> Se vogliamo fare i concerti gratuiti in piazza con questo schifo di
> organizzazione, allora io preferisco pagare.
> Jac
In effetti su certi concerti gratuiti ci sarebbe da ridire e, in generale,
sono per quelli a pagamento, anche solo qualcosa di simbolico, ma non
gratuito, specie d'estate dove si va ai concerti anche per stare all'aria
aperta e si possono manifestare certi problemi da locale pubblico all'aria
aperta.
Inoltre occorrerebbe precisare che i concerti sono gratuiti sino ad un certo
punto, nel senso che sono spesso finanziati con i soldi pubblici, più
raramente da privati, che vengono dalle tasse.
Non so com'è a Rocella Jonica, ma dalle mie parti ci sono musicisti che
riescono abilmente a farsi investire del ruolo di direttori artistici di
tali manifestazioni per poi gestire il tutto come se fosse cosa propria,
facendo concerti propri o con colleghi con cui si fa dello "scambismo". A
volte mi basta leggere il cartellone di una di queste manifestazioni per
sapere automaticamente chi l'ha organizzato.
Capite bene che la cosa se è fatta con i soldi pubblici non è solo un
problema deontologico, ma è proprio una grave scorrettezza nei confronti
della cittadinanza che paga le tasse.
Questo non è un problema da sottovalutare, perché a mio avviso è una piaga,
tra le tante, che è dilagata in Italia che può avere come effetto a lungo
termine della sottrazione delle sovvenzioni per la musica e la cultura.
f.
--------------------------------
Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/
Non ci sono dubbi che la maleducazione del pubblico italiano non abbia
rivali e che la
responsabilita' di spiacevoli situazioni , ingestibili sia per gli
artisti che per i fruitori , vada equamente
attribuita anche ad organizzatori o gestori di locali , inetti o
compiacenti . A me pero' comincia a star davvero
stretta tutta questa aria di finta sacralita' ossequiosa che si sta
imponendo in Italia intorno al fenomeno jazz .
Ma siamo sicuri che confinarlo nei teatri, nei mausolei, nei templi
(!) non serva definitivamente a rendercelo alieno e a perderne lo
spirito ? Meglio il silenzio compunto e la restrizione delle poltrone
di sala oppure la rilassatezza del calare l'esperienza dell'ascolto
all'interno di una dinamica piu' interattiva , gioiosa .. quindi
soggetta al caos( ragionevolmente...) in quanto piu' vicina alla
rappresentazione della vita ?
L'approdo all' istituzionalizzazione del fenomeno creativo ha senso
negli States , dove il percorso rimanda necessariamente alla lunga
gestazione di una nuova identita' politico-sociale, individuale e di
popolo riconciliato con le atrocita' del proprio passato e le proprie
lontane origini. Jazz e' celebrazione dello spirito della vita e la
dignita' che spetta ad ogni essere umano nel compito di realizzare se
stesso.
Ma noi celebriamo ? E cosa ? Una storia che non conosciamo e neppure
ci viene trasmessa, per carenze metodologiche , d' impegno editoriale
e culturale ad ampio raggio ? Peggio per l'impossibilita' di rimuovere
il senso di colpa o il suo doppio, quell'idea insana di superiorita' ,
che ci provengono da un' educazione eurocentrica che ha generato
disastri ed e' stantia, inadeguata, prossima ad implodere, nella morsa
della globalizzazione...
Riflettevo sulla vita di Max Roach , spesa in nome di una continua ,
straordinaria creativita' , e ascoltando Coco Zhao mi sono ritrovata a
pensare che lui insieme coi grandi del passato , non si sarebbero
stupiti di come il jazz si stia diffondendo in paesi improbabili come
la Cina e produca musicisti fantasiosi e validi : le contaminazioni
insolite , lo sperimentare intersezioni tra tradizioni apparentemente
lontane fanno parte del corredo genetico di questa musica.
E quindi questiono l'idoneita' del teatro come luogo deputato e i
comportamenti di passivita' a quel modello associati, dal momento
che , come rileva l'economista Michele Trimarchi , - il consumo di
cultura avviene ancora oggi secondo un modello ottocentesco, non tanto
cioè per apprendere quanto per riconoscere oggetti, immagini e
attività delle quali si ha già un'idea piuttosto precisa. Si tratta
quindi di un tipo di consumo autocelebrativo, dove ciò che conta è
l'esserci: è l'atto stesso del consumo ad attribuire all'individuo
l'identità cercata -.
Che sia davvero internet il nuovo spazio da inventare ?
Saluti
Rosanna
> Non ci sono dubbi che la maleducazione del pubblico italiano non abbia
> rivali e che la
> responsabilita' di spiacevoli situazioni , ingestibili sia per gli
> artisti che per i fruitori , vada equamente
> attribuita anche ad organizzatori o gestori di locali , inetti o
> compiacenti . A me pero' comincia a star davvero
> stretta tutta questa aria di finta sacralita' ossequiosa che si sta
> imponendo in Italia intorno al fenomeno jazz .
> Ma siamo sicuri che confinarlo nei teatri, nei mausolei, nei templi
> (!) non serva definitivamente a rendercelo alieno e a perderne lo
> spirito ? Meglio il silenzio compunto e la restrizione delle poltrone
> di sala oppure la rilassatezza del calare l'esperienza dell'ascolto
> all'interno di una dinamica piu' interattiva , gioiosa .. quindi
> soggetta al caos( ragionevolmente...) in quanto piu' vicina alla
> rappresentazione della vita ?
Passerini citava prima quella situazione a Central Park, mi ricordo di
averla vissuta direttamente a metà anni '90 su un concerto (gratuito
naturalmente) di Bobby Mc Ferrin con una orchestra classica (!) con il prato
riempito da gente di tutti i generi che ascoltava in terra dopo il pic nic
in un discreto silenzio. Direi un bel modello comportamentale non so quanto
esportabile in Italia.
Sulla sacralità non so che dire, nel senso che mi pare un problema non da
adesso ma da sempre della fruizione del jazz in Italia, a parte i "mega
raduni-casini" anni '70 tipo quelli a Umbria Jazz del periodo. Forse più
semplicemente non abbiamo vie di mezzo.
Sulla gioiosità dell'esperienza dell'ascolto, beh, dipende anche da cosa si
ascolta, non solo dall'ambiente, tenendo conto che il caos è una cosa
diversa dalla gioiosità, che tra l'altro può disturbare anche chi suona.
Mi ricordo nel 1999 Mehldau a Clusone che non fece bis perché suonò (bene ma
incazzato nero) tutto il set con il disturbo di un bar prossimo alla Piazza
dell'Orologio che aveva un contenzioso aperto con gli organizzatori della
manifestazione e che, apposta, teneva la musica a manetta per disturbare (e
andava a finire proprio diritta alle orecchie di Mehldau, molto meno sul
pubblico). A me sembrano cose abbastanza diverse caciara e gioiosità,
Rosanna.
dal momento
> che , come rileva l'economista Michele Trimarchi , - il consumo di
> cultura avviene ancora oggi secondo un modello ottocentesco, non tanto
> cioè per apprendere quanto per riconoscere oggetti, immagini e
> attività delle quali si ha già un'idea piuttosto precisa. Si tratta
> quindi di un tipo di consumo autocelebrativo, dove ciò che conta è
> l'esserci: è l'atto stesso del consumo ad attribuire all'individuo
> l'identità cercata -.
Non so se c'era bisogno di un economista per fare una deduzione del genere
(francamente mi pare che ormai invadano anche sin troppi campi dello
scibile, spesso lasciando impronte da elefante) e non so nemmeno se sia un
problema da far risalire solo e necessariamente ai modelli dell'Ottocento.
Può essere, ma a me pare un problema tipico della società di oggi, direi
molto amplificato dal consumismo e dalla economia di mercato: il fine
dell'ascolto non è la musica, ciò che si ascolta, ma se stessi. Si compra
quasi esclusivamente ciò che piace, ciò in cui ci si riconosce o ci si
vorrebbe riconoscere, in una sorta di celebrazione di se stessi, della
propria immagine, dei propri gusti, del proprio modo di pensare, di essere,
assolutamente non a fini esplorativi, ma affermativi, senza quella
necessaria curiosità motivata dalla volontà di allargamento ed affinamento,
non solo delle proprie conoscenze, ma anche e soprattutto della propria
sensibilità uditiva, emotiva e spirituale. Tutte cose oggi giudicate per lo
più di una inutilità pratica assoluta (a scuola la tipica domanda che ti fa
un ragazzo dopo una lezione sui limiti o di fisica è: "Prof, ma a cosa
servono queste cose?), perché non portano arricchimento materiale
(possibilmente immediato) e perché tendono a mettere in discussione la
propria (fragile) personalità più che ad affermarla.
E' ben curioso che questo approccio, ormai imperante, sia stato
sostanzialmente imposto proprio dagli economisti della economia di mercato e
che adesso gli stessi vengano a farci sopra delle "filosofie". Certi effetti
si potevano ben prevedere se proprio ci si teneva tanto (non so se è il caso
dell'economista in questione perché non lo conosco). Un ingegnere, tanto per
dire, cerca di prevedere prima come fare a non far crollare un ponte o a far
esplodere un impianto, viceversa ne deve rispondere di persona.
In questo quadro stare ad ascoltarsi il jazz o la musica in generale seduti
su un prato o su una poltrona da teatro è problema ormai irrilevante, da
buontemponi perdigiorno.
ciao
>Può essere, ma a me pare un problema tipico della società di oggi, direi
>molto amplificato dal consumismo e dalla economia di mercato: il fine
>dell'ascolto non è la musica, ciò che si ascolta, ma se stessi. Si compra
>quasi esclusivamente ciò che piace, ciò in cui ci si riconosce o ci si
>vorrebbe riconoscere, in una sorta di celebrazione di se stessi, della
>propria immagine, dei propri gusti, del proprio modo di pensare, di essere,
>assolutamente non a fini esplorativi, ma affermativi, senza quella
>necessaria curiosità motivata dalla volontà di allargamento ed affinamento,
>non solo delle proprie conoscenze, ma anche e soprattutto della propria
>sensibilità uditiva, emotiva e spirituale. Tutte cose oggi giudicate per lo
>più di una inutilità pratica assoluta (a scuola la tipica domanda che ti fa
>un ragazzo dopo una lezione sui limiti o di fisica è: "Prof, ma a cosa
>servono queste cose?), perché non portano arricchimento materiale
>(possibilmente immediato) e perché tendono a mettere in discussione la
>propria (fragile) personalità più che ad affermarla.
>E' ben curioso che questo approccio, ormai imperante, sia stato
>sostanzialmente imposto proprio dagli economisti della economia di mercato e
>che adesso gli stessi vengano a farci sopra delle "filosofie". Certi effetti
>si potevano ben prevedere se proprio ci si teneva tanto
Negli ultimi giorni, negli USA, si è sviluppata una violenta polemica
(non è la prima, né sarà l'ultima) sull'utilità del Lincoln Center e
sullo stipendio astronomico pagato al suo direttore artistico Wynton
Marsalis.
Le cifre sono pubbliche, perché il Lincoln Center fa parte delle
cosiddette "charities", vale a dire istituzioni senza scopo di lucro,
che godono di un regime fiscale agevolato e possono raccogliere
contributi (detraibili dalle tasse) da parte di enti, fondazioni e
privati cittadini.
Insomma, il Lincoln Center gode di 200 milioni dollari l'anno di
attivo di bilancio, mentre Marsalis si mette in tasca la bellezza di
1.069.366 dollari di stipendio.
E' ovvio che davanti a cifre del genere il mondo del jazz americano si
interroghi su quali e quanti benefici (pochi e punti, a quanto sembra)
ricadano sugli altri musicisti e sulla scena jazzistica in genere.
Questo è un post di Larry Kart, ex direttore di Down Beat e ottimo
critico:
Excerpt from a 2005 interview with knowledgeable good guy Marty Khan,
about his book “Straight Ahead: A Comprehensive Guide to the Business
of Jazz (Without Sacrificing Dignity or Artistic Integrity).” Comments
on the pernicious somewhat sub rosa economic effects of Jazz@LC on
other jazz artists are particularly noteworthy. I have heard similar
detailed accounts from musicians-bandleaders on how the marketing of
Jazz@LC ensembles and the very large fees those ensembles command have
knocked the crap out of the touring scene for other artists/bands who
used to be able to play the sort of college and art center venues that
Khan refers to at one point. Complete text here (SR is Steve Rowland):
http://www.allaboutjazz.com/php/article.php?id=16904
SR: That's a pretty bleak picture you're painting, man.
MK: Look around. The economic environment and the music itself are in
complete turmoil. No touring, no record sales, no vibrant scene, no
new leadership, no innovative directions, no public visibility, no new
audiences. And schools are spewing out legions of new musicians into
the mix with little opportunity to express their art and get paid.
It's a mess, man.
SR: But there are groups touring—and getting really well paid. How
does that factor in?
MK: Sure. All-star aggregations doing tributes. The Lincoln Center
Jazz Orchestra and some Marsalises—don't get me started—a few other
big names sucking down enormous fees. Look at the Great Depression.
The general illusion is that everybody went broke. But the reality is
that all that happened was a major shift in the distribution of
wealth. All the money that was lost by the multitudes went into the
hands of the few.
Let's just look at Tucson, for example. In the 2003/4 season, our
monolith facility, The University of Arizona presented three jazz
artists on their series. The Preservation Hall Jazz Band, Branford
Marsalis and Wynton Marsalis—and that guy for the 7th time in the 10
years we've been here. Don't get me started! (laughter) The lowest
paid of them was Branford at $17,000. The next jazz gig in town pays
around $1000—if you can get it . Mostly they're door gigs or under
$100 per man. No economy can thrive in such a polarized environment.
This situation is being replicated all over the country, and actually
being fortified by the various funding initiatives that are primarily
benefiting presenters and leaving musicians out in the cold. It's
tragic.
SR: There seems to be a feeling among many of its critics that
everything wrong with jazz today is Lincoln Center's fault. Is that
your view?
MK: This may surprise a lot of people, but no, I don't. It's a symptom
of the problem. Just like Bush isn't the problem in politics. He's a
symptom of the problem. A malaise of ignorance, indifference, greed
and whatnot that poisons the atmosphere and allows these damaging
organisms to thrive.
When Lincoln Center was first conceiving its jazz program nearly 20
years ago, everybody was saying to me “Isn't it great? This is going
to put jazz in a great position.” Yeah, bent over and spread wide. I
told anyone who would listen that it would polarize funding, undermine
touring and zombie-fy jazz. I said they'd find some mediocre
technician to ordain as visionary and we'd all be paying for it for
decades to come. And no, I don't own a crystal ball (laughter).
SR: But you don't blame them for polarizing funding, touring or making
the music a museum piece?
MK: Look, I blame Bush and his cronies for destroying our economy and
environment, disenfranchising most of America with their “starve the
beast” philosophy of government, and making us all complicit by our
tolerance of “pre-emptive” war, while making us all more vulnerable to
terrorism. But I blame us for letting them do it. That's how I feel
about Lincoln Center.
Musicians have allowed a man who's never gained the true respect of
his fellow musicians to be sold to the public as an Ellingtonian
visionary. Funders have poured millions of dollars into a boondoggle
that only delivers a tiny fraction of the booty in meaningful returns.
Fine Arts sponsors pay its stodgy orchestra one-night sums that could
underwrite a great jazz artist's entire tour, and then force that
tripe down the throats of audiences unfamiliar with the art form, who
would be infinitely more enriched by listening to any Duke Ellington
album than hearing the LCJO. Worst of all, jazz “advocates” point to
it as some great model that proves the acceptance of the art form and
an economic ideal to which other musicians and facilities should
aspire.
SR: Let's examine that last statement. Couldn't an argument be made
that Lincoln Center is an example of the potential for jazz?
MK: Empirical evidence says otherwise. The music is being marginalized
in every walk of life. Not just in major media, but even in the
industry realm. Virtually non-existent on television, even cable and
satellite—Yeah, I know BET; don't get me started
(laughter)—disappearing on radio, where even the few NPR stations that
have been playing it are dropping or cutting programming. Invisible in
mainstream magazines and sharply trivialized in music magazines. Even
jazz rags are turning their focus to artists who are only marginally
valid as jazz artists. The same can be said for many festivals that
claim to be jazz, and are increasingly bringing more and more artists
of other popular genres into their programming. The Ken Burns
extravaganza didn't even cause a blip on the radar screen—except for
his own CD marketing. Don't get me started here either!—and in the
eyes of Public Broadcasting, Wynton is virtually portrayed as the last
living jazz musician.
SR: But he draws audiences wherever he plays. The Lincoln Center Jazz
Orchestra sells out all over the country. Why is that?
MK: Marketing, man. They thrive on the strangling of the scene, and
that's what's happening all over. Facilities draw audiences, not
necessarily the artists who perform at them. In Tucson, Wynton and the
various big names and all-star aggregations that almost exclusively
make up today's touring jazz artists can draw 1500-2500 people at the
University of Arizona, our arts monolith, at ticket prices of $24-50.
Other internationally-acclaimed jazz artists playing here at $12-20 a
ticket will draw as little as 60 people, at best 300-400.
This isn't just true of jazz, but all of the performing arts. The
Buena Vista Social Club has played here every year for the past four
or five years, selling out two or three shows each time. 5000-7500
people at $25-$60 a head. Another excellent and reputable Cuban group
comes to town and draws 75 people at $10. We saw the Blind Boys of
Alabama at the U of A with 2200 people in 2000. In 2002, we saw them
at a beautiful, intimate hall with about 80 other audience members in
a 500 seat facility.
This situation is being replicated all over the country. We recently
traveled to Albuquerque to see Randy Weston in a wonderful theater.
There were less than 100 people there. Two weeks later Wynton sold out
1400 seats at the same theater in two shows—and another 1400 in two
shows in Santa Fe, about 60 miles away. Of those 2800 people in that
single market who attended Marsalis' gig, not even 100 were interested
in one of the true jazz greats? Doesn't make sense.
Funders perpetuate this situation through facility-based funding.
People like Bill Cosby, Whoopi Goldberg and Willie Nelson contribute
their efforts to fundraising events for Lincoln Center. These are
concerned and generous individuals who think they're contributing
their efforts to a worthy cause. If there was an entity in country
music or society in general that was doing the equivalent damage that
Lincoln Center is really doing to jazz, Willie Nelson would be in the
front line of protestors.
SR: It sound like you do blame Lincoln Center.
MK: Yes, as I'd blame any predator. Any beast that must consume to
feed its out-of-control imperative. But again, it's the syndrome
that's really at fault not the symptom that thrives on it. Let's look
at their recent fundraising campaign to build three halls in that big
Columbus Circle boondoggle. $150 million dollars was raised—all to
build a club in a city filled with clubs and concert facilities. Do
you have any idea what $150 million dollars could do for jazz? Health
care, pension funds, product distribution and marketing, establishment
of artist-driven c3s and the professional training programs needed to
make them work, and so forth? Even a fraction of that money could go a
long way in addressing those issues.
And what does Lincoln Center do with that scratch? Real estate! I hear
they're nice facilities. I mean, how nice can they be? And all these
concerned funders, fans, celebrities and so forth plunk down their
money to contribute to this, when there's so much need on the jazz
scene? Then there's the collateral damage as other facilities try to
replicate Lincoln Center, but aren't doing all that well. Just as
other festival promoters emulate George Wein, but nobody has ever been
able to replicate his empire. Just as no jazz musicians are going to
be able to replicate Wynton's empire—as “BeatDown” Magazine recently
referred to it.
But lots of mini-versions of all of the above are springing up. Little
fiefdoms of exploitation, with their various spins that offer a
distorted whiff of actual progress and systemic improvement.
SR: Is this only occurring in the area of live performance?
MK: No, it permeates everything. It's the American way, which until
around 20-25 years ago was not prevalent in the world of fine arts and
non-profit dedication.
Now the fine arts and funding world have bought in completely. Let's
look at the Ken Burns mess. A filmmaker of dubious quality—pretty much
exclusively a product of Public Broadcasting—and with no previous
knowledge or even interest in jazz, gets millions of dollars to create
the biggest film extravaganza on the history of jazz. A great
opportunity for the art form, right? True recognition across the land
in untapped areas, right? Huge new audiences of consumers who will buy
concert tickets, fill clubs and make those CDs fly off the shelves,
right?
You know what sold? Videos and DVDs of the series. Copies of the book
connected with the series. CDs compiled to be marketed with the
series. That's it. Not a blip on the chart for the artists portrayed,
not even for Wynton, who was lionized by it while almost everybody but
Pops and Duke were smeared.
Those Ken Burns Jazz—think Sherman and Atlanta when you hear that—CDs
dominated the jazz charts. I contacted over 30 record stores in 15
cities to ask if people were buying any of the artists' own CDs along
with the Burns compilations. The answer was always a resounding no.
Marketing, my man. Mass marketing. That's what made Burns. That's
what's made Wynton. That's what we're up against. It's an empty
promise of potential success to which not one in 10,000 will actually
have access.
Boh...a me non risulta 'sta violenta polemica. Da dove la estrai,
scusa ?
Semmai il problema andrebbe colto in un quadro piu'
generale e attendibile da quello delineato nell'intervista a Marty
Khan (e' pur sempre del marzo 2005)
godibile, in buona fede e condita di humour, ma non esaustiva e
piuttosto miope sull'evoluzione fino ad oggi del Lincoln Centre.(Poi
un libro che dovrebbe darti strumenti infallibili e intorno a cui non
c'e' minimo sforzo dichiarato di marketing la dice lunga)
Meglio allora l'articolo apparso un anno fa sul Reader's Digest di
Michael Crowley, cosi' si capisce esattamente
lo scenario,l'andazzo, le istituzioni di controllo e il perverso
meccanismo che ha accomunato
negli ultimi dieci anni istituzioni no-profit al resto del paese
reale,megasalari compresi agli executives di turno, senza differenze
di sorta.
Cosi' arrivera' a pieno non solo l'11 settembre, ma come lo shock di
Enron e Tyco abbia cambiato la nazione; come l'amministrazione Bush
abbia polarizzato l'economia tutta, riducendola allo stallo, o per
meglio dire abbia consentito a lobbies di potere di accaparrarsi il
possibile, vendendo di volta in volta fumo sul mercato degli
azionisti.
Tra 10 anni sara' chiara la corresponsabilita' di Greenspan e soci a
creare queste bolle di illusione per tornaconto politico.Leggetevi La
deriva americana di Paul Krugman, alzera' il livello di anticorpi e
leggerete perfino Down Beat con altri occhi.
>
> Le cifre sono pubbliche, perché il Lincoln Center fa parte delle
> cosiddette "charities", vale a dire istituzioni senza scopo di lucro,
> che godono di un regime fiscale agevolato e possono raccogliere
> contributi (detraibili dalle tasse) da parte di enti, fondazioni e
> privati cittadini.
>
Bene, e perche' per ristabilire parametri non diciamo per esempio che
il Metropolitan Opera , che e' la piu' grande compagnia americana di
produzione musicale e teatrale (ma e' alle pezze ) ha avvicinato il
Lincoln Centre con l'intenzione di convogliare sforzi e programmi e
per creare insieme un piu' forte polo di attrazione per le
partecipazioni esterne ?
Qualcuno dice che Broadway e' morta e non offre nulla che non sia
volgarmente di massa ? Il Lincoln Centre e' il sogno realizzato di un
esponente della prima generazione di Afro-Americani che mai prima
d'ora s'era espressa in questi termini ed ha ottenuto quel potere di
"negoziazione" , coi poteri economici ma anche e soprattutto con la
propria tradizione e cultura.Era giusto che il jazz avesse una casa a
fungere da simbolo.Necessita' storica.
Ma quella del Lincoln Centre ha un prima ed un dopo.Sarebbe un errore
non riconoscere a Marsalis negli ultimi anni il merito d'esser
cresciuto come individuo, dall'esaltata funzione di poliziotto della
tradizione jazzistica , e di aver provato ad imparare il dialogo con
le mille voci ed influenze dissonanti col suo dictat , innovative ma
che allo stesso diritto partecipano e confluiscono a quella multiforme
storia Afro-Americana.
Basta consultare la programmazione , soprattutto verificare quanto
certe presenze a latere siano state nocive (per es. Gibson .Conoscete
l'articolo della Pellegrinelli apparso su Village Voice ?Ha creato
molto scompiglio...e cambiato le regole del gioco )
Chi avrebbe mai pensato : il Lincoln Centre impegnato in una serata su
jazz e il movimento per i diritti civili ?
In ricordo di Max Roach posto l'articolo :
http://www.villagevoice.com/news/0311,king,42474,1.html
Marsalis che suona con Douglas ? Una serata per Zawinul !!! Confesso
di ghignare alla grande. Mai sopportato i poliziotti, ho piu' simpatia
per gli uomini che crescono e mettono in crisi certezze.Prima o poi
gli tocchera' capire perfino l'hip hop...
Ma per tornare agli stipendi, un paio di cifre e percentuali tratte
dal gran mondo della musica:
1) Nell'arco temporale che va tra il 2000 e il 2004 l'affluenza del
pubblico americano alle stagioni concertistiche e' calato del 13% su
scala nazionale ( un bel botto...)
2) 9 orchestre sinfoniche sono state smantellate
3) Salari per direttori d'orchestra e top manager sono saliti alle
stelle.Esempi ? Il Wall Street Journal riporta alcune dichiarazioni
dei redditi, databili 2004 :
- Daniel Barenboim $1.9 million , soltanto dalla Chicago Symphony (non
e' incluso quanto percepito dal Berlin Staatsoper)
- Lorin Maazel assestato sulla stessa somma , dalla New York
Philharmonic
- James Levine idem , dal Metropolitan Opera; ma si esclude il
compenso derivante dalla Boston Symphony
4) Il trattamento non e' insolito :circa una dozzina di direttori
d'orchestra assestano il loro income su circa mezzo milione di dollari
a stagione.
5) Ancora dallo stesso giornale :
"The past few years have seen some contentious battles between arts
organizations and their unions. In some cases, the high salaries of
both conductors and executive staff have given rank-and-file musicians
a more convincing case to ask for wage increases and to refuse
concessions. At the San Francisco Symphony, musicians just ended 10
months of bargaining with a 15 percent raise over the next three years
and a 21 percent increase in annual pension payments. In the previous
five years, conductor Michael Tilson Thomas's salary grew 31 percent,
compared with 22 percent for the musicians.
Also of local interest: "Executive compensation is also rising in
other performing arts that are struggling with declining attendance.
At the San Francisco Ballet, artistic director Helgi Tomasson earned
$374,000 in 2003-2004, a 25 percent increase over the previous five
years. The ballet posted deficits for three of those years." A major
difference between MTT and Tomasson, of course, is that the former is
a star performer, and Tomasson's dancing days are behind him."
>
> E' ovvio che davanti a cifre del genere il mondo del jazz americano si
> interroghi su quali e quanti benefici (pochi e punti, a quanto sembra)
> ricadano sugli altri musicisti e sulla scena jazzistica in genere.
Vuoi la mia ? Gli rosica e basta.La realta' e' sempre nei numeri.
Mettessero a frutto spirito imprenditoriale
e caparbieta'.I mezzi ci sono e perfino le certezze. Maria Schneider
ha dimostrato che si puo'.
E giusto per capire com'e' grande la nuova sede del Lincoln Centre ,
intuire i costi e l'obbligo ad avere per la gestione professionisti
qualificati :
" On square-footage alone, you could fit twenty Village Vanguards in
here, the whole Cotton Club, several Five Spots, Slugs and Minton
Playhouses, and still have hall space for strung-out musicians to fix
in "
Saluti
Rosanna