Pur ammettendo che in questi ultimi anni in Italia sono uscite un sacco di
piacevoli novità musicali, dai PGR alla Donà tanto per citarne due che vanno
per la maggiore, un confronto tra i nostri gruppi più promettenti e i gruppi
più promettenti della scena internazionale, mi pare perdente. E non solo per
una questione statistica o di numeri: mi sembra che invece noi non riusciamo
a liberarci delle nostre radici musicali provinciali e un po' barocche.
Una delle argomentazioni più ricorrenti che si leggono sulle riviste di
critica musicale italiane nei confronti di gruppi un po' troppo orientati
verso una produzione musicale di tipo internazionale, è che, per fare musica
in Italia, se si vuole essere credibili, non si può prescindere dalla
tradizione musicale italiana soprattutto cantautorale. Come dire: sei
italiano, devi fare musica Italian style oppure noi non spingiamo i lettori
verso l'apprezzamento dei tuoi lavori.
Il risultato qual è? E' che, se prendi la Donà, seppur brava, da una parte
vedi che si ritrova a dover pronunciare 56 parole nel giro di 4 secondi, e
dall'altra a dover scrivere testi che se confrontati a quelli di Guccini o
De André valgono poco o niente. Gruppi come i Pixies o i Rem degli esordi in
Italia, per l'importanza che viene attribuita ai testi, non avrebbero mai
sfondato. Sarebbero forse addirittura stati tacciati di non essere
rispettosi della tradizione cantautorale.
Un altro cliché associato alla musica italiana è che un cantante, per
sfondare, deve avere una bellissima voce oppure una voce perlomeno
particolare. Perché per forza, dal momento che le produzioni italiane
tendono a mixare la voce relativamente alta rispetto al resto delle
strumentazioni, se canti non granché bene, la differenza si sente. Certo: è
preferibile che un cantante abbia una voce alla Tim Buckley, ma se invece ha
una voce alla Bob Dylan cosa fa? Se è incapace di cantare come Billy Corgan
cosa fa?
Anche riguardo ai mostri sacri della nostra musica confrontati ai mostri
sacri della musica internazionale, non è che vedo molta possibilità di
confronto vittorioso per gli artisti tricolore. Meglio Tim Buckley o De
André, ci si chiedeva nell'altro thread? Meglio senz'altro il primo, perché,
fondamentalmente, se il discrimine di giudizio tra un artista e l'altro
dev'essere la qualità di un testo (bellissimi, comunque, anche quelli di
Buckley) non parliamo più di musica, ma di poesia. La musica va giudicata
per la musica, i testi sono un valore aggiunto. Perché quando ascolto i
Sigur Ros, che non cantano neanche in islandese, dei testi me ne frega
niente. E' la musica la chiave che mi permette di apprezzarli, e la voce la
giudico in base alla modulazione, e non in base alla profondità dei concetti
che pronuncia (profondità difficilmente raggiungibile dal 90% degli
scrittori di testi musicali, soprattutto se confrontata con la profondità di
testi poetici di artisti della penna).
E in generale se la musica italiana è più orientata verso un impianto di
produzione musicale in cui gli strumenti e la musica stessa, in generale,
sono una sorta di sfondo per la voce narrante, come si fa a vincere il
confronto su un piano musicale con un Frank Zappa, nonostante non sia uno
dei miei beniamini?
L'esempio dei Sigur lo faccio sempre anch'io, quindi straquotissimo. Va da
sè che un bel testo abbinato a una bella musica è catalanamente meglio di un
brutto testo, ma una brutta voce è in grado di affossare anche il più bello
dei testi. Fabrizio De Andrè, peraltro, aveva una bellissima voce: non
commettiamo l'errore opposto, di utilizzare la bellezza dei testi per
sminuire la bellezza della voce. Se vuoi fare un esperimento, ascolta De
Andrè in inglese: ti chiederai se sia nato prima l'uovo o la gallina, Scott
Walker o Fabrizio.
Ps. Se non è il tuo cognome, non hai scelto un gran nick :-)
> Ps. Se non č il tuo cognome, non hai scelto un gran nick :-)
Perchč, non č il faraone?
--
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Con una frase così: "Pur ammettendo che in questi ultimi anni in Italia sono
uscite un sacco di
piacevoli novità musicali, dai PGR alla Donà tanto per citarne due che vanno
per la maggiore"?
> Con una frase così: "Pur ammettendo che in questi ultimi anni in Italia sono
> uscite un sacco di
> piacevoli novità musicali, dai PGR alla Donà tanto per citarne due che vanno
> per la maggiore"?
In effetti....eppoi ,in tutta 'sta pappardella,nemmeno un accenno a
Finisterre o Germinale....c'hai raggione,non è mica lui :)
Credo che i gruppi e gli artisti italiani migliori di sempre :
Area, Arti e Mestieri, Carnascialia, De Andre', Murolo, Alan Sorrenti, il
primo Dalla, Tenco, Mina, C.S.I., qualcosa di Battiato, Perigeo ecc.
Abbiano tutti (chi più e chi meno) "immesso" la loro italianità o meglio le
loro radici mediterranea nella musica che hanno prodotto.
Che senso ha per un gruppo italiano fare musica totalmente di stampo
anglosassone?
Certo i testi sono meno importanti della musica, ma meglio cantare cose
intelligente che scemenze...
Poi in generale più che ciò che si canta conta come lo si canta, con quale
convinzione e partecipazione, con quale sincerità..
w
>E' la
> musica la chiave che mi permette di apprezzarli, e la voce la giudico
> in base alla modulazione, e non in base alla profondità dei concetti
> che pronuncia (profondità difficilmente raggiungibile dal 90% degli
> scrittori di testi musicali, soprattutto se confrontata con la
> profondità di testi poetici di artisti della penna).
E questo perchè quanto sono in grado di tradursi i testi? Personalmente
quando un pezzo mi piace vado alla ricerca della tradzuzione......è
inngegabile che la maggiorparte dei testi stranieri fanno pietà......non
tutti intendiamoci. Ecco perchè proprio la musica in se gioca un ruolo
fondamentale.....e il testo passa in secondo piano.
> E in generale se la musica italiana è più orientata verso un impianto
> di produzione musicale in cui gli strumenti e la musica stessa, in
> generale, sono una sorta di sfondo per la voce narrante, come si fa a
> vincere il confronto su un piano musicale con un Frank Zappa,
> nonostante non sia uno dei miei beniamini?
Non sarei in grado di rispondere ma provo lo stesso. Quello che tu dintendi
come "sfondo" l'ho capito ma non posso fare a meno di notare come la musica
italiana sia meno "sofisticata" e ricercata se confrontata a quella
straniera. Prova ad ascoltare un cd italiano non dal vivo e un cd qualsiasi
di musica straniera: sentirai che proprio in fase di registrazione in studio
c'è una ricerca e una moltitudine di elementi che fanno impallidire i pezzi
italiani. I pezzi italiani li distingui subito: chitarra, basso, batteria,
voce, e qualche altra "cazzata", i pezzi stranieri sono strabombanti di
effetti e cmq molto più complessi. Il risultato finale è a parer mio un
qualcosa di molto più apprezzabile per quanto riguarda la musica straniera
perchè sembra più curata; d'altro canto quella italiana può vantare una
"pulizia" musicale degna di nota ma che rischia di risultare troppo banale.
Tutto questo a seconda dei casi naturalmente.
> E questo perchè quanto sono in grado di tradursi i testi? Personalmente
> quando un pezzo mi piace vado alla ricerca della tradzuzione......
perchè non goderselo in inglese? impararla sta lingua? :)
è
> inngegabile che la maggiorparte dei testi stranieri fanno pietà......
ma rotfl!
non
> tutti intendiamoci.
hmm...
Ecco perchè proprio la musica in se gioca un ruolo
> fondamentale.....e il testo passa in secondo piano.
sì ma ci sono testi che si adattano al flusso musicale e te lo fanno
assaporare il triplo, mi vengono in mente certi racconti tipo favola
metropolitana dei Belle&Sebastian, o parecchie canzoni degli Smiths... ecco
gli Smiths sono uno di quei gruppi in cui non puoi fare a meno dei testi,
magari le canzoni ti piacciono lo stesso ma ascoltare una Panic senza sapere
di cosa parla è assurdo .... così come improponibile ascoltare il ritornello
di there is a light that never goes out senza capirlo!
> Non sarei in grado di rispondere ma provo lo stesso. Quello che tu
dintendi
> come "sfondo" l'ho capito ma non posso fare a meno di notare come la
musica
> italiana sia meno "sofisticata" e ricercata se confrontata a quella
> straniera.
mah a che musica italiana ti riferisci?
Prova ad ascoltare un cd italiano non dal vivo e un cd qualsiasi
> di musica straniera: sentirai che proprio in fase di registrazione in
studio
> c'è una ricerca e una moltitudine di elementi che fanno impallidire i
pezzi
> italiani. I pezzi italiani li distingui subito: chitarra, basso, batteria,
> voce, e qualche altra "cazzata",
tipo basi campionate? sono la vera ridicolaggine.....
i pezzi stranieri sono strabombanti di
> effetti e cmq molto più complessi.
anche il lo-fi?
Il risultato finale è a parer mio un
> qualcosa di molto più apprezzabile per quanto riguarda la musica straniera
> perchè sembra più curata;
la musica che sembra curata di solito è quella prodotta per vendere milioni
di copie e non è un pregio di certo... ma forse non ci capiamo.
d'altro canto quella italiana può vantare una
> "pulizia" musicale degna di nota ma che rischia di risultare troppo
banale.
> Tutto questo a seconda dei casi naturalmente.
no, non ci capiamo...
mi sembra che invece noi non riusciamo
> a liberarci delle nostre radici musicali provinciali e un po' barocche.
Scelgo questo brano della tua interessante dissertazione, perche' e'
quello su cui non sono d'accordo.
Mi pare dovremmo affrontare il problema da un altro punto di vista: la
cultura musicale italiana è lirica, puo' piacere o no, ma mi sembra
innegabile. Tutti gli italiani che cantano non possono cancellare questo
DNA impresso da generazioni nelle corde vocali di tutti noi.
Questo porta a tutte quelle conseguenza che tu descrivi. Non si tratta di
dare piu' importanza al testo che alla musica, ma mentre il rock in
generale e' ritmo ed energia, la canzone italiana e' melodia e la melodia
in primis è canto. Quindi un disco di rock ti entra sottopelle per
l'energia che ti comunica e per la maggior parte di non anglosassoni,
chissenefrega di quello che dice !
Un disco di De Andrè, Guccini, De Gregori ti entra nel cuore per le
emozioni che i testi - insieme alla musica - ti trasmettono. Non si tratta
di sapere se e' meglio l'uno e l'altro: sono semplicemente due modi
diversi di fare musica.
La conferma di quello che dico e' l'andamento del mercato in senso largo:
se i vari Bocelli, Pausini - prima di loro, rammento, in sud america
andava da bestia Nicola DI Bari ! - sfondano all'estero e vendono
l'iradiddio, e' perche' quelli - oltre che sostenuti dalle major - sono
nell'immaginario collettivo degli altri popoli, gli italiani che cantano !
Da Enrico Caruso, si scende a Pavarotti e si arriva a Bocelli/Pausini.
Cosi' come qualunque ragazzino anglosassone arriva in Italia e con tre
accordi su un'elettrica ti colpisce, cosi' qualunque italiano - leggi
Bocelli - faccia finta di fare un gorgheggio lirico in America, stende il
pubblico che ha davanti.
Questo non significa che l'italiano non puo' o non sa fare rock e che non
esistono soprani o tenori in America, ma che comunque avra' nel modo di
farlo una sfumatura che tradisce la cultura dove e' nato.
Un esempio di quest'ultima cosa e' il blues; ormai tutti fanno blues, ma
quando lo fa un nero americano, anche se e' meno dotato musicalmente di
altri, centra sempre in qualche modo il bersaglio.
Augh ! Un po' lungo... scusate
Gigino
--
questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it
> Augh ! Un po' lungo... scusate
ma totalmente condivisibile in ogni sfumatura :)
> E questo perchè quanto sono in grado di tradursi i testi? Personalmente
> quando un pezzo mi piace vado alla ricerca della tradzuzione......è
> inngegabile che la maggiorparte dei testi stranieri fanno pietà
Ma io non semplificherei la questione così.
Qui imho ci si dovrebbe addentrare in un discorso linguistico molto piu'
profondo:io non credo che i testi in inglese (prendo come esempio questa
lingua perchè è la piu' diffusa)
"facciano pietà" o siano meno pregni di significato rispetto a quelli in
italiano.
Lì è una questione di semantica e semiologia;l'inglese è molto piu'
scarno,diretto ma piu' adatto ad una canzone (generalizzando),
l'italiano permette raffinatezze,scorciatoie,perifrasi e metafore molto
piu' eleganti ma è meno adatta dell'ingese all'interno di una canzone.
Perchè se prendiamo un testo di Tim Buckley (continuiamo cl parallelismo
tra gli autori citati in questo post e nell'altro) tra i piu' belli
("Once I Was") e lo traducessimo in italiano,esso imho perde quella
"forza" che inizia e finisce nell'esecuzione in inglese.
Se volessimo tradurre, resteremmo un po' contraddetti in quanto avremmo
,per uno dei passaggi migliori del testo) questo adattamento:
"Per i giorni in cui abbiamo riso
e per ore le che passarono veloci
tra la magia nei nostri occhi
e il silenzio delle nostre parole..."
Intendiamoci, sono versi notevoli ma ineluttabilmente migliori in lingua
inglese.
Se lo paragonassimo (breve esempio) a un Conte che dice
"e tramonta questo giorno in arancione
e si gonfia di ricordi che non sai
mi piace restar qui sullo stradone
impolverato se tu vuoi andare vai."
è naturale che ci troveremmo un'abissale differenza a favore di
quest'ultimo.
Ma non è perchè Buckley fosse meno "bravo" di Conte , semplicemente che
quei versi in inglese fanno parte dei massimi espressivi dei una lingua
anglofona in musica.
Quindi, per concludere, si potrebbe dire che il dualismo è tra le due
lingue, non certo tra due autori di lingua diversa.
So che non mi sono spiegato benissimo, ma spero che il concetto che
volevo esprimere sia un minimo chiaro :)
> Che senso ha per un gruppo italiano fare musica totalmente di stampo
> anglosassone?
A ognuno il suo, come si suol dire :)
> Poi in generale più che ciò che si canta conta come lo si canta, con
> quale convinzione e partecipazione, con quale sincerità..
Proprio vero. Tuttavia il risultato finale lo da anche la "qualità" del
testo.
Meglio Tim Buckley o De
> André, ci si chiedeva nell'altro thread? Meglio senz'altro il primo, perché,
> fondamentalmente, se il discrimine di giudizio tra un artista e l'altro
> dev'essere la qualità di un testo (bellissimi, comunque, anche quelli di
> Buckley) non parliamo più di musica, ma di poesia. La musica va giudicata
> per la musica, i testi sono un valore aggiunto.
Diciamo che dissento totalmente, sia sul paragone Buckley - De André, che
sul giudizio sui testi come 'valore aggiunto'.
E' chiaro che, se la leggi in quest'ottica, De André non fa per te, come
anche Brassens.
ldb
> mah a che musica italiana ti riferisci?
Musica italiana in generale, prendi che ne so, Tozzi, De gregori, Samuele
Bersani o qualsiasi altro.......
> tipo basi campionate? sono la vera ridicolaggine.....
Anche ma non era di queste che parlavo.
> la musica che sembra curata di solito è quella prodotta per vendere
> milioni di copie e non è un pregio di certo... ma forse non ci
> capiamo.
Beh, oddio dipende.
> no, non ci capiamo...
No, credo non ci siamo capiti........ :)
Ti faccio un esempio stupidissimo di quello che volgio dire: prendi un pezzo
dei tre allegri ragazzi morti, con batteria, chitarra, basso e
voce,ascoltalo, senti come suona "banale" nello sviluppo. Cioè come risulta
troppo semplice. Prendi lo stesso pezzo e magari faglielo suonare o
riscrivere che ne so a Richard A. o chi altri, vedrai che ci butta dentro
2000 struementi e anche effetti digitali e campionati si.
Capisci cosa intendo???
> Un disco di De Andrč, Guccini, De Gregori ti entra nel cuore per le
> emozioni che i testi - insieme alla musica - ti trasmettono.
Quoto! Per quanto riguarda De gregori, che č l'unico che ascolto dei 3!
Non totalmente, nel senso che forse non esiste nemmeno una musica di stampo
anglosassone se fai conto che ci sono 6 o 7 paesi anglofoni che hanno radici
musicali abbastanza slegate tra loro (Irlanda, Scozia, Inghilterra, Stati
Uniti coi loro 50 stati e le decine di gruppi etnici, Australia e così via).
Il punto diventa un altro ed è questo: chi l'ha detto che se io sono
irlandese, ad esempio, devo tener conto della musica celtica? Non so, ma a
me sembra che gli U2, ad esempio, fin dal primo album, fossero stati
influenzati da una marea di ascolti giovanili (dai Led Zeppelin ai Clash,
dai Cure ai Beatles) che non avevano alcuna radice con la musica
tradizionale irlandese eppure avevano ben presenti di essere irlandesi e di
vivere il Irlanda. Quello che voglio dire è che se io sono un musicista,
piuttosto che un artista, sono io a scegliere i canoni e le modalità della
mia arte. Specialmente in un mondo globalizzato in cui, a differenza degli
anni 40 o 50 che venivano citati in uno dei messaggi di questo e dell'altro
thread, basta accendere la tv ed ascoltare (di solito della scadente) musica
rap in inglese.
Pertanto oggi è difficile parlare di radici musicali. Un gruppo italiano di
ragazzi ventenni sa poco o niente della musica lirica mentre invece ha tutti
i dischi dei beastie boys e dei radiohead. Allora che senso ha parlare di
tradizione lirica italiana? Conosco molti musicisti appassionati di blues o
di jazz, e le loro radici non sono certo da ricercare nel cantautorato
italiano o nella tradizione lirica di qualche secolo fa, né tantomeno nella
musica etnica siciliana e così via. Se io sono un italiano che ascolta jazz,
tra le altre cose, le mie radici musicali sono da ricercare nel jazz,
specialmente in quello internazionale.
La musica è un genere molto soggetto a contaminazioni e che varca le
frontiere. I dEUS, ad esempio, sono un gruppo belga, ma che cos'hanno di
belga, a parte un po' di pronuncia strana in alcune canzoni? Sono un gran
bel gruppo che se fosse un gruppo italiano, tutti sarebbero lì a dire che i
testi fan schifo, che non dovrebbero cantare in inglese, che non rispettano
la tradizione lirica o cantautorale italiana.
E con questo provincialismo, che non investe solo il campo della musica ma
anche quello dell'arte (sin dalla polemica tra romanticismo e
neoclassicismo), ci perdiamo, secondo me, la possibilità di veder crescere
un sacco di gente brava.
> So che non mi sono spiegato benissimo, ma spero che il concetto che
> volevo esprimere sia un minimo chiaro :)
No, ti sei spiegato benissimo secondo me. :) Chiaro che ho generalizzato ma
non č cosě. Forse dal fatto che ascoltando per lo piů gruppi semisconosciuti
e amanti del rock/nu-metal, mi sono accorto di come i testi facciano un po
schifo: sempre i soliti. E tradotti fanno schifo proprio perchč perdono un
po del loro significato originario o l'assonanza con la musica.
Cmq il tuo ragionamento č giusto, alla fine, linguisticamente parlando siamo
sempre noi er meio! :)
> Credo che i gruppi e gli artisti italiani migliori di sempre :
>
> Area, Arti e Mestieri, Carnascialia, De Andre', Murolo, Alan Sorrenti, il
> primo Dalla, Tenco, Mina, C.S.I., qualcosa di Battiato, Perigeo ecc.
>
Il Banco scalcia in culo a metà di questi nomi
Le proprie radici saltano o dovrebbero saltare fuori in ogni caso,
impossibile dimenticare ed ignorare tutto il ns background culturale.
Io ho sempre pensato che i gruppi e7o artisti più interessanti fossero
fortemente caratterizzati.
Se pensi a:
Dylan
Beatles
Faust
Can
Miles Davis
Jefferson Airplane
ma anche
Clash
Talking Heads
Pop Group
Slint
chiunque abbia un po' di orecchio indovinerebbe almeno nel 90 % la
provenienza di ognuno di loro in un blind test.
Io credo che si possano usare tutti gli stilemi di qualsiasi genere
musicale, possibilmente mischiandoli tra loro per produrre qualcosa di
nuovo, ma credo anche che una base solida di partenza ci debba essere.
questa base può essere solo la propria cultura, che non è solo quella
musicale,.
certo al giorno d'oggi ci sono meno differenze di prima, ma ce ne sono
ancora molte e la diversità, come recita uno slogan ben riuscito, è una
grande forza.
w
Del Banco conosco solo "Darwin!", troppo poco per dare un giudizio sul
gruppo, comunque il mio non era un elenco esaustivo.
Volevo solo citare alcuni nomi...
potrei aggiungere almeno Paolo Conte e Fred Buscaglione, ma ce ne sono altri
di ottimo livello, magari anche Guccini e Lolli (anche se un pelo dietro..)
w
A parte Area e Perigeo direi a tutti
Dipende se ce l'hanno, Wag, un background culturale, e che tipo di
background culturale č. Voglio dire: č innegabile che oggi un musicista
italiano relativamente giovane, sia cresciuto ascoltando piů musica che
internazionale che italiana e che difficilmente ha un'infarinatura classica.
Penso proprio al chitarrista che mette in piedi una band coi proprio
compagni di classe e che con un po' di culo arriva al successo. Tanti
cominciano cosě, no? Ecco, č piů facile che conoscano bene i Sigur Ros che
non Paolo Conte, č piů facile che abbiano avuto un'adolescenza passata a
guardare MTV e che per loro la musica italiana sia rappresentata dagli
scarsissimi Ligabue o Vasco Rossi che non dai PGR...
certo, poi crescendo arrivano ai PGR, arrivano a Conte, arrivano a tante
cose buone: ma in percentuale la musica italiana valida ascoltata dalle loro
orecchie non ammonta che ad un 5 o al massimo 10% dei cd che hanno
ascoltato. Le loro radici musicali, nel bene o nel male, non possono essere
rappresentate da un 10% di cose che hanno ascoltato relativamente tardi.
Figuriamoci poi che conoscenza hanno della musica lirica o della tradizione
musicale etnica italiana. Non so: se vado da un Max Gazzé, di sicuro conosce
la tarantella, ma ho idea che abbia ascoltato piů dischi dei (mettiamo)
Depeche Mode che non tarantella. Io Gazzé non lo conosco e puň darsi che mi
sbagli, ma č tutto per dire che č difficile parlare di radici nazionale
quando sei fruitore di musica che viene da tutto il mondo.
> Io ho sempre pensato che i gruppi e7o artisti piů interessanti fossero
> fortemente caratterizzati.
> Se pensi a:
[cut]
> chiunque abbia un po' di orecchio indovinerebbe almeno nel 90 % la
> provenienza di ognuno di loro in un blind test.
Su questo sono abbastanza d'accordo. Perň nel caso italiano e non solo mi
chiedo: quanto il tipo produzione o di sound sono riconducibili ad una
scelta piů dovuta al mercato, che non alla consapevolezza delle proprie
radici? Faccio l'esempio che facevo prima: in Italia difficilmente ci
saranno un produttore e una casa discografica che accettino di tenere
relativamente basso il volume della voce, rispetto alla musica. Opteranno
quasi sempre per il contrario.
Quando qui scrivi:
> Io credo che si possano usare tutti gli stilemi di qualsiasi genere
> musicale, possibilmente mischiandoli tra loro per produrre qualcosa di
> nuovo, ma credo anche che una base solida di partenza ci debba essere.
> questa base puň essere solo la propria cultura, che non č solo quella
> musicale,.
Io sono perfettamente d'accordo con te. Ma, torno a ripetere: la propria
cultura, volenti o nolenti, non č piů quella nazionale. Non č piů come una
volta che, piacesse o no, uno cresceva con il festival di San Remo e con tre
quarti di canzoni italiane che passavano per radio. Oggi che ci siamo
"internazionalizzati" nel bene o nel male, le radici sono molto piů vaghe e
cosmopolite di quanto non si creda. E allora hanno ancora senso, da parte
della critica e del mercato discografico, cercare di orientare le produzioni
degli artisti nostrani verso i cliché della musica italiana (voce piů alta,
testi di un certo tipo e cosě via)?
Direi che questa frase è sufficientemente agghiacciante.
> Non è più come una volta che, piacesse o no, uno cresceva
con il >festival di San Remo e con tre quarti di canzoni
italiane che >passavano per > radio.
Diciamo piuttosto che le radio ormai sono network
tentacolari farciti di pubblicità sonante, e che per radio
passano solo novità e materiale conformista adatto per un
livello di conoscenza basso che vuole soprattutto mantenersi
tale.
Inoltre diciamo che in Italia non si ristampa nulla dei '50,
per cui a parte 3 nomi in croce, della musica orchestrale di
tanta gente famosa si perderanno sempre di più le tracce.
Nel frattempo però ci revivalizzano un soggetto tipo Bublè,
e tutti a inginocchiarsi al "nuovo" che però abbiamo anche
noi ben seppellito...
> Oggi che ci siamo "internazionalizzati" nel bene o nel
male,
Più che internazionalizzati, ci siamo "multinazionalizzati".
Il che è ben diverso, ma il pubblico italiano che non legge
e non ascolta è stato facilitato dalla propria incultura e
stupidità ad essere omologato sul globale, sulle rockstar
che più bovine e caprine sono meglio è.
> le radici sono molto più vaghe e cosmopolite di quanto non
si creda.
> E allora hanno ancora senso, da parte della critica e del
mercato
> discografico, cercare di orientare le produzioni degli
artisti
> nostrani verso i cliché della musica italiana (voce più
alta, testi
> di un certo tipo e così via)?
Secondo me *ha senso* orientare la gente verso quei bagliori
di freschezza che riescono a svagare, a far storia e
cultura. In generale, proprio in generale. Se esistesse una
vera "libertà di scelta", uno potrebbe scegliere se
ascoltare dalla radio un Bublè o un Rabagliati, un Togliani
o uno Sting. Quello che è successo invece è che una "certa
italia" è completamente stata sradicata, annientata: e
quelli di cui sto parlando erano cantanti come Sinatra o
Dean Martin, suppergiù, non emuli di Bocelli, tenori o
similia.
Piuttosto che perdere tempo a consacrare determinate prassi
come "irreversibili", proporrei una minor superficialità e
un salutare recupero dei dischi dei nostri nonni, se le
fonovalige non se li sono arati fino alla inascoltabilità.
saluti
Martin D
--
La scoperta del 'buon gusto del cattivo
gusto' può essere molto liberatoria. L'individuo
che insista su alti e seriosi piaceri priva sé stesso 'del'
piacere; continua a restringere il campo di cio' che
gli aggrada; nel costante esercizio del suo buon gusto
alla fine prezzerà sé stesso fuori dal mercato. Ecco che
il gusto Camp si sovrappone al buon gusto come un
incantevole e spiritoso edonismo. Rende allegro l'uomo
di ' buon gusto' prima che corra il rischio di
essere cronicamente frustrato. E' cosa buona e
giusta per la digestione.
Susan Sontag
Against Interpretation "Notes on 'Camp' ",
Note 54 (1964; repr. 1966).
Bah. Se mi spieghi perché ti posso rispondere.
Su tutto il resto sono d'accordo e spero si sia capito che, bene o male, la
mia visione corrisponde alla tua se non per un non del tutto insignificante
particolare: l'operazione di riculturizzazione non deve, per quanto mi
riguarda, abbracciare un progetto di riscoperta della sola cultura o musica
italiana.
Qualche messaggio fa pensavo a Joyce che è scappato dall'Irlanda in quanto
non ne poteva più di sentirsi dire, da Yeats fino all'ultimo letterato di
Dublino, che nella sua produzione doveva dare più spazio alla tradizione e
al costume irlandese. A quest'ora, forse, se avesse dato ascolto a chi
tentava di provincializzarlo, non se lo ricorderebbe più nessuno. Invece lui
da buon testardo cominciò a leggere la letteratura internazionale e da un
autore francese che al momento non mi sovviene, prese spunto per la tecnica
di scrittura che l'ha reso celebre nella storia della letteratura: quella
del flusso di coscienza.
Ecco: se Joyce non avesse cercato le sue radici e la sua arte al di fuori
dei confini di una cultura nazionale che disprezzava, non avrebbe mai
scritto né Ulisse né Finnegans Wake, e a quest'ora, forse, (non) lo
ricorderemmo se non per qualche poesia o qualche commediuola nello stile
irlandese sulla società rurale isolana.
> Diciamo piuttosto che le radio ormai sono network
> tentacolari farciti di pubblicità sonante, e che per radio
> passano solo novità e materiale conformista adatto per un
> livello di conoscenza basso che vuole soprattutto mantenersi
> tale.
> Inoltre diciamo che in Italia non si ristampa nulla dei '50,
> per cui a parte 3 nomi in croce, della musica orchestrale di
> tanta gente famosa si perderanno sempre di più le tracce.
> Nel frattempo però ci revivalizzano un soggetto tipo Bublè,
> e tutti a inginocchiarsi al "nuovo" che però abbiamo anche
> noi ben seppellito...
Vabbè, ma dai, il mondo cambia, non si possono rincorrere chimere e sogni
del passato.
Ognuno fa e combatte come vuole, per carità, ma la situzione mondiale
attuale 'globalizzata' e in evoluzione abbisogna di novità, di creatività,
non degli anni '50 italiani.
Air
certo, ma la propria cultura non è solo musicale, ed anche questa spesso è
inconscia (anche non volendo tutti noi conosciamo il liscio,o la tarantella,
o le canzoni napoletane).
Nonostante i bombardamenti mediatici un italiano è sempre diverso da un
tedesco, da un francese o da un americano , per non parlare della differenza
che esiste tra un siciliano ed un umbro (ad esempio),queste differenze
(sociali,culturali, geografiche) si rifletteranno nella propria musica.
Se non si vuole fare musica banale ci si deve per forza dare un progetto e
magari approfondire qualche intuizione o stilema artistico, mi sembra più
logico che sia qualcosa che faccia parte della propria cultura che di una
cultura estranea.
w
Ma poi quando il critico ti incensa il remaster triplo di
quell'Allman o Neil Y. tu corri a prenderlo e magari a
decantarlo. Si rincorrono le chimere che si sono
sclerotizzate dentro a 14 anni. E continuerai a ridere di
Claudio Villa e a comprare Neil Y. fintanto che camperai,
come facevi a 14 anni. E alla fine dirai di aver ascoltato
grande arte perchè ti ha sempre commosso, ma nello stesso
modo per tutta la vita.
> Ognuno fa e combatte come vuole, per carità, ma la
situzione mondiale > attuale 'globalizzata' e in evoluzione
abbisogna di novità, di
> creatività, non degli anni '50 italiani.
Il concetto di global è idiota, a differenza di glocal. Tu
rimani regionale e agisci su scala globale, non viceversa.
Se poi su questa fantastica scala di valori dobbiamo
esaltare le novità, rimane vero che chi non conosce la
storia è condannato ad ascoltarsi Bublè finchè non esce
dalla propria (immensa) ignoranza.
bye
Ma che ne sai che compro io? Qui nel ng, come nella vita io vedo individui,
non stereotipi.
Uno dice: mi piace Neil Young e tu lo incaselli subito: č quello che compra
Buscadero, ex-hippy... ma chi te l'ha detto?
Io cerco di vedere persone piuttosto che rimandare le pesone ai miei facili
schemi.
Si rincorrono le chimere che si sono
> sclerotizzate dentro a 14 anni.
Questo puň essere vero ma, in parte, non ci vedo niente di male.
> Il concetto di global č idiota, a differenza di glocal. Tu
> rimani regionale e agisci su scala globale, non viceversa.
Anche su questo sono abbastanza d'accordo, 'glocal', sě; che poi, parliamoci
chiaro, molto local e poco global, no? ;-)
Air
| > Il Banco scalcia in culo a metà di questi nomi
| A parte Area e Perigeo direi a tutti
Toglierei di mezzo pure Mina e i primi due dischi di Alan Sorrenti. Per
Wag: comunque, non conoscere il Salvadanaione (ossia, il primo, eponimo
album del Banco) è quasi reato :-|
ci sono migliaia di album che non conosco, al momento non mi interessa.
w
> Qui imho ci si dovrebbe addentrare in un discorso linguistico molto piu'
> profondo:io non credo che i testi in inglese (prendo come esempio questa
> lingua perchè è la piu' diffusa)
> "facciano pietà" o siano meno pregni di significato rispetto a quelli in
> italiano.
> Lì è una questione di semantica e semiologia;l'inglese è molto piu'
> scarno,diretto ma piu' adatto ad una canzone (generalizzando),
> l'italiano permette raffinatezze,scorciatoie,perifrasi e metafore molto
> piu' eleganti ma è meno adatta dell'ingese all'interno di una canzone.
questo non è vero: il vocabolario inglese è immensamente più grande di
quello italiano (qualcosa come 5 o 6 volte di più): in pratica contiene
quest'ultimo come piccolo sottoinsieme, dato che la gran parte delle radici
latine sono passate nell'inglese, oltre a una quantità enorme di radici dal
ceppo germanico. Il fatto che poiu la lingua inglese parlata si limiti
(nell'uso) a un dizionario molto ristretto non deve trarre in inganno: chi
sa usare le risorse della lingua e le conosce, con l'inglese ha a
disposizione un vero pozzo di san Patrizio. Quindi di raffinatezze e di
sfumature anche in inglese ce ne sono in abbondanza, tutto sta a conoscerele
e saperle usare.
parli dunque di "ragazzi ventenni" che sono conformisti, consumatori di quel
che il mercato offre, prima ancora che creatori e ricercatori. Parli cioè di
gruppi che non potranno offrire nulla, se non svolgere una propria attività
economica in un determinato settore merceologico (vendita di dischi,
concerti, canzoni). Se vuoi parlare di espressione artistica, è necessario
un lavoro di consapevolezza più profondo, è necessario essersi formati, aver
vissuto, aver sperimantato, aver cercato di capire. Questo è difficile,
infatti gli artisti che dicono qualcosa sono pochi.
Ciò a cui ti riferisci tu non è lavoro musicale significativo ma la semplice
affermazione in una sorta di frullatore globale. Ma attenzione: i tappeti
più belli vengono dalla Turchia dalla Persia e dall'Afghanistan, e li
annodano in villaggi dove si tramandano gli schemi da secoli. Poi, se vuoi,
puoi anche accontentarti del tappetaccio industriale fatto alla maglieria di
Prato, e scegliere quello con i colori più belli, magari vagamente
"somigliante" a un vero tappeto se visto da lontano e se si evita di
toccarlo. Ma quest'ultimo è solo un frullato per il supermercato, l'opera
dove dentro c'è qualcosa esige consapevolezza di sé e del luogo in cui si
vive, non ci sono scorciatoie.
Piuttosto, i ragazzotti che escono dalla scuola italiana adesso e che
respirano l'attuale atmosfera culturale italiana, fatta solo di luoghi
comuni e di "appartenenze visuali", ho gran timore che ce ne sia qualcuno
capace di produrre cose che non siano scopiazzate e fgrullate. Infatti mi
sembrano che cantano un po' tutti uguale, tipo "giochiamo a fare il Cobain o
lo Smith o il Tom Waits". Secondo me, è molto istruttivo vedere lo stato in
cui è ridotto il cinema italiano, per capire quale totale anonimia abbia
generato l'omologazione. Non bisogna stupirsi se molte delle cose più
interessanti degli ultimi anni arrivano proprio dalle parti d'Italia un po'
meno "globalizzate", la provincia profonda e meno abbiente, spesso a
meridione (Salento, Sicilia, Campania, Sardegna). Dove la memoria di cosa
era l'Italia di 3 generazioni fa si è potuta, almeno in parte, tramandare.
> Conosco molti musicisti appassionati di blues o
> di jazz, e le loro radici non sono certo da ricercare nel cantautorato
> italiano o nella tradizione lirica di qualche secolo fa, né tantomeno
nella
> musica etnica siciliana e così via. Se io sono un italiano che ascolta
jazz,
> tra le altre cose, le mie radici musicali sono da ricercare nel jazz,
> specialmente in quello internazionale.
io temo che potrà venirne, in generale, poco che vada al di là di un
piacevole, anonimo, buon disco da sottofondo, da certe mode astratte e
imperanti, come appunto quella dell'innesto jazzistico in Europa. A me pare
che spesso sia soprattutto per afre scena, manca il mood. Ci sento quasi
sempre solo compiacimento e civetteria. Le mode si diffondono, ma le cose
belle le fanno gli iniziatori. Prontissimo ad accogliere con entusiasmo le
eccezioni.
> La musica è un genere molto soggetto a contaminazioni e che varca le
> frontiere. I dEUS, ad esempio, sono un gruppo belga, ma che cos'hanno di
> belga, a parte un po' di pronuncia strana in alcune canzoni? Sono un gran
> bel gruppo che se fosse un gruppo italiano, tutti sarebbero lì a dire che
i
> testi fan schifo, che non dovrebbero cantare in inglese, che non
rispettano
> la tradizione lirica o cantautorale italiana.
sui deus ho qualche dubbio, li collocherei nella categoria del "piacevole",
del "carino" che ALLA FINE non lascia molto, fatte salve quelle 2 o 3 belle
canzoni (e forse una sola riesce davvero ad affondare "For the roses",
mentre The ideal crash non sono nemmeno mai riuscito ad ascoltarlo una
seconda volta, e mi sa che lo rivendo presto).
> E con questo provincialismo, che non investe solo il campo della musica ma
> anche quello dell'arte (sin dalla polemica tra romanticismo e
> neoclassicismo), ci perdiamo, secondo me, la possibilità di veder crescere
> un sacco di gente brava.
a proposito di provincialismo, credo che un bel segno di provincialismo sia
proprio inseguire a ogni costo le suggestioni e scimmiottare le ultime mode.
Oscilliamo tra la riproposizione ottusa del peggio della nostra tradizione,
anche quella a uso di giapponesi o americani in cerca dell'elemento etnico e
lo scimmiottamento ridicolo del trend quello cool. Così ci ritroviamo con i
Bobby Solo, i Morandi e i Celentani, e i Bocelli. La voce più grande
prodotta dall'Italia nell'ultimo secolo è stato Montale, che certo parlava a
tutti ed era inserito nel quadro della poesia a lui contemporanea, eppure
portava con sé un paesaggio e una lingua fortemente geografiza, reminiscente
delle terre dove era cresciuto e dove aveva vagato. E' un poeta di luoghi,
di memorie, oltre che di persone o di idee. Ecco, io non vedo più nella
canzone o nel cinema italiani qualcuno che sappia parlare di luoghi, che
porti con sé le voci di terre e di persone incontrate.
quel che non capisco è che senso abbia fare un confronto Italia-Resto del
mondo. L'italia ha 60 milioni di abitanti. Il resto del mondo 5 miliardi e
mezzo. Di che razza di paragone stai parlando?
> E non solo per
> una questione statistica o di numeri: mi sembra che invece noi non
riusciamo
> a liberarci delle nostre radici musicali provinciali e un po' barocche.
la musica barocca (Vivaldi, Albinoni, Marcello, Scarlatti, Corelli) è stato
il meglio che abbia prodotto l'Italia, dopo di che è iniziata la notte buia
(melodramma) e l'Italia ha detto poco o nulla più.
> Un altro cliché associato alla musica italiana è che un cantante, per
> sfondare, deve avere una bellissima voce oppure una voce perlomeno
> particolare.
beh un cantante dovrà saper cantare, no? A me sembra normale, almeno quanto
un dentista sa fare un'otturazione. No? Poi sul cosa sia la "bella" voce c'è
ampia libertà, direi. Si va da Battisti a de Andre' a Battiato: voci
diversissime, ma molto apprezzate. Io non vedo il problema che dici tu. Se
poi uno canta da cane, che vogliamo farci?
> Se è incapace di cantare come Billy Corgan
> cosa fa?
un altro mestiere, ce ne sono tanti. Se invece fa un disco e vende, bene per
lui. Cmq la voce di Corgan non è poi brutta, a me pare funzionale al
contenuto, ha una sua espressività.
> Meglio Tim Buckley o De
> André, ci si chiedeva nell'altro thread? Meglio senz'altro il primo,
di questo non sarei così sicuro, ma sono gusti.
> La musica va giudicata
> per la musica, i testi sono un valore aggiunto.
Se uno canta, ha il microfono in mano, fa sognare milioni di persone con le
sue parole, a quel punto m'interessa eccome se il testo è bello oppure una
cagata. Se è una cagata, addio disco, per quanto mi riguarda: non riesco
propio ad ascoltarlo. Poteva non cantare nulla, e fare un brano strumentale,
nessuno lo ha costretto a metterci un testo. Se c'è, ed è una cagata, la
cosa m'interessa.
> E' la musica la chiave che mi permette di apprezzarli, e la voce la
> giudico in base alla modulazione
conta, ma non è tutto. La pura modulazione prevederebbe un testo non
verbale, come per esempio in Bobby McFerrin. Il punto è che, se c'è un
contenuto verbale, questo conta. Peraltro, questo è uno dei motivi per i
quali quasi tutta la musica lirica mi sembra robaccia: i testi sono
spessissimo delle vere schifezze.
> (profondità difficilmente raggiungibile dal 90% degli
> scrittori di testi musicali, soprattutto se confrontata con la profondità
di
> testi poetici di artisti della penna).
al contrario, la musica può aiutare a trovare una maggiore profondità
emotiva rispetto alla sola parola.
> E in generale se la musica italiana è più orientata verso un impianto di
> produzione musicale in cui gli strumenti e la musica stessa, in generale,
> sono una sorta di sfondo per la voce narrante, come si fa a vincere il
> confronto su un piano musicale con un Frank Zappa,
e che c'entra?
quoto, l'arte costa fatica, impegno, studio e passione.
> Non bisogna stupirsi se molte delle cose più
> interessanti degli ultimi anni arrivano proprio dalle parti d'Italia un
po'
> meno "globalizzate", la provincia profonda e meno abbiente, spesso a
> meridione (Salento, Sicilia, Campania, Sardegna). Dove la memoria di cosa
> era l'Italia di 3 generazioni fa si è potuta, almeno in parte, tramandare.
d'accordo
w
> tutto sta a conoscerele
> e saperle usare.
Ma è innegabile che l'italiano (proprio per quello che dici tu) conserva
il "calore" e il lirismo propio dielle lingue latine, caratteristica
smussata (nell'inglese) dalla contaminazione con gli idiomi nordici.
Ma ,come ho precisato, il mio era tutto l'opposto di un paragone di
valore;sono due approcci linguistici diversi e non certo uno migliore
dell'altro.
Darwin! secondo me è un gran bel disco. Anche il salvadanaio è bello, ma
Darwin! è davvero ispirato, ben concepito, bene strutturato, originale, e
contiene un manciato di ottime canzoni. Certo, risentito oggi, a partire dai
titoli, sembra un tantino datato, fa veramente _molto_ anni '70 (per esempio
Miserere alla storia!!!!) [una mia amica mi dice che le fa una gran
tenerezza quando risente quel disco]. Ma, almeno in questo caso, non darei
una valenza negativa all'aggettivo "datato" (tutta la musica lo è). In
questo caso non si tratta infatti della semplice imitazione e riproposizione
di un suono o uno stile che allora andava per la maggiore, giusto per essere
inseriti nel mainstream del momento, quanto piuttosto di un loro uso
efficace ed espressivo, che non stucca neppure dopo più di 30 anni.
In particolare, l'intento di cantare una vera e propria epica
dell'evoluzione naturale a me pare che sia piuttosto ben riuscita (devo
pensare a 2001 Odisse anello spazio) per ritrovare qualcosa di simile che
abbia dato buoni risultati. C'è un vasto senso della storia, della storia
umana inserita in una storia molto più vasta, dove ci si perde.
E c'è una delle canzoni d'amore più belle in assoluto: "750000 anni fa ....
l'amore".
Il dialogo interiore di uno scimmione/ominide innamorato, una creatura già
avanti nella scala evolutiva che dovrebbe portare alla nostra specie, ormai
in prossimità di avere un qualche linguaggio, una comunicazione verbale e un
pensiero interiore verbalizzato, ma che ancora non si trova nella posizione
di poter esprimere verbalmente le sue sensazioni: "Lo so la mente vuole, ma
il labbro inerte non sa dire niente" (chi ha vissuto per un po' all'estero
da solo e senza italiani vicino può capire cosa intende lo scimmione...).
La scimmia amata sembrerebbe più evoluta di lui ("ed io tengo il respiro, se
mi vedessi fuggiresti via"), sembra avere più libertà, più carisma, più
iniziativa. Lui non ha il coraggio di avvicinarsi, probabilmente i due non
potranno accoppiarsi ("io non posso, fuggiresti, possederti io non posso,
anche una volta sola"). E' così che si compie l'evoluzione, e il Banco ne
coglie in pieno lo svolgersi e lo restituisce con straordinaria efficacia e
finezza (sia scientifica che poetica che psicologica). Lui, che è più
arretrato, non potrà riprodursi con lei. Lei sceglierà un compagno che sia
al suo livello evolutivo e forse la loro progenie (dopo altri 400000 anni)
porterà all'homo sapiens. La canzone si conclude con lui che sembra rimasto
indietro, tagliato fuori da questa linea e confinato in un ramo "secondario"
dell'evoluzione.
Credo che masi nessun altro sia riuscito in maniera tanto convincente a
rendere il monologo interiore di uno scimmione innamorato, e mai nessuno era
riuscito a fare dell'evoluzione delle specie una fonte di ispirazione
poetica e tormento così bene espresso. Il cantato di Di Giacomo è in questo
brano ai suoi massimi per potenza, timbro, intonazione, sentimento,
delicatezza, tutto il brano è insieme dolcissimo, sofferto, trascinante
(anche la sezione centrale coi sintetizzatori, che fa molto "prog", riesce a
non rovinare l'atmosfera, anzi contribuisce a tenere sospesa la tensione
lirica). In definitiva, un vero, grandissimo capolavoro (del quale mi
dispiace molto che fuori dall'Italia non possano comprendere le parole,
perché sentendo solo la musica e l'intonazione si perdono un testo a dir
poco spettacolare).
L'unico difetto di tutto Darwin! è un piccolo anacronismo: la seconda
traccia è "la conquista della posizione eretta", e dopo viene "danza dei
grandi rettili". Ora, se i grandi rettili sono (come io penso) i dinosauri &
co, bisognerebbe ricordare che essi si sono estinti circa 70 milioni di anni
fa, infinitamente prima che la nostra specie conquistasse la posizione
eretta. Dunque le due tracce andavano invertite come ordine (oppure
bisognava cambiare titolo alla "danza"). Scherzi a parte, la bellezza di
questo disco conferma un mio vecchio pregiudizio: che per fare bei dischi
bisogna parlare meno possibili di se stessi e delle proprie cazzate e,
invece, raccontare del mondo. Ma per far ciò, serve aver viaggiato (almeno
con la mente), aver conosciuto, avere studiato.
> Volevo solo citare alcuni nomi...
> potrei aggiungere almeno Paolo Conte e Fred Buscaglione
d'accordo per Conte. Buscaglione buono ma eviterei di sopravvalutarlo e
farne ciò che non è mai stato, ossia un poeta. Buscaglione è stato
soprattutto un grande intrattenitore (la sua canzone d'amore più bella "Love
in Portofino" si è pure scoperto esser stata plagiata, copiata da un tizio
che gliela aveva mandata per proporgliela, e mai da lui accreditata).
> magari anche Guccini e Lolli (anche se un pelo dietro..)
Lolli lo metterei anche 5 o 6 peli indietro (lasciamo perdere). Guccini, in
alcuni dischi, è stato un grandissimo, ha firmato alcuni capolavori che
pochi altri possono annoverare in Italia (primi fra tutti "L'isola non
trovata" e "Guccini", oltre a un mucchio di buoni dischi e di grandi canzoni
sparse qua e là). Credo che Guccini sia stato molto svantaggiato dalla sua
voce, alla quale sono anche affezionato, ma che bisogna riconoscere essere
non proprio bella ed elegante, sicuramente troppo pastosa. Gli ultimi 3 o 4
dischi di Guccini, purtroppo, sono una pena infinita. Bisognerebbe sapere
quando è il momento di fermarsi.
>Ma, almeno in questo caso, non darei
>una valenza negativa all'aggettivo "datato" (tutta la musica lo è).
tutta la musica? magari la musica rock
il jazz anni `60 non suona vecchio pe` niente, lo stesso dicasi per il
bluegrass o tantissima musica acustica.
A pensarci bene, l`unica musica che suona vecchia e` il rock vecchio, e of
course i cantautori italiani.
> Certo, risentito oggi, a partire dai
> titoli, sembra un tantino datato, fa veramente _molto_ anni '70 (per
esempio
> Miserere alla storia!!!!) [una mia amica mi dice che le fa una gran
> tenerezza quando risente quel disco]. Ma, almeno in questo caso, non darei
> una valenza negativa all'aggettivo "datato" (tutta la musica lo è).
Io direi che più che datato si potrebbe definire caratterizzato, mi sembra
comunque un album in cui le intuizioni non sono state espresse in maniera
convincente al 100 %, lo trovo un po' artefatto e forse eccessivamente
ambizioso sia nei testi che in alcuni passaggi strumentali e vocali.
"750.000.." rimane comunque un grande pezzo.
> Credo che masi nessun altro sia riuscito in maniera tanto convincente a
> rendere il monologo interiore di uno scimmione innamorato, e mai nessuno
era
> riuscito a fare dell'evoluzione delle specie una fonte di ispirazione
> poetica e tormento così bene espresso. Il cantato di Di Giacomo è in
questo
> brano ai suoi massimi per potenza, timbro, intonazione, sentimento,
> delicatezza, tutto il brano è insieme dolcissimo, sofferto, trascinante
> (anche la sezione centrale coi sintetizzatori, che fa molto "prog", riesce
a
> non rovinare l'atmosfera, anzi contribuisce a tenere sospesa la tensione
> lirica). In definitiva, un vero, grandissimo capolavoro (del quale mi
> dispiace molto che fuori dall'Italia non possano comprendere le parole,
> perché sentendo solo la musica e l'intonazione si perdono un testo a dir
> poco spettacolare).
d'accordo
> d'accordo per Conte. Buscaglione buono ma eviterei di sopravvalutarlo e
> farne ciò che non è mai stato, ossia un poeta. Buscaglione è stato
> soprattutto un grande intrattenitore (la sua canzone d'amore più bella
"Love
> in Portofino" si è pure scoperto esser stata plagiata, copiata da un tizio
> che gliela aveva mandata per proporgliela, e mai da lui accreditata).
certo, ma Fred dalvivo credo fosse una grande esperienza..
musica trascinante e testi gangster-demenziali 50 anni fa!
w