Concerto per la Giornata della Memoria, Teatro San Carlo, 27 gennaio 2022

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Gino Di Ruberto [GMAIL]

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Jan 26, 2022, 8:38:17 AM1/26/22
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San Carlo, Concerto per la Giornata della Memoria

DOVE
Teatro di San Carlo
Via San Carlo, 98

QUANDO
Dal 27/01/2022 al 27/01/2022 SOLO DOMANI
20.30

ALTRE INFORMAZIONI
Sito web teatrosancarlo.it

Il Teatro di San Carlo celebra la Giornata della Memoria con un concerto
speciale.

In programma giovedì 27 dicembre alle 20.30 Il tempo della fine - Quattro
vite nell'apocalisse Görlitz.
Il quartetto composto da Gabriele Pieranunzi (violino), Gabriele Mirabassi
(clarinetto), Silvia Chiesa (violoncello) Maurizio Baglini (pianoforte)
eseguirà il Quatuor pour la fin du Temps di Olivier Messiaen, una delle
partiture simbolo di questa giornata eseguita per la prima volta dallo
stesso Messiaen insieme ad altri tre detenuti il 15 gennaio 1941 nel campo
di concentramento tedesco di Görlitz.
Tra una sezione e l’altra delle otto che compongono il brano, la voce
narrante di Guido Barbieri - critico musicale, drammaturgo, voce storica di
Radio3 - racconta le vicende dei quattro musicisti detenuti, esecutori della
prima assoluta del Quatuor: oltre a Messiaen al pianoforte, il violinista
Jean Le Boulaire, il violoncellista Etienne Pasquier e il clarinettista
Henri Akoka.

Dalla guida all’ascolto di Guido Barbieri
nel programma di sala del concerto del 27 gennaio

La fotografia in bianco e nero della “prima volta” non la possiamo
dimenticare. Siamo nello Stalag VIII-A, il campo di concentramento tedesco
per prigionieri di guerra situato nei pressi di Görlitz, nella Bassa Slesia.
All’incrocio tra due strade di fango c’è un edificio lungo e basso, col
tetto spiovente e senza finestre: è il teatro del campo. L’orologio, nell’ufficio
del comandante, l’unico di tutto lo Stalag, segna le sei del pomeriggio: sul
calendario è scritta la data del 15 gennaio 1941. Buio, freddo, neve. Seduti
su dieci file di panche ci sono quattrocento detenuti senza nome: affamati,
malati, vestiti di stracci. Quattro uomini, con addosso la divisa dei
prigionieri di guerra, sono invece schierati su una piccola pedana di legno.
I loro nomi li conosciamo: sono Olivier Messiaen, seduto ad un pianoforte
verticale che sta in piedi per miracolo, Jean Le Boulaire, che tiene sulla
spalla un violino scordato trovato in una soffitta del paese, Etienne
Pasquier, con un violoncello di fortuna, comprato da un liutaio di Görlitz
grazie ad una colletta tra i detenuti, e infine Henri Akoka con il suo
clarinetto, che ha tenuto stretto a sé sin dal giorno della cattura. Qui
dentro, quella sera, per quanto impossibile possa sembrare, nasce uno dei
capolavori indiscussi della musica del Novecento: il Quatuor pour la fin du
temps che Messiaen scrive, con un mozzicone di matita, nella sua baracca di
prigioniero, tra il maggio del 1940 e pochi giorni prima di quel 15 gennaio.
Una meditazione senza parole – ispirata però all’Apocalisse di San
Giovanni - sulle infinite aporie del tempo: il tempo della religione, il
tempo della filosofia, il tempo della musica.
Ma che cosa accade se quella fotografia diventa un film, se facciamo tornare
l’orologio del campo al 10 maggio del 1940, il giorno buio in cui inizia l’invasione
nazista della Francia, e se poi lo facciamo ruotare in avanti, fino al 25
agosto del 1945, il giorno di festa in cui Parigi viene liberata? Come sono
arrivati quei quattro uomini, che non si erano mai incontrati prima, nella
stessa baracca dello Stalag VIII-A? Chi erano, come vivevano, che mestiere
facevano prima di essere risucchiati dalla macchina della guerra? E come
sono riusciti a passare tre mesi della loro esistenza di prigionieri
provando tutte le sere, dopo il lavoro massacrante del campo, un’opera
astrusa, difficile, oscura di un compositore di appena trent’anni? E poi,
dopo quel 15 gennaio, che cosa ne è stato di loro? Come sono riusciti ad
evadere dall’inferno di Görtlitz? Come e quando sono tornati alle loro case,
alle loro famiglie, ai loro mestieri? Si sono più incontrati, hanno ancora
suonato insieme, che cosa hanno conservato di quella esperienza dura,
sconvolgente, dolorosa? Sono rimasti quelli di prima o hanno cambiato vita,
idee, fede? A queste domande cerca di rispondere – basandosi sui dati
storici certi e trasformandoli in racconto – lo spettacolo “Il tempo della
Fine. Quattro vite nell’apocalisse di Görtlitz”. Il Quatuor di Messiaen
viene eseguito integralmente, nella versione originale, ma tra una e l’altra
delle otto sezioni interviene, per sette volte, una voce narrante. I primi
tre intermezzi sono dedicati all’itinerario che i quattro musicisti hanno
seguito prima dell’arrivo a Görlitz, dalla cattura fino alla detenzione, il
quarto intermezzo, quello centrale, descrive la “fotografia” di quel 15
gennaio 1941, gli ultimi tre raccontano infine le vite dei quattro
musicisti, dal giorno successivo fino alla fine della guerra. Quattro
esistenze diverse che racchiudono speranze, oblii, pentimenti, delusioni e
che costituiscono lo specchio fedele del tempo storico, tragico e irto di
conflitti, in cui si sono svolte. Ne nasce, anche in questo caso, una
riflessione sul tempo: su ciò che un’opera d’arte cardine del Novecento come
il Quatuor di Messiaen ha seminato, ha fatto germogliare e ancora oggi
continua a raccogliere. Una “apocalisse contemporanea” che – come quella
narrata dal Nuovo Testamento, – non segna affatto la fine del tempo, bensì,
sempre e comunque, l’utopia di un nuovo inizio.
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