Gentile Raf invio la presente nella speranza di farti cosa gradita
24 Novembre 2008 - Tempi
Il medico uscito dal silenzio
Da recordman di aborti a primo obiettore di coscienza serbo. La parabola di
Stojan Adasevic
di Lorenzo Fazzini
Bimbo scampato ad un aborto chirurgico; medico conosciuto in tutto il paese
come «recordman» di interruzioni di gravidanza (anche 35 operazioni al
giorno, 9 ore quotidiane di «mortifera» sala operatoria); quindi cristiano
ortodosso e attivista pro life convertito da San Tommaso d'Aquino. Se non
fosse vera, la vicenda di Stojan Adasevic parrebbe uscita dalla fervida
mente di uno sceneggiatore ipercattolico abituato a copioni strappalacrime.
E invece la storia di questo medico serbo di Belgrado è tutt'altro che
cinematografica. «Non voglio discutere i miei convincimenti teologici o
quello che ho sognato, ma solo parlare dei fatti puramente materiali, come i
metodi tecnici usati nelle interruzioni di gravidanza» ha scritto Adasevic
su Saint Lazarus, pubblicazione della Chiesa ortodossa serba. Adasevic è
cresciuto alla scuola marxista per cui l'aborto era solo «l'asportazione di
una massa indistinta di tessuti», come recitavano i libri di medicina nella
Jugoslavia comunista sui quali si formò l'ex dottor Morte. Dopo 26 anni da
grande fautore di aborti - ne ha conteggiati tra i 48 e i 62 mila - Adasevic
ha detto basta. E si è tramutato in un alfiere della difesa della vita fin
dal suo concepimento.
La sua storia professionale visse uno snodo importante nel giorno in cui,
giovane universitario, sentì alcuni ginecologi parlare di un'interruzione di
gravidanza riuscita male, operazione che aveva riguardato una donna,
dentista in una clinica vicino all'ateneo: in lei Stojan riconobbe la
propria madre e nell'aborto «malriuscito» nientemeno che se stesso. «Lei è
morta, ma chissà cosa sarà stato di quel bambino?» si chiesero i medici tra
un caffè e una sigaretta. «Sono io quel bambino!» gridò Adasevic.
Nonostante, o forse proprio per via di quell'episodio, il giovane dottore
decise di dedicarsi quasi esclusivamente all'interruzione di gravidanza,
nella convinzione - maturata grazie all'educazione di stretta osservanza
comunista - che si trattasse «solo di una procedura medica, non diversa dal
rimuovere un'appendice. La sola differenza era il tipo di organo asportato:
un pezzo di intestino nel primo caso, un tessuto embrionale nel secondo».
I primi dubbi sorsero in Adasevic con l'avvento delle tecniche di diagnosi
ad ultrasuoni, approdate nell'allora Jugoslavia negli anni Ottanta: per la
prima volta gli fu visibile quello che non aveva mai visto, il feto adagiato
nel grembo della madre, che succhiava il dito e si muoveva. La svolta vera,
tuttavia, arrivò una notte di 26 anni fa, quando Stojan sognò un campo
«pieno di bambini e di giovani che giocavano e ridevano; avevano dai 4 ai 24
anni, scappavano da me con tanta paura» ha raccontato il medico al
quotidiano spagnolo La Razon. Fino a quando - sempre nel sogno - Adasevic
riuscì ad afferrare un bimbetto, che però gridò: «Aiuto! Un assassino!
Salvatemi da questo assassino!». Fu allora che, sempre durante il sonno,
comparve al medico di Belgrado «un uomo vestito di nero e di bianco», che si
presentò come Tommaso d'Aquino. Ad Adasevic, cresciuto sui libri del regime
ateo di Tito, il nome del Dottore Angelico non disse nulla: «Perché non
chiedi a questi bambini chi sono?» gli chiese il santo, senza dargli il
tempo di rispondere. «Sono quelli che tu hai ucciso quando facevi gli
aborti. Vedi questo ragazzo di 22 anni? L'hai ammazzato quando aveva 3 mesi
nel grembo di sua madre».
Dopo questi sogni Adasevic continuò per qualche tempo a portare avanti la
sua attività abortiva. Fino ad un giorno cruciale, quando durante un
intervento di questo tipo estrasse dall'utero di una donna i pezzi di un
feto: «La mano si muoveva ancora, il cuore pulsava». La donna in questione
iniziò ad avere perdite di sangue di notevoli proporzioni e la sua vita era
in pericolo: fu allora che, per la prima volta dopo decenni - Adasevic era
stato battezzato da bambino, ma era cresciuto come un ateo doc - si ritrovò
a pregare: «Signore, salva questa donna, non me!». Quello divenne il suo
ultimo aborto.
Dagli anni Novanta Adasevic inizia a viaggiare in tutto il paese, tenendo
conferenze e scrivendo articoli pro life. Per due volte riesce addirittura a
far trasmettere sulle televisioni nazionali il celebre video del ginecologo
americano Bernard Nathanson, Il grido silenzioso, che a metà degli anni
Ottanta denunciava l'atrocità delle vite umane stroncate nel grembo materno.
Addirittura l'attivismo dell'ex medico abortista portò il parlamento della
Jugoslavia post-Tito ad approvare un decreto a favore dei diritti del
concepito: solo il veto dell'allora presidente Slobodan Milosevic bloccò
questa decisione a tutti gli effetti pionieristica.
Vicino alle donne
In Serbia, afferma Adasevic, le statistiche dell'aborto fanno paura: «Non
abbiamo nessuna cifra ufficiale, ma dai calcoli e le osservazioni che ho
potuto fare in base alla mia esperienza, posso affermare che a metà anni
Novanta ci sono stati 6 aborti per ogni nato nel paese. Negli anni Duemila
la situazione è addirittura peggiorata: i reparti di maternità sono vuoti,
le cliniche per aborti strapiene. Praticamente non esiste nessuna famiglia
serba che non sia stata toccata da almeno un'interruzione di gravidanza.
Questa è una guerra vera, dichiarata da chi è nato contro chi non è ancora
nato. In questa guerra io ho passato la linea del fronte più volte: prima
come bimbo non ancora nato condannato a morte, quindi come abortista, e ora
come attivista pro-life». La scelta di schierarsi dalla parte della vita è
costata vari sacrifici ad Adasevic: quando comunicò al suo ospedale di
Belgrado che non avrebbe più fatto operazioni di questo tipo, i funzionari
lo guardarono straniti: in Serbia nessun ginecologo si era mai rifiutato di
compiere un aborto. Dopo la scelta, lo stipendio gli venne decurtato della
metà, la figlia venne licenziata dal lavoro, il figlio non fu ammesso
all'università.
Per il medico «convertito» alla vita è Madre Teresa di Calcutta ad aver
ragione quando diceva: «Se una madre può uccidere il proprio figlio, cosa ci
impedirà di ucciderci gli uni gli altri?». «La diffusione dell'aborto in
Serbia è determinata anche dalla mancanza di educazione religiosa», annota.
E Adasevic, da vero pro-life e sostenitore delle donne punta il dito contro
gli uomini, responsabili anch'essi delle vite stroncate prima di nascere:
«Troppo spesso hanno stili di vita da playboy. Seducono il maggior numero di
donne possibile e dopo, proprio quando la paternità sarebbe la cosa più
necessaria per loro e i loro figli, le abbandonano a se stesse».
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Marco Faillaci