(la *vera* ragione è naturalmente che il sottoscritto ogni tanto ha il
desiderio di far capire a certi testoni cosa è in grado di fare quando
si impegna sul serio.. :P)
LA SONATA IN SI MINORE DI LISZT
Vetta suprema nella produzione pianistica di Franz Liszt, la Sonata in
si minore (composta fra il 1853 ed il 1854) rappresenta un degno
coronamento alle audaci sperimentazioni formali e strumentali che
l'Ungherese operò nel corso del suo soggiorno a Weimar. Considerata
sulle prime poco più che un saggio di circense esibizionismo - è noto
in tal proposito il giudizio negativo di Brahms - trovò solo in Wagner
e in Von Bülow degli accaniti sostenitori. Fra i più noti esecutori
che sul finire del diciannovesimo secolo perorarono la causa della
Sonata vanno menzionati soprattutto d'Albert e Busoni. Furono però le
straordinarie esecuzioni di Horowitz risalenti alla seconda metà degli
anni venti, nelle quali si potevano ritrovare mirabilmente
sintetizzati virtuosismo demoniaco e cantabilità angelica, a
consentirne un trionfale e definitivo ingresso nel repertorio
concertistico.
Nelle quasi quaranta pagine durante le quali si dipana quest'opera
dalla struttura affatto originale - un solo movimento mutuato anche
sull'esempio della "Wanderer-Fantasie" di Schubert - confluiscono le
esperienze di trasformazione tematica sperimentate nella Fantasia
quasi una Sonata "Aprés une lecture du Dante", la mefistofelica
baldanza dello Scherzo e Marcia e l'audace organizzazione tonale del
"Grosses Konzertsolo".
Le rilevanti difficoltà meccaniche, in particolar modo nei lunghi ed
estenuanti passi in doppie ottave, non sono tuttavia paragonabili a
quelle riscontrabili nei più inaccessibili luoghi del pianismo
lisztiano (si pensi alla prima versione degli Studi Trascendentali od
alle trascrizioni rossiniane e wagneriane) ed in ogni modo non
sufficienti a garantire la totale presa sull'ascoltatore. Logico
quindi che le esecuzioni più riuscite sono risultate essere quelle
nelle quali l'elemento tecnico è stato sublimato nella creazione di un
edificio sonoro di straordinaria ricchezza, oppure nelle quali il
discorso musicale ha ottenuto il completo sopravvento sulle esigenze
strumentali.
Parlare della discografia della sonata di Liszt è impresa ardua poiché
si tratta forse del brano pianistico più studiato ed inciso: contando
anche le versioni in vinile che aspettano di essere riversate su
supporto ottico, il numero delle edizioni commercializzate supererebbe
abbondantemente il centinaio. Invece di un arido elenco, abbiamo
preferito indicare quelle esecuzioni che - nel bene e nel male - si
possono considerare rappresentative di un particolare approccio alla
partitura.
Le peggiori (punteggio: 1-3)
Vi sono per prima cosa alcune interpretazioni il cui livello è
talmente basso da consigliarci di segnalarle al lettore, di modo che
vi si possa tenere ben lontano. Non abbiamo avuto occasione di
ascoltare la "leggendaria" esecuzione di Alarik Goethe che, secondo
l'autorevole parere di Piero Rattalino, potrebbe fregiarsi del titolo
di peggiore registrazione pianistica di tutti i tempi; ci siamo però
sfortunatamente imbattuti nelle versioni di Leonid Brumberg, Joseph
Bulva e David Helfgott, che quanto a cattivo gusto non hanno da temere
confronti. Il primo esegue il brano in maniera meccanicamente corretta
ma senza la più pallida intenzione musicale. Gli altri due, ad una
elementare resa sonora, affiancano apparati tecnici così modesti che
al confronto la pur prudente esecuzione di Curzon rischierebbe di
essere scambiata per un modello di virtuosismo trascendentale.
Inconsistenti (punteggio: 4-5)
In questa categoria abbiamo inserito alcune letture non proprio
pessime ma a fronte delle quali l'ascoltatore faticherebbe ad
orientarsi. Si tratta infatti di esecuzioni estetizzanti e
frammentarie, oppure nelle quali la forma è delineata in modo
eccessivamente schematico. Esempi lampanti di una concezione meramente
decorativa sono le prove di György Cziffra e di Van Cliburn. Entrambi
eseguono il brano in modo tecnicamente entusiasmante (le ottave in
particolare sono sensazionali), ma non riescono a reggere l'impatto
con la complessa struttura lisztiana; con il primo sembra di ascoltare
una improvvisazione - nemmeno troppo riuscita - à la Liszt, il secondo
trattando la sonata come fosse uno studio trascendentale d'immense
proporzioni, lascia scorrere le parti liriche e concentra i suoi
sforzi nel rendere la scrittura pianistica molto più sgargiante di
quanto non sia realmente.
Inappuntabili sotto il profilo formale ma prive - se non a livello
superficiale - di una convincente conduzione narrativa, sono le
versioni realizzate da Leslie Howard, Jeno Jando e Emanuel Ax. I primi
due sono in parte giustificabili (Howard ha registrato la sua
esecuzione nel contesto della immensa "Liszt Edition" e ciò può
avergli impedito un completo approfondimento del brano; qualcosa di
simile è avvenuto anche per Jando che è stato spinto dalla Naxos a
fissare troppo rapidamente su compact il suo enorme repertorio);
stupisce invece che un solista della levatura di Ax, solitamente parco
e prudente nelle sue uscite discografiche, abbia acconsentito alla
pubblicazione di un prodotto così povero dal punto di vista artistico.
Un caso a parte è rappresentato dalla seconda incisione di Vladimir
Horowitz, montata a partire da alcune live performances della prima
metà degli anni settanta. Che l'autore di questa gigionesca
prestazione sia lo stesso che quarant'anni prima aveva consegnato al
vinile ed alla storia una delle più superlative incisioni classiche
che si conoscano è, per ogni critico coscienzioso, motivo di vergogna
e d'imbarazzo. Il drastico ridimensionamento dei mezzi pianistici
provoca nel solista un ansia di superomismo che oltre a danneggiare
l'immagine stessa di Horowitz (ed infatti il russo di lì a pochi anni
troverà il modo di rappacificarsi con se stesso arrivando ad esprimere
in modo diverso ma egualmente affascinante le sue tendenze
virtuosistiche) fa scadere il brano a banale collezione di luoghi
della retorica tardo-romantica.
Altra immensa delusione è infine l'edizione siglata da Artur
Rubinstein al termine di un lungo sodalizio con l'RCA. La scrittura
viene clamorosamente semplificata (ascoltare il primo lungo passo in
ottave per credere), le componenti poetiche totalmente fraintese.
Nella sua autobiografia Rubinstein non ha mai tentato di celare la sua
disistima nei riguardi dell'Ungherese e questa sua esecuzione non può
che essere stata dettata da ragioni di ordine commerciale.
Diseguali (punteggio: 6-7)
La maggior parte delle registrazioni della Sonata, pur non essendo
prive di momenti memorabili o di felici intuizioni, non riescono a
mantenere desto l'interesse dell'ascoltatore per tutta la loro durata.
E' il caso delle letture di Martha Argerich, Simon Barer e Ivo
Pogorelich, accomunate da un magistero tecnico esaltante ma anche da
scelte agogiche non sempre condivisibili. La Argerich (che è forse
l'unica pianista a poter rivaleggiare in tema di ottave con Horowitz)
affronta il lavoro lisztiano alla "garibaldina" raggiungendo il
culmine nel triplo fortissimo che conclude la perorazione del Quasi
Adagio centrale. Poi, inspiegabilmente, la tensione scema fino a
scadere nella più piatta routine. Lo sfortunato solista russo (Barer
rappresenta un caso forse unico nella storia del pianoforte essendo
morto sul palcoscenico in seguito ad un'emorragia cerebrale) ci ha
lasciato una esecuzione pubblica nella quale il virtuosismo è spinto
sino al limite delle possibilità umane, anche se è nelle parti
cantabili che il gusto di questo artista per un romanticismo disperato
e tetro ha modo di emergere efficacemente. Pogorelich alterna invece
sezioni pregevoli per invenzioni timbriche e mobilità di fraseggio, a
passaggi di una lentezza insostenibile ed estenuante.
Nessun particolare demerito - se non la totale mancanza di originalità
- è ascrivibile alle incisioni dei seguenti artisti. Geza Anda, Daniel
Barenboim, Elisabeth Leonskaja, Louis Lortie, Rafael Orozco, Kyoko
Tabe e André Watts dimostrano nelle loro letture piena comprensione e
grande chiarezza espositiva. Sono perciò caldamente raccomandabili a
coloro i quali, non avendo ancora avuto occasione di ascoltare questa
sonata, desiderano formarsi un'opinione non condizionata dalla
personalità - a volte debordante - dell'esecutore.
Con Jean-Philippe Collard, François-René Duchable e Vlado Perlemuter
siamo nel pieno solco della tradizione pianistica francese e lo stesso
avviene nel caso di un parigino d'adozione come Nikita Magaloff. Ad
accomunare tali artisti c'è il gusto per l'eleganza e per una
conduzione narrativa sciolta e serena; la Sonata si trasforma nelle
loro mani in un poema epico-cavalleresco di sapore ariostesco.
Shura Cherkassky e Nikolai Demidenko puntano invece ad una forte
caratterizzazione dei singoli episodi. Più allusivo Cherkassky, più
drammaticamente scoperto Demidenko, entrambi sembrano voler illustrare
nelle loro registrazioni alcuni momenti salienti del mito faustiano,
che una tradizione ormai consolidata ritiene abbiano influenzato Liszt
durante la composizione. Tuttavia questa concezione è stata praticata
nel nostro secolo in modo assai più convincente da Arrau e Brendel.
Non sono molti i pianisti italiani - nonostante il pezzo figuri nei
programmi di diploma dei conservatori nostrani - ad essersi cimentati
con la sonata di Liszt, per lo meno dal punto di vista discografico.
Fra i pochi - oltre a Pollini, del quale discorrerò più avanti - mi
sembra doveroso menzionare Andrea Lucchesini, al quale sono legato
quasi sentimentalmente, essendo la sua esecuzione la prima in assoluto
da me ascoltata. A distanza di due lustri devo riconoscere che i pregi
di questa incisione sono da ricercarsi, più che nel trascurabile scavo
interpretativo, nelle esplosive qualità tecniche del maestro
pistoiese. Quanto a capacità tecniche non scherza nemmeno Carlo
Grante, specialista di quel ramo della letteratura ritenuto a ragione
"impossibile" e che comprende autori come Busoni, Godowsky e Sorabji.
Oltre alla completa padronanza virtuosistica, la recente lettura di
Grante si fa apprezzare anche per la raffinata condotta agogica e per
alcune audaci soluzioni nella pedalizzazione.
Interessanti ed autorevoli (punteggio: 8-9)
Struttura solida e collaudata, perfetto dominio tecnico, collocazione
interpretativa convincente: queste le caratteristiche delle seguenti
incisioni che raccolgono prove di molti dei massimi solisti del nostro
secolo. Alcuni - il lettore lo avrebbe notato certamente - non sono
propriamente degli specialisti di Liszt, a dimostrazione che le
peculiarità della Sonata rendono il lavoro adatto anche agli assidui
frequentatori del classicismo viennese. E' il caso di Maurizio Pollini
e Clifford Curzon, eminenti interpreti beethoveniani, schubertiani e
brahmsiani, e di Alfred Cortot, che nonostante la felice militanza
chopiniana non saggiò che superficialmente la produzione tastieristica
dell'Ungherese. Nelle loro interpretazioni l'aspetto fantastico, che
all'atto pratico si traduce nella ricerca di una timbrica
lussureggiante e nello slancio virtuosistico, se proprio non assente,
appare notevolmente ridimensionato; se mai, sono la tensione
intellettuale, i wagneriani rapporti motivici e la dimensione armonica
ad essere posti in somma evidenza.
Su di un medesimo piano si collocano le prime due incisioni di Alfred
Brendel, la prima realizzata per la Vox negli anni sessanta, la
seconda all'inizio degli anni ottanta per la Philips. A differenza
però dei sopracitati interpreti il pianista austriaco non nega affatto
il virtuosismo e in specie nella versione per la Philips - nella quale
era al massimo della forma - ci regala una prestazione appagante anche
sotto il profilo strumentale.
Di livello tecnico autenticamente trascendentale sono le prove di
Lazar Berman, Emil Gilels, Mikhail Pletnev e Jorge Bolet. La loro
abilità nel plasmare il suono a velocità altissime è straordinaria e
nel caso di Berman quasi sovrumana. Molto fantasiosi Berman e Pletnev,
più severi Gilels e Bolet (per lo meno nelle esecuzioni in studio
poiché esistono anche delle scatenate riprese live); si tratta
comunque di interpretazioni che non dovrebbero mancare in nessuna
seria collezione.
Quasi perfette si possono considerare l'infuocata lettura pubblica di
Vladimir Sofronitzky e la seconda incisione di un ottuagenario Claudio
Arrau. Del leggendario pianista di San Pietroburgo esistono pochissime
registrazioni in studio; in compenso la Melodiya ha conservato i
nastri di un gran numero di concerti e proprio da un recital degli
anni cinquanta è stata tratta la sua incredibile esecuzione della
sonata di Liszt. Sofronitzky suonava in preda ad una perenne
eccitazione - in ciò riportandoci alla mente i racconti riguardanti lo
Scriabin esecutore - e talvolta poteva diventare fallosissimo. In
questa Sonata il controllo tecnico è più che soddisfacente (anche se
l'impressione è che siano state utilizzate prese differenti); ancora
più alta è però la capacità di coinvolgere emotivamente l'ascoltatore.
Il cantabile acquista un rilievo che non tutti gli esecutori sono
disposti ad accordargli (perfino il fugato al termine dello sviluppo è
declamato con enfasi virile ed abbondantemente pedalizzato) ed i
tratti più impegnativi hanno il sapore di un'autentica sfida. Se il
superamento di ogni ostacolo è la ragione prima della versione di
Sofronitzky, nella concezione del tardo Arrau ogni conflitto appare
risolto. Posato, patriarcale, il pianista cileno sceglie una chiave
interpretava coraggiosa ed inedita: la rimembranza. La sua
interpretazione sembra rimandare a quella - inimitabile ed
irraggiungibile - di quindici anni prima, quasi fosse un monarca in
esilio che rammenta compiaciuto le imprese del passato. E poco importa
che le ottave siano faticose e l'agilità claudicante: la potenza del
messaggio di Arrau arriva al pubblico con una perentorietà ed una
sicurezza alle quali non è possibile sfuggire.
Eccezionali (punteggio: 10)
Poche volte, come nel caso delle seguenti registrazioni, l'incontro di
un artista con un'opera ha prodotto risultati di tale abbagliante
luminosità. Sicuramente i tecnici degli Abbey Road Studios, dove nel
novembre del 1932 fu catturata l'ammaliante esecuzione di Vladimir
Horowitz, non immaginavano che avrebbero reso disponibile per i
posteri un documento di valore storico assoluto. Quello che stupisce
maggiormente nel pianista di Kiev è l'estrema concentrazione poetica
che, già avvertibile nel celebre inciso iniziale, viene alimentata
battuta dopo battuta nel commosso Quasi Adagio, per sfociare poi in
una riesposizione di rara ferocia. Qui Horowitz estremizza le
indicazioni dinamiche originali, ottenendo un effetto di grandiosa
magniloquenza. E nessun virtuoso è mai stato in grado di eguagliare la
straordinaria combinazione di velocità, potenza e controllo timbrico
che l'artista russo dispiega nella raffica d'ottave del Prestissimo
che precede la conclusione.
Sebbene Sviatoslav Richter abbia eseguito pubblicamente il capolavoro
lisztiano in svariate occasioni, non si è mai deciso a fissarne una
versione in qualche modo 'ufficiale'. Non esiste infatti alcuna
registrazione in studio, ma un numero impressionante di edizioni - per
lo più piratesche - tratte dai suoi concerti degli anni sessanta e
settanta sono state commercializzate dalle più disparate etichette.
Ognuna di queste incisioni, sia pure nell'ambito d'impianti
interpretativi sensibilmente differenti, è assolutamente perfetta.
Richter può diventare di volta in volta angelico, diabolico, sognatore
o pensatore ma sempre con assoluto dominio della materia musicale.
Nei primi anni ottanta ebbe notevole risonanza un libricino (uscito
anche in Italia) di Joseph Horowitz intitolato "Conversazioni con
Arrau". Nel capitolo dedicato a Liszt, con nostra grande sorpresa, il
serio e compunto Claudio Arrau ammetteva candidamente di vedere nella
sonata di Liszt una illustrazione musicale del mito di Faust,
arrivando perfino a stabilire una correlazione fra i personaggi di
Mefistofele, Margherita, Faust e l'Onnipotente ed i principali gruppi
tematici della composizione. Ed in effetti la sua esecuzione è
condotta in maniera insolitamente fantasiosa, con slanci passionali e
tratti di bruciante lirismo. Il tutto senza sacrificare nulla alla
consueta, meticolosissima realizzazione del testo.
Anche Alfred Brendel nella sua terza incisione (la seconda per la
Philips) è stato mosso psicologicamente dal mito faustiano, come
testimoniano le eccellenti note che lo stesso artista ha realizzate
per il libretto. A differenza di Arrau però l'austriaco è meno solare
e nella lotta fra le forze del bene e del male, patteggia decisamente
per le ultime. Gli episodi ascrivibili alla figura di Mefistofele sono
beffardi e grotteschi e l'ultima pagina acquista un carattere
sinistramente consolatorio, non in linea con il positivismo espresso
dalla maggioranza degli interpreti.
Per ora ultimo fra i giovani pianisti ad essersi accostato alla sonata
di Liszt ottenendo risultati d'una certa rilevanza, Krystian Zimerman
si fa notare per l'esattezza di ogni particolare, per la straordinaria
coerenza narrativa e per lo strapotere virtuosistico, quasi
accostabile a quello di Barer e Horowitz. Nella sua versione il
polacco opera una lucida sintesi delle tendenze interpretative
testimoniate da settant'anni di incisioni discografiche ed in tal modo
- come già era avvenuto con i Concerti - si pone quale pietra di
paragone per ogni futura registrazione.
Conclusioni
Con i ragguardevoli esempi di Brendel e Zimerman si chiude, per ora,
la storia dell'interpretazione della sonata in si minore di Liszt. Non
è detto che altri pianisti possano raggiungere un giorno analoghe
vette: chi scrive ha recentemente ascoltato Evgenji Kissin eseguire
l'opera in concerto e non potrà facilmente dimenticare la fenomenale
prestazione tecnica del giovane russo. In tempi brevi verrà poi
licenziata dalla Hyperion la lettura di Stephen Hough che, ne siamo
sicuri, non mancherà di soprenderci facendo luce su insospettabili
aspetti del capolavoro lisztiano. Altri grandi solisti attualmente in
circolazione che reputiamo abbiano le carte in regola per misurarsi
con la Sonata sono Radu Lupu, Murray Perahia, Zoltan Koczis,
Marc-André Hamelin ed Olli Mustonen. Fra gli italiani Vittorio
Bresciani e Michele Campanella sono quelli che ci auguriamo trovino al
più presto la strada dell'incisione discografica. C'è poi il caso di
Vladimir Ashkenazy che dopo avere affrontato agli esordi della sua
carriera pagine anche molto impegnative di Liszt come gli Studi
Trascendentali od il primo Mephisto-Valzer ha totalmente estromesso
questo autore dal suo repertorio. Noi siamo convinti che la sua
intelligenza musicale ed il suo sensazionale bagaglio tecnico gli
permetterebbero di uscire più che vittorioso dal confronto con questa
sonata.
puf puf,
Jashugan
--
«Sopra la panca la capra crapula,
dopo la crapula la capra crepa».
(Vinix the Gurux)
--
Marco Epis
San Vigilio di Concesio (-BS- Brescia)
E-mail: vanm...@lelit.com
ICQ: 56346334 - MSN: vanm...@hotmail.com
"La musica è un'espressione più alta
di qualsiasi filosofia... Nella musica vive
una sostanza eterna, infinita, non del
tutto afferrabile"
(Ludwig Van Beethoven)
"La musica non deve offendere l'udito,
ma risultare gradevole a chi l'ascolta".
(W. A. Mozart)
> (la *vera* ragione è naturalmente che il sottoscritto ogni tanto ha
il
> desiderio di far capire a certi testoni cosa è in grado di fare
quando
> si impegna sul serio.. :P)
>
> LA SONATA IN SI MINORE DI LISZT
[...]
Che dire, amico mio? Impareggiabile...leggendoti su Sofronitzky mi
sono quasi commosso...
vito:-)))
panchi