Un altro piccolo tuffo nel passato.
Ieri ho rivisto, dopo molti anni, Antonietta Stella, ormai divenuta
insegnante di canto, oltre che un'attempata e robusta signora. Non mi
ha subito riconosciuto, malgrado negli ultimi anni ci fossimo parlati
piu' volte al telefono. Il tempo ha fatto il suo corso. Quest'incontro
mi ha scatenato una serie di ricordi, che vorrei comunicare,
specialmente ai piu' giovani, ai quali spero faccia piacere.
Correva l'anno del Signore 1955. Ero sbarcato a Rio de Janeiro
nell'Ottobre del 1953 in cerca di un futuro migliore di quello che mi
pareva potesse offrire la natia Livorno. Ero arrivato con una nave
francese, in terza classe con un viaggio di 13 giorni. Uno di quei
viaggi di cui si conosceva l'inizio, ma non si puo' intravedere il
ritorno. Per molti l'attesa puo' durare tutta una vita. Gli aerei,
quei pochi che c'erano, volavano a quattro eliche, erano carissimi,
dotati soltanto di prima classe e impiegavano una ventina d'ore secche
con scali multipli lungo il percorso.
Nel 1955 dopo alterne vicende, lavoravo come assistente "part time"
di Adolfo Celi, anch'egli emigrato insieme a Luciano Salce in Brasile.
Celi era direttore artistico del teatro municipale di Rio, del quale
era sovrintendente il mitico Barreto Pinto. Mitico, se non altro, per
aver schiaffeggiato la Callas a Sao Paulo, l'anno precedente.
Antonietta Stella, in compagnia del marito, era arrivata ai primi di
Agosto, insieme a Giulietta Simionato, Fedora Barbieri, Ferruccio
Tagliavini, Mario del Monaco, Boris Christoff, Elena Nicolai, Gian
Giacomo Guelfi ed altri di cui mi sfugge il ricordo.
Il mese di Agosto e' il mese piu' bello di Rio de Janeiro. Pieno
inverno, con un cielo terso e un caldo secco, ed una temperatura
oscillante fra i 20 e i 26 gradi. Un paradiso in attesa di una decina
di mesi d'inferno.
Feci subito amicizia con tutti. Ero entusiasta di trovarmi in mezzo a
questi grossi calibri della lirica, ed ero felice di respirare musica
e canto, che mi mancavano enormemente. Dal mio arrivo in Brasile, fino
a quei giorni, non avevo praticamente parlato altra lingua, oltre il
portoghese, che possedevo ormai alla perfezione. Mi sentivo brasiliano
a tutti gli effetti, e mi piaceva avere assimilato una cultura, una
lingua, un modo di essere, cosi' diverso da quello di sempre. Mi
sembrava di vivere, in giovane eta', una seconda vita, costruita
interamente da me stesso, senza l'aiuto di parenti o di amici che mi
rendessero le cose piu' facili.
La stagione operistica si apri' col Boris Godunov, interpretato da
Christoff che canto' in russo, mentre tutti gli altri, coro compreso,
cantarono in italiano, come prescritto dalla tradizione dell'epoca.
Boris era al massimo delle sue capacita' vocali. Un gigante
nell'interpretazione. Indescrivibile la scena della morte, quando si
lasciava cadere dal trono, stramazzando alla fine degli scalini. Con
Boris c'era la moglie, Franca De Renzis, sorella della moglie di Tito
Gobbi e figlia di un famoso critico musicale. Donna intelligente,
volitiva, era la vera guida del marito. Lui obbediva docilmente ai
suoi desideri, alla scelta dei ristoranti e a quella dell'impiego del
tempo libero nelle serate off. Boris non aveva un carattere facile. Si
irritava facilmente con tutto e con tutti quelli che erano parte del
teatro e dello spettacolo, ma era timido, sorridente e simpatico con
gli amici.
Una sera ci trovammo invitati in un magnifico appartamento di
Copacabana con finestre a tutta parete verso l'oceano. Mi sembro' una
reggia, moderna, spaziosa, luminosa, senza corridoi e pareti secolari,
una cosa che forse avevo visto solo al cinema prima di allora. La
padrona era Elena Tarnowska, discendente della grande famiglia
polacca, finita in Brasile anni prima, in fuga dalla cortina di ferro.
Mi pare di ricordare che a una Tarnowka, Beethoven abbia dedicato una
sonata, abbastanza nota.
Eravamo in pochi. Oltre a Boris e la moglie, le due figlie della
padrona di casa, bellissime, bionde ed altissime, un mio carissimo
amico e la figlia (bruttina) del nostro ambasciatore a Rio, a
quell'epoca ancora capitale del Brasile.
Boris era affascinato dalla figlia maggiore della Tarnowska. La
gaurdava borbottando commenti abbastanza pesanti, al riparo
dell'occhio vigile della sua guardiana. Olivia, questo era il nome
della rampolla , gli chiese di cantare qualcosa. Non l'avesse mai
fatto. La moglie si precipito' davanti a lei, spiegando che Boris non
aveva mai cantato in privato, fuori dal teatro, se non per ragioni di
studio, ma mai per divertire gli amici. La ragazza insistette e con
lei anche gli altri, me compreso. Boris non riusci' a svicolare. Si
decise di cantare. Guardava il salone in lungo e in largo. Alla fine
si nascose quasi completamente dietro uno dei pilastri che
sorreggevano il grande salone, e ad occhi chiusi, quasi vergognandosi,
canto' una struggente canzone russa. Non dimentichero' mai quel
momento. La sua voce pastosa con quel bellissimo timbro che le era
proprio, fu per me un grosso premio. Alla fine, applaudimmo tutti e la
moglie Franca non manco' di farci notare che era la prima volta che
Boris riusciva a vincere la timidezza che lo assaliva quando si
trovava di fronte a pochi amici e che invece dominava magistralmente,
davanti all'intera platea del teatro.
Rimasi spesso con lui, durante la sua permanenza. Mi vidi tutte le
riprese del Godunov e lo cercai nel 1956, al mio ritorno a Roma, dove
cantava al teatro dell'Opera, il Simon Boccanegra. In un palco, in
compagnia della moglie, mi ascoltai 5 repliche . Non avevo mai inteso
questo capolavoro prima di allora.
Antonietta Stella canto' Norma, per la prima e unica volta nella sua
vita. Non era cosa per lei, ma la fece lostesso. Con lei cantarono Del
Monaco, un Pollione magnifico, Elena Niccolai (considerata un mezzo
soprano di "garanzia"), che non sbagliava mai qualunque opera
cantasse. Dirigeva il maestro Ghione.
L'opera fu un disastro. Il terzetto al finale del primo atto, fu
intonato male dalla Stella, che trascino' fuori anche gli altri due.
Del Monaco si fermo', e il teatro si riempi' di fischi e di urla.
Ripresero alla meglio, ma l'esecuzione ando' male. Mi ricordo che ero
dietro il palcoscenico alla fine. Malgrado il secondo atto fosse
passato liscio, la Stella piangeva, invano consolata dal marito,
signor Trepiccioni, e da alcune ammiratrici brasiliane che le stavano
intorno.
Trionfo' Del Monaco nei Pagliacci. Al termine dell'aria "recitar", fu
la gloria. Il teatro si prodigo' in applausi interminabili, mentre il
sovrintendente gli conferi' sulla scena, l'onoreficenza del "cruzeiro
do sul". Ero in un palco laterale insieme a Guelfi e alla moglie. Fu
la prima volta che ascoltai un elogio spontaneo e vidi un cantante
applaudire un collega.
Giulietta Simionato canto' Carmen con Del Monaco. Divina Giulietta,
indimenticabile artista.Bravissimo del MOnaco, che appena 8 anni dopo
alla Scala, sempre con la Simionato doveva porre fine alla sua
carriera in modo inglorioso.
La Simionato era una donna di una vitalita' eccezionale. Le piaceva
proprio vivere e divertirsi. Aveva credo, 45 anni piu' o meno, e a me
che ne avevo 25, sembrava, con la tipica crudelta' dei giovani, una
donna matura. Tuttavia mi affascinava il suo modo di cantare, il suo
sorriso e il fatto che parlando della Cavalleria, mi disse di aver
cantato in quella famosa recita livornese nel 1940, diretta da
Mascagni, alla quale, appena decenne, fui costretto a presenziare, da
mio padre irriduttibile mascagnano.
La invitai a cena, dopo una recita di Carmen. Andai a prenderla in
camerino, dove indossava ancora il costume. Un abito sevigliano di
merletto bianco, sdrucito all'altezza del fianco, dalla foga con cui
Del monaco le affibbiava le coltellate, sia pure col coltello di
latta. Finimmo al "Pellicano", una tavola calda italianeggiante, in
Copacabana. Non avevo molti soldi, quindi ci appollaiammo sui sedili
intorno al bancone, per una lasagna alla bolognese. Un giretto in
avenida Atlantica, un bicchiere di birra all'Alcazar e un taxi per
accompagnarla all'hotel Serrador, dove alloggiava con il resto della
compagnia.
Guelfi canto' una splendida Cavalleria con Del Monaco e la Barbieri.
Tagliavini un bellissimo Barbiere, con Christoff nel ruolo di don
Basilio. E ancora la Stella, un'ottima Aida, con la Simionato nel
ruolo di Amneris, e Christoff in quello del gran sacerdote e Del
Monaco splendido Radames.
Bene, ieri ho riparlato con molta nostalgia di tutto questo con la
Stella. Son passati tanti anni. Del Monaco, la Niccolai e Christoff
sono morti. Quest'ultimo paralizzato in sedia a rotelle, nella sua
villa sulla Cassia, dove lo andai a trovare con Ghena Dimitrova pochi
mesi prima della sua morte. Quasi non mi riconobbe, e meglio avrei
fatto a non andarci per conservare soltanto il ricordo della sua morte
teatrale.
Non ci fu piu' una stagione lirica a Rio. La situazione economica
cambio' e il teatro non poteva pagare le cifre richieste dai cantanti
stranieri. Celi torno' in Italia qualche anno dopo, e cosi' Salce che
fece subito "La voglia Matta" pieno di ispirazioni brasiliane.
Nel novembre del 56, tornai anch'io e andai a finire a Milano.
Comincio' la vita...seria. Le avventure brasiliane, i viaggi in
Amazzonia, la vita semi randagia, erano finite. A 26 anni i giochi son
fatti. Ho rivisto molte volte la Simionato, ormai ultra novantenne, a
quel ristorante attaccato alla Scala, "Biffi", che oggi non esiste
piu' e per anni e' stato il luogo di ritrovo dei cantanti, degli
artisti e dei loro ammiratori.
Ma il Brasile non l'ho mai dimenticato e dopo i 7 anni del "gran
Milan", me ne son tornato a Rio, per qualche carnevale in piu'.
saluti
Giampaolo
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"La vita, amico, e' l'arte dell'incontro"
Vinicius de Moraes
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