1.
Robert Langdon riprese coscienza lentamente. Un telefono
squillava nell'oscurità, uno scampanellìo acuto. Un suono che
non gli era familiare. Cercò a tastoni la lampada sul comodino
e la accese. Sollevando le palpebre ancora gonfie per il sonno,
si guardò attorno e scorse una ricca camera da letto in stile,
con mobili Luigi XVI, pareti affrescate e un colossale letto in
mogano col baldacchino.
"Dove diavolo sono finito?"
L'accappatoio in tessuto jacquard appeso a una delle colon-
ne portava lo stemma Hotel Ritz Paris.
Pian piano, la nebbia cominciò ad allontanarsi dal suo cer-
vello. Langdon sollevò il ricevitore. «Pronto?»
«Monsieur Langdon?» chiese un uomo. «Spero di non aver-
la svegliata.»
Con la mente ancora confusa dal sonno, Langdon lanciò
un'occhiata alla sveglia sul comodino. Mezzanotte e trenta-
due. Si era addormentato meno di un'ora prima, ma si sentiva
come un'anima ritornata dal regno dei morti.
«Qui è la portineria, Monsieur. Mi scusi il disturbo, c'è una
persona che chiede di lei. Insiste che è urgente.»
Langdon faticava ancora a connettere. "Una persona?" Lesse
oziosamente la scritta su un cartoncino posato sul comodino.
L'Università Americana di Parigi
è lieta di presentare una serata con
Robert Langdon
Professore Di Simbologia Religiosa, Harvard University
Langdon gemette tra sé. La sua conferenza - una proiezio-
ne di diapositive sulla simbologia pagana nascosta nelle pie-
tre della Cattedrale di Chartres - doveva avere arruffato il pe-
lo a qualche ascoltatore fondamentalista. Probabilmente uno
studioso di religioni l'aveva seguito fino all'albergo per insul-
tarlo.
«Mi dispiace» disse Langdon «ma sono stanco e...»
«Mais, monsieur» insistette il portiere abbassando il tono di
voce e sussurrando in fretta: «Il suo visitatore è una persona
importante».
Langdon non ne dubitava. I suoi libri sull'arte religiosa e
sulla simbologia del culto lo avevano reso, a dispetto delle sue
intenzioni, una celebrità nel mondo dell'arte; inoltre, l'anno
precedente, la sua visibilità si era moltipllcata per cento a cau-
sa del suo coinvolgimento in un incidente avvenuto nel Vati-
cano, a cui era stata data un'amplissima pubblicità. Da allora
il flusso di storici convinti della propria importanza e di ma-
niaci dell'arte che suonavano alla sua porta non si era più ar-
restato.
«Per favore, mi può usare la gentilezza» rispose Langdon, il
quale faticava a non lanciargli qualche improperio «di farsi la-
sciare il nome e il numero di telefono di questa persona, e dì
dirle che farò del mio meglio per chiamarla prima di lasciare
Parigi, martedì prossimo? Grazie.» E riagganciò, prima che il
portiere potesse protestare.
Seduto sul letto, Langdon guardò con ira la guida dell'al-
bergo, appoggiata sul comodino. La copertina vantava: dor-
mire come un bambino nella città delle luci. Buon sonno al
Ritz Di Parigi. Alzò la testa e fissò lo specchio a parete davanti
a lui. L'uomo che gli ricambiò lo sguardo era un estraneo,
spettinato ed esausto.
"Hai bisogno di una vacanza, Robert"
L'ultimo anno lo aveva stancato moltissimo, ma a Langdon
non piaceva vederne la prova allo specchio. I suoi occhi az-
zurri, di solito acuti e vivaci, erano velati e gonfi. La mascella
forte era coperta dalla barba scura di un giorno e così il men-
to, tagliato verticalmente da una fossetta. Sulle tempie, le stri-
sce grigie si erano allargate, annettendosi nuove aree del suo
cespuglio di capelli scuri e ricciuti. Anche se le colleghe soste-
nevano che il grigio accentuava il suo fascino di studioso,
Langdon non si faceva illusioni.
"Se il Boston Magazine mi vedesse ora."
Il mese precedente, con grande imbarazzo di Langdon, il
"Boston Magazine" lo aveva elencato tra le dieci persone più
affascinanti della città, un discutibile onore che lo aveva reso
oggetto di infinite battute da parte dei colleghi di Harvard.
Quella sera, a cinquemila chilometri da casa, il complimento
era tornato ad assillarlo alla conferenza da lui tenuta.
«Signore e signori» aveva detto la moderatrice, parlando al-
l'aula piena, nel Pavillon Dauphine dell'Università americana
di Parigi «il nostro ospite di questa sera non ha bisogno di
presentazione. È autore di numerosi libri: La simbologia delle
sette segrete, L'arte degli Illuminati, il linguaggio perduto degli
ideogrammi, e quando affermo che ha scritto il testo fondamen-
tale sulla Iconologia della religione intendo questa frase alla let-
tera. Molti di voi usano il suo volume nei loro corsi.»
Gli studenti che facevano parte del pubblico avevano an-
nuito con entusiasmo.
«Avevo pensato di presentarlo ricapitolando il suo impres-
sionante curriculum vitae. Però...» Aveva guardato ironicamen-
te Langdon, che sedeva accanto a lei. «Una persona del pub-
blico mi ha appena passato una presentazione assai più, per
così dire... "seducente".»
E aveva mostrato una copia del "Boston Magazine".
Langdon si era sentito correre un brivido lungo la schiena.
"Dove diavolo è andata a pescarlo?"
La moderatrice aveva cominciato a leggere alcune frasi scel-
te, tratte dall'articolo idiota; Langdon si era sentito sprofonda-
re sempre più nella sedia. Trenta secondi più tardi, la gente ri-
deva e la donna non dava segno di volersi arrestare. «"E il
rifiuto del signor Langdon di parlare in pubblico del suo in-
consueto ruolo nel conclave vaticano dello scorso anno gli ha
fatto certamente guadagnare qualche ulteriore punto nel no-
stro 'affascinometro'".» Come se non bastasse, si era anche
messa a pungolare il pubblico. «Volete saperne di più?»
La folla aveva applaudito.
"Che qualcuno la fermi" aveva supplicato Langdon, mentre
la donna si tuffava nuovamente nell'articolo.
«"Anche se il professor Langdon non ha quella bella pre-
senza palestrita che contraddistingue alcuni dei nostri giova-
ni prescelti, questo accademico quarantenne ha dalla sua il fa-
scino dell'erudito. La sua accattivante presenza è sottolineata
da una voce stranamente bassa e baritonale, che le sue studen-
tesse descrivono come cioccolata per le orecchie".»
L'intera sala era scoppiata a ridere.
Langdon era riuscito a rivolgere al pubblico un sorriso im-
barazzato. Sapeva quel che veniva ora - un commento ridico-
lo su un "Harrison Ford in giacca di Harris Tweed" - e, poiché
quella sera gli era sembrato di potere finalmente indossare
senza pericolo un girocollo Burberry e la giacca di Harris
Tweed, a quel punto aveva deciso di passare all'azione. «Gra-
zie, Monique» aveva detto, alzandosi prima del tempo e co-
stringendola ad allontanarsi dal podio. «Il "Boston Magazine"
è davvero molto abile nelle narrazioni di fantasia.» Fissò il
pubblico e sospirò con imbarazzo. «E se scopro chi ha portato
quel giornale, lo faccio deportare dal consolato americano.»
La folla aveva riso.
«Bene, signori, come tutti sapete, questa sera sono venuto a
parlare del potere dei simboli...»
Il silenzio venne di nuovo interrotto dallo squillo del telefono.
Incredulo, Langdon si lasciò sfuggire un gemito e sollevò il
ricevitore. «Sì?»
Come prevedeva, era di nuovo la portineria. «Signor Lang-
don, mi scusi di nuovo. La chiamo per informarla che il suo
ospite sta salendo. Pensavo che fosse bene avvertirla.»
A quel punto, Langdon era ormai del tutto sveglio. «Ha la-
sciato salire qualcuno nella mia stanza?»
«Le mie scuse, Monsieur, ma un uomo del genere... non ho
l'autorità di fermarlo.»
«Ma chi è, esattamente?»
Il portiere aveva già riattaccato.
Un attimo più tardi, qualcuno bussò rumorosamente alla
porta.
Insicuro sul da farsi, Langdon scese dal letto e sentì le dita
dei piedi infilarsi profondamente nel tappeto savonnerie. Si in-
filò l'accappatoio dell'albergo e si diresse alla porta. «Chi è?»
«Signor Langdon? Devo parlare con lei.» L'uomo aveva un
distinto accento francese, un latrato secco, autorevole. «Sono il
tenente Jéròme Collet. Direction central Police judiciaire.»
Langdon rimase interdetto per qualche istante. "La polizia
giudiziaria?" La sua Direzione centrale era qualcosa di molto
vicino all'FBi americano.
Senza togliere la catena di sicurezza, Langdon socchiuse di
pochi centimetri la porta. La faccia che lo guardava era affilata
e sbiadita. Il tenente Collet era eccezionalmente magro e in-
dossava un'uniforme blu dall'aspetto estremamente serio.
«Posso entrare?» chiese il poliziotto.
Langdon era ancora esitante. I suoi dubbi aumentavano a
mano a mano che gli occhi segnati del tenente lo scrutavano.
«Di cosa si tratta?»
«Il mio capitano richiede la sua consulenza per una questio-
ne privata.»
«Adesso?» cercò di obiettare Langdon. «È mezzanotte pas-
sata.»
«È vero che lei doveva incontrarsi con il curatore del Lou-
vre, questa sera?»
Langdon sentì bruscamente crescere il disagio. Lui e il fa-
moso curatore Jacques Saunière dovevano incontrarsi per be-
re qualcosa insieme, dopo la conferenza all'Università ameri-
cana, ma Saunière non si era fatto vedere. «Sì. Come fate a
saperlo?»
«Abbiamo trovato il suo nome nell'agenda degli appunta-
menti di Saunière.»
«Spero che non sia successo nulla.»
L'agente trasse un lungo sospiro e infilò nella fessura della
porta una polaroid. «Questa foto è stata scattata meno di un'o-
ra fa. All'interno del Louvre.»
Nel guardare la bizzarra immagine, Langdon passò dall'ini-
/iale repulsione a un improvviso accesso di collera. «Chi può
aver fatto una cosa simile?»
«Speravamo che lei potesse aiutarci a rispondere alla do-
manda, data la sua conoscenza della simbologia e la sua inten-
/ione di incontrarsi con lui.»
Langdon continuò a fissare la foto. Al suo orrore si somma-
va adesso la paura. L'immagine era raccapricciante e profon-
damente strana e gli dava un allarmante senso di déjà-vu. Po-
co più di un anno prima, lo studioso aveva ricevuto la foto-
grafia di un altro cadavere e una simile richiesta di aiuto. Ven-
tiquattr'ore più tardi aveva rischiato di perdere la vita
all'interno del Vaticano. La foto che aveva davanti agli occhi
era del tutto diversa, eppure il luogo in cui era stata scattata
aveva qualcosa di familiare.
Il poliziotto guardò l'orologio da polso. «Il mio capitano ci
aspetta, signore.»
Langdon lo udì appena. Continuava a fissare la fotografia.
«Questo simbolo, e il modo strano in cui il corpo è stato...»
«Messo in posa?» suggerì il poliziotto.
Langdon annuì e sentì correre un brivido lungo la schiena.
«Non riesco a immaginare chi possa fare qualcosa del genere
a una persona.»
L'agente lo guardò con espressione cupa. «Lei non ha capi-
to, signor Langdon. Quel che vede nella fotografia...» Si inter-
ruppe per un istante. «Monsieur Saunière se l'è fatto da solo.»2.
A più di un chilometro di distanza/ il gigantesco albino chia-
mato Silas varcò zoppicando il portone principale della lus-
suosa residenza della sua associazione: un palazzo di arena-
ria grigia sulla Rue La Bruyère. Il cilicio - una cintura irta di
spine nella parte interna - attorno alla coscia gli incideva la
pelle, ma il suo cuore cantava di soddisfazione per il servizio
reso a Dio.
"Il dolore è buono."
I suoi occhi dalle iridi rosse esaminarono in fretta l'atrio
mentre entrava nella residenza. Era vuoto. Salì silenziosamen-
te le scale per non destare nessuno dei suoi fratelli numerali.
La porta della sua camera era aperta; lì le serrature erano proi-
bite. Entrò e accostò la porta dietro di sé.
La stanza era spartana: pavimento di rovere, un armadio di
abete, una brandina in un angolo, che gli serviva da letto.
Quella settimana, Silas era ospite a Parigi, ma da molti anni
godeva della benedizione di un simile asilo a New York City.
"Il Signore mi ha offerto il suo rifugio e mi ha dato uno sco-
po nella vita."
E quella sera, finalmente, Silas pensava di avere cominciato
a ripagare il suo debito. Corse all'armadio, recuperò il cellula-
re nascosto nel cassetto e compose un numero.
«Sì?» gli rispose un uomo.
«Maestro, sono tornato.»
«Parla» ordinò l'uomo. Pareva soddisfatto di udirlo.
«Tutt'e quattro se ne sono andati. I tre sénéchaux e il Grand-
Maìtre.»
Per qualche istante, l'uomo non rispose, come se mormo-
rasse una preghiera. «Allora, penso che tu abbia l'informa-
zione.»
«Tutt'e quattro hanno detto la stessa cosa. Ciascuno indi-
pendentemente dall'altro.»
«E tu credi loro?»
«La concordanza era troppo grande per trattarsi di una
coincidenza.»
Un respiro eccitato. «Eccellente. Temevo che il vincolo alla
segretezza, tipico di quella fratellanza, l'avesse avuta vinta.»
«La prospettiva della morte è una forte motivazione.»
«Allora, figlio mio, dimmi che cosa devo sapere.»
Silas si rendeva conto che le informazioni strappate alle sue
vittime lo avrebbero stupito. «Maestro, tutt'e quattro hanno
confermato l'esistenza della def de voùte, la leggendaria "chia-
ve di volta".»
Sentì che l'interlocutore traeva bruscamente il fiato; percepì
con nettezza l'eccitazione del Maestro. «La chiave di volta.
Esattamente come sospettavamo.»
Secondo la leggenda, la fratellanza aveva creato una mappa
di pietra - una chiave o pietra di volta - una tavoletta scolpita
che rivelava il nascondiglio del massimo segreto della fratel-
lanza: un'informazione così importante che la sua protezione
era la ragione dell'esistenza stessa della fratellanza.
«Quando avremo in mano la chiave di volta» disse il Mae-
stro «saremo a un solo passo di distanza dal nostro obiettivo.»
«Siamo più vicino di quanto lei non pensi. La chiave di vol-
ta è qui a Parigi.»
«Parigi? Incredibile. Sembra persino troppo facile.»
Silas riferì gli ultimi avvenimenti della notte; come tutt'e
quattro le vittime, negli istanti precedenti la morte, avessero
disperatamente cercato di ricomprarsi la loro vita senza Dio
raccontando il loro segreto. Ciascuno aveva detto a Silas la
stessa cosa: che la chiave di volta era astutamente nascosta in
un punto preciso di una delle antiche chiese di Parigi, quella
di Saint-Sulpice.
«Dentro una casa del Signore!» esclamò il Maestro. «Quan-
to si prendono gioco di noi!»
«Come hanno fatto per secoli.»
Il Maestro tacque, come per godersi appieno il trionfo di
quel momento. Infine parlò: «Hai reso un grande servizio a
Dio. Abbiamo atteso per secoli questo momento. Devi recupe-
rare la pietra per me. Immediatamente. Questa notte stessa.
Tu sai qual è la posta».
Silas sapeva che la posta era inestimabile, ma quanto gli
chiedeva il Maestro gli pareva impossibile. «Quella chiesa è
una fortezza, soprattutto di notte. Come faccio a entrare?»
Con il tono sicuro di sé delle persone importanti, il Maestro
gli spiegò che cosa dovesse fare.
Quando Silas chiuse la comunicazione, la sua pelle fremeva
nell'attesa.
"Un'ora" ripete a se stesso, lieto che il Maestro gli avesse
concesso il tempo di fare la necessaria penitenza, prima di en-
trare in una casa di Dio. "Devo purgare la mia anima dei pec-
cati di quest'oggi." I peccati da lui commessi avevano uno
scopo santo. Le azioni di guerra contro i nemici di Dio si effet-
tuavano da secoli. Il perdono era assicurato.
Eppure, come Silas sapeva, l'assoluzione richiedeva un sa-
crificio.
Dopo avere chiuso gli scuri, si spogliò e si inginocchiò al
centro della stanza. Guardando in basso, osservò il cilicio le-
gato alla coscia. Tutti i veri seguaci della Via portavano quello
strumento, una fascia di cuoio irta di uncini metallici che inci-
devano la pelle come continuo memento delle sofferenze di
Cristo. Il dolore causato dagli uncini aiutava anche a vincere i
desideri della carne.
Sebbene Silas, quel giorno, avesse portato il cilicio per più
delle due ore richieste, sapeva che si trattava di una giornata
particolare. Prese la fibbia e la strinse di un foro, serrando i
denti quando gli uncini gli entrarono ancora più profonda-
mente nella carne. Esalando lentamente il fiato, assaporò il
dolore come rito di purificazione.
"Il dolore è buono" sussurrò fra sé, ripetendo le sacre paro-
le di padre Josemarìa Escrivà, il Maestro dei Maestri. Anche se
Escrivà era morto nel 1975, la sua saggezza era sopravvissuta,
le sue parole erano ancora sussurrate da migliaia di servitori
fedeli, in tutto il globo, quando si inginocchiavano per terra
ed eseguivano la sacra pratica nota come "mortificazione cor-
porale".
Silas rivolse ora l'attenzione a una grossa corda annodata,
arrotolata con precisione sul pavimento accanto a lui. La "di-
sciplina". I nodi erano sporchi di sangue rappreso. Ansioso di
giungere alla purificazione attraverso il dolore, Silas recitò
una breve preghiera. Poi, afferrata la corda, chiuse gli occhi e
si sferzò con violenza la schiena, in modo da sentire i nodi fe-
rirgli la pelle. Una seconda sferzata gli lacerò la carne. Poi
un'altra e un'altra.
"Castigo corpus meum."
E infine sentì scorrere il sangue.3.
La frizzante aria d'aprile sferzava il finestrino aperto della Ci-
troen zx che correva a sud dopo avere lasciato Place Venderne.
Nel sedile del passeggero, Robert Langdon osservava la città
passare veloce accanto a lui e cercava di chiarirsi i pensieri.
Dopo avere fatto una rapida doccia ed essersi rasato, il suo
aspetto era tornato ragionevolmente presentabile, ma le
preoccupazioni gli erano rimaste. La spaventosa immagine
del corpo del curatore rimaneva bloccata nella sua mente.
"Jacques Saunière è morto."
Langdon non poteva fare a meno di provare un forte senso
di perdita per la morte del curatore. Nonostante Saunière
avesse fama di essere una sorta di recluso, era facile provare
venerazione per lui a causa della sua grande dedizione alle ar-
ti. I suoi libri sui codici segreti celati nei quadri di Poussin e
Teniers erano tra i testi adottati da Langdon per i suoi corsi.
Lui aveva aspettato con ansia l'incontro di quella sera ed era
rimasto deluso quando il curatore non era comparso.
Di nuovo l'immagine del curatore si presentò alla sua men-
te. "E stato Jacques Saunière a ridursi in quel modo?" Lang-
don si voltò a guardare dal finestrino, costringendosi a fugare
quella visione.
All'esterno dell'auto, la città cominciava allora a chiudere le
sue attività: i venditori ambulanti portavano via i loro carretti
di amandes caramellate, i camerieri trasferivano sul marciapie-
de i sacchi di immondizia, una coppia di innamorati tiratardi
si stringeva per riscaldarsi, mentre soffiava il vento profumato
di germogli di gelsomino. La Citroen viaggiava con autorità
in mezzo al caos: la sua sirena bitonale e dissonante si apriva
la strada in mezzo al traffico, come un coltello.
«Le capitane era molto lieto, quando ha scoperto che lei era
ancora a Parigi» disse il poliziotto, parlando per la prima vol-
ta da quando avevano lasciato l'hotel. «Una coincidenza for-
tunata.»
Langdon si sentiva tutt'altro che fortunato e la coincidenza
non era una categoria di cui si fidasse molto. Avendo trascorso
la vita a esplorare i collegamenti nascosti tra i diversi emblemi
e le diverse ideologie, vedeva il mondo come una rete di storie
e di eventi profondamente intrecciati tra loro. "I collegamenti
possono essere invisibili" aveva spesso ripetuto ai suoi allievi
di simbologia a Harvard "ma ci sono sempre, sepolti appena
sotto la superficie." «Suppongo» disse «che sia stata l'Univer-
sità americana di Parigi a dirvi dove alloggiavo.»
Il poliziotto scosse la testa. «L'Interpol.»
"L'Interpol" pensò Langdon. "Naturalmente." Si era di-
menticato che la richiesta, in apparenza innocua, di tutti gli
hotel europei di vedere il passaporto quando ci si registrava
per una camera non era solo una stramba formalità del Vec-
chio Continente, ma era un obbligo di legge. Ogni notte, in
tutta l'Europa, i funzionari dell'Interpol potevano individuare
con esattezza chi dormisse in ciascun albergo. Trovare Lang-
don al Ritz non doveva avere richiesto più di cinque secondi.
Mentre la Citroen accelerava verso sud, comparve la sago-
ma illuminata della Torre Eiffel, che in lontananza, a destra,
svettava verso il cielo scuro della notte. Nel vederla, a Lang-
don tornò alla mente Vittoria e la scherzosa promessa che si
erano scambiati un anno prima, di incontrarsi ogni sei mesi in
qualcuno dei punti più romantici del mondo. La Torre Eiffel,
pensava Langdon, sarebbe potuta benissimo entrare nell'elen-
co ma, purtroppo, aveva baciato per l'ultima volta Vittoria in
un rumoroso aeroporto di Roma, più di un anno addietro.
«L'ha mai montata?» chiese il poliziotto.
Colto di sorpresa, Langdon si augurò di avere capito male.
«Scusi?»
«È bella, vero?» soggiunse il poliziotto, indicando la Torre
Eiffel. «C'è già montato?»
«No, non sono mai salito sulla torre.»
«È il simbolo della Francia. Secondo me è perfetta.»
Langdon annuì senza compromettersi. Gli studiosi di sim-
boli spesso osservavano come la Francia - paese famoso per il
machismo, l'adulterio e i suoi capi di Stato insicuri e di bassa
statura come Napoleone e Pipino il Breve - non avrebbe potu-
to scegliere un simbolo nazionale più adatto di quello: un fallo
eretto, alto trecento metri.
Quando raggiunsero l'intersezione con Rue de Rivoli, il se-
maforo era rosso, ma la Citroen non rallentò. Il tenente Collet
accelerò per superare l'incrocio ed entrò in un tratto alberato
di Rue de Castiglione, che faceva da ingresso settentrionale ai
famosi giardini delle Tuileries. Molti turisti pensavano che il
nome "Jardin des Tuileries" si riferisse alle migliaia di tulipani
che sbocciavano laggiù, ma "Tuileries" si riferiva in realtà a
qualcosa di molto meno romantico. Quel parco era un tempo
un enorme scavo, una sorta di sentina malsana della città, da
cui i costruttori parigini scavavano l'argilla per fabbricare le
famose tegole rosse parigine, ossia le tuiles.
Quando entrarono nei giardini deserti, il tenente Collet in-
filò la mano sotto il cruscotto e spense l'assordante sirena.
Langdon trasse un lungo sospiro e si godette per qualche
istante l'assoluto silenzio. All'esterno dell'auto, il pallido rag-
gio dei fari alogeni scivolava sulla ghiaia della strada alberata
del parco e il rumore delle ruote scandiva un ritmo ipnotico.
Langdon aveva sempre considerato le Tuileries terreno sacro.
Erano i giardini dove Claude Monet aveva sperimentato con
la forma e col colore e aveva letteralmente ispirato la nascita
del movimento impressionista. Quella sera, però, vi regnava
una strana atmosfera minacciosa.
La Citroen svoltò a sinistra e si diresse a est lungo il boule-
vard centrale del parco. Dopo avere girato attorno a un laghet-
to circolare, il poliziotto attraversò un viale spoglio per entra-
re in un'ampia piazza quadrata. Langdon vedeva ora la fine
delle Tuileries, contrassegnata da un gigantesco arco di pietra.
L'Are du Carrousel.
Nonostante i rituali orgiastici che un tempo si tenevano al-
l'Are du Carrousel, gli amanti dell'arte venerano quel luogo per
un motivo del tutto diverso. Dalla piazza in fondo alle Tuileries
si possono scorgere quattro dei più importanti musei di belle
arti del mondo, uno per ciascun punto cardinale della bussola,
A destra e a sud, al di là della Senna e del Quai Voltaire,
Langdon vedeva la facciata scenograficamente illuminata del-
la vecchia stazione ferroviaria, oggi il rinomato Musée d'Or-
say. A sinistra scorgeva invece la cima dell'ultramoderno Cen-
tre Pompidou, che ospitava il museo di Arte moderna. Dietro
di lui, a ovest, sapeva che l'antico obelisco di Ramses si alzava
al di sopra degli alberi e contrassegnava la Galerie du Jeu de
Paume.
E davanti a lui, attraverso l'arco, Langdon poteva vedere
adesso il monolitico palazzo rinascimentale che era divenuto
il più famoso museo di belle arti del mondo.
Il Musée du Louvre.
Langdon provò un familiare senso di meraviglia mentre i
suoi occhi si sforzavano inutilmente di cogliere l'intera massa
dell'edificio. In fondo a una piazza di dimensioni enormi,
l'imponente facciata del Louvre si stagliava come una citta-
della nel cielo parigino. Il Louvre aveva la forma di un enor-
me ferro di cavallo ed era l'edificio più lungo d'Europa, più di
tre Torri Eiffel messe l'una in fila all'altra. Neppure i centomi-
la metri quadri di spazio aperto tra le ali del museo riuscivano
a intaccare la maestosità dell'immensa facciata. Una volta,
Langdon aveva percorso l'intero perimetro del Louvre: una
stupefacente escursione di cinque chilometri.
Per poter debitamente apprezzare le 65.300 opere d'arte
esposte nell'edificio, si calcolava che un visitatore avrebbe im-
piegato cinque settimane, ma la maggior parte dei turisti sce-
glieva l'esperienza abbreviata che Langdon chiamava il "Lou-
vre Light": una corsa attraverso il museo per vedere le tre
opere d'arte più famose, la Monna Lisa - o, come era chiamata
in vari paesi europei, La Gioconda -, la Venere di Milo e la Vitto-
ria alata. L'umorista Art Buchwald si era una volta vantato di
avere visto tutt'e tre i capolavori in cinque minuti e cinquanta-
sei secondi.
Il poliziotto prese un walkie-talkie e parlò in un francese ra-
pidissimo: «Monsieur Langdon est arrivé. Deux minutes».
Dall'altoparlante giunse una conferma indecifrabile, una
sorta di gracidio coperto dalle scariche.
Il poliziotto infilò il walkie-talkie nel vano della portiera e
si rivolse a Langdon. «Incontrerà il capitano all'entrata princi-
pale.»
Ignorando le segnalazioni che vietavano alle auto l'accesso
alla piazza, accelerò e lanciò la Citroen nella zona pedonale.
L'ingresso principale era adesso visibile. Si distingueva in lon-
tananza, circondato da sette fontane triangolari da cui si alza-
va un getto d'acqua illuminato.
La Pyramide.
Il nuovo ingresso del Louvre parigino era divenuto famoso
quanto il museo stesso. La controversa piramide di vetro in
stile neomoderno, progettata dall'architetto americano di ori-
gine cinese I.M. Pei, suscitava ancora l'odio dei tradizionalisti
che l'accusavano di distruggere la dignità rinascimentale del-
l'insieme. Goethe aveva descritto l'architettura come musica
congelata; i detrattori di Pei descrivevano quella piramide co-
me il rumore delle unghie che graffiano la lavagna. Gli ammi-
ratori progressisti, invece, salutavano la piramide trasparente
di Pei, alta ventuno metri, come un'abbagliante sinergia di
struttura antica e di tecnologia moderna, un legame simbolico
tra il vecchio e il nuovo, che contribuiva a introdurre il Louvre
nel millennio appena iniziato.
«Le piace la nostra piramide?» chiese il tenente Collet.
Langdon aggrottò la fronte. I francesi, a quanto pareva,
amavano fare agli americani quel tipo di domande. Natural-
mente si trattava di una domanda a trabocchetto. Se avesse
ammesso che la piramide gli piaceva, sarebbe stato giudicato
un americano privo di gusto; se avesse detto che non gli pia-
ceva avrebbe offeso i francesi.
«Mitterrand era un uomo di carattere» rispose Langdon,
sottolineando la differenza tra l'opera e il committente. Del
vecchio presidente francese che aveva commissionato la pira-
mide si diceva che soffrisse del "complesso del faraone". Re-
sponsabile d'avere riempito Parigi di obelischi, oggetti d'arte
e manufatti egizi, Francois Mitterrand aveva una propensione
talmente forte per la cultura egizia da guadagnarsi il nomi-
gnolo di "Sfinge", affibbiatogli dai suoi compatrioti.
«Come si chiama il suo capitano?» chiese Langdon per cam-
biare argomento.
«Bezu pache» rispose Collet, mentre si avvicinavano all'in-
gresso principale. «Noi lo chiamiamo le Taureau.»
Langdon lo guardò con sorpresa. Che ogni francese avesse
un misterioso soprannome animale? «Chiamate il vostro capi-
tano "il Toro"?»
Collet inarcò le sopracciglia. «Il suo francese è migliore di
quanto lei non ammetta, Monsieur Langdon.»
"Il mio francese fa schifo" pensò Langdon "ma la mia ico-
nografia zodiacale è ottima." Taurus era il Tòro. L'astrologia
era una simbologia costante in tutto il mondo.
Collet fermò l'auto e indicò un punto tra due fontane:
un'ampia porta nel fianco della piramide. «Ecco l'entrata.
Buona fortuna, Monsieur.»
«Lei non viene?»
«Ho l'ordine di lasciarla qui. Ho un altro lavoro da svolgere.»
Langdon trasse un sospiro e scese dall'auto. "I registi siete
voi e lo spettacolo è vostro."
Collet inserì la marcia e ripartì.
Rimasto solo a guardare le luci posteriori dell'automobile
che si allontanava. Langdon riflettè che poteva ancora ripen-
sarci, uscire dal cortile, prendere un taxi e tornare in albergo a
dormire. Ma qualcosa gli diceva che non sarebbe stata una
buona idea.
Mentre si muoveva verso le fontane circondate dalla neb-
bia, lo studioso aveva l'impressione di avere attraversato una
soglia immaginaria e di essere finito in un altro mondo. Tor-
nava ad affacciarsi l'impressione che aveva avuto all'inizio, di
vivere in un sogno. Venti minuti prima, dormiva in albergo.
Adesso era davanti a una piramide trasparente costruita dalla
Sfinge e aspettava un poliziotto chiamato il Toro.
"Sono intrappolato in un quadro di Salvador Dalì" pensò.
Fece qualche passo e arrivò all'ingresso principale, un'enor-
me porta girevole. Al di là dei vetri si scorgeva il foyer, vuoto
e nell'ombra.
"Che faccio, busso?"
Si chiese se qualcuno degli stimati egittologi di Harvard
avesse mai bussato all'ingresso di una piramide e se si fosse
aspettato una risposta. Stava per picchiare sul vetro ma, sotto
di sé, vide una figura salire la scala. Era un uomo massiccio
dai capelli scuri, quasi un Neandertal, con una giacca nera a
doppio petto che faticava a contenere le enormi spalle. Saliva
con grande sicurezza di sé; aveva le gambe corte e muscolose.
In quel momento parlava al cellulare, ma terminò la chiamata
prima di raggiungere Langdon. Gli fece segno di entrare.
«Bezu Pache» si presentò quando lo studioso uscì dalla por-
ta girevole. «Capitano della Direzione centrale di polizia giu-
diziaria.» Il tono di voce era adatto al suo aspetto: un bronto-
lio gutturale, come un'incipiente tempesta.
Langdon gli tese la mano. «Robert Langdon.»
L'enorme palma di Pache si avvolse attorno alla sua con la
forza di una pressa idraulica.
«Ho visto la foto» disse Langdon. «Il suo agente ha detto
che è stato lo stesso Jacques Saunière a...»
«Signor Langdon» lo interruppe Pache, trafiggendolo con
due occhi neri come l'inchiostro. «Ciò che ha visto nella foto è
solo l'inizio di quel che ha fatto Saunière.»
4.
Il capitano Bezu Pache camminava come un toro incollerito,
con le spalle dritte e il mento piantato nel petto. Aveva i capel-
li neri e lucidi, pettinati all'indietro, con un ciuffo centrale dal-
l'attaccatura simile alla punta di una freccia, che divideva in
due ben distinte parti la fronte sporgente e lo precedeva come
la prua di una nave da guerra. Mentre avanzava, i suoi occhi
scuri parevano scavare la terra davanti a lui e davano un'im-
pressione di ferocia che corrispondeva alla sua fama di seve-
rità in ogni cosa.
Langdon seguì il capitano lungo la famosa scalinata di mar-
mo che portava nell'atrio sotterraneo, sotto la piramide di ve-
tro. Mentre scendevano, passarono accanto a due agenti della
polizia giudiziaria armati di mitragliette. Il messaggio era
chiaro: questa notte nessuno entra, nessuno esce senza il per-
messo del capitano Pache.
Scendendo sotto il livello del terreno, Langdon provò un cre-
scente allarme. La presenza di Pache era tutt'altro che rassicu-
rante e il Louvre, a quell'ora della notte, aveva un aspetto se-
polcrale. La scala, come quella di certi cinematografi, era
illuminata da sottili strisce di luce incassate nell'alzata dello
scalino. Langdon sentiva i propri passi echeggiare sul vetro, in
alto. Alzò gli occhi e vide svanire oltre il tetto trasparente qual-
che ricciolo di nebbia illuminata, proveniente dalle fontane.
«Lei approva?» chiese Pache, indicando col mento la pira-
mide.
Langdon sospirò. Non aveva più voglia di giocare. «Sì, la
vostra piramide è magnifica.»
Pache brontolò: «Una ferita sulla faccia di Parigi».
"Uno a zero." Langdon sentiva che il suo accompagnatore
era un uomo difficile da accontentare. Si domandò se Pache
sapesse che la piramide, per esplicita richiesta del presidente
Mitterrand, era costituita di esattamente 666 lastre di vetro,
una bizzarra richiesta che era ancora oggetto di discussione
da parte degli appassionati di esoterismo, per i quali il 666 era
il numero della Bestia, ossia di Satana.
Langdon preferì lasciar perdere. A mano a mano che si inol-
travano nel foyer sotterraneo, le sue superfici cominciarono a
emergere dall'ombra. Costruito diciassette metri sotto il livel-
lo del suolo, il nuovo atrio del Louvre, settemila metri quadra-
ti, si allungava come una grotta infinita. Con il suo marmo di
un caldo color ocra intonato alla pietra color miele della fac-
ciata sovrastante, la sala sotterranea era in genere piena di lu-
ce e di turisti. Quella notte, invece, l'atrio era spoglio e scuro e
l'intero spazio dava un senso di gelo che richiamava alla men-
te l'atmosfera di una cripta.
«E gli agenti del servizio di sicurezza del museo?» chiese
Langdon.
«En quamntaine» rispose Pache, in tono leggermente offeso,
come se lo studioso avesse messo in dubbio l'integrità dei
suoi uomini. «Ovviamente, questa sera è entrato qualcuno che
non doveva entrare. Tutti i guardiani notturni sono stati riuni-
ti in un'altra ala per essere interrogati. Saranno i miei agenti a
occuparsi della sicurezza del museo per questa notte.»
Langdon annuì. Accelerò il passo per non allontanarsi da
Pache.
«Conosceva bene Jacques Saunière?» chiese il capitano.
«In realtà non lo conoscevo affatto. Non l'ho mai incontrato.»
Pache fece la faccia sorpresa. «E il vostro primo incontro do-
veva avere luogo questa notte?»
«Sì. Ci eravamo dati appuntamento nella portineria dell'U-
niversità americana, alla fine della mia conferenza, ma lui non
è venuto.»
Pache prese un appunto in un quadernetto. Mentre cammi-
navano, Langdon scorse anche la seconda, meno importante
piramide del Louvre - la Piramide Inversée - un enorme lucer-
nario capovolto che scendeva dal soffitto come una stalattite,
in una parte del mezzanino vicino a dove si trovavano loro.
Pache salì alcuni scalini fino a una galleria dalla volta ad arco
che portava la scritta: DENON. L'ala Denon era la più famosa
delle tre principali sezioni del Louvre.
«Chi ha organizzato l'incontro di questa sera?» chiese al-
l'improvviso Pache. «Lei o Saunière?»
La domanda era leggermente strana, date le abitudini del
curatore del Louvre. «Il signor Saunière» rispose Langdon
mentre entravano nella galleria. «La sua segretaria mi ha
mandato un'e-mail qualche settimana fa. Ha detto che il cura-
tore sapeva della conferenza e che voleva discutere alcuni par-
ticolari con me, mentre ero a Parigi.»
«Che particolari?»
«Non lo so. Qualcosa che riguardava l'arte, suppongo. Con-
dividevamo alcuni interessi.»
Pache lo guardò con scetticismo. «Non ha idea dell'argo-
mento dell'incontro?»
Langdon non ne aveva idea. All'epoca, le parole di Saunière
avevano destato la sua curiosità, ma non aveva voluto chiede-
re maggiori dettagli. Il famoso Jacques Saunière amava la pri-
vacy e concedeva pochissime udienze; Langdon considerava
già un grande onore poterlo incontrare.
«Signor Langdon, può almeno fare un'ipotesi sull'argomen-
to che la vittima poteva voler discutere con lei la notte in cui è
stato ucciso? Potrebbe esserci d'aiuto.»
L'insistenza della domanda metteva a disagio lo studioso.
«A dire il vero, non saprei proprio. Non gliel'ho chiesto. Mi
sentivo onorato di essere stato contattato da lui. Sono un am-
miratore dell'opera di Saunière. Spesso uso i suoi testi nei
miei corsi.»
Pache prese nota dell'informazione nel suo quadernetto.
I due uomini erano adesso a metà della galleria e Langdon
cominciava a vedere le scale mobili alla fine, entrambe ferme.
«Dunque, lei condivideva alcuni interessi con Saunière?»
chiese Pache.
«Sì. A dire il vero, ho impiegato gran parte dello scorso an-
no a scrivere la prima stesura di un libro che tratta del princi-
pale campo di studi di Saunière. Non vedevo l'ora di strizzar-
gli il cervello.»
Pache rizzò di scatto la testa. «Pardon?»
Evidentemente si trattava di un'espressione troppo ameri-
cana. «Non vedevo l'ora di conoscere i suoi pensieri sull'argo-
mento.»
«Capisco. E qual è l'argomento?»
Langdon ebbe un istante di esitazione; non sapeva come
formulare la risposta. «Essenzialmente, il mio manoscritto ri-
guarda l'iconografia del culto della dea, il concetto di santità
femminile e l'arte e i simboli a esso associati.»
Pache si passò una mano fra i capelli. «E Saunière era un
esperto sull'argomento?»
«Il massimo esistente.»
«Capisco.»
Langdon aveva l'impressione che Pache non capisse affatto.
Jacques Saunière era considerato il principale iconografo
mondiale sulla dea. Non solo aveva una passione personale
per tutti i reperti relativi a fertilità, culti della dea, la Wicca e il
femminino sacro, ma nei vent'anni in cui era stato curatore
del Louvre aveva anche accumulato nel museo la più grande
collezione mondiale di oggetti artistici sulla dea: asce bipenni
usate dalle sacerdotesse del più antico tempio di Delfi, cadu-
cei dorati, centinaia di ankh di Tjet che assomigliavano a pic-
coli angeli eretti, sonagli di sistro adoperati nell'antico Egitto
per allontanare gli spiriti maligni e una stupefacente quantità
di statuette raffiguranti Horo allattato dalla dea Iside.
«Che Jacques Saunière fosse a conoscenza del suo mano-
scritto?» suggerì Pache. «Potrebbe avere organizzato l'incon-
tro per aiutarla in qualche punto del libro.»
Langdon scosse la testa. «A dire il vero, nessuno sa ancora
nulla del mio manoscritto. È in prima stesura e l'ho fatto ve-
dere soltanto al mio editor.»
Pache non disse nulla.
Langdon non aggiunse la ragione per cui non aveva mo-
strato il manoscritto ad altri. Le sue trecento pagine - provvi-
soriamente intitolate Simboli della sacralità femminile perduta -
proponevano alcune interpretazioni non convenzionali dell'i-
conografia religiosa corrente e avrebbero certamente suscitato
molte polemiche.
Adesso, mentre si avvicinava alle scale mobili, si fermò per-
che si era accorto che Pache non era più con lui. Quando si
voltò, vide che si era fermato a qualche metro di distanza, ac-
canto a uno degli ascensori.
«Prendiamo l'ascensore» disse il capitano, mentre le porte
scorrevoli si aprivano. «Come lei certamente sa, la galleria è
piuttosto lontana, a piedi.»
Pur essendo consapevole che l'ascensore avrebbe abbrevia-
to la salita fino all'ala Denon, Langdon non si mosse.
«Qualcosa non va?» chiese Pache, seccato, tenendo aperta la
porta.
Langdon sospirò e guardò con desiderio la scala mobile. "È
tutto a posto" mentì a se stesso, incamminandosi verso l'a-
scensore. Da bambino era caduto in un pozzo abbandonato e
aveva rischiato di morire: per ore aveva continuato a tenersi a
galla in quello stretto spazio prima che venissero a salvarlo.
Da allora aveva la fobia dei luoghi chiusi: ascensori, metropo-
litane, campi di squash. "L'ascensore è una macchina perfetta-
mente sicura" si ripetè, ma un'altra voce nella sua mente pro-
testava: "È una sottile scatola di latta dentro un pozzo!".
Trattenendo il respiro, montò nell'ascensore e provò il consue-
to brivido di terrore quando le porte si chiusero.
"Pochi piani. Una decina di secondi."
«Lei e il signor Saunière» chiese Pache, quando l'ascensore
si mosse «non vi siete mai parlati? Non vi siete mai scritti?
Non vi siete mai spediti qualche oggetto?»
Un'altra domanda strana. Langdon scosse la testa. «No.
Mai.»
Pache inclinò la testa come per prendere mentalmente nota
del fatto. Senza più parlare, fissò davanti a sé un punto delle
porte cromate.
Mentre salivano, Langdon cercò di pensare a qualcos'altro
che non fossero le quattro pareti che lo circondavano. Rifles-
so sulla porta lucida dell'ascensore, vide il fermacravatta del
capitano: un crocifisso d'argento con incastonati tredici pez-
zi di onice nera. La cosa era vagamente sorprendente. La cro-
ce era nota come crux gemmata, un simbolo cristiano che si ri-
feriva a Cristo e ai dodici apostoli. Langdon non si era
aspettato che un capitano di polizia ostentasse così aperta-
mente la propria religione. Comunque, erano in Francia e il
cristianesimo non era una religione, quanto piuttosto un di-
ritto di nascita.
«È una crux gemmata» disse all'improvviso Pache.
Sorpreso, Langdon alzò gli occhi e incrociò lo sguardo del
capitano, riflesso sulla porta di metallo lucido.
L'ascensore si arrestò e la porta si aprì.
Langdon si affrettò a uscire nel corridoio, ansioso di rag-
giungere l'ampio spazio concesso dai famosi soffitti alti delle
gallerie del Louvre. L'ambiente in cui si trovò, però, non era
quello che si aspettava.
Sorpreso, si bloccò.
Pache lo guardò. «A quanto pare, signor Langdon, lei non
ha mai visto il Louvre dopo la chiusura.»
"Penso proprio di no" si disse lui, cercando di orientarsi. Di
solito perfettamente illuminate, le gallerie del Louvre erano
straordinariamente buie, quella notte. Invece della solita luce
bianca e diffusa che scendeva dall'alto, dalla base delle pareti
si irradiava un chiarore rosso: intermittenti macchie di luce
rossa che illuminavano le piastrelle del pavimento.
Spostando lo sguardo lungo il corridoio buio, Langdon
comprese che avrebbe dovuto aspettarselo. Quasi tutte le
principali gallerie d'arte impiegavano di notte luci di servizio
rosse, piazzate strategicamente a un livello basso, che permet-
tevano ai membri del personale di percorrere i corridoi, ma
che mantenevano i dipinti in una relativa oscurità per rallen-
tare gli effetti dell'esposizione dei pigmenti alla luce. Quella
notte il museo aveva un aspetto quasi opprimente. Lunghe
ombre lo attraversavano e i soffitti erano invisibili, nascosti in
uno spazio incommensurabile, vuoto e buio.
«Da questa parte» disse Pache, dirigendosi a destra e pas-
sando per una serie di gallerie collegate tra loro.
Langdon lo seguì. La sua vista si abituò gradualmente al
buio. Tutt'intorno a lui, grandi quadri a olio cominciarono a
materializzarsi come foto che si sviluppino in un'immensa ca-
mera oscura; i loro occhi lo seguirono mentre si muoveva da
una sala all'altra. Sentiva il familiare odore dell'aria dei musei
- un'essenza asciutta, deionizzata - prodotta dai deumidifica-
tori industriali con filtro a carbone attivo che rimanevano ac-
cesi per tutto l'arco della giornata, in modo da eliminare la
corrosiva anidride carbonica del respiro dei visitatori.
Montate in alto, sulle pareti, le telecamere della sicurezza
trasmettevano un chiaro messaggio ai visitatori: "Ti vediamo.
Non toccare niente".
«Qualcuna è vera?» chiese Langdon, indicandole.
Pache scosse la testa. «Naturalmente, no.»
La cosa non stupì lo studioso. La sorveglianza video, in mu-
sei di quella dimensione, non solo era proibitiva dal punto di
vista economico, ma anche inefficace. Con ettari di gallerie da
sorvegliare, il Louvre avrebbe richiesto centinaia di addetti
soltanto per tenere d'occhio i monitor. Molti grandi musei
adottano oggi una "sicurezza di contenimento": "Rinuncia a
tenere lontano i ladri. Chiudili dentro". Il "contenimento" en-
trava in funzione nelle ore di chiusura e se un intruso avesse
portato via un'opera d'arte, le uscite di quel settore si sarebbe-
ro chiuse e il ladro si sarebbe trovato dietro le sbarre ancor pri-
ma che arrivasse la polizia.
Dal corridoio di marmo, davanti a loro, venivano alcune
voci. Il rumore pareva giungere da un'ampia rientranza sulla
destra. In quella zona, una forte luce illuminava il corridoio.
«L'ufficio del curatore» spiegò il capitano Pache.
Quando furono più vicini, Langdon vide in fondo a un'anti-
camera il lussuoso studio di Saunière: pareti rivestite di legno,
quadri di antichi maestri, un'enorme scrivania in stile su cui si
scorgeva il modellino di un cavaliere in armatura, alto sessan-
ta centimetri. Nella stanza c'erano diversi agenti di polizia, in-
tenti a telefonare e a scrivere appunti. Uno sedeva alla scriva-
nia di Saunière e inseriva dati in un computer portatile. A
quanto pareva, l'ufficio privato del curatore era divenuto tem-
poraneamente la centrale operativa della polizia giudiziaria
per quella notte.
«Messieurs» li chiamò pache «ne nous dérangez pas soits aucun
prétexte. Entendu?»
All'interno dell'ufficio, tutti gli rivolsero un cenno d'as-
senso.
Langdon aveva appeso all'esterno delle sue camere d'al-
bergo francesi un numero sufficiente di cartellini NE PAS DE-
RANGER da capire l'ordine del capitano. Non dovevano essere
disturbati per nessun motivo. Lasciandosi alle spalle il grup-
petto di agenti, Pache condusse Langdon ancora più avanti,
lungo la galleria in penombra. Trenta metri più in là si apriva
l'ingresso alla più famosa sezione del Louvre - la Grande Ca-
tene - un ampio corridoio, apparentemente interminabile, che
ospitava i più preziosi capolavori italiani. Langdon già sape-
va che il corpo di Saunière era laggiù; anche nella polaroid, il
famoso pavimento a parquet della Grande Galleria era in-
confondibile.
Quando fu più vicino, Langdon vide che l'ingresso era bloc-
cato da un'enorme grata di ferro che assomigliava a quelle
usate per tenere lontano dai castelli medievali gli eserciti ne-
mici.
«Sicurezza di contenimento» disse Pache, indicando la
grata.
Anche nella penombra, la barriera pareva in grado di resi-
stere a un carro armato. Quando vi arrivò davanti, Langdon
guardò attraverso le sbarre, cercando di distinguere qualcosa
nella penombra della galleria.
«Dopo di lei, signor Langdon» disse Pache.
Lo studioso lo guardò senza capire. "Dopo di me, dove?"
Il capitano gli indicò il pavimento ai piedi della grata.
Langdon si chinò a guardare. Nella penombra non se n'era
accorto. La barriera era sollevata di una sessantina di centime-
tri e lasciava aperto uno scomodo passaggio.
«Quest'area è ancora vietata alle guardie di sicurezza del
Louvre» disse Pache. «La mia squadra della Police Technique
et Scientifique ha appena finito il suoi rilievi.» Indicò l'apertu-
ra. «Per favore, passi sotto.»
Langdon osservò prima lo stretto spazio in basso e poi la
pesante grata di ferro. "Certamente è uno scherzo!" Sembrava
una ghigliottina pronta a piombare sugli intrusi per schiac-
ciarli.
Pache brontolò alcune parole in francese e controllò l'orolo-
gio. Si mise in ginocchio e scivolò con tutta la sua massa sotto
la grata. Giunto dall'altra parte, si guardò indietro attraverso
le sbarre e fissò Langdon.
Lo studioso sospirò. Appoggiò le palme al pavimento luci-
do e si sdraiò sullo stomaco. Mentre passava, la giacca si ag-
ganciò al fondo della grata e lui battè la nuca contro il ferro.
"Sta' calmo, Robert" pensò, mentre percorreva, strisciando,
l'ultimo tratto. Nell'alzarsi cominciò a sospettare che quella
notte sarebbe stata assai più lunga del previsto.5.
Murray Hill Place, la nuova sede nazionale e centro di confe-
renze dell'Opus Dei, è collocato al numero 243 di Lexington
Avenue, a New York City. Costato poco più di quarantasette
milioni di dollari, il grattacielo di dodicimila metri quadrati è
rivestito di mattoni rossi e di calcare dell'Indiana. Progettato
da May & Pinska, contiene più di cento camere da letto, sei sa-
le da ricevimento, biblioteche, sale di lettura, sale congressi e
uffici. Al primo, settimo e quindicesimo piano ci sono tre cap-
pelle, decorate di marmi e sculture. Il sedicesimo piano è uni-
camente residenziale. Gli uomini entrano nell'edificio dall'in-
gresso principale di Lexington Avenue, le donne da una
strada laterale e sono sempre "acusticamente e visivamente
isolate" dagli uomini all'interno dell'edificio.
Nel silenzio del suo appartamento all'ultimo piano, il ve-
scovo Manuel Aringarosa aveva preparato, qualche ora pri-
ma, una piccola borsa da viaggio e indossato la tradizionale
veste nera. In genere si sarebbe stretto attorno ai fianchi una
fascia color porpora, ma quella sera avrebbe viaggiato tra la
gente e non voleva richiamare l'attenzione sul suo alto incari-
co. Solo un occhio molto acuto avrebbe notato l'anello vesco-
vile in oro a quattordici carati, con ametiste scure e diamanti,
con incisi gli emblemi della mitra e del bastone pastorale. Si
infilò a tracolla la borsa da viaggio, mormorò una breve pre-
ghiera, lasciò l'appartamento e scese fino all'atrio, dove l'auti-
sta lo aspettava per accompagnarlo all'aeroporto.
Seduto a bordo di un aereo di linea diretto a Roma, Aringa-
rosa guardava dal finestrino le acque nere dell'Atlantico. Il so-
le era ormai tramontato, ma il vescovo sapeva che la sua stella
si stava alzando. "Questa sera vinceremo la battaglia" pensò,
stupito nel ricordare che solo pochi mesi prima si era sentito
inerme contro le mani che minacciavano di distruggere il suo
impero.
Come presidente generale dell'Opus Dei, il vescovo Arin-
garosa aveva trascorso l'ultimo decennio della vita diffonden-
do il messaggio dell'"opera di Dio", che era ciò che significa,
alla lettera, opus Dei. L'associazione, fondata nel 1928 dal sa-
cerdote spagnolo Josemarìa Escrivà, patrocinava un ritorno ai
valori cattolici tradizionali e incoraggiava i suoi appartenenti
a compiere grandi sacrifici, nel corso della loro vita, per porta-
re a compimento l'opera di Dio.
La filosofia tradizionalista dell'Opus Dei si era inizialmente
radicata nella Spagna prima della salita al potere di Franco,
ma con la pubblicazione nel 1934 del libro di esercizi spiritua-
li di Josemarìa Escrivà, La Via - 999 argomenti di meditazione
per compiere l'opera di Dio durante la propria vita - il mes-
saggio del sacerdote spagnolo si era diffuso nel mondo; oggi,
con più di quattro milioni di copie della Via circolanti in qua-
rantadue lingue, l'Opus Dei era ormai una forza a livello glo-
bale. Le sue residenze, i suoi centri di insegnamento e persino
le sue università si incontravano in gran parte delle metropoli.
L'Opus Dei era, in tutto il mondo, l'organizzazione cattolica in
più rapida crescita e finanziariamente più solida, anche se,
purtroppo, come Aringarosa aveva imparato a sue spese, in
un'epoca di cinismo religioso, di sette e di predicatori televisi-
vi, il crescente potere dell'Opus Dei e la sua ricchezza attira-
vano i sospetti come la calamità attira la limatura di ferro.
«Molti etichettano l'Opus Dei come una setta che opera il
lavaggio del cervello. Altri la definiscono una società segreta
ultraconservatrice. Che cos'è, in realtà?» gli chiedeva spesso
qualche giornalista.
«L'Opus Dei non è né l'una né l'altra» rispondeva paziente-
mente il vescovo. «Noi siamo semplicemente una parte della
Chiesa cattolica. Siamo un gruppo di cattolici che hanno scelto
come priorità quella di seguire la dottrina cattolica con tutto il
rigore possibile nella nostra vita quotidiana.»
«L'opera di Dio comporta necessariamente voti di castità,
cessione dei propri beni, espiazione dei peccati attraverso
l'autoflagellazione e il cilicio?»
«Lei si riferisce soltanto a una minima parte dei membri
dell'Opus Dei» rispondeva Aringarosa. «Ci sono molti livelli
di dedizione. Migliaia di appartenenti all'Opus Dei sono spo-
sati, hanno famiglia e portano avanti l'opera di Dio nella loro
comunità. Altri scelgono una vita di ascetismo all'interno del-
le nostre residenze chiuse, lontano dal mondo. Sono scelte
personali, ma tutti, nell'Opus Dei, condividono la meta di mi-
gliorare il mondo portando avanti l'opera di Dio. Certo è una
finalità di grande merito.»
Ma la ragionevolezza non funzionava quasi mai. I media si
pascevano di scandali e l'Opus Dei, come tutte le organizza-
zioni di analoga dimensione, aveva tra i suoi appartenenti
qualche anima malconsigliata che gettava ombra sull'intero
gruppo.
Due mesi prima, un gruppo dell'Opus Dei, in una univer-
sità del Midwest americano, era stato scoperto a somministra-
re mescalina agli aspiranti membri per portarli a uno stato
euforico che doveva essere interpretato dai neofiti come un'e-
sperienza estatica religiosa. Lo studente di un'altra università,
nella sua malintesa ansia di purificazione, aveva usato il cili-
cio uncinato per ben più delle due ore al giorno consigliate e si
era procurato un'infezione che per poco non l'aveva portato
alla morte. A Boston, non molto tempo prima, il giovane pro-
prietario di una banca di investimenti aveva lasciato tutto il
suo denaro all'Opus Dei prima di tentare il suicidio in un mo-
mento di depressione.
"Pecorelle smarrite" pensò Aringarosa, con profonda com-
passione per loro.
Naturalmente, il peggior motivo di imbarazzo era stato il
processo - un processo che aveva ricevuto un'enorme pubbli-
cità - dell'agente dell'FBi Robert Hanssen, il quale, oltre a esse-
re un importante membro dell'Opus Dei, era risultato un ma-
niaco sessuale. Al processo si era scoperto che aveva installato
telecamere nascoste nella propria camera da letto, in modo
che gli amici potessero vederlo mentre faceva sesso con la mo-
glie. "Non certo il passatempo di un devoto cattolico" aveva
commentato il giudice.
Dolorosamente, questi fatti avevano contribuito a far nasce-
re il gruppo di osservazione noto come Opus Dei Awareness
Network, una rete di informazione sull'Opus Dei. Il sito del
gruppo - www.odan.org - conteneva agghiaccianti storie di
ex appartenenti all'Opus Dei che avvertivano dei pericoli che
correva chi si fosse iscritto. A causa di quei rapporti, i giornali
si riferivano adesso all'associazione come alla "mafia di Dio"
e alla "setta di Cristo".
"Noi temiamo quello che non capiamo" pensò Aringarosa,
chiedendosi se quegli accusatori avessero idea del numero di
vite che erano state arricchite dall'Opus Dei. L'associazione
godeva del pieno appoggio e della benedizione del Vaticano.
"L'Opus Dei è una prelatura personale dello stesso pontefice."
Recentemente, però, l'Opus Dei era stata minacciata da una
forza infinitamente più potente dei media, un nemico inatte-
so, a cui Aringarosa non poteva certo nascondersi. Cinque
mesi prima, il caleidoscopio del potere era stato scosso e Arin-
garosa barcollava ancora sotto il colpo.
"Non si rendono conto della guerra a cui hanno dato ini-
zio" mormorò tra sé il vescovo, riprendendo a guardare l'o-
ceano avvolto nel buio. Per un istante fissò il riflesso della sua
faccia sul vetro: un viso irregolare, lungo e abbronzato, domi-
nato da un naso piatto e aquilino, che era stato spezzato da un
pugno quando lui era ancora un giovane sacerdote in Spagna.
Ormai, però, non notava più quel difetto fisico. Aringarosa vi-
veva nel mondo delle anime, non in quello della carne.
Quando il jet giunse sulla costa del Portogallo, il telefono
cellulare che Aringarosa portava in tasca cominciò a vibrare
nella modalità "suoneria silenziosa".
Anche se i regolamenti del trasporto aereo proibivano l'uso
dei cellulari durante il volo, Aringarosa sapeva di non poter
perdere la chiamata. Solo una persona conosceva quel nume-
ro: l'uomo che aveva inviato al vescovo il telefono. Con una
leggera agitazione, rispose a bassa voce: «Sì?».
«Silas ha localizzato la chiave di volta» disse l'uomo che l'a-
veva chiamato. «È a Parigi, nella chiesa di Saint-Sulpice.»
Il vescovo Aringarosa sorrise. «Allora siamo vicino alla no-
stra meta.»
«Possiamo averla subito, ma ci serve la sua influenza.»
«Naturalmente. Mi dica che cosa occorre fare.»
Quando Aringarosa spense il telefono, il suo cuore era in
tumulto. Guardò di nuovo nel vuoto della notte e si sentì una
creatura minuscola rispetto agli avvenimenti da lui messi in
moto.
A ottocento chilometri di distanza, l'albino chiamato Silas
era curvo su un piccolo catino e si puliva il sangue dalla schie-
na, osservando le macchie rosse sull'acqua. «"Purificami con
issopo e sarò mondato"» pregò, citando il salmo. «"Lavami e
sarò più bianco della neve."»
Silas provava un'eccitazione che aveva sperimentato sol-
tanto nella sua vita precedente. La cosa lo sorprendeva e insie-
me lo elettrizzava. Negli ultimi dieci anni aveva seguito la Via
e si era ripulito dei peccati, aveva ricostruito la sua vita, can-
cellando la violenza del passato. Quella notte, però, tutto era
nuovamente affiorato in un attimo. L'odio che si era sforzato
duramente di seppellire era stato evocato, ed egli si era sor-
preso nel constatare la velocità con cui il suo passato era tor-
nato ad affacciarsi. E con quello, naturalmente, le sue antiche
capacità. Arrugginite ma ancora utili,
"La parola di Gesù è di pace, di non violenza, d'amore."
Questo era stato insegnato a Silas fin dall'inizio, il messaggio
che teneva nel cuore. Ma era il messaggio che i nemici di Cri-
sto volevano adesso distruggere. "Coloro che minacciano Dio
con la forza saranno accolti con la forza. Incrollabile e salda."
Per due millenni i soldati cristiani avevano difeso la loro fe-
de contro coloro che avevano cercato di cancellare il messag-
gio di Cristo. Quella notte, anche Silas era stato chiamato in
battaglia. Si asciugò le ferite e si infilò la tonaca col cappuccio,
lunga fino alle caviglie. Era di linea molto semplice, di lana
nera, e sottolineava il biancore della sua pelle e dei capelli.
Stringendosi il cordone attorno alla vita, sollevò sulla testa il
cappuccio e si concesse di guardare per un istante la propria
immagine allo specchio. "Gli ingranaggi sono già in moto."6.
Dopo essersi infilato sotto la grata di sicurezza, Robert Lang-
don si trovava ora sulla soglia della Grande Galleria e aveva
l'impressione di essere nell'imboccatura di un canyon lungo e
profondo.
Da entrambi i lati le pareti spoglie si alzavano per dieci me-
tri e svanivano nell'oscurità. Il chiarore rosso dell'illuminazio-
ne di servizio conferiva un innaturale aspetto infuocato a una
stupefacente collezione di quadri di Leonardo, Tiziano e Cara-
vaggio appesi a cavi che scendevano dal soffitto. Nature mor-
te, scene religiose, paesaggi, con accanto ritratti di nobili e di
politici.
Anche se la Grande Galleria ospitava i più famosi capolavo-
ri d'arte italiana del Louvre, molti visitatori ritenevano che la
più stupefacente caratteristica di quell'ala fosse il suo famoso
pavimento a parquet. Costituito di assi diagonali di legno di
rovere, disposte secondo un disegno geometrico che impedi-
va allo sguardo di staccarsene, il pavimento creava un'effime-
ra illusione ottica: un reticolo a molte dimensioni che dava ai
visitatori il senso di galleggiare lungo la galleria su una super-
ficie che cambiava a ogni passo.
Quando Langdon cominciò a distinguere il pavimento, il
suo sguardo si bloccò bruscamente su un oggetto che giaceva
a terra, pochi metri alla sua sinistra, circondato dal nastro di
segnalazione della polizia. Si voltò verso Pache. «Ma quello
sul pavimento... non è un Caravaggio?»
Il capitano annuì, senza guardare.
Quel quadro, si disse lo studioso, valeva almeno due milio-
ni di dollari, eppure era abbandonato sul pavimento come un
manifesto vecchio. «Che diavolo ci fa, sul pavimento?»
Pache lo guardò torvo. Chiaramente, non trovava niente di
strano nel fatto che un Caravaggio fosse per terra. «Questa è
la scena di un delitto, signor Langdon. Non abbiamo toccato
nulla. Quella tela è stata spostata dal curatore. Staccandola
dalla parete ha attivato il sistema di sicurezza.»
Langdon tornò a fissare la grata e cercò di immaginare la
scena.
«Il curatore è stato aggredito nel suo ufficio, si è rifugiato
nella Grande Galleria e ha attivato la chiusura di sicurezza
staccando quel dipinto dalla parete. La grata è scesa immedia-
tamente, bloccando tutte le entrate. C'è solo una porta da cui
si accede a questa galleria.»
Langdon era leggermente confuso. «Il curatore ha catturato
il suo aggressore all'interno della Grande Galleria?»
Pache scosse la testa. «La grata di sicurezza ha separato Sau-
nière dal suo aggressore. L'assassino è rimasto chiuso all'e-
sterno e gli ha sparato attraverso la grata.» Pache indicò un
cartellino arancione legato a una delle sbarre della grata sotto
cui erano passati. «La squadra della Scientifica ha trovato resi-
dui di polvere da sparo di una pistola. Ha mirato attraverso le
sbarre. Saunière era solo quando è morto qui dentro.»
Langdon ripensò alla fotografia del corpo di Saunière. "Mi
avevano detto che aveva fatto tutto da solo." Diede un'occhia-
ta all'immenso corridoio davanti a loro. «Dov'è il corpo?»
Pache raddrizzò il fermacravatta a forma di croce e si in-
camminò. «Come probabilmente saprà, la Grande Galleria è
piuttòsto lunga.»
La lunghezza esatta, se la memoria non l'ingannava, era di
circa quattrocentocinquanta metri. Altrettanto impressionante
era la larghezza della sala, che avrebbe permesso comodamen-
te il transito di un paio di treni passeggeri affiancati. Il centro
della galleria era punteggiato di statue e di colossali urne di
porcellana che servivano come elegante divisorio e a mantene-
re un flusso ordinato dei visitatori nelle due direzioni.
Pache taceva e camminava rapidamente lungo la corsia de-
stra della galleria, lo sguardo fisso in avanti. Langdon aveva
l'impressione di mancare di rispetto a quei capolavori, pas-
sandogli davanti senza dedicare loro neppure un'occhiata.
"Non che si possa vedere molto, con questa luce" si giustificò.
Il bagliore rosso e ovattato evocava purtroppo in lui ricordi
dell'ultima volta che Langdon aveva visto quel tipo di luce,
negli archivi segreti del Vaticano. Era la seconda volta, nelle
ultime ore, che gli tornava in mente il rischio mortale da lui
corso a Roma. Il pensiero di quella città richiamò a sua volta il
ricordo di Vittoria. Anche a lei non pensava da mesi. Stentava
a credere che il suo viaggio a Roma risalisse solo all'anno pri-
ma, gli sembrava che fossero passati decenni. "Un'altra vita."
Le ultime notizie ricevute da Vittoria risalivano a dicembre:
una cartolina postale in cui diceva di partire per il mare di
Giava per continuare le sue ricerche sulla fisica della comuni-
cazione, qualcosa che riguardava l'impiego dei satelliti per se-
guire le migrazioni delle mantre. Langdon non si era mai illu-
so che una donna come Vittoria Vetra potesse essere felice di
vivere con lui nel campus di un college, ma il loro incontro a
Roma aveva destato in lui un desiderio che non aveva mai
creduto di poter provare. La sua innata preferenza per la vita
di scapolo e le semplici libertà che gli permetteva era stata in
qualche modo scossa, per essere sostituita da un imprevisto
senso di vuoto, che era aumentato nel corso dell'anno prece-
dente.
Continuarono a camminare in fretta, ma Langdon non
scorse alcun cadavere. «Jacques Saunière ha fatto tutta questa
strada?»
«Il signor Saunière è stato ferito allo stomaco. È morto mol-
to lentamente. Forse ha impiegato quindici o venti minuti. Era
ovviamente un uomo fisicamente molto robusto.»
Langdon si voltò verso di lui, stupefatto. «E la sicurezza ha
impiegato quindici minuti ad arrivare fin qui?»
«Naturalmente no. Il servizio di sicurezza del Louvre ha
reagito immediatamente all'allarme e ha trovato la Grande
Galleria chiusa. Attraverso la grata, hanno sentito che qual-
cuno si muoveva dall'altra parte del corridoio, ma non sono
riusciti a vedere chi fosse. Hanno gridato, ma non hanno avu-
to risposta. Pensando che potesse essere soltanto un crimina-
le, hanno seguito il protocollo e hanno chiamato la polizia
giudiziaria. Noi siamo arrivati nel giro di quindici minuti.
Quando siamo giunti sul posto, abbiamo sollevato la barriera
quanto bastava per scivolare sotto, e io ho fatto entrare una
decina di agenti armati. Hanno percorso l'intera galleria per
bloccare l'intruso.»
«E...?»
«Non hanno trovato nessuno all'interno. Eccetto...» Indicò
un punto davanti a loro. «... lui.»
Langdon sollevò lo sguardo per seguire la mano tesa di Fa-
che. Dapprima pensò che il capitano indicasse una grande sta-
tua di marmo nel mezzo del corridoio. Proseguendo, però,
potè scorgere ciò che c'era dietro la statua. A trenta metri di
distanza, un unico faretto su un treppiede allungabile illumi-
nava il pavimento, creando un'isola di luce bianca in mezzo
alle rade luci rosse della galleria. Nel centro della zona illumi-
nata, come un insetto sotto il microscopio, si scorgeva il corpo
del curatore, nudo sul pavimento,
«Ha visto la foto» commentò Pache «e quindi non dovrebbe
essere una sorpresa.»
Langdon si sentì raggelare mentre si avvicinava al cadave-
re. Davanti a lui c'era una delle più strane immagini che aves-
se mai visto.
Il corpo pallido di Jacques Saunière giaceva sul pavimento
esattamente come gliel'aveva mostrato la fotografia. Mentre,
fermo al di sopra del corpo, socchiudeva gli occhi a causa del-
la luce troppo forte, Langdon si rammentò con stupore che
Saunière aveva consumato i suoi ultimi minuti di vita dispo-
nendo il proprio corpo in quello strano modo.
Saunière appariva straordinariamente robusto per un uomo
della sua età, e la muscolatura era perfettamente visibile. Si
era tolto tutti i vestiti, li aveva posati sul pavimento, ben ripie-
gati, e si era sdraiato sulla schiena, nel centro dell'ampio corri-
doio, allineandosi perfettamente con l'asse della sala. Aveva le
braccia tese all'esterno e le gambe divaricate come se galleg-
giasse sull'acqua del mare facendo il "morto" o, pensiero an-
cora più macabro, come un uomo legato a cavalli invisibili per
essere squartato.
Poco sotto lo sterno di Saunière, una macchia di sangue
contrassegnava il punto in cui il proiettile era entrato nella sua
carne. La ferita appariva straordinariamente piccola, e ne era
uscita solo una macchia di sangue nero.
Anche l'indice sinistro di Saunière era insanguinato; a
quanto pareva, era stato tuffato nella ferita per creare l'aspetto
più sconvolgente del suo macabro letto di morte: servendosi
del proprio sangue come inchiostro e usando come carta il
proprio addome nudo, Saunière aveva disegnato sulla pro-
pria carne un semplice simbolo, cinque linee rette che si incro-
ciavano in modo da formare una stella a cinque punte.
"Il pentacolo."
La stella di sangue, con al centro l'ombelico di Saunière, dava
al suo corpo una sorta di aria vampiresca o negromantica. La
foto che gli era stata mostrata era già abbastanza raccapriccian-
te, ma adesso, osservando con i propri occhi la scena, Langdon
provava una crescente inquietudine. "E se l'è fatto da sé."
«Signor Langdon?» chiese Pache, fissandolo.
«È un pentacolo» rispose lo studioso. La sua voce suonava
più bassa del voluto, in quello spazio immenso. «Uno dei più
antichi simboli al mondo. Già in uso quattromila anni prima
di Cristo.»
«E che cosa significa?»
Langdon aveva sempre qualche esitazione a rispondere a
quella domanda. Spiegare a qualcuno il "significato" di un
simbolo era come spiegargli ciò che doveva provare ascoltan-
do un brano musicale: era una sensazione che mutava da per-
sona a persona. Un cappuccio bianco con i buchi per gli occhi,
negli Stati Uniti faceva pensare al Ku Klux Klan ed evocava
immagini di odio e di razzismo, ma in Spagna richiamava im-
magini di fede religiosa.
«I simboli hanno significati diversi a seconda della loro col-
locazione» disse Langdon. «Principalmente, il pentacolo è un
simbolo religioso pagano.»
Pache annuì. «Adorazione del diavolo.»
«No» lo corresse Langdon, pentendosi di non avere scelto
termini più chiari.
Oggigiorno, il termine "pagano" era diventato quasi sinoni-
mo di "adoratore del diavolo" ma si trattava di un grosso
equivoco. La parola derivava dal latino paganus, che significa-
va "abitante della campagna". I "pagani" erano i contadini
ignoranti che rimanevano fedeli alle vecchie religioni rurali
del culto della natura. Di fatto, così forte era l'avversione della
Chiesa verso coloro che abitavano nelle villae rurali, che anche
il termine innocuo per definire un abitante di un villaggio -
"villano" - aveva finito per assumere un carattere negativo.
«Il pentacolo» spiegò Langdon «è un simbolo precristiano
legato al culto della natura. Gli antichi vedevano il mondo di-
viso in due metà, maschile e femminile. I loro dèi e le loro dee
cercavano di mantenere un equilibrio dei poteri, yin e yang.
Quando il principio maschile e quello femminile erano in
equilibrio, nel mondo regnava l'armonia. Quando erano squi-
librati, vi regnava il caos.» Langdon indicò lo stomaco di Sau-
nière. «Questo pentacolo rappresenta la metà femminile di
tutte le cose, un concetto religioso che gli storici delle religioni
chiamano il "femminino sacro" o la "dea divina". Saunière sa-
peva queste cose meglio di chiunque altro.»
«Saunière si è tracciato sullo stomaco un simbolo divino
femminile?»
Langdon dovette ammettere che la cosa era strana. «Nelle
sue interpretazioni più specifiche, il pentacolo simboleggia
Venere, la dea della bellezza femminile e dell'amore sessuale.»
Pache lanciò un'occhiata all'uomo nudo ed emise un bron-
tolìo.
«Le religioni antiche erano basate sull'ordine divino della
natura. La dea Venere e il pianeta Venere erano una cosa sola
ed erano identici. La dea aveva un posto nel cielo notturno ed
era nota con vari nomi: Venere, la Stella dell'Est, Ishtar, Astar-
te. Tutti possenti concetti femminili legati alla Natura e alla
Madre Terra.»
A quel punto, Pache pareva ancora più preoccupato, come
se in qualche modo preferisse l'idea del culto del diavolo.
Langdon decise di non dilungarsi sulla più stupefacente
proprietà del pentacolo, l'origine "grafica" del suo legame con
Venere. Da giovane studente di astronomia, Langdon aveva
appreso con stupore che il pianeta Venere tracciava un penta-
colo perfetto sull'eclittica ogni otto anni. Gli antichi che ave-
vano osservato quel fenomeno erano rimasti talmente stupe-
fatti che Venere e il suo pentacolo erano divenuti i simboli
della perfezione, della bellezza e degli aspetti ciclici dell'amo-
re sessuale. Come tributo alla magia di Venere,, i greci avevano
fatto ricorso al suo ciclo di otto anni per organizzare i giochi
olimpici. Oggi poche persone sapevano che la ricorrenza, ogni
quattro anni, delle moderne Olimpiadi seguiva ancora un
mezzo ciclo di Venere. E un numero ancora minore di persone
sapeva che la stella a cinque punte stava quasi per diventare il
simbolo ufficiale delle Olimpiadi, ma era stato scartato all'ul-
timo momento: le cinque punte erano state trasformate in cin-
que anelli che si incrociavano, per esprimere meglio lo spirito
olimpionico di globalità e di armonia.
«Signor Langdon» disse all'improvviso Pache. «Ovviamen-
te, il pentacolo deve anche collegarsi al diavolo. I vostri film
americani dell'orrore lo mettono bene in chiaro.»
Langdon aggrottò la fronte. "Grazie, Hollywood." La stella
a cinque punte era ormai un cliché in tutti i film di serial killer
satanici. Di solito era tracciata sulla parete dell'appartamento
di qualche satanista, accanto a presunti simboli diabolici.
Langdon provava sempre un forte senso di frustrazione quan-
do vedeva il simbolo in quel contesto; in realtà, le vere origini
del pentacolo erano del tutto divine. «Le assicuro che, qualun-
que cosa compaia nei film» disse Langdon «l'interpretazione
del pentacolo come simbolo diabolico non è storicamente ac-
curata, il significato originale femminile è corretto, ma nel cor-
so dei millenni il simbolismo del pentacolo è stato distorto:
nel nostro caso specifico, con molto spargimento di sangue.»
«Non credo di capire.»
Langdon lanciò un'occhiata al crocifisso di Pache e si chiese
come formulare la spiegazione. «La Chiesa, capitano. I simbo-
li sono molto resistenti, ma il significato del pentacolo è stato
alterato dalla Chiesa cattolica romana dei primi secoli. Come
parte della sua campagna per eliminare la religione pagana e
convertire al cristianesimo le masse, la Chiesa lanciò una cam-
pagna denigratoria contro gli dèi e le dee pagani, presentando
come diabolici i loro simboli.»
«Vada avanti.»
«È una cosa che si verifica in tempi di rivoluzione» prose-
guì lo studioso. «Una potenza emergente fa propri i simboli
esistenti e li degrada nel tentativo di cancellarne il significato.
Nella lotta tra simboli pagani e simboli cristiani, i pagani han-
no perso: il tridente di Nettuno è diventato il forcone del dia-
volo, il cappello a punta della vecchia erborista è divenuto il
cappello della strega e il pentacolo di Venere è divenuto il se-
gno del diavolo.» Fece una pausa. «Purtroppo i militari degli
Stati Uniti hanno contribuito ad affermare la perversione del
pentacolo, che adesso è diventato il nostro principale simbolo
di guerra. Lo dipingiamo sugli aerei da caccia e lo mettiamo
sulle spalline dei nostri generali.» "Con buona pace della dea
dell'amore e della bellezza."
«Interessante.» Pache indicò il corpo disteso a terra. «E la
posizione del cadavere? Che cosa le suggerisce?»
Langdon si strinse nelle spalle. «La posizione ribadisce il ri-
ferimento al pentacolo e al femminino sacro.»
Pache aggrottò la fronte. «Scusi?»
«Duplicazione. Ripetere un simbolo è il modo più semplice
per rafforzarne il significato. Jacques Saunière si è messo in
una posizione che ribadisce il simbolo della stella a cinque
punte.» "Se un pentacolo è utile allo scopo, due lo sono anco-
ra di più."
Pache passò lo sguardo sulle cinque punte del corpo di Sau-
nière - braccia, gambe e testa - e si ravviò i capelli. «Analisi
interessante.» Sì interruppe. «E la nudità?» Pronunciò la paro-
la con un lamento; pareva trovare repellente l'idea di un corpo
nudo, maschile, di quell'età. «Perché si è tolto i vestiti?»
"Buona domanda" pensò Langdon. Se l'era chiesto fin dal
primo momento in cui aveva visto la polaroid. La sua sola
ipotesi era che un corpo umano nudo fosse un'ulteriore allu-
sione a Venere, la dea della sessualità. Anche se la cultura mo-
derna aveva cancellato gran parte dei collegamenti tra Venere
e l'unione fisica tra maschio e femmina, l'etimologia scorgeva
ancora un residuo del significato originale di Venere nella pa-
rola "venereo". Langdon decise di lasciar perdere. «Capitano
Pache, è ovvio che non posso dirle perché il signor Saunière
abbia disegnato quel simbolo sul proprio corpo o perché abbia
assunto questa posizione, ma posso assicurarle che un uomo
come Jacques Saunière avrebbe considerato il pentacolo come
un segno della divinità femminile. La correlazione tra questo
simbolo e il femminino sacro è ben nota agli storici dell'arte e
agli studiosi di simbologia.»
«Bene. E perché ha usato come inchiostro il suo sangue?»
«Ovviamente, non aveva altro con cui tracciarlo.»
Pache tacque per un istante. «In realtà, credo che si sia ser-
vito del sangue perché la polizia seguisse certe procedure di
medicina legale.»
«Scusi?»
«Guardi la mano sinistra.»
Langdon passò lo sguardo sul braccio bianco del cadavere,
fino alla mano, ma non vide nulla. Si avvicinò e si inginoc-
chiò, e allora notò con sorpresa che Saunière stringeva tra le
dita un grosso pennarello.
«Saunière lo aveva in mano quando lo abbiamo trovato»
spiegò Pache, spostandosi di alcuni metri fino a un tavolino
pieghevole, coperto di strumenti investigativi, cavi elettrici e
apparecchiature elettroniche. «Come le dicevo» continuò, fru-
gando tra gli oggetti sul tavolino «non abbiamo toccato nulla.
Conosce questo tipo di penna?»
Langdon si abbassò per leggere l'etichetta del pennarello.
Stylo de lumiere noire.
Sollevò la testa, sorpreso.
Il pennarello a luce nera o penna "a filigrana impiega un
particolare tipo di inchiostro che permette a restauratori, ad-
detti dei musei e poliziotti di tracciare segni invisibili sugli og-
getti: un inchiostro fluorescente, con un diluente non corrosi-
vo a base di alcol, che risulta visibile solo ai raggi ultravioletti,
o luce néra. Il personale dei musei vi ricorre nelle ispezioni
quotidiane per collocare segni invisibili sulle cornici dei di-
pinti da restaurare.
Mentre Langdon si alzava, Pache raggiunse il faretto e lo
spense. La galleria piombò nell'oscurità.
Momentaneamente cieco, lo studioso provò un senso di pa-
nico. Poi scorse la figura di Pache, illuminata da una luce ros-
so violacea. Si avvicinava reggendo in mano una lampada
portatile che lo avvolgeva in quell'alone viola.
«Come lei forse sa» spiegò il capitano «la polizia usa l'illu-
minazione a luce nera per cercare nella scena del crimine il
sangue e le altre tracce utili alla medicina legale. Perciò può
immaginare la nostra sorpresa quando...» Bruscamente, puntò
la luce sul cadavere.
Langdon abbassò lo sguardo e trasalì per lo shock.
Con il cuore che accelerava i battiti, osservò lo strano mes-
saggio che adesso era comparso sul pavimento. Scritte in ca-
ratteri luminescenti, le ultime parole del curatore si leggevano
nitidamente vicino al corpo. E a mano a mano che leggeva la
scritta di colore rosso brillante, Langdon sentì addensarsi la
nebbia che, nel suo cervello, avvolgeva quell'intera notte.
Lesse di nuovo il messaggio e fissò Pache. «Che diavolo si-
gnifica?»
Alla luce della lampada, gli occhi di Pache che lo fissavano
erano bianchi come quelli di un morto. «Questa, signore» dis-
se il capitano «è esattamente la domanda a cui lei deve rispon-
dere.»
Non molto lontano, nell'ufficio di Saunière, il tenente Col-
let, che nel frattempo era tornato al Louvre, controllava un ra-
dioregistratore posato sull'enorme scrivania del curatore. A
eccezione dello strano modellino - simile a un robot - di un
cavaliere medievale che lo fissava dall'angolo della scrivania,
Collet era solo. Regolò il volume delle cuffie e controllò che il
segnale registrato dall'hard disk fosse abbastanza forte. Tutto
era regolare. I microfoni funzionavano perfettamente e il se-
gnale era chiaro.
"Il momento della verità" pensò.
Sorridendo, chiuse gli occhi e si preparò a godersi il resto
della conversazione che veniva registrata all'interno della
Grande Galleria.
7.
La modesta abitazione del custode, all'interno della chiesa di
Saint-Sulpice, era collocata al primo piano della chiesa stessa,
a sinistra della balconata del coro. Era un alloggio di due stan-
ze con il pavimento di pietra e l'arredamento ridotto al mini-
mo; da più di dieci anni ospitava sorella Sandrine Bieil. La sua
residenza ufficiale era il vicino convento, se qualcuno fosse
venuto a cercarla, ma lei preferiva la tranquillità della chiesa e
si era pian piano allestita un comodo alloggio con un letto, il
telefono e un fornello per cucinare.
Nella sua veste di conservatrice d'affaires della chiesa, sorella
Sandrine era responsabile di tutti gli aspetti non religiosi del
funzionamento di Saint-Sulpice: la manutenzione generale,
l'assunzione di personale e di guide, la sorveglianza dell'edi-
ficio dopo l'orario di visita, oltre al compito di ordinare i vari
materiali di consumo, tra cui anche il vino e le ostie della co-
munione.
Quella notte dormiva già profondamente quando venne de-
stata dal trillo del telefono. Con uno sbadiglio sollevò il ricevi-
tore. «Seur Sandrine. Eglise Saint-Sulpice.»
«Pronto, sorella» le disse una voce maschile, in francese.
La donna si rizzò a sedere. "Ma che ora è?" Anche se aveva
riconosciuto la voce del suo superiore, in tutti quegli anni non
aveva mai ricevuto una sua telefonata. L'abate era un uomo
profondamente pio che andava a letto subito dopo l'ultima
messa.
«Mi scusi se l'ho svegliata, sorella» disse l'abate. Anch'egli
pareva assonnato e aveva la voce tesa. «Le devo chiedere un
favore. Ho appena ricevuto una telefonata da un influente ve-
scovo americano. Forse ha sentito parlare di lui. Manuel Arin-
garosa.?»
«Il capo dell'Opus Dei?» "Certo che lo conosco, chi non lo
conosce, nella Chiesa?" Negli ultimi anni, la prelatura con-
servatrice di Aringarosa era diventata sempre più potente.
La loro ascesa alla grazia era iniziata con un balzo nel 1982,
quando papa Giovanni Paolo II li aveva improvvisamente in-
nalzati a "prelatura personale del papa", dando così l'appro-
vazione ufficiale a tutte le loro pratiche. Curiosamente, l'a-
vanzamento dell'Opus Dei era avvenuto lo stesso anno in
cui, a quanto si diceva, la ricca associazione aveva trasferito
quasi un miliardo di dollari all'Istituto vaticano per le opere
di religione - lo IOR, comunemente noto come la Banca del
Vaticano - evitandogli così un'imbarazzante bancarotta. Con
una seconda manovra che aveva fatto sollevare molte so-
pracciglia, il papa aveva messo il fondatore dell'Opus Dei sul
"binario veloce" della santificazione, accelerando in questo
modo le procedure per la nomina a santo e riducendole, da
un periodo nell'ordine di un secolo a una semplice ventina di
anni. Sorella Sandrine non poteva fare a meno di pensare che
le buone grazie di cui godeva a Roma l'Opus Dei fossero al-
quanto sospette, ma le decisioni della Santa Sede non si di-
scutono.
«Il vescovo Aringarosa mi ha telefonato per chiedermi un
favore» le disse l'abate, in tono piuttosto nervoso. «Uno dei
suoi numerari, i residenti fissi dell'associazione, è a Parigi
questa notte...»
Più ascoltava la strana richiesta, più sorella Sandrine senti-
va aumentare la confusione. «Scusi, ma lei dice che questo nu-
merario dell'Opus Dei in visita non può aspettare fino a do-
mattina?»
«Temo di no. Il suo aeroplano parte molto presto. Ha sem-
pre sognato di poter vedere Saint-Sulpice.»
«Ma la chiesa è molto più interessante di giorno, con i raggi
del sole che penetrano attraverso l'oculus, la gradazione delle
ombre sullo gnomone; sono queste cose a rendere unica Saint-
Sulpice.»
«Sorella, sono d'accordo con lei, ma lo riterrei un favore
personale se potesse farlo entrare questa notte. Potrà essere
laggiù all'una... vale a dire tra venti minuti.»
Sorella Sandrine aggrottò la fronte. «Naturalmente. Sarà
mio piacere accoglierlo.»
L'abate la ringraziò e chiuse la comunicazione.
Perplessa, sorella Sandrine rimase per un momento a go-
dersi il calore del letto, cercando di allontanare dal cervello i
veli del sonno. A sessantanni faticava ad alzarsi così all'im-
provviso, anche se la telefonata di quella notte l'aveva certa-
mente scossa. L'Opus Dei aveva sempre destato in lei una
profonda inquietudine. Oltre al fatto che la prelatura pratica-
va l'arcano rituale della mortificazione corporale, il suo modo
di considerare le donne era medievale, se non peggiore. Era
stata sfavorevolmente colpita dalla notizia che i numerarli di
sesso femminile erano costretti a pulire la zona degli uomini,
senza alcuna ricompensa, mentre questi erano a messa; le
donne dormivano in terra mentre gli uomini avevano mate-
rassi e brandine; inoltre, erano sottoposte a ulteriori richieste
di mortificazione personale, come punizione per il peccato
originale. Pareva che il boccone del frutto della conoscenza as-
saggiato da Èva fosse un debito che le donne dovevano espia-
re per l'eternità. Tristemente, proprio mentre la Chiesa cattoli-
ca si muoveva per gradi nella giusta direzione per ciò che
riguardava i diritti delle donne, l'Opus Dei minacciava di can-
cellare i pochi progressi. Comunque, sorella Sandrine aveva
ricevuto un ordine e doveva obbedire.
Posò i piedi a terra e si alzò lentamente; il pavimento sotto
le piante nude era gelido e per tutto il corpo le corse un brivi-
do, accompagnato da un'imprevista apprensione.
"Intuizione femminile?"
In quanto seguace di Dio, sorella Sandrine aveva imparato
a trovare la pace nella voce tranquillizzante della propria ani-
ma. Quella notte, però, la voce dell'anima era silenziosa come
la chiesa vuota che le stava intorno.8.
Langdon non riusciva a staccare lo sguardo dalle lettere rosse
fosforescenti tracciate sul pavimento. L'ultima comunicazione
di Jacques Saunière era il più improbabile messaggio d'addio
che lo studioso potesse immaginare.
Il messaggio diceva:
13-3-2-21-1-1-8-5
O, Draconian devii!
Oh, lame saint!
Anche se Langdon non aveva la minima idea del significa-
to, comprese perché Pache avesse pensato al pentacolo come a
qualcosa di legato al culto del diavolo.
"O, Draconian devii!" O, diavolo draconiano!
Saunière aveva effettivamente lasciato un riferimento al
diavolo. Altrettanto bizzarra era la serie di numeri. «In parte
sembra un cifrario numerico.»
«Sì» disse Pache. «I nostri crittologi stanno già lavorando su
quei numeri. Crediamo che siano la chiave per portarci a chi
lo ha ucciso. Forse una telefonata o qualche tipo di codice di
riconoscimento. I numeri hanno qualche significato simbolico
per lei?»
Langdon guardò di nuovo quelle cifre e la sua impressione
fu che gli sarebbero occorse parecchie ore per cavarne qualche
significato simbolico. "Sempre che Saunière ve ne abbia inse-
rito qualcuno." Al suo occhio i numeri parevano disposti com-
pletamente a caso. Era abituato a successioni simboliche che
avevano una qualche apparenza di senso, ma tutti quegli ele-
menti - il pentacolo, il testo, i numeri - parevano scelti com-
pletamente a casaccio.
«Lei sosteneva in precedenza» riprese Pache «che le azioni
compiute da Saunière prima di morire avevano lo scopo di
trasmettere qualche sorta di messaggio. Il culto della dea o
qualcosa del genere. Come vi si inserisce questo messaggio?»
Langdon sapeva che si trattava di una domanda retorica.
Quel bizzarro messaggio, ovviamente, non aveva alcun rap-
porto con lo scenario immaginato da lui e relativo al culto del-
la dea.
"O, Draconian devii? Oh, lame saint?" Oh diavolo draconia-
no? Oh santo zoppicante?
Pache osservò: «Questo testo sembrerebbe un'accusa di
qualche tipo, non è d'accordo?».
Langdon cercò di immaginare gli ultimi minuti del curatore
intrappolato nella Grande Galleria, con la coscienza di dover
morire. Pareva logico. «Un'accusa contro l'assassino avrebbe
senso, mi pare.»
«Il mio compito, naturalmente, è di dare un nome a quella
persona. Mi permetta di chiederle una cosa, signor Langdon.
Secondo lei, a parte i numeri, qual è l'aspetto più strano del
messaggio?»
"L'aspetto più strano?" Un uomo in punto di morte si era
chiuso nella galleria, si era disegnato un pentacolo sulla pan-
cia e aveva scritto sul pavimento una misteriosa accusa. Fa-
che avrebbe fatto più in fretta a chiedergli che cosa non era
strano in tutta quella situazione. «La parola "draconiano"?»
azzardò, dicendo la prima cosa che gli veniva in mente.
Langdon era abbastanza certo che un riferimento a Dracene,
lo spietato politico greco del settimo secolo prima di Cristo,
fosse un pensiero alquanto improbabile per un uomo in pun-
to di morte. «"Diavolo draconiano" mi pare una strana scelta
di parole.»
«Draconiano?» ripetè Pache, in tono visibilmente seccato.
«Non mi sembra che la stranezza principale, qui, stia nelle
singole parole scelte da Saunière.»
Langdon non capiva che cosa Pache avesse in mente, ma co-
minciava a pensare che lui e Dracene condividessero molte
idee.
«Saumière era un francese» disse Pache. «Abitava a Parigi.
Eppure, dovendo scrivere il messaggio...»
«L'ha scritto in inglese» terminò lo studioso, che solo ora ca-
piva che cosa intendesse dire il capitano.
Pache annuì. «Précisément. Qualche idea del motivo?»
Langdon sapeva che Saunière parlava un inglese impecca-
bile; tuttavia, neanche lui riusciva a capire il motivo di quella
scelta. Si strinse nelle spalle.
Pache indicò di nuovo il pentacolo sull'addome di Saunière.
«Niente a che vedere con il culto del diavolo? Ne è sempre si-
curo?»
Langdon non era più sicuro di nulla. «Simboli e testo non
mi paiono corrispondere. Mi spiace di non poterle essere di
molto aiuto.»
«Forse questo potrà offrirle qualche chiarimento.» Pache in-
dietreggiò e sollevò la lampada a luce nera illuminando un'a-
rea più vasta. «E adesso?»
Con stupore di Langdon comparve attorno al corpo del cu-
ratore un cerchio approssimativo. A quanto pareva, Saunière
si era disteso sul pavimento e aveva tracciato alcuni lunghi ar-
chi attorno a sé, col risultato di inscrivere il proprio corpo al-
l'interno di un cerchio.
In un istante, il significato divenne chiaro.
«L'Uomo vitruviano» mormorò lo studioso. Saunière aveva
ricreato una copia formato naturale del più famoso disegno di
Leonardo da Vinci.
Ritenuto il più corretto disegno anatomico della sua epo-
ca, l'Uomo vitruviano era diventato una delle moderne icone
della cultura e veniva stampato su manifesti, copertine di li-
bri e T-shirt in tutto il mondo. Il famoso disegno era costitui-
to di un cerchio perfetto con inscritto un corpo nudo maschi-
le, le braccia tese lateralmente e le gambe divaricate.
"Leonardo da Vinci." Langdon sentì un brivido di stupore.
Adesso le intenzioni di Saunière erano perfettamente chiare.
Nei suoi ultimi istanti di vita, il curatore si era spogliato e si
era posizionato in modo da costituire una chiara riproduzione
dell'Uomo vitruviano.
Il cerchio era l'elemento cruciale che gli era mancato fino a
quel momento. Simbolo femminile di protezione, il cerchio at-
torno al corpo nudo dell'uomo completava il messaggio di
Leonardo, l'armonia di maschio e femmina. A quel punto,
però, la domanda era: perché Saunière aveva voluto imitare
un disegno famoso?
«Signor Langdon» disse Pache «certamente un uomo come
lei non ignora che Leonardo da Vinci aveva una propensione
per le arti più tenebrose.»
Langdon non si aspettava che Pache conoscesse così bene
Leonardo, ma l'osservazione contribuiva a spiegare i sospetti
del capitano sul culto del diavolo. Leonardo da Vinci era sem-
pre stato un argomento imbarazzante per gli storici, soprat-
tutto quelli di tradizione cristiana. Nonostante il suo genio vi-
sionario, era un omosessuale dichiarato e un adoratore del
divino ordine della natura, due caratteristiche che lo poneva-
no costantemente in stato di peccato contro Dio. Inoltre, le biz-
zarrie dell'artista proiettavano su di lui un'aura chiaramente
demoniaca: Leonardo esumava i cadaveri per studiare l'ana-
tomia umana; teneva misteriosi diari scritti in calligrafia in-
vertita che risultavano illeggibili; credeva di possedere il pote-
re alchemico di trasformare il piombo in oro e anche di poter
ingannare Dio creando un elisir che allontanava la morte;
inoltre, le sue invenzioni comprendevano orrendi, mai prima
immaginati, strumenti di guerra e di tortura.
"L'ignoranza genera diffidenza" pensò Langdon.
Anche la grande produzione di capolavori d'arte di argo-
mento religioso aveva finito soltanto per alimentare la reputa-
zione di ipocrisia spirituale dell'artista. Accettando centinaia di
ricche commissioni da parte della Chiesa, Leonardo dipingeva i
suoi soggetti cristiani non per manifestare la propria fede, ma
per motivi puramente venali: erano il mezzo che gli permetteva
di condurre una vita dispendiosa. Purtroppo Leonardo era uno
spirito bizzarro che spesso si divertiva a mordere la mano che lo
alimentava. In molti dei suoi quadri cristiani aveva inserito
simbolismi nascosti che non. erano affatto cristiani, come tribu-
to alle proprie convinzioni e come sottile presa in giro della
Chiesa. Langdon aveva persino tenuto una conferenza, alla Na-
tional Gallery di Londra, sull'argomento: "La vita segreta di
Leonardo: simbolismo pagano nell'arte cristiana".
«Comprendo la sua preoccupazione» rispose quindi «ma
Leonardo da Vinci non ha mai realmente praticato la magia
nera. Era un uomo di elevatissima spiritualità, anche se era in
costante conflitto con la Chiesa.» Nel dirlo, una strana idea gli
passò per la mente. Diede un'altra occhiata alla scritta sul pa-
vimento. "O, Draconian devii! Oh, lame saintl"
«Sì?» chiese Pache.
Langdon soppesò attentamente le parole. «Pensavo che
Saunière condivideva con Leonardo gran parte delle ideologie
spirituali, compresa la preoccupazione perché la Chiesa ha
eliminato il femminino sacro dalla religione moderna. Forse,
imitando un famoso disegno di Leonardo da Vinci, Saunière vo-
leva semplicemente dare eco alla loro comune frustrazione per
la demonizzazione della dea da parte della Chiesa moderna.»
Pache socchiuse gli occhi. «Pensa che Saunière abbia voluto
chiamare la Chiesa un santo zoppicante e un diavolo draco-
niano?»
A Langdon parve una conclusione un po' azzardata, ma il
pentacolo pareva avallare in un certo modo quella conclusione.
«Dico solo che il signor Saunière ha dedicato la vita a studiare
la storia della dea e chi si è dato maggiormente da fare per can-
cellare quella storia è la Chiesa cattolica. Può darsi che Sauniè-
re, nel suo addio, abbia voluto esprimere la sua delusione.»
«Delusione?» chiese Pache, in tono decisamente ostile.
«Questo messaggio suona più incollerito che deluso, non le
pare?»
Langdon aveva ormai dato fondo a tutta la sua pazienza.
«Capitano, lei mi ha chiesto le mie impressioni su quello che
Saunière ha voluto dire, e io gliele ho dette.»
«Lei sostiene dunque che questa è un'accusa contro la Chie-
sa?» chiese Pache, parlando a denti stretti. «Signor Langdon,
nel mio lavoro ho visto un mucchio di morti e lasci che le dica
una cosa. Quando un uomo è assassinato da un altro uomo,
non credo che i suoi ultimi pensieri lo portino a scrivere mi-
steriose affermazioni spirituali che nessuno è in grado di capi-
re. Per rne, pensa solo a una cosa.» Il sussurro di Pache parve
tagliare l'aria. «La vengeance. Pensa solo alla vendetta. Credo
che Saunière abbia scritto questo messaggio per indicarci il
suo assassino.»
Langdon lo fissò. «Ma tutto ciò non ha senso.»
«No?»
«No» ripetè, stanco e frustrato. «Mi ha detto che Saunière è
stato assalito nel suo ufficio da una persona che, a quanto pa-
re, lui aveva invitato a entrare.»
«Sì.»
«Perciò pare ragionevole concludere che il curatore cono-
scesse il suo aggressore.»
Pache annuì. «Vada avanti.»
«Perciò, se Saunière conosceva la persona che l'ha ucciso,
che razza di indizio è questo?» Indicò il pavimento. «Codici
numerici? Santi azzoppati? Diavoli draconiani? Pentacoli sul-
lo stomaco? È troppo enigmatico.»
Pache aggrottò la fronte come se l'idea non gli fosse mai af-
fiorata alla mente. «Non so come darle torto.»
«Considerate le circostanze» continuò lo studioso «penserei
che se Saunière avesse voluto far sapere chi l'ha ucciso, non
avrebbe scritto questi indovinelli, ma il nome dell'assassino.»
Mentre Langdon parlava, un sorriso di soddisfazione com-
parve sulle labbra di Pache, per la prima volta in quella notte.
«Precisemene disse il capitano. «Précisément.»
"Sto assistendo al lavoro di un maestro" pensava il tenente
Collet mentre regolava le manopole del radioregistratore e
ascoltava la voce di Pache che gli giungeva dagli auricolari.
L'agent supérieur sapeva che erano stati momenti come quello
a portare il capitano in cima alla polizia francese. "Pache è ca-
pace di riuscire dove nessuno oserebbe avventurarsi."
L'arte delicata del cajoler, del lusingare gli indiziati per farli
confessare, si era perduta nel moderno esercizio della legge, per-
ché richiedeva un'eccezionale calma in momenti di grande pres-
sione. Pochi possedevano il sangue freddo necessario per quel
tipo di operazione, ma Pache sembrava nato per essa. La sua cal-
ma e la sua pazienza sembravano quelle di una macchina.
La sola emozione mostrata da Pache quella notte pareva limi-
tarsi a una decisa risolutezza, come se quell'arresto fosse qual-
cosa di personale per lui. Le istruzioni date da Pache ai suoi
agenti, un'ora prima, erano state stranamente brevi e perento-
rie. "So chi ha ucciso Jacques Saunière" aveva detto Pache. "Sa-
pete cosa fare, questa notte non dovranno esserci errori."
E fino a quel momento non ce n'erano stati.
Collet non conosceva ancora la prova che aveva convinto
Pache della colpevolezza del suo indiziato, ma non intendeva
certamente mettere in dubbio gli istinti del Toro. A volte il se-
sto senso di Pache sembrava quasi sovrannaturale. "Dio gli
parla all'orecchio" aveva detto un agente, dopo un'impressio-
nante dimostrazione delle doti istintive del capitano. E Collet
doveva ammettere che se Dio esisteva davvero, Bezu Pache
doveva essere nella lista dei suoi benemeriti. Il capitano si ac-
costava alla messa e alla comunione con una zelante assiduità
che andava ben oltre la consueta osservanza della funzione
domenicale, praticata dagli altri agenti per mantenere buone
relazioni con la comunità. Quando il papa era stato in visita a
Parigi, qualche anno prima, Pache aveva usato tutto il suo
ascendente per ottenere un'udienza. Una foto di Pache con il
papa era adesso appesa nel suo ufficio. Gli agenti, tra di loro/
la chiamavano "il Toro papale".
Collet trovava bizzarro che una delle rare dichiarazioni
pubbliche di Pache degli ultimi anni fosse stata la sua imme-
diata reazione alle notizie dello scandalo per gli episodi di pe-
dofilia nell'ambiente della Chiesa. "Quei preti dovrebbero es-
sere impiccati due volte" aveva dichiarato Pache. "Una per i
loro crimini contro i bambini, e un'altra per avere infangato il
buon nome della Chiesa cattolica." Collet aveva l'impressione
che la seconda ragione fosse quella che destava maggiormen-
te la collera del suo superiore.
Tornò a osservare il computer portatile per occuparsi del
suo secondo incarico di quella notte: il sistema satellitare di
localizzazione. L'immagine sullo schermo mostrava la pianti-
na dell'ala Denon, uno schema digitale che si era fatto dare
dalla sicurezza del Louvre. Seguendo il labirinto di corridoi e
di sale, Collet trovò facilmente ciò che cercava. Nel cuore della
Grande Galleria ammiccava una minuscola luce rossa.
La marque.
Pache teneva la preda con un guinzaglio molto corto, quella
notte, e faceva bene, perché Robert Langdon si era dimostrato
un osso molto duro.9.
Per assicurarsi che la sua conversazione con Langdon non ve-
nisse interrotta, Bezu Pache aveva spento il telefono cellulare.
Purtroppo, però, era un costoso modello con incorporata una
radio trasmittente e ricevente, che ora, contrariamente ai suoi
ordini, veniva usata da uno dei suoi agenti per mettersi in
contatto con lui.
«Capitano?» La trasmissione crepitava come quella di un
walkie-talkie.
Pache digrignò i denti per la collera. Non immaginava nulla
di così importante da potere indurre Collet a interrompere la
sua surveilìance cachée, specialmente in quel momento critico.
Si rivolse a Langdon con uno sguardo di scusa. «Un mo-
mento, per favore.» Prese dalla cintura il telefono e premette il
pulsante per la trasmissione radio. «Qui?»
«Capitano, un agent du Département de Criptologie est arrivé.»
Per un attimo Pache scordò la collera. "Un crittologo?" No-
nostante il momento infelice, era probabilmente una buona no-
tizia. Pache, dopo avere scoperto la misteriosa scritta sul pavi-
mento, aveva scaricato le fotografie dell'intera scena del delitto
nel computer del dipartimento di Crittologia, nella speranza
che qualcuno gli spiegasse che cosa aveva voluto dire Sauniè-
re. Se un decifratore di codici era arrivato, probabilmente si-
gnificava che avevano decifrato il messaggio di Saunière.
«Al momento sono occupato» trasmise Pache, e il suo tono
di voce faceva chiaramente intendere che il suo interlocutore
non avrebbe dovuto chiamarlo. «Di' al crittologo di aspettare
nello studio di Saunière. Parlerò con lui quando avrò finito.»
«Con lei» precisò Collet «È l'agente Neveu.»
L'irritazione di Pache si accrebbe ancor di più. Sophie Ne-
veu, una giovane déchiffreuse parigina che aveva studiato crit-
tulogia in Inghilterra alla Royal Holloway, era uno dei peggio-
ri errori della polizia di Parigi. Era stata appiccicata a Pache
due anni prima come parte di un tentativo, voluto dal mini-
stro, di inserire più donne nelle forze di polizia. Ma l'escursio-
ne del ministro nel politicamente corretto, pensava Pache, in-
deboliva il dipartimento. Alle donne non solo mancava
l'energia fisica necessaria per il lavoro di polizia, ma la loro
sola presenza costituiva una pericolosa distrazione per gli uo-
mini in servizio. Come Pache aveva temuto, Sophie Neveu si
dimostrava una disturbatrice assai peggiore delle altre.
A trentadue anni, aveva una decisione che sfiorava l'ostina-
/.ione. La sua appassionata difesa delle nuove metodologie
crittografiche esasperava i vecchi crittologi francesi suoi supe-
riori. E, cosa che preoccupava maggiormente Pache, c'era il
fatto che, in un ufficio di uomini di mezza età, una donna gio-
vane e attraente distraeva sempre dal lavoro.
Dalla radio, Collet continuò: «L'agente Neveu ha insistito
per parlarle immediatamente, capitano. Ho cercato di fermar-
la, ma è entrata nella galleria».
Pache fece un passo indietro, incredulo. «È inaccettabile!
Avevo detto chiaramente di...»
Per un momento, Robert Langdon pensò che Bezu Pache
avesse un infarto. Il capitano era a metà di una frase quando
la sua mascella si fermò bruscamente e gli occhi gli si dilataro-
no. Il suo sguardo tagliente era fisso su qualcosa dietro le
spalle di Langdon. Prima che lo studioso potesse voltarsi, da
dietro di lui si udì una voce di donna.
«Excusez-moi, messieurs.»
Langdon si voltò e vide una giovane donna che si avvicina-
va. Si muoveva verso di loro, lungo la galleria, a passi lunghi
e sicuri. Indossava un golf chiaro, lungo fin quasi al ginocchio,
e calzoni neri, era molto attraente e dimostrava una trentina
d'anni. I folti capelli rosso castano, dal taglio irregolare, le ri-
cadevano sino alle spalle. Diversamente dalle bionde pallide
che incontrava a Harvard, quella donna possedeva una bel-
lezza che trasmetteva un senso di salute e di genuinità e una
forte dose di sicurezza.
Con stupore dì Langdon, la donna si rivolse a lui e gli tese
la mano. «Monsieur Langdon, sono l'agente Neveu del dipar-
timento di Crittologia della polizia giudiziaria.» Il tono era
cordiale; parlava inglese con un leggero accento francese.
«Lieta di fare la sua conoscenza.»
Langdon le strinse la mano e incrociò lo sguardo con il suo.
Aveva gli occhi verde scuro, vivaci e chiari.
Pache trasse lentamente il fiato, come se si preparasse a re-
darguirla.
«Capitano» disse lei, voltandosi verso Pache e precedendo-
lo «scusi l'interruzione, ma...»
«Ce n'est pas le momenti» sbuffò Pache.
«Ho cercato di telefonarle» proseguì Sophie in inglese, co-
me per riguardo nei confronti di Langdon. «Ma il suo telefono
era spento.»
«L'ho spento per un buon motivo» disse Pache, soffiando
come un gatto. «Stavo parlando col signor Langdon.»
«Ho decifrato il codice numerico» disse lei, senza altri
preamboli.
Langdon provò un senso di eccitazione. "Ha decifrato il co-
dice?"
Pache rimase senza parole per la sorpresa.
«Prima di spiegarlo» disse Sophie «ho però un messaggio
urgente per il signor Langdon.»
Pache la guardò con apprensione. «Per il signor Langdon?»
La donna annuì e tornò a voltarsi verso lo studioso. «Deve
mettersi in contatto con l'ambasciata americana, signor Lang-
don. Hanno un messaggio per lei, proveniente dagli Stati
Uniti.»
Langdon la guardò con sorpresa; il suo interesse per il codi-
ce venne improvvisamente travolto da un'ondata di preoccu-
pazione. "Un messaggio dagli Stati Uniti?" Cercò di immagi-
nare chi potesse essere. Solo un limitato numero di suoi
colleghi sapeva che lui era a Parigi.
Pache aveva aggrottato la fronte. «L'ambasciata america-
na?» chiese, in tono sospettoso. «Come potevano sapere che il
signor Langdon è qui?»
Sophie si strinse nelle spalle. «A quanto pare, l'hanno cerca-
to all'albergo e il portiere ha detto loro che era uscito con un
agente della polizia giudiziaria.»
Pache aveva ancora dubbi. «E l'ambasciata ha telefonato al
dipartimento di Crittologia?»
«No, signore» rispose Sophie con voce ferma. «Quando ho
chiesto al nostro centralino di mettersi in contatto con lei, mi
hanno riferito che c'era un messaggio per il signor Langdon e
mi hanno chiesto di informarlo se fossi riuscita a mettermi in
comunicazione.»
Pache sembrava leggermente confuso; fece per dire qualco-
sa, ma Sophie stava già parlando con l'americano.
«Signor Langdon» gli disse, estraendo di tasca un foglietto
«ecco il numero del servizio messaggi della vostra ambascia-
ta. Chiedevano di telefonare non appena possibile.» Gli diede
il foglietto, con grande serietà. «Mentre spiego il codice al ca-
pitano Pache, lei deve telefonare.»
Langdon osservò il foglio. C'erano un numero di telefono
di Parigi e un interno. «Grazie» disse, preoccupato. «Dove tro-
vo un telefono?»
Sophie stava già prendendo un cellulare dalla tasca del golf,
ma Pache la fermò. Aveva l'aspetto del Vesuvio pronto a
esplodere. Senza staccare gli occhi da Sophie, prese il proprio
cellulare e lo porse allo studioso. «Questa linea è sicura, si-
gnor Langdon. Può usare questo apparecchio.»
Langdon non capiva perché Pache fosse tanto irritato con la
giovane donna. A disagio, prese il telefono del capitano. Pache
si allontanò immediatamente di alcuni passi con Sophie e co-
minciò a rimproverarla a bassa voce. Ormai, Langdon prova-
va una vera antipatia per il capitano. Si voltò dall'altra parte e
accese il cellulare. Aprì il foglio che Sophie gli aveva dato e
compose il numero.
Dall'altra parte della comunicazione, il telefono cominciò a
squillare.
Uno squillo... due squilli... tre squilli...
Alla fine ebbe la comunicazione.
Langdon si aspettava di sentire il centralino dell'ambascia-
ta, ma gli rispose una segreteria. Stranamente, la voce regi-
strata gli era familiare: era quella di Sophie Neveu.
«Bonjour, vous étes bien chez Sophie Neveu» disse la voce regi-
strata. «Je suis absente pour le moment, mais...»
Confuso, Langdon si voltò verso Sophie. «Scusi, signorina
Neveu, ma temo che lei mi abbia dato il...»
«No, il numero è quello» lo interruppe subito Sophie, come
se già si aspettasse quel commento. «L'ambasciata ha una
messaggeria automatica. Deve comporre il numero interno
per ascoltare il messaggio.»
Langdon la guardò senza capire. «Ma...»
«Sono i tre numeri scritti sul foglio.»
Langdon fece per dire qualcosa sullo strano errore, ma la
donna gli lanciò un'occhiata che intimava: "Non faccia do-
mande. Componga quei numeri".
Ancora confuso, Langdon compose i tre numeri scritti sul
foglio: 4-5-4.
Il messaggio precedente si interruppe e una voce elettronica
disse in francese: «La segreteria ha un nuovo messaggio».
A quanto pareva, 4-5-4 era il codice per ascoltare i messaggi
registrati dell'agente Neveu quando era fuori casa.
"Che cosa sto facendo? Ascolto i messaggi privati di quella
donna?" Langdon sentiva soltanto il fruscio del nastro che si
riavvolgeva. Finalmente si fermò e iniziò il messaggio. Anche
questa volta era la voce di Sophie.
«Signor Langdon» diceva la donna, a bassa voce e in tono
allarmato. «Non reagisca in alcun modo a questo messaggio.
Ascolti con calma. In questo momento lei è in pericolo, segua
attentamente le mie istruzioni.»
Cordiali saluti.
Cioffi cavalier Michele.
E-mail:
michele...@gsmboy.it
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