e alla propria
> argomentazione -
> e se davvero qui è in gioco la piega, si fa gioco di piegare, si dovrebbe
> aprire una discussione circa cosa sia il gioco della piega, cosa sia in
> gioco,
> penso anche solo alla mistica barocca dei distici di Silesius e
> all'escursione
> di Derrida fra piega del verso in Mallarmé e piega del pensiero in
> Heidegger.
Se leggi il saggio di Derrida su "la mano di Heidegger" in quello la piega del
pensiero di Heidegger, la piega della mano di Heidegger non può che apparirti
sporca. Ed è Derrida, che ultimamente ha proposto di considerare la sua opera
come il frutto del marranesimo.
> Ad ogni modo neppure Benjamin, di cui tu certo conoscerai l'ostinazione
> a leggere Baudelaire come allegorico, lettura inscritta, inevitabilmente,
> nel progetto di una filosofia della modernità radicale, della
> desacralizzazione
> dell'unità di parola e oggetto, oggetto e senso.
Il primo libro di Benjamin fu un saggio sul linguaggio in cui affermava che gli
oggetti dovevano avere un nome e un nome solo. Per essere redenti dalla loro
condizione di frammentazione, o di sconoscimento, per avere vita cioè. Una
teoria che si potrebbe definire Kripkiana -conferimento rigido, battesimo del
mondo- del linguaggio. Una teoria che seguiva il senso letterale da dare
all'interpretazione del Testo, secondo la lezione del tractatus
polico-filosofico spinoziano. Poi però cambiò idea mi pare, e più che a
Baudelaire si riferì a Kafka e Proust. Ricordi la prima pagina di Du cote de
chez Swann? Il soggetto è nella soglia tra sogno e veglia, è in uno spazio
transizionale in cui solo i frammenti vivono e sono del tempo, in una attesa
messianica che qualcosa si compia... ma è in questa elaborazione mentale che la
forza dell'amore nel ricordo produce il senso della propria vita.
> Secondo perché pochi come Heidegger sono riusciti a far fare alle parole
> i fuochi artificiali, aprendo la parola poetica a brecce vertiginose e
> interrogazioni
> abissali. Che poi sia in questione l'ontologico o l'ontico, se sia più
> corretto
> volgersi all'essere o agli enti, più etico, mi pare secondario, i sentieri
> da imboccare
> nei boschi heideggerriani sono davvero infiniti e non tutti - come potrebbe
> essere? -
> interrotti. Levinas o Derrida senza Heidegger non avrebbero potuto fare un
> passo.
>
Mah, secondo me li hanno fatti e come, e meglio, contro Heidegger; Derrida
partendo piuttosto da Husserl e dai dati della coscienza fenomenica: la sua
grammatologia e l'idea della traccia non gli proviene certo dagli esistenziali
di Heidegger. Levinas prese posizione contro la cattiva filosofia di Heidegger
già nel '27, credo, con un bel libretto chiamato 'la filosofia dell'itlerismo'
(è uscito qualche anno fa da Quodlibet), e subendo di lì a poco l'internamento
in un campo di lavoro. Ma già con "Altrimenti che essere, o al di là
dell'essenza" si prefigura il suo capolavoro anti-heideggeriano: Totalità e infinito.
Non dico e non pretendo che i concetti psicanalitici -ma c'è una teoria
psicanalitica? c'è un linguaggio psicoanalitico? forse si, ma è quello che credo
sia più vivo di quanto pensiamo- siano più originari di quelli della filosofia.
Già cercare l'originario mi sembra altamente frustrante -ops, scusa, volevo
dire... vediamo... insensato, irrealistico, controproducente? Che me ne faccio
con un originario tra le mani? Cosa se ne fanno le mani di Heidegger con
l'originario? Avesse saputo fare qualche lavoretto in casa, aiutato il contadino
con cui amava parlare... (ho una teoria a proposito: le mani di Heidegger
manipolavano un originario per far fronte all'ansia, come un oggetto
transizionale. Winny the pooh sofisticato :o)) A parte gli scherzi; credo che
dare conto dello spazio privato del sé sia cercare di comprendere il romanzo
interiore del filosofo che siamo, il senso drammatico di un evento reale nella
storia di ognuno di noi, la sua trasformazione e riflesso immaginativo. Ecco;
preferirei delle confessioni filosofiche a dei trattati d'essenza sul mondo.
> di essenza? lo sono, appunto, perché collocati all'interno di
> un'organizzazione
> degli enunciati veritativi secondo un senso, una direzione particolari - che
> l'uomo
> sia soggetto che incontra oggetti che gli stanno davanti ecc...
> o perché la condizione in cui gli oggetti si creano dove li si trova - ma
> pure il
> contrario o addirittura insieme quello e questo - dovrebbe essere per forza
> quella dell'oralità - o analità: schizofrenia, ossessività, avrebbero molto
> in comune
> nell'avvitarsi attorno alla parola - e non per esempio la beatitudine
> mistica?
>
> dipende, appunto, dalle lenti attraverso cui guardi, che disorcono la
> realtà,
> ma altrimenti non ce ne sarrebbe una,
>
Chissà...
> un saluto,
> Antonio
>
Un abbraccio,
Land*scape
ciao Land,
fa un certo effetto vederti asserire con tanta irruenza che una
lettura possa risultare catastrofica, penosa e che possa incutere
paura.
cmq io non cito heidegger per *far vedere* alcunche' che non
riveli la mia sorpresa di fronte alle sue parole.
l'altro giorno per un benevolo concorso di cause e vive
persone mi giunse fra le mani un libro nuovo nuovo di cui nemmeno
sospettavo l'esistenza: assalonne! assalonne! di faulkner, per di piu'
nell'edizioni adelphi. un costoso volumotto che non avrei mai comprato
ne' chiesto in biblioteca
perche' ancora non ho letto l'urlo e il furore e non credo avrei mai
avuto il tempo di concedermi anche questo. beh, ancora due giorni dopo
ero felice di rimeditare il tortuoso percorso che la fortuna aveva
seguito per consegnare questo libro nelle mie mani incredule.
parimenti arrivo oggi con gioia ad heidegger,dopo averne letto qualche
anno fa
un testo insignificante, per un continuo incrociarsi di riferimenti
sul ns newsgroup i quali hanno rinfocolato il mio interesse. ogni
libro
in se' contiene un potenziale di informazione che non puo' essere
definito catastrofico,
la catastrofe avviene per definizione qualora per catastrofici
pregiudizi si propugnino i falo' dei libri o uno zdanovismo
psicanalitico piuttosto che sovietico, i quali alla fine si uguagliano
tutti in maniera piu' o meno evidente.
anche se comprendo le obiezioni di mengaldo quando si parli del
becero antisemitismo di leon bloy o di celine, che sfiora punte
davvero disgustose e subisco il fascino torbido della sua tentazione
censoria... ritengo pero' piu' utile averlo letto questo celine e
conoscere da me per averlo letto quanto sia ributtante questo
razzismo, per essere immune non solo dal testo ma anche dal fascino
del proibito che una censura gli avrebbe conferito.
ma in questo caso...
a maggior ragione se avessi dovuto fidarmi del tuo
giudizio privativo: non vedo ragioni per un giudizio emotivo come
quello in cui incorri.
catastrofico? penoso? pauroso? insensato?
tutt'altro, imho, queste parole sulla strana vita del poeta
hoelderlin non che mi piacciano in toto ma mi lasciano totalmente
sorpreso per
il fascino d'un linguaggio ancora attuale, per un approccio nuovo e
folgorante alle immagini, quale non avevo mai riscontrato prima: e non
contengono affatto traccia ne' prefigurazione di violenza come sembri
insinuare quando parli di paura.
non e' il poeta hoelderlin quello che viene descritto? ma land, chi
legge heidegger per trovarvi hoelderlin? e anche il tuo hoelderlin
subisce delle prevaricazioni parallele con l'aggravante di essere le
uniche legalmente accettabili, quando sull'impeto della tua
requisitoria illustri quale sia il vero scopo della (tua) poesia.
forse che nello stesso zibaldone, noi troviamo il vero leopardi? il
vero leopardi, purtroppo e' morto. e io non ti distorco quando ti
leggo, land aggiungendo ai tuoi versi i miei vetri praghesi?
>A cosa si ridurrebbe la poesia dovendo usare un linguaggio di
>essenze? La poesia è efficace proprio per questo: crea nuove connessioni per
>farci comprendere nuovi frammenti cognitivi del mondo,
e' la tua visione di poesia, cui vorrei aderire nella misura in cui
riesce a produrre poesia.
non escludo di abbeverarmi anche ad altre fonti che credo altrettanto
*efficaci*.
>Non è un puro linguaggio, né un puro gioco
>linguistico a sé stante.
ma questo viene smentito anche dallo stesso heidegger nell'analisi dei
detti che seguiranno.
>che è un mondo sociale in
>continua tensione relazionale.
questo vale a dire che leopardi scriveva poesia perche' all'apparire
d'una bella donna scappava, come dicono, sotto il letto. non dice
che forse ne aveva tutte le lucide ragioni e che bisogna essere
davvero onnubilati come tutti siamo per avvicinarci alla femmina
senza che non ci colmi di terrore il suo cospetto, di fatto
scordandosi di Lei (o Lui).
aspetto il tuo commento per i prossimi detti, allora :)
a proposito ho letto qualcosa di molto interessante circa i rapporti
tra heidegger e celan, che lo ando' a visitare alla fine della guerra.
credi che celan avesse del filosofo la stessa opinione di coloro che
hai citato?
ciao
sono molti belli e problemi che il tuo toast mi pone, maria (parlo
sotto l'influenza del peter sellers di hollywood party:)))
ci rappresenta in apparenza una concezione della poesia opposta a
quella che racconta heidegger tramite la vita di hoelderlin.
>e.e.cummings:
>
pero' proprio cummings! lui, (quello che senza volerlo e senza diritto
mi usurpa il ruolo di mr. lowercase) lui, il giramondo, quello che
corteggiava le modelle e le show girl, quello che chiamava gli altri
the mostpeople e faceva di tutto per distinguersene, proprio lui! che
reclamava per se'
anche il diritto al disonore e al tradimento (nel 1917!), voglio
vedere fino a che punto siano state sincere le sue parole, fino a che
punto rappresentino una poetica piuttosto che uno sfogo, ben
consapevole della propria dignita' letteraria! la percentuale di
verita' che il suo autore intende esprimere si aggira imho intorno a
dei valori prossimi allo zero: come la seconda delle tue p, poetessa.
*mentiroso*, come e' giusto che siano i poeti da omero a d'annunzio
nella loro macchina di organizzate menzogne... tuttavia il primo a non
credere a quello che dice:
o davvero pensiamo che cummings abbia subito l'irresistibile
tentazione di farsi scatolaio? se poi vogliamo dire che i poeti sono
brutte creature questo mi sembra vero, ma e' per cosi' dire uno dei
rischi del mestiere e da hemingway fino a d'annunzio forte e' la
tentazione d'accompagnarsi a esseri migliori quali pugili, delinquenti
e puttane (di scatolai non so, pero').
e dimmi, tu, maria, se davvero angelini fosse stato uno scatolaio
provetto gli avresti perdonato l'insopportabile casino che diffonde
sistematicamente in alcuni newsgoup? a me sembra che esista una
gerarchia non di persone, per certo, questo e' stato smentito troppe
volte dai fatti e lo dici bene anche tu, a volte, nelle tue; ma di
frequentazione del pensiero e del processo creativo questo si'.
che poi l'artista spesso batta i denti al freddo, questo nietzsche lo
esigeva quasi per legge e giurerei che cummings quel prezzo fosse
disposto a pagarlo...
baci
p.s. riporto una sua poesia che mi piacque molto
somewhere i have never travelled,gladly beyond
any experience,your eyes have their silence:
in your most frail gesture are things which enclose me,
or which i cannot touch because they are too near
your slightest look easily will unclose me
though i have closed myself as fingers,
you open always petal by petal myself as Spring opens
(touching skilfully,mysteriously)her first rose
or if your wish be to close me,i and
my life will shut very beautifully,suddenly,
as when the heart of this flower imagines
the snow carefully everywhere descending;
nothing which we are to perceive in this world equals
the power of your intense fragility: whose texture
compels me with the colour of its countries,
rendering death and forever with each breathing
(i do not know what it is about you that closes
and opens;only something in me understands
the voice of your eyes is deeper than all roses)
nobody,not even the rain, has such small hands
e.e.cummings
[...]
cummings:
>
>*mentiroso*, come e' giusto che siano i poeti da omero a d'annunzio
>nella loro macchina di organizzate menzogne... tuttavia il primo a non
>credere a quello che dice:
sono d'accordo
>o davvero pensiamo che cummings abbia subito l'irresistibile
>tentazione di farsi scatolaio?
nemmeno per sogno
>se poi vogliamo dire che i poeti sono
>brutte creature questo mi sembra vero, ma e' per cosi' dire uno dei
>rischi del mestiere e da hemingway fino a d'annunzio forte e' la
>tentazione d'accompagnarsi a esseri migliori quali pugili, delinquenti
>e puttane (di scatolai non so, pero').
> e dimmi, tu, maria, se davvero angelini fosse stato uno scatolaio
>provetto gli avresti perdonato l'insopportabile casino che diffonde
>sistematicamente in alcuni newsgoup?
eheheheh
>a me sembra che esista una
>gerarchia non di persone, per certo, questo e' stato smentito troppe
>volte dai fatti e lo dici bene anche tu, a volte, nelle tue; ma di
>frequentazione del pensiero e del processo creativo questo si'.
>che poi l'artista spesso batta i denti al freddo, questo nietzsche lo
>esigeva quasi per legge e giurerei che cummings quel prezzo fosse
>disposto a pagarlo...
caro torrette: che dirti? sono completamente d'accordo con le tue
osservazioni. Nemmeno io ho creduto a una riga di ciň che scrive il
pur grande cummings se non come paradosso, ira, e lo snobismo di chi
riesce ad autodistruggersi (a parole).
un abbraccio
maria
ma anche nei fatti.
conosci la storia di quello snob di lusso che, caduto in rovina,
invito' per l'ultima grande festa tutta l'elite locale e i parenti
(quasi le stesse persone)?
dopo il banchetto fece portare la gabbia dei leoni e mentre il
pubblico applaudiva pensando a una dimostrazione d'effetto si lascio'
sbranare dalle belve...
(doveva essere uno snob siciliano)
Ma chi vorrebbe mai bruciare i libri di un pastore del pensiero?
> anche se comprendo le obiezioni di mengaldo quando si parli del
> becero antisemitismo di leon bloy o di celine, che sfiora punte
> davvero disgustose e subisco il fascino torbido della sua tentazione
> censoria... ritengo pero' piu' utile averlo letto questo celine e
> conoscere da me per averlo letto quanto sia ributtante questo
> razzismo, per essere immune non solo dal testo ma anche dal fascino
> del proibito che una censura gli avrebbe conferito.
> ma in questo caso...
> a maggior ragione se avessi dovuto fidarmi del tuo
> giudizio privativo: non vedo ragioni per un giudizio emotivo come
> quello in cui incorri.
> catastrofico? penoso? pauroso? insensato?
Vedilo come un valore. E' veramente una lettura catastrofica quella di
Heidegger. Catastrofica per ogniuno di noi, nel senso che è abissale. Nel senso
che è la catastrofe per una tradizione di pensiero. E' cata-strofica per chi
pensa ancora alle cose, a mangiare, ad amare in senso localmachinario (mi prendo
questa libertà citazionista ed emblematica). Solo lui ha capito qualcosa
d'essenziale. Era ormai un maestro. Se avesse potuto tenere a lato dei suoi
seminari un corso di yoga sarebbe diventato
un santo. Andavano a trovarlo tutti, nella sua casa di campagna in cui si era
ritirato, anche i sopravvissuti ad Auschwitz, che però non trovarono parole
degne di modificare il senso di annullamento che quell'esperienza aveva
provocato in loro, purtroppo, e si suicidarono. La storia a volte è
schiacciante, ogni parola,
anche la più pura soccombe agli eventi degli uomini. Alla medietà della
situazione. La medietà di un ambiente che produce l'annichilimento nella maggior
parte di un popolo della creatività insita in ogni uomo sano: il senso che la
vita vale la pena d'essere vissuta. Non il senso che si è inseriti nella vita,
che si vive compiacendo le richieste dell'ambiente... e andrei avanti in
quest'enfasi che mi prende, tra l'abissale e l'elefantiasi della vibrante
trophia del senso...
Ecco, questo è perdere il limite. Il limite di ciò che si dice con lume. Questo
parlare, se perde la vena comica del suo sapersi elefantiaco ed enfatico, resta
il pericolo più grande. Credo che il rischio di chi interpreta Heidegger come
gli altri maestri del pensiero, sia quello di crearsi una mitologia della
comprensione: ogni base d'illusione troverà persone che la condivideranno e
sosterranno: quando è cominciato per una società intera il delirio
dell'appartenenza e dell'esclusione? Quando il linguaggio è diventato univoco e
totalizzante. Quando le parole sono diventate le medesime per tutti, tanto
quanto gli oggetti disponibili. Cosa è capitato nell'infanzia di un bambino
allevato a cavallo del ventesimo secolo? E' proprio vero che non avrebbe avuto
nessuna influenza su ciò che produceva il suo cervello nello sforzo di creare un
senso alla propria vita?
>
> tutt'altro, imho, queste parole sulla strana vita del poeta
> hoelderlin non che mi piacciano in toto ma mi lasciano totalmente
> sorpreso per
> il fascino d'un linguaggio ancora attuale, per un approccio nuovo e
> folgorante alle immagini, quale non avevo mai riscontrato prima: e non
> contengono affatto traccia ne' prefigurazione di violenza come sembri
> insinuare quando parli di paura.
>
> non e' il poeta hoelderlin quello che viene descritto? ma land, chi
> legge heidegger per trovarvi hoelderlin? e anche il tuo hoelderlin
> subisce delle prevaricazioni parallele con l'aggravante di essere le
> uniche legalmente accettabili, quando sull'impeto della tua
> requisitoria illustri quale sia il vero scopo della (tua) poesia.
Ma nulla di tutto ciò! ti prego, ritratta le tue parole. Hoelderlin, pardon,
Scardanelli, con umiltà, si difende ben da solo.
Celan chissà che opinione aveva. Comunque quelli che ho citato avevano
un'ottima opinione di Celan. Céline, che mi ha fatto spesso piangere, non
avrebbe avuto una cattiva opinione di quel poeta ebreo se l'avesse letto? E
dietro la compiacenza di Heidegger? Chissà, è tutta una spy story.
Un abbraccio,:o)
Land*scape
> ciao
>
> --
> io mi rivolto, dunque siamo
> camus
--
Land*
> Celan chissà che opinione aveva. Comunque quelli che ho citato avevano
> un'ottima opinione di Celan. Céline, che mi ha fatto spesso piangere, non
> avrebbe avuto una cattiva opinione di quel poeta ebreo se l'avesse letto?
E
> dietro la compiacenza di Heidegger? Chissà, è tutta una spy story.
Celan chiese ad Heidegger un pentimento, per interposta persona, un amico
comune - Beaufret forse? Non ricordo. Ma non l'ottenne mai. Scrisse anche
una bellissima poesia, che diceva di un dado sopra a un pozzzo ecc.., ma
dovrei
cercarla. Ad ogni modo Heidegger non fu mai *compiacente*, anche perché
era stato stupido e vigliacco ma mai antisemita. Celan è stato il poeta che
più
commentò insieme a Holderlin. E poi Heidegger amò l'ebrea Hanna Arent, e
se non lasciò la moglie per lei non fu per questioni razziali, ma per
semplice
miseria umana. Non ne ebbe il coraggio, pare, la volpe. E comunque si
amarono
prima ma anche dopo Hitler.
Vi saluto caramente,
Antonio
più che altro non è mai stata abbandonata una certa tensione fenomenologica
che gli ha permesso di continuare le indagini sull'alterità, sul niente
e di qui sull'essere come evento, come non ente, ecc...
è curioso, Land*, che ogni volta che si parla di Heidegger si tenti di
centrare
il discorso sull'adesione al nazismo. non che sia elemento secondario, ma
fra
i tanti punti attaccabili perchè si mira sempre a questo? che ci sia più
carne molle,
da questa parte? che sia più facile irrompere? la questione è che nessuno
mai
tenta di correlare al totalitarismo le parole di Ungaretti e ormai Pound lo
rivendicano tutti. e non credo che il discorso di rettorato abbia fatto più
danni di quest'ultimo. ora, o distribuiamo colpe, o tentiamo insieme a
questo
di comprendere. mi sembra inutile stare qui ad elencare i torti di Heidegger
contro ai suoi divieti di rettore di distribuire volantini antisemiti e di
appiccare libri. piuttosto: la filosofia di Heidegger è in sé nazista, o
nazistoide
o paranazista? la mia risposta è no: non c'è causalità necessaria tra la sua
filosofia dell'essere e il totalitarismo. se è vero che fu infinitamente
sciagurato
vedere nel nazismo la possibilità di alleanza di tecnica e spirito - un
tracollo
hegeliano e criminale del pensiero - in nessun punto della riflessione
heideggerriana si può parlare di brodo di coltura - come invece lo
apparecchiarono
Junger e Pound - né di collusione, né tantomeno di apologia postuma o
nostalgia.
né è legittimo a mio parere vedere nell'intenzione ontologica il seme della
barbarie. recentemente Vattimo ha scritto che ad essere radicalmente
heideggerriano,
cioé fino in fondo, Heidegger non avrebbe aderito al nazismo. ora io
dissento
profondamente anche da questa tesi. perché nulla della linguistica di
Chomsky lo costringe ad essere neomarxista, come nulla in realtà
determina la *necessità* di una prossimità fra pensiero debole e sinistra
liberal.
questo non toglie la possibilità di legare una cosa coll'altra, né che
Heidegger
abbia tentato di farlo e quindi che ne sia colpevole. ma appunto, non vi è
cosostanzialità o causalità necessaria fra l'una e l'altra.
rimanere schiacciati fra Russell che vedeva coappartenenza di Heidegger
e totalitarismo e Rorty che vede l'unica causa di questa vicinanza
nel casuale sfrigolare dei neuroni, mi pare desertificante.
in questo senso proprio H. insegnerebbe, se è vero che più propria dell'uomo
della realtà è la possibilità.
detto questo, io non abbraccio in alcun modo il relativismo, che mi è
cultura
abbastanza estranea, né qualche forma di filosofia dell'interpretazione, di
segno gadameriano o debolista. se mi è capitato di citare alcune frasi di
Nietzsche sull'irriducibilità dell'interpretazione era solo per la
demolizione
dell'idea di soggetto messa in atto, non per altro
> Se leggi il saggio di Derrida su "la mano di Heidegger" in quello la piega
del
> pensiero di Heidegger, la piega della mano di Heidegger non può che
apparirti
> sporca. Ed è Derrida, che ultimamente ha proposto di considerare la sua
opera
> come il frutto del marranesimo.
io proponevo semplicemente una riflessione su che cosa sia, al di là
degli utilizzi polemici che se ne possono fare, cosa sia l'essenza del
piegare, dell'essere piega e del seguire il disegno della piega.
il piegarsi del pensiero è l'atto stesso del pensare, come la piega
d'età barocca non è solo segno di complicanza ed eleganza, ma
dello stesso disegno chiaroscurale - unità dei contrari - del senso.
ma questo è solo un possibile avvio.
non intendo comunque negare in alcun modo che la mano pubblica,
politica, di H. fosse sporca. ma quella appunto. sull'ultimo Derrida,
a che ti riferisci?
> Il primo libro di Benjamin fu un saggio sul linguaggio in cui affermava
che gli
> oggetti dovevano avere un nome e un nome solo. Per essere redenti dalla
loro
> condizione di frammentazione, o di sconoscimento, per avere vita cioè. Una
> teoria che si potrebbe definire Kripkiana -conferimento rigido, battesimo
del
> mondo- del linguaggio. Una teoria che seguiva il senso letterale da dare
> all'interpretazione del Testo, secondo la lezione del tractatus
> polico-filosofico spinoziano. Poi però cambiò idea mi pare, e più che a
> Baudelaire si riferì a Kafka e Proust. Ricordi la prima pagina di Du cote
de
> chez Swann? Il soggetto è nella soglia tra sogno e veglia, è in uno spazio
> transizionale in cui solo i frammenti vivono e sono del tempo, in una
attesa
> messianica che qualcosa si compia... ma è in questa elaborazione mentale
che la
> forza dell'amore nel ricordo produce il senso della propria vita.
in "Sulla lingua in generale e sulla lingua degli uomini" - il primo libro -
Benjanim non rivendica l'unità di nome e cose, ma descrive questa
unità come la condizione originaria del mondo posta da Dio, e perduta
nella modernità. questa rottura poi verrà cavalcata da Benjamin
come manifestazione della negatività del mondo che emerge
irricusabile nell'opera d'arte, impossibilitata ormai a trasfigurare il
mondo
in immagine armonica. in questo senso per Benjamin Baudelaire è
il primo grande artista moderno, e quindi allegorico, che distrugge
l'armonia dell'ordine simbolico.
di Proust non ne discuto, perché ti confesso di non averlo mai letto : ),
sfottimi pure : )
> Mah, secondo me li hanno fatti e come, e meglio, contro Heidegger; Derrida
> partendo piuttosto da Husserl e dai dati della coscienza fenomenica: la
sua
> grammatologia e l'idea della traccia non gli proviene certo dagli
esistenziali
> di Heidegger. Levinas prese posizione contro la cattiva filosofia di
Heidegger
> già nel '27, credo, con un bel libretto chiamato 'la filosofia
dell'itlerismo'
> (è uscito qualche anno fa da Quodlibet), e subendo di lì a poco
l'internamento
> in un campo di lavoro. Ma già con "Altrimenti che essere, o al di là
> dell'essenza" si prefigura il suo capolavoro anti-heideggeriano: Totalità
e infinito.
mi pare difficilmente contestabile che senza H. Levinas e Derrida
non sarebbero esistiti. intanto perché l'utilizzo della fenomenologia
fatto da H. - svincolandola dal coscienzialismo di Husserl - ha spianato
la strada a quasi un secolo di riflessione filosofica continentale.
e lo stesso strumento ha usato Levinas per la sua indagine
"antiheideggerriana". ti ricordo per esempio la sua gratitudine a
Blanchot per avergli fatto conoscere Essere e Tempo.
circa Derrida, la grammatologia è filiazione diretta della riflessione
del secondo H. sul linguaggio. né le idee stesse di 'deriva' e 'differenza'
sarebbero state possibili senza le quelle di essere come 'evento'
e della verità come 'non-nascondimento' storico.
> Non dico e non pretendo che i concetti psicanalitici -ma c'è una teoria
> psicanalitica? c'è un linguaggio psicoanalitico? forse si, ma è quello che
credo
> sia più vivo di quanto pensiamo- siano più originari di quelli della
filosofia.
> Già cercare l'originario mi sembra altamente frustrante -ops, scusa,
volevo
> dire... vediamo... insensato, irrealistico, controproducente? Che me ne
faccio
> con un originario tra le mani? Cosa se ne fanno le mani di Heidegger con
> l'originario? Avesse saputo fare qualche lavoretto in casa, aiutato il
contadino
> con cui amava parlare... (ho una teoria a proposito: le mani di Heidegger
> manipolavano un originario per far fronte all'ansia, come un oggetto
> transizionale. Winny the pooh sofisticato :o)) A parte gli scherzi; credo
che
> dare conto dello spazio privato del sé sia cercare di comprendere il
romanzo
> interiore del filosofo che siamo, il senso drammatico di un evento reale
nella
> storia di ognuno di noi, la sua trasformazione e riflesso immaginativo.
Ecco;
> preferirei delle confessioni filosofiche a dei trattati d'essenza sul
mondo.
esistono delle teorie psicanalitiche, direi, e sicuramente un linguaggio
psicanalitico. e soprattutto un orizzonte culturale, o meglio di senso,
della psicanalisi. a cui mi pare ciò che è originario resta occulto,
impedito. serve poi, questo benedetto originario? non saprei se
è utile, producente, ma forse sarebbe meglio di no, che fosse svincolato
dal mezzo adatto allo scopo - quale poi? la salute? il piacere? quale
piacere?
ma forse ancora, in qualche modo potremmo dire che lo è, o che è
denso di fortuna, nella misura in cui questa origine fa saltare per aria
le prigioni della metafisica, anche quelle psicanalitiche - approposito,
io invece pensavo ad una diagnosi della teoria psicanalitica come
nevrosi ossessiva socializzata, una sorta di religione secolarizzata
che produce riti collettivi ad argine di un'angoscia che nessuna
terapia può disinnescare: d'altra parte come potrebbero gli psicanalisti
indagare questa morte e violenza radicate nella psiche per poi
ammettere che nessuna medicina è possibile? non dovrebbero
inventarsi piuttosto una ritualità apotropaica che finge di risolvere,
laddove invece solo trasfigura? che ne dici?
per quel che mi riguarda non mi dispiacciono le confessioni, ma non
posso nascondere la mia ammirazione per chi ha tentato di avventarsi
ai limiti, laddove ci si lascia parlare dal linguaggio.
- e non per esempio la beatitudine
> > mistica?
> >
> > dipende, appunto, dalle lenti attraverso cui guardi, che disorcono la
> > realtà,
> > ma altrimenti non ce ne sarrebbe una,
> >
>
> Chissà...
per esempio a me piace molto Winnicott, mi piace la sua teoria del
gioco, della transizionalità; ma lo leggo fenomenologicamente, appunto,
perché le strutture metafisiche che lo imbrigliano le trovo insopportabili,
come lo psicanalitico ricacciare tutto nella storia privata dell'individuo,
nello *spazio del suo sé*.
> Un abbraccio,
> Land*scape
un abbraccio a te Land*,
Antonio
--
"Hai eliminato le nazioni, hai sterminato l'empio,
il loro nome hai cancellato in eterno, per sempre.
Per sempre sono abbattute le fortezze del nemico,
è scomparso il ricordo delle città che hai distrutto.
Sal 9, 6-7
>il piů grande filosofo dei nostri tempi
Ma chi l'ha detto? Che qualcuno voglia raccontarsela su Heidegger
passi; che qualcuno vi legga quello che gli serve di sentire, anche se
non lo ha mai detto (in fondo H. e' demagogo per colti, mica per
popolani), passi ; che qualcheduno se ne serva in buona o cattiva fede
per li piu' vari sostegni e sostentamenti culturali, o psicologici, o
magari anche preteschi, confessionali o mistici, passi; che abbia
avuto un'influenza notevole (specie proprio per l'"analisi
esistenziale" piuttosto che per il seguito - checche' ne dica
Antonio), e ancora passi! Ma che lo si chiami "il piů grande filosofo
dei nostri tempi", e' davvero grossa!
LG
LG wrote:
>
> On Mon, 26 Nov 2001 23:54:39 +0100, Land*scape
> <land....@katamail.com> wrote:
>
> >il più grande filosofo dei nostri tempi
> Ma chi l'ha detto? Che qualcuno voglia raccontarsela su Heidegger
> passi; che qualcuno vi legga quello che gli serve di sentire, anche se
> non lo ha mai detto (in fondo H. e' demagogo per colti, mica per
> popolani), passi ; che qualcheduno se ne serva in buona o cattiva fede
> per li piu' vari sostegni e sostentamenti culturali, o psicologici, o
> magari anche preteschi, confessionali o mistici, passi; che abbia
> avuto un'influenza notevole (specie proprio per l'"analisi
> esistenziale" piuttosto che per il seguito - checche' ne dica
> Antonio), e ancora passi! Ma che lo si chiami "il più grande filosofo
> dei nostri tempi", e' davvero grossa!
>
> LG
--
Non sono mai arrivato a dire che H. fosse stupido e vigliacco, o un miserabile
uomo, ma la sua compiacenza (pensa, avevo scelto un altro termine prima di
sostituirlo, l'educato Heidegger) valeva per me un atteggiamento appunto
disimpegnato nei confronti del suo essere-in-società, -o esserci, colorato in
senso sartriano-. Mi fa piacere che comunque almeno queste parole le abbia usate tu;o))
Sapevo che Celan avrebbe chiesto precisamente questo a Heidegger, ed è qui che
la compiacenza diventa freddezza... Ma non possiamo saperlo; avrebbe potuto
essere un profondo senso di colpevolezza espresso in un mutismo. Hanna Arendt
nella sua analisi del processo di Norimberga ha cercato di descrivere questa
compiacenza, ravvisandovi appunto un carattere di banalità. Ora, noi tutti
saremmo banali, saremmo compiacenti e miserrimi in situazioni simili,
probabilmente. Heidegger è una figura. Perché visse più di altri un ventaglio di
possibilità che non sfruttò con filosofia.
Mio buon guardarobiere d'essenze, a ben guardare hai ragione; qualche chilo
sulle braccia e sulle spalle sono costretto a governarlo nei miei rapidi
spostamenti tra le stanze e non disdegno cibo che talvolta ho cura di
prepararmi.
Così se è per mangiare la catastrofe del branzino sepolto nel colle di sale
o leggerti l'autodafè non mi tiro indietro.
Ma a parlare d'amore ho qualche pudore fin nel mio stesso suolo, figurati in
quello altrui.
Io non sono candido e non sono puro e non sono ostaggio di questi termini
tanto da volerli sottrarre dalle bocche o dai fiati. Non pareggio alcuna
leziosità nel dirtelo, anzi, nel comunicartelo.
Va da sè che io sia ancora attento alle cose del guardaroba e che non possa
distrarmi in alcun modo da esse.
Non fai altro che -preferire- e ti dichiari il- buono che preferisce- e di
ogni tua comparsata metti in calce un caro abbraccio ed un sapere sognato. E
se così non fosse, perchè così non è, tu non ti dai cura e non dai cura
alcuna. Se hai fatto piangere piangi e se hai annoiato ti annoi.
A indovinarti la stanchezza e la nausea per il mondo, celata dalla perfidia
degli occhi, non si fa mestiere. Tu rotei senza stabilire e sei il vero
individuo senza passato.
Perchè ogni cosa ti lambisce (ti landisce).
E sentire la catastrofe scritta dalla tua favella riorganizzata, che poi si
rilegge a cena per gli astanti e con libera dovizia di emblemi e
masticazioni si rumina baffutamente tedesca in ciò che nega, è spettacolo
d'altri tempi. E non par flautolenza buffonesca il
canto -gabble gamon uno di noi uno di noi, ti accettiamo, ti accettiamo uno
di noi, uno di noi.- ?
Una buona interpretazione che vede nel momento critico un difetto può solo,
essendo comunicata per via di riflesso, toccare l'intima struttura autocosciente
affiancandosi ad essa ma non affrontando le sue difese. Che cosa posso dire a
mia discolpa? Che non intendevo provocare l'organizzazione difensiva; e se così
è, vuol dire che la sua soglia è ancora troppo bassa...
Comunque sia, si sappia che con l'uomo Heidegger, il "più grande dei filosofi",
non ho nulla contro: col monoblocco del suo pensiero sì. E non vorrai
rispondermi che non è così (che ce l'ho con lui, e che il suo pensare è
unitematico, diremo tautologico; quale scegli?:o). E' possibile trovare una base
di discussione col suo pensiero, nell'atto del leggerlo? Esso è tematico,
teorico, dogmatico, assiomatico in un modo del tutto nuovo e sottile, il suo
pensiero è un porre domande che hanno risposte chiuse, già ricavate da un idea
fissata da principio: è "il problema". L'intera stirpe delle etimologie è
invocata solo per turbinare intorno all'unico principio e fine: l'essere, questo
abisso e questa fonte. Merleau-Ponty diceva che Heidegger si era vietato di
girare lo sguardo agli specchi dell'essere (alle cose del mondo), e aveva
perduto così l'unico interesse fenomenologico e ontologico del mondo e del
nostro rapporto con esso. Il mondo di Heidegger non esiste perché è morto come
il suo linguaggio. Rifarsi alle parole dei poeti, gli specchi luminosi
dell'essere, per soffocarle infine nel reiterato messaggio dell'unicità. La sua
Differenza è altrettanto frustrante perchè non è mobile e non cala sulla
singolarità (direbbe Deleuze). Preferirei di più la purezza mistica del
tractatus di Wittgenstein che ci vieta di dire su queste questioni "mistiche".
Ecco, mi sono sfogato, a sragione ma con sentimento. Avrai migliori ragioni di
me. Non tengo a Heidegger, te lo posso confessare. Non tengo a difendere le
buone ragioni su Heidegger. La piega del mio pensiero resta aperta sulla
questione, non vuole coprire, non si piega. Se il linguaggio di Heidegger fosse
un tessuto non avrebbe pieghe perché non ha parole. "La parola non è che una
piega nell'immenso tessuto del linguaggio", parola che è qui l'espressione; la
"parole" che è idioma. E' la forza o intenzione espressiva che crea la mobilità
e l'estensione del tessuto linguistico; in Heidegger c'è la volontà a mio parere
di ottenere una gonna inamidata e candida come quella della cameriera del
professor Kien di Canetti. Ecco, Heidegger sembra parlare come Auto da Fé; o
come uno dei pazzi personaggi di Bernard.
Ecco. Ho riassunto in questa ultima parte un atteggiamento heideggeriano su
Heidegger. Nota lo stile. Nota la veemenza vibrante, e la capacità interpretativo-intuitiva.
Questa è una sorta di marranesimo del pensiero, come ha avuto da dire Derrida
sulla sua intera vita di pensiero. Marrano costretto a professare una religione
regolare e visibile agli occhi del mondo, ma trasformando tutti i suoi atti
rituali in atti segreti che parlavano alla sua antica fede.
"Perché non essere finalmente illuministi?"
Furio Jesi
Prendi tutto con una risata, ti prego;o)
tuo Land*scape.
--
> Mio buon guardarobiere d'essenze, a ben guardare hai ragione; qualche chilo
> sulle braccia e sulle spalle sono costretto a governarlo nei miei rapidi
> spostamenti tra le stanze e non disdegno cibo che talvolta ho cura di
> prepararmi.
> Così se è per mangiare la catastrofe del branzino sepolto nel colle di sale
> o leggerti l'autodafè non mi tiro indietro.
Comprendere il senso localmachinista.
Mi riferivo a questo:
> Ci vedrà giocati di rimbalzo. (gli è che la testa carezzevole viene
> brontolata dal corpo e qualcuno è in malafede) (...)
> Al belato silente d'accatto che si bacia si bacia si bacia,
> si tromba! Sì romba! Si tromba!
> Si torna alle parole e agli invisibili governi, alle reti abbandonate.
> Ai bilanci o alla follia della menopausa, alle morti gravide e allo sputo in
> faccia. A quello che appartiene ai giochi della scimmia.
> - la minore allegro ma non troppo- (ecc...)
Ma questo mi fa male.
> Ma a parlare d'amore ho qualche pudore fin nel mio stesso suolo, figurati in
> quello altrui.
> Io non sono candido e non sono puro e non sono ostaggio di questi termini
> tanto da volerli sottrarre dalle bocche o dai fiati. Non pareggio alcuna
> leziosità nel dirtelo, anzi, nel comunicartelo.
> Va da sè che io sia ancora attento alle cose del guardaroba e che non possa
> distrarmi in alcun modo da esse.
> Non fai altro che -preferire- e ti dichiari il- buono che preferisce- e di
> ogni tua comparsata metti in calce un caro abbraccio ed un sapere sognato. E
> se così non fosse, perchè così non è, tu non ti dai cura e non dai cura
> alcuna. Se hai fatto piangere piangi e se hai annoiato ti annoi.
> A indovinarti la stanchezza e la nausea per il mondo, celata dalla perfidia
> degli occhi, non si fa mestiere. Tu rotei senza stabilire e sei il vero
> individuo senza passato.
> Perchè ogni cosa ti lambisce (ti landisce).
> E sentire la catastrofe scritta dalla tua favella riorganizzata, che poi si
> rilegge a cena per gli astanti e con libera dovizia di emblemi e
> masticazioni si rumina baffutamente tedesca in ciò che nega, è spettacolo
> d'altri tempi. E non par flautolenza buffonesca il
> canto -gabble gamon uno di noi uno di noi, ti accettiamo, ti accettiamo uno
> di noi, uno di noi.- ?
Mi fai male.
L*
la sua, la mia o la tua? : )
> Comunque sia, si sappia che con l'uomo Heidegger, il "più grande dei
filosofi",
> non ho nulla contro: col monoblocco del suo pensiero sì. E non vorrai
> rispondermi che non è così (che ce l'ho con lui, e che il suo pensare è
> unitematico, diremo tautologico; quale scegli?:o). E' possibile trovare
una base
> di discussione col suo pensiero, nell'atto del leggerlo? Esso è tematico,
> teorico, dogmatico, assiomatico in un modo del tutto nuovo e sottile, il
suo
> pensiero è un porre domande che hanno risposte chiuse, già ricavate da un
idea
> fissata da principio: è "il problema".
sì Land*, ti vorrei rispondere che non è monoblocco il pensiero di H., che
non è
tautologico perché sfida la tautologia senza consegnarvisi, che è
intimamente
ed essenzialmente dialogico, che nei suoi percorsi - in crescendo - dogma,
assioma e teoria saltano per aria, sparpagliati e brecciati, e dalle brecce
il
pensiero torna in vita trabocchevole in una luce straordinaria; che nessuno
ha
più fedelmente servito la meraviglia - più originaria e autentica della
bellezza
e del piacere - del nostro, e servito con amore le emozioni e l'esperienza
e quella che Hanna chiamava trappola era in verità la via d'uscita che lei,
innamorata
della Volpe, pure non aveva avuto il coraggo o l'umiltà di tentare: che più
fine e umile mistico di Heidegger questo secolo non l'ha conosciuto e
insieme
gnostico e dionisiaco, cedevole e abbandonico alla tragedia della perdita e
sempre innervato della speranza del ritorno,
perché appaiono irrazionali e fideistici e fanatici e inumani oltre che
oscuri
gli Eckhart, i Rumi, i Silesius, i San Giovanni della Croce, ad avventarsi
al silenzio, alla notte, all'ebbrezza, alla smisuratezza, al nulla, per chi
non vuole
cedere la presa, il controllo sulle cose e sulle ragioni, il dominio sull'io
e sul
mondo,
perché se la piega vela è per svelare e raccogliere ospitalmente quello che
rimane
nascosto, e chi piega non manipola ma si lascia piegare al piegare - piegare
e
dispiegare, velare e disvelare - e si lascia alle vele del naufragio che
permette il
ritorno,
ed è questa 'l'interrogazione' che 'è la pietà del pensare' di quell'Abgrund
che non
è principio perché uno e fisso e insieme diverso, che chiama e non impone,
perché non sigilla con parole ma è 'adunare con appello silenzioso',
ma se volessi dirti tutte queste cose, te le direi con il sorriso sulle
labbra e comunque
riderei con te,
anche perché non credo che né Heidegger né io né te si sia marrani, ma
questo
è solo un valore aggiunto, un fiore all'occhiello, lo sarebbe, e mi basta
molto
meno per sorridere e ridere con te, e ancora anche perché non mi pare qui
sia fenomeno di organizzazione di difese
> "Perché non essere finalmente illuministi?"
> Furio Jesi
perché ci hanno già bruciato gli occhi, rovesciandoci dalle
tenebre alla cecità, i lumi,
caramente : ),
tuo, Antonio
anANTarticO wrote:
>
> Neppure
> > l'argomentazione in questi casi mi convince per alleviare una colpa.
>
> la sua, la mia o la tua? : )
Le nostre ;o)
>
> > Comunque sia, si sappia che con l'uomo Heidegger, il "più grande dei
> filosofi",
> > non ho nulla contro: col monoblocco del suo pensiero sì. E non vorrai
> > rispondermi che non è così (che ce l'ho con lui, e che il suo pensare è
> > unitematico, diremo tautologico; quale scegli?:o). E' possibile trovare
> una base
> > di discussione col suo pensiero, nell'atto del leggerlo? Esso è tematico,
> > teorico, dogmatico, assiomatico in un modo del tutto nuovo e sottile, il
> suo
> > pensiero è un porre domande che hanno risposte chiuse, già ricavate da un
> idea
> > fissata da principio: è "il problema".
>
> sì Land*, ti vorrei rispondere che non è monoblocco il pensiero di H., che
> non è
> tautologico perché sfida la tautologia senza consegnarvisi, che è
> intimamente
> ed essenzialmente dialogico, che nei suoi percorsi - in crescendo - dogma,
> assioma e teoria saltano per aria, sparpagliati e brecciati, e dalle brecce
> il
> pensiero torna in vita trabocchevole in una luce straordinaria; che nessuno
> ha
> più fedelmente servito la meraviglia
Non oso neppure chiederti perché... Da dove si serve la meraviglia? Da quale
posizione? Ecco: io credo che Heidegger si ponesse come un sacerdote per servire
questa messa della meraviglia, edificando una chiesa per un principe, una
cappella privata.
- più originaria e autentica della
> bellezza
> e del piacere - del nostro, e servito con amore le emozioni e l'esperienza
> e quella che Hanna chiamava trappola era in verità la via d'uscita che lei,
> innamorata
> della Volpe, pure non aveva avuto il coraggo o l'umiltà di tentare: che più
> fine e umile mistico di Heidegger questo secolo non l'ha conosciuto e
> insieme
> gnostico e dionisiaco, cedevole e abbandonico alla tragedia della perdita e
> sempre innervato della speranza del ritorno,
Tu pensi che il problema vitale di sopravvivere alla polizia possa essere messo
insieme e dialogare con quello mistico? Il dionisiaco che s'abbandona
melanconico alla tragedia della perdita mi sembra una figura bizzarra;o))
>
> perché appaiono irrazionali e fideistici e fanatici e inumani oltre che
> oscuri
> gli Eckhart, i Rumi, i Silesius, i San Giovanni della Croce, ad avventarsi
> al silenzio, alla notte, all'ebbrezza, alla smisuratezza, al nulla, per chi
> non vuole
> cedere la presa, il controllo sulle cose e sulle ragioni, il dominio sull'io
> e sul
> mondo,
>
?
> perché se la piega vela è per svelare e raccogliere ospitalmente quello che
> rimane
> nascosto, e chi piega non manipola ma si lascia piegare al piegare - piegare
> e
> dispiegare, velare e disvelare - e si lascia alle vele del naufragio che
> permette il
> ritorno,
Raccogliere ospitalmente quello che rimane nascosto, non è semplicemente un
atto privo di violenza e di dolore; perché ciò che è nascosto è stato nascosto a
ragione: una ragione irrazionale forse, o di potere. Riuscire a vedere che la
piega è anche una forzatura su noi stessi per piegarci -o essere piegati- a una
ragione dominante, o per dimenticare noi stessi con la responsabilità che
portiamo all'altro, potrebbe essere una via più etica di quella seguita da H.
>
> ed è questa 'l'interrogazione' che 'è la pietà del pensare' di quell'Abgrund
> che non
> è principio perché uno e fisso e insieme diverso, che chiama e non impone,
> perché non sigilla con parole ma è 'adunare con appello silenzioso',
Ecco, adunare con appello silenzioso, non è fare un cenno di comando? Adunare
un esercito che già è piegato al tuo volere? Già molto è stato fatto prima che
il richiamo sia compreso.
>
> ma se volessi dirti tutte queste cose, te le direi con il sorriso sulle
> labbra e comunque
> riderei con te,
Si, quello che ti dico ancora è come mosso da una paura di ciò che si solleva
dalla piega: una polvere della storia, una traccia di mondo che non si può
coprire, quando il tessuto del linguaggio comincia ad essere mosso, si muove
tirato di qua e di là dalle interpretazioni. Forse la figura del persecutore
interno gioca un ruolo ben più grande nel sollevare le mie polveri (da sparo;o)))))
>
> anche perché non credo che né Heidegger né io né te si sia marrani, ma
> questo
> è solo un valore aggiunto, un fiore all'occhiello, lo sarebbe, e mi basta
> molto
> meno per sorridere e ridere con te, e ancora anche perché non mi pare qui
> sia fenomeno di organizzazione di difese
>
> > "Perché non essere finalmente illuministi?"
> > Furio Jesi
>
> perché ci hanno già bruciato gli occhi, rovesciandoci dalle
> tenebre alla cecità, i lumi,
>
Ah! ci potessero essere ancora Diderot e Voltaire, ciechi comunque ci
parlerebbero al cuore prima che alla ragione...
Un nuovo saluto,
> caramente : ),
> tuo, Antonio
>
> pan...@tiscalinet.it
Tuo, Land*scape
caro land*,
a questo non posso aggiungere piu' niente. a me era solo parso che il
tuo ingresso contenesse un'ammonizione nei miei confronti.
anche a me molti grandi sono illeggibili per associazioni piu' o meno
improprie. se sartre e moravia mi deprimono non li leggo e me ne vanto
pure: credo che leggere significhi elevare il proprio orizzonte non
ridursi a ipotizzare la vita uno scarafaggio rovesciato sul dorso. ad
ogni modo, ignoro tutto di heidegger e la mia domanda su celan non era
relativa ai dettagli esteriori del loro rapporto. quanto l'idea di
poesia che heidegger sviluppa qui e altrove, puo' aver influenzato
celan? questa era la domanda (per polipanto, se vuole).
e il suo ventaglio di possibilita' non rimane valido per noi?
Sono contento : ) anche se spero che sia slancio il tuo e non ripiego
sotto al mio martellamento ostinato.
> Non oso neppure chiederti perché... Da dove si serve la meraviglia? Da
quale
> posizione? Ecco: io credo che Heidegger si ponesse come un sacerdote per
servire
> questa messa della meraviglia, edificando una chiesa per un principe, una
> cappella privata.
fedeltà alla meraviglia è gioia per la sua manifestazione e dolore ciclico
per la sua eclissi. questa è la duplice celebrazione che Heidegger
officia, vicario di nessuna divinità, ma solo fedele che risponde ad una
chiamata. la celebrazione è pubblica, il tempio accogliente per chi
vuole essere ospitato, accedere è arrischiamento, non affiliazione
massonica, settaria. c'è del principesco dispensato in questo luogo,
ma nessuna effige o sovranità di principe.
> Tu pensi che il problema vitale di sopravvivere alla polizia possa essere
messo
> insieme e dialogare con quello mistico? Il dionisiaco che s'abbandona
> melanconico alla tragedia della perdita mi sembra una figura bizzarra;o))
senza volere tirare Nietzsche per la giacchetta per l'ennesima volta,
Dioniso è per eccellenza dio tragico, non solo perché guida allo sguardo
nell'abisso, guida al salto in esso, ma anche è il dio nato dalla
folgorazione, il dio smembrato dai Titani e ricomposto dalla vomitazione
di Zeus, "dio nato due volte", ripetutamente "nato due volte"; è dio
amico e terribile, ma anche dio che soffre, dio sacrificato, dio
perseguitato e scacciato, dio che muore; che perde la madre per
andarla a cercare nell'abisso senza fondo dell'Ade. l'abisso a cui
guidava il dio era sorgente di struggimento ed amore, di riunione
e ritorno. fra Dioniso e Cristo la prossimità è impressionante
e nettissima. sì, melanconia, la melanconia smisurata della psicosi,
non la malinconia vaga e morbosa, e nostalgia smisurata, lacerante,
per l'origine, per la dimora. ritorno impensabile senza il naufragio,
la perdita, l'abbandono.
penso che sopravvivere alla polizia sia impossibile senza capire
cosa stia dietro alle strategie dell'ordine pubblico. le analisi di
H. possono essere utilissime, senza dire come H. ha influenzato
pensatori 'antagonisti' - virgolettato, ovvio - come Foucault.
anche il nazismo sarebbe incomprensibile senza H., non in quanto
cosostanziale ad esso, ma in quanto analista, anche se obliquo di esso
(vedi, p. es., certe pagine di "Perché i poeti")
> > cedere la presa, il controllo sulle cose e sulle ragioni, il dominio
sull'io> > e sul> > mondo,
> >
> ?
non mi riferivo a te, Land* : ))
> Raccogliere ospitalmente quello che rimane nascosto, non è semplicemente
un
> atto privo di violenza e di dolore; perché ciò che è nascosto è stato
nascosto a
> ragione: una ragione irrazionale forse, o di potere. Riuscire a vedere che
la
> piega è anche una forzatura su noi stessi per piegarci -o essere piegati-
a una
> ragione dominante, o per dimenticare noi stessi con la responsabilità che
> portiamo all'altro, potrebbe essere una via più etica di quella seguita da
H.
nello svelarsi e nel velarsi capita talvolta la rimozione. ma questa
rimozione
è resa possibile da quella proprietà della verità che è nascondere e
lasciare vedere ("La natura ama nascondersi"). di questa chiaroscurità
non siamo responsabili. piegare non dipende da noi, vi siamo
consegnati; del rimuovere, del mistificare sì, e ne siamo colpevoli
laddove compiamo rimozione e mistificazione. ma il filosofo H.
era fedele alla natura della verità. l'H. rettore, uomo pubblico,
era invece colpevole di rimozione, e, passamela, di leggerezza, sciagurata
illusione. non credo fosse affasciato da Hitler, né dallo stato
totalitario.
la piega è gentile. piegare col bastone o con le minacce è la patologia,
passami anche questo termine che non mi è proprio, del piegarsi
della verità.
(en passant, sull'ultimo almanacco di filosofia di Micromega, uscito
martedì, qualcuno tira in ballo la presunta compiacenza di Gadamer
verso il regime. mi pare uno sport un po' rituale e un po' facile
questo ormai. e mi comincia a stancare. Gadamer, dio mio!
allora davvero anche Ungaretti, Soffici, e poi Fo? Vogliamo
fargli fare 12 anni di manicomio criminale perché é stato repubblichino?!)
rché non sigilla con parole ma è 'adunare con appello silenzioso',
>
> Ecco, adunare con appello silenzioso, non è fare un cenno di comando?
Adunare
> un esercito che già è piegato al tuo volere? Già molto è stato fatto prima
che
> il richiamo sia compreso.
non vi è atto di comando, perché qui si tratta di 'chiamata', di 'appello' e
il
silenzio non maschera la sottomissione del chiamato, la cessione della
sua volontà, ma invece è nella sua essenza proprio la "gentilezza" -
perdonami
questo termine mio - di un 'invito'. è una chiamata silenziosa proprio
perché
non s'impone, né detta, né suggerisce parole d'ordine o imperativi.
non conosco il termine tedesco per 'adunare' - conosco troppo poco
la lingua - ma per esempio nelle lingue romanze il significato originario,
proprio, è quello di 'raccogliere', e non è di segno militare; l'adunata
non è l'adunanza, è una traslazione del sign. originario
> Si, quello che ti dico ancora è come mosso da una paura di ciò che si
solleva
> dalla piega: una polvere della storia, una traccia di mondo che non si può
> coprire, quando il tessuto del linguaggio comincia ad essere mosso, si
muove
> tirato di qua e di là dalle interpretazioni. Forse la figura del
persecutore
> interno gioca un ruolo ben più grande nel sollevare le mie polveri (da
sparo;o)))))
>
non è persecutore interno, ma giusta perplessità, necessario dubbio.
la polvere sedimentata nella piega è giusto venga sollevata, la geologia
è lente sul libro della natura e della storia. solo attenzione a non
incrinare la voluta del capitello, mentre prelevi la polvere.
crepa dopo crepa senò facciamo cadere tutto il tempio.
> Ah! ci potessero essere ancora Diderot e Voltaire, ciechi comunque ci
> parlerebbero al cuore prima che alla ragione...
"ora che ho perso la vista ci vedo di più" ?
si vede comunque con il cuore, non c'è bisogno di farsi
trafiggere i bulbi : )
> Un nuovo saluto,
a te Land* : );
Tuo, Antonio
anANTarticO wrote:
>
> "Land*scape"
> > Va bene Antonio, devo imparare con un pò più di indulgenza a piegarmi a
> questo
> > pacifico pensiero e nello stesso arduo, che promette gioie. A leggerti qui
> sono
> > toccato dal tuo slancio verso tutti quei valori positivi che riesci a
> vedere in
> > questa filosofia.
>
> Sono contento : ) anche se spero che sia slancio il tuo e non ripiego
> sotto al mio martellamento ostinato.
>
> > Non oso neppure chiederti perché... Da dove si serve la meraviglia? Da
> quale
> > posizione? Ecco: io credo che Heidegger si ponesse come un sacerdote per
> servire
> > questa messa della meraviglia, edificando una chiesa per un principe, una
> > cappella privata.
>
> fedeltà alla meraviglia è gioia per la sua manifestazione e dolore ciclico
> per la sua eclissi. questa è la duplice celebrazione che Heidegger
> officia, vicario di nessuna divinità, ma solo fedele che risponde ad una
> chiamata. la celebrazione è pubblica, il tempio accogliente per chi
> vuole essere ospitato, accedere è arrischiamento, non affiliazione
> massonica, settaria. c'è del principesco dispensato in questo luogo,
> ma nessuna effige o sovranità di principe.
Vedo stranamente che a questi problemi che sollevo non vuoi rispondere, o
almeno a me pare che quello che chiedo non sia evaso dal tuo pensiero: da quale
posizione si serve la meraviglia? I sentieri interrotti non portano appunto a
risposte, mi risponderai: bisogna tornare sui propri passi. Tornando sui propri
passi non si cambia direzione e si abbandona una possibile ricerca della
meraviglia. Io credo che la pratica umana cerchi sempre scorciatoie, invece.
Taglia la strada più lunga e la curvatura diventa retta: solo così si scopre e
si apprezza la meraviglia che -casualmente- si incontra in mezzo alla via
dell'obbiettivo. Ora, perché essere accolti è un arrischiarsi? Perché essere
chiamati comporta una difficoltà, se se ne è fedeli? Perché è un dover essere.
Perché l'eclissi è ciclica? Chi ha comandato e ordinato un tale ciclo? Se è
necessariamente in un'ottica vasta quanto la Storia dell'Occidente, il
nascondimento è fatto umano e rivela non tanto una qualità della verità o del
linguaggio "in sé" fuori della relazione tra uomini, ma pratiche relazionali.
Heidegger parla comunque al di dentro dei diritti acquisiti dall'Illuminismo, i
diritti umani, che permettono ad un uomo della Nazione Tedesca di poter parlare
della verità e del nascondimento credendo di starsene al di fuori, mentre gli
estranei non possono neppure vivere perché non-uomini. Questo è il paradosso.
Era libero, era uguale ai tedeschi suoi connazionali, era fraterno dentro il
suo stato-nazional-socialista. E questo non solo nel 1930 ma anche oggi. Perché
nascondimento ha il valore di pratica sociale prima che di intuizione
dell'originario. Mi chiedo come tollerasse la distorsione del linguaggio di
Goering e Hitler se ricercava (e dunque difendeva) un linguaggio
dell'autenticità. Come si fa a parlare, poter pensare alla meraviglia sapendo
che non tutti gli uomini potranno essere chiamati dall'appello (averne il tempo
- a meno che non si pensi macabramente che le vittime di ogni guerra siano stati
i veri chiamati- a un semplice appello di morte), o, per quelli che restavano,
rispondere al dialogo delle coscienze? Questo paradosso è per il senso
filosofico heideggeriano inconcepibile, e per il mio senso, annullante. Porre
davanti agli occhi questi paradossi alle filosofie dell'autenticità e del
linguaggio dell'autenticità non è uno sport , vale per me come un experimentum
crucis. Di fronte all'atrocità e insulsaggine organizzata il linguaggio del vero
e del bene non ha armi per difendere il vero e il bene: deve rifarsi a regole
umane di convivenza, di fratellanza, e piuttosto di veridicità su quello che
accade, che si decide tra uomini di fare. L'unica timida occasione che portò la
filosofia di Heidegger al fare portò alla barbarie, perché assente ogni regola
stabilita collettivamente, o dimentica delle regole precedenti. Questo non puoi
negarlo.
>
> > Tu pensi che il problema vitale di sopravvivere alla polizia possa essere
> messo
> > insieme e dialogare con quello mistico? Il dionisiaco che s'abbandona
> > melanconico alla tragedia della perdita mi sembra una figura bizzarra;o))
>
> senza volere tirare Nietzsche per la giacchetta per l'ennesima volta,
> Dioniso è per eccellenza dio tragico, non solo perché guida allo sguardo
> nell'abisso, guida al salto in esso, ma anche è il dio nato dalla
> folgorazione, il dio smembrato dai Titani e ricomposto dalla vomitazione
> di Zeus, "dio nato due volte", ripetutamente "nato due volte"; è dio
> amico e terribile, ma anche dio che soffre, dio sacrificato, dio
> perseguitato e scacciato, dio che muore; che perde la madre per
> andarla a cercare nell'abisso senza fondo dell'Ade. l'abisso a cui
> guidava il dio era sorgente di struggimento ed amore, di riunione
> e ritorno. fra Dioniso e Cristo la prossimità è impressionante
> e nettissima. sì, melanconia, la melanconia smisurata della psicosi,
> non la malinconia vaga e morbosa, e nostalgia smisurata, lacerante,
> per l'origine, per la dimora. ritorno impensabile senza il naufragio,
> la perdita, l'abbandono.
Ma sullo struggimento non si edifica nulla. Semplicemente ci si rassegna ad una
dipendenza. Essere dipendenti dal linguaggio e perdersi in esso mentre esso
stesso si produce altrove con gli scambi d'interessi, d'amore, di commercio e
ricerca nel mondo. La metafisica di Heidegger riproduce con struggimento la vita
reale (vivere, abitare, percorrere sentieri, radunare, fare i pastori, pescare,
aspettare...) di concetti morti in un empireo dell'essere. Essere dipendenti
equivalendo continuamente il surrogato di un cibo reale, vissuto nell'irrealtà
che passa come un fantasma. Noi tutti tentiamo di farlo, quando non ammettiamo
la continua frizione della realtà.
Uh! sono stanco! Ma ti cedo la parola per finire questa lunga discussione...
nel senso della sollecitazione del pensiero? : )
> Vedo stranamente che a questi problemi che sollevo non vuoi rispondere, o
> almeno a me pare che quello che chiedo non sia evaso dal tuo pensiero: da
quale
> posizione si serve la meraviglia? I sentieri interrotti non portano
appunto a
> risposte, mi risponderai: bisogna tornare sui propri passi. Tornando sui
propri
> passi non si cambia direzione e si abbandona una possibile ricerca della
> meraviglia.
non tutto i sentieri sono interrotti, tanto che talvolta si sbocca nella
radura. ma lo stesso sentiero bisogna percorrerlo al contrario alle
volte per poter andare avanti, diceva lo stesso Heidegger. e la meraviglia
ti trova, è inutile cercarla, essa ti si rivela. si può solo attendere e
prepararsi
all'accoglimento. ma forse già ti parrà che mi avvolgo in heideggerriane
volute,
non volendo risponderti. invece questa è già una prima risposta.
non si decide, non si lavora a creare una meraviglia; come tu dici sotto la
si incontra per la via: ma la via non è testa di ponte per una meta definita
o comunque decisa. a guidare è solanto una chiamata che si riflette in
domanda.
camminare è interrogare, solo l'interrogazione accompagna; dove poi, se non
in quel nessun luogo dove si può solo tacere, dove solamente è silenzio?
>Io credo che la pratica umana cerchi sempre scorciatoie, invece.
che cosa sarebbe questa pratica umana? il senso pratico? il buon senso?
la natura dell'uomo? questi mi paiono più che altro dispositivi
metafisici
> Taglia la strada più lunga e la curvatura diventa retta: solo così si
scopre e
> si apprezza la meraviglia che -casualmente- si incontra in mezzo alla via
> dell'obbiettivo. Ora, perché essere accolti è un arrischiarsi? Perché
essere
> chiamati comporta una difficoltà, se se ne è fedeli? Perché è un dover
essere.
essere accolti è un arrischiarsi perché è rischiare un'interrogazione
laddove
si dovrebbe essere accolti; non comporta una difficoltà, ma un rischio -
difficoltà rimanda a fatica, affanno, mentre qui arrischiarsi è acquietarsi
senza
sicurezza alcuna di poter rispondere, catturare risposte, essere accolti. è
l'essenza stessa del 'lasciarsi andare', dell''abbandono'. la ragione
calcolante
e strumentale va abbandonata, va abbandonato l'oggetto come
ciò-che-sta-contro,
va abbandonato il soggetto come creatore e dominatore del senso.
la minaccia si manifesta - occultamente - proprio laddove non si arrischia.
lo svelamento in generale è possibile solo davanto al contegno, alla
dismissione
del soggetto che è contrazione ed estroflessione insieme
> Perché l'eclissi è ciclica? Chi ha comandato e ordinato un tale ciclo? Se
è
> necessariamente in un'ottica vasta quanto la Storia dell'Occidente, il
> nascondimento è fatto umano e rivela non tanto una qualità della verità o
del
> linguaggio "in sé" fuori della relazione tra uomini, ma pratiche
relazionali.
non sono d'accordo. io credo che noi si sia consegnati alla verità; che
però,
appunto non è un oggetto o una struttura stabile delle cose. così noi
nell'epoca
della tecnica siamo consegnati alla sua essenza, che non è essenza tecnica,
ma
l'essenza della dimenticanza, dell'oblio dell'essere, cioé di
quell'orizzonte che
permette agli enti di essere. quello che contesto insomma è che l'uomo
produca senso dal nulla, sartianamente: è pura e semplice volontà di potenza
questa. non c'è però un in sé alternativo che sia produttore di senso, né
l'essere, né il linguaggio in cui l'essere dimora. così si pensa ancora
l'essere
come ente e il linguaggio come strumento. mentre l'essere è Abgrund,
appunto,
silenzio, deserto, per usare le parole di Echkart. e' scaturigine dal nulla,
dove questo
nulla non è luogo di annientamento, ma ha piuttosto ha che fare con il nulla
della
teologia negativa - innominabile perché i nomi non lo dicono.
il linguaggio non è qualche cosa che sta di fianco all'uomo, né il motore
che lo
governa. esso è ciò che vi è di più proprio dell'uomo.
uomo, essere e linguaggio sono cooriginari e coappartenenti. non a caso per
parlare dell'essere H. dice che esso non *è*, ma accade. esso non produce
né fonda, ma 'permette'. e il linguaggio permette l'essere essendo sua
dimora.
e, circolarmente, l'uomo permette l'essere.
> Heidegger parla comunque al di dentro dei diritti acquisiti
dall'Illuminismo, i
> diritti umani, che permettono ad un uomo della Nazione Tedesca di poter
parlare
> della verità e del nascondimento credendo di starsene al di fuori, mentre
gli
> estranei non possono neppure vivere perché non-uomini. Questo è il
paradosso.
> Era libero, era uguale ai tedeschi suoi connazionali, era fraterno dentro
il
> suo stato-nazional-socialista. E questo non solo nel 1930 ma anche oggi.
Perché
> nascondimento ha il valore di pratica sociale prima che di intuizione
> dell'originario.
a questo, davvero, credevo di averti già risposto. a mio modo forse,
catturato un po' troppo dalle 'sirene' heideggerriane.
quello che ti volevo dire, in soldoni, è che non si può - in buona o cattiva
fede che sia - confondere il piano della riflessione h. con quello della
sua criminalità politica, finendo per screditare la prima.
cercare di vedere nella pratica filosofica di H. la pratica della rimozione
operata sugli eventi e sulla storia significa restare miopi o mistificare.
perché la sua filosofia non copriva un bel niente. a coprire era la sua
posizione
di rettore - che comunque lascò presto, ben prima della sconfitta tedesca -
di uno pubblico, di detentore di potere. la rimozione insomma è altrove,
lo strumento di rimozione altro dalla filosofia. e poi, diciamoci la verità:
qui in questione la collusione di un pensatore con un regime totalitario e
genocida, non il suo concorso nel crimine. H. non doveva aderire al nazismo,
non doveva tenere quel discorso di rettorato. ma la sua colpa è pari a
quella
di tanti altri tedeschi comuni, con la sola aggravante di potere dire no
come intellettuale. ma il suo dire sì, un sì smorzato e non infoiato,
che ricaduta ha potuto avere sul 'prestigio' del regime? quanti studenti
in più ha spinto nella gioventù hitleriana? quante massa ha mobilitato?
quale il suo contributo 'culturale' ad un regime che neppure capiva
la differenza fra ente ed essere?
Mi chiedo come tollerasse la distorsione del linguaggio di
> Goering e Hitler se ricercava (e dunque difendeva) un linguaggio
> dell'autenticità. Come si fa a parlare, poter pensare alla meraviglia
sapendo
> che non tutti gli uomini potranno essere chiamati dall'appello (averne il
tempo
> - a meno che non si pensi macabramente che le vittime di ogni guerra siano
stati
> i veri chiamati- a un semplice appello di morte), o, per quelli che
restavano,
> rispondere al dialogo delle coscienze?
questo è un problema realissimo a cui non so davvero dare risposte
convincenti. ma ci sono pagine di H. che possono essere indicative.
in più di un punto fa analisi che partendo dall'oggettivazione totale
del mondo e del vivente, e dell'umano, arrivano a parlare
dell'organizzazione
dello stato totalitario, della manipolazione dell'opinione pubblica
e dello sfruttamento sistematico del vivente.
certo, mi risponderai, sono sempre carta, sempre letteratura.
ma come H. non avrebbe potuto mobilitare le masse, così non
avrebbe potuto organizzare una resistenza dal suo scranno.
in tutto questo c'è molto meno male e molta più banalità dei
gerarchi o di intellettuali organici come per esempio l'architetto
Speer, che era persona intelligente e veramente nazista, e quindi
doppiamente colpevole, in una misura incommensurabile a quella
di H.
Questo paradosso è per il senso
> filosofico heideggeriano inconcepibile, e per il mio senso, annullante.
Porre
> davanti agli occhi questi paradossi alle filosofie dell'autenticità e del
> linguaggio dell'autenticità non è uno sport , vale per me come un
experimentum
> crucis. Di fronte all'atrocità e insulsaggine organizzata il linguaggio
del vero
> e del bene non ha armi per difendere il vero e il bene: deve rifarsi a
regole
> umane di convivenza, di fratellanza, e piuttosto di veridicità su quello
che
> accade, che si decide tra uomini di fare.
dissento. qui proprio l'autenticità e il bene - ne parla di 'bene' nelle
lettere alla Arent - avrebbe dovuto chiamarlo ad una scelta ben
diversa. convivenza e veridicità - fratellanza è altra cosa - mi paiono,
buttati lì così, non tanto pulsioni di affetto e veracità, quanto criteri
utilitari del vivere borghese, di una democrazia com'è la nostra che
non esito a definire totalitaria.
L'unica timida occasione che
portò la
> filosofia di Heidegger al fare portò alla barbarie, perché assente ogni
regola
> stabilita collettivamente, o dimentica delle regole precedenti. Questo non
puoi
> negarlo.
beh, ripeto che le scelte di H. non sono imputabili tanto alla sua
filosofia,
quanto ad una sorta di appendice politica sciagurata di essa. H. non
credeva nella politica prima del rettorato né ci credette dopo. né
durante. è vero non chiese mai scusa, non difese molti amici ebrei;
ma impedì la distribuzione di volantini antisemiti e impedì roghi di libri,
e si dimise neppure un anno dopo la sua nomina per la deposizione
da parte del regime di due decani scelti da lui stesso, antinazisti.
non negò mai di avere aderito al nazionalsocialismo, ma limitò
il periodo dell'adesione al rettorato. inoltre il famigerato
"L'autoaffermazione
dell'università tedesca", pur calato in un atmosfera funesta
e scellerata, aveva ben poco di nazionalsocialista, piuttosto si
riallacciava alla tradizione del nazionalismo ficthiano.
tutto questo non per difenderlo, né per ammorbidire o mistificare
la colpevolezza delle sue scelte. solo, forse, non fu imbelle proprio fino
in fondo.
> Ma sullo struggimento non si edifica nulla. Semplicemente ci si rassegna
ad una
> dipendenza. Essere dipendenti dal linguaggio e perdersi in esso mentre
esso
> stesso si produce altrove con gli scambi d'interessi, d'amore, di
commercio e
> ricerca nel mondo. La metafisica di Heidegger riproduce con struggimento
la vita
> reale (vivere, abitare, percorrere sentieri, radunare, fare i pastori,
pescare,
> aspettare...) di concetti morti in un empireo dell'essere. Essere
dipendenti
> equivalendo continuamente il surrogato di un cibo reale, vissuto
nell'irrealtà
> che passa come un fantasma. Noi tutti tentiamo di farlo, quando non
ammettiamo
> la continua frizione della realtà.
quella che tu chiami metafisica di H. e che io preferisco chiamare pensiero
non è un surrogato di nulla, Land, al contrario è la liberazione
dell'esperienza
dalla sua gabbia psichica e psicologista. le emozioni tornano a significare
al
di là del piacere in cui almeno due secoli di filosofia le avevano
costrette,
degradandole da manifestazioni di verità a veicoli della sopravvivenza,
interazioni neuronali, edonismo privatistico. Freud che dice che i problemi
dell'esistenza e della morte emergono solo laddove le pulsioni, non
soddisfatte,
vengono deviate - sublimate, intellettualizzate, nevrotizzate - è l'esempio
più
eloquente e terribile di una vera e propria tragedia antropologica. qui
l'uomo
ha davvero perso se stesso - piuttosto allora si ponga ascolto alle correnti
fenomenologiche ed esistenziali della psicologia e della psichiatria, o
magari
semplicemente a Jung.
H. per quei boschi, per quesi sentieri ci camminava veramente, veramente
era figlio di contadini, e nella sua filosofia non solo tutto questo *vive*,
ma addirittura viene circonfuso da una luce misteriosa, di crepuscolo o di
aurora, torna a parlare perfino a noi che avevamo relegato il meraviglioso
nel quotidiano, noi postmoderni resi cinici e freddi, a noi tutto questo
rinasce
con una forza profonda. c'è una lirica che un poeta ha dedicato ad un altro
poeta morto... è cosa recente, ma non ricordo chi fossero i due. ricordo
però
che nella poesia si parlava di come i versi del maestro trapassato avessero
insegnato ai suoi allievi a vedere di nuovo, o finalmente? le cose nella
loro
meraviglia, di come il nominare il porfido, le vie, i fiori, li avessi
(ri?)aperti
ad uno stupore ed un piacere straordinari, a tutte queste cose aveva
(ri?)dato
senso. dunque io non posso concepire né la parola poetica né la parola
filosofica (generalmente questa) come luogo museale della vita, come
inumazione dell'esperienza.
e poi, Land*: come fai a dire che lo struggimento è pura dipendenza e sopra
non
vi si edifica nulla, dirlo con tanta leggerezza? ovviamente non si edifica
nulla,
fortunatamente. nello struggimento ci si ritrova, si vede chiaramente ma
senza
abbaglio, si ritorna. solo lo struggimento nostalgico, dove s'incontra il
perduto
e la possibilità di ritrovarlo, rinnovato, solo esso apre al futuro
autentico,
rilancia in avanti dove è possibile tornare. qui non si sta parlando di
semplice
depressione o blocco emotivo. questi sì inchiodano. proprio là ci si libera
dai lacci della dipendenza - anche se confesso che la dicotomia
dipendenza- indipendenza la trovo alquanto fuorviante.
vedo che sei stanco, ma vedo anche che la mia risposta non ha proprio
il carattere delle conclusione, o della sintesi finale.
ad ogni modo rispondimi solo se hai voglia, e quando vuoi.
potremmo anche chiudere qui, o riprendere più avanti.
Con affetto,
Antonio
anANTarticO wrote:
>
> > Il tuo martellamento ostinato mi solletica,
>
> nel senso della sollecitazione del pensiero? : )
Exactly ;o)
>
> > Vedo stranamente che a questi problemi che sollevo non vuoi rispondere, o
> > almeno a me pare che quello che chiedo non sia evaso dal tuo pensiero: da
> quale
> > posizione si serve la meraviglia? I sentieri interrotti non portano
> appunto a
> > risposte, mi risponderai: bisogna tornare sui propri passi. Tornando sui
> propri
> > passi non si cambia direzione e si abbandona una possibile ricerca della
> > meraviglia.
>
> non tutto i sentieri sono interrotti, tanto che talvolta si sbocca nella
> radura. ma lo stesso sentiero bisogna percorrerlo al contrario alle
> volte per poter andare avanti, diceva lo stesso Heidegger. e la meraviglia
> ti trova, è inutile cercarla, essa ti si rivela. si può solo attendere e
> prepararsi
> all'accoglimento. ma forse già ti parrà che mi avvolgo in heideggerriane
> volute,
> non volendo risponderti. invece questa è già una prima risposta.
> non si decide, non si lavora a creare una meraviglia; come tu dici sotto la
> si incontra per la via: ma la via non è testa di ponte per una meta definita
> o comunque decisa. a guidare è solanto una chiamata che si riflette in
> domanda.
> camminare è interrogare, solo l'interrogazione accompagna; dove poi, se non
> in quel nessun luogo dove si può solo tacere, dove solamente è silenzio?
Non ti sembra questo stesso un dispositivo metafisico? Non si lavora appunto a
creare una meraviglia, ma si lavora. Lavorando ad altro, cioè facendo cose con
le parole (Austin), si trova. Non vi è questa quasi assoluta passività : in
senso cognitivo, io mi aspetto di trovare, o anticipo uno stato di cose; solo
così divento ricettivo alla scoperta. Orientarsi è una attività e un fare: la
radura bisogna riconoscerla per sapere di esserci capitati. Questo comporta una
educazione, un apprendimento dato da qualcun altro che mi ha portato, un giorno,
nella radura... e gli ha dato un nome. E' ripercorrendo la medesima strada che
già si conosce, che sorge l'idea di tagliar corto, perché la meta è già
conosciuta e ben frequentata: da questa nuova avventura della scorciatoia può
nascere la scoperta di un nuovo luogo a metà strada... od oltre.
>
> >Io credo che la pratica umana cerchi sempre scorciatoie, invece.
>
> che cosa sarebbe questa pratica umana? il senso pratico? il buon senso?
> la natura dell'uomo? questi mi paiono più che altro dispositivi
> metafisici
>
> > Taglia la strada più lunga e la curvatura diventa retta: solo così si
> scopre e
> > si apprezza la meraviglia che -casualmente- si incontra in mezzo alla via
> > dell'obbiettivo. Ora, perché essere accolti è un arrischiarsi? Perché
> essere
> > chiamati comporta una difficoltà, se se ne è fedeli? Perché è un dover
> essere.
>
> essere accolti è un arrischiarsi perché è rischiare un'interrogazione
> laddove
> si dovrebbe essere accolti; non comporta una difficoltà, ma un rischio -
> difficoltà rimanda a fatica, affanno, mentre qui arrischiarsi è acquietarsi
> senza
> sicurezza alcuna di poter rispondere, catturare risposte, essere accolti. è
> l'essenza stessa del 'lasciarsi andare', dell''abbandono'. la ragione
> calcolante
> e strumentale va abbandonata, va abbandonato l'oggetto come
> ciò-che-sta-contro,
> va abbandonato il soggetto come creatore e dominatore del senso.
Chi dice che si deve?;o))
Io credo che sia proprio un rilassamento dovuto ad una sovranità assoluta del
soggetto, conquistata nel silenzio di tutto ciò che è stato dominato, a poter
parlare in termini così pacificati di rischio, arrischiamento, lasciarsi andare,
abbandono... Rilassamento della noia . Il bosco di Heidegger è il bosco di una
teatralità: egli è il massimo esponente di questa sovranità soggettiva, ma
mascherata da una specie di decadentismo.
> la minaccia si manifesta - occultamente - proprio laddove non si arrischia.
> lo svelamento in generale è possibile solo davanto al contegno, alla
> dismissione
> del soggetto che è contrazione ed estroflessione insieme
Dici: la minaccia si manifesta - occultamente - proprio laddove non si
arrischia. Dove non si arrischia più il soggetto che ha dominato tutto, perché
non c'è più rischio. Di queste parole ha bisogno ora per confermarsi.
>
> > Perché l'eclissi è ciclica? Chi ha comandato e ordinato un tale ciclo? Se
> è
> > necessariamente in un'ottica vasta quanto la Storia dell'Occidente, il
> > nascondimento è fatto umano e rivela non tanto una qualità della verità o
> del
> > linguaggio "in sé" fuori della relazione tra uomini, ma pratiche
> relazionali.
>
> non sono d'accordo. io credo che noi si sia consegnati alla verità; che
> però,
> appunto non è un oggetto o una struttura stabile delle cose.
Su questo concordo. Se la verità è anche la verità del falso, dell'incorretto.
così noi
> nell'epoca
> della tecnica siamo consegnati alla sua essenza, che non è essenza tecnica,
> ma
> l'essenza della dimenticanza, dell'oblio dell'essere,
Ma come trai queste concomitanze?, quest'essenza perché non la svincoli da un
testo? Perché non supporre che l'interpretazione di Heidegger sulla tecnica è
anti-tecnica, cioè non essenziale? Mentre l'altra metà del mondo produce enti
per mangiare e sopravvivere? Quale tecnica usava Heidegger per respirare?
Espropriare il "fondo" d'ossigeno della "terra"?
cioé di
> quell'orizzonte che
> permette agli enti di essere. quello che contesto insomma è che l'uomo
> produca senso dal nulla
Questo scandalo è per Levinas invece base della relazione con l'Altro.
Sono ancora stanco! Non ho completato neppure metà delle obiezioni! Ma il mio
affetto è più grande...
>
> Con affetto,
> Antonio
>
> pan...@tiscalinet.it
>On Mon, 26 Nov 2001 23:54:39 +0100, Land*scape
><land....@katamail.com> wrote:
>
>>il più grande filosofo dei nostri tempi
>Ma chi l'ha detto? Che qualcuno voglia raccontarsela su Heidegger
>passi; che qualcuno vi legga quello che gli serve di sentire, anche se
>non lo ha mai detto (in fondo H. e' demagogo per colti, mica per
>popolani), passi ; che qualcheduno se ne serva in buona o cattiva fede
>per li piu' vari sostegni e sostentamenti culturali, o psicologici, o
>magari anche preteschi, confessionali o mistici, passi; che abbia
>avuto un'influenza notevole (specie proprio per l'"analisi
>esistenziale" piuttosto che per il seguito - checche' ne dica
>Antonio), e ancora passi! Ma che lo si chiami "il più grande filosofo
>dei nostri tempi", e' davvero grossa!
>
>LG
Ho capito che ti sta sulle palle; però di questa furia demoniaca e
persecutoria, ne avevo sentito parlare solo riguardo all'infausto
Tribunale dell'Inquisizione!
Appeni senti la parola "Heiddeg.." ringhi come il cane a cui è
capitato di vedere un estraneo fuori il cancello.
Viene da pensare a chi e a come possa essere il tuo padrone... :-)
Ad un pronto rileggerti
Andrea
guarda Land* che tu stai parlando di H. quasi quasi e non degli atti
linguistici.
in H. le parole non precedono le cose ma nominandole le aprono al senso.
il senso è custodito nel linguaggio e anche il senso delle cose, ma per il
semplice
fatto che le parole permettono il valore delle cose. la passività heidegg.
che è
'ascolto' della chiamata non è rassegnazione all'oggettività imperativa e
imperatoria del reale così com'è. la parola Geschick che molti traducono con
'destino' in H. ha più propriamente il significato di 'destinalità', ovvero
di
'provenienza' e 'direzione' del senso dell'essere, oltre che della struttura
che
l'essere manifesta nelle varie epoche - epoché, sospensione - storiche.
Destinalità dunque è invio, cioé tradizione nel senso del tramandare,
del ricevere la tradizione dal passato e offrirla al futuro. in questo senso
la parola non è 'atto', adattamento e azione nel reale, strumento di
intervento. parola è dono di un senso che ci trascende e ci perimetra,
ma che non nasce dal vuoto, è tramandata: noi riconosciamo la radura
perché altri ce ne hanno tramandato la parola, il senso, anche se non vi ci
hanno condotti fisicamente.
in questo senso attività e passività vengono a cadere come antinomia.
non a caso H. dice che l'uomo 'progetta' il 'gettato' dell'essere. non a
caso parla di arrischiamento: le cose non sono lì nella forma della
semplice-presenza per essere semplicemnte registrate; sono 'in gioco',
o meglio il Senso stesso è in gioco.
i tesi di H. sono pieni di deviazioni, sarebbe miope credere che tutto
precipita nella benedetta radura. ci sono i sentieri, i sentieri interrotti,
le vie lunghe e quelle brevi, c'è la radura ma anche la selva - bellissime
le pagine di Leonardo Amoroso su bosco, selva e radura in H. -
portemmo anche dire che ci sono anche boschetti e foreste, sorgenti,
dirupi e burroni - vedi le prime pagine di perché i poeti? - e nessuno
vieta di trovare altre strade al di fuori della Foresta - Nera? - heidegg.
(il 'deserto' di Echkart? le foreste tropicali di Terrence Malick?
la via ad Aushwitz di Kiefer? l''urbe' di Gadamer?)
per quanto potesse apparire a molto dogmatico nella presa sulle cose,
egli amò dialogare a rispondere a chi gli poneva domande. e un caso
mi pare illuminante, paradigmatico: insistette più volte presso l'amico
comune Beaufret per invitare Sartre nella sua casa di Todtnauberg
per poter discutere con lui di filosofia. Sartre non diede mai risposta
(e non ti pare interessante questo, che Sartre, in nome di chissà
quale principio etico o medaglia d'oro alla resistenza, rifiutò
con lo sdegno del silenzio il maestro da cui tanto, ma proprio tanto,
aveva preso, senza quasi ammetterne il contributo fondamentale?
quale strana etica poteva avere messo Sartre davanti ad ogni cosa,
davanti al nichlismo professato prima della guerra, e dal quale
forse sperava di redimersi con un ipermoralismo?
... scusa la parentesi)
> Chi dice che si deve?;o))
> Io credo che sia proprio un rilassamento dovuto ad una sovranità assoluta
del
> soggetto, conquistata nel silenzio di tutto ciò che è stato dominato, a
poter
> parlare in termini così pacificati di rischio, arrischiamento, lasciarsi
andare,
> abbandono... Rilassamento della noia . Il bosco di Heidegger è il bosco di
una
> teatralità: egli è il massimo esponente di questa sovranità soggettiva, ma
> mascherata da una specie di decadentismo.
beh non so che dirti... se non credi ad H. perché in lui riponi tanta
astiosa
sfiducia ascolta Echkart, Silesius, Giovanni della Croce, Teresa D'Avila,
Rilke, Trakl, George, e perché no? Mallarmé.
non dicono cose tanto diverse. parlano del silenzio, dello spossessamento,
della quiete, della minaccia incombente, della malattia del soggetto.
per quel che mi riguarda trovo che nessun pensiero tanto apparentemente
'non-etico' come quello heidegg. possa offrire un'etica ugualmente valida ai
nostri
tempi di imperante tecno-scienza e manipolazione delle cose. non a caso
Volpi,
forse il massimo lettore di H. parla di etica del 'lasciar essere',
contrapposta
a quella della trasformazione, messa in atto ormai non tanto dai comunismi
quanto da un capitalismo messianico e divoratore - hai mai visto il film
'L'insaziabile'? non un capolavoloro, ma davvero ottima metafora.
> Dici: la minaccia si manifesta - occultamente - proprio laddove non si
> arrischia. Dove non si arrischia più il soggetto che ha dominato tutto,
perché
> non c'è più rischio. Di queste parole ha bisogno ora per confermarsi.
certo, ma non è il caso di H.
e sono altre le parole che confermano e mascherano - quelle di molta
psicanalisi,
p. es.
> Ma come trai queste concomitanze?, quest'essenza perché non la svincoli da
un
> testo? Perché non supporre che l'interpretazione di Heidegger sulla
tecnica è
> anti-tecnica, cioè non essenziale? Mentre l'altra metà del mondo produce
enti
> per mangiare e sopravvivere? Quale tecnica usava Heidegger per respirare?
> Espropriare il "fondo" d'ossigeno della "terra"?
non so, forse mi fraintendi. H. non ha mai negato utilità e inevitabilità
della tecnica. leggi la mia risposta al post di LG su IO e morte di
Galimberti. lì lo spiego bene.
(e comunque forse la questione è che basterebbe ridistribuire
ricchezza e produzione dell'Occidente, per non schiacciare quattro
quinti dell'umanità sulle 'cose'. questo è il gioco del neoliberismo)
>
> cioé di
> > quell'orizzonte che
> > permette agli enti di essere. quello che contesto insomma è che l'uomo
> > produca senso dal nulla
>
> Questo scandalo è per Levinas invece base della relazione con l'Altro.
l'errore di un grande pensatore come Levinas fu a mio parere proprio
il non considerare l'Altro come cooriginario al soggetto. credere che prima
venga il soggetto, come ipostasi dell'essere, e poi l'apertura all'altro.
invece in H. c'è, chiarissima, l'idea della originarietà dell'essere-con,
della con-mondità. siamo sempre con-. strada che purtoppo H.
a mio parere non batté abbastanza
> Sono ancora stanco! Non ho completato neppure metà delle obiezioni! Ma il
mio
> affetto è più grande...
nessun problema, così piano piano esauriamo questa infinita discussione.
e comunque anche il mio affetto è più grande,
tuo,
Antonio
>On Tue, 27 Nov 2001 01:22:37 GMT, lugu...@tiscalinet.it (LG) wrote:
>>Che qualcuno voglia raccontarsela su Heidegger
>>etc....
>Appeni senti la parola "Heiddeg.." ringhi come il cane a cui è
>capitato di vedere un estraneo fuori il cancello.
Perche' il cane e' amico dell'uomo. La filosofia di H. no: e' un
ladro sotto mentite spoglie. Tu ingenuamente gli apri, ma il cane lo
fiuta ed abbaia.
>Ho capito che ti sta sulle palle; però di questa furia demoniaca e
>persecutoria, ne avevo sentito parlare solo riguardo all'infausto
>Tribunale dell'Inquisizione!
Hai uno strano modo di soffrire le critiche, uno strano meterorismo
iperbolico. Infatti: cosa c'entrano la persecuzione, l'inquisizione e
la furia demoniaca? Io ribatto a quanto appare sul sito. Pretendi
forse che quanto appare resti incontestato? Nel qual caso dovro'
deluderti: la tua scoppiettante polpetta non addormentera' il mio
cane.
>Viene da pensare a chi e a come possa essere il tuo padrone.
Io sono il padrone del mio cane.
E per intanto abbiamo pero' conosciuto il tuo....
LG
>masticazioni si rumina baffutamente tedesca in ciň che nega,
assurdo, assurdo.
> č spettacolo
>d'altri tempi. E non par flautolenza buffonesca il
>canto -gabble gamon uno di noi uno di noi, ti accettiamo, ti accettiamo uno
>di noi, uno di noi.- ?
>
assurdo, assurdo (in formazione chiasmica)
>Perche' il cane e' amico dell'uomo. La filosofia di H. no: e' un
>ladro sotto mentite spoglie. Tu ingenuamente gli apri, ma il cane lo
>fiuta ed abbaia.
>Hai uno strano modo di soffrire le critiche, uno strano meterorismo
>iperbolico. Infatti: cosa c'entrano la persecuzione, l'inquisizione e
>la furia demoniaca? Io ribatto a quanto appare sul sito. Pretendi
>forse che quanto appare resti incontestato? Nel qual caso dovro'
>deluderti: la tua scoppiettante polpetta non addormentera' il mio
>cane.
Guarda che te l'ho detto mille volte che non sono, e non voglio
essere, l'avvocato del diavolo -che ai tuoi occhi H. impersona.
Pensala come ti pare. Non sarň io di certo a dirti che quelle che hai
sotto i piedi non sono scarpe ma pantofole...
>>Viene da pensare a chi e a come possa essere il tuo padrone.
>Io sono il padrone del mio cane.
come si chiama? LG?
>E per intanto abbiamo pero' conosciuto il tuo....
Ti spiattelerei al muro come un insetto fastidioso, quando il tuo
pungiglione cerca di farmi arrabbiare - e forse la sua stolta
insolenza ci riesce pure....
A parte tutto, sei sempre il piů forte fra i "Vecchi Stronzi Prodigi"
che conosca! :-)
Un affettuoso saluto
Ad un pronto rileggerti
>LG
Andrea
>On Mon, 03 Dec 2001 12:15:22 GMT, lugu...@tiscalinet.it (LG) wrote:
>Ti spiattelerei al muro come un insetto fastidioso, quando il tuo
>pungiglione cerca di farmi arrabbiare - e forse la sua stolta
>insolenza ci riesce pure....
Abbaio ma non mordo. Certo, se viene a scrollare il cancello...
LG