o c c h i e l l o:
Milano: un malore di Gianluigi Gelmetti, pesanti
contestazioni all'indirizzo di Renée Fleming, il "forfait"
all'ultimo momento di Giuseppe Sabbatini, hanno
"avvelenato" alla Scala la "prima" del bell'allestimento
del capolavoro donizettiano firmato da Hugo De Ana
t i t o l o:
LUCREZIA DAL VOLTO DI TENEBRA
t e s t o:
Com’ e diventato difficile mettere in scena un opera alla Scala! Che
atmosfera livorosa, avvelenata, sempre sul filo della tensione si
respira ad ogni "prima" nel teatro milanese, sottraendo allo
spettatore, ma anche a chi scrive il piacere di andare a teatro per
gustare uno spettacolo senza dover temere ogni volta di trovarsi nel
bel mezzo di una corrida, in cui una fetta di pubblico aspetta
soltanto di scagliarsi sulla vittima di turno.
Delle contestazioni alla recente Manon Lescaut si č detto, cercando di
spiegare quelli che secondo noi ne erano stati i motivi scatenanti; la
pioggia di incivili, inurbani e veramente sconsolanti dissensi piovuti
su Lucrezia Borgia (non si contesta una cantante, ci riferiamo a Renée
Fleming, in maniera cosě villana mentre sta cantando) ci lascia
sconcertati e amareggiati. Cosa vuole il pubblico della Scala? Per
Lucrezia Borgia la Scala ha radunato il cast migliore possibile
"oggi", ha scritturato il regista piů talentoso e immaginifico di cui
disponga il teatro lirico al momento e ha affidato la guida musicale
dello spettacolo a un ottimo professionista. Cosa si vuole di piů? Una
volta tanto che un'opera viene preparata scrupolosamente, con
dedizione (e questo era evidente) dando vita a un allestimento di
notevolissimo livello, la si affossa cosě? Allora non si distingue piů
tra spettacoli mediocri (Linda, Freischütz), "eventi" gonfiati oltre
il lecito e il giustificabile (Manon Lescaut) e spettacoli che
meriterebbero ben altre, festose, accoglienze (questa Lucrezia).
Finirŕ che alla Scala non si troveranno piů cantanti, direttori,
registi disposti a farsi mettere alla gogna da un gruppo di maleducati
che sotto la nomea di intenditori non sanno separare il grano dal
loglio.
La serata era giŕ cominciata male con il "forfait" dell'ultima ora di
Giuseppe Sabbatini, sostituito nel ruolo di Gennaro da Marcello
Giordani (e dalle gallerie sono partiti i primi, isterici, "buuh" ed
era proseguita peggio con il malore occorso a Gianluigi Gelmetti, che
ha costretto a sospendere lo spettacolo per una mezz'ora circa, subito
dopo la prima aria di Lucrezia "Com'č bello! Quale incanto".
Peccato, perché Lucrezia Borgia č opera talmente bella e riuscita,
sicuramente uno dei capolavori di Donizetti, che avrebbe meritato un
ascolto piů concentrato e disteso. All'ineffabile dolcezza delle
melodie, Donizetti aggiunge in questa partitura il brivido di un
colore notturno inquieto, romantico, ripiegato e dal volto di tenebra,
che preannuncia, senza farlo rimpiangere, quello di Lucia.
Drammaturgicamente, musicalmente, Lucrezia č un'opera dal fascino
catturante, un po' perverso e malato, in cui si intrecciano veleni e
tradimenti, amori e pugnali e l'ombra iniqua di incesti all'ombra del
soglio pontificio. Uno straordinario, appassionante "romanzo
d'appendice" scritto sul pentagramma, assolutamente non facile da
restituire in tutti i suoi cangianti colori e nelle sue molteplici
screziature.
Gianluigi Gelmetti ha scelto di rappresentare la versione scritta per
la Scala nel 1833, presentata nella revisione critica sull'autografo a
cura di Roger Parker. Il direttore, incappato nella difficile serata,
anche a livello personale, di cui si č detto, ma risalito
impavidamente sul podio, ha restituito della partitura una lettura
convincente, molto "teatrale" e incalzante, soprattutto negli squarci
drammatici (di assoluto rilievo la conduzione del duetto
Lucrezia-Alfonso nel primo atto), ma non mancando di rendere le
insinuanti, oscure atmosfere della fosca vicenda nata dalla sfrenata
fantasia "gotica" di Victor Hugo, dal cui dramma Felice Romani trasse
il libretto dell'opera. Senza gridare al miracolo, insomma, e
considerate le condizioni problematiche in cui si č trovato ad
operare, Gelmetti ha offerto una prova piů che brillante.
Di grande e curata bellezza lo spettacolo ideato in trinitŕ di regia,
scene e costumi dal bravissimo Hugo De Ana, al suo debutto scaligero:
una sorta di pedana bronzea, che andava a sollevarsi ed abbassarsi,
delimitava i vari ambienti della vicenda, resi suggestivi dal
gioco-luci, misterioso e notturno, di Vinicio Cheli. In questa specie
di Rinascimento-prigione alcuni elementi (ricchissimi bassorilievi,
effigi pontificie spezzate, simboli di un potere temporale corrotto e
malato, che ricorreva anche nelle fogge irridenti di alcuni abiti)
impreziosivano la cornice, in cui si incastonavano, come in un quadro,
appunto, nato dal pennello del Pinturicchio, di Tiziano o di Lorenzo
Lotto, i preziosissimi, fastosi costumi dalle seducenti cromie, che
proiettava-no l'inizio del XVI secolo, in cui si svolge l'opera, verso
un gusto visivo filtrato da un occhio "romantico".
Molto preciso e approfondito il lavoro di recitazione svolto sui
cantanti, dai protagonisti alla nutrita schiera dei comprimari, tutti
perfetti in scena, ed efficaci i movimenti coreografici curati da Leda
Lojoděce.
Renée Fleming (cosě crudamente contestata) non č certamente una
cantante epocale, ma č comunque una valida professionista. La sua
voce, dall'estensione ragguardevote, č purtroppo afflitta da un
vibrato a volte fastidioso che ne sporca la linea di canto, e da una
dizione problematica. Ma, nei panni di Lucrezia, ce l'ha messa proprio
tutta, cercando di spendere al massimo una carica drammatica teatrale,
che, obiettivamente, non la vede interprete sceriica di grande
carisma. Peccato abbia voluto strafare, affrontando due puntature in
sovracuto nella sua cabaletta finale che le sono venute proprio male,
scatenando cosě i suoi detrattori, che peraltro si erano giŕ dati un
gran daffare nel corso della serata, probabilmente innervosendola, a
sua scusante, oltre misura.
Onore al merito va a Marcello Giordani (Gennaro) che non conosce il
canto a mezzavoce nč si fa notare per la ricerca di sfumature
preziose, ma possiede bellissima voce, timbro solare e una dizione da
manuale, di cui non una sola parola va persa. Con lo studio e una
tecriica piů scaltrita, potrebbe diventare un elemento di tutto
rilievo. Certo, non č da ieri che č in carriera...
Dominatore assoluto sul palcoscenico lo splendido Don Alfonso di
Michele Pertusi, che la tecnica di canto la possiede, invece, e in
abbondanza. Voce piena, risonante, pastosa, che ha ancora maggiormente
acquistato in compattezza e spessore, Pertusi č anche eccellente
attore, e ha restituito del torvo Duca di Ferrara un ritratto a tutto
tondo, sia vocalmente che scenicamente. A lui gli applausi a scena
aperta piů convinti detta serata.
Morbido, elegante, ben timbrato, con una vocalitŕ fluida e dal timbro
vellutato, il Maffio Orsini della brava Sonia Ganassi. Al mezzosoprano
si richiederebbe un maggior affondo nell'estremo registro grave, che
non possiede svituppatissimo e una maggior fantasia nella cotoratura,
non inebriante e sfrontata come si desidererebbe nel suo "Brindisi".
Molti bravi i quattro cantanti impegnati teatralmente a fondo da De
Ana, nel ruolo dei quattro amici di Maffio e Gennaro: Carlo Bosi
(Jeppo Liverotto), Marco Camastra (Don Apostolo Gazetta), Roberto
Accurso (Ascanio Petrucci) e Orfeo Zanetti (Oloferno Vitellozzo).
Completavano il cast Antonio De Gobbi (Gubetta), tono Zennaro
(Rustighetto), Carlo Di Cristoforo (Astolfo), Michele Kalmandi (Una
voce). Di adeguato livello l'apporto del coro diretto da Roberto
Gabbiani.
Al termine dello spettacolo la platea in piedi ad applaudire convinta,
gran parte delle gallerie a dissentire rumorosamente e pesantemente.
Il gioco della parti continua, fino a quando la misura non sarŕ
colma...
(6 luglio) Nicola Salmoiraghi