Google Groups no longer supports new Usenet posts or subscriptions. Historical content remains viewable.
Dismiss

Chi si ricorda...? R2NM

14 views
Skip to first unread message

poe...@gmail.com

unread,
Dec 1, 2012, 2:09:32 AM12/1/12
to
Nel lontano 2005 ci fu un'iniziativa incompiuta...
Racconto a 2n mani
I più.... Forse se la ricorderanno! Vorrei proporre di riprenderla dando anche il mio contributo! È bello vedere come idee diverse e stili diversi possano coesistere e avere un filo logico coerenteed una lettura (a mio avviso) godibile!
Ripubblicherò i primi sei interventi e aggiungerò il mio settimo. Chi vorrà accodarsi sarà il ben venuto, l'importante è non accalcarsi ed eventualmente prenotare il proprio intervento, che comunque dovrà essere non conclusivo, aperto al prossimo intervento e soprattutto appassionante!
Buona lettura e oliate l'immaginazione!

P.S.:Questa iniziativa di riesumazione è possibile poiché (penso) che essendo disponibile il materiale non a pagamento in rete, lo stesso anni fa è transitato su questo NG ed è opera di appassionati per appassionati!
Se mi sbaglio vi prego di scusarmi ma comunque ogni intervento riesumato verrà ovviamente accreditato!
Message has been deleted
Message has been deleted

poe...@gmail.com

unread,
Dec 1, 2012, 3:35:09 AM12/1/12
to
[Racconto a 2n mani]

Prima parte

La situazione era semplice: doveva essere dentro, ma era fuori. Come conciliare le cose... beh, era tutto un altro paio di maniche.Non si era mai trovato a dover fronteggiare una tale dicotomia, e tuttavia era innegabile che quella fosse la volta buona. Inutile discutere: quella dannata barriera planetaria teneva Jack Torrance fuori dalla superficie di quel sasso vagante che ora chiamavano Overlook Hotel.
Torrance non si sarebbe mai detto un uomo di azione. Aveva svolto molti mestieri su e giù per l'Ammasso Locale (sempre che "su" e "giù" avessero senso in un ambiente percorso liberamente in tre dimensioni e forzatamente in una quarta), ed ora pareva essersene trovato uno decente. Ironia della sorte, era quello che più di tutti lo sbatteva da una stella all'altra: trasportava merci per conto terzi.
Un fattorino spaziale.
Non gli dispiaceva affatto come lavoro. Era un'occupazione semplice e certo non di cui farne un vanto, ma gli consentiva di guadagnare abbastanza per sé e per mantenere quell'oca della sua ex-moglie Shelley (una donna slavata ed isterica) e quel marmocchio di Danny, che, per quanto Torrance poco s'intendesse di patologie infantili, gli pareva piuttosto squilibrato. Quel bimbo s'immaginava le cose e sentiva le voci. Va bene avere un amico immaginario, ma Danny arrivava a parlare al suo dito indice, e Torrance aveva vergogna di mostrarlo in giro e dire: "Questo è mio figlio. "No, molto meglio quella pace.
Il compito di Torrance consisteva solo nell'accompagnare una navetta container da un posto all'altro, e svolgere quelle poche mansioni aggiuntive che le diverse tipologie di carichi gli imponevano. Aveva sempre una scaletta da seguire e non muoveva un dito di più: raramente si intendeva dei carichi trasportati, l'assicurazione non avrebbe coperto eventuali danni e soprattutto nessuno gli avrebbe mai dato un soldo. La rotta era precalcolata, in una missione normale nessun comando di rotta sarebbe dovuto essere impartito alla nave.
Tutto questo consentiva a Torrance di passare molto tempo inattivo durante i voli. Naturalmente, si sarebbe potuto ibernare: i viaggi potevano durare settimane. Tuttavia, ricorreva poco a quella pratica, perché poteva sfruttare il tempo libero con lo scrivere, uno dei suoi passatempi preferiti, che tra l'altro riusciva a realizzare al meglio quando era solo con se stesso. E questo accadeva quasi sempre nello spazio cosmico."Quasi sempre", perché in quel viaggio Torrance non era solo. La compagnia di trasporti aveva la politica di non far viaggiare troppo i conducenti da soli, per cui venivano creati equipaggi di due persone ad intervalli di tempo programmati. Per non creare scompensi psichici da solitudine, dicevano gli psicologi. La compagnia si addossava tutti quegli oneri unicamente a fronte del rischio di denunce. I carichi erano tutti assicurati.
Il compagno di viaggio di Torrance si chiamava Arch Stanton. Era un arzillo signore di colore, dall'età avanzata, prossimo alla pensione. Una moglie morta in un'incidente venti anni prima, ora viveva per lo spazio. Grande esperienza, era ritenuto di grande affidabilità. Avrebbe dovuto accompagnare Torrance sino a destinazione, e poi sarebbero tornati come programmato. La navetta avrebbe fatto tutto da sola. E invece non era stato possibile fare niente, e ora Stanton non c'era più.
Qualche ora prima, la navetta AL-76 di Torrance e Stanton era entrata a contatto visivo col pianetino A2546-KUH. Il pianetino A2546-KUH non aveva nulla di interessante né sfruttabile dal punto di vista geologico. Era uno dei tanti sassi che formavano uno degli anelli attorno ad Omicron Persei 3, un inutile gigante gassoso grosso un terzo più di Giove. Però, indubbiamente, quel cielo polveroso dava riflessi incredibili ed un paesaggio spettacolare. Era per quel motivo che A2546-KUH era stato interamente scavato all'interno e da esso erano stati ricavati numerosi locali. Ora era a tutti noto come l'Overlook Hotel: roba da ricchi. Eppure anche quell'albergo, come tutti, necessitava di periodici rifornimenti, e Torrance era lì per quello. Solo che al momento delrendez-vous radio con la direzione, nessuno rispose.
- Vado a controllare con la scialuppa - disse Stanton. L'anziano negro indossò la tuta d'ordinanza con noiosa dovizia, quindi attraversò l'oblò che fungeva da entrata alla scialuppa, e lo richiuse. Dopo pochi secondi, il computer di bordo aveva calcolato la rotta d'avvicinamento all'obiettivo ed il piccolo natante spaziale si staccò dolcemente dalla navetta, sospinto dalla buona vecchia propulsione chimica.
- Non schiantarti contro la barriera - comunicò Torrance.
- Tranquillo, mi avvicino soltanto e tento un contatto radio da vicino. -rispose Stanton
- Tu, piuttosto: comunica il problema alla compagnia.
C'era tutto il tempo di formulare il messaggio da spedire. Per quanto rivoluzionaria fu la scoperta della dimensione tachionica, spedire una capsula contenente un messaggio non era comunque un sistema abbastanza veloce per comunicare a distanze interstellari. Prima che potesse raggiungere qualcuno in grado di prendere una decisione in merito, la missiva avrebbe potuto impiegare diverse settimane in viaggio. A questo c'era da aggiungerci il tempo necessario perché arrivassero i soccorsi, trascurando poi il non trascurabile tempo in cui i cervelloni della compagnia avrebbero attivato una quantità sufficiente di neuroni da consentir loro di deliberare. In sostanza, quindi, era quello il motivo per cui i fattorini spaziali venivano pagati e pure abbastanza bene: avrebbero dovuto cavarsela da soli. La comunicazione radio era ovviamente del tutto inutile a distanze astrali, e le capsule tachioniche erano talmente dispendiose in termini energetici ed economici che il loro utilizzo era severamente regolamentato nonché limitato ad un massimo di tre capsule per navetta. Oltre a questo, ogni cargo eradotato di una scialuppa di salvataggio per due persone; tre tute spaziali (una in più, in caso di malfunzionamenti); due pistole laser per uso civile(versatili, ma a bassa potenza e carica); comunicatori radio personali; una ricca documentazione enciclopedica caricata nel computer di bordo; attrezzi vari per riparazioni di fortuna. Il resto era lasciato all'inventiva dell'equipaggio.
La scialuppa che conteneva Stanton aveva pigramente percorso i 250 chilometri e rotti che separavano l'Overlook Hotel dalla AL-76. Ormai quella scatoletta era solo una macchiolina confusa sull'ingrandimento visivo.
- Sono vicino alla barriera. E' chiusa. Mi fermo e provo a comunicare. -trasmise Stanton.
- Vedi qualcosa? Qualche attività? - rispose Torrance.
- No... proprio no. Anzi, direi che è tutto spento. Direi addirittura che è abbandonato.
- Come sarebbe "abbandonato"?
- Sarebbe che non c'è nessuno. Non si muove niente, non vedo alcuna luce accesa.
- Molto strano. Ma non è che è chiuso?
- E manco ci avvertono? E poi, non risponde nessuno? Neanche il guardiano?
Seguirono secondi di silenzio e di attesa.
- La barriera si è aperta! - disse Stanton.
- Davvero? Allora non è abbandonato. Ma hanno risposto? - disse Torrance.
- No, però... sembra un invito ad entrare. Avranno difficoltà tecniche. Io vado.
- Non so se è una buona idea.
- E che vuoi che mi facciano? Che mi rapiscano? - rispose Stanton sghignazzando.
-Lo so che è molto strano, ma qualcosa dobbiamo pur fare.
La scialuppa entrò lentamente all'interno della barriera planetaria.
- Vedi qualcosa? - chiese Torrance.
- Ancora no, ora mi avvicino al po...
La comunicazione si interruppe all'improvviso.
- Arch, ci sei?
Nessuna risposta.
- Arch, mi senti? Non ti ricevo. Che sta succedendo?
Ancora niente.
Torrance andò avanti ancora un minuto con i suoi richiami finché non si rese conto che la barriera planetaria si era richiusa. Nessuna traccia visibile della scialuppa.
- Che diavolo...? - disse Torrance.
Osservò turbato A2546-KUH. Come sempre, nessuna attività a livello visivo,radio, nucleare o di qualsiasi altro tipo di fenomeno fisico. Torrance si adagiò al sedile e sospirò. Fino a quel momento, era stata persa la scialuppa ed un membro dell'equipaggio, senza che il carico fosse stato consegnato. Davvero un bel bilancio, e senza alcun dubbio la situazione poteva ancora peggiorare. Sarebbe stato quantomeno seccante se Stanton non fosse tornato: non avrebbe potuto provare in maniera semplice che non era pazzo.
Torrance imprecò contro la compagnia e tutta la serie di corsi di formazione che era stato costretto a seguire, e della cui totale inutilità ora si rendeva pienamente conto.
E ora dove diavolo era Arch?
(by MaxArt)

Seconda parte

Di primo acchito Jack Torrance si sentì raggelare il sangue. Per due motivi. Primo: ma proprio a lui doveva capitare una situazione simile? Proprio a lui che era tutto fuorchè un cuor di leone? Secondo: adesso che fare? Il suo cervello sembrava quasi annebbiato in quel bailamme di brutti pensieri. Doveva restare calmo, prima di tutto.
Istintivamente spense le luci della cabina di pilotaggio e iniziò a respirare profondamente. Motivo: tentare di rimettere ordine nel caos. Già, perchè quelle missioni se si chiamano *di routine* allora dovrebbero proprio esserlo. Invece ora si trovava da solo, nello spazio alieno di a2546-KUH, in una situazione a dir poco spiacevole. Arch era scomparso, o almeno quella era la percezione che aveva lui dall'interno della sua cabina, e che i sensori della navetta container sembravano confermargli. Il protocollo in quei casi era semplice: attendere rinforzi. Sì, bravi, e magari Arch ci avrebbe lasciato la pelle. Insomma che fare? Jack riaccese la luce e inziò a scartabellare il suo mansionario. Senza un motivo preciso, in realtà. Quantomeno strano che su un mansionario ci possa essere la soluzione ai suoi problemi. Anzi, su un mansionario c'è l'ovvio, a lui serviva definitivamente lo strambo.
Convintosi dell'inutilità delle sue più recenti mosse, allora iniziò a interrogare il computer di bordo. Il computer era ad attivazione vocale, visto che la AL-76 ultimamente era stata soggetto di un deciso upgrade tecnologico. Per lui però, pioniere delle vecchie generazioni computazionali, il dover chiedere *per favore* ad una macchina risultava quantomeno ostico secondo i suoi modi di pensare.
Ma non aveva molta scelta. Ci sarebbe dovuto essere un qualche precedente no? Tutto quel ben di Dio di enciclopedia galattica doveva pur contenere qualcosa?!
"Computer, per favore, mi mostri gli incidenti più recenti relativi ai viaggi di navi container?".
La voce metallica e vagamente femminile del computer non si fece attendere, ma prima venne preceduta da un bip.
"Restringere campo di ricerca prego.".
Jack imprecò in tutte le lingue pensabili. Ma quale accidenti campo di ricerca!
"Maledetto computer! Qual'è la parte di incidenti di navi container che non ti è sufficientemente chiara?? Eh!?".
Il computer gracchiò, quasi in segno di sfida: "Impossibile eseguire. Ridefinire la domanda prego.".
Jack tentò di mantenere la calma.
"Ok, bene, computer! Mostrami tutti gli incidenti occorsi in missioni di rifornimento negli ultimi cinquant'anni, grazie.".
Qualcosa sembrava essere andata per il verso giusto adesso! Il computer stava macinando dati su dati sul display virtuale situato nella parte destra del *parabrezza* della cabina di pilotaggio.
L'ETA della conclusione dell'elaborazione dei dati segnava ancora dieci minuti. Il tempo per un breve sonnellino per Jack, il quale esausto dal recente stress, si ritrovò immediatamente stanchissimo.
Nel frattempo Arch Stanton era in paradiso. No, ovviamente non era morto. Una volta al di là della fantomatica barriera si era ritrovato nel lusso più sfrenato. Incredibile. Era stato più volte nell'Overlook Hotel ma non se lo ricordava così. Pensò immediatamente a un ammodernamento o, forse, a una nuova interfaccia neurale cliente-hotel per fare in modo di rendere il soggiorno il più perfetto possibile. E forse quest'ultima opzione non era così sbagliata.
Quell'hotel assomigliava infatti all'hotel in cui lui e la sua povera moglie Nancy passarono una delle più belle vacanze della loro vita da coppia. Una porta scorrevole faceva da comunicazione tra il bellissimo patio/cortile e l'interno dell'hotel.
Senza indugi Arch si diresse dentro. La curiosità era tale che avrebbe fatto più o meno di tutto per entrarvi. E poi da dentro, magari, sarebbe riuscito a contattare Jack e la AL-76. Insomma la risposta era al di là di quella posta scorrevole. E Arch vi entrò.
Una luce del tutto naturale e simile al sole della Florida sembrava irradiare in maniera quasi artistica l'interno dell'hotel. Arch si sfilò il giubbotto della tuta e rimase in canotta. Faceva caldo, un caldo abbastanza umido, ma non opprimente. Si stava molto bene. Le immagini della vacanza a Key Lake con Nancy riaffiorarono nella sua mente all'istante. E una piccola lacrima gli solcò il volto.
L'immagine che gli si posava davanti era piuttosto impressionante. Una hall degna del miglior hotel cinque stelle del ventesimo secolo. Con un enorme lampadario in cristallo al centro di essa e la reception all'estrema destra della grossa sala d'arrivo. Il pavimento era rivestito nella striscia centrale da una moquette viola che emanava una gradevolissima fragranza di velluto, e sullo sfondo si stagliava l'immensa scalinata che portava alle camere. Arch si diresse subito verso la reception per comunicare il loro arrivo e soprattutto l'incidente in cui erano accorsi.
Non vi era nessuno, però c'era l'apposito campanellino per richiamare l'attenzione del personale.
Senza pensarci due volte Arch lo premette, facendo emettere un tintinnio metallico veramente molto molto fastidioso.
Nell'attesa che qualcuno arrivasse si guardò in giro (prima era troppo preso a rimirare la bellezza dell'hotel) e vide alcuni clienti seduti sui divanetti antistanti alla reception. Notò subito che i loro vestiti erano decisamente desueti per il tempo in cui viveva Arch. Sebbene non fosse esattamente un amante della storia dell'abbigliamento, questi vestiti sembravano risalire alla metà del ventesimo secolo. Quindi, in maniera totalmente empirica, stimò un suo ritardo di circa tre secoli.
L'attenzione verso i clienti dell'hotel fu distolta da un rumore di passi in lontananza. Rigiratosi istintivamente verso la reception vide finalmente il concierge che da un corridoietto stava arrivando in tutta fretta. Un signore bianco, di bassa statura, un po' tarchiato e con un'evidente pelata sulla nuca. Tutto ingessato nella sua uniforme dello stesso viola della passeggiata, portava una mostrina all'altezza del petto. Ad Arch bastò leggere la mostrina per sapere il suo nome: Miles Muldaur. Il suo tono di voce era molto rassicurante.
"Buongiorno Signore, benvenuto al Lake Astoria.".
Quella breve frase ebbe un solo significato per Arch: guai seri.
(by Sim1)

Terza parte

Guai seri. Arch era nelle grane, Jack Torrance ne era ormai praticamente certo; e se Arch era nei guai, allora lo era anche lui.
Aveva riaperto gli occhi dopo il breve sonnellino, svegliato dalla voce del computer di bordo. Ora il display mostrava al suo viso ancora assonnato una lista interminabile di tutti gli incidenti spaziali occorsi negli ultimi decenni: avarie, guasti meccanici, qualche raro caso di collisione, ma nulla di simile a un incidente di quel tipo.
Scorse la lista in cerca di...il movimento dei suoi occhi si arrestò di colpo. Ma che cosa stava cercando, poi? Che cosa era successo? Jack non ne aveva idea. La comunicazione radio si era interrotta bruscamente, questo sì, ma poteva essere stata una semplice interferenza o un guasto della ricetrasmittente, per quel che ne sapeva lui. Già, forse Arch se la stava spassando laggiù all'Overlook Hotel, a contemplare quel paesaggio tanto speciale da costituire un'attrattiva turistica; forse se ne sarebbe tornato tra una mezz'oretta, aperitivo in mano ed sorrisetto ebete stampato in faccia, a dire che era tutto a posto, di iniziare scaricare la merce.
Eppure...c'era qualcosa di molto strano in quella situazione.
Perché alla barriera planetaria non aveva risposto nessuno? E perché tutto sembrava spento, abbandonato?
Torrance prese la radiotrasmittente ancora una volta, voleva fare un ultimo tentativo. Sentì la sua stessa voce parlare senza convinzione.
- Arch... Arch, riesci a sentirmi?
Rispose soltanto un fruscio lontano. Ora la sola cosa che gli rimaneva da fare era andare a controllare di persona.
Maledicendo il giorno in cui aveva fatto domanda per diventare un fattorino spaziale, Jack mise in moto la AL-76 e si diresse su quel mondo per lui semisconosciuto. Nel frattempo, grazie al pilota automatico, sfruttò i pochi minuti di viaggio che lo separavano da quel pianeta per mandare una tachiocapsula con un messaggio di segnalazione alla compagnia di trasporti. Incluse le coordinate spaziali del pianeta e una breve descrizione della strana situazione che si era venuta a creare. La compagnia avrebbe interpretato quei dati e fornito indicazioni sul da farsi: sarebbe probabilmente trascorso più di un mese prima di ricevere una risposta, ma era comunque meno del tempo che avrebbe impiegato viaggiando nello spazio fino alla ditta con la sua nave-cargo; e poi, non poteva certo lasciare il suo compagno di viaggio laggiù!
Stava ancora raccogliendo quelle poche idee quando la nave giunse a qualche centinaio di metri dalla barriera planeteria. Al segnale di inizio frenata volle dare un primo sguardo alla barriera, dal finestrino laterale. Lo attendeva uno spettacolo quantomai strano: la barriera era chiusa, questo sì, ma non era tutto. C'erano almeno una dozzina di grosse smagliature nella rete di protezione, segno che diverse navicelle avevano tentato l'ingresso con la forza e che, a giudicare dalle dimensioni delle smagliature, ci erano anche riuscite.
Jack Torrance poteva vedere i buchi restringersi e riallargarsi a intervalli irregolari, dalla distanza a cui si trovava. Pensò che Arch doveva essersi avvicinato troppo alla barriera senza avvedersene. Questo avrebbe spiegato almeno un paio di cose: poteva aver visto un foro riallargarsi proprio davanti a sè, e averlo interpretato come un invito ad entrare. Stette ancora a pensare sul da farsi, ma c'era poco da pensare: attese il formarsi di un buco più grande e attraversò quella fitta ragnatela.
Vide da subito l'hotel, ai piedi di un monte innevato; da quella distanza, l'edificio pareva abbandonato. La prudenza gli suggerì di posteggiare l'astronave in un luogo riparato, distante dall'hotel e nascosto alla vista da un gruppo di rocce, ai margini della strada che portava all'Overlook. Poi si mise sulla strada, e tenendosi regolarmente qualche metro più a destra della larga via liscia e di nero asfalto, nascosto dalla vegetazione che la accompagnava, giunse a pochi metri dal grande edificio. Decise che avrebbe atteso qualche minuto per riprendersi dall'emozione e osservare eventuali movimenti all'interno. Si fermò al termine della macchia di vegetazione che l'aveva accompagnato fino a quel momento, scelse un qualcosa che assomigliava vagamente a un cespuglio e ci si sdraiò dietro, in attesa.
Fece appena in tempo. Qualche istante più tardi vide un'astronave, non una cargo ma una nave turistica, di quelle di classe, passare anch'essa attraverso la barriera, con una certa titubanza, e posarsi poi nell'area di parcheggio riservata alla clientela. Ed ebbe un fremito di paura: dalla porta principale dell'Overlook Hotel uscirono due esseri flaccidi, la pelle ambrata, gli occhi tondissimi come gialle monete, le voci molli. Se avesse dovuto dar loro una forma, Jack non avrebbe saputo dire; la forma ora di un grosso quadrupede librato sulle zampe posteriori, ora di un piccolo uomo dagli occhi tondi e paurosi, ora di una massa informe, indefinita e incolore. E quando la porta dell'astronave si aprì...Jack restò senza fiato per molto più di un attimo. Come la porta della nave s'aprì e toccò il suolo, ne scese una ventina di persone di grande eleganza: cappelli tubulari e frac bionici i signori, e capelli lavorati, vestiti in fulmicotone sintetico e scarpe bizzarre le donne, come imponeva la moda del XXIII secolo. E nonappena il primo cliente mise piede a terra, appena un secondo prima che volgesse uno sguardo a quei paurosi mostri...meraviglia! Quegli esseri ripugnanti cambiarono forma proprio davanti agli occhi di Torrance, davanti ai suoi occhi increduli; la massa informe diventò un naso, labbra, occhi, braccia, busti umani, e i due presero la forma di due camerieri vestiti con eleganza, ma di un'eleganza che era estranea alla maggior parte degli avventori. I pochi di loro con una certa familiarità in materia avevano riconosciuto nei vestiti degli alieni la moda degli anni '50 del ventesimo secolo.
Tra lo stupore e il compiacimento della folla, che pensava a una festa in maschera o all'ultima novità della moda spaziale, si fecero accompagnare da quelle presenze aliene, ma per loro familiari ed affabili, all'interno dell'hotel. Altre mani aliene giunsero dall'interno per caricare i bagagli e scortare i clienti nell'hotel.
Jack li vide scomparire tutti dietro la porta. Ora sapeva. Ma che poteva fare? Come stava Arch, era anche lui lì dentro? E che cosa poteva fare lui, Jack Torrance, contro un'orda di rapitori alieni e per giunta, da quel che aveva visto, quasi certamente telepatici?
Non lo sapeva.
Mentre tentava ancora di darsi delle risposte, ecco che giunse un'altra nave, più capiente della prima: attraversava titubante la barriera planetaria per poi atterrare, giusto di fianco alla prima. Ne scese una trentina di clienti...
Un dubbio gli balenò in testa. Stavano forse architettando un sequestro? Sarebbe stato di certo quello dalle dimensioni più grandi, se non il più grande, nell'arco di decenni e decenni. Quante persone poteva contenere quell'albergo, mille, duemila? E tutta gente piena di soldi fino all'orlo, tutta gente importante per cui si sarebbe potuto chiedere un riscatto a dir poco spropositato.
E ora, che fare?
Jack ci pensò un po' su e decise che, qualsiasi cosa avrebbe fatto, avrebbe atteso il mattino seguente per agire. Il mattino ha l'oro in bocca, disse tra sè. Sorrise.
Nel frattempo Arch non se la passava male, o almeno lui non lo pensava affatto. Tra la folla dei clienti che erano seduti in sala quando era entrato, aveva riconosciuto sua moglie. Sì, proprio così: sua moglie Nancy, morta e defunta vent'anni prima a causa di un incidente, la sua cara Nancy, per cui aveva dato tutto, ora lo stava abbracciando, mentre lui chiedeva spiegazioni.
- Nancy! Tu qui! Fatti abbracciare...
- Arch, caro...
- Ma come...come è possibile, Nancy? Siamo forse in Paradiso?
- Ma no, Arch...
- Che cosa sta succedendo, allora?
- Non preoccuparti, Arch, ora ci sono qua io, è questo che conta...
- Già, è solo questo che conta...
E si baciarono.
Arch vide gli eleganti avventori sbarcati pochi minuti prima, scortati dai due camerieri in divisa elegante, entrare nella hall pochi secondi più tardi. Restarono tutti quanti a bocca aperta. C'era chi vedeva il ristorante dei propri sogni, chi un grand hotel mozzafiato, chi addirittura un immenso campeggio di lusso nell'Overlook Hotel, ma tutti riabbracciarono i loro cari defunti. I loro discorsi suonavano tutti più o meno uguali, sotto quel grande lampadario, o bel soffitto, o cielo stellato:
- Ma come...
- Che c'è, caro?
- Com'è possibile...tutto questo non ha senso...come puoi essere qui, amore?
- Non darti pensiero, dai...l'importante è che siamo di nuovo vicini ora...
- Sì, hai ragione...non pensiamoci più. Ti amo.
- Ti amo.
E si baciarono. Tutti quanti.
(by Outspan)

Quarta parte

All'epoca in cui furono introdotte le interfacce neurali nel settore turistico, molti furono gli oppositori e questo fece in modo che il loro prezzo lievitasse senza abolirle rendendole accessibili solo a clienti molto facoltosi come quelli dell'Overlook.
L'interfaccia dava l'impressione che le cose fossero esattamente come si voleva, ma il problema era che bisognava avvicinarsi in maniera cauta.
Un impatto troppo invasivo avrebbe potuto stravolgere completamente la percezione sensoriale di un uomo, provocandogli attacchi di schizofrenia curabili solo con numerose sedute dallo psicanalista.
Arch Stanton, per quanto fosse ben pagato alla compagnia, con il suo stipendio da fattorino spaziale non aveva mai potuto permettersi una vacanza del genere e quindi quello era il suo primo contatto con le interfacce neurali. Tutto quello che voleva Arch era riabbracciare sua moglie. La visione di quest'ultima gli aveva completamente fatto dimenticare cosa stava facendo lì. Non esisteva più Jack Torrance, l'AL76, e neanche l'Overlook Hotel. Si trovava a Key Lake con sua moglie e l'immagine allo specchio del piano bar gli rimandava una sua immagine più giovane di quasi trent'anni.
Sorseggiavano un gin tonic seduti al bancone mentre si guardavano intensamente negli occhi. Chiunque li avesse visti avrebbe detto che quello era vero amore, quello evidente, che si riesce quasi a toccare con mano.
- La gita in barca oggi è stata molto bella, vero Arch?-
- Già ma ora sono terribilmente stanco. Non hai voglia di andare in camera, Nancy? -
- Si, ma. non ti addormenterai mica? -
Di fronte a quella richiesta palese Arch non si contenne e la baciò passionalmente noncurante di tutti gli altri avventori dell'hotel.
Non gli piaceva la gente che si scambiava effusioni in pubblico in quel modo, ma lui era Arch Stanton ed amava sua moglie Nancy. A lui era permesso.
Decisero di finire di amoreggiare nella loro stanza, la 623, dove passarono tutta la notte in un turbine di passione. Verità o finzione che fosse, Arch se la stava decisamente spassando, lo stesso non si poteva dire del suo socio Jack.
Quella notte su A2546-KUH sarebbe durata appena 2 ore ma a Jack parvero un' eternità durante la quale naturalmente non riuscì a riposare degnamente per colpa dei suoi dubbi che scatenavano molteplici domande alle quali non riusciva a dare risposta.
Era stata davvero una buona idea quella di aspettare la luce di Omicron Persei? Non sarebbe stato meglio forse agire con la complicità delle tenebre? Il gigante gassoso intorno cui ruotava il piccolo satellite dava una strana colorazione bluastra al paesaggio vulcanico del terreno, lo stesso colore della tuta di Jack. Avrebbe potuto benissimo mimetizzarsi, sempre che fosse servito a qualcosa di fronte a quegli esseri sconosciuti di cui lui non sapeva nulla.
Fino ad allora in tutta la galassia conosciuta non era stata ancora trovata traccia di alcuna forma di vita intelligente oltre i terrestri, dunque chi erano quegli esseri? Era forse stato il primo a scoprirli? Magari gli avrebbero dedicato il nome della specie, tipo i torrancis. Mise da parte questo pensiero grottesco e si avvicinò all'entrata dell'albergo.
La bassa gravità della luna sulla quale si trovava gli permise di essere vicino all'Hotel con un paio di balzi, ma ora si trovava di nuovo di fronte alla scelta di poche ore prima a bordo della nave.
Che fare? Entrare o rimanere fuori?
Decisamente cominciava a pentirsi di essere entrato nella barriera, quindi decise di non commettere lo stesso errore e fece un giro di perlustrazione attorno all'hotel anche se c'era ben poco da controllare.
L'albergo era stato completamente scavato all'interno del monte. Solo l' entrata era visibile e chissà quanti sottopassaggi erano presenti all' interno. All'esterno tutto sembrava tranquillo e non c'era traccia di quegli esseri ripugnanti capaci di cambiare forma. La cosa più importante era quella di cercare Arch.
Forse all'interno della barriera era possibile rintracciarlo via radio con il comunicatore portatile presente nell'equipaggiamento della tuta.
- Arch, sono Jack, mi senti? - Sapeva che non avrebbe avuto risposta dall' amico.
Un fruscio di onde radio seguì la sua comunicazione anche se ad un tratto il brusio cessò, come se qualcuno avesse preso la sua comunicazione. Un piccolo raggio di speranza si aprì nell'animo scuro di Jack.
- Arch, sono io, mi senti? -
niente.
- Rispondi Arch! - solo il brusio gli rispondeva.
Cosa voleva significare? Forse Arch non era all'interno dell'hotel? Decise di fare un ultimo giro nei paraggi dell'entrata e se non avesse trovato il collega o qualche sua traccia si sarebbe deciso ad entrare.
Il colore del pianeta stava cambiando dal bluastro al rosso porpora passando da sfumature viola. Ora capiva perché la gente era disposta a spendere tanti soldi per un soggiorno in quell'hotel. Lo scenario era davvero suggestivo.
Con un paio di balzi fu in cima al monte per cercare di avere una visuale d' insieme del panorama. Jack trovò che se non fosse stato quel gigante gassoso a fare come da secondo sole, il resto non era niente di particolare. Sabbia ferrosa e crateri tutt'intorno. Fu proprio all'interno di uno di questi che vide la scialuppa di Arch. Forse aveva avuto un incidente ed era rimasto lì, avrebbe avuto bisogno di cure. Che fosse morto non ci voleva neanche pensare. E pensare che era prossimo alla pensione. Povero Arch!
Arrivò vicino alla nave, correndo con un'andatura piuttosto goffa che gli procurava la tuta ingombrante e la bassa gravità di quel pianeta in miniatura. Aprì il portellone della scialuppa e fu all'interno. L'abitacolo della navicella era piuttosto piccolo. C'erano due posti e i comandi piuttosto vicini ai sedili che avrebbero impedito a qualsiasi persona alta più di un metro e novanta di posizionarsi in maniera comoda, ma di Arch non c'era traccia. Ormai era deciso. Doveva entrare nell'hotel, ma non fece in tempo a girarsi che una di quelle figure aliene gli bloccava l'uscita dalla navicella con un' espressione che probabilmente poteva essere interpretata come un ghigno. E ora?
Arch si svegliò e sentì la voce lontana di Jack chiamarlo. Chi era Jack Torrance? La Compagnia, l'AL76, L'Overlook Hotel. Sentiva di stare abbandonando la fase rem ed aprì gli occhi. Dov'era? Ricordava sua moglie e la cercò con il braccio ma... Sua moglie era morta vent'anni fa ed entrambe le sue braccia erano legate dai polsi come le gambe erano legate dalle caviglie ai bordi di un tavolo. Cosa stava succedendo?
L'unica cosa che fu capace di fare fu di gridare. Fu da quest'urlo che si svegliò di nuovo, ma questa volta era a Key Lake, in un letto a due piazze con Nancy in camicia da notte e senza biancheria intima di fianco a lui che fu svegliata da quell'urlo.
- E' solo un incubo Arch, calmati.-
Arch si girò a guardare gli occhi assonnati ma sempre belli della sua donna.
- Si, era solo un incubo, scusami se ti ho svegliato, Nancy.-
Si abbracciarono e si baciarono prima di rifare di nuovo l'amore.
(by Ermanno Viola)

Quinta parte

- Seguimi, terrestre.
Quella voce, roca, da tabagista, gli era familiare. L'aveva sentita tante volte giù alla sede centrale della megaditta quando si recava a scaricare i record di viaggio o a fare gli aggiornamenti al computer di bordo. Era quella di Robert De Soto, il sistemista.
- Bob? Sei tu Bob?
Seguimi senza fare storie e senza dire nulla, fece l'alieno esprimendo un ghigno ancora più feroce che lo indusse a eseguire i suoi ordini. Entrarono nella hall dell'albergo, e benchè ci fosse molta gente, nessuno sembrava si curasse di loro. Passarono oltre il banco della reception, salirono sull'ascensore e l'essere estrasse una chiave che introdusse nel pannello; in quella tre giovanotti ridanciani, visibilmente euforici da messalina-Z, quell'isomero costoso ad uso inalatorio e pre-coitum, in compagnia di una splendida latina entrarono nel piccolo vano mobile. Ma era come se non fossero in loro compagnia. Pigiarono il pulsante del loro piano e la creatura fece altrettanto, accompagnando il suo movimento con un quarto di giro della sua chiave. E si sentì scendere, mentre vedeva che i giovanotti e la ragazza salivano davanti ai suoi occhi. La porta si aprì e Jack era a casa. Nella sala macchine della megaditta.
Stupito e basito riuscì a biascicare: Bob, ma che cazzo!
La porta dell'ascensore si richiuse, ma l'alieno era scomparso, e davanti a lui, seduto di fronte ad una decina di schermi laser su cui scorrevano dati a lui incomprensibili stava Robert De Soto, il sistemista.
- Ciao Jack, sei in ritardo, e per di più hai sprecato una capsula tachionica che costa un sacco di crediti.
- Ma, cosa...? Dove siamo?
- Dove sei tu. Io sono sempre sulla terra, e tu ti trovi su quel satellite da vacanze che purtroppo ha avuto una "piccola" avaria. In questo momento sto effettuando la manutenzione per cercare di capire come mai una semplice pioggia di meteoriti ha prodotto quegli scompensi. Scusa se ti ho fatto portare qui con le brutte maniere da quell'antroplasma, ma le comunicazioni, eccetto quelle di servizio, sono interrotte. Tra l'altro, non riesco a capire come mai Arch sia stato agganciato dall'interfaccia neurale e tu no. Beh, meglio per lui, si farà una vacanza gratis a spese della megaditta.
- Vuoi dire che sapevate già tutto e che non ci avete avvertito del problema?
- Ti ho già detto che ci sono problemi con le comunicazioni. Quel posto è un esperimento, è reale e deve esserlo, per questo vi facciamo portare le provviste e i materiali, ma è abitato solamente da antroplasmi che possiamo modificare a piacimento da qui, e da sogni, tutti i sogni che la gente può permettersi di avere. E gli ospiti sono tutti qui, nelle camere iperoniriche di New Village, fuorchè Arch... E il problema ora è sganciarlo dall'interfaccia, io da qui non posso. Ci devi pensare tu.
- Ma io non ne so niente di queste cose, sono un fattorino!
- Si, ma un fattorino stellare. RTFM, Jack.
(by klbls)

Sesta parte

Jack fu riportato sulla AL76, anzi forse era meglio dire fu gentilmente scaraventato all'interno dell'astronave da delle forme di cyborg apparentemente umani.
- Non ti preoccupare, tu non devi fare assolutamente nulla ci penseremo noi al tuo amico Arch - aggiunsero con quel loro accento metallico tipico della serie C04.
A quel punto le idee di Jack erano sempre più confuse.
Ma come? Bob, il sistemista gli aveva detto che loro non potevano fare niente, spettava a lui occuparsi di Arch e ora quelle lattine antipatiche gli dicevano tutto il contrario?
La situazione peggiorava di minuto in minuto. Il suo collega rischiava la sanità mentale e fisica. Rimanere collegato senza la dovuta preparazione e senza gli impianti standard necessari per isolare il suo cervello voleva dire andare incontro ad un possibile attaccamento definitivo. Il guaio era proprio quello, rimanere intrappolato con la mente in quel mondo onirico. Per sempre.
Tutto questo Jack lo sapeva perchè spesso il figlioletto strano gli aveva chiesto in regalo uno di quegli impianti neuronali, ma costavano troppo, erano solo per l'alta società, non certo alla portata economica di un fattorino spaziale. Chissà perchè si intestardiva sempre a voler fare le cose a modo suo, senza aiuti esterni, senza consultare esperti o appunto senza consultare testi tecnici. Ora doveva farlo assolutamente. Doveva interrogare il computer di bordo.
La prima cosa era trovare il corpo di Arch, in qualche modo doveva esserci una cartina dei collegamenti neuronali su quel maledetto pianeta. Dovevano pur avere un controllo visivo, era necessario nel caso in cui qualcuno si fosse scollegato per un'anomalia dell'impianto generale. Dopo una lunga serie di domande al computer contornate da una variegata serie di esclamazioni più o meno colorite, Jack riuscì nel suo scopo: ottenere una cartina olografica dei collegamenti neuronali.
Proprio di fronte ai suoi occhi iniziarono ad intrecciarsi tutta una serie di linee colorate, sfrecciavano da un punto all'altro senza sosta, quelle rosse con delle sfumature rosa erano i sogni più recenti, mentre i collegamenti che arrivavano al termine stabilito del loro tempo disponibile avevano una colorazione violacea a tratti quasi nera.
Jack faceva fatica a mettere a fuoco quell'arcobaleno di autostrade oniriche, doveva trovarne una particolare, una recentissima e soprattutto anomala nella direzione. Quando ad un tratto eccola, vide una riga sottilissima rosa pallido spuntare dall'angolo sinistro della cartina olografica e finire nel centro del pianeta, sembrava vicino alla navicella, non dentro l'albergo. Com'era possibile? Doveva tornare assolutamente alla navicella e questa volta doveva stare attento a non farsi prendere, doveva agire di nascosto ora, ma non dai suoi capi. Chi comandava quei cyborg? Ma poi erano semplici cyborg o delle intelligenze artificiali? Qualcuno forse voleva sabotare il progetto?
(by Pauline)

Settima parte

Jack spense tutte le luci, nuovamente. Dall'esterno, attraverso i vetri della cabina di pilotaggio poteva essere tenuto d'occhio da quei robot messi lì a guardia, da chi ancora lo ignorava. Mentre con le luci spente poteva nascondersi nelle ombre proiettate dalla strumentazione e la paratia investite dalla luce densa della stella.
Striscio attraverso la penombra e si nascose nei pressi della cassetta del pronto soccorso. Non ci aveva mai tenuto dentro nulla se non altro che antidolorifici e un phaser. Ovviamente smontato e ridotto ad una decina di parti difficilmente riconoscibili ma facilmente assemblabili. Se glielo avessero trovato durante i controlli non se la sarebbe di certo cavata con una pacca sulla spalla. Il memorandum della compagnia li definiva un "Veicolo comerciale, un mero trasporto, ..." e alla compagnia non piacevano le armi. A Jack invece non piacevano i pirati dello spazio, soprattutto quella feccia barbara che si poteva incontrare prevalentemente nei pressi dell'orlo esterno. Il carico era sì assicurato, ma lui aveva sempre preferito tenere al sicuro prima se stesso!
Tenendo sotto controllo le due guardie lo assemblò il più in fretta possibile e scivolò vicino il portello posteriore, vicino al vano di carico. Disinserì il blocco di sicurezza della camera stagna e prima di aprire contemporaneamente entrambe le porte sì assicurò il casco e fece rifornimento di ossigeno.
Un frastuono di metallo sfregato ruppe il silenzio e in un istante era fuori sulla sabbia e i sassi. Non fece in tempo a girarsi che le due macchine spuntavano dalla prua della nave. Tre colpi di phaser sparò e due colpirono i robot, uno alla testa e l'altro in pieno petto. Entrambi si accasciarono a terra fragorosamente.
Jack si appiatti immediatamente contro lo scafo, fece per guardare oltre il profilo della nave ed urto la fronte. Per un istante rimase confuso. Contro cosa aveva urtato? Guardo verso l'alto e non vide nulla. Tentò di accovacciarsi. A mezza corsa urto nuovamente la testa!
- Che cazz...?!
Non poté riflettere più di tanto che sentì provenire da oltre la nave le voci dei rinforzi dei due folgorati che accorrevano.
Fece uno scatto in ritirata voltandosi di spalle e cozzò nuovamente la testa nel vuoto.
- Cazzo! Che che dolore!
Si porto le mani alla testa e la senti calda. Con gli occhi chiusi per il dolore non gli venne per nulla in mente che era impossibile sentire il calore della botta attraverso i guanti della tuta termica ed il casco. Appena se ne rese conto aprì finalmente gli occhi!
Tutto era sfocato. Di un colore indefinito tendente al verde smeraldo, ma più opaco. In gola la sensazione di vomito. Si guardò le mani ed il busto! Era nudo!

Il video-interfono con il suo trillo squarciò il silenzio pesante che c'era nel secondo turno di notte in plancia. Il comandante in seconda sobbalzò sulla poltrona di comando stroncando uno sbadiglio. Sì asciugò il sudore dalla fronte estremamente stempiata e al quarto trillo premette il dito paffuto sul pulsante dell'interfono. Sull'olovideo apparve il volto magro, attempato e occhialuto di Kobb, il "medico" di bordo, e sbottò:
- Che cazzo vuoi Kobb a questa fottutissima ora? Se vuoi un pompino da Deb lo sai che devi mettertela prima...
- S... S... Scott... a...a...abb...b...
- Hei, hei segaiolo precoce, lo sai che se ti agiti poi balbetti e io non capisco una fava! - lo interruppe - respira e dimmi che c'hai!
Kobb prese un lungo respiro e continuò
- Il ca...ca...carico s...s...
- Il carico? Che diavolo è successo al carico? - Agitandosi
- S... S... Sv... Sv... Svegl...
- Porca troia no! Ancora NO! Chi cazzo lo sente al capitano ora? ... Cerca di sistemare, meglio dell'altra volta e in fretta, non voglio perdere neanche un lavoro di pelle questa volta! Capito? ... Vado a svegliare Gerry e ti raggiungiamo... vedi di sistemare! - chiuse la chiamata - Cazzo! - gridò sommessamente tra i denti stretti mentre sbatteva i pugni sui braccioli schizzando verso la cabina del capitano.
Nel giro di trenta secondi Scott ed il capitano erano all'altro capo della nave. Asciugandosi il grasso collo umido di sudore Scott aprì la porta.
La stiva era buia, umida e fredda. Su ogni lato, c'erano dei cilindri di vetro con all'esterno un pannello di controllo per ogni coppia. All'interno un liquido verde scuro e torbido nascondeva tanti corpi in stasi. Nell'angolo a sinistra, verso l'infermeria c'era Kobb che visitava un "risvegliato" tutto intontito e martellante, che non riusciva a stare steso sul lettino delle visite.
Era Jack. Lì. Nudo. Privo di forze. Muoveva braccia, gambe e collo come se volesse buttarsi giù dal giaciglio ma era come se i suoi muscoli non riuscissero a vincere la forza della gravità artificiale.
A quella pietosa vista il capitano sposto un ciuffo oleoso dei suoi lunghi capelli dietro l'orecchio, scoprendo le profonde occhiaie che davano alla sua espressione di disgusto una nota di ancor più distaco.
- Che cosa ci fa LUI fuori dalla camera onirica? Perché lo hai fatto uscire? - disse con aria innervosita ed autoritaria.
- Già, perché l'hai fatto uscire? - rimarcò Scott - Ti avevo detto di sistemarlo, non di offrirgli una fottut...
- LINGUAGGIO! - disse il capitano colpendo il suo secondo sulla spalla con il palmo aperto - Linguaggio sulla mia nave... Cazzo! - rivolgendosi nuovamente al medico continuò - Dimmi Kobb che è successo questa volta? Non avrai ancora fatto uno dei tuoi "esperimenti"?
- C...C...Certo ch...che NO! S...Signore!
- Kobb ... Vecchio mio - incalzò il capitano - prenditi un po' del tuo cocktail "speciale" altrimenti in questa situazioni facciamo giorno... o notte... dipende!
Kobb prese una siringa a pressione osmotica e con forza si innietò un'intera dose nel braccio sinistro.
Le pupille gli si aprirono.
- Bene, allora - riprese il capitano - che cosa è successo?
(by poe84it)

Rafmi...@libero.it

unread,
Dec 4, 2012, 11:09:44 AM12/4/12
to
Sarei felice di potr contribuire. Ed anche di leggere le parti già scritte.
Posso diffondere la notizia?
<poe...@gmail.com> ha scritto nel messaggio
news:47132cb1-c07c-4d97...@googlegroups.com...

poe...@gmail.com

unread,
Dec 5, 2012, 5:04:38 PM12/5/12
to
>Rafmi...@libero.it
>Sarei felice di potr contribuire. Ed anche di leggere le parti già scritte. Posso diffondere la notizia?

Certo! Non dovrebbe esserci nessun problema!
0 new messages