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Foibe, la verità compromessa. Intervista alla studiosa Claudia Cernigoi

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.sergio.

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Feb 20, 2012, 8:19:49 AM2/20/12
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Foibe, la verità compromessa. Intervista alla studiosa Claudia Cernigoi

Il 10 febbraio si celebra il Giorno del ricordo, istituito con la legge n.
92 del 30 marzo 2004, concede anche un riconoscimento ai congiunti degli
infoibati. Cosa sono state realmente le foibe? Cosa è accaduto nella terra
di Confine? Quale è la verità sul caso foibe? Esiste un caso foibe? Esiste
un processo di revisionismo storico? Di tutto ciò ne parleremo con la
giornalista e studiosa Claudia Cernigoi.

1) Come posso presentarti?
Sono una giornalista che dopo avere indagato sulla strategia della
tensione (neofascismo, stragismo, “misteri d’Italia”), ad un certo punto
ha iniziato a dedicarsi alla ricerca storica sulla seconda guerra
mondiale, Resistenza, collaborazionismo e poi, di conseguenza, anche le
“foibe”. In effetti sono diventata “famosa” proprio per via delle mie
ricerche sulle foibe, anche se, voglio precisare, non ho studiato solo le
foibe.
2) Il giorno del ricordo, così come strutturato, rientra nell’intento del
processo di revisionismo storico? Come si può definire il revisionismo
storico?
Revisionismo storico, di per se stesso, non dovrebbe avere un significato
negativo. Ovvio che se si scoprono nuovi documenti che permettono di
leggere in ottica diversa fatti prima interpretati in un certo modo,
“rivedere” le interpretazioni storiche è doveroso e non negativo. Il fatto
è che una parte della storiografia, che più che storia fa politica, anzi,
propaganda politica, ad un certo punto ha deciso di dimostrare,
storicamente, la negatività politica del movimento di liberazione
comunista e non nazionalista, e pertanto si è iniziato a leggere i fatti
storici in un’ottica che storica non è, ma politica. Ne consegue che si è
iniziato anche a dare valutazioni politiche (e morali, cosa per me
inaccettabile quando si parla di storia) sugli eventi storici. Faccio un
esempio: quando si condannano le esecuzioni (sommarie o no) di oppositori
politici da parte delle forze della Resistenza, senza considerare che tali
eventi si sono svolti durante una guerra mondiale che causò milioni di
morti, la maggior parte civili, si perde di vista ogni ricostruzione
storica, pretendendo di valutare con i nostri valori morali del tempo di
pace (“voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case”, scriveva Primo
Levi) le azioni avvenute in un periodo in cui, come diceva una canzone
partigiana “pietà l’è morta”. Dove la guerra non l’avevano iniziata i
partigiani, né i comunisti, né, dalle nostre parti, la Jugoslavia, ma
l’aveva iniziata il nazifascismo. Non ci fosse stato il nazifascismo a
dichiarare guerra al mondo intero, gli aggrediti non si sarebbero difesi e
non avrebbero avuto bisogno di ammazzare nessuno. Non riconoscere questo
semplice dato di fatto è revisionismo storico in senso negativo.
Quanto al giorno del ricordo, è una ricorrenza voluta da una lobby
trasversale che vuole negare i crimini fascisti cercando di trasmettere
l’idea che la Resistenza, soprattutto quella jugoslava, è stata una cosa
negativa e non una lotta popolare di liberazione.
3) Cosa sono state realmente le foibe? Numeri reali di infoibati?
Gli storici Pupo e Spazzali scrivono che...Quando si parla di foibe ci si
riferisce alle violenze di massa a danno di militari e civili, in larga
prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera
del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme
procurarono alcune migliaia di vittime. È questo un uso del termine
consolidatosi ormai, oltre che nel linguaggio comune, anche in quello
storiografico, e che quindi va accolto, purché si tenga conto del suo
significato simbolico e non letterale.
Questo è un altro esempio di revisionismo storico in senso negativo. Come
può uno storico serio parlare di “significato simbolico e non letterale”
relativamente a dei fatti storici? Se una persona è stata fucilata non è
stata infoibata, e quindi perché parlarne in modo “simbolico” se non per
creare confusione in chi cerca di comprendere questi eventi?
Sintetizzando, possiamo distinguere due periodi storici. Il primo è quello
immediatamente successivo all’8 settembre 43, in Istria, quando una sorta
di jacquerie seguita al tracollo dell’esercito italiano causò circa 200
morti (effettivamente gettati nelle foibe), che coinvolsero esponenti del
fascismo, vittime di rese dei conti e di vendette personali. Considerando
che fonti nazifasciste sostennero che per ripristinare “l’ordine” in
Istria dopo l’8 settembre vi furono circa 10.000 morti con devastazione di
villaggi e campagne, esce spontanea la domanda di quale fu il vero
martirio del popolo istriano.
Invece nel maggio 1945 a Gorizia, Trieste e Fiume, dove l’Esercito
jugoslavo (che era un esercito alleato e non “cobelligerante” come era
l’esercito del Sud italiano) prese il controllo del territorio, vi furono
moltissimi arresti di membri delle forze armate (che, ricordiamo, essendo
il Litorale Adriatico staccato addirittura dalla Repubblica di Salò per
essere annesso al Reich germanico, avevano giurato fedeltà direttamente a
Hitler) e di civili collaborazionisti. In tutto scomparvero da Trieste
meno di 500 persone, 550 da Gorizia, circa 300 da Fiume. La maggior parte
furono militari internati nei campi di prigionia e morti di malattia; da
Gorizia e Trieste circa 200 furono i prigionieri condotti a Lubiana o nei
posti ove avevano operato e processati per crimini di guerra (tra essi
rastrellatori, torturatori, l’ex prefetto di Zara Serrentino che come
Presidente del Tribunale speciale per la Dalmazia aveva comminato
moltissime condanne a morte di antifascisti…); infine vi furono le vittime
di esecuzioni sommarie e vendette personali, ma dalle “foibe” triestine
furono riesumate in tutto una cinquantina di salme, 18 delle quali
dall’abisso Plutone, dove gli assassini erano criminali comuni e membri
della Decima Mas infiltrati nella Guardia del popolo, che a causa di ciò
furono arrestati dalle autorità jugoslave (che li condannarono a varie
pene). Per questo motivo io non ritengo storicamente valido il concetto di
“foibe”, perché in esso vi è una tale diversità di casistiche da non poter
rappresentare un “fenomeno” a sé stante, se si esclude la teoria che va
per la maggiore sull’argomento, e cioè che queste furono le “vittime”
della “ferocia slavo comunista”, teoria che non ha alcun valore
storiografico.
4) Cosa voleva dire essere partigiani a Trieste? Cosa voleva dire vivere
le persecuzioni nazi-fasciste in Città?
I partigiani a Trieste facevano parte dell’organizzazione Unità
Operaia-Delavska Enotnost e lavoravano in clandestinità nelle fabbriche o
facendo opera di propaganda e qualche azione specifica in città. Non si sa
molto del loro lavoro, purtroppo, su questo la ricerca storica è stata
carente. Le repressioni furono ferocissime, coinvolsero non solo i
militanti ma anche i loro familiari, le persone arrestate venivano
torturate con ferocia, inviate nei campi germanici, uccise in Risiera,
molti morivano cercando di scappare o sotto le torture. Cito soltanto le
esecuzioni di maggiore entità avvenute nel 1944: 71 ostaggi fucilati ad
Opicina il 3 aprile, 51 impiccati il 23 aprile nell’attuale Conservatorio,
11 impiccati a Prosecco il 29 maggio, 19 fucilati ad Opicina il 15
settembre, i 5 membri della missione alleata Molina il 21 settembre…
5) Perchè è importante contestualizzare gli eventi nella questione foibe?
A questa domanda penso di avere già in parte risposto prima. Quando, in
sede di dibattito pubblico, il professor Raoul Pupo, alla mia affermazione
che parte del CVL di Trieste fu arrestata dagli Jugoslavi perché si erano
rifiutati di consegnare loro le armi, come prevedevano gli accordi firmati
dal CLNAI con gli Alleati (e la Jugoslavia era un Paese alleato, come Usa
e Gran Bretagna), asserì che io ragiono come nel 1945, penso che in realtà
mi abbia fatto un complimento come ricercatrice, al di là delle sue reali
intenzioni. Per capire cosa accadeva nel 1945 dobbiamo considerare la
situazione del 1945, cioè il fatto che l’Europa intera, e non solo
Trieste, usciva da una guerra mondiale che aveva causato stragi, fame,
distruzione e disperazione; che nella nostra zona le autorità italiane
avevano cercato di annullare le minoranze slovena e croata, non solo
impedendo loro di parlare nella propria lingua, ma anche con la violenza,
bruciando villaggi e deportando civili, vecchi, donne e bambini, che per
la maggior parte morirono di stenti nei campi di prigionia come Arbe e
Gonars. Ed in una situazione simile a me viene in mente la poesia di
Brecht, “noi che volevamo apprestare il terreno alla gentilezza, noi non
si poté essere gentili”.
6) La visita prevista di Alemanno alle foibe di Basovizza, può essere
considerata provocatoria verso la Resistenza ?
Non credo particolarmente. È da anni che tutti (dalle istituzioni statali
e locali ai naziskin di varia estrazione, a Padania Cristiana, alle
organizzazioni degli esuli…) vengono in pellegrinaggio sulla foiba di
Basovizza. Escludendo le istituzioni, che semplicemente hanno fatto
propria la teoria degli “opposti estremismi”, cioè vi sono stati sia i
crimini dei nazifascisti che quelli dei partigiani (“accostamento
aberrante”, lo definì più di trent’anni fa il professor Miccoli
dell’Università di Trieste), in genere si tratta di un segno fideista di
anticomunismo e di apologia del fascismo, con dovizia di saluti romani e
grida “camerati presenti”. Alemanno non può certamente fare peggio di
questi qua.
7) Quanto possono essere educative o diseducative le visite scolaresche
alle foibe, che puntualmente ogni anno vengono organizzate per e nel
Giorno del ricordo?
Sarebbero educative se si contestualizzasse e si spiegasse la reale entità
del “fenomeno”. Ma dato che la visita alla foiba di Basovizza è vista
normalmente come il contraltare a quella alla Risiera di San Sabba, ciò
che rimane ai ragazzi è che vi furono appunto i due “opposti estremismi”,
le due “ideologie” che provocarono i drammi in Europa, con il sottinteso
elogio della “zona grigia”, del qualunquismo di coloro che non si
schierarono e lasciarono che gli altri prendessero le decisioni (e le
armi) aspettando che qualcuno vincesse.
Così come sono, in effetti, sono molto diseducative.
Giungono voci di una tua nuova opera…puoi dare qualche anticipazione?
Sì, si tratta di uno studio sull’Ispettorato Speciale di PS, la cosiddetta
“banda Collotti”, nel quale oltre a raccontare l’operato di questo corpo
di repressione nazifascista, finisco col parlare della Resistenza nella
nostra zona ed anche delle ripercussioni che nel dopoguerra ebbero questi
eventi.


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questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
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