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Trenta figli e me la cavo

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Rafmi...@libero.it

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Jul 8, 2010, 6:29:04 AM7/8/10
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From: MPV e CAV di Mistretta
To: rafm...@infinito.it
Sent: Sunday, July 04, 2010 6:00 PM
Subject: Trenta figli e me la cavo

Source URL: http://www.tempi.it/prima-linea/009106-trenta-figli-e-me-la-cavo

Tempi 18-05-2010

Trenta figli e me la cavo di Laura Borselli
Matilde e suo marito hanno accolto decine di ragazzi in affido. «Sei sempre
una mamma che si accorge un giorno di non poter bastare al suo bambino»
L'ultima vacanza si perde nella memoria, di cenette a due non si parla
neanche. «Figurarsi se sono il tipo per queste cose!». Per Matilde Maffeo e
suo marito due cuori non sono mai stati sufficienti per una capanna, la loro
casa si è affollata subito dopo il matrimonio. Accoglienza era una parola di
là da venire, allora c'era solo Andrea, 22 anni e un passato da tossico alle
spalle, che aveva bisogno di un letto per qualche mese. In casa Maffeo è
rimasto cinque anni. È iniziato tutto con un'incoscienza che portava le
tracce della vocazione, così in 28 anni di matrimonio Matilde e Alberto
hanno avuto quattro figli loro e ospitato in casa una trentina di ragazzi in
affido temporaneo. A mandarglieli, attraverso l'Associazione Fraternità di
Crema guidata da don Mauro Inzoli, sono in genere i servizi sociali che
ritengono di dover allontanare i bambini dalle famiglie originarie. Ma da
qui sono passati anche tanti neonati, accuditi finché non si trovava per
loro una famiglia adottiva. «È la cosa più bella che ho fatto. Vedi arrivare
quei genitori, tutti emozionati, impauriti e tremanti e gli affidi il figlio
che hai iniziato a crescere».

La casa è una fisarmonica
Gino, cerebroleso, è un altro di quelli che dovevano restare pochi mesi e
hanno finito per diventare figli. Fino a tre mesi fa nella stanza del
terzogenito Marco, studente all'accademia di Brera, c'era il suo lettino.
Tra tele, pennelli e colori si è dovuto fare posto a sondini, medicine e
respiratori. E a due occhi sempre pronti ad aprirsi di scatto. «Spesso
dormivo lì accanto a lui e mettevo la sveglia ogni due ore per girarlo, per
evitare che si formassero le piaghe da decubito». A vedere la cura con cui
veniva accudito si commuoveva anche la mamma di Gino, quando veniva a
trovarlo. Nella roulotte in cui viveva quando stava con lei macchinari per
assisterlo non ci stavano, di soldi per acquistarli neanche a parlarne,
soprattutto era impossibile inventarsi infermiere di giorno e di notte. Come
ha fatto Matilde e come un giorno ha capito che non poteva fare più. «Tante
volte si pensa che ce la si deve fare sempre. E invece ci sono dei momenti
in cui devi dire di no, dire che non ce la fai».
A volte te lo dice il corpo che non regge, altre la tua famiglia, che
comprendi dover essere protetta, preservata da un'esperienza che potrebbe
distruggerla. Anche P. se ne è dovuto andare: una volta cresciuto le
tendenze che manifestava non permettevano che vivesse in casa con altri
ragazzini. La sua vita si era spezzata anni prima, quando il padre invece di
portarlo all'asilo iniziò ad abusare di lui, fino a che disegni sospetti e
segni inequivocabili scoperti dalle maestre sul corpo martoriato del piccolo
non hanno rivelato l'orrore. «Una volta mi ha scritto una lettera
commovente. Descriveva in se stesso due parti contrapposte, "il bambino
buono" e "il verme". "Con te - ha scritto - il verme non è mai venuto
fuori"».
Un pomeriggio Luca, uno dei due gemelli Maffeo, giocava sul tappeto, avrà
avuto sì e no un paio d'anni. «Mamma, io voglio essere una star, voglio
essere importante e famoso». E lei: «Ma tesoro, tu per me sei già una star».
E lui, tagliente come solo un bambino: «Ma non vale, tu sei la mia mamma». L'intuizione
di un gemello mentre gioca, il figlio di un'altra che hai accolto in fasce e
che di punto in bianco chiude (o sbatte) la porta di casa per seguire un
fratello che si è fatto vivo dopo tanti anni, o per inventarsi una vita non
sai dove e non sai con chi. «Ho sofferto enormemente per ognuno che se n'è
andato. Loro sono un mistero di libertà e tu sei sempre una mamma che
comprende di non poter bastare a suo figlio. Con quelli in affido questo
accade ancora di più: con i tuoi ti puoi ingannare per un po', in fondo li
hai partoriti; ma con questi altri no, nemmeno per un momento. Li vedi
crescere e ogni giorno che passa segna la loro distanza da te: non ti
somigliano neanche. Crescono e cominciano ad assomigliare alla mamma, al
papà. Magari a quelli che gli hanno fatto del male».

Che musica la matita
Matilde la sua carriera l'ha fatta tra pannolini, termometri, astucci,
righelli, penne, giochi, litigi e pianti. È il mestiere che ha sempre voluto
e la possibilità di sentirsi insoddisfatte, qui, è la stessa identica che a
muovere budget da centinaia di migliaia di euro in una multinazionale. «Il
punto fondamentale per una mamma che sta a casa a curare i propri figli, il
proprio marito, la famiglia è quella di amare ed essere amata. Loro sono
occasione per il mio compimento. Altrimenti qualunque lavoro tu faccia,
finisci a vivere in attesa di un altro pezzo di vita che arriverà quando i
figli saranno più grandi, la casa più spaziosa, i debiti estinti». Di queste
cose Matilde ha parlato diverse settimane fa anche ai bambini delle
elementari dell'Istituto Sacro Cuore di Milano ed è stato un fuoco di fila
di domande: «Non hai paura?», le ha chiesto una bimba terrorizzata dalla
possibilità che anche i suoi genitori inizino l'esperienza dell'accoglienza
in casa. «Vieni a conoscere la mia mamma», le ha chiesto la figlia di una
donna gravemente malata. L'ultimo a bussare a casa Maffeo è stato Gianluca.
Quando è arrivato era uno scheletrino scalzo di 4 anni e 9 chili di peso.
Per mesi non ha parlato. A poco a poco la scuola, gli amici e il rapporto
col papà zingaro che ogni mese viene qui a Monte Cremasco a trovarlo, hanno
ricostruito un ragazzino là dove c'era solo un selvatico impaurito. Un
pomeriggio in casa c'erano solo Gianluca e Matilde a fare i compiti. C'è una
riga che proprio non vuole saperne di riuscire dritta. «Vieni che ti aiuta
la mamma». Matilde appoggia il righello sul foglio, Gianluca segue la
superficie sicura con la matita. Si ferma di scatto: «Ssssst! Silenzio,
mamma! Ascolta! Senti che musica la matita su questo foglio!». Oggi ha un
feeling naturale con qualunque strumento musicale si trovi tra le mani,
dicono che sentirlo suonare i bonghi sia uno spettacolo. Gianluca ha un
orecchio e un senso del ritmo formidabili. Senza quella riga storta lui e
Matilde non lo avrebbero mai scoperto.


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