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Tannhauser alla Scala

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Giuseppe Sottotetti

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Mar 18, 2010, 3:21:53 AM3/18/10
to
Una parte del pubblico scaligero non ha apprezzato che la Fura dels Baus
abbia mandato Wagner a sciacquare i panni in Gange. Letteralmente:
durante il bell'astro incantator tre lavandaie in sari bianco hanno
fatto il bucato in riva al fiume su cui arriverà la barca funebre indù
recante il corpo di Elisabetta. Il secondo atto sembra uscito da un film
di Bollywood (la mia vicina di poltrona mi faceva notare che i matrimoni
indiani sono _realmente_ così). A me questo allestimento è piaciuto
tantissimo per più motivi. Innanzitutto la Fura non ha seguito i dettami
del Regie-theater di moda nei paesi germanofoni, dove gli allestimenti
precindono dal testo messo in scena e possono valere indifferentemente
per Guglielmo Tell, Orfeo o Parsifal. Manca qualsiasi interpretazione
filosofica o politica per lasciare spazio al testo di Wagner, cui si
aderisce strettamente. Non esiste un solo gesto che contraddica la
musica di Tannhauser. Io lo reputo fondamentale perchè il buon
Riccardino - inventore de facto delle colonne sonore cinematografiche -
scrive della musica che si attacca strettamente a quanto si deve vedere
in scena. Non si tratta di seguire alla lettera le didascalie kitsch che
si trovano nel libretto ma di rispettare lo spirito dell'opera, facendo
in modo che non ci sia contraddizione tra ciò che si vede e quello che
si ascolta. Da questo punto di vista la Fura è stata perfetta e ha
raccontato la vicenda di Tannhauser in modo che anche un ragazzino delle
elementari possa capirla. Parlavo di cinema: la Fura usa tutte le
tecniche espressive più moderne creando uno spettacolo avvincente, che
impedisce di sentire il tempo che passa, che talvolta potrà mostrare un
debito di riconoscenza per Avatar ma che rimane nella mente di chi è in
teatro. Non mi è mai capitato di vedere tanta maestria tecnica abbinata
a un così raffinato modo di raccontare una storia. Davvero magistrale.

Dal punto di vista musicale mi rendo conto di aver sempre sottovalutato
Mehta: la sua orchestra è corposta, ha una bella pasta molto raffinata,
i colori sono ricchi. Tempi alquanto comodi, si assapora tutto con un
respiro degno di Parsifal. Robert Dean Smith è un Tannhauser dalla voce
che in sè sarebbe anche bella e intonata, se solo si riuscisse a
sentirla. Sovrastato anche da un mezzo-forte il ragazzo sparisce
completamente nei pezzi d'insieme e non ha volume. Capisco che il
convento non passi più i Windgassen di una volta, ma trovarmi a
rimpiangere anche Wolfgang Schmidt ha del tragico. Anja Harteros come
Venere aveva nel primo atto un vibrato per i miei gusti troppo marcato e
nella conclusione mi sembrava a dir poco approssimativa. La Harteros è
stata invece una Elisabetta da favola, assolutamente dominatrice. Un
buon Wolfram (Trekel) come ciliegina sulla torta di un allestimento che
merita di essere visto.


--
Giuseppe Sottotetti
gso...@alice.it
http://SottotettiGiuseppe.ilcannocchiale.it/

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