Durante i tre anni che seguono, Heinrich tenta ripetutamente la fuga da Dehradun, ma i britannici lo arrestano sempre in anticipo, raddoppiando la guardia e lo stato di allerta. Nel settembre 1942, tuttavia, si unisce a Peter e ai compagni, che hanno pianificato l'evasione travestendosi da soldati, e finalmente riesce a scappare. Dopo l'evasione, però, si separa dal resto del gruppo, volendo raggiungere il Tibet. Dopo essersi riunito a Peter, che disapprova i suoi metodi sprezzanti e la sua dichiarata mancanza di principi, Heinrich raggiunge il confine con il Tibet, il più alto e isolato Paese del mondo, nonostante l'ostinata diffidenza del popolo tibetano. I monaci del villaggio di frontiera che raggiungono spiegano loro i motivi di una così elevata diffidenza: Sua Santità il Grande Tredicesimo Dalai Lama, prima di morire, aveva previsto che un giorno gli stranieri avrebbero invaso il Paese e dato inizio a un'era di morte e distruzione, bandendo i monaci e proibendo l'antica e radicata tradizione buddhista.
La grande impresa di Heinrich Harrer, come si legge anche sul New York Times, è stata però quella che l'ha condotto a scalare la nona vetta più alta al mondo nell'Himalaya. Un'impresa titanica che però si concluse con l'arresto da parte dell'Impero Britannico che, in India, cominciò ad arrestare tedeschi ed austriaci (paese d'origine dell'alpinista), sospettati di far parte dell'esercito nazista. Su NPR si legge di come l'atmosfera fosse avversa per gli stranieri che potevano essere in qualche modo associati a Hitler, che tanto terrore stava portando in Europa dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Heinrich Harrer venne condotto nel campo di prigionia di Dehradun dove rimase per circa tre anni, prima di organizzare una fuga che lo portò di nuovo verso l'Himalaya e poi a cercare rifugio in Tibet. Qui venne inizialmente guardato con sospetto dagli abitanti della capitale Lhasa, dove il protagonista di questa storia arrivò nel 1946. Secondo la ricostruzione fatta anche da Coming Soon, l'inizio della vita in Tibet non fu facile, ma ben presto Harrer riuscì a ritagliarsi un ruolo come fotografo per il governo tibetano, prima di essere richiamato dal quattordicesimo Dalai Lama, che gli chiese un film sul pattinaggio sul ghiaccio e un cinema nel quale poterlo vedere. Questa richiesta, che sembrava essere spuntata fuori dal nulla, fu il primo passo di un'amicizia che non si è mai estinta e che ha accompagnato Harrer fino al giorno della sua morte, avvenuta il 10 gennaio 2006, quando l'alpinista aveva ormai 93 anni.
(Il film verrà trasmesso in esclusiva in streaming per il pubblico italiano sabato 12 novembre alle ore 20 e domenica 13 novembre alle ore 19. È prevista una donazione di 5 euro; parte del ricavato sarà devoluto a progetti educativi per il popolo tibetano).
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