Lavora moltissimo. Insegna all'università, scrive libri, articoli,
risponde a lettere sui temi più disparati, ha una dozzina di pazienti
in terapia. E gli argomenti vanno dal corpo all'anima, dall'alchimia
al vuoto, dall'adolescenza alla visione, alla tecnica, come
testimoniano le raccolte degli articoli pubblicati su Il Sole-24 ore.
Il centro del suo discorso, sviluppato nel libro "La terra senza il
male", è il pensiero simbolico, dove il simbolo non è un concetto ma
un'azione, l'azione di mettere insieme degli opposti (dal greco
syn-ballein "mettere assieme"). "Chi cerca un significato nei simboli
cerca qualcosa che non esiste. I simboli non significano, agiscono,
producono delle tensioni. Tensioni rilevabili a livello psicologico,
conflitti, nei casi più gravi psicosi, che poi sono anche le grandi
immagini della trasformazione individuale e collettiva, dei
cambiamenti d'epoca, delle tappe della vita".
In un percorso a cavallo tra la psicanalisi e la filosofia, la
conclusione cui arriva Umberto Galimberti è che la prima è una scienza
minore rispetto alla seconda: "Se si entra bene nel profondo, la
filosofia è più terapeutica della psicanalisi".
D-> Come ha affrontato il tema della morte nella sua ricerca?
R: La morte non parla con voce propria, non dice: "Io sono la morte,
la morte è questa", parla attraverso mediazioni culturali. In Grecia
morire ha un senso, in un contesto giudaico-cristiano ne ha un altro,
nell'epoca della tecnica ne ha un altro ancora. Ma è sempre la cultura
che interpreta la morte. Per discutere della morte, allora, dobbiamo
decidere in quale cultura muoverci. I Cristiani, che sviluppano il
concetto di mortalità del corpo e di sopravvivenza dell'anima, parlano
di qualcosa che non appartiene alla loro tradizione, perché secondo la
tradizione giudaico-cristiana l'anima non esiste. Manca addirittura la
parola per dire anima. Nel "Credo" i Cristiani invocano la
resurrezione del corpo, non l'immortalità dell'anima.
L'anima è un concetto greco. Non è però pensata come il "luogo" della
soggettività, qualcosa che gioca le sue carte nell'eternità o
nell'immortalità. I Greci, non fidandosi dei sensi che sono
ingannevoli, pensano all'anima come alle strutture razionali
necessarie per dominare la natura. I Cristiani rubano questo concetto
di anima perché funziona a livello popolare. All'inizio San Paolo era
convinto che non sarebbe mai morto, poi che sarebbe stato assunto in
cielo direttamente, poi, visto che a Corinto morivano, che anche i
Cristiani morivano, si rassegna all'idea che bisogna morire e recupera
il concetto greco di anima. E l'anima, che in Grecia vuol dire
ragione, viene riproposta dai Cristiani in termini di salvezza, anche
se questo è per lo più un sentimento popolare: nessun teologo
cristiano parla infatti dell'immortalità dell'anima. Quindi anche il
cristiano percepisce l'essere umano interamente come corpo che
aspetterà l'ultimo giorno per la sua resurrezione.
D-> E i Greci?
R: Loro invece avevano dei concetti più modesti, non avevano desideri
infiniti come i Cristiani, e l'essere umano era qualificato come
"brotos", mortale. Omero non dice mai "anthropos", uomo, dice "i
mortali". Il concetto di mortale è un concetto radicato, perché
l'essere umano definisce se stesso a partire dalla morte. E la morte
diventa poi in qualche modo l'essenza del tragico. La tragedia non è
un genere letterario, è un accadimento tragico che nasce in Grecia e
muore in Grecia: solo il greco può pensare in modo tragico, il
cristiano e il protestante non possono farlo perché se credono
nell'immortalità non c'è nessuna tragedia. Il greco sa che con la vita
sulla terra finisce tutto, che l'essere umano può vivere solo se
costruisce un senso (a differenza dell'animale che è esonerato da tale
costruzione). E tutto questo in vista della morte, che è l'implosione
di ogni senso.
Quindi l'individuo si trova qualificato da una produzione di senso
senza la quale non può vivere, in vista della sua implosione, che
allude all'insignificanza di quel senso. Qui nasce la tragedia. Essa
viene in qualche modo compensata con la filosofia, che porta le
contraddizioni esistenziali a livello logico, quindi le acquieta. I
problemi logici si possono risolvere, quelli esistenziali un po' meno.
La filosofia potrebbe quindi essere pensata come un rimedio al dolore.
Ma tornando alla morte, per i Cristiani è stata un business, nel senso
che attraverso la dimensione della morte c'era la possibilità di
regolare le esistenze terrene in vista di una remunerazione o di un
castigo. Un business che però ha fatto anche civiltà, perché solo
regolando le grandi folle si riesce in qualche modo a dare degli
argini di comportamento. Bisogna considerare che l'essere umano è
fondamentalmente pazzo, se dovesse seguire se stesso sarebbe la guerra
totale di tutti contro tutti. In effetti, tutte le religioni compiono
una grandiosa azione terapeutica di massa rispetto alla quale la
psicanalisi è molto indietro.
Mi rendo conto che la simbolica psicanalitica è molto più povera di
quella religiosa, e che molto raramente riesce a catturare le metafore
di base dell'umanità. Le religioni che hanno successo sono proprio
quelle che hanno afferrato tali metafore. Il successo di una religione
è l'indizio della sua verità, intendendo per verità la capacità di
catturare le metafore psichiche collettive di un popolo. Naturalmente
tutto questo all'interno della grande scissione tra Oriente e
Occidente, che possiamo porre in maniera radicale. Io non considero
l'Oriente antagonista dell'Occidente, bensì la sua preistoria.
D-> In che senso la preistoria?
R: In passato l'Occidente era come l'Oriente, ma ad un certo punto è
successo quell'evento pazzesco che è stato il mondo greco, che ha
realizzato un'operazione fondamentale: l'astrazione. L'orientale è
rimasto invece attaccato al concreto, all'immagine, interiore o
esteriore. L'orientale non dice "l'albero", bensì "questo" albero
della vita e della morte, "questo" ceppo della luce e delle tenebre.
Invece il greco comincia a dire "l'albero", "il cavallo", definisce
l'astratto. Attraverso l'astrazione abbiamo prodotto scienza e
tecnica, che sono stati degli eventi bestiali dal punto di vista della
storia dell'umanità.
Oggi l'umanità non è più riconoscibile come "io e tu", ma è
riconoscibile come statistica, come campionatura, come massa.
L'occidentale ha eliminato l'individuale e ha prodotto il categoriale.
E allora l'Oriente finisce per essere la preistoria dell'Occidente
perché è rimasto agganciato al concreto, così come è agganciato al
concreto il bambino, che non riesce a pensare in modo astratto.
Non sto dicendo che l'astratto sia meglio del concreto, ma che
l'astratto ha una potenza sicuramente superiore al concreto, perché
con un nome definisce la totalità, con una mossa muove un sistema,
mentre nel concreto posso modificare una singola cosa, un singolo
individuo. E allora tutto questo vuol dire che l'astratto ha vinto.
D-> Quindi ha vinto l'Occidente
R: L'Occidente ormai diventa la forma della Terra, rimuovendo
l'individuo e soprattutto la psicologia o l'interiorità, a seconda dei
linguaggi storici o religiosi, che poi all'Occidente poco interessano.
A una logica astratta non interessa chi sei, quanto soffri, se ami, se
sei felice. Io ti devo semplicemente prendere in considerazione per la
tua confacenza o non confacenza all'apparato. Sei significante a
partire dalla tua funzionalità.
L'Occidente, in quanto struttura astratta, genera scienza e tecnica e
attraverso queste due grosse leve del sapere e dell'operare universale
darà forma al mondo, perché scienza e tecnica sono volontà di potenza
molto forti. Esse non hanno lo scopo di salvare gli esseri umani, ma
semplicemente il proprio potenziamento. A partire da qui, tutti i
discorsi sentimentali, emotivi, religiosi diventano una volontà di
potenza debole, che non riesce a fermare assolutamente tale processo.
D-> In un tale contesto la morte perde valore...
R: Certo, diventa insignificante. Dal punto di vista dell'astrazione
la morte dell'individuo è puro ricambio. Oggi i morti si mettono via
come i rifiuti, non c'è più onoranza, non c'è condivisione del dolore.
Questo è l'Occidente, dove gli individui stanno male e non hanno
neppure più risorse per pensarsi al di fuori di questa struttura.
L'individuo oggi è diventato un semplice ripetitore del monologo
collettivo ascoltato in televisione e che non ha più niente da dire di
suo, generato da sé. C'è solo un confuso rumore di fondo.
Naturalmente con la cessazione dell'individuo come soggetto storico si
perde la specificità del linguaggio, dell'interiorità, della qualità
sentimentale. È difficile sperare che qualcosa possa risorgere
all'interno di questa struttura, dal momento che la cultura tecnica,
astratta, conformista, è la condizione per l'esistenza di tutti, cui
tutti gli individui non possono che regolarmente conformarsi. E la
morte sarà semplicemente la fine dell'esistenza, al limite neppure più
drammatica di prima, perché le morti sono drammatiche per quel tanto
di interiorità che si è sviluppata. Per drammatico non intendo solo
doloroso, ma significante.
D-> Quindi nell'età della tecnica la morte è diventata un fatto
tecnico.
R: Sì, nel senso che siamo deprivati delle condizioni psicologiche
per percepire il mortale. Nel cinquecento i padri vedevano morire i
figli, i figli vedevano morire i padri. C'erano pestilenze, guerre,
quindi la morte faceva parte del bagaglio dell'esperienza. Noi ora
viviamo esperienze prive della percezione della morte e quindi non
sviluppiamo neppure categorie psicologiche adeguate a una lettura di
questo fenomeno. E allora la gestione del malato viene subito affidata
all'apparato tecnico, al medico, che si prende cura della malattia e
della morte. Per questo motivo lo stesso malato sposta tutta la sua
fiducia sulla tecnica. Un malato grave vedrà volentieri il prete, se è
religioso, un amico, la fidanzata, ma soprattutto il medico, cioè il
tecnico. Questo è l'Occidente, che però è un quinto dell'umanità.
D-> E al resto dell'umanità che succede?
R: Ne restano quattro quinti, non tecnici, che utilizzano però
strumentazione tecnica senza avere mentalità tecnica. Io non credo che
chi viene, ad esempio, dalla Nigeria abbia la disposizione mentale
tecnica, sappia pensare in astratto, come la tecnica esige.
Bisognerebbe analizzare se c'è effettivamente una capacità di
astrazione in culture dove l'astrazione non ha mai generato nulla o
non è mai stata praticata. La difficoltà degli extracomunitari non è
quindi solo di natura esistenziale, ma è anche una difficoltà di
percezione dell'astratto, a cui non sono assolutamente allenati. Così
come noi non siamo allenati al concreto se non in vecchiaia, quando
cominciamo a contemplare "questo" albero, "questo" prato, "questa"
foglia, quando ci rendiamo conto di dove siamo vissuti. Cioè quando
siamo usciti da questo mondo occidentale.
Considero la tecnica come la forma più alta di razionalità, e la
razionalità naturalmente prevede l'eliminazione di tutto ciò che è
irrazionale: l'interiorità, il sentimento, il proprio angolo visuale
non omologabile. Tutto ciò che per la tecnica non è omologabile, è da
eliminare perché disturba. Alla tecnica interessano i soggetti
uniformi, facilmente sostituibili, quindi non creativi. Un creativo è
un elemento di disturbo. Più sei omologabile a un altro più mi servi
perché quando stai male c'è qualcun altro che ti sostituisce.
D-> Nell'articolo in cui recensiva il libro "La vita breve" di Rossana
Rossanda e Filippo Gentiloni si affermava che la morte non è uguale
per tutti. Per gli occidentali è peggio, per la grande accentuazione
che si dà all'Io. In Oriente, dove invece è intesa come un ritorno al
tutto, è un evento più sereno.
R: Noi la nozione di "Io", come concetto teorico, ce l'abbiamo da
2500 anni, dall'epoca di Platone. Come concetto psicologico da tre
secoli. Prima di Platone si parlava di cosmo, di Tutto. Lo stesso
Platone dice: "Non pensare che questo cosmo sia stato costruito per te
misero individuo, sei tu piuttosto che sei costruito per l'universa
armonia". Però, introducendo la nozione di anima, introduce anche il
principio della soggettività. È un fenomeno esclusivo dell'Occidente
cristiano. Occidente e Cristianesimo sono la stessa cosa perché
l'Occidente è stato formato con categorie cristiane che sono
sostanzialmente una mescolanza di categorie greche e categorie
giudaiche.
Il Giudaismo non aveva il concetto di individuo, ma di popolo, e la
Grecia comincia a introdurre il concetto di individuo a partire da
quello di "polis", città. Però nega che dell'individuo si possa avere
un sapere. Aristotele lo dice chiaramente: "Dell'individuo non c'è
sapere perché il sapere c'è solo delle cose che si ripetono nella
stessa maniera ovunque e che sono ovunque constatate allo stesso
modo". E l'individuo non rientra in tali categorie.
Il potenziamento dell'individuo è avvenuto nel Cristianesimo con
Agostino che, prendendo il concetto di anima da Platone, lo fissa come
il luogo dell'interiorità, il principio della soggettività
individuale. Da allora il concetto di anima è diventato la sede della
soggettività.
Questo fatto si è accentuato ulteriormente con il Protestantesimo.
Infatti Lutero dice: "Augustinus philosophus nostrus". Il
Protestantesimo ha eliminato quella dimensione comunitaria che è la
Chiesa: c'è il rapporto diretto della soggettività con Dio. E gli
occidentali sono vittime di questa dimensione egoica.
Poi il capitalismo ha trasferito questa soggettività nella proprietà
individuale e l'Io si è così trasferito nella proprietà. Infatti
quando si viene spogliati della proprietà individuale si tende anche a
sopprimere l'esistenza, ci sono fenomeni di suicidio. E allora
l'occidentale, dicendo "Io" e non più "noi", vive la morte più
drammaticamente, perché la vede come evento solitario.
D-> In altri popoli il concetto di Io non esisteva.
R: È vero, c'era quello di gruppo, di totem, di comunità, dove si
muore ma non si è mai morti per davvero. Il morto resta nel gruppo: si
fanno giochi con i morti per circa sette anni, si disseppelliscono, si
traffica con le tombe. Per noi invece finita l'egoità è finito tutto.
Per questo è più drammatico. Però è una drammatizzazione vissuta
durante la vita, non nel momento della morte.
La morte è drammatica come pensiero, non come fatto in sé. Ed è più
drammatica perché il concetto di Io non implica solo il soggetto, ma
anche l'amore che il soggetto ha per sé. Il narcisismo, l'amore per
sé, è un fenomeno solo occidentale. È impensabile una dimensione
narcisistica in un contesto dove la comunità è il primo fondamento
della relazione. Ciò di cui si soffre pensando alla morte è il dover
dire addio a se stessi. Ci sono poi i Cristiani che pensano che ci sia
qualcuno che venga a raccogliere la loro anima, altri pensano che
invece la loro anima finisca, che non ci sia proprio... Questo
spettacolo del nulla è uno spettacolo serio.
D-> Quel nulla di cui parlava nell'articolo: "La morte è quel farsi
buio del mondo davanti ai nostri occhi sbarrati su quel nulla che
abbiamo tenuto nascosto per tutta la vita". Così lei vede la morte?
R: Sì, ne sono assolutamente certo, anche se sono assolutamente
certo che tutte le fedi sono rispettabili e considero una fede anche
il non aver nessuna fede. Però ho la dignità del greco che dice:
"Perché devo essere immortale? Che importanza ha che io sopravviva?".
A Fedone, che gli suggerisce di scappare prima del suicidio, Socrate
risponde: "Quello che avevo da dire l'ho detto, il mio lavoro è
compiuto...". Io sono contrario al prolungamento sconfinato della
vita, che poi è un prolungamento biologico quantitativo, perché quando
sei lì così, che non capisci più niente, la socializzazione non c'è
più, non sei più funzionale...
D-> Per il Buddismo la morte viene trasformata valorizzando la vita,
cercando di vivere momento per momento quello che accade. Nel suo
libro "Parole nomadi" lei parla dell'etica del viandante, che ricorda
questo punto di vista.
R: Sì, certo. Vivere il presente. Però bisogna saper dire "addio".
Non bisogna affezionarsi. Stasera monto la tenda qui e domani dico
addio a tutti quelli che ho incontrato questa sera. È l'etica del
viandante contro l'etica del territorio, del carattere, della
proprietà, che sono poi i valori occidentali.
Il viandante è chi non è garantito nel suo territorio, nella
proprietà, nella legge, e quindi è costretto a stabilire delle
relazioni in quanto se stesso. Tutto ciò non è facile e lo sanno bene
anche gli immigrati. Però queste leggi, queste proprietà finiranno per
sparire per effetto stesso della struttura occidentale, perché la
tecnica prevede innanzi tutto la deterritorializzazione.
Oggi nessuna economia si fonda su una nazione, esiste già la
deterritorializzazione totale dell'economia, già il territorio per la
tecnica significa poco. La tecnica eliminerà tutte le strutture
portanti che sostengono l'individuo, e a questo punto bisognerà
inventare delle relazioni non garantite dalla terra, dalla proprietà,
dal territorio, dalla legge e dalla morale di ciascun popolo.
Bisognerà reinventarle da capo. Il viandante vive il presente perché
non ha una meta, non è il viaggiatore che arriva. E quindi percepisce
il presente di volta in volta. Questa è la sua capacità. Noi non siamo
capaci.
L'individuo può fare solo quello che gli è consentito nell'ambiente in
cui vive. Se l'ambiente è quello della razionalità tecnica, l'essenza
di questa razionalità è la previsione, il lancio dello sguardo sul
futuro. Il presente passa via in vista del suo superamento.
A questo ha dato man forte anche il Cristianesimo, perché con il suo
concetto di immortalità dell'anima ha significato che la terra è
solamente un luogo in cui si accumulano meriti per l'aldilà, e quindi
quello che conta è sempre il futuro, un futuro lontano, che però
devalorizza questo tempo. Nietzsche, che aveva colto questo concetto,
parlava di un aldilà inventato per calunniare l'"al di qua". Questo
"al di qua" è il presente, che noi non siamo più capaci di vivere,
perché non abbiamo più gli strumenti psicologici per viverlo.
D-> Prima lei accennava al fatto che le persone anziane uscite da
questa logica sono diventate inutili, improduttive, dei fardelli di
cui liberarsi al più presto. C'era Simone de Beauvoir che diceva che
sono ormai considerati non più umani. Lei è d'accordo?
R: Io posso anche avere un concetto di me, ma siccome ogni identità è
sempre data dal riconoscimento, se la società mi disconosce come
essere significante io posso pure raccontarmi che conto, ma non
costruisco nessuna identità. Quindi anch'io finisco per concedermi al
giudizio misconoscente della società. Se la società tratta gli anziani
come dei poveri deficienti, anche il vecchio pensa: "Sì, io sono una
persona nobile però sono un povero deficiente perché nessuno mi
riconosce interessante". Se la società non mi riconosce, io ho un bel
da fare per dire che valgo qualcosa. Il successo di Dio è che quando
non ti riconosce più nessuno c'è almeno un Padre Eterno che ti
riconosce. Se non ci fosse questo problema del riconoscimento anche il
Padre Eterno avrebbe meno successo.
D-> Passa da qualche parte il cambiamento?
R: No, io vedo due scenari: il primo più probabile è che l'Occidente
diventi la forma della Terra attraverso un misconoscimento pesante,
anche fisico dell'umanità; il fatto che milioni di bambini muoiano
ogni anno di fame vuol dire che c'è la possibilità, l'accettazione
tranquilla che l'umanità non utilizzabile debba morire. Oggi noi
stiamo in una condizione peggiore dello schiavismo del '500, perché in
quell'epoca gli schiavi, siccome erano utili, avevano quantomeno salva
la vita, gli davano da mangiare. Oggi alle popolazioni inutili non
danno neanche più da mangiare. Questo lo fanno anche gli stessi
abitanti del terzo mondo, gli sfruttatori dell'Estremo Oriente che
fanno lavorare gli adolescenti per diciotto ore giornaliere, li fanno
soffrire o morire.
Il secondo scenario è che gli altri quattro quinti dell'umanità
riescono a mandare in tilt la tecnica, che è una struttura
potentissima, ma anche fragilissima (basta togliere la corrente per
sei ore a New York e c'è il caos). In tal modo però avremo il caos del
mondo, ma non un nuovo mondo. A meno che l'Occidente e anche questa è
un'ipotesi probabile, non venga gradatamente polverizzato
dall'immigrazione. Non quella dei singoli, dove ciascuno viene
occidentalizzato, ma una migrazione di massa.
D-> Non esiste la possibilità di una pacifica integrazione
multietnica?
R: Non credo che gli esseri umani siano buoni, soprattutto perché
sono cattivi quelli potenti. La volontà di potenza non consiste
soltanto nel far fuori gli altri o nell'affermare se stessi, ma nel
creare le condizioni per poterli far fuori sempre, in qualsiasi
momento. La volontà di potenza dell'Occidente non si accontenta di
fermarsi e di vincere, crea le condizioni per essere invincibile.
D-> Lei non crede che ci sia un nuovo bisogno di spiritualità?
R: Credo che ci sia, ma non penso che possa trasformarsi in una
volontà di potenza, non la vedo diventare la forma del mondo... Io
ragiono in questa maniera: Dio esiste? Certo nel Medioevo esiste.
Perché esiste? Perché se si scrive di poesia si fa la Divina Commedia,
se si fa arte si fa arte sacra, se si parla di donne si parla di donne
angeli. Quindi Dio esiste. Cioè Dio fa mondo. Oggi Dio fa mondo? La
gente oggi si agglutina a partire da Dio come nel Medioevo? No. Quindi
Dio è morto.
Questo è il senso dell'affermazione di Nietzsche. Allora la
spiritualità come esigenza individuale va bene, ma per avere speranza
bisogna che la spiritualità diventi la forma, il modo in cui si fonda
una società. Finché non accade questo, la spiritualità rimane un
evento individuale. In quanto individuale appartiene al privato e in
quanto privato non interviene nel sociale. Qualcosa di simile
all'amore. Tutti parlano d'amore, scrivono lettere ai giornali per
l'amore, perché l'amore non fa società. E quel che manca lo si
desidera, ma non fa mondo. Oggi le persone non si amano, anzi.
D-> Ma fare mondo è questione di numero o di qualcos'altro?
R: No, è questione di persuasioni collettive, di condivisione.
Costruire il mondo da quello che si definisce come spiritualità, come
valore diffuso collettivo. Ma se il mondo si organizza in base al
business, è il business che fa mondo, non è la spiritualità. La
spiritualità resta un anelito dell'individuo. Le prospettive a venire
sono in questa direzione. Dobbiamo stare attenti a quali sono le
parole che fanno mondo. Se è la parola Dio, allora Dio ha vinto, se è
la parola denaro allora ha vinto il denaro, se è la parola tecnica
allora ha vinto la tecnica. In base a che cosa la gente si agglutina,
lavora, produce, abita, comunica? Qual è il mediatore di tutte queste
cose? È Dio? No, e allora Dio è morto.
D-> Però la tecnica non riesce a colmare il senso di vuoto, il
nichilismo di quest'epoca...
R: Lo so. Però se io per mangiare ho bisogno di aprire un
frigorifero, se per andare a lavorare ho bisogno della metropolitana,
la tecnica diventa la condizione per la realizzazione di qualsiasi
cosa, tant'è che anche il Papa usa la tecnica per diffondere il
Cristianesimo. E allora ciò che è condizione per la realizzazione di
qualsiasi fine diventa il primo fine della gente. Dopodiché c'è una
salvezza solo ritirandosi dalla gran massa, una salvezza depressiva.
Nel senso che io vivo in un mondo che ostacola il mio profondo, ma se
tento di ostacolare il mondo sono perdente.
Il peccatore del Medioevo espulso dalla comunità trovava mondi
alternativi, uno espulso dalla tecnica oggi cosa fa? Il bohemien? Ciò
equivale a dire che non è più nel mondo. Questo è il problema. Perché
la tecnica è così totalitaria che rispetto a essa i nazismi e i
fascismi sono solo delle recite da teatro di periferia. Ma questo non
deve deprimere. Noi partiamo sempre dalla parola "essere umano",
arricchendo i nostri bisogni psicologici e spirituali, poi l'essere
umano abita "questa" terra concreta, non "il mondo", ma "questo"
mondo.
D-> Quindi la risposta è comunque individuale ?
R: Si risponde a se stessi, però, non al mondo. La spiritualità è
come una storia d'amore. Quando si è innamorati non ci si chiede se
c'è in giro l'amore, si sta bene e basta. E forse bisognerebbe
accontentarsi di questo.
D-> Torniamo alla morte. A un malato incurabile è giusto dirgli la sua
condizione?
R: Io sono dell'idea che bisogna ingannarlo il più possibile. Anche
perché subentrano già dei meccanismi di rimozione naturali della
morte, e non capisco perché bisogna venir lì con l'autorità della
scienza medica a dire: "Tu muori", quando la natura stessa mi difende
facendomi deviare dal pensiero della morte.
D-> Susan Sontag nel libro "Il cancro e le sue metafore" diceva: "Mi
sono ammalata, l'ho voluto sapere e ho lottato contro questa
malattia". Non pensa che conoscendo il proprio destino si possa
lottare con più forza per sopravvivere?
R: Non bisogna tendere alla propria salvezza, perché anche questa è
una volontà di potenza individuale. Bisogna essere greci e accettare
la fine della propria vita. Come Socrate. Gesù vive la morte in
maniera tragica, mentre Socrate beve la sua cicuta, ed è tranquillo...
Tu non sei così decisivo neanche per te stesso, proprio in virtù di
quel presente che si diceva. Ti è capitato di vivere quel tanto che ti
è capitato di vivere. "Orthòs métron", dicevano i Greci, la giusta
misura. Invece noi siamo smisurati nei desideri, nelle speranze, come
nella disperazione e nel dolore.
D-> Lei come introdurrebbe un bambino al tema della morte?
R: Non lo introdurrei perché non capirebbe.
D-> Lo vedono nei cartoni animati, nei film....
R: Sì, lo vedono e poi lo agiscono come un fatto della vita. Ma non
si devono introdurre i bambini alla morte. Perché nascono da un
modello di morte. Quelle favole che raccontavano ai bambini, che
adesso non raccontano più e fanno malissimo, erano a base di cose
terribili. Cappuccetto Rosso, il lupo, squarciar la pancia, mangiar la
nonna... Il bambino vive angosce di divoramento, angosce di
soppressione, e l'angoscia originale da cui si nasce, l'angoscia di
separazione. Quelle storie facevano bene perché il vissuto angosciante
del bambino veniva trasferito su Cappuccetto Rosso, sulla nonna. I
bambini nascono già con l'esperienza della morte, da cui si emancipano
vivendo. L'unica maniera di essere sicuri di venir fuori da questa
angoscia è che si continua a vivere, che il cibo c'è continuamente.
D-> A volte però esiste la morte serena, tra i propri cari, come si
viveva una volta, una morte che sembra far parte della vita.
R: Il modello antico, greco-romano, era quello della morte eroica.
Poi la morte di vecchiaia, dell'uomo giusto nel proprio letto, è un
concetto modesto e proprio del Cristianesimo. È più un quadretto...
L'uomo giusto, se è giovane è inferocito, se è vecchio è rimbambito.
La morte dipende anche dalla percezione che uno ha di essa. Comunque
il problema è dire Io. Più alto lo dici, più alto è il concetto di te,
più alto è l'amore per te, più grande è il dolore che ti aspetta. Se
dici Io la morte è terribile.
D-> Allora, dal punto di vista di rinunciare all'Io, sarebbe giusto
donare i propri organi in caso di morte cerebrale?
R: Io sono contrario. Cioè, se quando muoio serve qualcosa che la
prendano pure, ma sono contrario come principio, perché è un altro
modo di non accettare la morte. Soprattutto perché significa
sostanzialmente concepirci in maniera tecnica totale, come pezzi di
ricambio e basta. Senza aggiungere poi che quando si affermerà questa
mentalità te li raccomando i bambini dei paesi sottosviluppati!
C'è di nuovo una non accettazione del limite. Il greco cosa ha
insegnato? Accetta il tuo limite. Chi conosce il suo limite non teme
il destino. Invece la tecnica è l'oltrepassamento di tutti i limiti...
Ma il concetto di base è che sei materia prima. Sei già materia prima
quando vai in ospedale, dove non conti più come soggetto, sei
rubricato in base all'organo ammalato, non sei più individuato per te
stesso. Con questo atteggiamento si eliminano molte terapie che
potrebbero insorgere nel soggetto per il solo fatto di essere
considerato come tale, invece che come portatore di un male. Già lo
sguardo medico inibisce le possibilità di risveglio.
Oggi mettere via un morto è una pratica burocratica, non c'è neanche
più il corteo, la musica, la processione. Si fa presto, per non
intralciare il traffico. Non c'è neanche più l'elaborazione del lutto,
si dice che la vita riprende, e con queste battute idiote si cerca di
non accostare quello che non sappiamo più accostare. Cose che
l'umanità ha sempre saputo accostare, perché erano lì sotto gli occhi
tutti i giorni. Erano molto più attrezzati, prima, a vivere nascita,
morte, iniziazione, trapasso. Oggi invece la morte è diventata più
drammatica proprio perché non ci sono più gli strumenti per
catturarla, per viverla.
D-> Ma la psicanalisi agisce in qualche modo?
R: La psicanalisi è una metafora minore. Ti porta a conoscere ciò che
sei, così elimini i conflitti che nascono dai desideri a cui non
corrispondono possibilità. Oppure serve a tirar fuori delle
potenzialità che tu ignoravi e che non hai mai tirato fuori. Lavora su
ciò che c'è, non va oltre di un millimetro.
Però è importante sapere ciò che si è. La psicanalisi agisce come
suggeriva Nietzsche: "Diventa ciò che sei". Mentre noi purtroppo
viviamo delle vite balorde, in cui pensiamo di essere quello che
effettivamente non siamo o desideriamo quello che non siamo capaci di
ottenere. O non conosciamo le risorse che magari avremmo, genialità
che abbiamo sotterrato per paura...
Tutto quello che non si esprime diventa nevrosi, il desiderio che
oltrepassa le possibilità diventa nevrosi. Ecco, la psicanalisi gioca
in questo piccolo range del desiderio, delle disponibilità. Ma non è
una salvezza.
D-> Secondo lei esiste un'indicazione spirituale interiore che possa
parlare a tutti gli esseri umani?
R: Lei forse intende una via, un proprio cammino. Ma proprio perché
"proprio", individuale, non può essere universale, questo è il
problema. Dobbiamo arrangiarci, stare un po' meglio in un contesto non
favorevole...
D-> Non c'è un antidoto, una soluzione?
R: No. Io non riesco a vedere né il bene né il male, il mio è uno
sguardo fenomenologico: guardo, registro ciò che succede. Siccome sono
un uomo senza speranze, e si vede benissimo, non cerco neanche
salvezze. Racconto. Qual è allora la mia funzione "etica"? Siccome la
gente vive in un mondo di mille illusioni faccio da buon testimone del
modo per cui secondo me le cose vanno.
Ma non mi propongo di salvare nessuno. Il mio compito è assolutamente
anti conversione. Vivo quel tempo che devo vivere e poi basta. Come le
piante, gli animali, con qualche problema in più perché noi abbiamo
anche la corteccia. Potremmo dire che le religioni sono il residuato
del cervello antico, se vogliamo parlare con il linguaggio medico, e
noi oggi viviamo in culture che non sono organizzate a partire dal
cervello antico, e sono quindi prive di immaginazioni, follie,
entusiasmi, celebrazioni del dolore. Noi viviamo in una società
organizzata sotto la corteccia, quindi in schemi di razionalità pura,
e tutto ciò che non è razionalità pura deve essere vissuto
interiormente, così come l'amore, il desiderio, la speranza, la
salvezza...
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Vedi anche precedente post -> Galimberti
Chi volesse i testi che riporto in formato word mi scriva prv.
Per il resto vedi: http://philo.cnm.unive.it/galimberti.html
e http://lgxserve.ciseca.uniba.it/lei/rassegna/analisi.htm
LG
anche se due cose vorrei commentarle
> D-> Allora, dal punto di vista di rinunciare all'Io, sarebbe giusto
> donare i propri organi in caso di morte cerebrale?
> R: Io sono contrario. Cioè, se quando muoio serve qualcosa che la
> prendano pure, ma sono contrario come principio, perché è un altro
> modo di non accettare la morte. Soprattutto perché significa
> sostanzialmente concepirci in maniera tecnica totale, come pezzi di
> ricambio e basta.
questa mi pare un'implosione del pensiero, il punto in cui esso diviente
disumanizzato e disumanizzante, perché perde la sua proprietà ed
eccezionalità di essere proprio, irricusabilmente, dell'essere umano.
mi pare un'avvitamento inconsapevole nella violenza dell'illimitato
che lo stesso Galimberti spregia. è lo sguardo fenomenologico che
si rovescia sciaguratamente nell'etica, nella norma, per effetto forse
di presunzione, di arroganza, di hybris.
ad essere utilizzati sono tipici argomenti heideggerriani come quello
di 'usura della Terra', 'oggettivazione' e 'dominio tecnico della terra'.
solo che poi H. parlava anche di 'Gelassenhait", cioé di 'lasciarsi andare',
'abbandono', alla tecnica. che significa abbandonare le cose della tecnica
e abbandonarvisi, cioé distacco e abbandono. il che significa rimettersi
alla tecnica senza lasciarsene conquistare, accettarla ma rimanere
'aperti al mistero' che è in essa, la cui essenza non è tecnica.
(vedi H., L'abbandono, ed. il Melangolo)
> Tu non sei così decisivo neanche per te stesso, proprio in virtù di
> quel presente che si diceva. Ti è capitato di vivere quel tanto che ti
> è capitato di vivere. "Orthòs métron", dicevano i Greci, la giusta
> misura. Invece noi siamo smisurati nei desideri, nelle speranze, come
> nella disperazione e nel dolore.
qui ben altra dismisura mi è venuta in mente:
"Abbandona quest'eco di giustizia,
cedi alla sproporzione. Dunque, voltati.
La sete è nel bicchiere. Nel deserto
la sua fecondità. La notte bianca
sperdila come frughi tra i carboni
a ridare la fiamma ai volti attoniti,
spòstati con gli aculei che configgono
la notte sempre più verso la notte."
(La notte bianca, Piero Bigongiari)
saluti,
Antonio
>ludico, impietoso, sfolgorante. grazie Lg.
Devo dire con vergogna che non capisco qui il predicato
"ludico". E sono persino perplesso riguardo agli altri due.
Mi spieghi?
LG