Il 28/03/2012 12:28, emf ha scritto:
> Rientrando nel commento, Bollani non metto in dubbio che sia un bravo
> musicista,
Dirò una banalità, ma credo che, accanto al pregiudizio per cui
"i jazzisti sono più bravi degli altri con il repertorio classico
jazzeggiante", già messo in rilievo nel thread, ce ne sia uno uguale e
contrario, ma molto più frequentato, per cui "i jazzisti sono meno
bravi nel repertorio classico".
Falso, a mio avviso, se la si intende quasi come una tara "genetica",
dovuta alla lunga abitudine alla pratica improvvisativa, che nel
jazzista corromperebbe un non meglio precisata (e precisabile)
"purezza" nell'approccio a un brano colto, appannaggio esclusivo del
concertista nato e cresciuto.
Come se a certi livelli, nel jazz, le competenze tecniche e teoriche
di un musicista, la varietà che sa dare a tocco e colori, il senso
di coerenza e consistenza che riesce a imprimere a una performance
improvvisativa, tutto questo bagaglio non fosse paragonabile e di fatto
(come invece credo) sostanzialmente identico a quello di un suo collega
concertista, che (nell'opinione comune) si limita a "eseguire gli
ordini" del compositore.
Piuttosto è una questione di tempo da dedicare allo studio. Ma intendo
studio dell'interpretazione, che come si sa, è il vasto territorio
in cui ci deve avventurare che inizia dove ogni problema tecnico finisce.
Ma questo vale per qualunque musicista: se non studia, si sente,
jazzista o no.
La più semplice frase, sia Bach o Ravel, può essere eseguita
in venti modi diversi (con buona pace appunto di chi alla classica
rinfaccia l'assenza di "margini creativi" per chi la fa).
Il punto è: qual è la scelta giusta? Quale più vicina allo spirito
e del compositore e della composizione (non sempre coincidono le due
cose)? Quale scelta posso mantenere in linea con la "tradizione"
esecutiva di quel brano? Quali margini ho per allontarmene?
Ecc. Ecc.
Per tutto questo ci vuole tempo, e tanto studio per così dire
"a tavolino", a coperchio del pianoforte rigorosamente abbassato.
E questo credo manchi a Bollani e a molti altri jazzisti prestati
alla classica. E anche a Jarrett che, come scrivevo, è inappuntabile
nelle sue prove classiche, ma si ferma lì.
Il suo Shostakovich, ad esempio, è senza macchie. Gli manca la
profondità e quel tocco di anarchia che trovi, ad es., nella Nikolayeva.
Paradossalmente, e questo lo fai notare anche tu, nel jazzista prestato
alla classica più che un difetto sul piano tecnico o in generale di
comprensione del discorso musicale, si nota una voglia di non strafare,
di "eseguire gli ordini", che ha come risultato quello di ingessare
l'esecuzione.
E qui ritorno alla frase di François: "non bisogna mai dare
l'impressione di essere obbligati a suonare la nota successiva".
Ecco, paradossalmente, sono i jazzisti, proprio loro, a dare questa
impressione, quando fanno musica colta.
ciao
E