gomorra [capitolo 10.txt]

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cioffi cavalier michele

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Nov 20, 2006, 1:29:51 AM11/20/06
to incensurati yahoogoogle
Aberdeen, Mondragone.
Il boss psicanalista Augusto La Torre era stato tra i prediletti
di Antonio Bardellino: aveva da ragazzo preso il posto del
padre divenendo il leader assoluto del clan dei "Chiuovi",
come li chiamavano a Mondragone. Un clan egemone nel-
l'alto casertano, nel basso Lazio e lungo tutta la costa domi-
zia. Si erano schierati con i nemici di Sandokan Schiavone,
ma poi col tempo il clan aveva dimostrato abilità imprendi-
toriale e capacità di gestione del territorio, unici elementi che
possono far mutare i rapporti di conflittualità tra famiglie di
camorra. La capacità di fare affari riavvicinò i La Torre ai Ca-
salesi che gli diedero possibilità di agire in relazione con lo-
ro, ma anche in autonomia. Augusto non era un nome a ca-
so. Ai primogeniti della famiglia, La Torre usava dare i nomi
degli imperatori romani. Avevano invertito l'ordine storico,
la storia romana vedeva avvicendarsi prima Augusto e suc-
cessivamente Tiberio, invece il padre di Augusto La Torre
portava il nome di Tiberio.
Nell'immaginario delle famiglie di queste terre la villa di
Scipione l'Africano costruita nei pressi del Lago Patria, le
battaglie capuane di Annibale, la forza inattaccabile dei San-
niti, i primi guerriglieri europei che colpivano le legioni ro-
mane e fuggivano sulle montagne, sono presenti come storie
di paese, racconti di un passato anteriore di cui però tutti si
sentono parte. Al delirio storico dei clan si contrapponeva
l'immaginario diffuso che riconosceva in Mondragone la ca-
pitale della mozzarella. Mio padre mi mandava a fare scor-
pacciate di mozzarelle mondragonesi, ma quale territorio
aveva il primato della mozzarella più buona era impossibile
stabilirlo. I sapori erano troppo diversi, quello dolciastro e
leggero della mozzarella di Battipaglia, quello salato e cor-
poso della mozzarella aversana e poi quello puro della moz-
zarella di Mondragone. Una prova però della bontà della
mozzarella i mastri caseari mondragonesi ce l'avevano. La
mozzarella per essere buona deve lasciare in bocca un retro-
gusto, quello che i contadini chiamano "'o ciato 'e bbufala"
ossia il fiato di bufala. Se dopo aver buttato giù il boccone
non rimane in bocca quel sapore di bufala, allora la mozza-
rella non è buona. Quando andavo a Mondragone mi piace-
va passeggiare sul pontile. Avanti e indietro, prima che ve-
nisse abbattuto era una delle mie mete preferite d'estate.
Una lingua di cemento armato costruita sul mare per far at-
traccare le barche. Una struttura inutile e mai utilizzata.
Mondragone divenne d'improvviso una meta per tutti i
ragazzi del casertano e dell'agro pontino che volevano emi-
grare in Inghilterra. Emigrare come occasione di vita, andare
finalmente via, ma non come cameriere, sguattero in un
McDonald's, o barista pagato con pinte di birra scura. Si an-
dava a Mondragone per cercare di avere contatti con le per-
sone giuste, per avere fitti agevolati, la possibilità di essere
ricevuti con garbo e interesse dai proprietari dei locali. A
Mondragone si potevano incontrare le persone adatte per
farti assumere in un'assicurazione, in un ufficio immobiliare
e se proprio si presentavano braccianti disperati, disoccupati
cronici, i contatti giusti li avrebbero fatti assumere con con-
tratti decenti e lavoro dignitoso. Mondragone era la porta
per la Gran Bretagna. D'improvviso dalla fine degli anni '90
avere un amico a Mondragone significava poter essere valu-
tato per quanto valevi, senza necessità di presentazione o di
raccomandazione. Cosa rara, rarissima, impossibile in Italia
e ancor più al sud. Per essere considerato e vagliato solo per
ciò che sei, da queste parti hai bisogno sempre di qualcuno
che ti protegga e che la sua protezione possa, se non favorir-
ti, farti almeno prendere in considerazione. Presentarti senza
protettore è come andare senza braccia e senza gambe. In-
somma hai qualcosa in meno. A Mondragone invece prende-
vano i curricula e vedevano a chi inviarli in Inghilterra. Vale-
va in qualche modo il talento e ancor più come avevi deciso
d'esprimerlo. Ma solo a Londra o Aberdeen, non in Campa-
nia, non nella provincia della provincia d'Europa.
Una volta Matteo, un mio amico, aveva deciso di provarci:
andare via una volta per tutte. Aveva messo dei soldi da par-
te, una laurea con lode era riuscito a raggiungerla e si era
stancato di lavorare tra stage e cantieri per sopravvivere.
Aveva avuto il nome di un ragazzo di Mondragone che l'a-
vrebbe fatto partire per l'Inghilterra e una volta lì, avrebbe
avuto modo di presentarsi a diversi colloqui di lavoro. Lo ac-
compagnai. Aspettammo ore fuori a un lido dove questo
contatto ci aveva dato appuntamento. Era estate. Le spiagge
di Mondragone sono assalite dai villeggianti di tutta la Cam-
pania, quelli che non possono permettersi la costiera amalfi-
tana, quelli che non possono affittarsi una casa al mare per
l'estate e allora pendolano, avanti e indietro, tra l'entroterra
e la costa. Sino a metà degli anni '80 si vendeva la mozzarel-
la in astucci di legno colini di latte di bufala bollente. I ba-
gnanti la mangiavano con le mani lasciando sbrodolare il lat-
te e i ragazzetti prima di dare il morso alla pasta bianca
davano una leccata alla mano, insaporita dalla salsedine. Poi
nessuno più ha continuato a vendere mozzarelle e sono arri-
vati i taralli e le fette di cocco. Quel giorno il nostro contatto
ritardò due ore. Quando finalmente ci raggiunse si presentò
abbronzato e coperto solo da uno striminzito costume, ci
spiegò che aveva fatto colazione con ritardo, quindi si era
bagnato con ritardo e si era asciugato con ritardo. Questa fu
la sua scusa, colpa del sole insomma. Il nostro contatto ci
portò in un'agenzia turistica. Tutto qui. Credevamo d'essere
ricevuti da chissà quale mediatore, invece bisognava soltan-
to essere presentati a un'agenzia neanche particolarmente
elegante. Non una di quelle con centinaia di dépliant, ma un
bugigattolo qualsiasi. Si poteva però accedere ai suoi servizi
se presentati da un contatto mondragonese. Se entrava una
persona qualsiasi avrebbe svolto le normali pratiche di qual-
siasi agenzia turistica. Una ragazza giovanissima chiese a
Matteo il curriculum e ci segnalò il primo volo disponibile.
Aberdeen era la città dove lo avrebbero spedito. Gli diedero
un foglietto con l'elenco di una serie di aziende a cui avrebbe
potuto rivolgersi per un colloquio di lavoro. Anzi l'agenzia
stessa, in cambio di pochi spiccioli, prenotò appuntamenti
con le segreterie degli addetti alla selezione del personale.
Mai agenzia interinale era stata così efficiente. Ci imbarcam-
mo per la Scozia due giorni dopo, un viaggio veloce ed eco-
nomico per chi proveniva da Mondragone.
Ad Abeerden c'era aria di casa. Eppure non esisteva nulla
di più lontano da Mondragone che questa città scozzese. Il
terzo centro urbano della Scozia, una città scura, grigiastra
anche se non pioveva spesso come a Londra. Prima dell'arri-
vo dei clan italiani la città non sapeva valorizzare le risorse di
tempo libero e turismo e tutto ciò che riguardava ristoranti,
alberghi e vita sociale era organizzato al triste modo inglese.
Abitudini identiche, locali gonfi di persone intorno ai banco-
ni un solo giorno a settimana. È stato - secondo le indagini
della Procura Antimafia di Napoli -Antonio La Torre, fratello
del boss Augusto, ad attivare in Scozia una serie di attività
commerciali in grado, in una manciata di anni, di imporsi co-
me fiore all'occhiello dell'imprenditoria scozzese. La gran
parte delle attività in Inghilterra del clan La Torre sono per-
fettamente lecite, acquisto e gestione di beni immobiliari e di
esercizi commerciali, commercio di prodotti alimentari con
l'Italia. Un giro d'affari enorme difficile da rendere in cifre.
Matteo ad Aberdeen cercava tutto quello che non gli era stato
riconosciuto in Italia, camminavamo per le strade con soddi-
sfazione, come se per la prima volta nella nostra vita l'essere
campani fosse condizione sufficiente a procurarci un'area di
affermazione. Al 27 e al 29 di Union Terrace, mi trovai dinanzi
a un ristorante del clan, il Pavarotti's, intestato proprio ad An-
tonio La Torre e segnalato anche dalle guide turistìche on line
della città scozzese. Per Aberdeen era il salotto elegante, il ri-
trovo chic, il posto dove poter cenare nel migliore dei modi e
il luogo idoneo per parlare di affari importanti. Le aziende del
clan sono state pubblicizzate anche a Parigi come massima
espressione del made in Italy presso la fiera gastronomica del-
la capitale francese Italissima. Antonio La Torre vi ha infatti
presentato le sue attività di ristorazione ed esposto il proprio
marchio. Un successo che fa di La Torre uno dei primi im-
prenditori scozzesi in Europa. La Torre è stato proprietario
anche del Sorrento Italy Restaurant in Bridge Street. Questo
stesso ristorante ha d'improvviso chiuso, riaprendo con
un'altra proprietà con il nome di Sopranos. Come la popola-
rissima serie televisiva americana incentrata su una famiglia
di mafiosi italoamericani.
La stampa inglese aveva infatti da poco iniziato a occu-
parsi dei boss mondragonesi leader imprenditoriali in Sco-
zia. "The Times" aveva pubblicato un articolo sulla storia del
"don" di Mondragone, "The Guardian" invece aveva titola-
to: "The Aberdeen Job", facendo riferimento a un film statu-
nitense, The Italian Job, a sua volta remake dell'omonima pel-
licola del 1969 che in Italia uscì col titolo Colpo all'italiana.
Articoli in cui si parlava dei business criminali fatti ad Aber-
deen dai boss provenienti da "mozzarella country". Inchie-
ste che davano notizie su Antonio La Torre, sulla moglie
scozzese Gillian Fraser, i tre figli e l'attività di imprenditore
nel ramo della ristorazione e dell'import-export di prodotti
alimentari italiani in tutta la Scozia. Così i proprietari del ri-
storante in Bridge Street invece di ripiegarsi sul marchio in-
famante dell'appellativo mafioso di "don", avevano dato al
ristorante il nome di Sopranos. Ogni immaginario collettivo
dev'essere sfruttato. Se i giornali inglesi più letti avevano de-
finito mafiosi i proprietari del ristorante in Bridge Street,
questa definizione doveva essere utilizzata per un lancio
d'attività, una grande operazione di marketing. La curiosità
non doveva più essere fatta tacere, ma poteva venir sfruttata
a proprio vantaggio.
Antonio La Torre è stato arrestato ad Aberdeen nel marzo
2005, su di lui pendeva un mandato d'arresto italiano per as-
sociazione a delinquere di stampo camorristico ed estorsio-
ne. Per anni aveva evitato sia l'arresto che l'estradizione, fa-
cendosi scudo della sua cittadinanza scozzese e del mancato
riconoscimento da parte delle autorità britanniche dei reati
associativi che gli sono contestati. La Scozia non voleva per-
dere uno dei suoi imprenditori più brillanti.
Nel 2002 il Tribunale di Napoli emise un'ordinanza di cu-
stodia cautelare nei confronti di trenta persone legate al clan
La Torre. Dall'ordinanza emergeva che il consorzio criminale
guadagnava ingenti somme di danaro attraverso le estorsio-
ni, il controllo delle attività economiche e degli appalti nella
sua zona di competenza, per poi reinvestire all'estero, in par-
ticolare in Gran Bretagna, dove si era creata una vera e pro-
pria colonia del clan. Una colonia che non aveva invaso, non
aveva portato concorrenza al ribasso nella manodopera, ma
aveva immesso linfa economica, rivitalizzando il comparto
turistico, attivando un'attività di importazione ed esporta-
zione prima sconosciuta alla città e dando nuovo vigore al
settore immobiliare.
Ma la potenza internazionale partita da Mondragone era
personificata anche da Rockefeller. Lo chiamano così in paese
per l'evidente talento negli affari e per la mole di liquidità che
possiede. Rockefeller è Raffaele Barbato, sessantadue anni,
nato a Mondragone. Il suo vero nome forse l'ha dimenticato
persino lui. Moglie olandese, fino alla fine degli anni '80 ge-
stiva affari in Olanda dove possedeva due casinò frequentati
da clienti di calibro internazionale, dal fratello di Bob Celiino,
fondatore delle case da gioco di Las Vegas, a importanti ma-
fiosi slavi con basi a Miami. I suoi soci erano un tal Liborio,
siciliano con entrature in Cosa Nostra, e un altro, Emi, olan-
dese poi trasferitosi in Spagna dove ha aperto hotel, residen-
ce e discoteche. Ed è stato Rockefeller una delle menti - se-
condo le dichiarazioni dei pentiti Mario Sperlongaro, Stefano
Piccirillo e Girolamo Rozzera - che progettò assieme ad Au-
gusto La Torre di andare a Caracas per cercare di incontrare
gruppi di narcotrafficanti venezuelani che vendevano coca a
un prezzo concorrenziale rispetto ai colombiani, fornitori dei
napoletani e Casalesi. Molto probabilmente sulla questione
droga Augusto era riuscito ad avere un'autonomia, raramen-
te concessa dai Casalesi. Sempre Rockefeller aveva trovato un
posto dove far dormire e stare comodo Augusto durante la
sua latitanza in Olanda. Lo aveva sistemato al circolo di tiro a
volo. Così seppur lontano dalle campagne mondragonesi il
boss poteva sparare ai piattelli volanti per tenersi in esercizio.
Rockefeller aveva una rete di relazioni enorme, era uno dei
business man più noti non solo in Europa, ma anche negli
USA per il suo essere gestore di case da gioco che l'aveva mes-
so in contatto con mafiosi italoamericani che sempre di più
guardavano all'Europa come mercato per investire, scacciati
com'erano lentamente e progressivamente dai clan albanesi
sempre più egemoni a New York, e sempre più alleati alle fa-
miglie camorriste campane. Persone capaci di trafficare droga
e di investire il loro danaro in ristoranti e alberghi, attraverso
la porta aperta dei mondragonesi. Rockefeller è il titolare del
lido Adamo ed Èva, ribattezzato La Playa, un bel villaggio tu-
ristico sulla costa mondragonese dove - secondo le accuse
della magistratura - molti affiliati amavano trascorrere la lati-
tanza. Più comodo è il rifugio, meno sopraggiungeranno le
tentazioni di pentimento per sottrarsi alla continua fuga. E
con i pentiti, i La Torre erano stati feroci. Francesco Tiberio, il
cugino di Augusto, aveva telefonato a Domenico Pensa che
aveva testimoniato contro il clan Stolder e chiaramente l'ave-
va invitato ad andare via dal paese.
«Ho saputo dagli Stolder che tu hai collaborato contro di
loro e di conseguenza visto che noi in paese non vogliamo
collaboratori di giustizia, te ne devi andare da Mondragone
altrimenti qualcuno verrà e ti taglierà la testa.»
Il cugino di Augusto aveva talento nel terrorizzare telefo-
nicamente chi osava collaborare, lasciare trapelare notizie.
Con un altro, Vittorio Di Telia fu esplicito, lo invitò a com-
prarsi l'abito da morto.
«Comprati le camicie nere che devi parlare, neh cornuto,
io ti devo ammazzare.»
Prima che arrivassero i pentiti nel clan, nessuno poteva
immaginare il perimetro illimitato d'affari dei mondragone-
si. Tra gli amici di Rockefeller c'era anche un tale Raffaele
Acconcia, mondragonese di nascita e pure lui trapiantato in
Olanda, titolare di una catena di ristoranti, che secondo il
pentito Stefano Piccirillo sarebbe un importante narcotraffi-
cante di caratura internazionale. Proprio in Olanda continua
a nascondersi, forse in qualche banca, la cassa del clan La
Torre, milioni di euro fatturati attraverso mediazioni e com-
merci che gli inquirenti non hanno mai trovato. In paese è di-
venuta una sorta di simbolo di ricchezza assoluta questa pre-
sunta cassaforte della banca olandese, che ha sostituito tutti i
riferimenti della ricchezza internazionale. Non si dice più
"m'hai preso per la Banca d'Italia" ma "mi hai preso per la
Banca d'Olanda".
Il clan La Torre con appoggi in Sudamerica e basi in Olan-
da aveva in mente di dominare un traffico di coca sulla piaz-
za romana. Roma, per tutte le famiglie imprenditorial-camor-
ristiche casertane, è il riferimento primo per il narcotraffico e
per gli investimenti in beni immobili. Roma diviene un'esten-
sione della provincia casertana. I La Torre potevano contare
su rotte d'approvvigionamento che avevano la loro base sulla
costa domizia. Le ville sulla costa erano fondamentali per il
traffico prima di contrabbando di sigarette, poi di tutto quan-
to fosse merce. Da quelle parti c'era la villa di Nino Manfredi.
Andarono da lui esponenti del clan a chiedergli di vendere la
villa. Manfredi cercò in tutti i modi di opporsi, ma la sua casa
si trovava in un punto strategico per far attraccare i motosca-
fi, e le pressioni del clan aumentavano. Non gli chiesero più
di vendere, ma gli imposero di cedere a un prezzo stabilito
da loro. Manfredi si rivolse persino a un boss di Cosa Nostra,
divulgando la notizia, nel gennaio 1994, al Gr1, ma i mon-
dragonesi erano potenti e nessun siciliano tentò di mediare
con loro. Soltanto esponendosi in tv e attirando l'attenzione
dei media nazionali, l'attore riuscì a mostrare la pressione
cui era stato sottoposto a causa degli interessi strategici della
camorra.
Il traffico di droga si accodava a tutti gli altri canali di
commercio. Enzo Boccolato, un cugino dei La Torre proprie-
tario di un ristorante in Germania, aveva deciso di investire
nell'export di abbigliamento. Assieme ad Antonio La Torre e
un imprenditore libanese acquistavano vestiti in Puglia - es-
sendo la produzione tessile campana già monopolizzata dai
clan di Secondigliano - e li rivendevano in Venezuela trami-
te un mediatore, tal Alfredo, segnalato nelle indagini come
uno dei più importanti trafficanti di diamanti in Germania.
Grazie ai clan camorristici campani i diamanti divennero in
poco tempo, per la loro alta variabilità di prezzo e al contem-
po per il valore nominale che perennemente mantengono, il
bene preferito per il riciclaggio del danaro sporco. Enzo Bec-
colato era conosciuto negli aeroporti in Venezuela e a Fran-
coforte, aveva appoggi tra gli operatori del controllo merci,
che con grande probabilità non curavano soltanto l'invio e
l'arrivo di vestiti, ma si preparavano anche a tessere una
grande rete di traffico di cocaina. Può sembrare che i clan,
una volta completata l'accumulazione di grandi capitali, in-
terrompano la propria attività criminale, disfacendo in qual-
che modo il proprio codice genetico, riconvertendolo sul pia-
no legale. Proprio come la famiglia Kennedy in America che
nel periodo del proibizionismo aveva guadagnato capitali
enormi con la vendita degli alcolici e aveva poi interrotto
ogni rapporto col crimine. Ma in realtà la forza dell'impren-
ditoria criminale italiana sta proprio nel continuare ad avere
il doppio binario, non rinunciare mai all'estrazione criminale.
Ad Abeerden chiamano questo sistema "scratch". Come i
rapper, come i dj, che bloccano con le dita il normale girare
del disco sul piatto, allo stesso modo gli imprenditori di ca-
morra bloccano per un attimo l'andatura del disco del merca-
to legale. Lo bloccano, scratchano, per poi farlo ripartire più
velocemente di prima.
Nelle diverse inchieste della Procura Antimafia di Napoli
sui La Torre emergeva che quando il percorso legale subiva
una crisi, si innescava subito il binario criminale. Se mancava
liquidità, si facevano stampare monete false, se erano neces-
sari capitali in breve tempo, si truffava vendendo titoli di Sta-
to fasulli. La concorrenza veniva annichilita dalle estorsioni,
la merce importata esentasse. Scratchare sul disco dell'econo-
mia legale permette che i clienti possano avere uno standard
di prezzi costante e non schizofrenico, che i crediti bancari
siano sempre soddisfatti, che il danaro continui a circolare e i
prodotti a essere consumati. Scratchare assottiglia il diafram-
ma che spunta tra la legge e l'imperativo economico, tra ciò
che la norma vieta e ciò che il guadagno impone.
Gli affari dei La Torre all'estero rendevano indispensabile
la partecipazione a vari livelli nella struttura del clan di espo-
nenti inglesi che arrivavano addirittura al grado di affiliati.
Uno di questi è Brandon Queen, detenuto in Inghilterra, che
riceve puntualmente la sua mesata, tredicesima compresa, da
Mondragone. Nell'ordinanza di custodia cautelare del giu-
gno 2002, si legge anche che "Brandon Queen è sistematica-
mente inserito nel libro paga del clan per espresso volere di
Augusto La Torre". Agli affiliati è normalmente garantita, ol-
tre alla protezione fisica, la retribuzione, l'assistenza legale e
la copertura dell'organizzazione in caso di necessità. Tutta-
via, per ricevere queste assicurazioni direttamente dal boss,
Queen doveva ricoprire un ruolo vitale nella macchina d'af-
fari del clan, risultando in assoluto il primo camorrista di na-
zionalità inglese della storia criminale italiana e britannica.
Erano molti anni che sentivo parlare di Brandon Queen.
Mai visto, neanche in foto. Una volta giunto ad Aberdeen non
potevo non chiedere di Brandon, dell'uomo fidato di Augu-
sto La Torre, del camorrista scozzese, dell'uomo che senza
trovarsi in difficoltà alcuna e conoscendo bene soltanto la sin-
tassi dell'azienda e la grammatica del potere, aveva sciolto
residui legami con gli antichissimi clan delle Highlands per
entrare in quello di Mondragone. Intorno ai locali dei La Tor-
re c'erano sempre gruppetti di ragazzi del luogo; non erano
criminalotti impigriti, ammutinati davanti alle pinte di birra
in attesa di qualche scazzottata o scippo. Erano ragazzoni
svegli, inseriti a diverso livello nell'attività delle imprese le-
gali. Trasporti, pubblicità, marketing. Chiedendo di Brandon
non ricevevo sguardi ostili o risposte vaghe, come se avessi
chiesto di un affiliato in un paese del napoletano. Brandon
Queen pareva lo conoscessero da sempre, o molto probabil-
mente era soltanto divenuto una sorta di mito di cui tutte le
lingue parlano. Queen era l'uomo che c'era riuscito. Non sol-
tanto un dipendente come loro di ristoranti, ditte, negozi,
agenzie immobiliari, un impiegato con stipendio sicuro.
Brandon Queen era qualcosa di più, aveva realizzato il sogno
di molti ragazzi scozzesi; non semplicemente prendere parte
agli indotti legali, ma divenire parti del Sistema, partì opera-
tive del clan. Divenire camorristi a tutti gli effetti, nonostante
lo svantaggio d'essere nati in Scozia e quindi credere che l'eco-
nomia abbia un'unica strada, quella banale, di tutti, quella che
tratta di regole e sconfitte, di mera concorrenza e di prezzi. Mi
impressionava che nel mio inglese ingrassato di pronuncia ita-
liana loro vedessero non l'emigrante, non la deformazione
smilza di Jake La Motta, non il conterraneo di invasori crimi-
nali venuti a tirare danaro dalla loro terra, ma la traccia di una
grammatica che conosce il potere assoluto dell'economia,
quello in grado di decidere d'ogni cosa e su ogni cosa, capace
di non darsi limiti a costo anche dell'ergastolo e della morte.
Sembrava impossibile, eppure mentre parlavano mostravano
di conoscere benissimo Mondragone, Secondigliano, Marano,
Casal di Principe, territori che gli erano stati raccontati come
un'epica di un paese lontano da tutti i boss imprenditori
transitati per quelle zone e per i ristoranti dove lavoravano.
Nascere in terra di camorra per quei miei coetanei scozzesi
significava avere un vantaggio, portare su di sé un marchio
impresso a fuoco che ti orientava a considerare l'esistenza
un'arena dove l'imprenditoria, le armi, e persino la propria
vita sono solo e esclusivamente un mezzo per raggiungere
danaro e potere: ciò per cui vale la pena di esistere e respira-
re, ciò che permette di vivere al centro del proprio tempo,
senza dover badare ad altro. Brandon Queen c'era riuscito
anche non nascendo in Italia, anche non avendo mai visto la
Campania, anche senza percorrere chilometri in auto costeg-
giando cantieri, discariche e masserie di bufale. Era riuscito a
divenire un uomo di potere vero, un camorrista.
Eppure questa grande organizzazione commerciale e fi-
nanziaria internazionale non aveva concesso flessibilità al
clan nel controllo del territorio primo. A Mondragone, Au-
gusto La Torre aveva gestito il potere con grande severità.
Per far diventare il cartello così potente era stato spietato. Le
armi, a centinaia, se le faceva arrivare dalla Svizzera. Politi-
camente aveva alternato diverse fasi, grande presenza nella
gestione degli appalti poi soltanto alleanze, contatti sporadi-
ci, lasciando che si affermassero i suoi affari e che fosse quin-
di la politica ad accodarsi alle sue imprese. Mondragone fu il
primo comune italiano a essere sciolto per infiltrazione ca-
morristica negli anni '90. Nel corso degli anni, politica e clan
non si sono mai realmente slegate. Un latitante napoletano
aveva trovato ospitalità nel 2005 a casa di un candidato pre-
sente nella lista civica del sindaco uscente. Nel consiglio co-
munale per lungo tempo è stata presente, nel gruppo di
maggioranza, la figlia un vigile urbano accusato di riscuote-
re tangenti per conto dei La Torre.
Augusto era stato severo anche con i politici. Gli opposi-
tori al business della famiglia dovevano in ogni caso avere
tutti punizioni esemplari e spietate. La modalità per l'elimi-
nazione fisica dei nemici di La Torre era sempre la stessa, al
punto tale che nel gergo criminale il metodo militare di Au-
gusto si definisce ormai "alla mondragonese". La tecnica
consiste nell'occultare nei pozzi delle campagne i corpi ma-
cellati da decine e decine di colpi e successivamente poi lan-
ciare una bomba a mano; in tal modo il corpo viene dilania-
to e la terra rovina sui resti che si impantanano nell'acqua.
Così Augusto La Torre aveva fatto con Antonio Nugnes, vi-
cesindaco democristiano scomparso nel nulla nel 1990. Nu-
gnes rappresentava un ostacolo alla volontà del clan di ge-
stire direttamente gli appalti pubblici comunali e di
intervenire in tutte le vicende politiche e amministrative.
Non voleva alleati, Augusto La Torre, voleva essere lui stes-
so in prima persona a gestire tutti gli affari possibili. Era
una fase in cui le scelte militari non venivano particolar-
mente ponderate. Prima si sparava e poi si ragionava. Au-
gusto era giovanissimo quando divenne il boss di Mondra-
gone. L'obiettivo di La Torre era quello di diventare
azionista di una clinica privata in via di costruzione: l'Incal-
dana di cui Nugnes possedeva un nutrito pacchetto aziona-
rio. Una delle cliniche più prestigiose tra il Lazio e la Cam-
pania, a un passo da Roma, che avrebbe attirato un bel po'
di imprenditori del basso Lazio, risolvendo il problema del-
la mancanza di strutture ospedaliere efficienti sul litorale
domizio e nell'agro pontino. Augusto aveva imposto un no-
me al consiglio d'amministrazione della clinica, il nome di
un suo delfino anch'esso imprenditore del clan, arricchitosi
con la gestione di una discarica. Augusto voleva che fosse
lui a rappresentare la famiglia. Nugnes si oppose, aveva
compreso che la strategia dei La Torre non sarebbe stata sol-
tanto quella di mettere un piede in un grosso affare, ma
qualcosa di più. La Torre così mandò un suo emissario dal
vicesindaco cercando di ammorbidirlo, per convincerlo ad
accettare le sue condizioni di gestione economica degli affa-
ri. Per un politico democristiano non era cosa scandalosa
entrare in contatto con un boss, trattare con il suo potere im-
prenditoriale e militare. I clan erano la prima forza econo-
mica del territorio, rifiutare un rapporto con loro sarebbe
stato come se un vicesindaco torinese avesse rifiutato un in-
contro con l'amministratore delegato della FIAT. Augusto La
Torre non aveva in mente di acquistare alcune quote della
clinica a un prezzo vantaggioso, come avrebbe fatto un boss
diplomatico, le quote della clinica le voleva gratuitamente.
In cambio avrebbe garantito che tutte le sue imprese vincitrici
degli appalti di servizio, pulizie, mense, trasporti, guardiane-
rie, avrebbero lavorato con professionalità e con un prezzo
d'appalto molto vantaggioso. Assicurava che persino le sue
bufale avrebbero fatto il latte più buono se quella clinica fosse
divenuta la sua. Nugnes fu prelevato dalla sua azienda agri-
cola con la scusa di un incontro con il boss e fu portato in una
masseria di Falciano del Massico. Ad attendere Nugnes - se-
condo le dichiarazioni del boss - c'era oltre lo stesso Augusto,
Jimmy ossia Girolamo Rozzera, e Massimo Gitto, Angelo Ga-
gliardi, Giuseppe Valente, Mario Sperlongano e Francesco La
Torre. Tutti ad attendere che l'agguato fosse compiuto. Il vice-
sindaco, appena sceso dall'auto, andò incontro al boss. Men-
tre Augusto allargava le braccia per salutarlo, biascicò una
frase a Jimmy, come il boss ha confessato ai magistrati:
«Vieni, è arrivato zio Antonio.»
Un messaggio chiaro e finale. Jimmy si avvicinò alle spalle
di Nugnes e sparò due colpi che gli si conficcarono nella
tempia, i colpi di grazia li sparò il boss stesso. Il corpo lo get-
tarono in un pozzo profondo quaranta metri in aperta cam-
pagna e lanciarono dentro due bombe a mano. Per anni di
Antonio Nugnes non si seppe nulla. Arrivavano telefonate
di persone che lo vedevano in mezz'Italia, era invece in un
pozzo coperto da quintali di terra. Tredici anni dopo, Augu-
sto e i suoi fedelissimi indicarono ai carabinieri dove poter
trovare i resti del vicesindaco che aveva osato opporsi alla
crescita dell'azienda dei La Torre. Quando i carabinieri ini-
ziarono a raccogliere i resti, si accorsero che non c'erano
quelli di un solo uomo. Quattro tibie, due crani, tre mani. Per
più di dieci anni il corpo di Nugnes era stato al fianco di
quello di Vincenzo Boccolato, un camorrista legato a Cutolo,
che poi con la sconfitta si era avvicinato ai La Torre.
Boccolato era stato condannato a morte perché in una let-
tera inviata dal carcere a un suo amico aveva pesantemente
offeso Augusto, il boss l'aveva trovata per caso, mentre gi-
ronzolava per il soggiorno di un suo affiliato, scartabellando
tra fogli e foglietti aveva riconosciuto il suo nome, e incurio-
sito si era messo a leggere la caterva di insulti e critiche che
Boccolato gli dedicava. Già prima di concludere la lettera l'a-
veva condannato a morte. A ucciderlo mandò Angelo Ga-
gliardi, un ex cutoliano come lui, uno di quelli sulla cui auto
sarebbe salito senza sospettare nulla. Gli amici sono i miglio-
ri killer, quelli che più di tutti riescono a fare un lavoro puli-
to, senza rincorrere il proprio obiettivo mentre urla scappan-
do. In silenzio, quando meno se l'aspetta, gli si punta la
canna della pistola alla nuca e si fa fuoco. Il boss voleva che
le esecuzioni avvenissero in un'intimità amicale. Augusto La
Torre non sopportava che la sua persona fosse ridicolizzata,
non voleva che qualcuno pronunciando il suo nome potesse
associarci subito dopo una risata. Nessuno doveva osare.
Luigi Pellegrino, conosciuto da tutti come Gigiotto, era in-
vece uno di quelli a cui piaceva spettegolare su tutto ciò che
riguardava i potenti della sua città. Sono molti i ragazzi che
in terra di camorra bisbigliano dei gusti sessuali dei boss, del-
le orge dei capizona, delle figlie zoccole degli imprenditori
dei clan. Ma in genere i boss tollerano, hanno davvero altro a
cui pensare e poi è inevitabile che sulla vita di chi comanda si
inneschi una sorta di vero e proprio gossip. Gigiotto spette-
golava sulla moglie del boss, raccontava in giro di averla vi-
sta incontrarsi con uno degli uomini più fidati di Augusto.
L'aveva vista accompagnata agli incontri con il suo amante
dall'autista stesso del boss. Il numero uno dei La Torre, che
tutto gestiva e controllava, aveva la moglie che gli faceva le
corna sotto il naso e non se ne accorgeva. Gigiotto raccontava
i suoi pettegolezzi con varianti sempre più dettagliate e sem-
pre diverse. Che fosse invenzione o meno, in paese la storiel-
la della moglie del boss che se la intendeva col braccio destro
di suo marito ormai la raccontavano tutti e tutti erano bene
attenti a citarne la fonte: Gigiotto. Un giorno Gigiotto stava
camminando per il centro di Mondragone quando sentì il ru-
more di una motocicletta avvicinarsi un po' troppo al marcia-
piede. Appena intuì la decelerazione del motore, iniziò a
scappare. Dalla moto partirono dei colpi ma Gigiotto, zigza-
gando tra pali della luce e persone, riuscì a far scaricare l'inte-
ro caricatore al killer che stava ancorato dietro la schiena del
motociclista. Il motociclista così dovette rincorrere a piedi Gi-
giotto che si era rifugiato in un bar tentando di nascondersi
dietro al bancone. Tirò fuori la pistola e sparò alla testa da-
vanti a decine di persone che un attimo dopo l'omicidio si di-
leguarono silenziose e veloci. Secondo le indagini, a volerlo
eliminare fu il reggente del clan, Giuseppe Fragnoli, che sen-
za neanche chiedere l'autorizzazione decise di togliere di
mezzo la malalingua che tanto stava infangando l'immagine
del boss.
Nella mente di Augusto, Mondragone, le sue campagne,
la costa, il mare, dovevano essere soltanto un'officina d'im-
presa, un laboratorio a disposizione di lui e dei suoi impren-
ditori consorziati, un territorio da cui estrarre materia da
frullare nel profitto delle sue aziende. Aveva imposto il di-
vieto assoluto di spacciare droga a Mondragone e sulla co-
sta domizia. L'ordine sommo che i boss casertani davano ai
loro sottoposti e a chiunque. Il divieto nasceva da un motivo
moralistico, quello di preservare i propri concittadini da
eroina e cocaina, ma soprattutto per evitare che sul loro ter-
ritorio la manovalanza del clan gestendo droga potesse ar-
ricchirsi in seno al potere e trovare linfa economica imme-
diata, per contrapporsi ai leader della famiglia. La droga
che il cartello mondragonese mediava dall'Olanda alle piaz-
ze laziali e romane era tassativamente vietata. I mondrago-
nesi dovevano mettersi in macchina e arrivare sino a Roma
per comprare fumo, coca ed eroina che giungeva nella capita-
le dai napoletani, dai Casalesi e dai mondragonesi stessi. Gat-
ti che rincorrevano la propria coda attaccata a un sedere spo-
stato lontano. Il clan creò un gruppo con tanto di rivendica-
zioni formali ai centralini della polizia, una sigla: il GAD, il
gruppo antidroga. Se ti beccavano con uno spinello in bocca
ti spaccavano il setto nasale, se qualche moglie scopriva una
bustina di coca, bastava facesse arrivare voce a qualcuno del
GAB che gli avrebbe fatto passare la voglia di tirare a suon di
calci e pugni in faccia e vietando ai benzinai di fare benzina
per arrivare a Roma.
Un ragazzo egiziano, Hassa Fakhry, pagò duramente il
suo essere eroinomane. Era un guardiano di porci. Quelli ne-
ri casertani, una razza rara. Porci scurissimi, più delle bufale,
bassi e pelosi, fisarmoniche di grasso da cui si ricavano sal-
sicce magre, salami gustosi e braciole saporose. Un mestiere
infame, quello del porcaio. Sempre a spalare sterco e poi a
sgozzare a testa in giù porcelli e raccogliere il sangue nelle
bacinelle. In Egitto faceva l'autista, ma proveniva da una fa-
miglia di contadini e quindi sapeva come trattare gli animali.
Ma non i porci. Era musulmano e i porci gli facevano dop-
piamente schifo. Meglio però badare ai maiali che dover spa-
lare tutto il giorno la merda delle bufale, come fanno gli in-
diani. I maiali cacano la metà della metà e i porcili sono di
quadratura infinitesimale rispetto alle stalle bovine. Tutti gli
arabi lo sanno e per questo accettano di curare i porci, pur di
non svenire dalla stanchezza lavorando con i bufali. Hassa
iniziò a farsi di eroina, ogni volta andava in treno a Roma,
prendeva le dosi e tornava al porcile. Divenendo un vero
tossicomane, i soldi non gli bastavano mai e così il suo pu-
sher gli consigliò di provare a spacciare a Mondragone, una
città senza nessuna piazza di droga. Accettò e così aveva ini-
ziato a vendere fuori al bar Domizia. Aveva trovato una
clientela capace di farlo guadagnare in dieci ore di lavoro lo
stipendio di sei mesi da porcaio. Bastò una telefonata del ti-
tolare del bar, fatta come si fa sempre da queste parti, per far
cessare l'attività. Si chiama un amico, che chiama il cugino,
che riferisce al suo compare che riporta la notizia a chi deve
riferire. Un passaggio di cui si conoscono soltanto il punto
iniziale e finale. Dopo pochi giorni gli uomini dei La Torre,
autoproclamatisi GAD, andarono direttamente a casa sua. Per
non farlo scappare tra porci e bufale, e costringerli quindi a
inseguirlo nel fango e nella merda, citofonarono alla sua ca-
supola fingendosi poliziotti. Lo caricarono in auto e iniziaro-
no ad allontanarsi. Ma l'auto non prese la strada del com-
missariato. Appena Hassa Fakhry comprese che lo stavano
per ammazzare ebbe una strana reazione allergica. Come se
la paura avesse innescato uno shock anafilattico, il corpo ini-
ziò a gonfiarsi; pareva che qualcuno gli stesse pompando
violentemente aria. Lo stesso Augusto La Torre quando rac-
contò la cosa ai giudici era esterrefatto di quella metamorfo-
si: gli occhi dell'egiziano si fecero minuscoli come se il cranio
li stesse risucchiando, i pori buttavano fuori un sudore den-
so, di miele, e dalla bocca gli usciva una bava di ricotta. Lo
uccisero in otto. Ma a sparare furono soltanto sette. Un penti-
to, Mario Sperlongano, dichiarò: «Mi sembrava una cosa del
tutto inutile e sciocca sparare a un corpo senza vita». Ma era
sempre andata così, Augusto era come inebriato dal suo no-
me, dal simbolo del suo nome. Dietro di lui, dietro ogni sua
azione dovevano stare tutti i suoi legionari, i legionari di ca-
morra. Omicidi che potevano essere risolti con pochissimi
esecutori, uno, al massimo due, venivano invece portati a
termine da tutti i suoi fedelissimi. Spesso veniva chiesto a
ogni presente di sparare almeno un colpo, anche se il corpo
era già cadavere. Uno per tutti e tutti per uno. Per Augusto
tutti i suoi uomini dovevano partecipare, anche quando era
superfluo. La continua paura che qualcuno si potesse tirare
indietro, lo portava ad agire sempre in gruppo. Poteva acca-
dere che gli affari ad Amsterdam, Abeerden, Londra, Cara-
cas potessero far andar fuori di testa qualche affiliato e con-
vincerlo di potere far da sé. Qui la ferocia è il vero valore del
commercio: rinunciare a essa significa perdere ogni cosa. Do-
po averlo massacrato, il corpo di Hassa Fakhry fu trafitto per
centinaia di volte da siringhe da insulina, le stesse usate da-
gli eroinomani. Un messaggio sulla pelle che tutti da Mon-
dragone a Formia dovevano capire immediatamente. E il
boss non guardava in faccia a nessuno. Quando un affiliato,
Paolo Montano, detto Zumpariello, uno degli uomini più fi-
dati delle sue batterie di fuoco, iniziò a drogarsi non riuscen-
do più a staccarsi dalla coca, lo fece convocare da un suo
amico fidato a un incontro in una masseria. Giunti sul posto,
Ernesto Cornacchia avrebbe dovuto scaricargli contro l'inte-
ro caricatore, ma non volle sparare per paura di colpire il
boss che si trovava troppo vicino alla vittima. Vedendolo esi-
tare Augusto estrasse la pistola e uccise Montano, i colpi
però trapassarono di rimbalzo anche il fianco di Cornacchia,
che preferì prendere una pallottola in corpo piuttosto che ri-
schiare di ferire il boss. Anche Zumpariello fu gettato in un
pozzo e fatto saltare, alla mondragonese. I legionari avrebbe-
ro fatto di tutto per Augusto: anche quando il boss si è penti-
to l'hanno seguito. Nel gennaio 2003 il boss, dopo l'arresto
della moglie, decise di fare il grande passo e si pentì. Accusò
se stesso e i suoi fedelissimi di una quarantina di omicidi, fe-
ce trovare nelle campagne mondragonesi i resti delle perso-
ne che aveva dilaniato nel fondo dei pozzi, denunciò se stes-
so per decine e decine di estorsioni. Una confessione tarata
piuttosto sugli aspetti militari che su quelli economici. Dopo
poco tempo i fedelissimi Mario Sperlongano, Giuseppe Va-
lente, Girolamo Rozzera, Pietro Scuttini, Salvatore Orabona,
Ernesto Cornacchia, Angelo Gagliardi lo seguirono. I boss,
una volta finiti in carcere, hanno nel silenzio l'arma più sicu-
ra per conservare autorevolezza, continuare a possedere for-
malmente il potere anche se il regime di carcere duro li allon-
tana dalla gestione diretta. Ma il caso di Augusto La Torre è
particolare: parlando ed essendo seguito da tutti i suoi, non
doveva temere con la sua defezione che qualcuno massa-
crasse la sua famiglia, né effettivamente la sua collaborazio-
ne con la giustizia sembra essere stata determinante per in-
taccare l'impero economico del cartello mondragonese. È
stato fondamentale solo per comprendere le logiche delle
mattanze e la storia del potere sulla costa casertana e laziale.
Augusto La Torre ha parlato del passato, come molti boss di
camorra. Senza pentiti la storia del potere non potrebbe esse-
re scritta. La verità dei fatti, i dettagli, i meccanismi, senza
pentiti si scoprono dieci, vent'anni dopo, un po' come se un
uomo capisse solo dopo la morte come funzionavano i pro-
pri organi vitali.
Il rischio del pentimento di Augusto La Torre e del suo sta-
to maggiore è che possano esserci forti sconti di pena per il
racconto di ciò che è stato, in cambio della possibilità di usci-
re tutti dal carcere dopo una manciata di anni e conservare
un potere economico legale, avendo ormai demandato il po-
tere militare ad altri, soprattutto alle famiglie albanesi. Come
se al fine di evitare ergastoli e faide interne per l'avvicenda-
mento dei poteri, avessero deciso di usare la loro conoscenza
dei fatti, riportati con precisione e veridicità, come mediazio-
ne per continuare a vivere soltanto del potere legale delle
proprie attività. Augusto la cella non l'aveva mai sopportata,
non riusciva a resistere a decenni di galera come i grandi
boss vicino a cui era cresciuto. Aveva preteso che la mensa
del carcere rispettasse la sua dieta vegetariana e siccome
amava il cinema, ma non era possibile avere un videoregi-
stratore in cella, più volte chiese a un editore di un'emittente
locale dell'Umbria, dove si trovava detenuto, di mandare in
onda quando ne aveva voglia, le tre parti de il Padrino, di se-
ra, prima di addormentarsi.
Il pentimento di La Torre ha sempre grondato ambiguità
secondo i magistrati, non è riuscito a rinunciare al suo ruolo
di boss. E che le rivelazioni da pentito siano state un'esten-
sione del suo potere, lo mostra una lettera che Augusto fece
recapitare a suo zio dove lo rassicurava di averlo "salvato"
da ogni coinvolgimento nelle vicende del clan, ma da abile
narratore non risparmia una chiara minaccia a lui e altri due
suoi parenti, scongiurando l'ipotesi che possa nascere a Mon-
dragone un'alleanza contro il boss:
«Tuo genero e suo padre si sentono protetti da persone
che portano a spasso il loro cadavere.»
Il boss, pur se pentito, dal carcere dell'Aquila chiedeva an-
che danaro, aggirando i controlli scriveva lettere di ordini e
richieste che consegnava sempre al suo autista Pietro Scuttini,
e alla madre. Quelle richieste, secondo la magistratura, erano
estorsioni. Un biglietto dai toni cortesi, indirizzato al titolare
di uno dei più grandi caseifici della costa domizia, è la prova
che Augusto continuava a ritenerlo a sua disposizione.
«Caro Peppe ti chiedo un grosso favore perché sto rovina-
to, se vuoi aiutarmi, ma te lo chiedo soltanto in nome della
nostra vecchia amicizia e non per altri motivi e anche se mi
dirai di no, stai tranquillo ti salverò sempre! Mi servono ur-
gentemente diecimila euro e poi devi dirmi se puoi darmi
mille euro al mese, mi servono per vivere con i miei figli...»
Il tenore di vita a cui era abituata la famiglia La Torre an-
dava ben oltre l'assistenza economica che lo Stato garantisce
ai collaboratori di giustizia. Riuscii a comprendere il giro
d'affari della famiglia solo dopo aver letto le carte del mega-
sequestro eseguito su disposizione della magistratura di
Santa Maria Capua Vetere nel 1992. Sequestrarono beni im-
mobili per il valore attuale di circa duecentotrenta milioni di
euro, diciannove imprese per un valore di trecentoventitré
milioni di euro, ai quali si aggiunsero altri centotrentatré mi-
lioni di euro relativi agli impianti di lavorazione e ai macchi-
nari. Si trattava di numerosi opifici, ubicati tra Napoli e Gae-
ta, lungo la zona domizia, tra i quali un caseificio, uno
zuccherificio, quattro supermercati, nove ville sul mare, fab-
bricati con annessi terreni, oltre a vetture di grossa cilindrata
e motociclette. Ogni azienda aveva circa sessanta dipenden-
ti. I giudici disposero inoltre il sequestro della società che
aveva in appalto la raccolta dei rifiuti nel comune di Mon-
dragone. Fu un'operazione gigantesca che annullava un po-
tere economico esponenziale, eppure microscopico rispetto
al reale giro d'affari del clan. Sequestrarono anche una villa
immensa, una villa la cui fama era arrivata anche ad Aber-
deen. Quattro livelli a picco sul mare, piscina arredata con
un labirinto subacqueo, costruita in zona Ariana di Gaeta,
progettata come la villa di Tiberio, non il capostìpite del clan
di Mondragone, ma l'imperatore che si era ritirato a gover-
nare a Capri. Non sono mai riuscito a entrare in questa villa
e la leggenda e le carte giudiziarie sono state le lenti attraver-
so cui ho saputo dell'esistenza di questo mausoleo imperia-
le, posto a guardia delle proprietà italiane del clan. La zona
costiera avrebbe potuto essere una sorta di infinito spazio
sul mare, capace di concedere ogni sorta di fantasia all'archi-
tettura. Invece col tempo la costa casertana è divenuta un'ac-
cozzaglia di case e villette costruite velocemente per invo-
gliare un turismo enorme dal basso Lazio a Napoli. Nessun
piano regolatore sulla costa domizia, nessuna licenza. Allora
le villette da Castelvolturno a Mondragone sono divenute i
nuovi alloggi dove stivare decine di africani e i parchi pro-
gettati, le terre che dovevano ospitare nuovi agglomerati di
villette e palazzotti per vacanze e turismo sono diventate di-
scariche incontrollate. Nessun depuratore posseduto dai
paesi costieri. Un mare marroncino bagna ormai spiagge mi-
schiate a monnezza. In una manciata di anni, ogni lontanissi-
ma penombra di bellezza è stata eliminata. D'estate alcuni
locali domiziani divenivano veri e propri bordelli, alcuni
miei amici si preparavano alla caccia serale mostrando il
portafogli vuoto. Non di danaro, ma del francobollo di lami-
na con anima circolare, ossia del preservativo. Mostravano
che andare a Mondragone a scopare senza preservativo era
cosa tranquilla: «Stasera si fa senza!».
Il preservativo mondragonese era Augusto La Torre. Il
boss aveva deciso di vegliare anche sulla salute dei suoi sud-
diti. Mondragone divenne una sorta di tempio per la sicurez-
za totale dalla più temuta delle malattie infettive. Mentre il
mondo s'appestava di HIV, il nord del casertano era stretta-
mente sotto controllo. Il clan era attentissimo e così teneva
sotf osservazione le analisi di tutti. Per quel che poteva, ave-
va l'elenco completo dei malati, il territorio non doveva infet-
tarsi. Così seppero subito che un uomo vicino ad Augusto,
Fernando Brodella si era beccato l'HIV. Poteva essere rischio-
so, frequentava le ragazze del paese. Non pensarono di affi-
darlo a qualche buon medico né di pagargli delle cure ade-
guate: non fecero come il clan Bidognetti che pagava le
operazioni nelle migliori cliniche europee ai propri affiliati,
affidandoli ai medici più abili. Brodella fu avvicinato e ucciso
a sangue freddo. Eliminare i malati per bloccare l'epidemia:
era questo l'ordine del clan. Una malattia infettiva e per di
più trasmessa con l'atto meno controllabile, il sesso, poteva
essere fermata solo arginando per sempre gli infetti. I malati
non avrebbero contagiato nessuno con certezza solo se gli si
toglieva la possibilità di vivere.
Anche gli investimenti dei propri capitali in Campania do-
vevano essere sicuri. Avevano infatti comprato una villa che
si trova nel territorio di Anacapri, una struttura che ospitava
la stazione locale dei carabinieri. Ricevendo il fitto dai carabi-
nieri erano certi di non incorrere in spiacevoli mancanze. I La
Torre, quando capirono che la villa avrebbe reso di più col tu-
rismo, sfrattarono i carabinieri e frazionando la struttura in
sei appartamenti con giardino e posto auto, la trasformarono
in un centro turistico, prima che l'Antimafia arrivasse a se-
questrare tutto. Investimenti lindi, sicuri, senza nessun azzar-
do speculativo sospetto.
Dopo il pentimento di Augusto, il nuovo boss Luigi Fragno-
li sempre fedelissimo dei La Torre iniziò ad avere problemi con
alcuni affiliati come Giuseppe Mancone detto "Rambo". Vaga
somiglianza con Stallone, corpo pompato in palestra, stava
mettendo su una piazza di spaccio che in breve l'avrebbe por-
tato a essere un riferimento importante, e da lì a poco poteva
scalciare i vecchi boss ormai con un carisma in frantumi dopo
il pentimento. Secondo la Procura Antimafia, i clan mondrago-
nesi avevano chiesto alla famiglia Birra di Ercolano di appal-
targli alcuni killer. Così, per eliminare "Rambo" giungono a
Mondragone, nell'agosto 2003, due ercolanesi. Arrivarono su
quegli enormi scooteroni, poco agevoli ma talmente minac-
ciosi d'aspetto che non si può resistere a guidarli per un ag-
guato. Non avevano mai messo piede a Mondragone, ma
riuscirono facilmente a individuare che la persona da ucci-
dere era lì al Roxy Bar, come sempre. Lo scooter si fermò.
Scese un ragazzo che a passo sicuro si avvicinò a "Rambo",
gli scaricò addosso un intero caricatore e poi ritornò in sella
allo scooter:
«Tutto a posto? Hai fatto?»
«Sì, ho fatto vai vai vai...»
Vicino al bar c'era un gruppo di ragazze, si stavano orga-
nizzando per il ferragosto. Appena videro arrivare il ragazzo
di corsa capirono subito, non avevano confuso il rumore di
un'automatica con quello dei petardi. Tutte si sdraiarono con
il viso per terra, temendo di essere viste dal killer e quindi
poter diventare dei testimoni. Ma una non abbassò lo sguar-
do. Una di loro continuò a fissare il killer senza abbassare gli
occhi, senza schiacciare il suo seno sul catrame o coprirsi il vi-
so con le mani. Era una maestra d'asilo di trentacinque anni.
La donna testimoniò, fece i riconoscimenti, denunciò l'aggua-
to. Nella molteplicità di motivi per cui poteva tacere, far finta
di nulla, tornare a casa e vivere come sempre c'era la paura, il
terrore delle intimidazioni e ancor più il senso dell'inutile, far
arrestare un killer, uno dei tanti. E invece la maestra mondra-
gonese trovò nella cianfrusaglia di ragioni per tacere un'uni-
ca motivazione, quella della verità. Una verità che ha il sapo-
re della naturalezza, come un gesto solito, normale, ovvio,
necessario come il respiro stesso. Denunciò senza chiedere
nulla in cambio. Non pretese stipendi, scorta, non impose il
prezzo alla sua parola. Svelò ciò che aveva visto, descrisse il
viso del killer, gli zigomi spigolosi, le sopracciglia folte. Dopo
aver sparato lo scooter fuggì per il paese sbagliando strada
più volte, infilandosi in vicoli ciechi, tornando indietro. Piut-
tosto che killer sembravano turisti schizofrenici. Al processo
scaturito dalle testimonianze della maestra venne condanna-
to all'ergastolo Salvatore Cefariello, ventiquattro anni, killer
considerato al soldo dei clan ercolanesi. Il magistrato che ha
raccolto la testimonianza della maestra, la definì "una rosa
nel deserto" spuntata in una terra dove la verità è sempre la
versione dei potenti, dove viene declinata raramente e pro-
nunciata come merce rara da barattare per qualche profitto.
Eppure questa confessione le ha reso la vita difficile, è co-
me se avesse impigliato il filo in un gancio e l'intera sua esi-
stenza si fosse sfilacciata assieme al procedere della sua co-
raggiosa testimonianza. Stava per sposarsi ed è stata lasciata,
ha perso il lavoro, è stata trasferita in una località protetta con
uno stipendio minimo passatole dallo Stato per sopravvivere,
una parte della famiglia si è allontanata da lei e una solitudi-
ne abissale le è crollata sulle spalle. Una solitudine che esplo-
de violenta nel quotidiano quando si ha voglia di ballare e
non si ha nessuno con cui farlo, cellulari che suonano a vuoto
e amici che lentamente si diradano sino a non farsi sentire
più. Non è la confessione in sé che fa paura, non è l'aver indi-
cato un killer che genera scandalo. Non è così banale la logica
d'omertà. Ciò che rende scandaloso il gesto della giovane
maestra è stata la scelta di considerare naturale, istintivo, vi-
tale poter testimoniare. Possedere questa condotta di vita è
come credere realmente che la verità possa esistere e questo
in una terra dove verità è ciò che ti fa guadagnare e menzo-
gna quello che ti fa perdere, diviene una scelta inspiegabile.
Così succede che le persone che ti girano vicino si sentono in
difficoltà, si sentono scoperte dallo sguardo di chi ha rinun-
ciato alle regole della vita stessa, che loro invece hanno total-
mente accettato. Hanno accettato senza vergogna, perché tut-
to sommato così deve andare, perché è così che è sempre
andato, perché non si può mutare tutto con le proprie forze e
quindi è meglio risparmiarle e mettersi in carreggiata e vive-
re come è concesso di vivere.
Ad Abeerden avevo sbattuto gli occhi contro la materia
del successo dell'imprenditoria italiana. È strano osservare
queste propaggini lontane, conoscendo il loro centro. Non so
come descriverlo ma avere dinanzi i ristoranti, gli uffici, le
assicurazioni, i palazzi, è come sentirsi presi per le caviglie,
girati a testa in giù e poi sbattuti sino a far cadere dalle ta-
sche gli spiccioli, le chiavi di casa e tutto ciò che può uscire
dai pantaloni e dalla bocca, persino l'anima se è possibile
commercializzarla. I flussi di capitale partivano ovunque,
come raggiera che si alimentava succhiando energia dal pro-
prio centro. Saperlo non è medesima cosa che vederlo. Ave-
vo accompagnato Matteo a un colloquio di lavoro. Ovvia-
mente l'avevano preso. Voleva che rimanessi anch'io ad
Aberdeen.
«Qua basta essere quello che sei, Robbe'...»
Matteo aveva avuto bisogno di un'origine campana, aveva
avuto bisogno di quell'alone per essere valutato per il suo
curriculum, la sua laurea, per la sua voglia di fare. La stessa
origine che in Scozia lo portava a essere un cittadino con tutti
i normali diritti, in Italia l'aveva costretto a essere considerato
poco più di uno scarto d'uomo, senza protezione, senza inte-
resse, uno sconfitto in partenza perché non aveva fatto partire
la propria vita nei percorsi giusti. D'improvviso gli era esplo-
sa una felicità mai vista prima. Più andava su di giri, più mi
saliva un'amara malinconia. Non sono mai riuscito a sentirmi
distante, abbastanza distante da dove sono nato, lontano dai
comportamenti delle persone che odiavo, realmente diverso
dalle dinamiche feroci che schiacciavano vite e desideri. Na-
scere in certi luoghi significa essere come il cucciolo del cane
da caccia che nasce già con l'odore di lepre nel naso. Contro
ogni volontà, dietro la lepre ci corri lo stesso: anche se poi do-
po averla raggiunta, puoi lasciarla scappare serrando i canini.
E io riuscivo a capire i tracciati, le strade, i sentieri, con osses-
sione inconsapevole, con una capacità maledetta di capire si-
no in fondo i territori di conquista.
Volevo soltanto andarmene dalla Scozia, andarmene per
non metterci più piede. Partii il prima possibile. Sull'aereo
era difficile prendere sonno, i vuoti d'aria, il buio fuori dal fi-
nestrino, mi prendevano direttamente alla gola come se una
cravatta stringesse forte il suo nodo proprio sul pomo d'A-
damo. La claustrofobia forse non era dovuta al posto stri-
minzito e all'aereo minuscolo, né al buio fuori dal finestrino:
ma alla sensazione di sentirmi stritolato in una realtà di cose
che somigliava a un pollaio di bestie affamate e ammassate,
pronte a mangiare per essere mangiate. Come se tutto fosse
un unico territorio con un'unica dimensione e un'unica sin-
tassi ovunque comprensibile. Una sensazione di non scam-
po, una costrizione a essere parte della grande battaglia o a
non essere. Tornavo in Italia con in mente chiaramente le
due strade più rapide di qualsiasi alta velocità, le quali vei-
colano in un senso i capitali che vanno a sfociare nella gran-
de economia europea, e nell'altro portavano a sud tutto ciò
che altrove avrebbe infettato; facendolo entrare e uscire per
le maglie forzate dell'economia aperta e flessibile, riuscendo
in un ciclo continuo di trasformazione a creare altrove ric-
chezze che mai avrebbero potuto innescare qualsivoglia for-
ma di sviluppo nei luoghi dove si originava la metamorfosi.
I rifiuti avevano gonfiato la pancia del sud Italia, l'aveva-
no estesa come quello di un ventre gravido, il cui feto non
sarebbe mai cresciuto e che avrebbe abortito danaro per poi
subito ringravidarsi, fino di nuovo ad abortire, e nuovamen-
te riempirsi sino a sfasciare il corpo, ingolfare le arterie, ottu-
rare i bronchi, distruggere le sinapsi. Contìnuamente, conti-
nuamente, continuamente.
Cioffi cavalier Michele
E-mail
Michele...@gsmboy.it

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