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Revisione storiografica e uso politico della questione delle foibe

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Feb 20, 2012, 7:32:58 AM2/20/12
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Revisione storiografica e uso politico della questione delle foibe

Introduzione




L’altopiano calcareo compreso tra Slovenia e Italia (chiamato Kras in
sloveno e Carso in Italiano) è denominato dagli studiosi di scienze della
Terra “Classic Karst” per aver dato il nome ai “paesaggi carsici”. Doline,
caverne, acquitrini, sprofondamenti, dirupi, forre, voragini, abissi sono
gli ambienti principali del territorio carsico e ne hanno condizionato le
forme di antropizzazione. In merito a strategie belliche, i paesaggi
carsici si rivelano particolarmente adatti per operazioni di guerriglia.
Attraversamenti obbligati e angusti, cavità quasi inaccessibili, offrono
infatti singolari vantaggi a piccole e mobili unità locali, mentre pongono
problemi tattici e logistici a truppe allogene non adeguatamente
addestrate ed equipaggiate. Gli usi difensivi delle grotte da parte della
guerriglia comprendono, tra gli altri, rifugio per combattenti e civili in
fuga e posizionamento di postazioni armate. Vari usi offensivi sono
altresì favoriti, ossia: intrappolamento, agguato, nascondiglio, spazio
per addestramento e schieramento, deposito di munizioni, luogo per
detenzioni ed esecuzioni (Day e Kuney, 2004).



Nel corso della seconda guerra mondiale, il Carso e altri territori
carsici dei Balcani settentrionali sono stati teatro di battaglie tra
nazi-fascisti e partigiani, il cui epilogo è riferito dall’attuale
storiografia “ufficiale” italiana alla cosiddetta tragedia delle “foibe”.
Di pochi episodi bellici relativi a siti ipogei si conserva però una certa
memoria. Tra questi, l’acquartieramento di truppe jugoslave nelle grotte
bosniache di Drvar e la distruzione di munizioni germaniche nelle grotte
slovene di Postojna (Kempe, 1988). Eserciti convenzionali e partigiani,
soprattutto questi ultimi, sono ritenuti responsabili di aver trucidato
migliaia di nemici negli abissi carsici. In Slovenia, come in Croazia e
nella Venezia Giulia, l’immediato dopoguerra fu “particolarmente cruento,
giacché vi giunsero molte formazioni militari avversarie del Movimento di
Liberazione Nazionale” sospinte dalle avanzate partigiane e senza
possibilità di fuga (Ferenc, 2005). Esplorazioni speleologiche eseguite
dagli anni ‘80, al fine di censire le cavità usate come “cimiteri di
massa”, hanno fornito riscontri parziali (Mihevc, 1995). Del resto, il
numero di persone uccise o occultate nelle cavità è realisticamente
impossibile da stabilire e, dunque, materia di interminabili controversie
storiche e politiche. Le forme carsiche a sviluppo verticale dell’area
nord-balcanica si contano a migliaia e ciascuna di esse potrebbe essere
stata utilizzata più volte per “infoibare”, con inversioni dei ruoli
vittime-esecutori in relazione alle alterne vicende della guerra.



In Italia, il termine friulano “foibe”, che significa doline, abissi, è
impiegato per indicare “violenze di massa a danno di militari e civili, in
larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella
primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro
insieme procurarono alcune migliaia di vittime”. Un doppio mutamento
semantico è intercorso rispetto all’originario significato geomorfologico
di “foibe”, che ha perduto anche il legame con l’azione di “infoibamento”,
ossia di uccisione per mezzo di armi o per caduta violentemente indotta
dai bordi delle cavità, oppure di “semplice” occultamento di cadaveri
nelle medesime. Secondo la tendenza storiografica “ufficializzata” dallo
stato, è “questo un uso del termine consolidatosi ormai, oltre che nel
linguaggio comune, anche in quello storiografico, e che quindi va accolto,
purché si tenga conto del suo significato simbolico e non letterale” (Pupo
e Spazzali, 2003). Tale assunto costituisce però una gabbia epistemologica
che limita e condiziona l’analisi storiografica. Scorporate dalla
complessità reale del contesto bellico, le “violenze di massa” richiedono
una pianificazione strategica dell’Osvobodilna Fronta di tipo ideologico.
Ingabbiata da questa matrice disciplinare, la ricerca storiografica è
vincolata al banale dualismo interpretativo tra l’ipotesi di “pulizia
etnica” e quella di “eliminazione sistematica” degli avversari politici.
Il presente scritto vuole essere un contributo per il superamento di
questo paradigma.



Cenni storici




Dopo il primo conflitto mondiale, l’Italia attuò un programma di
“snazionalizzazione” dell’Istria appena annessa, chiudendo le scuole
slovene e croate e italianizzando i cognomi “stranieri”. Tra il 1919 e il
1922 le camicie nere compirono sistematicamente azioni squadriste,
incendiando e distruggendo sedi di associazioni, redazioni di giornali,
seviziando e uccidendo avversari politici. Contemporaneamente i dipendenti
sloveni, croati e tedeschi furono licenziati o trasferiti di forza in
altre parti del Regno d’Italia. Negli anni ‘30, l’immigrazione in massa di
contadini “regnicoli” provenienti soprattutto dal Friuli e dal Veneto,
costrinse gli istriani non italiani ad abbandonare le proprie terre. Molti
contadini ingrossarono le fila del proletariato che si andava sviluppando
nelle aree industriali di Pola e Arsia, come pure a Trieste e Monfalcone.
In questi luoghi le idee marxiste trovarono terreno fertile e forgiarono
quella cultura di lotta di classe che si rivelò poi un baluardo nella
guerra contro il nazi-fascismo (Di Gianantonio, 2006).



Con la feroce invasione subita nell’aprile 1941 da Italia, Germania,
Ungheria e Bulgaria, il Regno di Jugoslavia venne smembrato. La Croazia fu
posta sotto la dittatura di Ante Pavelic, imposto da Mussolini con la
benedizione del Vaticano; la Dalmazia e il Montenegro divennero
governatorati italiani; la Slovenia fu ripartita tra Italia e Germania. In
questi territori gli italiani si resero responsabili dei crimini più
efferati: bombardamenti e incendi di villaggi; sevizie, torture,
prelevamento e uccisione di civili per rappresaglia; esecuzione
indiscriminata di partigiani; deportazione in massa in campi di
concentramento e di sterminio (Conti, 2008). Non si trattò di episodi
isolati o eccessi di singoli, ma di comportamenti sistematici, funzionali
alla strategia di dominio imperialista dell’Italia monarchica e fascista
applicata anche in Libia, Etiopia, Grecia.



Già nel settembre 1941, le autorità italiane di occupazione in Jugoslavia,
riportarono episodi di “infoibamento” perpetrati da Ustaša ai danni di
cristiano-ortodossi a Livno (Bosnia). Le stesse autorità, per fronteggiare
la Resistenza jugoslava che si organizzava sotto la guida del partito
comunista, assoldarono collaborazionisti “rispondendo con una serie di
operazioni di guerra […] Nella provincia di Ljubljana durante i 29 mesi di
occupazione, su 340.000 persone, 25.000 furono internate e 13.000 uccise.
Un cittadino su cinque fu imprigionato” (Pirjevec, 2009). Voragini e
abissi carsici vennero usati come “cimiteri a cielo aperto” per seppellire
rapidamente le vittime di battaglie, rappresaglie e bombardamenti, specie
nella necessità di prevenire il diffondersi di epidemie.




L’Armistizio dell’8 settembre 1943 causò un vuoto di potere nella Venezia
Giulia mentre, quasi in ogni centro abitato, insurrezioni spontanee
determinavano la formazione di comitati di governo locale. Il potere
popolare fu stroncato all’inizio di ottobre dall’occupazione nazista e la
costituzione della Operationszone Adriatisches Küstenland, aggregata al
III Reich. Secondo la predominante storiografia italiana, durante questo
periodo di trapasso di potere furono commesse, dagli insorti slavi,
numerose uccisioni di massa di italiani (le “foibe istriane”). Tuttavia,
un numero non precisato di salme esumate era stato inumato in voragini e
abissi carsici dopo decessi causati da conflitti armati o incursioni
aeree, con fini antiepidemici. Altre salme esumate appartenevano a vittime
di rappresaglie nazi-fasciste, mentre altre ancora a persone uccise per
fatti di criminalità comune o vendette personali non-politiche.



Anche i partigiani usavano infoibare i propri nemici; è noto un documento
con il quale Luigi Frausin, segretario del PCd’I di Trieste, pur
raccomandando un’azione politica piuttosto che repressiva, disponeva di
non rinunciare “alla tattica delle foibe, quando si scovano fuori fascisti
responsabili di azioni contro la popolazione [...] collaboratori aperti,
decisi e attivi dei tedeschi, spie” (cit. in Pirjevec, 2009). Questa
tattica terroristica di eliminazione dei nemici in circostanze favorevoli
per la guerriglia era conforme a quella attuata dalla Resistenza in ogni
parte d’Europa (Michel, 1973) e agevolata, nel territorio carsico, dalla
possibilità di rapido occultamento dei cadaveri in anfratti sotterranei
inaccessibili e sconosciuti agli occupanti.



Con l’approssimarsi della fine della guerra, nel complesso e mutevole
contesto di giochi di potere del confine orientale italiano, il Comitato
di Liberazione Nazionale di Trieste rifiutò l’alleanza con i partigiani
jugoslavi, provocando la fuoriuscita della componente comunista. Lo stesso
CLN (considerato semplicisticamente soggetto “democratico” dall’odierna
storiografia) tramò con la X MAS di Julio Valerio Borghese in chiave
anticomunista (Novak, 1973). Ciò è confermato da archivi angloamericani,
dai quali è emerso che le formazioni partigiane della Osoppo idearono un
fronte unico con la X MAS contro l’Osvobodilna Fronta (Bajc, 2006). Altre
trame antijugoslave erano state già approntante sia dal Governo del Sud
(il “piano De Courten”) che dagli angloamericani (il progetto
“antiscorch”), anche al fine di prevenire disordini sociali che avrebbero
avvantaggiato i comunisti alla fine del conflitto.



Il 30 aprile 1945, il giorno dell’insurrezione di Trieste e dell’arrivo
dei partigiani jugoslavi, scontri armati, fortuiti o intenzionali, si
verificarono tra unità del CLN e dell’Osvobodilna Fronta. Significativo fu
il contributo delle unità armate di operai italiani e slavi, organizzate
dalle formazioni marxiste “Delavska Enotnost - Unità Operaia”, per il
contenimento di truppe naziste. Gli jugoslavi liberarono Trieste,
spingendosi poi nelle provincie di Gorizia e Udine. Questo territorio, in
cui cercavano scampo centinaia o migliaia di fascisti e collaborazionisti
sloveni e croati, fu investito da un’ondata di esecuzioni sommarie,
sanguinose vendette e crimini comuni. Tali vicende sono inquadrate dalla
storiografia italiana in un secondo periodo di uccisioni di massa di
italiani (le c.d. “foibe triestine”). Dopo 40 giorni di occupazione
jugoslava, il controllo civile e militare della Venezia Giulia occidentale
passò all’Allied Military Government.



Esumazioni e mancati processi




Gran parte degli esumati dalle foibe della Venezia Giulia non sono stati
identificati, né si hanno informazioni essenziali quali le loro attività
sociali e politiche, le circostanze dei decessi o l’identità degli
esecutori. Solo una parte delle salme riconosciute - peraltro
quantificabile mediante analisi dei documenti - si può attribuire a
esecuzioni sommarie compiute da partigiani. Il maggior numero appartiene
invece a soldati (soprattutto tedeschi) uccisi durante la guerra, come nel
caso del monumento nazionale della Foiba di Basovizza. Una frazione
significativa delle salme doveva appartenere a civili di varie nazionalità
uccisi dai nazi-fascisti negli eccidi, e “deposti” nelle voragini dai
sopravvissuti (parenti, amici, compagni) per fronteggiare la diffusione di
epidemie. Altre vittime sono da ascrivere alla criminalità comune e a
varie vicende quali vendette personali.



Le esumazioni dalle foibe avvennero principalmente durante due distinte
operazioni di recupero. La prima subito dopo la costituzione della
Operationszone Adriatisches Küstenland, riguardò le “foibe istriane” e
venne riportata nella cosiddetta “Relazione Harzarich”. La seconda
riguardò le “foibe triestine”, fu svolta sotto l’amministrazione
angloamericana e descritta nella cosiddetta “Relazione De Giorgi”.
Purtroppo tali relazioni, ampiamente citate nella letteratura storica e
pubblicistica, non sono disponibili nella loro forma originale (Cernigoi,
2005), a detrimento delle potenzialità della ricerca.



Nella zona di Trieste, una cifra non precisabile di “infoibamenti”
avvenne, durante il periodo bellico, per mano di poliziotti
dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza di Trieste; si trattava di
persone morte a causa di sevizie e torture. Emblematica è poi la vicenda
dell’Abisso Plutone presso Trieste, dove gli infoibatori furono fascisti
della X Mas infiltrati nelle file partigiane (Cernigoi, 2005). Rilevante
ai fini delle metodologie storiografiche è invece la vicenda di un
presunto sopravvissuto ad un episodio di infoibamento in Istria, presso
Plomin (Croazia) che ebbe, pochi anni or sono, grande clamore mediatico.
Recenti ricerche hanno dimostrato infatti la sua inattendibilità al fine
del processo di revisione storiografica (Pol Vice, 2008). Un elenco delle
“foibe” completo e attendibile per la ricostruzione delle vicende storiche
è quindi problematico da realizzare. Per fini comparativisti si consideri
che in Slovenia sono stati censiti, per mezzo di esplorazioni
speleologiche, circa 100 abissi carsici contenenti resti umani (Ferenc,
2005).



Quasi nessun criminale di guerra italiano venne giudicato dai tribunali
internazionali. Molti furono riciclati, già a partire dall’Armistizio,
negli apparati statali del Governo del Sud, e poi in quelli della nascente
Repubblica Italiana, almeno sino al 1948. Lo stesso Badoglio era accusato,
a giusta ragione, di crimini in Libia e soprattutto in Etiopia. Tra i casi
eclatanti si può ricordare quello del generale dei carabinieri Taddeo
Orlando, artefice del grande rastrellamento di Ljubljana che provocò
migliaia di vittime. Egli compariva al numero 149 della lista dei
criminali di guerra delle Nazioni Unite ma venne nominato segretario
generale del Ministero della Difesa da De Gasperi nel 1947. Lo stato
italiano favorì l’impunità dei criminali di guerra anche proteggendone la
clandestinità. E’ questo il caso del generale Mario Roatta, responsabile
dei massacri avvenuti in Slovenia e Dalmazia. Arrestato a Roma nel
novembre 1944, fu poi fatto fuggire in Spagna dove visse agiatamente per
un ventennio, per tornare infine indisturbato in Italia (Di Sante, 2005).



L’omertà degli apparati dello stato in cui si riciclavano i fascisti
vanificò le richieste di estradizione dei criminali di guerra che il
governo jugoslavo preparò dal 1944. Si trattò di una vera e propria
“azione di salvataggio” organizzata dalle massime cariche della nascente
repubblica. Le mancate estradizioni fecero aumentare il livore che gli
slavi nutrivano nei confronti degli italiani. La tensione tra le
popolazioni continuò a crescere per tutto il 1946 e anche dopo la firma
del Trattato di Pace di Parigi. Vi furono vendette e uccisioni sommarie,
nelle quali alle questioni ideologiche e nazionalistiche si sovrapponevano
vecchi e nuovi rancori personali e familiari, nelle generali condizioni di
miseria e nella lotta per la sopravvivenza generate dalla guerra. Altre
cause geo-politiche contribuirono a oscurare la questione dell’esodo
giuliano-dalmata. In particolare la rottura tra i regimi comunisti di
Jugoslavia e Unione Sovietica, e di conseguenza tra il PCI e il PCJ,
nonché il contestuale consolidarsi dei rapporti tra Jugoslavia e Stati
Uniti d’America.



Giorno della Memoria Vs. Giorno del Ricordo




Il calendario delle celebrazioni ufficiali della Repubblica Italiana si è
arricchito negli ultimi anni di due nuove date: il Giorno della Memoria
(27 gennaio) e il Giorno del Ricordo (10 febbraio). Le commemorazioni
avvengono in tutto il territorio nazionale con cerimonie ufficiali,
dibattiti pubblici, convegni di studio e altre iniziative. Molto frequenti
sono i viaggi di scolaresche presso i rispettivi luoghi simbolo. L’impatto
delle due ricorrenze sulla collettività è differente: mentre il Giorno
della Memoria si svolge, forse troppo artificiosamente, nel commosso
ricordo della Shoah, il Giorno del Ricordo è sistematicamente “turbato” da
manifestazioni e contestazioni.



La legge n. 32 del 30 marzo 2004 “Istituzione del Giorno del Ricordo in
memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle
vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai
congiunti degli infoibati”, è apparsa subito come la risposta politica
alla legge n. 211 del 20 luglio 2000, che aveva istituito il Giorno della
Memoria in ricordo “dello sterminio e delle persecuzioni del popolo
ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”.
Si tratta di due leggi promulgate da governi di segno politico opposto: il
Giorno della Memoria dal governo Amato II (centrosinistra - XIII
legislatura) quello del Ricordo dal Berlusconi II (centrodestra - XIV
legislatura).



Le date scelte per le commemorazioni hanno un differente valore simbolico.
Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz, liberando gli
internati sopravvissuti allo sterminio nazista. Il regime comunista
sovietico fu percepito dal mondo intero come il liberatore dei popoli
oppressi dal nazi-fascismo. Nel promulgare la 211/2000, il legislatore
italiano si era adeguato a una volontà sovranazionale. Era stata la
Germania, nel 1996, ad adottare per prima questa data per commemorare le
vittime del nazismo, seguita poi anche da Regno Unito e Polonia.
L’assemblea generale dell’ONU ha quindi ratificato questa data per “the
international holocaust remembrance day”. La 211/2000 ha introdotto una
serie di questioni, a partire dalla discriminazione degli altri gruppi
umani deportati e sterminati, quali rom, omosessuali e (si direbbe oggi)
diversamente abili. Considera solo i campi nazisti, dimenticando quelli
fascisti che pur erano disseminati in Italia (19 dei quali riservarti alla
deportazione di slavi) e nella Penisola Balcanica (dove morirono decine di
migliaia di deportati). Conduce alla rimozione delle vittime del fascismo
e alla selezione memonica di quelle del nazismo, pur riguardando
formalmente anche deportati militari e politici. La maggior parte di
questi ultimi erano però comunisti. Pertanto, la commemorazione avrebbe
potuto trasformarsi in una sorta di “giornata dell’orgoglio comunista”,
dieci anni dopo la fine dell’Unione Sovietica e la “demolizione” del Muro
di Berlino. Infatti, nonostante le abiure di molti ex-comunisti con
ripudio della vecchia fede politica, i partiti comunisti sorti dopo la
dissoluzione del PCI, godevano ancora di ampio credito ed erano
rappresentati in parlamento. Oggi, quindi, appare non casuale il
sostanziale monopolio del ricordo della Shoah nelle celebrazioni del 27
gennaio, bensì approdo di un processo decennale di rimozione selettiva.



La promulgazione della legge 32/2004 ha avuto ben altre premesse. Negli
anni ‘90 le questioni delle “foibe” e del cosiddetto esodo
giuliano-dalmata, erano riemerse dopo decenni di generale disinteresse,
con lo smembramento della Jugoslavia. Le foibe di Monrupino e di Basovizza
furono contestualmente elevate a luoghi simbolo e designati “monumenti
nazionali”. Episodi di giustizia sommaria partigiana e riesumazioni di
salme dagli abissi carsici erano stati, già dagli anni ‘40,
strumentalmente legati alla migrazione in massa degli italiani dai
territori jugoslavi riconquistati dall’Armata Popolare di Liberazione.
Negli anni delle contese territoriali con la Jugoslavia, l’inizio della
diaspora fu fatto coincidere “ufficialmente” con il Trattato di Pace di
Parigi del 10 febbraio 1947. Successivamente però lo stato, per nascondere
le proprie inconfessabili colpe e in virtù dei nuovi equilibri
geo-politici, contribuì all’oblio della questione. La data del 10 febbraio
fu scelta anche dal legislatore della 32/2004, che avallò così
rivendicazioni patriottarde sostenute dall’irredentismo più irriducibile.
Tra l’altro occorre rilevare che, con sospetta coincidenza temporale,
erano in corso i lavori della “commissione parlamentare d’inchiesta sulle
cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazisti”. Più
grevi sono le ripercussioni socio-politiche di questa legge.
L’accostamento di “foibe” ed esodo, indica subdolamente gli episodi di
“infoibamento” quale causa, unica e diretta, della diaspora. È questo un
malcelato modo di condizionare la ricerca storica. Nondimeno, pur
celebrando la ricorrenza di un atto di pace, il 10 febbraio è usato per
seminare rancore tra italiani, sloveni e croati, riattizzare odi etnici
faticosamente sopiti e praticare scellerate politiche razziste. Si
descrivono le genti balcaniche come popoli rozzi, primitivi, assetati di
sangue e di vendetta, invasati da odio etnico e dall’ideologia comunista
(cfr., ad es., articolo di M. Sacchi su Il Giornale del 13 maggio 2010).
Si rimarca una sedicente superiorità etica e morale degli italiani,
preparando così la strada per nuove guerre. Il significato e la potenza di
questo apparato ideologico sono espressi dalla sintesi: “evocations of the
‘Slav other’ and of the terrors of the foibe made by state institutions,
academics, amateur historians, journalists and the memorial landscape of
everyday life [are] the backdrop to the post-war renegotiation of Italian
national identity” (Sluga, 1999).



Un esempio di uso politico




L’uso politico della questione delle foibe può essere trattato
analiticamente. L’esempio riguarda la comunicazione politica di “un
viaggio di studio sui luoghi dell’oppressione comunista”, organizzato nel
2011 dalla Provincia di Lecce. La stampa locale, ricalcando i comunicati
dell’ente amministrativo, ha sottolineato la necessità di sensibilizzare i
“giovani sui crimini di guerra, che i regimi del Novecento perpetrarono in
Italia nei confronti dell’Umanità”. La “spedizione didattica [era diretta]
nelle terre del Friuli Venezia Giulia e della Dalmazia, dove vennero
torturati e uccisi quasi 11mila italiani, per mano dei partigiani
jugoslavi di Tito. […] Gli studenti [hanno visitato] la Foiba di Basovizza
e la risiera di San Sabba, unico campo di concentramento [corsivo nostro,
MdR] in Italia. Nello stesso periodo delle vicende di Basovizza – hanno
spiegato gli organizzatori – il regime nazista individuò in quella risiera
un campo di torture, dove persero la vita 5mila persone.” (Corriere del
Mezzogiorno, 15 gennaio 2011, pag. 7).



Bisogna rilevare varie manipolazioni e inesattezze, come l’assenza di
riferimenti diretti al fascismo, al cui operato risalgono le cause remote
delle “foibe” e dell’esodo. L’inesattezza più grave è l’indicazione di San
Sabba come “unico campo di concentramento”; in realtà esso fu un campo di
sterminio, mentre in Italia operarono decine di campi di concentramento
(Capogreco, 2006). Falsa e fuorviante è la contestualizzazione geografica
e storica degli episodi richiamati. Pretestuosa la comparazione della
stima massima delle vittime di nazionalità italiana nella Venezia Giulia
con quelle assassinate nel Lager della Risiera di San Sabba. Il risultato
numerico è funzionale alla strumentalizzazione politica: le vittime del
regime comunista jugoslavo appaiono più del doppio di quelle del regime
nazista. Con amara ironia si può immaginare che il passo propagandistico
successivo, descriverà l’occupazione della Jugoslavia come una guerra
preventiva e umanitaria per salvare le genti slave (oppure l’umanità
intera) dal comunismo. Più concretamente, la comunicazione politica ha
giocato sordidamente coi numeri: le quasi 11mila vittime per mano
jugoslava comprendono le salme recuperate dalle foibe (circa un migliaio),
i morti nei campi di concentramento jugoslavi (qualche migliaio) e
un’altra frazione di presunti “infoibati”. Le 5mila vittime perite nel
lager della risiera di San Sabba rappresentano, per contro, solo una parte
infinitesima di quelle causate dall’occupazione nazi-fascista del Regno di
Jugoslavia.



Occorre altresì evidenziare come il paradigma del totalitarismo
costituisca un elemento portante della comunicazione. Le potenziali
conseguenze ideologiche sono evidenti, a cominciare “dalla possibilità di
scagionare le popolazioni civili da ogni corresponsabilità con le
politiche seguite dalle istituzioni che le hanno governate” (Cfr. AA.VV,
2002). L’impatto socio-culturale dell’uso reale di questo paradigma sarà
ovviamente determinato dalle forze culturalmente egemoni. È appena il caso
di accennare che per il regime di Tito potrebbe essere più efficace la
verifica del concetto di autoritarismo (cfr. Linz, 2000).



Due ulteriori appunti. Le salme riesumate dalla Foiba di Basovizza
appartenevano a soldati tedeschi uccisi durante bombardamenti alleati.
Sarebbe quindi opportuno che gli studenti accompagnati presso i luoghi
della memoria apprendessero la reale identità dei poveri resti in essa
rinvenuti. Così pure, che dai processi fatti nel dopoguerra, solo un
italiano risulterebbe “infoibato” a Basovizza, il triestino Mario Fabian,
volontario del citato Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza
(Cernigoi, 2005).



Politica e riscrittura della storia




Citando Jaques de La Palice, la storia contemporanea è oggetto di
revisioni condizionate dall’inevitabile uso politico. Emblematica è la
riscrittura della Resistenza che inizia dagli anni ‘90 con la fine del
primo regime partitocratico repubblicano e lo “sdoganamento” delle forze
politiche eredi del fascismo. Per tale processo, la Destra ha riproposto
proprie vecchie argomentazioni, tra cui il genocidio degli italiani della
Venezia Giulia programmato dal regime comunista jugoslavo. La gabbia
epistemologica del corrente significato di “foibe” ne è un risultato.




Ciò tuttavia non sarebbe bastato per far diventare senso comune (inteso
come accettazione di posizioni pregiudiziali non meditate e assunzione
acritica di opinioni e saperi che hanno solo il merito di essere diffusi)
tale propaganda. È stato necessario il pentimento strumentale della
Sinistra, peraltro costellato da una lunga serie di episodi di
autocommiserazione. Così W. Veltroni ha affermato che “fu un odio
alimentato dall’ideologia comunista a determinare la tragedia delle
foibe”. Posizione “politicamente corretta” nell’ottica dei transfughi dal
PCI. O W. Bordon, già sindaco comunista di Muggia e quindi deputato della
Margherita, che usando il frasario neo-irredentista ha parlato di “15.000
italiani morti nelle foibe” nel corso di lavori parlamentari.



Si deve quindi rilevare la congruenza tra esternazioni politiche e limiti
imposti dal paradigma delle “foibe”. Nel suo spazio ristretto, gli
studiosi poi si dividono sulle motivazioni delle “violenze di massa”
perpetrate dagli slavi sugli italiani, ammettendo comunque, con poche
eccezioni, la pianificazione strategica di un genocidio. La tesi è
sostenuta dalla constatazione “logica” che la riduzione della popolazione
italiana e l’eliminazione degli avversari politici (compresi gli
appartenenti a organizzazioni non comuniste o “democratiche”), avrebbero
agevolato i piani politici della nascente Repubblica Socialista Federale.
In tale prospettiva, e superando persino la questione della
pianificazione, il senatore di Rifondazione Comunista L. Malabarba ha
sostenuto che “i comunisti jugoslavi avevano assimilato a fondo il
recupero del nazionalismo che stava dietro al Socialismo in un Solo Paese
e tutta l’impostazione dei fronti popolari. […] La guerra, iniziata come
antifascista, divenne antigermanica e antiitaliana, analogamente a quanto
avveniva su scala maggiore con la Grande Guerra Patriottica” (Senato della
Repubblica, 11 marzo 2004, p. 52). Tale assunto costituiva un’elaborazione
del pensiero del segretario F. Bertinotti che, attingendo dal lessico
marxista, aveva dichiarato che accanto al “furore popolare non si riesce a
non vedere anche una volontà politica organizzata, legata ad una storica
idea di conquista del potere, di costruzione dello stato attraverso
l’annientamento dei nemici” (PRC, 2003). Questa linea di pensiero è
sostanzialmente condivisa dall’attuale storiografia “ufficiale” slovena
(cfr. Pirjevec, 2009, pag. XII).



Considerazioni conclusive




L’accettazione in ambito storiografico del significato comune di “foibe”
vincola le analisi possibili del “fenomeno”, predeterminandone gli esiti.
Si conferma quindi una necessità “scientifica” di rifiutare tale assunto
(cfr. Cernigoi, 2005). Oltre alla verifica delle fonti dell’apparato
interpretativo esposto, il processo di revisione storiografica della
tragedia delle “foibe” richiede l’analisi di ciascun episodio documentato,
o comunque “testimoniato”, di uccisione per mezzo di armi o per caduta
violentemente indotta dai bordi delle cavità, e di occultamento di
cadaveri nelle medesime. Studi di strategia militare appaiono quindi
necessari, meglio se eseguiti in relazione alle caratteristiche
geomorfologiche dei luoghi (cfr. Pol Vice, 2008). Nell’ambito di questo
approccio, occorre indagare sia le cause generali che quelle contestuali
degli eccidi. Plausibili appaiono l’odio etnico e la vendetta bellica. La
cattura di prigionieri seguita dal trasferimento e dall’uccisione in massa
comportano tuttavia non poche difficoltà operative per unità guerrigliere.
Rispetto a tale questione tattica, le situazioni materiali delle “foibe
istriane” erano senz’altro diverse da quelle delle “foibe triestine”.



L’analisi marxista può avere un ruolo determinate per il superamento del
paradigma. La funzione della lotta di classe nelle vicende del confine
italiano nord-orientale, la presa di coscienza del proletariato quale
soggetto storico, i processi di formazione e trasformazione dei partiti
comunisti, le sintesi operate tra nazionalismi e internazionalismo, sono
alcuni dei possibili spunti per questo lavoro. Non ultima l’analisi del
soggetto politico “democratico” (in cui viene inserito il CLN triestino)
che nelle revisioni storiografiche e negli usi politici della tragedia
delle “foibe” è in genere privo di ambiguità e contraddizioni e quindi
strumentalmente adeguato e conforme alla rinegoziazione dell’identità
nazionale.



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* Relazione esposta all’incontro pubblico promosso dall’ANPI “Il Giorno
del Ricordo per la pace tra i popoli”, Lecce, 10 febbraio 2011. Ricerca
presentata nella sessione “La Geografia e la Geologia Militare: una nuova
prospettiva per gli studi storico-militari” di Geoitalia 2011, Torino, 22
settembre 2011.



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