I timori erano molti e giustificati, visto lo sdegno e il rancore suscitati
dall'altra opera paiselliana (sia pur con il beneficio dell'inventario,
visti i dubbi sulla sua effettiva paternità), "Pulcinella vendicato",
proposta appena qualche settimana fa nell'ambito dello stesso ciclo
sancarliano. Invece, prepotente, l'arte - che, per l'appunto, "accade" -.
C'è da dirlo subito, era sensibilmente diversa la grana della scrittura
musicale, che regala qui momenti di altissime delizie, che paiono anticipare
le alte sfere mozartiane (cito solo l'incredibile duetto del primo atto,
incorniciato tra due solisti di mandolino e calascione, e quello del
trascendente epilogo), ma era soprattutto diversa la capacità descrittiva e
drammaturgica di un regista che pare sempre più un donchisciotte
scaraventato chissà come nel duemila. Ebbene, questo donchisciotte che
risponde al nome di Roberto De Simone ci ha offerto una prova superba di
lettura storica artistica e musicale, creando una macchina teatrale
vorticosa e implacabile. Cercherò qui di renderne brevemente conto, già
consapevole che quanto con parole può apparire complesso, nella miracolosa
vita dell'opera d'arte non richiede soverchie spiegazioni.
Innanzitutto, qualche ragguaglio storico.
"L'osteria di Marechiaro" andò in scena al teatro dei Fiorentini di Napoli
nell'inverno del 1768, ma con musica di Giacomo Insanguine, con strepitoso
successo, tale da richiedere sessanta repliche consecutive; solo nella
primavera dell'anno seguente, senza interruzione, all'opera dell'Insanguine
fece seguito la rappresentazione della stessa commedia (e con la stessa
compagnia teatrale), ma con musica del Paisiello, onorata da quaranta
repliche.
Trattasi di un'incongruenza - stessa opera rappresentata di seguito nel
medesimo teatro con musica di due autori diversi - più che storica,
imprenditoriale: cosa avrebbe mai potuto convincere un impresario teatrale,
dopo lo strepitoso successo di un'opera, a commissionare ad altro musicista
la stessa commedia, da mettere in scena immediatamente dopo la prima,
rischiando un clamoroso fiasco?
Se poi si aggiunge che nessuna traccia ci è pervenuta della musica di
Insanguine (che il Paisiello, da vecchio, definì "il maestro delle pezze";
di lui si ricordano opere scritte a quattro o sei mani, con altri
musicisti), allora gli ingredienti ci son tutti per suscitare l'acume
critico del massimo conoscitore (fortunosamente, al contempo, regista) del
settecento napoletano.
Andiamo avanti. Paisiello, ricorda il Croce, era - come si dice a Napoli -
uno sciupafemmine, un donnaiolo bugiardo. Nel 1768 finì addirittura
implicato in una lite giudiziaria avendo egli promesso di sposare una ricca
vedova, che poi, alla prova dei fatti, non era risultata né l'una né
l'altra. Finì addirittura in carcere, sino a che non sposò la mantide (al
secolo, Cecilia Pallini).
Marechiaro all'epoca era una meta turistica, ma anche un ritrovo fuori porta
per i nobili napoletani, attratti sia dalla bellezza dei luoghi sia dai
misteri di alcuni antichi resti romani, tra cui il cd. Palazzo degli Spiriti
e la cd. Scuola di Virgilio, in cui la leggenda popolare voleva fosse stata
nascosta, dal Mantovano, lo spirito della Sibilla in un'ampolla.
Pare anche che Marechiaro rappresentasse anche un ritrovo abituale dei
massoni napoletani.
La trama dell'opera si dipana seguendo un canovaccio della Commedia
dell'arte, con tre coppie di personaggi di vario spessore che si
fronteggiano per risolvere problemi amorosi apparentemente insolubili, sino
a che l'intreccio non viene dipanato da uno 'spiritillo' evocato dal Conte
in un'orrida stanza nella quale egli arriva per nascondersi, e che evoca
l'officina del celebre napoletano, massone e alchimista, Principe di
Sansevero (caldamente consigliata la visita alla sua cappella per chi viene
a Napoli!).
Perno dell'intreccio è il Conte di Zampano, donnaiolo, perseguitato da
Lesbina, una vedova sua ex amante, che però rifiuta di sposare, essendosi
innamorato di una contadinella, Chiarella. Egli si era promesso in sposo
anche a una dama romana, Dorina, che giunge a Napoli accompagnata dal padre,
un bellicoso Marchese.
L'azione si complica quando lo 'spiritillo' prende le sembianze del fantasma
del marito morto di Lesbina, e attribuisce al Conte poteri sovrannaturali,
tanto da resistere alla spada del Marchese e alla reazione dell'Abate
(accompagnatore di Lesbina, e suo pretendente).
Secondo la ricostruzione affatto convincente del De Simone, la storia ebbe
così grande successo perché in essa i napoletani poterono riconoscere i
protagonisti della chiaccheratissima storia del Paisiello, essendo egli il
Conte di Zampano, la Pallini Lesbina, la cantante prediletta (Caterina
Catalli) Chiarella, l'Abate il Metastastio, e così via.
Non solo. Sotto un diverso profilo, innegabili appaiono le anticipazioni
della storia di Don Giovanni che poi troverà la sua massima incarnazione in
Mozart: se difatti il Conte sembra Don Giovanni, Lesbina è Elvira,
Chiarella (sedotta e seduttrice) è Zerlina, Dorina è Donn'Anna, il cui
padre, Marchese/Commendatore, è intenzionato a vendicare l'onore.
Ma i legami con Mozart - che effettivamente incontrò conobbe ed ebbe in gran
considerazione il Paisiello - non finiscono qui, poiché la scena in cui il
Conte immobilizza i suoi persecutori richiama alla mente quella della
Zauberflote, quando Papageno incanta i mori facendoli danzare
grottescamente.
Il cerchio si chiude: questo 'misterioso' intreccio sarebbe opera dello
stesso Paisiello, che iniziò a scrivere la partitura nell'estate del 1768,
lasciandola interrotta per i noti motivi che lo condussero in carcere.
Questo spiegherebbe la palese diseguaglianza, soprattutto nella parte
finale, dell'opera, che quindi sarebbe stata attribuita inizialmente
all'Insanguine, in quanto chiamato solo a completare la musica del
Tarantino, e a portare in scena la commedia sotto suo nome. Questo sino a
che il Paisiello non uscì dal carcere, e poté dare l'effettiva paternità
alla sua creatura, che, baroccamente, ne riproponeva in chiave favolistica
le vicissitudini personali.
Queste sono solo alcune delle implicazioni che lo spettacolo rende con una
spontaneità che rende quasi inconcepibile la profondità che invece vi si
cela, e che auguro a tutti di poter condividere.
Questa apparente contraddizione è, forse, il grande mistero di Napoli.
Mario
"Weia! Waga!
Woge, du Welle,
walle zur Wiege!
Wagala Weia!
Wallala, weiala, weia!"
[Richard Wagner]
Sarei curioso di sapere quali dubbi possano sussistere sulla paternità del
"Pulcinella vendicato" in presenza di un autografo vergato dalla mano del
tarantino. O dobbiamo pensare che Alessandro Lattanzi, autore dell'edizione
critica del "Pulcinella vendicato", sia ignaro del suo lavoro al punto da
non saper identificare un autografo di Paisiello (identificazione che, per
recente avventura e riguardo ad altra partitura, è stata per me
facilissima), o che egli menta spudoratamente, e in tal caso, per me
improbabile, non dovrebbe essere difficile smascherarlo. O ancora occorre
pensare che altri abbiano interesse a non voler accettare l'identificazione
di Paisiello come autore della farsa in questione. L'autore di questo post
così ricco di dettagli storici di prima mano saprà certo illuminarci in
materia.
Arrigo Quattrocchi wrote:
> L'autore di questo post
> così ricco di dettagli storici di prima mano saprà certo illuminarci in
> materia.
Ehm.... potreste essere in due ad illuminarci, grazie?
Queste polemiche piene di sottintesi e di accenni a fatti dati per noti
risultano incomprensibili ai piu'.
_______________________Isidoro__________________________________________________
Caro Mario, per caso hai visto la rappresentazione del S. Carlo
(Sinfonica) con la riproposizione dei mottetti di Padre Raimo?
Carlo
> Sarei curioso di sapere quali dubbi possano sussistere sulla paternità del
> "Pulcinella vendicato" in presenza di un autografo vergato dalla mano del
> tarantino. O dobbiamo pensare che Alessandro Lattanzi, autore dell'edizione
> critica del "Pulcinella vendicato", sia ignaro del suo lavoro al punto da
> non saper identificare un autografo di Paisiello (identificazione che, per
> recente avventura e riguardo ad altra partitura, è stata per me
> facilissima), o che egli menta spudoratamente, e in tal caso, per me
> improbabile, non dovrebbe essere difficile smascherarlo. O ancora occorre
> pensare che altri abbiano interesse a non voler accettare l'identificazione
> di Paisiello come autore della farsa in questione. L'autore di questo post
> così ricco di dettagli storici di prima mano saprà certo illuminarci in
> materia.
Mi spiace aver destato la curiosità - un po' risentita, se non erro: del che
non trovo ragione oggettiva - dell'Arrigo, che stavolta non tien fede al suo
cognome. Senza spirito polemico - non ne avrei ragione, e comunque non lo
nasconderei -, rispondo come segue.
Come avevo già scritto nella recensione al "Pulcinella vendicato" - che egli
avrà agio di trovare su Google - non ho elementi per valutare personalmente
la questione della autenticità dell'opera (se non l'ascolto della stessa,
ovviamente), ma mi limito - come credo sia buon costume, e mi pare
d'altronde faccia egli stesso - a riportare le convinzioni di chi ha qualche
riconosciuta autorità in materia.
Mi riferivo lì a Roberto De Simone, che - sia chiaro - altre volte ho pure
aspramente criticato, ma che dal mio punto di vista appare in questo caso
più affidante di altri sul settecento napoletano.
Ora posso anche aggiungere che i dubbi sulla autenticità dell'opera non sono
affatto una estemporanea prurigine, considerato che essi furono condivisi
anche da critici dell'autorevolezza del Pannain, come apprendo da
quest'articolo al quale - pure - mi permetto rimandarlo:
http://www.ilmattino.it/hermes/20010927/CIRC_NORD/37/AA.htm
In ogni caso, non credo che mettere in discussione la tesi di qualcuno
significhi automaticamente, in alternativa, dargli dell'incompetente o del
truffatore bugiardo, oppure che sia tale chi non la condivide.
Mi pare che questa posizione critica parli da sé, e non abbia bisogno di
ulteriori commenti.
Ovviamente, non svolgendo professionalmente l'attività di critico musicale,
non ho "dettagli storici di prima mano", quali i suoi, per illuminare
alcuno; cerco tuttavia, per lo meno, di stare attento a quello che accade, e
soprattutto a quello che scrivono gli altri, prima di scrivere io qualcosa.
No, mannaggia, avevo letto che era a inviti, e non avevo l'invito ...
Com'era? Me ne parli?
Stammi bene,
>
>
> Arrigo Quattrocchi wrote:
>> L'autore di questo post
>> così ricco di dettagli storici di prima mano saprà certo illuminarci in
>> materia.
>
> Ehm.... potreste essere in due ad illuminarci, grazie?
> Queste polemiche piene di sottintesi e di accenni a fatti dati per noti
> risultano incomprensibili ai piu'.
Hai perfettamente ragione! ;-)
Anche a me talvolta è capitato di trovarmi nella situazione di non esser
messo in condizione di avere gli elementi per comprendere una polemica
iamciana che altri fondavano su fatti solo ad essi stessi noti: non ti
nascondo tuttavia che spesso ... hanno preferito non ampliare la conoscenza.
Ho richiamato altri dati sulla querelle del Pulcinella nel post di replica
all'Arrigo, fammi sapere se sono bastevoli.
A presto,
Il riferimento mi sfugge. Non nutro certo risentimenti personali. Penso però
che espressioni come "sdegno e rancore" rivolte all'allestimento del
"Pulcinella vendicato" abbiano portato a un parere poco equilibrato anche
sulla vicenda dell'attribuzione.
> non ho elementi per valutare personalmente
> la questione della autenticità dell'opera (se non l'ascolto della stessa,
> ovviamente), ma mi limito - come credo sia buon costume, e mi pare
> d'altronde faccia egli stesso - a riportare le convinzioni di chi ha
qualche
> riconosciuta autorità in materia.
> Mi riferivo lì a Roberto De Simone, che - sia chiaro - altre volte ho pure
> aspramente criticato, ma che dal mio punto di vista appare in questo caso
> più affidante di altri sul settecento napoletano.
Il problema è che De Simone - persona a cui la cultura napoletana deve
tanto - non è neutrale in questa discussione, ma è palesemente parte in
causa, dunque il suo parere, pur autorevole, non può essere citato come
super partes.
> Ora posso anche aggiungere che i dubbi sulla autenticità dell'opera non
sono
> affatto una estemporanea prurigine, considerato che essi furono condivisi
> anche da critici dell'autorevolezza del Pannain, come apprendo da
> quest'articolo al quale - pure - mi permetto rimandarlo:
> http://www.ilmattino.it/hermes/20010927/CIRC_NORD/37/AA.htm
Un articolo di giornale testimonia della diatriba che oppone De Simone e
Florio, certo non aiuta molto a dirimere la questione. Giudicare autorevole
uno studioso come Pannain andava bene - forse - cinquant'anni fa; per
fortuna la musicologia ha fatto qualche progresso. L'argomentazione secondo
la quale "Paisiello nel 1769 - anno a cui si fa risalire lo spartito - era
occupato nel processo che lo vedeva imputato per bigamia e non aveva tempo
per scrivere farse" è del tutto irrilevante e quasi amena in presenza di un
manoscritto. Come del tutto irrilevante - mi si perdoni - è l'impressione
sulla qualità estetica che si riceve all'ascolto dell'operina.
Fortunatamente uno dei punti fermi dela musicologia è che i criteri estetici
non sono probanti in materia di attribuzione. L'unico vero criterio
affidabile è quello dell'analisi del manoscritto, che semmai verrà poi
suffragata da considerazioni collaterali. Ma dare credito alle
considerazioni collaterali prescindendo dal manoscritto è, sotto il profilo
"scientifico", poco credibile. Peraltro, fra le considerazioni collaterali,
occorre contare la testimonianza del librettista Cerlone, secondo il quale
la farsa in questione venne posta in musica prima da Insanguine e poi da
Paisiello. Dunque Paisiello la mise in musica. Se una analisi della grafia
del manoscritto lascia attribuire l'opera a Paisiello, risulta irrilevante
anche la scritta a matita, di altra mano e di chissà quale epoca, che reca
il nome di Insanguine. Questo in linea di principio, poi nello specifico la
situazione del manoscritto può essere molto più complessa. Proprio per
questo esistono le edizioni critiche che prendono in esame ogni aspetto del
manoscritto; e occorre dare un minimo di credito a chi le realizza.
> In ogni caso, non credo che mettere in discussione la tesi di qualcuno
> significhi automaticamente, in alternativa, dargli dell'incompetente o del
> truffatore bugiardo, oppure che sia tale chi non la condivide.
> Mi pare che questa posizione critica parli da sé, e non abbia bisogno di
> ulteriori commenti.
Il problema invece è proprio che negare l'autenticità paisielliana del
"Pulcinella vendicato", sostenuta a spada tratta da Lattanzi e Florio,
significa indirettamente dare dell'incompetente a costoro e dunque
squalificare a priori il loro lavoro. Che invece ha diritto di essere
valutato - bene o male, a seconda dei punti di vista, ma con un briciolo di
distacco - per i risultati.
> Il problema è che De Simone - persona a cui la cultura napoletana deve
> tanto - non è neutrale in questa discussione, ma è palesemente parte in
> causa, dunque il suo parere, pur autorevole, non può essere citato come
> super partes.
Ti spiace chiarirmi meglio quest'affermazione? Vorrei capire in che senso De
Simone potrebbe oggettivamente avere interesse ad affermare che il
Pulcinella non è del tutto attribuibile al Paisiello.
> Un articolo di giornale testimonia della diatriba che oppone De Simone e
> Florio, certo non aiuta molto a dirimere la questione. Giudicare autorevole
Certo, era solo per testimoniare che la querelle non era cosa delle ultime
settimane, come invece poteva trasparire dalle riserve espresse al mio
riguardo.
> Fortunatamente uno dei punti fermi dela musicologia è che i criteri estetici
> non sono probanti in materia di attribuzione. L'unico vero criterio
> affidabile è quello dell'analisi del manoscritto, che semmai verrà poi
> suffragata da considerazioni collaterali. Ma dare credito alle
> considerazioni collaterali prescindendo dal manoscritto è, sotto il profilo
> "scientifico", poco credibile. Peraltro, fra le considerazioni collaterali,
Non credo di aver bisogno di ribadire che non avevo alcun proposito di
ritenere o far ritenere di carattere scientifico le mie considerazioni, che
nascevano da una esecuzione e messa in scena imbarazzanti di un'operina che
- a chiunque essa possa esser attribuita, Paisiello compreso - non è
sicuramente una 'perla' del repertorio barocco.
> Il problema invece è proprio che negare l'autenticità paisielliana del
> "Pulcinella vendicato", sostenuta a spada tratta da Lattanzi e Florio,
> significa indirettamente dare dell'incompetente a costoro e dunque
> squalificare a priori il loro lavoro. Che invece ha diritto di essere
> valutato - bene o male, a seconda dei punti di vista, ma con un briciolo di
> distacco - per i risultati.
Continuo ad essere della mia idea, mi spiace. Credo sostenere tesi
'sostenute a spada tratta' non equivalga ad avere un certificato di
autenticità.