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[Il "Climax"] Anche la musica ha una sua teoria degli affetti

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stànz

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Sep 23, 1998, 3:00:00 AM9/23/98
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CLIMAX

ANCHE LA MUSICA HA UNA TEORIA DEGLI AFFETTI

Il "sublime" nella musica, secondo il neurologo,
psicoterapeuta e musicista Enrico
Mancini in "La misteriosa Apoteosi"

- HELMUT FAILONI -

F ranz Liszt, a proposito dell'ouverture del Tannhäuser
wagneriano, scrisse di certe "ondate
spumeggianti e ribollenti che salgono senza posa", fino a
che "l'agitazione raggiunge il culmine;
non tralascia alcuna corda, fa risuonare ogni fibra del
nostro essere". Il momento che descrive
Liszt con tanto trasporto poetico è quello del climax,
l'acme, l'Höhepunkt, il punto culminante,
di massima tensione che si trova in una composizione
musicale, quel punto che Gustav Mahler
rimarcò ad esempio con due frecce sul manoscritto autografo
della sua Quinta Sinfonia
(1901-1902).

Il climax può naturalmente appartenere a tutte le arti
(quella amatoria compresa), ma emerge
in maniera particolare con le arti del tempo, quelle che
hanno una durata precisa, un passaggio
da uno stadio all'altro, quindi teatro, cinema e musica. "E'
proprio il percorso nel tempo che
permette lo scatenarsi del climax e il raggiungimento del
punto culminante", sottolinea Gillo
Dorfles, e noi aggiungiamo che la musica è per sua stessa
natura facile al climax perché è la
più biologica delle arti, possiede cioè un legame
strettissimo con la corporeità umana: Roland
Manuel parla infatti della musica in termini di ars bene
movendi, ovvero un'arte che
com-muove in quanto muove.Ogni volta, inoltre, che
ascoltiamo un brano musicale, i momenti
di tensione, emozione e suspense che proviamo si ripetono,
anche se conosciamo la partitura a
memoria e sappiamo esattamente il momento in cui esploderà
il climax. Ad indagare questo
stimolante itinerario al sublime in musica, giunge ora un
libro fresco di stampa dall'invitante
titolo La Misteriosa Apoteosi. Psicologia del punto
culminante nella musica (Franco Angeli,
pp.154, L. .28.000). L'autore è Enrico Mancini, neurologo,
psichiatra, psicoterapeuta e
musicista. Nell'introduzione Loredano Matteo Lorenzetti -
curatore della collana Arte Scienza
Conoscenza, della quale fa parte questo denso saggio - cita
Bacone, il quale sosteneva che un
medico per essere bravo dovesse conoscere le regole
dell'armonia musicale. Mancini appare
dunque persona assai adatta ad affrontare un tema così vasto
e difficilmente riportabile ad una
disciplina soltanto, un tema, come ha scritto Quirino
Principe sulle pagine del "Sole 24 Ore",
che "è un terreno su cui vantano diritti la psicologia della
musica, la semiotica della musica, la
teoria della forma e l'analisi musicale, e sul quale
incombe, remota ma forte, la filosofica
sovranità dell'estetica".

Mancini, già nella premessa, avverte il lettore che
l'essenza del climax sembra sfuggire ai
tentativi di venire ingabbiata all'interno di un modello
analitico e definisce quindi il suo libro un
"ateoretico pastiche". Che analizza il climax dal punto di
vista della musica classica,
chiamando inoltre in causa con parsimonia e competenza non
soltanto Wilhelm Reich, Jung,
Freud, Musatti, Groddeck, ma anche Kierkegaard, Céline, Poe,
Thomas Mann, compositori ed
interpreti, come il grande direttore Bruno Walter, il quale
sosteneva che in ogni grande opera
c'è soltanto una sola vera acme, o Arnold Schönberg, che nel
suo celebre Manuale di armonia
consiglia di "mantenere quando possibile un solo punto
culminante verso l'acuto ed
eventualmente anche verso il grave".

Allargando ulteriormente il concetto, il climax potrebbe
essere analizzato anche in alcune
musiche rituali, come quella voodoo, nelle pratiche
sciamaniche, nel duende del flamenco,
passando per l'epilessia musicogena, il tarantismo, il free
jazz e i mugolii climatici di un Keith
Jarrett, ma, crediamo che uno dei pregi di questo libro stia
proprio nella scelta di evitare di
perdersi in mezzo a troppi generi musicali e di focalizzare
invece l'attenzione su alcuni in
particolare, quelli della musica colta (analizzata per con
strumenti appartenenti a discipline
diverse), offrendo così al lettore l'idea di come sia
cambiata nei secoli l'idea di climax dal punto
di vista dei fruitori, dei compositori e degli esecutori. Di
come per esempio negli scritti musicali
del Seicento si usasse il termine climax o auxesis, mentre
in quelli del Settecento si parlasse
invece di gradatio.

"Una delle figure più belle e più efficaci - si legge in un
trattato di Johann Nikolaus Forkel
datato 1788 - è la gradatio. Si procede per così dire
gradualmente da frasi più deboli e si
esprime così un affetto sempre più forte". Mancini ricorda
che qualunque trattazione del punto
culminante in musica non può prescindere "da una teoria
generale della climax vista sotto
l'aspetto di una teoria degli affetti" e, citando anche il
famoso musicologo Charles Rosen,
spiega successivamente che la climax (l'autore preferisce
usare il termine nella sua antica
forma, al femminile) di un lavoro barocco va trovata
nell'accrescersi del movimento verso la
cadenza finale, mentre la climax di un lavoro classico è più
vicina al suo centro; che Franz
Joseph Haydn aveva una preferenza per le melodie che
raggiungono la loro climax (non
necessariamente la nota più alta) sulla tonica superiore
come nell'inno nazionale austriaco,
piuttosto che sulla sesta, nona o quarta come il più delle
volte accade in Mozart, che Tristano e
Isotta, "vera e propria summa del trattamento del punto
culminante, è forse l'esempio più
impressionante del magistero wagneriano nel posticipare
l'apoteosi". E' proprio l'epoca
romantica quella nella quale viene attribuita la maggiore
importanza al punto culminante,
specialmente per quanto riguarda l'equilibrio estetico di
una partitura. Gli scritti critici di Robert
Schumann ne sono un esempio: il celebre musicista stroncava
infatti molte composizioni
perché non arrivavano mai a un punto decisivo, culminante.
Il prototipo della passionalità
romantica era l'ouverture del Freischütz di Carl Maria von
Weber, in cui il climax è descritto
(sono parole del compositore Hector Berlioz) come "quel
crescendo che sale e scoppia al
termine della sua luminosa ascensione, quelle pause durante
le quali la passione sembra
raccogliere le sue forze per slanciarsi poi con violenza
maggiore". La concezione estetica
romantica insomma, riassume Mancini, "vede nel punto
culminante l'accesso alla regione del
sublime, come momento di convergenza di tutte le arti
finalmente spogliate delle peculiarità
linguistiche, delle individualità comunicative". Il punto
culminante, che ancora tanti anni dopo
dava per Rachmaninoff senso al tutto, "orienta la percezione
degli eventi che seguiranno, ma al
contempo, retroattivamente, chiarisce i legami con quelli
passati, quasi il tempo dell'ascolto
vivesse in una condizione di reversibilità".Passando alla
musica contemporanea le cose
cambiano leggermente: in quella dell'americano El

liot Carter per esempio - nota David Schiff - "il punto di
maggior tensione è spesso un silenzio
terrificante". Qui si apre un altro discorso - che non
riguarda naturalmente soltanto la musica
di Carter -: il climax, inteso come gioia estrema, si porta
sempre dietro l'ombra del suo
opposto. Se è capace cioè di illuminare la musica, lo è
anche di oscurarla: può dunque essere
anche disperazione, dimensione angusta, tenebra, viaggio
verso l'unità originaria del dolore (ne
sono esempio certe musiche di Penderecki, Schnittke,
Zimmermann). Il compositore italiano
Aldo Clementi nel 1973 esortava invece ad evitare "le
esaltazioni e le depressioni formali, il
retorico Höhepunkt, tutti vizi e tic nervosi dell'anima,
velleitarie presunzioni di falsi profeti". Un
altro aspetto particolarmente interessante - che riguarda
più da vicino la psicologia - è il fatto -
sottolineato anche da Lorenzetti - che di fronte al climax
ci abbandoniamo alle emozioni, a
quella "ricognizione intellettiva che può stimolare
particolarissimi insight".

Il climax, in altre parole, non è soltanto passaggio dalla
non consocenza alla conoscenza, ma
possiede qualcosa di innegabilmente proustiano, che offre
all'ascoltatore l'ambito del passato.
"Niente resuscita il passato in modo altrettanto vivo quanto
i suoni" dice un personaggio dei
Decabristi di Tolstoj, ascoltando le campane di Mosca.


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