Mercoled� sera ho assistito proprio all'Orfeo di Monteverdi su libretto
di Striggio, forse la prima opera lirica nell'arco della Storia del
Melodramma, cui ci � dato da assistere (la data della prima
rappresentazione risale al 1607). Non a caso, mi sembra, l'argomento
dell'opera � il mito di Orfeo, uno dei pi� interessanti miti
tramandatici dalla letteratura della Grecia Classica, mito che vuole
significare proprio la forza della musica e il suo valore per lo spirito
umano. E pure una coincidenza interessante mi pare il fatto che proprio
il mito di Orfeo sia stato utilizzato da Gluck per dar luogo alla sua
rivoluzione con Orfeo e Euridice. Come dire, il mito di Orfeo viene
richiamato in due momenti decisivi per la storia del melodramma.
Da un punto di vista drammaturgico, L'Orfeo di Monteverdi sembra aderire
molto esplicitamente alla poetica di Aristotele. Gli eventi si
distribuiscono in cinque atti, in modo simmetrico: un prologo in cinque
strofe (cinque come il numero degli atti), cantato dalla Musica,
presenta il primo atto, che funge da introduzione (il matrimonio di
Orfeo ed Euridice), mentre il quinto e ultimo atto costituisce l'epilogo
(l'ascesa di Orfeo al Cielo). Nel secondo e quarto atto si verificano le
due peripezie, ovvero i due cambiamenti di stato d'animo di cui �
vittima Orfeo. Nella prima peripezia, quella del secondo atto, Orfeo, al
colmo della felicit�, viene raggiunto dalla terribile notizia della
morte dell'amata e gettato nella pi� nera disperazione, che lo induce
alla decisione di scendere agli inferi. Nella seconda peripezia, quella
del quarto atto, Orfeo, che ha ottenuto dagli dei infernali di poter
riportare la sua diletta sulla terra, mentre giubila per questo
successo, contravviene agli ordini ricevuti. Anche questa volta il
cantore sar� gettato nella pi� nera disperazione e sar� costretto a
risalire al mondo da solo, perch� Euridice dovr� tornare fra le ombre
eterne. Il terzo atto, l'atto centrale, ci offrir� l'apogeo, cio� il
punto culminante in cui viene espressa la forza della musica: il canto
di Orfeo "Possente Spirto", col quale il poeta entra nell'Inferno e
cerca di convincere i "Tartarei Numi" a "rendergli il suo ben".
Lo sviluppo dell'opera, oltre che su i personaggi principali (Orfeo,
Euridice, Proserpina, Plutone, Caronte, la Messaggiera, la Speranza e la
Musica) che interpretano lo svolgersi degli eventi, � basato in modo
determinante sul coro, che come nella tragedia greca, soprattutto
eschilea, rappresenta lo strumento di racconto e commento. Il coro,
all'inizio costituito da Pastori e Ninfe, canta il paradosso, cio� il
canto d'ingresso, in questo caso un epitalamio ("Vieni Imeneo"), e poi
negli atti successivi, sempre come pastori e ninfe, oppure come spiriti
infernali, lo stasimo, il canto sulla scena, che conclude i vari atti.
Dal punto di vista degli eventi credo che sia giusto rilevare un aspetto
importante: il fallimento dell'impresa di Orfeo. Orfeo fallisce per due
motivi, ovvero peccati: il primo � la presunzione. � convinto che la
bellezza della sua musica abbia sconfitto i Tartarei Numi. Il secondo �
la mancanza di fede: non si fida della parola degli dei, vuole
controllare. Apollo suo padre, nell'ultimo atto glielo fa rilevare
"Troppo, troppo gioisti di tua lieta ventura, Hor troppo piagni tua
sorte acerba e dura".
Da notare la differenza con l'Orfeo e Euridice di Gluck: in quest'ultima
opera non � Orfeo a compiere il peccato, ma Euridice. Orfeo si volta
perch� Euridice lo accusa di indifferenza se non di crudelt�, e Orfeo
cede per non far soffrire l'amata.
L'opera termina con l'assunzione di Orfeo al cielo, condottovi da
Apollo. Ma nella prima edizione dell'opera il finale era diverso: Orfeo
veniva sbranato dalle Baccanti, perch� aveva rifiutato l'invito della
altre donne ("Hor le altre donne son superbe e perfide etc.") Questo
feroce finale � poi stato sostituito per ragioni di opportunit�: si
trattava di un'opera celebrativa alla corte di Mantova, e quindi era pi�
idoneo un finale lieto.
Quello che, secondo me, occorre sottolineare � la bellezza dei versi e
della lingua di Alessandro Striggio, che si sposano in modo pressoch�
perfetto con la musica di Monteverdi. Frequenti in Striggio sono i
richiami danteschi negli atti che si riferiscono al regno degl'Inferi.
Basti pensare ai versi del canto centrale dell'Opera, "Possente Spirto"
in endecasillabi che ricalcano perfettamente le terzine dantesche a rime
alternate. Cos� anche la citazione del verso della Divina Commedia
"Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate" cantato dalla Speranza che
accompagna Orfeo, diventa la giustificazione al fatto che questa dovr�
abbandonare colui al quale fino a quel momento ha prestato assistenza.
Tutto l'ambiente infernale, pur essendo ricalcato sugli Inferi della
mitologia greca, non manca di offrire un clima che richiama quello
dell'Inferno della Divina Commedia.
La musica.
Nell'Orfeo non vi sono arie con da capo, e tantomeno recitativi secchi.
Il canto solistico � un declamato, a volte con espressioni anche ricche
di virtuosismo, alternato a brevi interventi dell'orchestra (ritornelli
e sinfonie). Il coro, assume frequentemente ritmi di danza. La musica
non ha una vera e propria tonalit�: � fondamentalmente modale,
accompagnata dal basso continuo. La polifonia � prevalentemente basata
sul contrappunto. Raramente si ascoltano dissonanze.
L'introduzione offre una bellissima Toccata affidata agli ottoni. Nel
resto dell'opera i timbri orchestrali si distribuiscono a seconda
dell'ambientazione e degli eventi: suono fresco dei legni, soprattutto
flauti, nelle scene pastorali del primo atto e dell'inizio del secondo;
suono cupo dell'organo e chitarrone (o liuto) nelle scene di dolore;
prevalenza di ottoni e legni nelle scene infernali.
A seguito dell'introduzione vi � il Prologo cantato dalla Musica: cinque
strofe di un canto melismatico, sempre sullo stesso tema, intercalate da
identici ritornelli.
Fra i solisti, Orfeo ha il maggior numero di interventi: uno o pi� in
ogni atto. Nel primo la bella aria "Rosa del ciel" nella quale dichiara
il suo amore per Euridice; nel secondo le couplets "Vi ricorda o boschi
ombrosi" con le quali esprime la sua gioia per le recenti nozze con
Euridice, e l'arioso "Tu sei morta" nel quale esprime lo sgomento a
seguito dell'annuncio, e il proposito di recarsi agli Inferi. Nel terzo
atto c'� il suo intervento pi� famoso e pi� bello "Possente Spirto", con
il quale, mediante un'aria ricca di melismi (cantar passeggiato, cantar
d'affetto, cantar sodo) cerca di convincere Caronte a lasciarlo passare.
Quest'aria � costituita da sei strofe con struttura a terzine simile a
quella della Divina Commedia, delle quali la prima � accompagnata e
seguita da un ritornello di violini, la seconda di tromba, la terza di
arpa, mentre le ultime tre non sono seguite da ritornello, e sono
accompagnate da archi e da basso continuo. Nel quarto atto Orfeo canta
la sua gioia, ma anche la sua presunzione e diffidenza in modo che
proprio durante quest'aria si svolge la seconda peripezia.
Gli interventi cantati di Euridice, molto belli, sono solo due: uno nel
primo atto, in risposta a "Rosa del ciel" e l'altro nel quarto atto,
dopo che Orfeo, contravvenendo al comando dei Tartarei Numi, si �
voltato. Quest'ultimo intervento "Ahi, vista troppo dolce", � assai
doloroso, cantato su una base fortemente cromatica e ricco di
dissonanze.
Nel quinto atto, c'� un lungo intervento declamato di Orfeo, con
risposte dell'eco, "Questi campi di Tracia", dove il poeta rifiuta la
possibilit� di avvicinarsi ad altre donne che non siano la sua Euridice,
e che sfocer� alla fine in un duetto con Apollo, all'inizio con un
sobrio e solenne recitativo, e alla fine col simultaneo canto di "Saliam
cantando al cielo".
I cori accompagnano le scene e comunque chiudono sempre l'atto: pastori
nel primo e secondo atto; spiriti infernali nel terzo e quarto;
nuovamente pastori nel quinto, con la danza di chiusura rappresentata
dalla Moresca.
La rappresentazione alla Scala.
La regia di Wilson si adatta splendidamente alla struttura drammaturgica
di tipo "greco classico".
Anzitutto la scenografia: il primo e il secondo atto sono ambientati nei
boschi di Tracia, rappresentati da due filari di cipressi che da destra
e da sinistra tendono a convergere verso il fondo. Nell'aria pende una
cetra. Questa scenografia riprende lo sfondo di un quadro del Tiziano
"Venere con Eros e organista" al Museo del Prado. Sulla scena vi sono
pastori, bestie di varia natura e Orfeo, seduto, che col suo canto le
ammalia. I costumi dei personaggi sono seicenteschi, come i costumi
dell'epoca di composizione dell'opera. Il terzo e il quarto atto sono
ambientati agli Inferi, rappresentati da una parete irregolare di roccia
torva, nella quale si apre una finestra luminosa, dove si manifesta la
presenza di Caronte, anch'egli in costume seicentesco. Nel quarto atto
la finestra si allarga e in essa si mostrano Proserpina e Plutone, nella
scena in cui Proserpina convince il suo sposo a liberare Euridice.
Nel quinto atto, ritornano i campi di Tracia, in presenza di un sole
abbagliante verso il quale Orfeo salir� al cielo assieme ad Apollo,
mentre i pastori cantano il coro finale.
I personaggi, in particolare i protagonisti, hanno movenze corporee
molto lente. I diversi aspetti degli stati d'animo non trovano
espressione in movimenti drammatici, ma piuttosto nella direzione sulla
scena dei movimenti. Non c'� retorica e neppure intensit� espressiva.
Gli stati d'animo, la psicologia dei personaggi � affidata a lenti
movimenti che consentono alla musica di esprimersi in modo palese. Per
esempio notevole � lo sgomento di Orfeo, durante la prima peripezia,
all'annuncio della morte di Euridice: rimane immobile, attonito, finch�
prende la parola con l'arioso "Tu se' morta mia vita", senza che questo
ne aumenti l'agitazione, mentre il coro, immobile sulla scena, lamenta
"Ahi caso acerbo!". La drammaticit� risulta di grande efficacia.
Analogamente, i momenti drammatici successivi, l'incontro con Caronte,
la seconda peripezia del quarto atto, etc. pi� che alle movenze
esacerbate dei corpi, affidano l'espressione a una forma di staticit�,
che richiama l'espressione caratteristica della tragedia greca.
I cori, in diverse condizioni si esprimono in ritmi di danza: nel primo
atto, ad esempio, come in "Lasciate i monti" la danza viene interpretata
da uno strano uccello solista con lungo becco (Nicola Strada), che danza
con movenze di scatto, giravolte etc. In altre occasioni, come nelle
scene degli inferi, il coro non compare neppure.
Da osservare che il finale della favola � stato quello classico
dell'ascesa al cielo, senza che vi sia stata la bench� minima citazione
della morte di Orfeo, straziato dalla Baccanti, come in altre
rappresentazioni � avvenuto.
L'interpretazione musicale: mi � sembrato di altissimo livello.
Alessandrini ha saputo immedesimarsi in modo chiaro ed efficace nella
favola dando ottima luce ai diversi timbri che illustrano le diverse
ambientazioni. I tempi usati mi sono sembrati un po' pi� accelerati di
altre edizioni che ho avuto modo di ascoltare in DVD (per esempio quella
di Ren� Jacobs o quella di Jordi Savall), ma perfettamente compatibili.
Il cast � stato di ottimo livello: in primo piano Orfeo, il tenore Georg
Nigl, che ha dato una interpretazione superlativa del personaggio, sia
come canto, sia come movenze sceniche.
Di alto livello anche gli altri personaggi: Euridice (Roberta
Invernizzi, che ha interpretato anche il ruolo della Musica nel
Prologo), la Messaggera e la Speranza interpretate da Sara Mingardo,
Caronte interpretato dal basso Luigi De Donato e Plutone da Giovanni
Battista Parodi, Apollo dal tenore Furio Zanasi, e Proserpina dal
contralto Raffaella Milanesi.
Gli applausi sono stati convinti, soprattutto in direzione di Georg Nigl
e del Direttore Rinaldo Alessandrini.
Saluti a tutti
Rudy
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> La rappresentazione dell'Orfeo alla Scala è stata per me un'occasione
> per approfondire le mie conoscenze dell'opera barocca. Sotto il termine
> "barocco" si raggruppano lavori di grandissima diversità sia a livello
> drammaturgico, come a livello della struttura e della stessa concezione
> musicale. Confesso che, mentre non amo particolarmente le opere del
> cosiddetto barocco "debordante" che prevale nel XVIII secolo (Händel,
> Vivaldi, Hasse etc.), sono invece attratto dalle opere del XVII secolo
> (Monteverdi, Landi etc.).
>
> Mercoledì sera ho assistito proprio all'Orfeo di Monteverdi su libretto
> di Striggio, forse la prima opera lirica nell'arco della Storia del
> Melodramma, cui ci è dato da assistere (la data della prima
> rappresentazione risale al 1607). Non a caso, mi sembra, l'argomento
> dell'opera è il mito di Orfeo, uno dei più interessanti miti
> tramandatici dalla letteratura della Grecia Classica, mito che vuole
> significare proprio la forza della musica e il suo valore per lo spirito
> umano. E pure una coincidenza interessante mi pare il fatto che proprio
> il mito di Orfeo sia stato utilizzato da Gluck per dar luogo alla sua
> rivoluzione con Orfeo e Euridice. Come dire, il mito di Orfeo viene
> richiamato in due momenti decisivi per la storia del melodramma.
[CUT]
Grazie per la recensione, come sempre interessante ed esauriente. Non
posso condividere l'entusiasmo per l'interpretazione, che mi è parsa
affrettata e banalizzante, neanche l'ombra delle prove che Alessandrini
ha dato ormai molti anni fa nei madrigali, che secondo me rientrano tra
le esecuzioni monteverdiane che hanno "fatto storia". Certamente, però,
un ascolto radiofonico come il mio non può essere paragonato alla visione
dell'opera in teatro, dove molte scelte musicali possono trovare una
ragion d'essere nell'interazione con la scena.
ciao e grazie
c
Grazie infinite davvero per questa bellissima recensione. Anche se non ho
visto questa rappresentazione codeste considerazioni sono validissime per
quando avr� la possibilit� di poterlo fare.
> Grazie infinite davvero per questa bellissima recensione. Anche se non ho
> visto questa rappresentazione codeste considerazioni sono validissime per
> quando avr� la possibilit� di poterlo fare.
Grazie a te :-))
Rudy
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Del finale con le baccanti abbiamo solo il testo ma non la musica. Vero
che il coro dei pastori (Vanne felice Orfeo) � sovrapponibile a quello
delle baccanti, ma non � possibile tenere entrambi i finali.
So perfettamente che in molte regie si fa in modo di mostrare
l'uccisione di Orfeo da parte delle baccanti ma ha poi un senso tutto
questo? Mi riferisco al bel libro di Philippe Beaussant "Il canto di
Orfeo" pubblicato da Fayard in cui si osserva che comunque alla "prima"
non si mostr� in scena l'uccisione di Orfeo perch� il cantore fuggiva
all'arrivo delle donne. Scrive Beaussant: "come non vedere che questo
finale imprevedibile � una pessima caduta? Che Orfeo sia stato fatto a
pezzi dalle baccanti � una cosa, che fugga lamentabilmente, anche per
non vedere ci� che l'anima aborre � difficilmente sopportabile,
incompatibile con la preoccupazione di elevazione, nobilt� e purezza di
cui � stata colorata dall'inizio alla fine questa trascrizione della
vecchia leggenda. Pure � questo il testo che avevano in mano gli
spettatori e la sola spiegazione che si possa dare alla fuga pietosa e
vergognosa di Orfeo � che a Mantova nel 1600, in una sala del palazzo
ducale, non fosse possibile rappresentare sulla scena il linciaggio del
semidio da parte di una banda di donnacce scarmigliate." Dopo una lunga
analisi dei pro e dei contro di una versione piuttosto che dell'altra
Beaussant scrive che "[il finale con Apollo] � l'unico ragionevole
purch� si riimmerga l'opera intera nel contesto del rinascimento e della
sua concezione del mondo ... siamo noi ad aver perso la fede
nell'armonia celeste a cui credevano,per crudeli che fossero talvolta,
gli uomini di quel tempo. Rileggiamo quelli che io ho chiamato i
testimoni. Baldassarre Castiglione ne � il migliore, ha trascitto in
termini piacevoli e pure lirici ci� che si pensava: che l'amore
platonista (non platonico) � la chiave dell'universo e che � attraverso
di esso, se lo si prende come si deve, che si accede al piacere e alla
pace che Apollo ha promesso a Orfeo; questo testo � una chiave per Orfeo
come per tante opere che amiamo senza comprenderne sempre il loro senso,
che siano di Mantegna, Tiziano, Michelangelo (le sue poesie dicono altra
cosa?), Petrarca o Bembo"
--
Giuseppe Sottotetti
gso...@alice.it
http://sottotettigiuseppe.ilcannocchiale.it/
> Del finale con le baccanti abbiamo solo il testo ma non la musica. Vero
> che il coro dei pastori (Vanne felice Orfeo) � sovrapponibile a quello
> delle baccanti, ma non � possibile tenere entrambi i finali.
> So perfettamente che in molte regie si fa in modo di mostrare
> l'uccisione di Orfeo da parte delle baccanti ma ha poi un senso tutto
> questo?
Infatti, in alcune rappresentazioni attuali si cita lo smembramento del
corpo d'Orfeo da parte della Baccanti solo con delle immagini, mentre il
finale � quello che si conosce dell'ascesa al cielo.
Per quanto concerne le origini e le cause dello strazio, Denis Morrier
cita la "tradizione antica che aveva fatto di Orfeo l'inventore
dell'omosessualit�: Calais, figlio di Borea sarebbe stato il suo
amante". Le Baccanti lo strazierebbero proprio per quel motivo.
Ma c'� anche un'interpretazione dello strazio in un contesto cristiano,
presente nell'opera di Monteverdi. Riferendosi al contesto cristiano che
il neoplatonico Ficino riprende nei suoi commentari, ci si pu� chiedere
se "Orfeo si sia distolto definitivamente dall'amore profano a profitto
dell'amore sacro? Che la separazione dell'anima dal corpo, figurata
dallo strazio delle Baccanti, sia una premonizione della Passione di
Cristio e della crocifissione? L'intepretazione � aperta", scrive ancora
Denis Morrier.
Ciao
Rudy
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rodolfo....@tin.it
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Non pu� essere diversamente, visto che non abbiamo la musica della
"prima versione". Ci� che viene detto da Beaussant nel suo libro (e che
io condivido) � che non � affatto automatico che la prima idea di un
autore sia quella buona, che noi dobbiamo nella fattispecie tornare
_necessariamente_ alla prima stesura di un testo eliminando tutti i
"pentimenti" ("repentir" in francese, forse andrebbe meglio tradotto con
"ripensamenti").
>
> Per quanto concerne le origini e le cause dello strazio, Denis Morrier
> cita la "tradizione antica che aveva fatto di Orfeo l'inventore
> dell'omosessualit�:
E' una cosa evidentissima nell'Orfeo di Poliziano (la RSI tra l'altro
mand� in onda un'interessante ricostruzione della musica di questo
componimento).
Personalmente preferisco dare un'altra chiave di lettura al "doppio
finale" dell'Orfeo di Monteverdi.
E’ cosa nota che il libretto de L'Orfeo di Monteverdi diverge a metà
del quinto atto: invece che venire divorato dalla Baccanti, dopo avere
bestemmiato le donne, Orfeo ascende al cielo, invitato da Apollo,
sceso da una nuvola. La riscrittura del finale dell’opera pare avvenne
per motivi censori, e contraddice il libretto a stampa della prima,
distributo agli spettatori, e contenete il finale con le Baccanti, non
quello tramandatoci ad oggi. E' legittimo supporre che ci fosse stata
musica (e danza) ad accompagnare questo parte dell'opera. Come che
sia, mi ha sempre stupito che Monteverdi si possa essere supinamente
sottoposto ad un’operazione di revisione così povera e sbrigativa, sia
dal punto di vista letterario che musicale, al punto da far travisare
l’intero significato dell’opera.
In realtà, ad un più attento scrutinio della partitura, ci si accorge
come anche nella seconda versione (quella che possediamo) Monteverdi
non rinneghi affatto il libretto originario, ma trasporti
semplicemente l’azione in un’altra dimensione, quella del sogno. In
realtà Orfeo, dopo avere bestemmiato le donne, si addormenta e sogna
Apollo che scende su una nuvola, mentre le Baccanti lo fanno a pezzi.
La chiave per accedere a questa lettura risiede nella Sinfonia che
Monteverdi fa seguire a “Questi campi di Tracia”. La Sinfonia è la
stessa che commenta, due atti prima, il sonno di Caronte che permette
ad Orfeo di entrare nel mondo degli inferi. Monteverdi, come tutti i
Grandi, non faceva nulla per caso: ne L’Orfeo ogni sinfonia e
ritornello hanno una loro precisa funzione drammaturgica ed
espressiva. Così è per il leit motiv dell’opera, il Ritornello della
Musica, che compare nei momenti di chiusura drammatica alla fine del
secondo e del quarto atto. Così è per la straziante Sinfonia che
commenta il dolore di Orfeo per la morte di Euridice. E così pure è
per la Sinfonia del sonno di Caronte, che ricompare, totalmente
inaspettata, esattamente nel momento in cui la musica ed il libretto
divergono a metà del quinto atto.
La presenza di questa Sinfonia dal punto di vista della drammaturgia
musicale de L’Orfeo non può quindi che significare il sonno. Ma il
sonno di chi? Di Orfeo, unico personaggio in quel momento sulla scena,
che dunque si addormenta al suono di questa Sinfonia, come ha fatto
Caronte nel III atto, e comincia a sognare, forse in inconsapevole
attesa del suo infausto destino di essere divorato dalle Baccanti.
I due finali de L’Orfeo non sono dunque alternativi ma complementari:
l’uno, perduto, ci racconta cosa successe veramente ad Orfeo una volta
tornato dagli inferi senza Euridice (le Baccanti), l’altro ci narra
come lui, interiormente, visse la sua morte, sognando un Apollo che lo
conduce alle stelle.
Il Deus ex Machina dell’opera non è dunque Apollo che scende su una
nuvola, ma il sonno di Orfeo, che non lo salva dalla furia delle
Baccanti ma salva l’opera dalla censura, lasciando intatto il
significato e l’esito dell’opera, e semplicemente trasportando nel
quinto atto l’azione su un piano differente, quello onirico.
Ciao
Mario
> La riscrittura del finale dell'opera pare avvenne
> per motivi censori, e contraddice il libretto a stampa della prima,
> distributo agli spettatori, e contenete il finale con le Baccanti, non
> quello tramandatoci ad oggi. E' legittimo supporre che ci fosse stata
> musica (e danza) ad accompagnare questo parte dell'opera. Come che
> sia, mi ha sempre stupito che Monteverdi si possa essere supinamente
> sottoposto ad un'operazione di revisione cos� povera e sbrigativa, sia
> dal punto di vista letterario che musicale, al punto da far travisare
> l'intero significato dell'opera.
Secondo Denis Morrier il finale "apollineo" trova una spiegazione
diversa da quella censoria: anzi due possibili spiegazioni. Una di
natura drammaturgica: la simmetria: la comparsa di Apollo risulta
simmetrica rispetto alla dimensione cosmologica del prologo.
La seconda spiegazione possibile � sulla natura celebrativa dell'opera
che faceva riferimento alle nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di
Savoia (1608). Era opportuno quindi un finale augurale (1609).
Infine la posizione della Moresca: avrebbe dovuto concludere il coro
delle baccanti e descrivere, con la sua musica selvaggia, lo sbranamento
del poeta che non doveva avvenire sulla scena (nella prima versione,
ovviamente). Questo lo si dovrebbe evincere dal libretto e dalla Tavola
dei Personaggi "Coro di Pastori che hanno fatto la Moresca alla fine":
l'"esodo" di aristotelica memoria.
La Moresca � cos� rimasta alla conclusione dell'opera. Questo, come
segno dello sbranamento, potrebbe essere un elemento a favore del lato
onirico dell'Apoteosi apollinea nella versione finale.
Ciao
Rudy
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rodolfo....@tin.it
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[...]
> La Moresca è così rimasta alla conclusione dell'opera. Questo, come
> segno dello sbranamento, potrebbe essere un elemento a favore del lato
> onirico dell'Apoteosi apollinea nella versione finale.
La Moresca posizionata lì in fondo, che pare non c'entri nulla, è
secondo me la prova più inconfutabile che effettivamente sia esistita
una prima versione (con sbranamento di Orfeo) musicata da Monteverdi e
perduta, così come perduti sono i cori delle Baccanti riportati nel
libretto originale di Striggio. La Moresca, nella versione a stampa
che ci è rimasta, è orribilmente problematica da realizzare dando un
senso all'intero finale (la si suona alla fine? la si intercala con il
coro "Vanne Orfeo"? la si ripete ad infinutum come riverenza? ecc).
Ciao
Mario
che ci sia stato il primo finale (lo sbranamento di Orfeo) �
inconfutabile perch� esso � stampato nel "programma di sala" che ebbero
coloro che assistettero alla "prima" dell'Orfeo monteverdiano. Si pu�
ipotizzare (cito sempre da Beaussant) che la versione delle baccanti sia
stata inserita in fretta e furia perch� gli spazi di palazzo ducale non
consentivano l'allestimento delle macchine sceniche necessarie per
l'arrivo di Apollo e l'ascensione al cielo di Orfeo (il teatro sarebbe
stato pronto l'anno successivo per le nozze di Francesco Gonzaga), come
si pu� anche immaginare che invece questo primo finale non sia piaciuto
e sia stato quindi necessario rifarne un altro (che Monteverdi comunque
prefer�, visto che � quello che ha pubblicato nel 1609 e 1615).
Spiega Beaussant: "La moresca � la danza dei buffoni, dei giocolieri,
dei folli di corte, chiamati in latino "morio". E' una pantomima
burlesca che si balla con dei sonagli alle gambe e delle sciabole di
legno in mano, facendo capriole. A causa del suo nome � stata
contaminata da turchi e mori. Essa conviene certo a delle baccanti
ubriache. Ma � una fine opportuna quando Orfeo � salito al cielo con
Apollo? Non � (come il coro finale, qualunque parole vi si mettano)
fuori luogo? Il problema � insolubile, comunque lo si prenda".
Io ho l'abitudine di paragonare la moresca dell'Orfeo alla danza con cui
Bottom e soci concludono la rappresentazione del loro "Piramo e Tisbi"
nel "Sogno di una notte" di Shakespeare. Dato che Teseo fa notare a
Bottom che la loro rappresentazione non ha bisogno di un epilogo in cui
si chieda venia agli spettatori per quanto di imperfetto c'� nello
spettacolo cui hanno assistito si passa direttamente alla danza. Penso
che all'epoca non dovesse apparire strano concludere una tragedia con
una danza-pantomima allegra di carattere totalmente diverso e
contrastato rispetto a quanto precedente.
> La Moresca, nella versione a stampa
> che ci � rimasta, � orribilmente problematica da realizzare dando un
> senso all'intero finale (la si suona alla fine? la si intercala con il
> coro "Vanne Orfeo"? la si ripete ad infinutum come riverenza? ecc).
Sia nella versione Alessandrini Wilson data alla Scala, sia in quelle di
Ren� Jacobs-Kosky e di Jordi Savall-Deflo (di cui ho i DVD) la Moresca
viene messa alla fine, dopo il coro dei pastori.
Ciao
Rudy
--------------
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Secondo me la Moresca dell'Orfeo non può in verità essere posizionata
da nessuna parte. Non è un ballo, è una base di 16 battute da ripetere
all'infinito. La scrittura stessa della Moresca non è chiusa, ma
aperta. Si tratta di 4 cicli ritmicamente e melodicamente (!)
identici, che non possono che significare un ballo iterativo,
ossessivo, aperto, e non chiuso come potrebbe essere ad esempio una
gagliarda. Per questo non si sa mai dove metterla: quella Moresca
accompagnava un'altra azione (le Baccanti), e quando arriva il
bell'Apollo non si sa più cosa farsene.
Un (coraggiosissimo) tentativo di ricostruzione del ballo delle
Baccanti è stato fatto da Vartolo per Naxos (1994): senza entrare nel
merito artistico dell'esecuzione, la Moresca associata alla furia
delle baccanti è presentata in modo ossessivamente ciclico, non
chiuso, per un numero di ripetizioni molto elevato, con un illuminante
risultato di furore dionisiaco, che altrimenti verrebbe perso
eseguendo la Moresca "as is", ovvero un paio di volte ed amen, come si
fa nella maggior parte delle esecuzioni oggi.
Ciao
Mario
E la toccata iniziale? Noi la consideriamo come se fosse una ouverture
ma molto verosimilmente era la fanfara che annunciava l'arrivo del
sovrano, come oggi che si suona l'inno nazionale prima di un concerto o
spettacolo cui presenzia il capo dello stato. E come nessuno oggi pensa
che l'Inno di Mameli faccia parte della Traviata cos� allora tutti
dovevano vedere questa Toccata come un momento a s�, distinto dall'opera.