il codice da vinci

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CIOFFI CAVALIER MICHELE

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May 19, 2006, 1:35:44 AM5/19/06
to incensurati yahoogoogle
OMNIBUS.
Dan Brown
IL CODICE DA VINCI.
Traduzione di Riccardo Valla.
MONDADORI.
Questo libro è un'opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono inven-
zioni dell'autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione.
Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o defunte, è assoluta-
mente casuale.
http:/ /www.danbrown.com
http: / /www.librimondadori.it
COPYRIGHT 2003 BY DAN BROWN
© 2003 ARNOLDO MONDADORI EDITORE S.P.A., MILANO.
TITOLO DELL'OPERA ORIGINALE:
THE DA VINCI CODE.
pprima EDIZIONE NOVEMBRE 2003.
XXXVII EDIZIONE NOVEMBRE 2004.

1.
Robert Langdon riprese coscienza lentamente. Un telefono
squillava nell'oscurità, uno scampanellìo acuto. Un suono che
non gli era familiare. Cercò a tastoni la lampada sul comodino
e la accese. Sollevando le palpebre ancora gonfie per il sonno,
si guardò attorno e scorse una ricca camera da letto in stile,
con mobili Luigi XVI, pareti affrescate e un colossale letto in
mogano col baldacchino.
"Dove diavolo sono finito?"
L'accappatoio in tessuto jacquard appeso a una delle colon-
ne portava lo stemma Hotel Ritz Paris.
Pian piano, la nebbia cominciò ad allontanarsi dal suo cer-
vello. Langdon sollevò il ricevitore. «Pronto?»
«Monsieur Langdon?» chiese un uomo. «Spero di non aver-
la svegliata.»
Con la mente ancora confusa dal sonno, Langdon lanciò
un'occhiata alla sveglia sul comodino. Mezzanotte e trenta-
due. Si era addormentato meno di un'ora prima, ma si sentiva
come un'anima ritornata dal regno dei morti.
«Qui è la portineria, Monsieur. Mi scusi il disturbo, c'è una
persona che chiede di lei. Insiste che è urgente.»
Langdon faticava ancora a connettere. "Una persona?" Lesse
oziosamente la scritta su un cartoncino posato sul comodino.
L'Università Americana di Parigi
è lieta di presentare una serata con
Robert Langdon
Professore Di Simbologia Religiosa, Harvard University
Langdon gemette tra sé. La sua conferenza - una proiezio-
ne di diapositive sulla simbologia pagana nascosta nelle pie-
tre della Cattedrale di Chartres - doveva avere arruffato il pe-
lo a qualche ascoltatore fondamentalista. Probabilmente uno
studioso di religioni l'aveva seguito fino all'albergo per insul-
tarlo.
«Mi dispiace» disse Langdon «ma sono stanco e...»
«Mais, monsieur» insistette il portiere abbassando il tono di
voce e sussurrando in fretta: «Il suo visitatore è una persona
importante».
Langdon non ne dubitava. I suoi libri sull'arte religiosa e
sulla simbologia del culto lo avevano reso, a dispetto delle sue
intenzioni, una celebrità nel mondo dell'arte; inoltre, l'anno
precedente, la sua visibilità si era moltipllcata per cento a cau-
sa del suo coinvolgimento in un incidente avvenuto nel Vati-
cano, a cui era stata data un'amplissima pubblicità. Da allora
il flusso di storici convinti della propria importanza e di ma-
niaci dell'arte che suonavano alla sua porta non si era più ar-
restato.
«Per favore, mi può usare la gentilezza» rispose Langdon, il
quale faticava a non lanciargli qualche improperio «di farsi la-
sciare il nome e il numero di telefono di questa persona, e dì
dirle che farò del mio meglio per chiamarla prima di lasciare
Parigi, martedì prossimo? Grazie.» E riagganciò, prima che il
portiere potesse protestare.
Seduto sul letto, Langdon guardò con ira la guida dell'al-
bergo, appoggiata sul comodino. La copertina vantava: dor-
mire come un bambino nella città delle luci. Buon sonno al
Ritz Di Parigi. Alzò la testa e fissò lo specchio a parete davanti
a lui. L'uomo che gli ricambiò lo sguardo era un estraneo,
spettinato ed esausto.
"Hai bisogno di una vacanza, Robert"
L'ultimo anno lo aveva stancato moltissimo, ma a Langdon
non piaceva vederne la prova allo specchio. I suoi occhi az-
zurri, di solito acuti e vivaci, erano velati e gonfi. La mascella
forte era coperta dalla barba scura di un giorno e così il men-
to, tagliato verticalmente da una fossetta. Sulle tempie, le stri-
sce grigie si erano allargate, annettendosi nuove aree del suo
cespuglio di capelli scuri e ricciuti. Anche se le colleghe soste-
nevano che il grigio accentuava il suo fascino di studioso,
Langdon non si faceva illusioni.
"Se il Boston Magazine mi vedesse ora."
Il mese precedente, con grande imbarazzo di Langdon, il
"Boston Magazine" lo aveva elencato tra le dieci persone più
affascinanti della città, un discutibile onore che lo aveva reso
oggetto di infinite battute da parte dei colleghi di Harvard.
Quella sera, a cinquemila chilometri da casa, il complimento
era tornato ad assillarlo alla conferenza da lui tenuta.
«Signore e signori» aveva detto la moderatrice, parlando al-
l'aula piena, nel Pavillon Dauphine dell'Università americana
di Parigi «il nostro ospite di questa sera non ha bisogno di
presentazione. È autore di numerosi libri: La simbologia delle
sette segrete, L'arte degli Illuminati, il linguaggio perduto degli
ideogrammi, e quando affermo che ha scritto il testo fondamen-
tale sulla Iconologia della religione intendo questa frase alla let-
tera. Molti di voi usano il suo volume nei loro corsi.»
Gli studenti che facevano parte del pubblico avevano an-
nuito con entusiasmo.
«Avevo pensato di presentarlo ricapitolando il suo impres-
sionante curriculum vitae. Però...» Aveva guardato ironicamen-
te Langdon, che sedeva accanto a lei. «Una persona del pub-
blico mi ha appena passato una presentazione assai più, per
così dire... "seducente".»
E aveva mostrato una copia del "Boston Magazine".
Langdon si era sentito correre un brivido lungo la schiena.
"Dove diavolo è andata a pescarlo?"
La moderatrice aveva cominciato a leggere alcune frasi scel-
te, tratte dall'articolo idiota; Langdon si era sentito sprofonda-
re sempre più nella sedia. Trenta secondi più tardi, la gente ri-
deva e la donna non dava segno di volersi arrestare. «"E il
rifiuto del signor Langdon di parlare in pubblico del suo in-
consueto ruolo nel conclave vaticano dello scorso anno gli ha
fatto certamente guadagnare qualche ulteriore punto nel no-
stro 'affascinometro'".» Come se non bastasse, si era anche
messa a pungolare il pubblico. «Volete saperne di più?»
La folla aveva applaudito.
"Che qualcuno la fermi" aveva supplicato Langdon, mentre
la donna si tuffava nuovamente nell'articolo.
«"Anche se il professor Langdon non ha quella bella pre-
senza palestrita che contraddistingue alcuni dei nostri giova-
ni prescelti, questo accademico quarantenne ha dalla sua il fa-
scino dell'erudito. La sua accattivante presenza è sottolineata
da una voce stranamente bassa e baritonale, che le sue studen-
tesse descrivono come cioccolata per le orecchie".»
L'intera sala era scoppiata a ridere.
Langdon era riuscito a rivolgere al pubblico un sorriso im-
barazzato. Sapeva quel che veniva ora - un commento ridico-
lo su un "Harrison Ford in giacca di Harris Tweed" - e, poiché
quella sera gli era sembrato di potere finalmente indossare
senza pericolo un girocollo Burberry e la giacca di Harris
Tweed, a quel punto aveva deciso di passare all'azione. «Gra-
zie, Monique» aveva detto, alzandosi prima del tempo e co-
stringendola ad allontanarsi dal podio. «Il "Boston Magazine"
è davvero molto abile nelle narrazioni di fantasia.» Fissò il
pubblico e sospirò con imbarazzo. «E se scopro chi ha portato
quel giornale, lo faccio deportare dal consolato americano.»
La folla aveva riso.
«Bene, signori, come tutti sapete, questa sera sono venuto a
parlare del potere dei simboli...»
Il silenzio venne di nuovo interrotto dallo squillo del telefono.
Incredulo, Langdon si lasciò sfuggire un gemito e sollevò il
ricevitore. «Sì?»
Come prevedeva, era di nuovo la portineria. «Signor Lang-
don, mi scusi di nuovo. La chiamo per informarla che il suo
ospite sta salendo. Pensavo che fosse bene avvertirla.»
A quel punto, Langdon era ormai del tutto sveglio. «Ha la-
sciato salire qualcuno nella mia stanza?»
«Le mie scuse, Monsieur, ma un uomo del genere... non ho
l'autorità di fermarlo.»
«Ma chi è, esattamente?»
Il portiere aveva già riattaccato.
Un attimo più tardi, qualcuno bussò rumorosamente alla
porta.
Insicuro sul da farsi, Langdon scese dal letto e sentì le dita
dei piedi infilarsi profondamente nel tappeto savonnerie. Si in-
filò l'accappatoio dell'albergo e si diresse alla porta. «Chi è?»
«Signor Langdon? Devo parlare con lei.» L'uomo aveva un
distinto accento francese, un latrato secco, autorevole. «Sono il
tenente Jéròme Collet. Direction central Police judiciaire.»
Langdon rimase interdetto per qualche istante. "La polizia
giudiziaria?" La sua Direzione centrale era qualcosa di molto
vicino all'FBi americano.
Senza togliere la catena di sicurezza, Langdon socchiuse di
pochi centimetri la porta. La faccia che lo guardava era affilata
e sbiadita. Il tenente Collet era eccezionalmente magro e in-
dossava un'uniforme blu dall'aspetto estremamente serio.
«Posso entrare?» chiese il poliziotto.
Langdon era ancora esitante. I suoi dubbi aumentavano a
mano a mano che gli occhi segnati del tenente lo scrutavano.
«Di cosa si tratta?»
«Il mio capitano richiede la sua consulenza per una questio-
ne privata.»
«Adesso?» cercò di obiettare Langdon. «È mezzanotte pas-
sata.»
«È vero che lei doveva incontrarsi con il curatore del Lou-
vre, questa sera?»
Langdon sentì bruscamente crescere il disagio. Lui e il fa-
moso curatore Jacques Saunière dovevano incontrarsi per be-
re qualcosa insieme, dopo la conferenza all'Università ameri-
cana, ma Saunière non si era fatto vedere. «Sì. Come fate a
saperlo?»
«Abbiamo trovato il suo nome nell'agenda degli appunta-
menti di Saunière.»
«Spero che non sia successo nulla.»
L'agente trasse un lungo sospiro e infilò nella fessura della
porta una polaroid. «Questa foto è stata scattata meno di un'o-
ra fa. All'interno del Louvre.»
Nel guardare la bizzarra immagine, Langdon passò dall'ini-
/iale repulsione a un improvviso accesso di collera. «Chi può
aver fatto una cosa simile?»
«Speravamo che lei potesse aiutarci a rispondere alla do-
manda, data la sua conoscenza della simbologia e la sua inten-
/ione di incontrarsi con lui.»
Langdon continuò a fissare la foto. Al suo orrore si somma-
va adesso la paura. L'immagine era raccapricciante e profon-
damente strana e gli dava un allarmante senso di déjà-vu. Po-
co più di un anno prima, lo studioso aveva ricevuto la foto-
grafia di un altro cadavere e una simile richiesta di aiuto. Ven-
tiquattr'ore più tardi aveva rischiato di perdere la vita
all'interno del Vaticano. La foto che aveva davanti agli occhi
era del tutto diversa, eppure il luogo in cui era stata scattata
aveva qualcosa di familiare.
Il poliziotto guardò l'orologio da polso. «Il mio capitano ci
aspetta, signore.»
Langdon lo udì appena. Continuava a fissare la fotografia.
«Questo simbolo, e il modo strano in cui il corpo è stato...»
«Messo in posa?» suggerì il poliziotto.
Langdon annuì e sentì correre un brivido lungo la schiena.
«Non riesco a immaginare chi possa fare qualcosa del genere
a una persona.»
L'agente lo guardò con espressione cupa. «Lei non ha capi-
to, signor Langdon. Quel che vede nella fotografia...» Si inter-
ruppe per un istante. «Monsieur Saunière se l'è fatto da solo.»2.
A più di un chilometro di distanza/ il gigantesco albino chia-
mato Silas varcò zoppicando il portone principale della lus-
suosa residenza della sua associazione: un palazzo di arena-
ria grigia sulla Rue La Bruyère. Il cilicio - una cintura irta di
spine nella parte interna - attorno alla coscia gli incideva la
pelle, ma il suo cuore cantava di soddisfazione per il servizio
reso a Dio.
"Il dolore è buono."
I suoi occhi dalle iridi rosse esaminarono in fretta l'atrio
mentre entrava nella residenza. Era vuoto. Salì silenziosamen-
te le scale per non destare nessuno dei suoi fratelli numerali.
La porta della sua camera era aperta; lì le serrature erano proi-
bite. Entrò e accostò la porta dietro di sé.
La stanza era spartana: pavimento di rovere, un armadio di
abete, una brandina in un angolo, che gli serviva da letto.
Quella settimana, Silas era ospite a Parigi, ma da molti anni
godeva della benedizione di un simile asilo a New York City.
"Il Signore mi ha offerto il suo rifugio e mi ha dato uno sco-
po nella vita."
E quella sera, finalmente, Silas pensava di avere cominciato
a ripagare il suo debito. Corse all'armadio, recuperò il cellula-
re nascosto nel cassetto e compose un numero.
«Sì?» gli rispose un uomo.
«Maestro, sono tornato.»
«Parla» ordinò l'uomo. Pareva soddisfatto di udirlo.
«Tutt'e quattro se ne sono andati. I tre sénéchaux e il Grand-
Maìtre.»
Per qualche istante, l'uomo non rispose, come se mormo-
rasse una preghiera. «Allora, penso che tu abbia l'informa-
zione.»
«Tutt'e quattro hanno detto la stessa cosa. Ciascuno indi-
pendentemente dall'altro.»
«E tu credi loro?»
«La concordanza era troppo grande per trattarsi di una
coincidenza.»
Un respiro eccitato. «Eccellente. Temevo che il vincolo alla
segretezza, tipico di quella fratellanza, l'avesse avuta vinta.»
«La prospettiva della morte è una forte motivazione.»
«Allora, figlio mio, dimmi che cosa devo sapere.»
Silas si rendeva conto che le informazioni strappate alle sue
vittime lo avrebbero stupito. «Maestro, tutt'e quattro hanno
confermato l'esistenza della def de voùte, la leggendaria "chia-
ve di volta".»
Sentì che l'interlocutore traeva bruscamente il fiato; percepì
con nettezza l'eccitazione del Maestro. «La chiave di volta.
Esattamente come sospettavamo.»
Secondo la leggenda, la fratellanza aveva creato una mappa
di pietra - una chiave o pietra di volta - una tavoletta scolpita
che rivelava il nascondiglio del massimo segreto della fratel-
lanza: un'informazione così importante che la sua protezione
era la ragione dell'esistenza stessa della fratellanza.
«Quando avremo in mano la chiave di volta» disse il Mae-
stro «saremo a un solo passo di distanza dal nostro obiettivo.»
«Siamo più vicino di quanto lei non pensi. La chiave di vol-
ta è qui a Parigi.»
«Parigi? Incredibile. Sembra persino troppo facile.»
Silas riferì gli ultimi avvenimenti della notte; come tutt'e
quattro le vittime, negli istanti precedenti la morte, avessero
disperatamente cercato di ricomprarsi la loro vita senza Dio
raccontando il loro segreto. Ciascuno aveva detto a Silas la
stessa cosa: che la chiave di volta era astutamente nascosta in
un punto preciso di una delle antiche chiese di Parigi, quella
di Saint-Sulpice.
«Dentro una casa del Signore!» esclamò il Maestro. «Quan-
to si prendono gioco di noi!»
«Come hanno fatto per secoli.»
Il Maestro tacque, come per godersi appieno il trionfo di
quel momento. Infine parlò: «Hai reso un grande servizio a
Dio. Abbiamo atteso per secoli questo momento. Devi recupe-
rare la pietra per me. Immediatamente. Questa notte stessa.
Tu sai qual è la posta».
Silas sapeva che la posta era inestimabile, ma quanto gli
chiedeva il Maestro gli pareva impossibile. «Quella chiesa è
una fortezza, soprattutto di notte. Come faccio a entrare?»
Con il tono sicuro di sé delle persone importanti, il Maestro
gli spiegò che cosa dovesse fare.
Quando Silas chiuse la comunicazione, la sua pelle fremeva
nell'attesa.
"Un'ora" ripete a se stesso, lieto che il Maestro gli avesse
concesso il tempo di fare la necessaria penitenza, prima di en-
trare in una casa di Dio. "Devo purgare la mia anima dei pec-
cati di quest'oggi." I peccati da lui commessi avevano uno
scopo santo. Le azioni di guerra contro i nemici di Dio si effet-
tuavano da secoli. Il perdono era assicurato.
Eppure, come Silas sapeva, l'assoluzione richiedeva un sa-
crificio.
Dopo avere chiuso gli scuri, si spogliò e si inginocchiò al
centro della stanza. Guardando in basso, osservò il cilicio le-
gato alla coscia. Tutti i veri seguaci della Via portavano quello
strumento, una fascia di cuoio irta di uncini metallici che inci-
devano la pelle come continuo memento delle sofferenze di
Cristo. Il dolore causato dagli uncini aiutava anche a vincere i
desideri della carne.
Sebbene Silas, quel giorno, avesse portato il cilicio per più
delle due ore richieste, sapeva che si trattava di una giornata
particolare. Prese la fibbia e la strinse di un foro, serrando i
denti quando gli uncini gli entrarono ancora più profonda-
mente nella carne. Esalando lentamente il fiato, assaporò il
dolore come rito di purificazione.
"Il dolore è buono" sussurrò fra sé, ripetendo le sacre paro-
le di padre Josemarìa Escrivà, il Maestro dei Maestri. Anche se
Escrivà era morto nel 1975, la sua saggezza era sopravvissuta,
le sue parole erano ancora sussurrate da migliaia di servitori
fedeli, in tutto il globo, quando si inginocchiavano per terra
ed eseguivano la sacra pratica nota come "mortificazione cor-
porale".
Silas rivolse ora l'attenzione a una grossa corda annodata,
arrotolata con precisione sul pavimento accanto a lui. La "di-
sciplina". I nodi erano sporchi di sangue rappreso. Ansioso di
giungere alla purificazione attraverso il dolore, Silas recitò
una breve preghiera. Poi, afferrata la corda, chiuse gli occhi e
si sferzò con violenza la schiena, in modo da sentire i nodi fe-
rirgli la pelle. Una seconda sferzata gli lacerò la carne. Poi
un'altra e un'altra.
"Castigo corpus meum."
E infine sentì scorrere il sangue.3.
La frizzante aria d'aprile sferzava il finestrino aperto della Ci-
troen zx che correva a sud dopo avere lasciato Place Venderne.
Nel sedile del passeggero, Robert Langdon osservava la città
passare veloce accanto a lui e cercava di chiarirsi i pensieri.
Dopo avere fatto una rapida doccia ed essersi rasato, il suo
aspetto era tornato ragionevolmente presentabile, ma le
preoccupazioni gli erano rimaste. La spaventosa immagine
del corpo del curatore rimaneva bloccata nella sua mente.
"Jacques Saunière è morto."
Langdon non poteva fare a meno di provare un forte senso
di perdita per la morte del curatore. Nonostante Saunière
avesse fama di essere una sorta di recluso, era facile provare
venerazione per lui a causa della sua grande dedizione alle ar-
ti. I suoi libri sui codici segreti celati nei quadri di Poussin e
Teniers erano tra i testi adottati da Langdon per i suoi corsi.
Lui aveva aspettato con ansia l'incontro di quella sera ed era
rimasto deluso quando il curatore non era comparso.
Di nuovo l'immagine del curatore si presentò alla sua men-
te. "E stato Jacques Saunière a ridursi in quel modo?" Lang-
don si voltò a guardare dal finestrino, costringendosi a fugare
quella visione.
All'esterno dell'auto, la città cominciava allora a chiudere le
sue attività: i venditori ambulanti portavano via i loro carretti
di amandes caramellate, i camerieri trasferivano sul marciapie-
de i sacchi di immondizia, una coppia di innamorati tiratardi
si stringeva per riscaldarsi, mentre soffiava il vento profumato
di germogli di gelsomino. La Citroen viaggiava con autorità
in mezzo al caos: la sua sirena bitonale e dissonante si apriva
la strada in mezzo al traffico, come un coltello.
«Le capitane era molto lieto, quando ha scoperto che lei era
ancora a Parigi» disse il poliziotto, parlando per la prima vol-
ta da quando avevano lasciato l'hotel. «Una coincidenza for-
tunata.»
Langdon si sentiva tutt'altro che fortunato e la coincidenza
non era una categoria di cui si fidasse molto. Avendo trascorso
la vita a esplorare i collegamenti nascosti tra i diversi emblemi
e le diverse ideologie, vedeva il mondo come una rete di storie
e di eventi profondamente intrecciati tra loro. "I collegamenti
possono essere invisibili" aveva spesso ripetuto ai suoi allievi
di simbologia a Harvard "ma ci sono sempre, sepolti appena
sotto la superficie." «Suppongo» disse «che sia stata l'Univer-
sità americana di Parigi a dirvi dove alloggiavo.»
Il poliziotto scosse la testa. «L'Interpol.»
"L'Interpol" pensò Langdon. "Naturalmente." Si era di-
menticato che la richiesta, in apparenza innocua, di tutti gli
hotel europei di vedere il passaporto quando ci si registrava
per una camera non era solo una stramba formalità del Vec-
chio Continente, ma era un obbligo di legge. Ogni notte, in
tutta l'Europa, i funzionari dell'Interpol potevano individuare
con esattezza chi dormisse in ciascun albergo. Trovare Lang-
don al Ritz non doveva avere richiesto più di cinque secondi.
Mentre la Citroen accelerava verso sud, comparve la sago-
ma illuminata della Torre Eiffel, che in lontananza, a destra,
svettava verso il cielo scuro della notte. Nel vederla, a Lang-
don tornò alla mente Vittoria e la scherzosa promessa che si
erano scambiati un anno prima, di incontrarsi ogni sei mesi in
qualcuno dei punti più romantici del mondo. La Torre Eiffel,
pensava Langdon, sarebbe potuta benissimo entrare nell'elen-
co ma, purtroppo, aveva baciato per l'ultima volta Vittoria in
un rumoroso aeroporto di Roma, più di un anno addietro.
«L'ha mai montata?» chiese il poliziotto.
Colto di sorpresa, Langdon si augurò di avere capito male.
«Scusi?»
«È bella, vero?» soggiunse il poliziotto, indicando la Torre
Eiffel. «C'è già montato?»
«No, non sono mai salito sulla torre.»
«È il simbolo della Francia. Secondo me è perfetta.»
Langdon annuì senza compromettersi. Gli studiosi di sim-
boli spesso osservavano come la Francia - paese famoso per il
machismo, l'adulterio e i suoi capi di Stato insicuri e di bassa
statura come Napoleone e Pipino il Breve - non avrebbe potu-
to scegliere un simbolo nazionale più adatto di quello: un fallo
eretto, alto trecento metri.
Quando raggiunsero l'intersezione con Rue de Rivoli, il se-
maforo era rosso, ma la Citroen non rallentò. Il tenente Collet
accelerò per superare l'incrocio ed entrò in un tratto alberato
di Rue de Castiglione, che faceva da ingresso settentrionale ai
famosi giardini delle Tuileries. Molti turisti pensavano che il
nome "Jardin des Tuileries" si riferisse alle migliaia di tulipani
che sbocciavano laggiù, ma "Tuileries" si riferiva in realtà a
qualcosa di molto meno romantico. Quel parco era un tempo
un enorme scavo, una sorta di sentina malsana della città, da
cui i costruttori parigini scavavano l'argilla per fabbricare le
famose tegole rosse parigine, ossia le tuiles.
Quando entrarono nei giardini deserti, il tenente Collet in-
filò la mano sotto il cruscotto e spense l'assordante sirena.
Langdon trasse un lungo sospiro e si godette per qualche
istante l'assoluto silenzio. All'esterno dell'auto, il pallido rag-
gio dei fari alogeni scivolava sulla ghiaia della strada alberata
del parco e il rumore delle ruote scandiva un ritmo ipnotico.
Langdon aveva sempre considerato le Tuileries terreno sacro.
Erano i giardini dove Claude Monet aveva sperimentato con
la forma e col colore e aveva letteralmente ispirato la nascita
del movimento impressionista. Quella sera, però, vi regnava
una strana atmosfera minacciosa.
La Citroen svoltò a sinistra e si diresse a est lungo il boule-
vard centrale del parco. Dopo avere girato attorno a un laghet-
to circolare, il poliziotto attraversò un viale spoglio per entra-
re in un'ampia piazza quadrata. Langdon vedeva ora la fine
delle Tuileries, contrassegnata da un gigantesco arco di pietra.
L'Are du Carrousel.
Nonostante i rituali orgiastici che un tempo si tenevano al-
l'Are du Carrousel, gli amanti dell'arte venerano quel luogo per
un motivo del tutto diverso. Dalla piazza in fondo alle Tuileries
si possono scorgere quattro dei più importanti musei di belle
arti del mondo, uno per ciascun punto cardinale della bussola,
A destra e a sud, al di là della Senna e del Quai Voltaire,
Langdon vedeva la facciata scenograficamente illuminata del-
la vecchia stazione ferroviaria, oggi il rinomato Musée d'Or-
say. A sinistra scorgeva invece la cima dell'ultramoderno Cen-
tre Pompidou, che ospitava il museo di Arte moderna. Dietro
di lui, a ovest, sapeva che l'antico obelisco di Ramses si alzava
al di sopra degli alberi e contrassegnava la Galerie du Jeu de
Paume.
E davanti a lui, attraverso l'arco, Langdon poteva vedere
adesso il monolitico palazzo rinascimentale che era divenuto
il più famoso museo di belle arti del mondo.
Il Musée du Louvre.
Langdon provò un familiare senso di meraviglia mentre i
suoi occhi si sforzavano inutilmente di cogliere l'intera massa
dell'edificio. In fondo a una piazza di dimensioni enormi,
l'imponente facciata del Louvre si stagliava come una citta-
della nel cielo parigino. Il Louvre aveva la forma di un enor-
me ferro di cavallo ed era l'edificio più lungo d'Europa, più di
tre Torri Eiffel messe l'una in fila all'altra. Neppure i centomi-
la metri quadri di spazio aperto tra le ali del museo riuscivano
a intaccare la maestosità dell'immensa facciata. Una volta,
Langdon aveva percorso l'intero perimetro del Louvre: una
stupefacente escursione di cinque chilometri.
Per poter debitamente apprezzare le 65.300 opere d'arte
esposte nell'edificio, si calcolava che un visitatore avrebbe im-
piegato cinque settimane, ma la maggior parte dei turisti sce-
glieva l'esperienza abbreviata che Langdon chiamava il "Lou-
vre Light": una corsa attraverso il museo per vedere le tre
opere d'arte più famose, la Monna Lisa - o, come era chiamata
in vari paesi europei, La Gioconda -, la Venere di Milo e la Vitto-
ria alata. L'umorista Art Buchwald si era una volta vantato di
avere visto tutt'e tre i capolavori in cinque minuti e cinquanta-
sei secondi.
Il poliziotto prese un walkie-talkie e parlò in un francese ra-
pidissimo: «Monsieur Langdon est arrivé. Deux minutes».
Dall'altoparlante giunse una conferma indecifrabile, una
sorta di gracidio coperto dalle scariche.
Il poliziotto infilò il walkie-talkie nel vano della portiera e
si rivolse a Langdon. «Incontrerà il capitano all'entrata princi-
pale.»
Ignorando le segnalazioni che vietavano alle auto l'accesso
alla piazza, accelerò e lanciò la Citroen nella zona pedonale.
L'ingresso principale era adesso visibile. Si distingueva in lon-
tananza, circondato da sette fontane triangolari da cui si alza-
va un getto d'acqua illuminato.
La Pyramide.
Il nuovo ingresso del Louvre parigino era divenuto famoso
quanto il museo stesso. La controversa piramide di vetro in
stile neomoderno, progettata dall'architetto americano di ori-
gine cinese I.M. Pei, suscitava ancora l'odio dei tradizionalisti
che l'accusavano di distruggere la dignità rinascimentale del-
l'insieme. Goethe aveva descritto l'architettura come musica
congelata; i detrattori di Pei descrivevano quella piramide co-
me il rumore delle unghie che graffiano la lavagna. Gli ammi-
ratori progressisti, invece, salutavano la piramide trasparente
di Pei, alta ventuno metri, come un'abbagliante sinergia di
struttura antica e di tecnologia moderna, un legame simbolico
tra il vecchio e il nuovo, che contribuiva a introdurre il Louvre
nel millennio appena iniziato.
«Le piace la nostra piramide?» chiese il tenente Collet.
Langdon aggrottò la fronte. I francesi, a quanto pareva,
amavano fare agli americani quel tipo di domande. Natural-
mente si trattava di una domanda a trabocchetto. Se avesse
ammesso che la piramide gli piaceva, sarebbe stato giudicato
un americano privo di gusto; se avesse detto che non gli pia-
ceva avrebbe offeso i francesi.
«Mitterrand era un uomo di carattere» rispose Langdon,
sottolineando la differenza tra l'opera e il committente. Del
vecchio presidente francese che aveva commissionato la pira-
mide si diceva che soffrisse del "complesso del faraone". Re-
sponsabile d'avere riempito Parigi di obelischi, oggetti d'arte
e manufatti egizi, Francois Mitterrand aveva una propensione
talmente forte per la cultura egizia da guadagnarsi il nomi-
gnolo di "Sfinge", affibbiatogli dai suoi compatrioti.
«Come si chiama il suo capitano?» chiese Langdon per cam-
biare argomento.
«Bezu pache» rispose Collet, mentre si avvicinavano all'in-
gresso principale. «Noi lo chiamiamo le Taureau.»
Langdon lo guardò con sorpresa. Che ogni francese avesse
un misterioso soprannome animale? «Chiamate il vostro capi-
tano "il Toro"?»
Collet inarcò le sopracciglia. «Il suo francese è migliore di
quanto lei non ammetta, Monsieur Langdon.»
"Il mio francese fa schifo" pensò Langdon "ma la mia ico-
nografia zodiacale è ottima." Taurus era il Tòro. L'astrologia
era una simbologia costante in tutto il mondo.
Collet fermò l'auto e indicò un punto tra due fontane:
un'ampia porta nel fianco della piramide. «Ecco l'entrata.
Buona fortuna, Monsieur.»
«Lei non viene?»
«Ho l'ordine di lasciarla qui. Ho un altro lavoro da svolgere.»
Langdon trasse un sospiro e scese dall'auto. "I registi siete
voi e lo spettacolo è vostro."
Collet inserì la marcia e ripartì.
Rimasto solo a guardare le luci posteriori dell'automobile
che si allontanava. Langdon riflettè che poteva ancora ripen-
sarci, uscire dal cortile, prendere un taxi e tornare in albergo a
dormire. Ma qualcosa gli diceva che non sarebbe stata una
buona idea.
Mentre si muoveva verso le fontane circondate dalla neb-
bia, lo studioso aveva l'impressione di avere attraversato una
soglia immaginaria e di essere finito in un altro mondo. Tor-
nava ad affacciarsi l'impressione che aveva avuto all'inizio, di
vivere in un sogno. Venti minuti prima, dormiva in albergo.
Adesso era davanti a una piramide trasparente costruita dalla
Sfinge e aspettava un poliziotto chiamato il Toro.
"Sono intrappolato in un quadro di Salvador Dalì" pensò.
Fece qualche passo e arrivò all'ingresso principale, un'enor-
me porta girevole. Al di là dei vetri si scorgeva il foyer, vuoto
e nell'ombra.
"Che faccio, busso?"
Si chiese se qualcuno degli stimati egittologi di Harvard
avesse mai bussato all'ingresso di una piramide e se si fosse
aspettato una risposta. Stava per picchiare sul vetro ma, sotto
di sé, vide una figura salire la scala. Era un uomo massiccio
dai capelli scuri, quasi un Neandertal, con una giacca nera a
doppio petto che faticava a contenere le enormi spalle. Saliva
con grande sicurezza di sé; aveva le gambe corte e muscolose.
In quel momento parlava al cellulare, ma terminò la chiamata
prima di raggiungere Langdon. Gli fece segno di entrare.
«Bezu Pache» si presentò quando lo studioso uscì dalla por-
ta girevole. «Capitano della Direzione centrale di polizia giu-
diziaria.» Il tono di voce era adatto al suo aspetto: un bronto-
lio gutturale, come un'incipiente tempesta.
Langdon gli tese la mano. «Robert Langdon.»
L'enorme palma di Pache si avvolse attorno alla sua con la
forza di una pressa idraulica.
«Ho visto la foto» disse Langdon. «Il suo agente ha detto
che è stato lo stesso Jacques Saunière a...»
«Signor Langdon» lo interruppe Pache, trafiggendolo con
due occhi neri come l'inchiostro. «Ciò che ha visto nella foto è
solo l'inizio di quel che ha fatto Saunière.»
4.
Il capitano Bezu Pache camminava come un toro incollerito,
con le spalle dritte e il mento piantato nel petto. Aveva i capel-
li neri e lucidi, pettinati all'indietro, con un ciuffo centrale dal-
l'attaccatura simile alla punta di una freccia, che divideva in
due ben distinte parti la fronte sporgente e lo precedeva come
la prua di una nave da guerra. Mentre avanzava, i suoi occhi
scuri parevano scavare la terra davanti a lui e davano un'im-
pressione di ferocia che corrispondeva alla sua fama di seve-
rità in ogni cosa.
Langdon seguì il capitano lungo la famosa scalinata di mar-
mo che portava nell'atrio sotterraneo, sotto la piramide di ve-
tro. Mentre scendevano, passarono accanto a due agenti della
polizia giudiziaria armati di mitragliette. Il messaggio era
chiaro: questa notte nessuno entra, nessuno esce senza il per-
messo del capitano Pache.
Scendendo sotto il livello del terreno, Langdon provò un cre-
scente allarme. La presenza di Pache era tutt'altro che rassicu-
rante e il Louvre, a quell'ora della notte, aveva un aspetto se-
polcrale. La scala, come quella di certi cinematografi, era
illuminata da sottili strisce di luce incassate nell'alzata dello
scalino. Langdon sentiva i propri passi echeggiare sul vetro, in
alto. Alzò gli occhi e vide svanire oltre il tetto trasparente qual-
che ricciolo di nebbia illuminata, proveniente dalle fontane.
«Lei approva?» chiese Pache, indicando col mento la pira-
mide.
Langdon sospirò. Non aveva più voglia di giocare. «Sì, la
vostra piramide è magnifica.»
Pache brontolò: «Una ferita sulla faccia di Parigi».
"Uno a zero." Langdon sentiva che il suo accompagnatore
era un uomo difficile da accontentare. Si domandò se Pache
sapesse che la piramide, per esplicita richiesta del presidente
Mitterrand, era costituita di esattamente 666 lastre di vetro,
una bizzarra richiesta che era ancora oggetto di discussione
da parte degli appassionati di esoterismo, per i quali il 666 era
il numero della Bestia, ossia di Satana.
Langdon preferì lasciar perdere. A mano a mano che si inol-
travano nel foyer sotterraneo, le sue superfici cominciarono a
emergere dall'ombra. Costruito diciassette metri sotto il livel-
lo del suolo, il nuovo atrio del Louvre, settemila metri quadra-
ti, si allungava come una grotta infinita. Con il suo marmo di
un caldo color ocra intonato alla pietra color miele della fac-
ciata sovrastante, la sala sotterranea era in genere piena di lu-
ce e di turisti. Quella notte, invece, l'atrio era spoglio e scuro e
l'intero spazio dava un senso di gelo che richiamava alla men-
te l'atmosfera di una cripta.
«E gli agenti del servizio di sicurezza del museo?» chiese
Langdon.
«En quamntaine» rispose Pache, in tono leggermente offeso,
come se lo studioso avesse messo in dubbio l'integrità dei
suoi uomini. «Ovviamente, questa sera è entrato qualcuno che
non doveva entrare. Tutti i guardiani notturni sono stati riuni-
ti in un'altra ala per essere interrogati. Saranno i miei agenti a
occuparsi della sicurezza del museo per questa notte.»
Langdon annuì. Accelerò il passo per non allontanarsi da
Pache.
«Conosceva bene Jacques Saunière?» chiese il capitano.
«In realtà non lo conoscevo affatto. Non l'ho mai incontrato.»
Pache fece la faccia sorpresa. «E il vostro primo incontro do-
veva avere luogo questa notte?»
«Sì. Ci eravamo dati appuntamento nella portineria dell'U-
niversità americana, alla fine della mia conferenza, ma lui non
è venuto.»
Pache prese un appunto in un quadernetto. Mentre cammi-
navano, Langdon scorse anche la seconda, meno importante
piramide del Louvre - la Piramide Inversée - un enorme lucer-
nario capovolto che scendeva dal soffitto come una stalattite,
in una parte del mezzanino vicino a dove si trovavano loro.
Pache salì alcuni scalini fino a una galleria dalla volta ad arco
che portava la scritta: DENON. L'ala Denon era la più famosa
delle tre principali sezioni del Louvre.
«Chi ha organizzato l'incontro di questa sera?» chiese al-
l'improvviso Pache. «Lei o Saunière?»
La domanda era leggermente strana, date le abitudini del
curatore del Louvre. «Il signor Saunière» rispose Langdon
mentre entravano nella galleria. «La sua segretaria mi ha
mandato un'e-mail qualche settimana fa. Ha detto che il cura-
tore sapeva della conferenza e che voleva discutere alcuni par-
ticolari con me, mentre ero a Parigi.»
«Che particolari?»
«Non lo so. Qualcosa che riguardava l'arte, suppongo. Con-
dividevamo alcuni interessi.»
Pache lo guardò con scetticismo. «Non ha idea dell'argo-
mento dell'incontro?»
Langdon non ne aveva idea. All'epoca, le parole di Saunière
avevano destato la sua curiosità, ma non aveva voluto chiede-
re maggiori dettagli. Il famoso Jacques Saunière amava la pri-
vacy e concedeva pochissime udienze; Langdon considerava
già un grande onore poterlo incontrare.
«Signor Langdon, può almeno fare un'ipotesi sull'argomen-
to che la vittima poteva voler discutere con lei la notte in cui è
stato ucciso? Potrebbe esserci d'aiuto.»
L'insistenza della domanda metteva a disagio lo studioso.
«A dire il vero, non saprei proprio. Non gliel'ho chiesto. Mi
sentivo onorato di essere stato contattato da lui. Sono un am-
miratore dell'opera di Saunière. Spesso uso i suoi testi nei
miei corsi.»
Pache prese nota dell'informazione nel suo quadernetto.
I due uomini erano adesso a metà della galleria e Langdon
cominciava a vedere le scale mobili alla fine, entrambe ferme.
«Dunque, lei condivideva alcuni interessi con Saunière?»
chiese Pache.
«Sì. A dire il vero, ho impiegato gran parte dello scorso an-
no a scrivere la prima stesura di un libro che tratta del princi-
pale campo di studi di Saunière. Non vedevo l'ora di strizzar-
gli il cervello.»
Pache rizzò di scatto la testa. «Pardon?»
Evidentemente si trattava di un'espressione troppo ameri-
cana. «Non vedevo l'ora di conoscere i suoi pensieri sull'argo-
mento.»
«Capisco. E qual è l'argomento?»
Langdon ebbe un istante di esitazione; non sapeva come
formulare la risposta. «Essenzialmente, il mio manoscritto ri-
guarda l'iconografia del culto della dea, il concetto di santità
femminile e l'arte e i simboli a esso associati.»
Pache si passò una mano fra i capelli. «E Saunière era un
esperto sull'argomento?»
«Il massimo esistente.»
«Capisco.»
Langdon aveva l'impressione che Pache non capisse affatto.
Jacques Saunière era considerato il principale iconografo
mondiale sulla dea. Non solo aveva una passione personale
per tutti i reperti relativi a fertilità, culti della dea, la Wicca e il
femminino sacro, ma nei vent'anni in cui era stato curatore
del Louvre aveva anche accumulato nel museo la più grande
collezione mondiale di oggetti artistici sulla dea: asce bipenni
usate dalle sacerdotesse del più antico tempio di Delfi, cadu-
cei dorati, centinaia di ankh di Tjet che assomigliavano a pic-
coli angeli eretti, sonagli di sistro adoperati nell'antico Egitto
per allontanare gli spiriti maligni e una stupefacente quantità
di statuette raffiguranti Horo allattato dalla dea Iside.
«Che Jacques Saunière fosse a conoscenza del suo mano-
scritto?» suggerì Pache. «Potrebbe avere organizzato l'incon-
tro per aiutarla in qualche punto del libro.»
Langdon scosse la testa. «A dire il vero, nessuno sa ancora
nulla del mio manoscritto. È in prima stesura e l'ho fatto ve-
dere soltanto al mio editor.»
Pache non disse nulla.
Langdon non aggiunse la ragione per cui non aveva mo-
strato il manoscritto ad altri. Le sue trecento pagine - provvi-
soriamente intitolate Simboli della sacralità femminile perduta -
proponevano alcune interpretazioni non convenzionali dell'i-
conografia religiosa corrente e avrebbero certamente suscitato
molte polemiche.
Adesso, mentre si avvicinava alle scale mobili, si fermò per-
che si era accorto che Pache non era più con lui. Quando si
voltò, vide che si era fermato a qualche metro di distanza, ac-
canto a uno degli ascensori.
«Prendiamo l'ascensore» disse il capitano, mentre le porte
scorrevoli si aprivano. «Come lei certamente sa, la galleria è
piuttosto lontana, a piedi.»
Pur essendo consapevole che l'ascensore avrebbe abbrevia-
to la salita fino all'ala Denon, Langdon non si mosse.
«Qualcosa non va?» chiese Pache, seccato, tenendo aperta la
porta.
Langdon sospirò e guardò con desiderio la scala mobile. "È
tutto a posto" mentì a se stesso, incamminandosi verso l'a-
scensore. Da bambino era caduto in un pozzo abbandonato e
aveva rischiato di morire: per ore aveva continuato a tenersi a
galla in quello stretto spazio prima che venissero a salvarlo.
Da allora aveva la fobia dei luoghi chiusi: ascensori, metropo-
litane, campi di squash. "L'ascensore è una macchina perfetta-
mente sicura" si ripetè, ma un'altra voce nella sua mente pro-
testava: "È una sottile scatola di latta dentro un pozzo!".
Trattenendo il respiro, montò nell'ascensore e provò il consue-
to brivido di terrore quando le porte si chiusero.
"Pochi piani. Una decina di secondi."
«Lei e il signor Saunière» chiese Pache, quando l'ascensore
si mosse «non vi siete mai parlati? Non vi siete mai scritti?
Non vi siete mai spediti qualche oggetto?»
Un'altra domanda strana. Langdon scosse la testa. «No.
Mai.»
Pache inclinò la testa come per prendere mentalmente nota
del fatto. Senza più parlare, fissò davanti a sé un punto delle
porte cromate.
Mentre salivano, Langdon cercò di pensare a qualcos'altro
che non fossero le quattro pareti che lo circondavano. Rifles-
so sulla porta lucida dell'ascensore, vide il fermacravatta del
capitano: un crocifisso d'argento con incastonati tredici pez-
zi di onice nera. La cosa era vagamente sorprendente. La cro-
ce era nota come crux gemmata, un simbolo cristiano che si ri-
feriva a Cristo e ai dodici apostoli. Langdon non si era
aspettato che un capitano di polizia ostentasse così aperta-
mente la propria religione. Comunque, erano in Francia e il
cristianesimo non era una religione, quanto piuttosto un di-
ritto di nascita.
«È una crux gemmata» disse all'improvviso Pache.
Sorpreso, Langdon alzò gli occhi e incrociò lo sguardo del
capitano, riflesso sulla porta di metallo lucido.
L'ascensore si arrestò e la porta si aprì.
Langdon si affrettò a uscire nel corridoio, ansioso di rag-
giungere l'ampio spazio concesso dai famosi soffitti alti delle
gallerie del Louvre. L'ambiente in cui si trovò, però, non era
quello che si aspettava.
Sorpreso, si bloccò.
Pache lo guardò. «A quanto pare, signor Langdon, lei non
ha mai visto il Louvre dopo la chiusura.»
"Penso proprio di no" si disse lui, cercando di orientarsi. Di
solito perfettamente illuminate, le gallerie del Louvre erano
straordinariamente buie, quella notte. Invece della solita luce
bianca e diffusa che scendeva dall'alto, dalla base delle pareti
si irradiava un chiarore rosso: intermittenti macchie di luce
rossa che illuminavano le piastrelle del pavimento.
Spostando lo sguardo lungo il corridoio buio, Langdon
comprese che avrebbe dovuto aspettarselo. Quasi tutte le
principali gallerie d'arte impiegavano di notte luci di servizio
rosse, piazzate strategicamente a un livello basso, che permet-
tevano ai membri del personale di percorrere i corridoi, ma
che mantenevano i dipinti in una relativa oscurità per rallen-
tare gli effetti dell'esposizione dei pigmenti alla luce. Quella
notte il museo aveva un aspetto quasi opprimente. Lunghe
ombre lo attraversavano e i soffitti erano invisibili, nascosti in
uno spazio incommensurabile, vuoto e buio.
«Da questa parte» disse Pache, dirigendosi a destra e pas-
sando per una serie di gallerie collegate tra loro.
Langdon lo seguì. La sua vista si abituò gradualmente al
buio. Tutt'intorno a lui, grandi quadri a olio cominciarono a
materializzarsi come foto che si sviluppino in un'immensa ca-
mera oscura; i loro occhi lo seguirono mentre si muoveva da
una sala all'altra. Sentiva il familiare odore dell'aria dei musei
- un'essenza asciutta, deionizzata - prodotta dai deumidifica-
tori industriali con filtro a carbone attivo che rimanevano ac-
cesi per tutto l'arco della giornata, in modo da eliminare la
corrosiva anidride carbonica del respiro dei visitatori.
Montate in alto, sulle pareti, le telecamere della sicurezza
trasmettevano un chiaro messaggio ai visitatori: "Ti vediamo.
Non toccare niente".
«Qualcuna è vera?» chiese Langdon, indicandole.
Pache scosse la testa. «Naturalmente, no.»
La cosa non stupì lo studioso. La sorveglianza video, in mu-
sei di quella dimensione, non solo era proibitiva dal punto di
vista economico, ma anche inefficace. Con ettari di gallerie da
sorvegliare, il Louvre avrebbe richiesto centinaia di addetti
soltanto per tenere d'occhio i monitor. Molti grandi musei
adottano oggi una "sicurezza di contenimento": "Rinuncia a
tenere lontano i ladri. Chiudili dentro". Il "contenimento" en-
trava in funzione nelle ore di chiusura e se un intruso avesse
portato via un'opera d'arte, le uscite di quel settore si sarebbe-
ro chiuse e il ladro si sarebbe trovato dietro le sbarre ancor pri-
ma che arrivasse la polizia.
Dal corridoio di marmo, davanti a loro, venivano alcune
voci. Il rumore pareva giungere da un'ampia rientranza sulla
destra. In quella zona, una forte luce illuminava il corridoio.
«L'ufficio del curatore» spiegò il capitano Pache.
Quando furono più vicini, Langdon vide in fondo a un'anti-
camera il lussuoso studio di Saunière: pareti rivestite di legno,
quadri di antichi maestri, un'enorme scrivania in stile su cui si
scorgeva il modellino di un cavaliere in armatura, alto sessan-
ta centimetri. Nella stanza c'erano diversi agenti di polizia, in-
tenti a telefonare e a scrivere appunti. Uno sedeva alla scriva-
nia di Saunière e inseriva dati in un computer portatile. A
quanto pareva, l'ufficio privato del curatore era divenuto tem-
poraneamente la centrale operativa della polizia giudiziaria
per quella notte.
«Messieurs» li chiamò pache «ne nous dérangez pas soits aucun
prétexte. Entendu?»
All'interno dell'ufficio, tutti gli rivolsero un cenno d'as-
senso.
Langdon aveva appeso all'esterno delle sue camere d'al-
bergo francesi un numero sufficiente di cartellini NE PAS DE-
RANGER da capire l'ordine del capitano. Non dovevano essere
disturbati per nessun motivo. Lasciandosi alle spalle il grup-
petto di agenti, Pache condusse Langdon ancora più avanti,
lungo la galleria in penombra. Trenta metri più in là si apriva
l'ingresso alla più famosa sezione del Louvre - la Grande Ca-
tene - un ampio corridoio, apparentemente interminabile, che
ospitava i più preziosi capolavori italiani. Langdon già sape-
va che il corpo di Saunière era laggiù; anche nella polaroid, il
famoso pavimento a parquet della Grande Galleria era in-
confondibile.
Quando fu più vicino, Langdon vide che l'ingresso era bloc-
cato da un'enorme grata di ferro che assomigliava a quelle
usate per tenere lontano dai castelli medievali gli eserciti ne-
mici.
«Sicurezza di contenimento» disse Pache, indicando la
grata.
Anche nella penombra, la barriera pareva in grado di resi-
stere a un carro armato. Quando vi arrivò davanti, Langdon
guardò attraverso le sbarre, cercando di distinguere qualcosa
nella penombra della galleria.
«Dopo di lei, signor Langdon» disse Pache.
Lo studioso lo guardò senza capire. "Dopo di me, dove?"
Il capitano gli indicò il pavimento ai piedi della grata.
Langdon si chinò a guardare. Nella penombra non se n'era
accorto. La barriera era sollevata di una sessantina di centime-
tri e lasciava aperto uno scomodo passaggio.
«Quest'area è ancora vietata alle guardie di sicurezza del
Louvre» disse Pache. «La mia squadra della Police Technique
et Scientifique ha appena finito il suoi rilievi.» Indicò l'apertu-
ra. «Per favore, passi sotto.»
Langdon osservò prima lo stretto spazio in basso e poi la
pesante grata di ferro. "Certamente è uno scherzo!" Sembrava
una ghigliottina pronta a piombare sugli intrusi per schiac-
ciarli.
Pache brontolò alcune parole in francese e controllò l'orolo-
gio. Si mise in ginocchio e scivolò con tutta la sua massa sotto
la grata. Giunto dall'altra parte, si guardò indietro attraverso
le sbarre e fissò Langdon.
Lo studioso sospirò. Appoggiò le palme al pavimento luci-
do e si sdraiò sullo stomaco. Mentre passava, la giacca si ag-
ganciò al fondo della grata e lui battè la nuca contro il ferro.
"Sta' calmo, Robert" pensò, mentre percorreva, strisciando,
l'ultimo tratto. Nell'alzarsi cominciò a sospettare che quella
notte sarebbe stata assai più lunga del previsto.5.
Murray Hill Place, la nuova sede nazionale e centro di confe-
renze dell'Opus Dei, è collocato al numero 243 di Lexington
Avenue, a New York City. Costato poco più di quarantasette
milioni di dollari, il grattacielo di dodicimila metri quadrati è
rivestito di mattoni rossi e di calcare dell'Indiana. Progettato
da May & Pinska, contiene più di cento camere da letto, sei sa-
le da ricevimento, biblioteche, sale di lettura, sale congressi e
uffici. Al primo, settimo e quindicesimo piano ci sono tre cap-
pelle, decorate di marmi e sculture. Il sedicesimo piano è uni-
camente residenziale. Gli uomini entrano nell'edificio dall'in-
gresso principale di Lexington Avenue, le donne da una
strada laterale e sono sempre "acusticamente e visivamente
isolate" dagli uomini all'interno dell'edificio.
Nel silenzio del suo appartamento all'ultimo piano, il ve-
scovo Manuel Aringarosa aveva preparato, qualche ora pri-
ma, una piccola borsa da viaggio e indossato la tradizionale
veste nera. In genere si sarebbe stretto attorno ai fianchi una
fascia color porpora, ma quella sera avrebbe viaggiato tra la
gente e non voleva richiamare l'attenzione sul suo alto incari-
co. Solo un occhio molto acuto avrebbe notato l'anello vesco-
vile in oro a quattordici carati, con ametiste scure e diamanti,
con incisi gli emblemi della mitra e del bastone pastorale. Si
infilò a tracolla la borsa da viaggio, mormorò una breve pre-
ghiera, lasciò l'appartamento e scese fino all'atrio, dove l'auti-
sta lo aspettava per accompagnarlo all'aeroporto.
Seduto a bordo di un aereo di linea diretto a Roma, Aringa-
rosa guardava dal finestrino le acque nere dell'Atlantico. Il so-
le era ormai tramontato, ma il vescovo sapeva che la sua stella
si stava alzando. "Questa sera vinceremo la battaglia" pensò,
stupito nel ricordare che solo pochi mesi prima si era sentito
inerme contro le mani che minacciavano di distruggere il suo
impero.
Come presidente generale dell'Opus Dei, il vescovo Arin-
garosa aveva trascorso l'ultimo decennio della vita diffonden-
do il messaggio dell'"opera di Dio", che era ciò che significa,
alla lettera, opus Dei. L'associazione, fondata nel 1928 dal sa-
cerdote spagnolo Josemarìa Escrivà, patrocinava un ritorno ai
valori cattolici tradizionali e incoraggiava i suoi appartenenti
a compiere grandi sacrifici, nel corso della loro vita, per porta-
re a compimento l'opera di Dio.
La filosofia tradizionalista dell'Opus Dei si era inizialmente
radicata nella Spagna prima della salita al potere di Franco,
ma con la pubblicazione nel 1934 del libro di esercizi spiritua-
li di Josemarìa Escrivà, La Via - 999 argomenti di meditazione
per compiere l'opera di Dio durante la propria vita - il mes-
saggio del sacerdote spagnolo si era diffuso nel mondo; oggi,
con più di quattro milioni di copie della Via circolanti in qua-
rantadue lingue, l'Opus Dei era ormai una forza a livello glo-
bale. Le sue residenze, i suoi centri di insegnamento e persino
le sue università si incontravano in gran parte delle metropoli.
L'Opus Dei era, in tutto il mondo, l'organizzazione cattolica in
più rapida crescita e finanziariamente più solida, anche se,
purtroppo, come Aringarosa aveva imparato a sue spese, in
un'epoca di cinismo religioso, di sette e di predicatori televisi-
vi, il crescente potere dell'Opus Dei e la sua ricchezza attira-
vano i sospetti come la calamità attira la limatura di ferro.
«Molti etichettano l'Opus Dei come una setta che opera il
lavaggio del cervello. Altri la definiscono una società segreta
ultraconservatrice. Che cos'è, in realtà?» gli chiedeva spesso
qualche giornalista.
«L'Opus Dei non è né l'una né l'altra» rispondeva paziente-
mente il vescovo. «Noi siamo semplicemente una parte della
Chiesa cattolica. Siamo un gruppo di cattolici che hanno scelto
come priorità quella di seguire la dottrina cattolica con tutto il
rigore possibile nella nostra vita quotidiana.»
«L'opera di Dio comporta necessariamente voti di castità,
cessione dei propri beni, espiazione dei peccati attraverso
l'autoflagellazione e il cilicio?»
«Lei si riferisce soltanto a una minima parte dei membri
dell'Opus Dei» rispondeva Aringarosa. «Ci sono molti livelli
di dedizione. Migliaia di appartenenti all'Opus Dei sono spo-
sati, hanno famiglia e portano avanti l'opera di Dio nella loro
comunità. Altri scelgono una vita di ascetismo all'interno del-
le nostre residenze chiuse, lontano dal mondo. Sono scelte
personali, ma tutti, nell'Opus Dei, condividono la meta di mi-
gliorare il mondo portando avanti l'opera di Dio. Certo è una
finalità di grande merito.»
Ma la ragionevolezza non funzionava quasi mai. I media si
pascevano di scandali e l'Opus Dei, come tutte le organizza-
zioni di analoga dimensione, aveva tra i suoi appartenenti
qualche anima malconsigliata che gettava ombra sull'intero
gruppo.
Due mesi prima, un gruppo dell'Opus Dei, in una univer-
sità del Midwest americano, era stato scoperto a somministra-
re mescalina agli aspiranti membri per portarli a uno stato
euforico che doveva essere interpretato dai neofiti come un'e-
sperienza estatica religiosa. Lo studente di un'altra università,
nella sua malintesa ansia di purificazione, aveva usato il cili-
cio uncinato per ben più delle due ore al giorno consigliate e si
era procurato un'infezione che per poco non l'aveva portato
alla morte. A Boston, non molto tempo prima, il giovane pro-
prietario di una banca di investimenti aveva lasciato tutto il
suo denaro all'Opus Dei prima di tentare il suicidio in un mo-
mento di depressione.
"Pecorelle smarrite" pensò Aringarosa, con profonda com-
passione per loro.
Naturalmente, il peggior motivo di imbarazzo era stato il
processo - un processo che aveva ricevuto un'enorme pubbli-
cità - dell'agente dell'FBi Robert Hanssen, il quale, oltre a esse-
re un importante membro dell'Opus Dei, era risultato un ma-
niaco sessuale. Al processo si era scoperto che aveva installato
telecamere nascoste nella propria camera da letto, in modo
che gli amici potessero vederlo mentre faceva sesso con la mo-
glie. "Non certo il passatempo di un devoto cattolico" aveva
commentato il giudice.
Dolorosamente, questi fatti avevano contribuito a far nasce-
re il gruppo di osservazione noto come Opus Dei Awareness
Network, una rete di informazione sull'Opus Dei. Il sito del
gruppo - www.odan.org - conteneva agghiaccianti storie di
ex appartenenti all'Opus Dei che avvertivano dei pericoli che
correva chi si fosse iscritto. A causa di quei rapporti, i giornali
si riferivano adesso all'associazione come alla "mafia di Dio"
e alla "setta di Cristo".
"Noi temiamo quello che non capiamo" pensò Aringarosa,
chiedendosi se quegli accusatori avessero idea del numero di
vite che erano state arricchite dall'Opus Dei. L'associazione
godeva del pieno appoggio e della benedizione del Vaticano.
"L'Opus Dei è una prelatura personale dello stesso pontefice."
Recentemente, però, l'Opus Dei era stata minacciata da una
forza infinitamente più potente dei media, un nemico inatte-
so, a cui Aringarosa non poteva certo nascondersi. Cinque
mesi prima, il caleidoscopio del potere era stato scosso e Arin-
garosa barcollava ancora sotto il colpo.
"Non si rendono conto della guerra a cui hanno dato ini-
zio" mormorò tra sé il vescovo, riprendendo a guardare l'o-
ceano avvolto nel buio. Per un istante fissò il riflesso della sua
faccia sul vetro: un viso irregolare, lungo e abbronzato, domi-
nato da un naso piatto e aquilino, che era stato spezzato da un
pugno quando lui era ancora un giovane sacerdote in Spagna.
Ormai, però, non notava più quel difetto fisico. Aringarosa vi-
veva nel mondo delle anime, non in quello della carne.
Quando il jet giunse sulla costa del Portogallo, il telefono
cellulare che Aringarosa portava in tasca cominciò a vibrare
nella modalità "suoneria silenziosa".
Anche se i regolamenti del trasporto aereo proibivano l'uso
dei cellulari durante il volo, Aringarosa sapeva di non poter
perdere la chiamata. Solo una persona conosceva quel nume-
ro: l'uomo che aveva inviato al vescovo il telefono. Con una
leggera agitazione, rispose a bassa voce: «Sì?».
«Silas ha localizzato la chiave di volta» disse l'uomo che l'a-
veva chiamato. «È a Parigi, nella chiesa di Saint-Sulpice.»
Il vescovo Aringarosa sorrise. «Allora siamo vicino alla no-
stra meta.»
«Possiamo averla subito, ma ci serve la sua influenza.»
«Naturalmente. Mi dica che cosa occorre fare.»
Quando Aringarosa spense il telefono, il suo cuore era in
tumulto. Guardò di nuovo nel vuoto della notte e si sentì una
creatura minuscola rispetto agli avvenimenti da lui messi in
moto.
A ottocento chilometri di distanza, l'albino chiamato Silas
era curvo su un piccolo catino e si puliva il sangue dalla schie-
na, osservando le macchie rosse sull'acqua. «"Purificami con
issopo e sarò mondato"» pregò, citando il salmo. «"Lavami e
sarò più bianco della neve."»
Silas provava un'eccitazione che aveva sperimentato sol-
tanto nella sua vita precedente. La cosa lo sorprendeva e insie-
me lo elettrizzava. Negli ultimi dieci anni aveva seguito la Via
e si era ripulito dei peccati, aveva ricostruito la sua vita, can-
cellando la violenza del passato. Quella notte, però, tutto era
nuovamente affiorato in un attimo. L'odio che si era sforzato
duramente di seppellire era stato evocato, ed egli si era sor-
preso nel constatare la velocità con cui il suo passato era tor-
nato ad affacciarsi. E con quello, naturalmente, le sue antiche
capacità. Arrugginite ma ancora utili,
"La parola di Gesù è di pace, di non violenza, d'amore."
Questo era stato insegnato a Silas fin dall'inizio, il messaggio
che teneva nel cuore. Ma era il messaggio che i nemici di Cri-
sto volevano adesso distruggere. "Coloro che minacciano Dio
con la forza saranno accolti con la forza. Incrollabile e salda."
Per due millenni i soldati cristiani avevano difeso la loro fe-
de contro coloro che avevano cercato di cancellare il messag-
gio di Cristo. Quella notte, anche Silas era stato chiamato in
battaglia. Si asciugò le ferite e si infilò la tonaca col cappuccio,
lunga fino alle caviglie. Era di linea molto semplice, di lana
nera, e sottolineava il biancore della sua pelle e dei capelli.
Stringendosi il cordone attorno alla vita, sollevò sulla testa il
cappuccio e si concesse di guardare per un istante la propria
immagine allo specchio. "Gli ingranaggi sono già in moto."6.
Dopo essersi infilato sotto la grata di sicurezza, Robert Lang-
don si trovava ora sulla soglia della Grande Galleria e aveva
l'impressione di essere nell'imboccatura di un canyon lungo e
profondo.
Da entrambi i lati le pareti spoglie si alzavano per dieci me-
tri e svanivano nell'oscurità. Il chiarore rosso dell'illuminazio-
ne di servizio conferiva un innaturale aspetto infuocato a una
stupefacente collezione di quadri di Leonardo, Tiziano e Cara-
vaggio appesi a cavi che scendevano dal soffitto. Nature mor-
te, scene religiose, paesaggi, con accanto ritratti di nobili e di
politici.
Anche se la Grande Galleria ospitava i più famosi capolavo-
ri d'arte italiana del Louvre, molti visitatori ritenevano che la
più stupefacente caratteristica di quell'ala fosse il suo famoso
pavimento a parquet. Costituito di assi diagonali di legno di
rovere, disposte secondo un disegno geometrico che impedi-
va allo sguardo di staccarsene, il pavimento creava un'effime-
ra illusione ottica: un reticolo a molte dimensioni che dava ai
visitatori il senso di galleggiare lungo la galleria su una super-
ficie che cambiava a ogni passo.
Quando Langdon cominciò a distinguere il pavimento, il
suo sguardo si bloccò bruscamente su un oggetto che giaceva
a terra, pochi metri alla sua sinistra, circondato dal nastro di
segnalazione della polizia. Si voltò verso Pache. «Ma quello
sul pavimento... non è un Caravaggio?»
Il capitano annuì, senza guardare.
Quel quadro, si disse lo studioso, valeva almeno due milio-
ni di dollari, eppure era abbandonato sul pavimento come un
manifesto vecchio. «Che diavolo ci fa, sul pavimento?»
Pache lo guardò torvo. Chiaramente, non trovava niente di
strano nel fatto che un Caravaggio fosse per terra. «Questa è
la scena di un delitto, signor Langdon. Non abbiamo toccato
nulla. Quella tela è stata spostata dal curatore. Staccandola
dalla parete ha attivato il sistema di sicurezza.»
Langdon tornò a fissare la grata e cercò di immaginare la
scena.
«Il curatore è stato aggredito nel suo ufficio, si è rifugiato
nella Grande Galleria e ha attivato la chiusura di sicurezza
staccando quel dipinto dalla parete. La grata è scesa immedia-
tamente, bloccando tutte le entrate. C'è solo una porta da cui
si accede a questa galleria.»
Langdon era leggermente confuso. «Il curatore ha catturato
il suo aggressore all'interno della Grande Galleria?»
Pache scosse la testa. «La grata di sicurezza ha separato Sau-
nière dal suo aggressore. L'assassino è rimasto chiuso all'e-
sterno e gli ha sparato attraverso la grata.» Pache indicò un
cartellino arancione legato a una delle sbarre della grata sotto
cui erano passati. «La squadra della Scientifica ha trovato resi-
dui di polvere da sparo di una pistola. Ha mirato attraverso le
sbarre. Saunière era solo quando è morto qui dentro.»
Langdon ripensò alla fotografia del corpo di Saunière. "Mi
avevano detto che aveva fatto tutto da solo." Diede un'occhia-
ta all'immenso corridoio davanti a loro. «Dov'è il corpo?»
Pache raddrizzò il fermacravatta a forma di croce e si in-
camminò. «Come probabilmente saprà, la Grande Galleria è
piuttòsto lunga.»
La lunghezza esatta, se la memoria non l'ingannava, era di
circa quattrocentocinquanta metri. Altrettanto impressionante
era la larghezza della sala, che avrebbe permesso comodamen-
te il transito di un paio di treni passeggeri affiancati. Il centro
della galleria era punteggiato di statue e di colossali urne di
porcellana che servivano come elegante divisorio e a mantene-
re un flusso ordinato dei visitatori nelle due direzioni.
Pache taceva e camminava rapidamente lungo la corsia de-
stra della galleria, lo sguardo fisso in avanti. Langdon aveva
l'impressione di mancare di rispetto a quei capolavori, pas-
sandogli davanti senza dedicare loro neppure un'occhiata.
"Non che si possa vedere molto, con questa luce" si giustificò.
Il bagliore rosso e ovattato evocava purtroppo in lui ricordi
dell'ultima volta che Langdon aveva visto quel tipo di luce,
negli archivi segreti del Vaticano. Era la seconda volta, nelle
ultime ore, che gli tornava in mente il rischio mortale da lui
corso a Roma. Il pensiero di quella città richiamò a sua volta il
ricordo di Vittoria. Anche a lei non pensava da mesi. Stentava
a credere che il suo viaggio a Roma risalisse solo all'anno pri-
ma, gli sembrava che fossero passati decenni. "Un'altra vita."
Le ultime notizie ricevute da Vittoria risalivano a dicembre:
una cartolina postale in cui diceva di partire per il mare di
Giava per continuare le sue ricerche sulla fisica della comuni-
cazione, qualcosa che riguardava l'impiego dei satelliti per se-
guire le migrazioni delle mantre. Langdon non si era mai illu-
so che una donna come Vittoria Vetra potesse essere felice di
vivere con lui nel campus di un college, ma il loro incontro a
Roma aveva destato in lui un desiderio che non aveva mai
creduto di poter provare. La sua innata preferenza per la vita
di scapolo e le semplici libertà che gli permetteva era stata in
qualche modo scossa, per essere sostituita da un imprevisto
senso di vuoto, che era aumentato nel corso dell'anno prece-
dente.
Continuarono a camminare in fretta, ma Langdon non
scorse alcun cadavere. «Jacques Saunière ha fatto tutta questa
strada?»
«Il signor Saunière è stato ferito allo stomaco. È morto mol-
to lentamente. Forse ha impiegato quindici o venti minuti. Era
ovviamente un uomo fisicamente molto robusto.»
Langdon si voltò verso di lui, stupefatto. «E la sicurezza ha
impiegato quindici minuti ad arrivare fin qui?»
«Naturalmente no. Il servizio di sicurezza del Louvre ha
reagito immediatamente all'allarme e ha trovato la Grande
Galleria chiusa. Attraverso la grata, hanno sentito che qual-
cuno si muoveva dall'altra parte del corridoio, ma non sono
riusciti a vedere chi fosse. Hanno gridato, ma non hanno avu-
to risposta. Pensando che potesse essere soltanto un crimina-
le, hanno seguito il protocollo e hanno chiamato la polizia
giudiziaria. Noi siamo arrivati nel giro di quindici minuti.
Quando siamo giunti sul posto, abbiamo sollevato la barriera
quanto bastava per scivolare sotto, e io ho fatto entrare una
decina di agenti armati. Hanno percorso l'intera galleria per
bloccare l'intruso.»
«E...?»
«Non hanno trovato nessuno all'interno. Eccetto...» Indicò
un punto davanti a loro. «... lui.»
Langdon sollevò lo sguardo per seguire la mano tesa di Fa-
che. Dapprima pensò che il capitano indicasse una grande sta-
tua di marmo nel mezzo del corridoio. Proseguendo, però,
potè scorgere ciò che c'era dietro la statua. A trenta metri di
distanza, un unico faretto su un treppiede allungabile illumi-
nava il pavimento, creando un'isola di luce bianca in mezzo
alle rade luci rosse della galleria. Nel centro della zona illumi-
nata, come un insetto sotto il microscopio, si scorgeva il corpo
del curatore, nudo sul pavimento,
«Ha visto la foto» commentò Pache «e quindi non dovrebbe
essere una sorpresa.»
Langdon si sentì raggelare mentre si avvicinava al cadave-
re. Davanti a lui c'era una delle più strane immagini che aves-
se mai visto.
Il corpo pallido di Jacques Saunière giaceva sul pavimento
esattamente come gliel'aveva mostrato la fotografia. Mentre,
fermo al di sopra del corpo, socchiudeva gli occhi a causa del-
la luce troppo forte, Langdon si rammentò con stupore che
Saunière aveva consumato i suoi ultimi minuti di vita dispo-
nendo il proprio corpo in quello strano modo.
Saunière appariva straordinariamente robusto per un uomo
della sua età, e la muscolatura era perfettamente visibile. Si
era tolto tutti i vestiti, li aveva posati sul pavimento, ben ripie-
gati, e si era sdraiato sulla schiena, nel centro dell'ampio corri-
doio, allineandosi perfettamente con l'asse della sala. Aveva le
braccia tese all'esterno e le gambe divaricate come se galleg-
giasse sull'acqua del mare facendo il "morto" o, pensiero an-
cora più macabro, come un uomo legato a cavalli invisibili per
essere squartato.
Poco sotto lo sterno di Saunière, una macchia di sangue
contrassegnava il punto in cui il proiettile era entrato nella sua
carne. La ferita appariva straordinariamente piccola, e ne era
uscita solo una macchia di sangue nero.
Anche l'indice sinistro di Saunière era insanguinato; a
quanto pareva, era stato tuffato nella ferita per creare l'aspetto
più sconvolgente del suo macabro letto di morte: servendosi
del proprio sangue come inchiostro e usando come carta il
proprio addome nudo, Saunière aveva disegnato sulla pro-
pria carne un semplice simbolo, cinque linee rette che si incro-
ciavano in modo da formare una stella a cinque punte.
"Il pentacolo."
La stella di sangue, con al centro l'ombelico di Saunière, dava
al suo corpo una sorta di aria vampiresca o negromantica. La
foto che gli era stata mostrata era già abbastanza raccapriccian-
te, ma adesso, osservando con i propri occhi la scena, Langdon
provava una crescente inquietudine. "E se l'è fatto da sé."
«Signor Langdon?» chiese Pache, fissandolo.
«È un pentacolo» rispose lo studioso. La sua voce suonava
più bassa del voluto, in quello spazio immenso. «Uno dei più
antichi simboli al mondo. Già in uso quattromila anni prima
di Cristo.»
«E che cosa significa?»
Langdon aveva sempre qualche esitazione a rispondere a
quella domanda. Spiegare a qualcuno il "significato" di un
simbolo era come spiegargli ciò che doveva provare ascoltan-
do un brano musicale: era una sensazione che mutava da per-
sona a persona. Un cappuccio bianco con i buchi per gli occhi,
negli Stati Uniti faceva pensare al Ku Klux Klan ed evocava
immagini di odio e di razzismo, ma in Spagna richiamava im-
magini di fede religiosa.
«I simboli hanno significati diversi a seconda della loro col-
locazione» disse Langdon. «Principalmente, il pentacolo è un
simbolo religioso pagano.»
Pache annuì. «Adorazione del diavolo.»
«No» lo corresse Langdon, pentendosi di non avere scelto
termini più chiari.
Oggigiorno, il termine "pagano" era diventato quasi sinoni-
mo di "adoratore del diavolo" ma si trattava di un grosso
equivoco. La parola derivava dal latino paganus, che significa-
va "abitante della campagna". I "pagani" erano i contadini
ignoranti che rimanevano fedeli alle vecchie religioni rurali
del culto della natura. Di fatto, così forte era l'avversione della
Chiesa verso coloro che abitavano nelle villae rurali, che anche
il termine innocuo per definire un abitante di un villaggio -
"villano" - aveva finito per assumere un carattere negativo.
«Il pentacolo» spiegò Langdon «è un simbolo precristiano
legato al culto della natura. Gli antichi vedevano il mondo di-
viso in due metà, maschile e femminile. I loro dèi e le loro dee
cercavano di mantenere un equilibrio dei poteri, yin e yang.
Quando il principio maschile e quello femminile erano in
equilibrio, nel mondo regnava l'armonia. Quando erano squi-
librati, vi regnava il caos.» Langdon indicò lo stomaco di Sau-
nière. «Questo pentacolo rappresenta la metà femminile di
tutte le cose, un concetto religioso che gli storici delle religioni
chiamano il "femminino sacro" o la "dea divina". Saunière sa-
peva queste cose meglio di chiunque altro.»
«Saunière si è tracciato sullo stomaco un simbolo divino
femminile?»
Langdon dovette ammettere che la cosa era strana. «Nelle
sue interpretazioni più specifiche, il pentacolo simboleggia
Venere, la dea della bellezza femminile e dell'amore sessuale.»
Pache lanciò un'occhiata all'uomo nudo ed emise un bron-
tolìo.
«Le religioni antiche erano basate sull'ordine divino della
natura. La dea Venere e il pianeta Venere erano una cosa sola
ed erano identici. La dea aveva un posto nel cielo notturno ed
era nota con vari nomi: Venere, la Stella dell'Est, Ishtar, Astar-
te. Tutti possenti concetti femminili legati alla Natura e alla
Madre Terra.»
A quel punto, Pache pareva ancora più preoccupato, come
se in qualche modo preferisse l'idea del culto del diavolo.
Langdon decise di non dilungarsi sulla più stupefacente
proprietà del pentacolo, l'origine "grafica" del suo legame con
Venere. Da giovane studente di astronomia, Langdon aveva
appreso con stupore che il pianeta Venere tracciava un penta-
colo perfetto sull'eclittica ogni otto anni. Gli antichi che ave-
vano osservato quel fenomeno erano rimasti talmente stupe-
fatti che Venere e il suo pentacolo erano divenuti i simboli
della perfezione, della bellezza e degli aspetti ciclici dell'amo-
re sessuale. Come tributo alla magia di Venere,, i greci avevano
fatto ricorso al suo ciclo di otto anni per organizzare i giochi
olimpici. Oggi poche persone sapevano che la ricorrenza, ogni
quattro anni, delle moderne Olimpiadi seguiva ancora un
mezzo ciclo di Venere. E un numero ancora minore di persone
sapeva che la stella a cinque punte stava quasi per diventare il
simbolo ufficiale delle Olimpiadi, ma era stato scartato all'ul-
timo momento: le cinque punte erano state trasformate in cin-
que anelli che si incrociavano, per esprimere meglio lo spirito
olimpionico di globalità e di armonia.
«Signor Langdon» disse all'improvviso Pache. «Ovviamen-
te, il pentacolo deve anche collegarsi al diavolo. I vostri film
americani dell'orrore lo mettono bene in chiaro.»
Langdon aggrottò la fronte. "Grazie, Hollywood." La stella
a cinque punte era ormai un cliché in tutti i film di serial killer
satanici. Di solito era tracciata sulla parete dell'appartamento
di qualche satanista, accanto a presunti simboli diabolici.
Langdon provava sempre un forte senso di frustrazione quan-
do vedeva il simbolo in quel contesto; in realtà, le vere origini
del pentacolo erano del tutto divine. «Le assicuro che, qualun-
que cosa compaia nei film» disse Langdon «l'interpretazione
del pentacolo come simbolo diabolico non è storicamente ac-
curata, il significato originale femminile è corretto, ma nel cor-
so dei millenni il simbolismo del pentacolo è stato distorto:
nel nostro caso specifico, con molto spargimento di sangue.»
«Non credo di capire.»
Langdon lanciò un'occhiata al crocifisso di Pache e si chiese
come formulare la spiegazione. «La Chiesa, capitano. I simbo-
li sono molto resistenti, ma il significato del pentacolo è stato
alterato dalla Chiesa cattolica romana dei primi secoli. Come
parte della sua campagna per eliminare la religione pagana e
convertire al cristianesimo le masse, la Chiesa lanciò una cam-
pagna denigratoria contro gli dèi e le dee pagani, presentando
come diabolici i loro simboli.»
«Vada avanti.»
«È una cosa che si verifica in tempi di rivoluzione» prose-
guì lo studioso. «Una potenza emergente fa propri i simboli
esistenti e li degrada nel tentativo di cancellarne il significato.
Nella lotta tra simboli pagani e simboli cristiani, i pagani han-
no perso: il tridente di Nettuno è diventato il forcone del dia-
volo, il cappello a punta della vecchia erborista è divenuto il
cappello della strega e il pentacolo di Venere è divenuto il se-
gno del diavolo.» Fece una pausa. «Purtroppo i militari degli
Stati Uniti hanno contribuito ad affermare la perversione del
pentacolo, che adesso è diventato il nostro principale simbolo
di guerra. Lo dipingiamo sugli aerei da caccia e lo mettiamo
sulle spalline dei nostri generali.» "Con buona pace della dea
dell'amore e della bellezza."
«Interessante.» Pache indicò il corpo disteso a terra. «E la
posizione del cadavere? Che cosa le suggerisce?»
Langdon si strinse nelle spalle. «La posizione ribadisce il ri-
ferimento al pentacolo e al femminino sacro.»
Pache aggrottò la fronte. «Scusi?»
«Duplicazione. Ripetere un simbolo è il modo più semplice
per rafforzarne il significato. Jacques Saunière si è messo in
una posizione che ribadisce il simbolo della stella a cinque
punte.» "Se un pentacolo è utile allo scopo, due lo sono anco-
ra di più."
Pache passò lo sguardo sulle cinque punte del corpo di Sau-
nière - braccia, gambe e testa - e si ravviò i capelli. «Analisi
interessante.» Sì interruppe. «E la nudità?» Pronunciò la paro-
la con un lamento; pareva trovare repellente l'idea di un corpo
nudo, maschile, di quell'età. «Perché si è tolto i vestiti?»
"Buona domanda" pensò Langdon. Se l'era chiesto fin dal
primo momento in cui aveva visto la polaroid. La sua sola
ipotesi era che un corpo umano nudo fosse un'ulteriore allu-
sione a Venere, la dea della sessualità. Anche se la cultura mo-
derna aveva cancellato gran parte dei collegamenti tra Venere
e l'unione fisica tra maschio e femmina, l'etimologia scorgeva
ancora un residuo del significato originale di Venere nella pa-
rola "venereo". Langdon decise di lasciar perdere. «Capitano
Pache, è ovvio che non posso dirle perché il signor Saunière
abbia disegnato quel simbolo sul proprio corpo o perché abbia
assunto questa posizione, ma posso assicurarle che un uomo
come Jacques Saunière avrebbe considerato il pentacolo come
un segno della divinità femminile. La correlazione tra questo
simbolo e il femminino sacro è ben nota agli storici dell'arte e
agli studiosi di simbologia.»
«Bene. E perché ha usato come inchiostro il suo sangue?»
«Ovviamente, non aveva altro con cui tracciarlo.»
Pache tacque per un istante. «In realtà, credo che si sia ser-
vito del sangue perché la polizia seguisse certe procedure di
medicina legale.»
«Scusi?»
«Guardi la mano sinistra.»
Langdon passò lo sguardo sul braccio bianco del cadavere,
fino alla mano, ma non vide nulla. Si avvicinò e si inginoc-
chiò, e allora notò con sorpresa che Saunière stringeva tra le
dita un grosso pennarello.
«Saunière lo aveva in mano quando lo abbiamo trovato»
spiegò Pache, spostandosi di alcuni metri fino a un tavolino
pieghevole, coperto di strumenti investigativi, cavi elettrici e
apparecchiature elettroniche. «Come le dicevo» continuò, fru-
gando tra gli oggetti sul tavolino «non abbiamo toccato nulla.
Conosce questo tipo di penna?»
Langdon si abbassò per leggere l'etichetta del pennarello.
Stylo de lumiere noire.
Sollevò la testa, sorpreso.
Il pennarello a luce nera o penna "a filigrana impiega un
particolare tipo di inchiostro che permette a restauratori, ad-
detti dei musei e poliziotti di tracciare segni invisibili sugli og-
getti: un inchiostro fluorescente, con un diluente non corrosi-
vo a base di alcol, che risulta visibile solo ai raggi ultravioletti,
o luce néra. Il personale dei musei vi ricorre nelle ispezioni
quotidiane per collocare segni invisibili sulle cornici dei di-
pinti da restaurare.
Mentre Langdon si alzava, Pache raggiunse il faretto e lo
spense. La galleria piombò nell'oscurità.
Momentaneamente cieco, lo studioso provò un senso di pa-
nico. Poi scorse la figura di Pache, illuminata da una luce ros-
so violacea. Si avvicinava reggendo in mano una lampada
portatile che lo avvolgeva in quell'alone viola.
«Come lei forse sa» spiegò il capitano «la polizia usa l'illu-
minazione a luce nera per cercare nella scena del crimine il
sangue e le altre tracce utili alla medicina legale. Perciò può
immaginare la nostra sorpresa quando...» Bruscamente, puntò
la luce sul cadavere.
Langdon abbassò lo sguardo e trasalì per lo shock.
Con il cuore che accelerava i battiti, osservò lo strano mes-
saggio che adesso era comparso sul pavimento. Scritte in ca-
ratteri luminescenti, le ultime parole del curatore si leggevano
nitidamente vicino al corpo. E a mano a mano che leggeva la
scritta di colore rosso brillante, Langdon sentì addensarsi la
nebbia che, nel suo cervello, avvolgeva quell'intera notte.
Lesse di nuovo il messaggio e fissò Pache. «Che diavolo si-
gnifica?»
Alla luce della lampada, gli occhi di Pache che lo fissavano
erano bianchi come quelli di un morto. «Questa, signore» dis-
se il capitano «è esattamente la domanda a cui lei deve rispon-
dere.»
Non molto lontano, nell'ufficio di Saunière, il tenente Col-
let, che nel frattempo era tornato al Louvre, controllava un ra-
dioregistratore posato sull'enorme scrivania del curatore. A
eccezione dello strano modellino - simile a un robot - di un
cavaliere medievale che lo fissava dall'angolo della scrivania,
Collet era solo. Regolò il volume delle cuffie e controllò che il
segnale registrato dall'hard disk fosse abbastanza forte. Tutto
era regolare. I microfoni funzionavano perfettamente e il se-
gnale era chiaro.
"Il momento della verità" pensò.
Sorridendo, chiuse gli occhi e si preparò a godersi il resto
della conversazione che veniva registrata all'interno della
Grande Galleria.
7.
La modesta abitazione del custode, all'interno della chiesa di
Saint-Sulpice, era collocata al primo piano della chiesa stessa,
a sinistra della balconata del coro. Era un alloggio di due stan-
ze con il pavimento di pietra e l'arredamento ridotto al mini-
mo; da più di dieci anni ospitava sorella Sandrine Bieil. La sua
residenza ufficiale era il vicino convento, se qualcuno fosse
venuto a cercarla, ma lei preferiva la tranquillità della chiesa e
si era pian piano allestita un comodo alloggio con un letto, il
telefono e un fornello per cucinare.
Nella sua veste di conservatrice d'affaires della chiesa, sorella
Sandrine era responsabile di tutti gli aspetti non religiosi del
funzionamento di Saint-Sulpice: la manutenzione generale,
l'assunzione di personale e di guide, la sorveglianza dell'edi-
ficio dopo l'orario di visita, oltre al compito di ordinare i vari
materiali di consumo, tra cui anche il vino e le ostie della co-
munione.
Quella notte dormiva già profondamente quando venne de-
stata dal trillo del telefono. Con uno sbadiglio sollevò il ricevi-
tore. «Seur Sandrine. Eglise Saint-Sulpice.»
«Pronto, sorella» le disse una voce maschile, in francese.
La donna si rizzò a sedere. "Ma che ora è?" Anche se aveva
riconosciuto la voce del suo superiore, in tutti quegli anni non
aveva mai ricevuto una sua telefonata. L'abate era un uomo
profondamente pio che andava a letto subito dopo l'ultima
messa.
«Mi scusi se l'ho svegliata, sorella» disse l'abate. Anch'egli
pareva assonnato e aveva la voce tesa. «Le devo chiedere un
favore. Ho appena ricevuto una telefonata da un influente ve-
scovo americano. Forse ha sentito parlare di lui. Manuel Arin-
garosa.?»
«Il capo dell'Opus Dei?» "Certo che lo conosco, chi non lo
conosce, nella Chiesa?" Negli ultimi anni, la prelatura con-
servatrice di Aringarosa era diventata sempre più potente.
La loro ascesa alla grazia era iniziata con un balzo nel 1982,
quando papa Giovanni Paolo II li aveva improvvisamente in-
nalzati a "prelatura personale del papa", dando così l'appro-
vazione ufficiale a tutte le loro pratiche. Curiosamente, l'a-
vanzamento dell'Opus Dei era avvenuto lo stesso anno in
cui, a quanto si diceva, la ricca associazione aveva trasferito
quasi un miliardo di dollari all'Istituto vaticano per le opere
di religione - lo IOR, comunemente noto come la Banca del
Vaticano - evitandogli così un'imbarazzante bancarotta. Con
una seconda manovra che aveva fatto sollevare molte so-
pracciglia, il papa aveva messo il fondatore dell'Opus Dei sul
"binario veloce" della santificazione, accelerando in questo
modo le procedure per la nomina a santo e riducendole, da
un periodo nell'ordine di un secolo a una semplice ventina di
anni. Sorella Sandrine non poteva fare a meno di pensare che
le buone grazie di cui godeva a Roma l'Opus Dei fossero al-
quanto sospette, ma le decisioni della Santa Sede non si di-
scutono.
«Il vescovo Aringarosa mi ha telefonato per chiedermi un
favore» le disse l'abate, in tono piuttosto nervoso. «Uno dei
suoi numerari, i residenti fissi dell'associazione, è a Parigi
questa notte...»
Più ascoltava la strana richiesta, più sorella Sandrine senti-
va aumentare la confusione. «Scusi, ma lei dice che questo nu-
merario dell'Opus Dei in visita non può aspettare fino a do-
mattina?»
«Temo di no. Il suo aeroplano parte molto presto. Ha sem-
pre sognato di poter vedere Saint-Sulpice.»
«Ma la chiesa è molto più interessante di giorno, con i raggi
del sole che penetrano attraverso l'oculus, la gradazione delle
ombre sullo gnomone; sono queste cose a rendere unica Saint-
Sulpice.»
«Sorella, sono d'accordo con lei, ma lo riterrei un favore
personale se potesse farlo entrare questa notte. Potrà essere
laggiù all'una... vale a dire tra venti minuti.»
Sorella Sandrine aggrottò la fronte. «Naturalmente. Sarà
mio piacere accoglierlo.»
L'abate la ringraziò e chiuse la comunicazione.
Perplessa, sorella Sandrine rimase per un momento a go-
dersi il calore del letto, cercando di allontanare dal cervello i
veli del sonno. A sessantanni faticava ad alzarsi così all'im-
provviso, anche se la telefonata di quella notte l'aveva certa-
mente scossa. L'Opus Dei aveva sempre destato in lei una
profonda inquietudine. Oltre al fatto che la prelatura pratica-
va l'arcano rituale della mortificazione corporale, il suo modo
di considerare le donne era medievale, se non peggiore. Era
stata sfavorevolmente colpita dalla notizia che i numerarli di
sesso femminile erano costretti a pulire la zona degli uomini,
senza alcuna ricompensa, mentre questi erano a messa; le
donne dormivano in terra mentre gli uomini avevano mate-
rassi e brandine; inoltre, erano sottoposte a ulteriori richieste
di mortificazione personale, come punizione per il peccato
originale. Pareva che il boccone del frutto della conoscenza as-
saggiato da Èva fosse un debito che le donne dovevano espia-
re per l'eternità. Tristemente, proprio mentre la Chiesa cattoli-
ca si muoveva per gradi nella giusta direzione per ciò che
riguardava i diritti delle donne, l'Opus Dei minacciava di can-
cellare i pochi progressi. Comunque, sorella Sandrine aveva
ricevuto un ordine e doveva obbedire.
Posò i piedi a terra e si alzò lentamente; il pavimento sotto
le piante nude era gelido e per tutto il corpo le corse un brivi-
do, accompagnato da un'imprevista apprensione.
"Intuizione femminile?"
In quanto seguace di Dio, sorella Sandrine aveva imparato
a trovare la pace nella voce tranquillizzante della propria ani-
ma. Quella notte, però, la voce dell'anima era silenziosa come
la chiesa vuota che le stava intorno.8.
Langdon non riusciva a staccare lo sguardo dalle lettere rosse
fosforescenti tracciate sul pavimento. L'ultima comunicazione
di Jacques Saunière era il più improbabile messaggio d'addio
che lo studioso potesse immaginare.
Il messaggio diceva:
13-3-2-21-1-1-8-5
O, Draconian devii!
Oh, lame saint!
Anche se Langdon non aveva la minima idea del significa-
to, comprese perché Pache avesse pensato al pentacolo come a
qualcosa di legato al culto del diavolo.
"O, Draconian devii!" O, diavolo draconiano!
Saunière aveva effettivamente lasciato un riferimento al
diavolo. Altrettanto bizzarra era la serie di numeri. «In parte
sembra un cifrario numerico.»
«Sì» disse Pache. «I nostri crittologi stanno già lavorando su
quei numeri. Crediamo che siano la chiave per portarci a chi
lo ha ucciso. Forse una telefonata o qualche tipo di codice di
riconoscimento. I numeri hanno qualche significato simbolico
per lei?»
Langdon guardò di nuovo quelle cifre e la sua impressione
fu che gli sarebbero occorse parecchie ore per cavarne qualche
significato simbolico. "Sempre che Saunière ve ne abbia inse-
rito qualcuno." Al suo occhio i numeri parevano disposti com-
pletamente a caso. Era abituato a successioni simboliche che
avevano una qualche apparenza di senso, ma tutti quegli ele-
menti - il pentacolo, il testo, i numeri - parevano scelti com-
pletamente a casaccio.
«Lei sosteneva in precedenza» riprese Pache «che le azioni
compiute da Saunière prima di morire avevano lo scopo di
trasmettere qualche sorta di messaggio. Il culto della dea o
qualcosa del genere. Come vi si inserisce questo messaggio?»
Langdon sapeva che si trattava di una domanda retorica.
Quel bizzarro messaggio, ovviamente, non aveva alcun rap-
porto con lo scenario immaginato da lui e relativo al culto del-
la dea.
"O, Draconian devii? Oh, lame saint?" Oh diavolo draconia-
no? Oh santo zoppicante?
Pache osservò: «Questo testo sembrerebbe un'accusa di
qualche tipo, non è d'accordo?».
Langdon cercò di immaginare gli ultimi minuti del curatore
intrappolato nella Grande Galleria, con la coscienza di dover
morire. Pareva logico. «Un'accusa contro l'assassino avrebbe
senso, mi pare.»
«Il mio compito, naturalmente, è di dare un nome a quella
persona. Mi permetta di chiederle una cosa, signor Langdon.
Secondo lei, a parte i numeri, qual è l'aspetto più strano del
messaggio?»
"L'aspetto più strano?" Un uomo in punto di morte si era
chiuso nella galleria, si era disegnato un pentacolo sulla pan-
cia e aveva scritto sul pavimento una misteriosa accusa. Fa-
che avrebbe fatto più in fretta a chiedergli che cosa non era
strano in tutta quella situazione. «La parola "draconiano"?»
azzardò, dicendo la prima cosa che gli veniva in mente.
Langdon era abbastanza certo che un riferimento a Dracene,
lo spietato politico greco del settimo secolo prima di Cristo,
fosse un pensiero alquanto improbabile per un uomo in pun-
to di morte. «"Diavolo draconiano" mi pare una strana scelta
di parole.»
«Draconiano?» ripetè Pache, in tono visibilmente seccato.
«Non mi sembra che la stranezza principale, qui, stia nelle
singole parole scelte da Saunière.»
Langdon non capiva che cosa Pache avesse in mente, ma co-
minciava a pensare che lui e Dracene condividessero molte
idee.
«Saumière era un francese» disse Pache. «Abitava a Parigi.
Eppure, dovendo scrivere il messaggio...»
«L'ha scritto in inglese» terminò lo studioso, che solo ora ca-
piva che cosa intendesse dire il capitano.
Pache annuì. «Précisément. Qualche idea del motivo?»
Langdon sapeva che Saunière parlava un inglese impecca-
bile; tuttavia, neanche lui riusciva a capire il motivo di quella
scelta. Si strinse nelle spalle.
Pache indicò di nuovo il pentacolo sull'addome di Saunière.
«Niente a che vedere con il culto del diavolo? Ne è sempre si-
curo?»
Langdon non era più sicuro di nulla. «Simboli e testo non
mi paiono corrispondere. Mi spiace di non poterle essere di
molto aiuto.»
«Forse questo potrà offrirle qualche chiarimento.» Pache in-
dietreggiò e sollevò la lampada a luce nera illuminando un'a-
rea più vasta. «E adesso?»
Con stupore di Langdon comparve attorno al corpo del cu-
ratore un cerchio approssimativo. A quanto pareva, Saunière
si era disteso sul pavimento e aveva tracciato alcuni lunghi ar-
chi attorno a sé, col risultato di inscrivere il proprio corpo al-
l'interno di un cerchio.
In un istante, il significato divenne chiaro.
«L'Uomo vitruviano» mormorò lo studioso. Saunière aveva
ricreato una copia formato naturale del più famoso disegno di
Leonardo da Vinci.
Ritenuto il più corretto disegno anatomico della sua epo-
ca, l'Uomo vitruviano era diventato una delle moderne icone
della cultura e veniva stampato su manifesti, copertine di li-
bri e T-shirt in tutto il mondo. Il famoso disegno era costitui-
to di un cerchio perfetto con inscritto un corpo nudo maschi-
le, le braccia tese lateralmente e le gambe divaricate.
"Leonardo da Vinci." Langdon sentì un brivido di stupore.
Adesso le intenzioni di Saunière erano perfettamente chiare.
Nei suoi ultimi istanti di vita, il curatore si era spogliato e si
era posizionato in modo da costituire una chiara riproduzione
dell'Uomo vitruviano.
Il cerchio era l'elemento cruciale che gli era mancato fino a
quel momento. Simbolo femminile di protezione, il cerchio at-
torno al corpo nudo dell'uomo completava il messaggio di
Leonardo, l'armonia di maschio e femmina. A quel punto,
però, la domanda era: perché Saunière aveva voluto imitare
un disegno famoso?
«Signor Langdon» disse Pache «certamente un uomo come
lei non ignora che Leonardo da Vinci aveva una propensione
per le arti più tenebrose.»
Langdon non si aspettava che Pache conoscesse così bene
Leonardo, ma l'osservazione contribuiva a spiegare i sospetti
del capitano sul culto del diavolo. Leonardo da Vinci era sem-
pre stato un argomento imbarazzante per gli storici, soprat-
tutto quelli di tradizione cristiana. Nonostante il suo genio vi-
sionario, era un omosessuale dichiarato e un adoratore del
divino ordine della natura, due caratteristiche che lo poneva-
no costantemente in stato di peccato contro Dio. Inoltre, le biz-
zarrie dell'artista proiettavano su di lui un'aura chiaramente
demoniaca: Leonardo esumava i cadaveri per studiare l'ana-
tomia umana; teneva misteriosi diari scritti in calligrafia in-
vertita che risultavano illeggibili; credeva di possedere il pote-
re alchemico di trasformare il piombo in oro e anche di poter
ingannare Dio creando un elisir che allontanava la morte;
inoltre, le sue invenzioni comprendevano orrendi, mai prima
immaginati, strumenti di guerra e di tortura.
"L'ignoranza genera diffidenza" pensò Langdon.
Anche la grande produzione di capolavori d'arte di argo-
mento religioso aveva finito soltanto per alimentare la reputa-
zione di ipocrisia spirituale dell'artista. Accettando centinaia di
ricche commissioni da parte della Chiesa, Leonardo dipingeva i
suoi soggetti cristiani non per manifestare la propria fede, ma
per motivi puramente venali: erano il mezzo che gli permetteva
di condurre una vita dispendiosa. Purtroppo Leonardo era uno
spirito bizzarro che spesso si divertiva a mordere la mano che lo
alimentava. In molti dei suoi quadri cristiani aveva inserito
simbolismi nascosti che non. erano affatto cristiani, come tribu-
to alle proprie convinzioni e come sottile presa in giro della
Chiesa. Langdon aveva persino tenuto una conferenza, alla Na-
tional Gallery di Londra, sull'argomento: "La vita segreta di
Leonardo: simbolismo pagano nell'arte cristiana".
«Comprendo la sua preoccupazione» rispose quindi «ma
Leonardo da Vinci non ha mai realmente praticato la magia
nera. Era un uomo di elevatissima spiritualità, anche se era in
costante conflitto con la Chiesa.» Nel dirlo, una strana idea gli
passò per la mente. Diede un'altra occhiata alla scritta sul pa-
vimento. "O, Draconian devii! Oh, lame saintl"
«Sì?» chiese Pache.
Langdon soppesò attentamente le parole. «Pensavo che
Saunière condivideva con Leonardo gran parte delle ideologie
spirituali, compresa la preoccupazione perché la Chiesa ha
eliminato il femminino sacro dalla religione moderna. Forse,
imitando un famoso disegno di Leonardo da Vinci, Saunière vo-
leva semplicemente dare eco alla loro comune frustrazione per
la demonizzazione della dea da parte della Chiesa moderna.»
Pache socchiuse gli occhi. «Pensa che Saunière abbia voluto
chiamare la Chiesa un santo zoppicante e un diavolo draco-
niano?»
A Langdon parve una conclusione un po' azzardata, ma il
pentacolo pareva avallare in un certo modo quella conclusione.
«Dico solo che il signor Saunière ha dedicato la vita a studiare
la storia della dea e chi si è dato maggiormente da fare per can-
cellare quella storia è la Chiesa cattolica. Può darsi che Sauniè-
re, nel suo addio, abbia voluto esprimere la sua delusione.»
«Delusione?» chiese Pache, in tono decisamente ostile.
«Questo messaggio suona più incollerito che deluso, non le
pare?»
Langdon aveva ormai dato fondo a tutta la sua pazienza.
«Capitano, lei mi ha chiesto le mie impressioni su quello che
Saunière ha voluto dire, e io gliele ho dette.»
«Lei sostiene dunque che questa è un'accusa contro la Chie-
sa?» chiese Pache, parlando a denti stretti. «Signor Langdon,
nel mio lavoro ho visto un mucchio di morti e lasci che le dica
una cosa. Quando un uomo è assassinato da un altro uomo,
non credo che i suoi ultimi pensieri lo portino a scrivere mi-
steriose affermazioni spirituali che nessuno è in grado di capi-
re. Per rne, pensa solo a una cosa.» Il sussurro di Pache parve
tagliare l'aria. «La vengeance. Pensa solo alla vendetta. Credo
che Saunière abbia scritto questo messaggio per indicarci il
suo assassino.»
Langdon lo fissò. «Ma tutto ciò non ha senso.»
«No?»
«No» ripetè, stanco e frustrato. «Mi ha detto che Saunière è
stato assalito nel suo ufficio da una persona che, a quanto pa-
re, lui aveva invitato a entrare.»
«Sì.»
«Perciò pare ragionevole concludere che il curatore cono-
scesse il suo aggressore.»
Pache annuì. «Vada avanti.»
«Perciò, se Saunière conosceva la persona che l'ha ucciso,
che razza di indizio è questo?» Indicò il pavimento. «Codici
numerici? Santi azzoppati? Diavoli draconiani? Pentacoli sul-
lo stomaco? È troppo enigmatico.»
Pache aggrottò la fronte come se l'idea non gli fosse mai af-
fiorata alla mente. «Non so come darle torto.»
«Considerate le circostanze» continuò lo studioso «penserei
che se Saunière avesse voluto far sapere chi l'ha ucciso, non
avrebbe scritto questi indovinelli, ma il nome dell'assassino.»
Mentre Langdon parlava, un sorriso di soddisfazione com-
parve sulle labbra di Pache, per la prima volta in quella notte.
«Precisemene disse il capitano. «Précisément.»
"Sto assistendo al lavoro di un maestro" pensava il tenente
Collet mentre regolava le manopole del radioregistratore e
ascoltava la voce di Pache che gli giungeva dagli auricolari.
L'agent supérieur sapeva che erano stati momenti come quello
a portare il capitano in cima alla polizia francese. "Pache è ca-
pace di riuscire dove nessuno oserebbe avventurarsi."
L'arte delicata del cajoler, del lusingare gli indiziati per farli
confessare, si era perduta nel moderno esercizio della legge, per-
ché richiedeva un'eccezionale calma in momenti di grande pres-
sione. Pochi possedevano il sangue freddo necessario per quel
tipo di operazione, ma Pache sembrava nato per essa. La sua cal-
ma e la sua pazienza sembravano quelle di una macchina.
La sola emozione mostrata da Pache quella notte pareva limi-
tarsi a una decisa risolutezza, come se quell'arresto fosse qual-
cosa di personale per lui. Le istruzioni date da Pache ai suoi
agenti, un'ora prima, erano state stranamente brevi e perento-
rie. "So chi ha ucciso Jacques Saunière" aveva detto Pache. "Sa-
pete cosa fare, questa notte non dovranno esserci errori."
E fino a quel momento non ce n'erano stati.
Collet non conosceva ancora la prova che aveva convinto
Pache della colpevolezza del suo indiziato, ma non intendeva
certamente mettere in dubbio gli istinti del Toro. A volte il se-
sto senso di Pache sembrava quasi sovrannaturale. "Dio gli
parla all'orecchio" aveva detto un agente, dopo un'impressio-
nante dimostrazione delle doti istintive del capitano. E Collet
doveva ammettere che se Dio esisteva davvero, Bezu Pache
doveva essere nella lista dei suoi benemeriti. Il capitano si ac-
costava alla messa e alla comunione con una zelante assiduità
che andava ben oltre la consueta osservanza della funzione
domenicale, praticata dagli altri agenti per mantenere buone
relazioni con la comunità. Quando il papa era stato in visita a
Parigi, qualche anno prima, Pache aveva usato tutto il suo
ascendente per ottenere un'udienza. Una foto di Pache con il
papa era adesso appesa nel suo ufficio. Gli agenti, tra di loro/
la chiamavano "il Toro papale".
Collet trovava bizzarro che una delle rare dichiarazioni
pubbliche di Pache degli ultimi anni fosse stata la sua imme-
diata reazione alle notizie dello scandalo per gli episodi di pe-
dofilia nell'ambiente della Chiesa. "Quei preti dovrebbero es-
sere impiccati due volte" aveva dichiarato Pache. "Una per i
loro crimini contro i bambini, e un'altra per avere infangato il
buon nome della Chiesa cattolica." Collet aveva l'impressione
che la seconda ragione fosse quella che destava maggiormen-
te la collera del suo superiore.
Tornò a osservare il computer portatile per occuparsi del
suo secondo incarico di quella notte: il sistema satellitare di
localizzazione. L'immagine sullo schermo mostrava la pianti-
na dell'ala Denon, uno schema digitale che si era fatto dare
dalla sicurezza del Louvre. Seguendo il labirinto di corridoi e
di sale, Collet trovò facilmente ciò che cercava. Nel cuore della
Grande Galleria ammiccava una minuscola luce rossa.
La marque.
Pache teneva la preda con un guinzaglio molto corto, quella
notte, e faceva bene, perché Robert Langdon si era dimostrato
un osso molto duro.9.
Per assicurarsi che la sua conversazione con Langdon non ve-
nisse interrotta, Bezu Pache aveva spento il telefono cellulare.
Purtroppo, però, era un costoso modello con incorporata una
radio trasmittente e ricevente, che ora, contrariamente ai suoi
ordini, veniva usata da uno dei suoi agenti per mettersi in
contatto con lui.
«Capitano?» La trasmissione crepitava come quella di un
walkie-talkie.
Pache digrignò i denti per la collera. Non immaginava nulla
di così importante da potere indurre Collet a interrompere la
sua surveilìance cachée, specialmente in quel momento critico.
Si rivolse a Langdon con uno sguardo di scusa. «Un mo-
mento, per favore.» Prese dalla cintura il telefono e premette il
pulsante per la trasmissione radio. «Qui?»
«Capitano, un agent du Département de Criptologie est arrivé.»
Per un attimo Pache scordò la collera. "Un crittologo?" No-
nostante il momento infelice, era probabilmente una buona no-
tizia. Pache, dopo avere scoperto la misteriosa scritta sul pavi-
mento, aveva scaricato le fotografie dell'intera scena del delitto
nel computer del dipartimento di Crittologia, nella speranza
che qualcuno gli spiegasse che cosa aveva voluto dire Sauniè-
re. Se un decifratore di codici era arrivato, probabilmente si-
gnificava che avevano decifrato il messaggio di Saunière.
«Al momento sono occupato» trasmise Pache, e il suo tono
di voce faceva chiaramente intendere che il suo interlocutore
non avrebbe dovuto chiamarlo. «Di' al crittologo di aspettare
nello studio di Saunière. Parlerò con lui quando avrò finito.»
«Con lei» precisò Collet «È l'agente Neveu.»
L'irritazione di Pache si accrebbe ancor di più. Sophie Ne-
veu, una giovane déchiffreuse parigina che aveva studiato crit-
tulogia in Inghilterra alla Royal Holloway, era uno dei peggio-
ri errori della polizia di Parigi. Era stata appiccicata a Pache
due anni prima come parte di un tentativo, voluto dal mini-
stro, di inserire più donne nelle forze di polizia. Ma l'escursio-
ne del ministro nel politicamente corretto, pensava Pache, in-
deboliva il dipartimento. Alle donne non solo mancava
l'energia fisica necessaria per il lavoro di polizia, ma la loro
sola presenza costituiva una pericolosa distrazione per gli uo-
mini in servizio. Come Pache aveva temuto, Sophie Neveu si
dimostrava una disturbatrice assai peggiore delle altre.
A trentadue anni, aveva una decisione che sfiorava l'ostina-
/.ione. La sua appassionata difesa delle nuove metodologie
crittografiche esasperava i vecchi crittologi francesi suoi supe-
riori. E, cosa che preoccupava maggiormente Pache, c'era il
fatto che, in un ufficio di uomini di mezza età, una donna gio-
vane e attraente distraeva sempre dal lavoro.
Dalla radio, Collet continuò: «L'agente Neveu ha insistito
per parlarle immediatamente, capitano. Ho cercato di fermar-
la, ma è entrata nella galleria».
Pache fece un passo indietro, incredulo. «È inaccettabile!
Avevo detto chiaramente di...»
Per un momento, Robert Langdon pensò che Bezu Pache
avesse un infarto. Il capitano era a metà di una frase quando
la sua mascella si fermò bruscamente e gli occhi gli si dilataro-
no. Il suo sguardo tagliente era fisso su qualcosa dietro le
spalle di Langdon. Prima che lo studioso potesse voltarsi, da
dietro di lui si udì una voce di donna.
«Excusez-moi, messieurs.»
Langdon si voltò e vide una giovane donna che si avvicina-
va. Si muoveva verso di loro, lungo la galleria, a passi lunghi
e sicuri. Indossava un golf chiaro, lungo fin quasi al ginocchio,
e calzoni neri, era molto attraente e dimostrava una trentina
d'anni. I folti capelli rosso castano, dal taglio irregolare, le ri-
cadevano sino alle spalle. Diversamente dalle bionde pallide
che incontrava a Harvard, quella donna possedeva una bel-
lezza che trasmetteva un senso di salute e di genuinità e una
forte dose di sicurezza.
Con stupore dì Langdon, la donna si rivolse a lui e gli tese
la mano. «Monsieur Langdon, sono l'agente Neveu del dipar-
timento di Crittologia della polizia giudiziaria.» Il tono era
cordiale; parlava inglese con un leggero accento francese.
«Lieta di fare la sua conoscenza.»
Langdon le strinse la mano e incrociò lo sguardo con il suo.
Aveva gli occhi verde scuro, vivaci e chiari.
Pache trasse lentamente il fiato, come se si preparasse a re-
darguirla.
«Capitano» disse lei, voltandosi verso Pache e precedendo-
lo «scusi l'interruzione, ma...»
«Ce n'est pas le momenti» sbuffò Pache.
«Ho cercato di telefonarle» proseguì Sophie in inglese, co-
me per riguardo nei confronti di Langdon. «Ma il suo telefono
era spento.»
«L'ho spento per un buon motivo» disse Pache, soffiando
come un gatto. «Stavo parlando col signor Langdon.»
«Ho decifrato il codice numerico» disse lei, senza altri
preamboli.
Langdon provò un senso di eccitazione. "Ha decifrato il co-
dice?"
Pache rimase senza parole per la sorpresa.
«Prima di spiegarlo» disse Sophie «ho però un messaggio
urgente per il signor Langdon.»
Pache la guardò con apprensione. «Per il signor Langdon?»
La donna annuì e tornò a voltarsi verso lo studioso. «Deve
mettersi in contatto con l'ambasciata americana, signor Lang-
don. Hanno un messaggio per lei, proveniente dagli Stati
Uniti.»
Langdon la guardò con sorpresa; il suo interesse per il codi-
ce venne improvvisamente travolto da un'ondata di preoccu-
pazione. "Un messaggio dagli Stati Uniti?" Cercò di immagi-
nare chi potesse essere. Solo un limitato numero di suoi
colleghi sapeva che lui era a Parigi.
Pache aveva aggrottato la fronte. «L'ambasciata america-
na?» chiese, in tono sospettoso. «Come potevano sapere che il
signor Langdon è qui?»
Sophie si strinse nelle spalle. «A quanto pare, l'hanno cerca-
to all'albergo e il portiere ha detto loro che era uscito con un
agente della polizia giudiziaria.»
Pache aveva ancora dubbi. «E l'ambasciata ha telefonato al
dipartimento di Crittologia?»
«No, signore» rispose Sophie con voce ferma. «Quando ho
chiesto al nostro centralino di mettersi in contatto con lei, mi
hanno riferito che c'era un messaggio per il signor Langdon e
mi hanno chiesto di informarlo se fossi riuscita a mettermi in
comunicazione.»
Pache sembrava leggermente confuso; fece per dire qualco-
sa, ma Sophie stava già parlando con l'americano.
«Signor Langdon» gli disse, estraendo di tasca un foglietto
«ecco il numero del servizio messaggi della vostra ambascia-
ta. Chiedevano di telefonare non appena possibile.» Gli diede
il foglietto, con grande serietà. «Mentre spiego il codice al ca-
pitano Pache, lei deve telefonare.»
Langdon osservò il foglio. C'erano un numero di telefono
di Parigi e un interno. «Grazie» disse, preoccupato. «Dove tro-
vo un telefono?»
Sophie stava già prendendo un cellulare dalla tasca del golf,
ma Pache la fermò. Aveva l'aspetto del Vesuvio pronto a
esplodere. Senza staccare gli occhi da Sophie, prese il proprio
cellulare e lo porse allo studioso. «Questa linea è sicura, si-
gnor Langdon. Può usare questo apparecchio.»
Langdon non capiva perché Pache fosse tanto irritato con la
giovane donna. A disagio, prese il telefono del capitano. Pache
si allontanò immediatamente di alcuni passi con Sophie e co-
minciò a rimproverarla a bassa voce. Ormai, Langdon prova-
va una vera antipatia per il capitano. Si voltò dall'altra parte e
accese il cellulare. Aprì il foglio che Sophie gli aveva dato e
compose il numero.
Dall'altra parte della comunicazione, il telefono cominciò a
squillare.
Uno squillo... due squilli... tre squilli...
Alla fine ebbe la comunicazione.
Langdon si aspettava di sentire il centralino dell'ambascia-
ta, ma gli rispose una segreteria. Stranamente, la voce regi-
strata gli era familiare: era quella di Sophie Neveu.
«Bonjour, vous étes bien chez Sophie Neveu» disse la voce regi-
strata. «Je suis absente pour le moment, mais...»
Confuso, Langdon si voltò verso Sophie. «Scusi, signorina
Neveu, ma temo che lei mi abbia dato il...»
«No, il numero è quello» lo interruppe subito Sophie, come
se già si aspettasse quel commento. «L'ambasciata ha una
messaggeria automatica. Deve comporre il numero interno
per ascoltare il messaggio.»
Langdon la guardò senza capire. «Ma...»
«Sono i tre numeri scritti sul foglio.»
Langdon fece per dire qualcosa sullo strano errore, ma la
donna gli lanciò un'occhiata che intimava: "Non faccia do-
mande. Componga quei numeri".
Ancora confuso, Langdon compose i tre numeri scritti sul
foglio: 4-5-4.
Il messaggio precedente si interruppe e una voce elettronica
disse in francese: «La segreteria ha un nuovo messaggio».
A quanto pareva, 4-5-4 era il codice per ascoltare i messaggi
registrati dell'agente Neveu quando era fuori casa.
"Che cosa sto facendo? Ascolto i messaggi privati di quella
donna?" Langdon sentiva soltanto il fruscio del nastro che si
riavvolgeva. Finalmente si fermò e iniziò il messaggio. Anche
questa volta era la voce di Sophie.
«Signor Langdon» diceva la donna, a bassa voce e in tono
allarmato. «Non reagisca in alcun modo a questo messaggio.
Ascolti con calma. In questo momento lei è in pericolo, segua
attentamente le mie istruzioni.»

Cordiali saluti.
Cioffi cavalier Michele.
E-mail:
michele...@gsmboy.it

CIOFFI CAVALIER MICHELE

unread,
May 19, 2006, 2:12:01 AM5/19/06
to incensurati yahoogoogle
10.
Silas sedeva al volante dell'Audi nera che gli aveva procurato
il Maestro e guardava dal finestrino la grande chiesa di Saint-
Sulpice, illuminata dal basso da numerosi gruppi di fari. I due
campanili si alzavano come salde sentinelle al di sopra del
lungo corpo dell'edificio. Su ciascun fianco, una fila scura di
sottili archi rampanti sporgeva come le cestole di un animale
aggraziato.
"I pagani hanno usato una casa di Dio per nascondere la lo-
ro chiave di volta." Anche in questo caso, la fratellanza aveva
confermato la sua leggendaria reputazione di setta dedita al-
l'insidia e all'inganno. Silas era ansioso di trovare la pietra e di
darla al Maestro, in modo che la Chiesa potesse recuperare
quel che la fratellanza aveva sottratto ai fedeli molto tempo
prima.
"Questo darà ulteriore potere all'Opus Dei."
Parcheggiata l'Audi nella deserta Place Saint-Sulpice, Silas
esalò lentamente il fiato e cercò di schiarirsi la mente in vista
del compito che l'attendeva. La schiena gli faceva ancora male
a causa della mortificazione corporale di poco prima, ma il
dolore non aveva importanza, al confronto delle sofferenze da
lui patite prima che l'Opus Dei lo salvasse.
Eppure, i ricordi di quella vita continuavano ad avvelenare
la sua anima.
"Libera il tuo odio" Silas impose a se stesso. "Perdona colo-
ro che ti hanno offeso."
Alzando gli occhi sulle torri di pietra di Saint-Sulpice, do-
vette lottare contro una familiare onda di riflusso, la forza che
spesso richiamava la sua mente indietro nel tempo e lo chiu-
deva di nuovo nella prigione che in gioventù era stata il suo
mondo. I ricordi del purgatorio affiorarono, come ogni volta,
sotto forma di una tempesta che colpiva i suoi sensi: il puzzo
di cavoli marci, di morte, di orina e di feci. Le grida di dispe-
razione che si perdevano nell'ululato del vento dei Pirenei e il
singhiozzare di uomini dimenticati da tutti.
"Andorra" pensò, e strinse i pugni.
Incredibilmente, in quel territorio brullo e maledetto tra
Spagna e Francia, mentre rabbrividiva nella sua cella e chiede-
va solo di morire, Silas era stato salvato.
Anche se al momento non se n'era accorto.
"La luce è giunta dopo molto tempo dal tuono."
Non si chiamava Silas, allora, anche se non ricordava il no-
me che i genitori gli avevano dato. Era fuggito di casa quando
aveva sette anni. Il padre ubriacone, un rozzo lavoratore del
porto, infuriato dalla nascita di un figlio albino, picchiava re-
golarmente la moglie, incolpandola della condizione del bam-
bino, che per lui costituiva una vergogna. Quando il figlio cer-
cava di difenderla, veniva a sua volta percosso.
Una notte c'era stato un litigio terribile e la madre non si era
più alzata. Il bambino era rimasto a lungo accanto al corpo
senza vita della madre e aveva provato un irresistibile senso
di colpa perché non aveva potuto impedire che ciò accadesse.
"È colpa mìa!"
Come se un demone si fosse impadronito del suo corpo, il
bambino era andato in cucina e aveva afferrato un grosso col-
tello. Come sotto ipnosi, aveva raggiunto la camera da letto,
dove il padre dormiva ubriaco. Senza una parola, l'aveva pu-
gnalato alla schiena. Il padre aveva gridato per il dolore e ave-
va cercato di allontanarsi, ma il figlio aveva continuato a col-
pirlo finché nella casa non era tornato il silenzio.
Il bambino era fuggito di casa, ma aveva trovato altrettanto
ostili le strade di Marsiglia. Il suo aspetto diverso ne aveva
fatto un reietto tra gli altri giovani vagabondi ed era stato co-
stretto a vivere da solo nella cantina di una fabbrica abbando-
nata, mangiando la frutta che riusciva a rubare e il pesce cru-
do del porto. I suoi soli compagni erano i giornali strappati
che trovava tra i rifiuti e sui quali aveva imparato a leggere.
Col tempo era divenuto sempre più robusto. Quando aveva
dodici anni, un'altra vagabonda, che aveva il doppio dei suoi
anni, lo aveva preso in giro davanti a tutti e aveva cercato di
rubargli il cibo. Lui l'aveva picchiata fin quasi a ucciderla.
Quando le guardie erano riuscite a staccarlo da lei, gli aveva-
no dato un ultimatum: o lasci Marsiglia o vai in riformatorio.
Il ragazzo si era allontanato lungo la costa fino a raggiunge-
re Telone. Col tempo, le occhiate di disprezzo di coloro che lo
incontravano erano divenute sguardi di paura. Il ragazzo era
divenuto un giovanotto eccezionalmente alto e forte. Quando
la gente gli passava vicino, la sentiva sussurrare: "Un fanta-
sma". Lo dicevano sgranando gli occhi per la paura nel vedere
la sua pelle bianca. "Un fantasma con gli occhi di un diavolo!"
Ed egli si sentiva davvero un fantasma. Un essere traspa-
rente, che volava da un porto all'altro.
La gente che guardava nella sua direzione non posava gli
occhi su di lui.
A diciott'anni, in un porto, mentre cercava di rubare una
cassa di prosciutto da una nave da carico, era stato scoperto
da un paio di marinai. I due uomini che avevano cominciato a
colpirlo puzzavano di birra, esattamente come un tempo suo
padre. I ricordi gonfi di paura e di odio si erano affacciati co-
me un mostro che risale dalle profondità del mare. Con le ma-
ni nude, il giovane aveva spezzato il collo a un marinaio e so-
lo l'arrivo della polizia aveva evitato al secondo di subire la
stessa sorte.
Due mesi più tardi, in ceppi, arrivava alla prigione di An-
dorra.
"Sei bianco come un fantasma" lo avevano preso in giro i
compagni, quando le guardie l'avevano portato dentro, nudo
e raggelato. "Mira el espectro! Forse il fantasma riuscirà a fug-
gire attraverso le pareti!"
In dodici anni di prigione, la sua pelle e la sua anima si era-
no disseccate fino a convincerlo di essere davvero trasparente.
"Sono un fantasma.
"Sono privo di peso.
"Yo soy un espectro... pàlido como un fantasma... caminando este
mundo a solas."
Una notte il fantasma era stato destato dalle urla degli altri
carcerati. Non capiva che forza invisibile scuotesse il pavi-
mento su cui dormiva, né quale mano possente facesse trema-
re la calce della sua cella di pietra ma, non appena era balzato
in piedi, un enorme masso era caduto sul punto esatto dove
aveva dormito fino a un attimo prima. Guardando in alto per
capire da dove venisse quella pietra, aveva visto un foro nella
parete che oscillava ancora e, dal foro, un'immagine che non
vedeva da più di dieci anni. La luna.
Mentre la terra continuava a tremare, il fantasma si era infi-
lato nel foro e si era trovato davanti a un'enorme distesa aper-
ta; un istante più tardi correva lungo il fianco della montagna
per rifugiarsi nel bosco. Aveva continuato a correre per tutta la
notte, sempre in discesa, nonostante la fame e la stanchezza.
A malapena consapevole dei propri atti, all'alba si era tro-
vato in una radura dove la ferrovia passava in mezzo alla fo-
resta. Aveva seguito le rotaie, muovendosi come in un sogno.
Quando aveva visto un carro merci aperto, vi si era infilato
per rifugiarsi. Al suo risveglio, il treno era in viaggio. "Da
quanto tempo? Quanta strada avrò percorso?" Sentiva un
crampo allo stomaco. "Sto morendo?" Si era riaddormentato.
Era stato poi destato da qualcuno che gridava, lo percuoteva e
l'aveva gettato giù dal vagone. Insanguinato, aveva raggiunto
un piccolo villaggio e aveva cercato invano qualcosa da man-
giare. Alla fine, troppo debole per fare ancora un solo passo, si
era disteso sul marciapiede e aveva perso i sensi.
La luce era tornata lentamente e il fantasma si era chiesto da
quanti giorni fosse morto. "Un giorno? Tre giorni?" Non ave-
va importanza. Il suo letto era soffice come una nuvola e l'aria
attorno a lui aveva l'odore dolciastro delle candele. Gesù era
sopra di lui e lo guardava. "Sono qui io" aveva detto Gesù.
"La pietra è rotolata via e tu sei rinato."
Si era addormentato e si era destato nuovamente. Aveva la
testa un po' confusa. Non aveva mai creduto nel paradiso, ma
adesso c'era Gesù che lo custodiva. Il fantasma aveva visto del
cibo accanto al letto e l'aveva mangiato, provando l'impres-
sione che la carne tornasse a materializzarsi sulle sue ossa.
Aveva dormito di nuovo. Al suo risveglio, Gesù gli sorrideva
ancora e gli diceva: "Sei salvo, figlio mio. Benedetti coloro che
seguono i miei passi".
Si era di nuovo addormentato.
A destare il fantasma, questa volta, era stato un grido di do-
lore. Il suo corpo era balzato fuori del letto, si era diretto verso
il luogo da cui giungevano le grida, in fondo al corridoio. Si
era trovato in una cucina dove c'era un uomo massiccio che
picchiava uno più mingherlino. Istintivamente, il fantasma
aveva afferrato l'uomo più grosso e lo aveva sbattuto contro il
muro. L'uomo era fuggito, lasciando soli il fantasma e un gio-
vane uomo vestito da prete. Il religioso aveva una brutta frat-
tura al naso. Il fantasma lo aveva sollevato e lo aveva messo a
sedere.
«Grazie, amico mio» aveva detto il sacerdote, parlando in
un francese non molto sicuro. «Le monete delle elemosine so-
no una tentazione per i ladri. Tu parlavi francese nel sonno,
parli anche spagnolo?»
Il fantasma aveva scosso la testa.
«Come ti chiami?» aveva proseguito, nel suo francese in-
certo.
Il fantasma non ricordava il nome che i genitori gli avevano
dato. Le uniche parole che riusciva a ricordare erano gli insul-
ti delle guardie della prigione.
Il prete aveva sorriso. «No hay problema. Io sono Manuel
Aringarosa. Sono un sacerdote venuto da Madrid. Sono stato
inviato qui per costruire una chiesa per conto dell'Obra de
Dios.»
>«Dove sono?» La sua voce aveva un timbro cavernoso.
«AOviedo. Nel Nord della Spagna.»
«Come sono arrivato qui?»
«Qualcuno ti ha lasciato sulla mia soglia. Eri malato e ti ho
dato da mangiare. Sei qui da alcuni giorni.»
Il fantasma aveva osservato il suo giovane salvatore. Erano
passati anni da quando una persona era stata gentile con lui.
"Grazie, padre.»
Il prete si era toccato il labbro sporco di sangue. «Sono io a
doverti ringraziare, amico mio.»
Quando il fantasma si era destato l'indomani mattina, il mon-
do gli era parso più chiaro. Aveva guardato il crocifisso sulla pa-
rete sopra il letto. Anche se aveva smesso di parlargli, la sua
presenza gli dava un senso di pace. Quando si era rizzato a se-
dere, aveva notato con stupore un ritaglio di giornale sul tavoli-
no. L'articolo era in francese e risaliva a una settimana prima.
Quando aveva letto la storia, si era sentito prendere dal panico.
Parlava di un terremoto sulle montagne che aveva distrutto una
prigione e messo in libertà molti criminali pericolosi.
Il suo cuore aveva accelerato i battiti. "Il sacerdote sa chi so-
no!" L'emozione che aveva provato allora era quasi una no-
vità per lui. Vergogna. Senso di colpa. Ed era accompagnata
dal timore di essere catturato. Si era alzato di scatto. "Dove
posso fuggire?"
«Gli Atti degli Apostoli» aveva detto qualcuno dalla porta.
Il fantasma si era voltato, Impaurito.
Il giovane sacerdote gli aveva sorriso. Aveva sul naso un
enorme cerotto e teneva in mano una vecchia Bibbia. «Ne ho
trovato una in francese per te. Ho segnato il capitolo.»
Confuso, il fantasma aveva preso la Bibbia e aveva guarda-
to il punto indicato dal sacerdote.
"Atti, 16."
I versetti parlavano di un prigioniero chiamato Silas che
giaceva nudo e dolorante per le percosse nella sua cella e can-
tava inni a Dio. Quando raggiunse il versetto 26, il fantasma
rimase a bocca aperta per lo stupore.
"... D'improvviso venne un terremoto così forte che furono
scosse le fondamenta della prigione; subito tutte le porte si
aprirono."
Aveva fissato il sacerdote.
Questi gli aveva sorriso con calore. «D'ora in poi, amico
mio, se non hai altro nome, ti chiamerò Silas.»
Il fantasma gli aveva rivolto un cenno d'assenso. "Silas."
Era tornato al mondo della carne. "Mi chiamo Silas."
«È ora di colazione» aveva detto il sacerdote. «Avrai biso-
gno di tutte le tue energie se vorrai aiutarmi a costruire questa
chiesa.»
Seimila metri al di sopra del Mediterraneo, il volo 1618 del-
l'Alitalia sobbalzava per le turbolenze dell'aria, causando un
po' di nervosismo tra i passeggeri. Il vescovo Aringarosa non
se ne accorse. Pensava al futuro dell'Opus Dei, ansioso di sa-
pere a che punto fosse giunto il piano, a Parigi, e rimpiangeva
di non poter telefonare a Silas. Gli era stato vietato. Il Maestro
l'aveva messa come condizione.
« È per la sua sicurezza» gli aveva detto il Maestro, parlando
in inglese con un forte accento francese. «Conosco abbastanza
10 comunicazioni elettroniche per sapere che si possono inter-
cettare. Le conseguenze potrebbero essere disastrose per lei.»
Aringarosa sapeva che il Maestro aveva ragione. Quell'uo-
mo dava l'impressione di essere eccezionalmente cauto. Non
aveva comunicato ad Aringarosa la sua identità, ma si era ri-
velato estremamente attendibile: ci si poteva fidare dei suoi
ordini. Dopotutto era riuscito a ottenere informazioni assolu-
tamente segrete. "Il nome dei quattro più alti membri della
fratellanza!" Era stato uno dei risultati che avevano convinto
il vescovo della capacità del Maestro di ottenere lo stupefa-
cente risultato che aveva promesso.
«Vescovo» gli aveva detto il Maestro «ho effettuato tutti i
preparativi. Perché il mio piano abbia successo, lei deve ordi-
nare a Silas di obbedire solo a me per alcuni giorni. Voi due
non dovete parlarvi. Io comunicherò con lui mediante canali
sicuri.»
«Lo tratterà con rispetto?»
«Un uomo di religione merita il massimo rispetto.»
«Eccellente. D'accordo. Io e Silas non ci parleremo finché
tutto non sarà finito.»
«Lo faccio per proteggere la sua identità, quella di Silas e il
mio investimento.»
«Il suo investimento?»
«Vescovo, se la sua ansia di essere tenuto continuamente
aggiornato dovesse farla finire in galera, non sarebbe in grado
di pagare la mia parcella.»
Il vescovo aveva sorriso. «Buona osservazione. I nostri desi-
deri sono in perfetto accordo. Dio sia con lei.»
"Venti milioni di euro" pensò ora il vescovo, guardando di-
strattamente dal finestrino. "Una cifra accettabile per un se-
greto così pericoloso."
Quel pensiero rafforzò la sua sicurezza: il Maestro e Silas
non l'avrebbero deluso. Il denaro e la fede erano le due moti-
vazioni più forti.11
«Une plaisanterie numérique?» Bezu Pache era livido e fissava
Sophie Neveu con incredulità. "Uno scherzo numerico." «Il
suo giudizio professionale sul codice di Saunière è che si trat-
ta di una sorta di burla matematica?»
Pache non riusciva a capire l'impudenza di quella donna.
Non solo lo aveva interrotto senza permesso, ma adesso cer-
cava di convincerlo che Saunière, nei suoi ultimi momenti di
vita, aveva pensato di lasciare una presa in giro sotto forma
matematica?
«Questo codice» spiegò Sophie, rapidamente «è di una sem-
plicità quasi assurda. Jacques Saunière deve avere pensato che
lo avremmo risolto immediatamente.» Prese di tasca un fo-
glietto e lo mostrò a Pache. «Ecco la decrittazione.»
Pache guardò il foglio.
1-1-2-3-5-8-13-21
«Tutto qui?» ribattè con ira l'uomo. «Ha solo messo i nume-
ri in ordine crescente!»
Sophie ebbe anche la faccia tosta di rivolgergli un sorriso
soddisfatto. «Esattamente.»
Pache abbassò il tono di voce. Adesso era solo un brontolìo
gutturale. «Agente Neveu, non so dove diavolo lei voglia arri-
vare con questo, ma le suggerisco di arrivarci in fretta.» Lanciò
un'occhiata a Langdon, ancora intento ad ascoltare con atten-
zione il messaggio registrato presso l'ambasciata americana.
Dall'espressione dello studioso, che era pallido come un cencio,
Pache aveva l'impressione che le notizie fossero davvero brutte.
«Capitano» continuava Sophie, in un antipatico tono di sfi-
da «la sequenza di numeri che le ho dato è una delle più im-
portanti progressioni matematiche della storia.»
Pache non aveva mai saputo che esistessero sequenze mate-
matiche che si potessero definire famose, né gli piaceva il tono
di superiorità di Sophie.
«È la sequenza di Fibonacci» spiegò la donna, indicando il
foglietto. «Una progressione in cui ciascun termine è pari alla
somma dei due termini precedenti.»
Pache studiò i numeri. Ciascun termine era effettivamente
la somma dei due precedenti. Tuttavia, non riusciva a capire
come potessero collegarsi alla morte di Saunière.
«Il matematico Leonardo Fibonacci ha elaborato questa suc-
cessione di numeri nel tredicesimo secolo. È ovvio che non
può essere una coincidenza se tutti i numeri scritti da Saunière
sul pavimento appartengono a quella famosa sequenza.»
Pache fissò per alcuni istanti la giovane donna. «Bene, ma
se non c'è coincidenza, può spiegarmi perché Jacques Sauniè-
re l'ha scritta? Che intendeva dire? Qual è il significato?»
Sophie si strinse nelle spalle. «Assolutamente nessuno. Pro-
prio questo è il punto. È un semplice gioco crittografico. Come
prendere le parole di una poesia famosa e cambiarne l'ordine
a caso per vedere se qualcuno capisce l'elemento che le parole
hanno in comune.»
Pache fece un passo avanti, minacciosamente, fino a portar-
si a pochi centimetri da Sophie. «Spero sinceramente che lei
abbia una spiegazione migliore.»
La donna gli rivolse uno sguardo altrettanto duro. «Capita-
no, vista l'importanza della sua indagine di questa notte, pen-
savo che le interessasse sapere che forse Jacques Saunière vo-
leva farsi beffe di coloro che avrebbero indagato. Invece, a
quanto pare, la cosa non le interessa. Informerò il direttore del
dipartimento di Crittologia che lei non ha più bisogno di noi.»
Con questo, girò sui tacchi e si allontanò per la strada da cui
era giunta.
Stupefatto, Pache la guardò scomparire nell'oscurità. "È im-
pazzita?" Sophie Neveu gli aveva appena fornito un esempio
di suicide professionnel.
Tornò a guardare Langdon, che era ancora al telefono e
ascoltava attentamente il messaggio, con un'aria di intensa
preoccupazione. "L'ambasciata americana." Bezu Pache era
un uomo dalle numerose avversioni, ma poche lo facevano in-
collerire più di quell'ambasciata.
Pache e l'ambasciatore si scontravano regolarmente sugli
affari di Stato comuni, soprattutto per ciò che riguardava l'ar-
resto di cittadini statunitensi in visita a Parigi. Quasi tutti i
giorni, il suo dipartimento fermava studenti americani per
possesso di droghe, uomini d'affari americani per commercio
sessuale con prostitute minorenni, turisti americani per tac-
cheggio o per danneggiamenti. In base alla legge, l'ambasciata
americana poteva intervenire ed estradare i cittadini america-
ni colpevoli, riportandoli negli Stati Uniti dove in genere la lo-
ro punizione consisteva in un buffetto sulla mano.
E l'ambasciata ricorreva sempre a quella legge.
"La castrazione della polizia giudiziaria" la chiamava Fa-
che. "Paris Match" aveva pubblicato recentemente una vi-
gnetta in cui Pache era ritratto come un cane poliziotto: cerca-
va di mordere un criminale americano, ma non riusciva a
raggiungerlo perché era incatenato al cancello dell'ambasciata
statunitense.
"Ma non questa notte" pensò Pache. "Il caso è troppo im-
portante."
Quando chiuse il telefono, Langdon sembrava sul punto di
perdere i sensi.
«Tutto a posto?» gli chiese il capitano.
Debolmente, Langdon scosse la testa.
"Brutte notizie da casa" pensò Pache. Nel riprendere il cel-
lulare, notò che lo studioso aveva le mani sudate.
«Un incidente» balbettò Langdon, fissando con una strana
espressione il capitano. «Un amico.» Si interruppe per un
istante. «Domattina devo prendere il primo volo.»
Pache non aveva dubbi che lo shock dello studioso fosse ge-
nuino, ma gli parve di cogliere un'altra emozione, come se
una lontana paura si fosse improvvisamente affacciata alla
sua mente. «Mi dispiace» disse, osservandolo con attenzione.
«Vuole sedere?» Indicò una delle panche a disposizione dei
visitatori.
Langdon fece un vago cenno d'assenso e mosse alcuni passi
verso il sedile. Poi si fermò, con l'aria ancora più confusa. «In
realtà, avrei bisogno della toilette.»
Pache fece una smorfia all'idea della perdita di tempo. «La
toilette... Certo. Interrompiamo per qualche minuto.» Indicò
la direzione da cui erano giunti. «Le toilette sono vicino all'uf-
ficio del curatore.»
Langdon indicò la direzione opposta, dove terminava la
Grande Galleria. «Mi pare che ci siano delle toilette più vicino,
da quella parte.»
Langdon aveva ragione. Loro si trovavano a due terzi della
galleria e in fondo c'erano davvero le toilette. «Vuole che l'ac-
compagni?»
Langdon scosse la testa e si incamminò. «Non è necessario.
Vorrei restare alcuni minuti da solo.»
A Pache non piaceva l'idea che Langdon girasse da solo per
la galleria, ma sapeva che la sola uscita era quella vicino al-
l'ufficio di Saunière, la grata da cui erano entrati. Anche se i
regolamenti antincendio francesi richiedevano che una sala
così vasta avesse numerose uscite d'emergenza, le scale erano
state bloccate automaticamente quando Saunière aveva atti-
vato il sistema di sicurezza. Il sistema era stato adesso disatti-
vato e le scale erano transitabili, ma l'apertura delle porte
esterne avrebbe fatto suonare un allarme e le porte al piano
terreno erano piantonate dai suoi agenti. Langdon non poteva
uscire senza che Pache se ne accorgesse.
«Devo ritornare per un momento nell'ufficio di Saunière»
disse il capitano. «Mi raggiunga là, signor Langdon. Dobbia-
mo discutere ancora qualche particolare.»
Langdon gli rivolse un cenno affermativo mentre scompari-
va nell'oscurità.
Con un diavolo per capello, Pache si avviò nella direzione
opposta. Quando arrivò alla grata, scivolò sotto di essa, lasciò
la galleria, percorse il tratto di corridoio ed entrò come una fu-
ria nell'ufficio di Saunière. «Chi ha dato il permesso a Sophie
Neveu di entrare nell'edificio?» gridò.
Gli rispose Collet. «Ha detto alle guardie di avere decifrato
il codice.»
Pache si guardò attorno. «Se n'è andata?»
«Non era con lei?»
«No, è andata via.» Pache lanciò un'occhiata in direzione
del corridoio. A quanto pareva, Sophie non si era fermata a
scambiare quattro chiacchiere con i colleghi.
Per un momento, Pache si chiese se non fosse il caso di te-
lefonare alle guardie all'ingresso per dire loro di fermare
Sophie Neveu e di riportarla da lui prima che lasciasse l'edifi-
cio, poi riflettè che a consigliarlo era solo il suo orgoglio, il de-
siderio di avere l'ultima parola. Quella notte aveva già perso
fin troppo tempo.
"Dell'agente Neveu mi occuperò più tardi" si disse. Già]
pregustava il piacere di farla licenziare.
Allontanò dalla mente il pensiero di Sophie Neveu e per un
momento fissò il cavaliere in miniatura sulla scrivania di Sau-
nière. Poi tornò a occuparsi di Collet. «Lo vedi?»
Il tenente gli rivolse un cenno d'assenso e mostrò a Pache lo
schermo del computer. Il puntino rosso era perfettamente vi-
sibile sulla piantina del loro piano; ammiccava regolarmente
in una stanza indicata come TOILETTES PUBLIQUES.
«Ottimo» commentò Pache, accendendo una sigaretta e al-
lontanandosi. «Devo fare una telefonata. Assicurati che Lang-
don non vada da altre parti.»12.
Robert Langdon si sentiva girare la testa mentre si dirigeva
verso l'estremità della Grande Galleria. Ripeteva mentalmen-
te il messaggio telefonico di Sophie. Alla fine del corridoio,
un'insegna luminosa con i simboli internazionali delle toilette
gli permise di superare un labirinto di bacheche in cui erano
esposti disegni italiani, che servivano soprattutto a non far ve-
dere le toilette dalla galleria.
Raggiunse la toilette maschile, entrò e accese la luce.
La stanza era vuota.
Si avvicinò al lavandino. Si spruzzò acqua fredda sulla fac-
cia e cercò di destarsi del tutto. La stanza era illuminata da
forti luci fluorescenti e puzzava di ammoniaca. Mentre si
asciugava la faccia, la porta si aprì con un cigolìo. Langdon si
girò.
Sophie Neveu entrò e lo guardò con aria allarmata. «Grazie
a Dio, è riuscito a venire. Non abbiamo molto tempo.»
Langdon guardò con stupore la crittologa della polizia giu-
diziaria Sophie Neveu. Solo qualche minuto prima, nell'ascol-
tare il suo messaggio telefonico, aveva pensato che la donna
fosse pazza. Eppure, più l'aveva ascoltato, più si era convinto
che Sophie Neveu parlasse con sincerità. "Non reagisca in al-

cun modo a questo messaggio. Ascolti con calma. In questo
momento lei è in pericolo, segua attentamente le mie istruzio-
ni." Nonostante i dubbi, Langdon aveva deciso di seguire
esattamente il suggerimento di Sophie. Aveva detto a Pache
che il messaggio riguardava un incidente a un amico. Poi ave-
va chiesto di servirsi delle toilette in fondo alla galleria.
Sophie era adesso davanti a lui, con il fiato corto dopo avere
percorso di corsa un tratto di galleria. Alla forte luce del neon,
Langdon notò con sorpresa che, nonostante l'aria volitiva,
aveva lineamenti delicati. Solo il suo sguardo era tagliente, un
contrasto che faceva pensare a certi ritratti di Renoir, velati ma
chiari, con una sfrontatezza che riusciva però a conservare
tutto il suo mistero.
«Volevo avvertirla, signor Langdon» cominciò Sophie, ansi-
mando «che lei è sous surveilìance cachée. Sotto osservazione
segreta.» Mentre parlava, il suo inglese dal forte accento fran-
cese echeggiava sulla parete e la sua voce assumeva un tono
cavernoso.
«Ma... perché?» chiese lo studioso. La donna glielo aveva
già detto nel messaggio, ma lui voleva udirlo dalle sue labbra.
«Perché» rispose lei «il principale indiziato, in questo omi-
cidio, è lei.»
Langdon era già preparato a quelle parole, ma continuava-
no a sembrargli del tutto ridicole. Secondo Sophie, non era
stato chiamato al Louvre come esperto di simboli, ma come
indiziato ed era adesso involontariamente sottoposto a uno
dei metodi d'interrogatorio preferiti dalla polizia parigina, la
sorveglianza nascosta, un abile inganno con cui la polizia in-
vitava un indiziato sulla scena del crimine e lo interrogava
nella speranza che si innervosisse e finisse per incriminare se
stesso.
«Controlli nella tasca sinistra della sua giacca» continuò
Sophie. «Troverà la prova che lei è sotto sorveglianza.»
Langdon sentì aumentare l'apprensione. "Controllare nella
mia tasca?" Pareva qualche trucco da illusionista.
«Controlli.»
Senza capire bene, Langdon infilò la mano in tasca, una ta-
sca che non usava mai. Provò a frugare ma non trovò nulla.
"Che diavolo dovrei trovare?" Tornò a chiedersi se Sophie Ne-
veu non fosse pazza. Poi le sue dita sfiorarono qualcosa d'i-
natteso. Un oggetto piccolo e duro. Lo prese tra le dita e lo fis-
sò con stupore. Era un disco metallico, grosso come un
bottone o come una pila per orologi da polso. Non aveva mai
visto un oggetto del genere. «Che diavolo...?»
«Un localizzatore GPS» spiegò Sophie. «Trasmette continua-
mente la sua posizione a un satellite del Global Positìoning
System e la polizia giudiziaria riesce a seguirlo sul suo com-
puter. Ce ne serviamo per controllare la posizione delle perso-
ne. È accurato con la precisione di mezzo metro in qualsiasi
punto del globo. Le hanno messo una sorta di guinzaglio elet-
tronico. L'agente che è venuto a prenderla all'albergo gliel'ha
infilato in tasca prima di lasciare la stanza.»
Langdon ripensò alla stanza d'albergo. Si era fatto rapida-
mente la doccia, si era vestito e, mentre uscivano, il tenente
Collet lo aveva aiutato a infilare la giacca. «Fuori fa freddo, si-
gnor Langdon» aveva detto. «La primavera a Parigi è ben di-
versa da quella che descrivono le vostre canzonette.» Lang-
don l'aveva ringraziato e si era infilato la giacca.
Sophie lo guardava con attenzione. «Non le ho parlato del
localizzatore perché non volevo che si frugasse nelle tasche
davanti a Pache. Non deve sapere che lei l'ha trovato.»
Langdon non seppe che cosa rispondere.
«Le hanno messo in tasca il localizzatore perché temevano
che fuggisse.» Si interruppe per un istante. «Anzi, speravano
che lei fviggisse; sarebbe stato un indizio in più.»
«Ma perché dovrei fuggire?» esclamò Langdon. «Io sono in-
nocente!»
«Pache è convinto del contrario.»
Con ira, Langdon si accostò al cestino per gettarvi il localiz-
zatore.
«No!» esclamò Sophie, fermandogli il braccio. «Lo lasci in
tasca. Se lo getta via, il segnale smetterà di muoversi e capi-
ranno che lei l'ha trovato. Il solo motivo che ha spinto Pache a
lasciarla solo è che può controllare la sua posizione. Se imma-
ginasse che lei ha scoperto le sue intenzioni...» Non terminò la
frase. Prese l'oggetto dalle dita di Langdon e lo infilò nuova-
mente nella sua tasca. «Il localizzatore resta con lei. Almeno
per il momento.»
Langdon si sentiva perduto. «Ma come può pensare che io
abbia ucciso Jacques Saunière?»
«Ha alcune buone ragioni per sospettare di lei» rispose
Sophie, aggrottando la fronte. «C'è un indizio che lei non co-
nosce. Pache gliel'ha tenuto accuratamente nascosto.»
Langdon rimase a bocca aperta.
«Ricorda le tre righe di testo che Saunière ha scritto sul pa-
vimento?»
Langdon annuì. I numeri e le parole erano incisi nella sua
mente.
Sophie abbassò la voce. «Purtroppo, quello che lei ha visto
non era l'intero messaggio. C'era una quarta riga. Pache l'ha
fotografata e poi l'ha cancellata prima che lei arrivasse.»
Langdon sapeva che l'inchiostro di quelle penne a filigrana
si poteva facilmente cancellare, ma non capiva perché Pache
avesse distrutto una prova.
«Pache non voleva che lei leggesse l'ultima riga del messag-
gio.» Sophie fece una pausa. «Almeno, non prima di avere fi-
nito con lei.»
Sophie prese di tasca un foglio ripiegato e lo aprì. Era una
fotografia, riprodotta mediante la stampante di un computer.
«Pache ha caricato nei computer del dipartimento di Crittolo-
gia le immagini della scena del delitto, nella speranza che riu-
scissimo a decifrare il messaggio lasciato da Saunière. Questa
è la foto del messaggio completo.» Porse la pagina a Langdon.
Stupito, lo studioso osservò l'immagine. Si scorgeva il mes-
saggio lasciato sul pavimento. L'ultima riga lo colpì come un
pugno allo stomaco.

13-3-2-21-1-1-8-5
O, Draconian devii!
Oh, lamesaint!
P.S. Trova Robert Langdon13.
Per parecchi secondi, Langdon fissò con stupore il poscritto di
Saunière. "Trova Robert Langdon." Aveva l'impressione che
la terra gli tremasse sotto i piedi. "Saunière ha lasciato un po-
scritto con il mio nome?" Non riusciva a immaginarne la ra-
gione.
«Adesso capisce» gli disse in fretta Sophie «perché Pache
ha ordinato di portarla qui e perché è il suo principale indi-
ziato?»
La sola cosa che Langdon capiva/ in quel momento, era lo
sguardo soddisfatto di Pache quando gli aveva suggerito che
Saunière avrebbe scritto il nome dell'assassino.
"Trova Robert Langdon."
«Ma perché Saunière ha voluto scrivere il mio nome?» chie-
se lo studioso, che adesso passava dalla confusione alla colle-
ra. «Perché avrei dovuto uccidere Jacques Saunière?»
«Pache deve ancora scoprire un movente, ma ha registrato
l'intera conversazione di questa notte, nella speranza che lei
gliene rivelasse uno.»
Langdon aprì la bocca ma non riuscì a proferire parola.
«Pache ha un microfono in miniatura» spiegò Sophie. «È
collegato a un trasmettitore nella sua tasca e il segnale è regi-
strato dal suo agente nell'ufficio del curatore.»
«È una cosa impossibile» balbettò Langdon. «Ho un alibi.
Dopo la conferenza sono andato direttamente in albergo. Può
chiederlo al portiere.»
«Pache l'ha già chiesto. Il rapporto dice che lei ha ritirato la
chiave alle ventidue e trenta. Purtroppo l'omicidio è avvenuto
intorno alle ventitré. Potrebbe avere lasciato l'albergo senza
essere visto.»
«Ma è una pazzia! Pache non ha nessuna prova!»
Sophie lo guardò come per dire: "Nessuna prova?". «Signor
Langdon, il suo nome è scritto sul pavimento accanto al cada-
vere e dall'agenda di Saunière risulta che lei aveva un appunta-
mento pressappoco all'ora dell'omicidio.» Si interruppe. «Fa-
che ha indizi più che sufficienti per arrestarla e interrogarla.»
Langdon capì all'improvviso di avere il bisogno di un avvo-
cato. «Non sono stato io.»
Sophie trasse un sospiro. «Questa non è la televisione ame-
ricana, signor Langdon. In Francia, la legge protegge la poli-
zia, non gli accusati. Purtroppo, nel nostro caso, bisogna an-
che tenere presente i media. Jacques Saunière era una figura
molto famosa e molto amata dai parigini, la sua uccisione sarà
la notizia del giorno. A Pache sarà chiesto di rilasciare una di-
chiarazione, e farà una figura assai migliore se potrà dire di
avere già arrestato un indiziato. Che lei sia colpevole o no, la
polizia la terrà in custodia finché non sarà riuscita a capire che
cosa è realmente successo.»
Langdon si sentiva come un animale in gabbia. «Perché mi
dice tutto questo?»
«Perché, signor Langdon, credo che lei sia innocente.» Sophie
distolse per un momento lo sguardo e poi tornò a fissare lo stu-
dioso. «E perché è in parte colpa mia, se lei è nei guai.»
«Scusi? È colpa sua se Saunière ha cercato di incastrarmi?»
«Saunière non cercava affatto di incastrarla. È stato un erro-
re. Il messaggio sul pavimento era destinato a me.»
A Langdon occorse un istante per registrare quelle parole.
«Scusi?»
«Il messaggio non era rivolto alla polizia. Era rivolto a me.
Probabilmente ha dovuto fare tutto in fretta e non si è reso
conto di come l'avrebbe interpretato la polizia.» Si interruppe
per un istante. «Il codice numerico non ha alcun significato.
Saunière l'ha scritto per assicurarsi che all'indagine parteci-
passero i crittologi, per fare in modo che io sapessi subito che
cosa gli era successo.»
Langdon aveva perso da tempo il contatto con la realtà. Che
Sophie Neveu fosse pazza o no, era un problema ancora aper-
to, ma almeno adesso lo studioso capiva perché cercasse di
aiutarlo. "P.S. Trova Robert Langdon." A quanto pareva, la
donna pensava che il curatore avesse lasciato quel poscritto
criptico per lei, per dirle di trovare Langdon. «Ma perché pen-
sa che il messaggio fosse rivolto a lei?»
«L'Uomo vitruviano» spiegò lei. «Quel disegno è sempre sta-
to il mio preferito, fra tutta l'opera di Leonardo. Saunière l'ha
usato per richiamare la mia attenzione.»
«Un momento. Lei dice che il curatore conosceva le sue pre-
ferenze artistiche?»
Lei annuì. «Mi dispiace. Avrei dovuto procedere per ordine.
Io e Jacques Saunière...» Sophie si interruppe.
A Langdon parve di cogliere una strana malinconia, un dolo-
re del passato che si agitava appena al di sotto della superficie.
A quanto pareva, tra Sophie Neveu e Jacques Saunière esisteva
qualche rapporto particolare. Studiò la donna incantevole da-
vanti a lui; sapeva che spesso, in Francia, gli uomini attempati si
prendevano amanti giovani. Eppure, in qualche modo, Sophie
Neveu non gli pareva adatta al ruolo della "mantenuta".
«Abbiamo litigato dieci anni fa» continuò Sophie, con un fi-
lo di voce. «Da allora non ci siamo più parlati. Questa notte,
quando è arrivata al dipartimento la notizia della sua morte e
ho visto le immagini del suo corpo e della scritta, ho capito
che voleva mandarmi un messaggio.»
«Per l'Uomo vitruviano?»
«Sì, e per le lettere "P.S.".»
«Post scriptum?»
Lei scosse la testa. «P.S. sono le mie iniziali.»
«Ma lei si chiama Sophie Neveu.»
La donna distolse lo sguardo. «"P.S." è il soprannome che
mi dava quando vivevo con lui.» Arrossì. «Sono le iniziali di
Princesse Sophie.»
Langdon non seppe che cosa rispondere.
«Una sciocchezza, lo so» continuò Sophie «ma sono cose di
parecchi anni fa. Quando ero bambina.»
«Lei lo conosceva quando era bambina?»
«Certo» rispose lei, con gli occhi gonfi per l'emozione. «Jac-
ques Saunière era mio nonno.»14.
«Dov'è Langdon?» chiese Pache, esalando l'ultima boccata
della sigaretta mentre ritornava nello studio del curatore.
«Ancora nella toilette, signore.» Il tenente Collet si aspetta-
va quella domanda.
Pache brontolò tra sé: «Se la prende comoda».
Il capitano si portò dietro le spalle di Collet per controllare
la posizione sul computer, e l'agente ebbe quasi l'impressione
di potergli leggere nei pensieri. Pache avrebbe avuto una vo-
glia pazza di andare a controllare Langdon. Teoricamente, al-
l'indiziato sotto osservazione si concedevano tutto il tempo e
la libertà possibili, per dargli un falso senso di sicurezza.
Langdon doveva tornare da loro di propria volontà. Però, era-
no già passati dieci minuti... "Troppo."
«C'è qualche possibilità che ci abbia scoperto?» chiese Pache.
Collet scosse la testa. «Dalla toilette giungono movimenti,
perciò lui ha ancora addosso il localizzatore. Può darsi che si
senta male. Se avesse trovato il localizzatore, l'avrebbe gettato
via e avrebbe tentato la fuga.»
Pache controllò l'orologio. «Va bene.»
Nonostante quelle parole, il capitano sembrava preoccupa-
to. Per tutta la notte, Collet aveva notato una strana concen-
trazione nel suo superiore. Di solito, quando era sotto pressio-
ne, Pache era gelido e distaccato, ma quella sera pareva
emotivamente interessato, come se si trattasse di una questio-
ne personale.
"Niente di strano" pensò Collet. "Pache ha disperatamente
bisogno di questo arresto." Recentemente, il ministro e la
stampa avevano criticato apertamente le tattiche aggressive di
Pache, i suoi scontri con importanti ambasciate straniere, le
sue enormi spese in nuove tecnologie. Quella notte, l'arresto
di un importante americano, arresto condotto grazie ai suoi
strumenti high-tech, avrebbe messo sotto silenzio le critiche,
permettendo a Pache di mantenere il suo lavoro per qualche
altro anno, fino a potersi ritirare con la sua ricca pensione. "E
Dio sa se ne ha bisogno" pensò Collet. La passione per la tec-
nologia aveva danneggiato Pache non soltanto dal punto di
vista professionale, ma anche personalmente. Si diceva che
avesse investito i suoi risparmi in azioni di aziende della new
economy, alcuni anni prima, e che avesse perso la camicia. "E
Fache è una persona che indossa solo le camicie più fini."
Quella notte c'era ancora molto tempo a disposizione. La
strana interruzione di Sophie Neveu, anche se sgradevole, era
stata solo una sospensione momentanea. La donna se n'era
andata e Fache aveva ancora qualche asso nella manica. Dove-
va infatti informare Langdon che il suo nome era stato scritto
sul pavimento dalla vittima. "P.S. Trova Robert Langdon." La
reazione dell'americano a quella notizia sarebbe stata davvero
rivelatrice.
«Capitano?» lo chiamò un altro dei suoi uomini. «Penso che
farebbe meglio a prendere questa comunicazione.» Gli porse
un telefono, con aria preoccupata.
«Chi è?» chiese Fache.
L'agente aggrottò la fronte. «Il direttore del nostro diparti-
mento di Crittologia.»
«E...?»
«Si tratta di Sophie Neveu, signore... c'è qualcosa che non
quadra.»15.
Era giunto il momento.
Silas si sentiva rafforzato, mentre usciva dalla Audi nera e il
leggero vento della notte agitava la sua ampia tonaca. "Il ven-
to del cambiamento già soffia nell'aria." Sapeva che il suo
compito avrebbe richiesto più intelligenza che forza, e di con-
seguenza lasciò nell'auto la pistola, la Heckler e Koch USP ca-
libro quaranta da tredici colpi che gli era stata fornita dal
Maestro.
"Un'arma di morte non ha posto nella casa di Dio."
La piazza davanti alla grande chiesa era deserta, a quell'o-
ra della notte, e le uniche anime visibili erano, dall'altra parte
di Place Saint-Sulpice, un paio di adescatrici minorenni che
mostravano la mercanzia al traffico degli ultimi turisti not-
tambuli. I loro corpi freschi risvegliarono nei fianchi di Silas
un ben noto desiderio. I muscoli della sua coscia si contrasse-
ro istintivamente; le punte del cilicio si piantarono con dolore
nella carne.
La concupiscenza svanì subito. Da dieci anni Silas si era fe-
delmente negato ogni indulgenza sessuale, anche autosommi-
nistrata. Era la Via. Sapeva di avere sacrificato molto per se-
guire l'Opus Dei, ma in cambio aveva ricevuto molto. Il voto
di celibato e la rinuncia alle proprietà personali non gli erano
mai parsi un sacrificio. Tenuto conto della povertà da cui pro-
veniva e degli orrori sessuali da lui patiti in prigione, il celiba-
to era il benvenuto, come cambiamento.
Da quando era tornato in Francia, per la prima volta dopo
essere stato arrestato e spedito in prigione ad Andorra, Silas
sentiva che il suo paese di nascita lo metteva alla prova, cerca-
va di trarre memorie violente dalla sua anima redenta. "Sei ri-
nato" ricordò a se stesso. Il servizio che quel giorno aveva reso
il Dio aveva comportato il peccato dell'omicidio, ed era un sa-
crificio che Silas sapeva di dover conservare in silenzio nel
proprio cuore per tutta l'eternità.
"La misura della tua fede è la misura del dolore che puoi
sopportare" gli aveva detto il Maestro. Silas conosceva il dolo-
re ed era ansioso di dimostrare il proprio valore al Maestro, a
colui che gli aveva assicurato che le sue azioni erano coman-
date da un potere più grande.
«Hago la obra de Dios» sussurrò Silas, avviandosi verso l'en-
trata della chiesa.
All'ombra del massiccio ingresso, trasse un profondo respi-
ro. Solo in quel momento comprese del tutto ciò che stava per
fare e che cosa lo aspettava all'interno.
"La chiave di volta... Ci condurrà alla nostra meta finale."
Sollevò il pugno, bianco come quello di un fantasma, e
batté tre volte sul legno.
Qualche istante più tardi, i catenacci dell'enorme porta co-
minciarono a muoversi.16.
Sophie si chiedeva quanto tempo le rimanesse prima che Fa-
che capisse che lei non aveva lasciato l'edificio. Vedendo che
Langdon era ancora sopraffatto dalle notizie che gli aveva da-
to, si chiese se avesse fatto bene a bloccarlo in quella toilette.
"Che altro potevo fare?"
Ripensò al corpo del nonno, nudo e nella posizione leonar-
desca sul pavimento. C'era stato un tempo in cui il nonno si-
gnificava tutto per lei, ma quella notte aveva notato con sor-|
presa di non provare dolore, come se l'uomo Jacques Saunière
fosse ormai un estraneo. Il loro rapporto si era cancellato in un
istante, una notte di marzo, quando lei aveva ventidue anni.
"Dieci anni fa." Sophie era tornata a casa con qualche giorno
d'anticipo, alla fine dei corsi della sua università inglese, e per
errore aveva trovato il nonno impegnato in un'attività a cui,
ovviamente, Sophie non avrebbe dovuto assistere. Ancora og-
gi stentava a credere che fosse vero.
"Se non l'avessi visto con i miei occhi..."
Troppo sorpresa e piena di vergogna per ascoltare i penosi
tentativi di spiegazione del nonno, Sophie era immediatamen-
te andata ad abitare da sola, usando i suoi risparmi e affittan-
do con alcune amiche un piccolo appartamento. Aveva giura-
to di non riferire mai a nessuno quello che aveva visto. Il
nonno aveva cercato disperatamente di mettersi in contatto
con lei, aveva mandato lettere e cartoline, supplicando Sophie
di incontrarsi con lui per ascoltare la sua spiegazione. "Ma che
spiegazione?" Sophie aveva risposto una volta sola, per proi-
birgli di telefonarle e di cercare di incontrarla in pubblico. Te-
meva che la spiegazione risultasse ancor più spaventosa della
scena da lei vista.
Incredibile, ma Saunière non aveva mai rinunciato a scri-
verle, e adesso Sophie aveva in un cassetto dieci anni di lettere
non aperte. A credito del nonno occorre dire che aveva sempre
rispettato il suo volere e non le aveva mai telefonato.
"Fino a questo pomeriggio."
«Sophie?» La voce di Saunière le era parsa straordinaria-
mente invecchiata, nella registrazione della segreteria. «Ho ri-
spettato per tanto tempo il tuo desiderio... mi dispiace di te-
lefonarti, ma ti devo parlare. È successa una cosa terribile.»
Nella cucina del suo piccolo appartamento parigino, Sophie
aveva provato un brivido nel sentirlo dopo tanti anni. La sua
voce gentile aveva ridestato molti bei ricordi infantili.
«Sophie, ascoltami, per favore.» Le parlava in inglese, come
aveva sempre fatto quando era bambina. "Fa' pratica di fran-
cese a scuola, fa' pratica di inglese a casa." «Non puoi restare
in collera per sempre. Non hai letto le lettere che ti ho scritto
in tutti questi anni? Non capisci ancora?» Si era interrotto per
un istante. «Dobbiamo parlarci subito. Per favore, concedi a
tuo nonno quest'unico desiderio. Telefonami al Louvre. Subi-
to. Credo che tutt'e due siamo in grave pericolo.»
Sophie aveva fissato l'apparecchio telefonico. "Pericolo?"
Che cosa voleva dire?
«Principessa...» aveva continuato il nonno, con un'emozio-
ne che Sophie non era riuscita a individuare bene. «So di aver-
ti tenuto nascosto molte cose, e so che mi sono costate il tuo
affetto. Ma l'ho fatto per salvarti. Adesso però devi conoscere
la verità. Per favore, ti devo dire la verità sulla tua famiglia.»
Sophie aveva sentito che il cuore accelerava i battiti. "La
mia famiglia?" I genitori di Sophie erano morti quando lei
aveva solo quattro anni. La loro auto era caduta da un ponte
ed era precipitata in un fiume dalle acque tumultuose. Nel-
l'auto c'erano anche la nonna e il fratellino di Sophie; l'intera
sua famiglia era stata cancellata in un istante. Aveva una sca-
tola piena di ritagli di giornale che lo confermavano.
Ma quelle parole le avevano fatto provare un'immensa no-
stalgia. "La mia famiglia!" In quell'istante, Sophie aveva rivi-
sto le immagini di un sogno che l'aveva destata innumerevoli
volte quando era bambina. "La mia famiglia è viva! Tornano a
casa!" Ma, come nel suo sogno, l'immagine era svanita. "La
tua famiglia è morta, Sophie. Non torna a casa."
«Sophie...» continuava il nonno, dalla segreteria. «Da anni
aspettavo di dirtelo. Aspettavo il momento giusto, ma adesso
non c'è più tempo. Telefonami al Louvre. Non appena senti
questa mia comunicazione. Aspetterò qui tutta la notte. Temo
che tutt'e due siamo in pericolo. Ci sono molte cose che devi
sapere.»
Il messaggio era terminato.
Nel silenzio, Sophie aveva atteso per alcuni minuti, treman-
te. Ma, a mano a mano che rifletteva sul messaggio del nonno,
le era parso che una sola possibilità avesse senso e che uno so-
lo fosse lo scopo di Sauniere.
Era un'esca per farla abboccare.
Ovviamente, il nonno desiderava disperatamente vederla.
Ed era disposto a tutto. Sophie aveva provato per lui un di-
sgusto ancora maggiore. Si era chiesta se avesse scoperto di
essere malato e avesse deciso di giocare quella carta per ve-
derla un'ultima volta. In tal caso, l'aveva scelta bene.
"La mia famiglia."
Adesso, nella toilette del Louvre, Sophie sentiva l'eco del
messaggio telefonico del pomeriggio. "Sophie, temo che tutt'e
due siamo in pericolo. Telefonami."
Non gli aveva telefonato. Né si era ripromessa di farlo.
Adesso, però, il suo scetticismo aveva ricevuto un duro colpo.
Il nonno era stato assassinato all'interno del suo stesso museo.
E aveva scritto un messaggio in codice sul pavimento.
Un messaggio per lei, ne era certa.
Anche se non era ancora riuscita a decifrare il significato
del messaggio, per Sophie la sua natura criptica era un'ulte-
riore prova che il messaggio era per lei. La passione di Sophie
per la crittografia derivava dall'aver trascorso l'infanzia con
Jacques Saunière, un appassionato di codici, giochi di parole
ed enigmi. "Quante domeniche abbiamo passato a risolvere i
crittogrammi e le parole crociate del giornale?"
A dodici anni Sophie riusciva a terminare senza aiuto il cru-
civerba di "Le Monde" e il nonno l'aveva iniziata ai cruciver-
ba in inglese, agli indovinelli matematici e ai cifrari a sostitu-
zione. Sophie ne era appassionata. Alla fine aveva trasformato
quella passione in professione divenendo una crittologa per la
polizia giudiziaria.
Quella notte, la crittologa in Sophie era stata costretta ad am-
mirare l'efficacia con cui il nonno aveva usato un semplice co-
dice per unire due estranei, Sophie Neveu e Robert Langdon.
La domanda era: perché l'aveva fatto?
Purtroppo, dall'espressione confusa dello studioso, Sophie
capiva che l'americano non aveva idea del motivo per cui
Saunière li avesse chiamati in causa.
Lo interrogò di nuovo. «Lei e mio nonno dovevate incon-
trarvi questa sera. Per quale motivo?»
Langdon era sinceramente perplesso. «L'incontro è stato or-
ganizzato dalla sua segretaria, che non ha precisato una ragio-
ne in particolare e io non l'ho chiesta. Pensavo che, essendo a
conoscenza della mia conferenza sull'iconografia pagana del-
le cattedrali cristiane, gli interessasse l'argomento e che voles-
se scambiare qualche commento dopo la conferenza.»
Sophie non si lasciò convincere. Il collegamento era troppo
esile. Suo nonno conosceva l'iconografia pagana meglio di
chiunque al mondo. Inoltre era un uomo eccezionalmente ri-
servato e non era il tipo che amasse chiacchierare con il primo
professore venuto dall'America, a meno che non ci fosse qual-
che ragione importante.
Sophie trasse un profondo respiro e provò un'altra strada.
«Mio nonno mi ha telefonato oggi pomeriggio per dirmi che
eravamo in grave pericolo. Questo significa qualcosa per lei?»
Langdon la guardò con preoccupazione. «No, ma conside-
rando quanto è successo...»
Sophie annuì. Considerando quanto era successo, sarebbe
stata una sciocca a non spaventarsi. Non sapendo quali altre
strade tentare, si avvicinò alla finestra in fondo alla toilette e
in silenzio guardò all'esterno attraverso la rete di fili d'allar-
me inseriti nel vetro. Erano piuttosto in alto. Almeno dodici
metri.
Con un sospiro, osservò il panorama notturno dì Parigi. Al-
la sua sinistra, sull'altra sponda della Senna, si scorgeva la
Torre Eiffel illuminata. Davanti a lei, l'Are de Triomphe. E a
destra, in cima all'altura di Montmartre, la graziosa cupola
arabescata del Sacré-Cceut, la cui pietra levigata brillava di lu-
ci bianche.
Sotto di lei, all'estremità più occidentale dell'ala Denon, la
principale arteria di traffico in direzione nord-sud della Place
du Carrousel passava accanto all'edificio e tra essa e la faccia-
ta del Louvre c'era solo uno stretto marciapiede. Sulla strada,
la solita fila di autocarri che viaggiavano di notte per le conse-
gne attendeva che il semaforo diventasse verde; le loro luci di
posizione parevano farsi beffe di Sophie, che era sopra di loro
e non sapeva come uscire.
«Non so che dire» commentò Langdon, dietro di lei. «Ov-
viamente, suo nonno cerca di dirci qualcosa. Mi dispiace di
non poterle essere d'aiuto.»
Sophie si voltò verso di lui. Le era parso di sentire un since-
ro rimpianto nella voce dello studioso. Nonostante tutti i suoi
guai, ovviamente desiderava aiutarla. "L'insegnante in lui"
pensò, ricordando quanto aveva letto nel suo profilo compila-
to dalla polizia giudiziaria. Un accademico che chiaramente
odiava trovarsi all'oscuro, privo di una spiegazione. "Ecco
qualcosa che abbiamo in comune" pensò.
Nel suo lavoro di decifratrice di codici, il compito di Sophie
consisteva nell'estrarre un significato da serie di dati apparen-
temente prive di senso. Quella notte, la sua convinzione era
che Robert Langdon - che lo sapesse o no - possedeva infor-
mazioni che a lei erano necessarie. "Principessa Sophie, trova
Robert Langdon." Il messaggio di Saunière non avrebbe potu-
to essere più chiaro. Sophie aveva bisogno di tempo. Tempo
per fare ricerche con Langdon. Tempo per pensare. Tempo per
risolvere insieme quel mistero. Purtroppo, il tempo stava
esaurendosi rapidamente.
Guardando Langdon, Sophie gli comunicò l'unica soluzio-
ne che le era venuta in mente. «Da un minuto all'altro, Bezu
Pache la arresterà. Io posso farla uscire da questo museo. Ma
dobbiamo agire subito.»
Langdon sgranò gli occhi. «Lei vuole che io fugga?»
«È la cosa migliore che lei possa fare. Se permette a Pache di
arrestarla, trascorrerà settimane in una prigione francese men-
tre il dipartimento di Giustizia e l'ambasciata americana liti-
gheranno per decidere quale corte dovrà processarla. Ma se
riusciamo a uscire di qui e a raggiungere l'ambasciata, il suo
governo proteggerà i suoi diritti mentre dimostreremo che lei
non ha niente a che fare con l'omicidio.»
Langdon non pareva neppure vagamente convinto. «Lasci
perdere! Pache ha agenti armati a tutte le uscite. Anche se ci
allontanassimo senza che ci sparino, la fuga mi farà sembrare
colpevole. Deve dire a Pache che il messaggio era per lei e che
Saunière non ha scritto il mio nome per accusarmi.»
«Lo farò» disse in fretta Sophie «ma dopo che lei sarà al si-
curo nell'ambasciata americana. È a poco più di un chilometro
da qui e la mia auto è parcheggiata davanti al museo. Trattare
con Pache qui dentro è troppo rischioso, non capisce? Pache si
è assunto come missione quella di dimostrare la sua colpevo-
lezza. La sola ragione per cui ha rinviato il suo arresto è stata
la speranza che, tenendola sotto osservazione, emergesse
qualche accusa contro di lei.»
«Esattamente. Come fuggirei-»
Il telefono cellulare di Sophie prese a squillare. "Pache, pro-
babilmente." Lei lo spense. «Signor Langdon» disse in fretta
«le devo rivolgere un'ultima domanda.» "E l'intero suo futuro
può dipendere dalla risposta." «Le parole sul pavimento non
ne sono chiaramente la prova, ma Pache ha detto a tutti di es-
sere "certo" della sua colpevolezza. Riesce a immaginare
qualche altra ragione che può averlo convinto?»
Langdon riflettè per alcuni secondi. «Assolutamente nes-
suna.»
Sophie sospirò. "Questo significa che Pache mente." La ra-
gione di quella menzogna, Sophie non riusciva a immaginarla,
ma non era quello il punto. Il punto era che Bezu Pache inten-
deva arrestare Langdon a ogni costo. Sophie aveva bisogno
che Langdon la aiutasse e quel dilemma le lasciava una sola
conclusione logica. "Devo fare in modo che Langdon raggiun-
ga l'ambasciata americana."
Sophie tornò a guardare dalla finestra la strada sottostante.
Un salto da lassù e Langdon si sarebbe trovato con le gambe
spezzate, se non peggio.
Comunque, aveva preso la sua decisione.
Robert Langdon doveva fuggire dal Louvre, che lo volesse
o no.17.
«Che cosa vuol dire che non risponde?» Pache guardò Collet
con incredulità. «Hai chiamato il suo cellulare, vero? So che
l'ha con sé.»
Da alcuni minuti, il tenente cercava di mettersi in contatto
con Sophie. «Forse ha le batterie scariche. O ha disinserito la
suoneria.»
Pache aveva un'aria preoccupata da quando il direttore del-
la Crittologia gli aveva parlato al telefono. Dopo avere riag-
ganciato, si era rivolto a Collet e gli aveva chiesto di chiamar-
gli l'agente Neveu. Il tenente non era riuscito a mettersi in
contatto con lei e Pache camminava avanti e indietro come un
leone in gabbia.
«Che cosa volevano quelli della Crittologia?» chiese infine
Collet.
Il capitano si voltò verso di lui. «Volevano dirci che non
hanno trovato alcun riferimento a diavoli draconiani e a santi
azzoppati.»
«Tutto qui?»
«No, volevano anche dire che hanno riconosciuto i numeri
come la sequenza di Fibonacci, ma che sospettavano fosse pri-
va di significato.»
Collet non capiva. «Ma hanno già mandato l'agente Neveu
a dircelo.»
Pache scosse la testa. «Non hanno mandato Neveu.»
«Come?»
«Secondo il direttore, quando gli abbiamo inviato il mate-
riale, ha incaricato tutta la squadra di esaminare le immagini.
L'agente Neveu è arrivata, ha dato un'occhiata alle foto di
Saunière e al codice e ha lasciato l'ufficio senza una parola. Il
direttore ha detto di non avere fatto osservazioni per il suo
comportamento perché l'agente era comprensibilmente scon-
volta dalle foto.»
«Sconvolta? Non ha mai visto le foto di un morto?»
Pache rimase in silenzio per un istante. «Non lo sapevo, e
pare che non lo sapesse neppure il direttore finché non
gliel'ha detto un collega, ma pare che Sophie Neveu sia la ni-
pote di Jacques Saunière.»
Collet era senza parole.
«Il direttore sostiene che Neveu non aveva mai fatto con lui
il nome di Saunière; pensa che si sia comportata così perché
non voleva trattamenti preferenziali a causa della fama del
nonno.»
"Niente di strano che le immagini l'abbiano sconvolta."Collet riusciva a
malapena a immaginare una così sfortunata
coincidenza: chiamare una giovane donna a decifrare un codi-
ce scritto da un familiare assassinato. Comunque, il suo modo
di agire era privo di senso. «Chiaramente ha riconosciuto i nu-
meri di Fibonacci, perché è venuta qui a dircelo, ma non capi-
sco perché sia uscita dall'ufficio senza rivelarlo ai colleghi.»
A Collet veniva in mente una sola spiegazione in grado di
dare un senso all'accaduto: Saunière aveva scritto sul pavi-
mento un codice numerico nella speranza che Pache coinvol-
gesse il dipartimento di Crittologia e di conseguenza la nipo-
te. Quanto al resto del messaggio, che Saunière volesse
comunicare qualcosa alla nipote? In tal caso, qual era il signi-
ficato del messaggio? E qual era il ruolo di Langdon?
Prima che Collet potesse riflettere ulteriormente, il silenzio
del museo venne spezzato da un allarme. Il suono proveniva
dalla Grande Galleria.
«Allarme!» gridò l'agente collegato con il centro di sicurezza
del Louvre. «Grande Galerie! Toilettes Messieurs!»
Pache si voltò di scatto verso Collet. «Dov'è Langdon?»
«Ancora nella toilette!» Collet indicò il punto rosso ammic-
cante sullo schermo del suo portatile. «Deve avere sfondato la
finestra.» Il tenente sapeva che Langdon non sarebbe andato
lontano. Anche se il regolamento antincendi di Parigi impone-
va che le finestre degli edifici pubblici si potessero rompere in
caso di incendio, lanciarsi da quell'altezza senza disporre di
una scaletta di corda sarebbe stato un suicidio. Inoltre, da
quella parte dell'ala Denon non c'erano alberi o erba che attu-
tissero la caduta. Sotto quella particolare finestra correva una
carreggiata dell'arteria trafficata che attraversava la Place du
Carrousel e passava a poca distanza dalla parete esterna.
«Mio Dio!» esclamò Collet, osservando lo schermo. «Langdon
è salito sul davanzale!»
Ma Pache era già in azione. Aveva estratto dalla fondina
sotto l'ascella il suo revolver Manurhin MR-93 ed era corso fuo-
ri dell'ufficio.
Collet continuò a guardare con incredulità lo schermo
mentre la macchia rossa pulsante si spostava sul davanzale e
poi faceva qualcosa di imprevedibile. Il puntino si mosse al-
l'esterno dell'edificio. "Che fa?" si chiese. "Cammina sul cor-
nicione o...?"
«Jesu!» Collet balzò in piedi mentre il puntino si allontana-
va dalla parete. Il segnale parve tremolare per un momento,
poi il puntino si fermò bruscamente a circa tre metri dal peri-
metro dell'edificio.
Muovendo i comandi, Collet caricò la cartina stradale di Pa-
rigi e diede una nuova regolazione al sistema GPS. Ingranden-
do l'immagine vedeva adesso l'esatta posizione del segnale.
Non si muoveva più.
Era immobile in mezzo alla Place du Carrousel.
Langdon si era gettato dalla finestra.18.
Pache si lanciò di corsa nella Grande Galleria mentre la radio
di Collet gracchiava sul sottofondo del suono lontano dell'al-
larme.
«Si è gettato dalla finestra!» gridava Collet. «Ricevo il segna-
le dalla Place du Carrousel! All'esterno della finestra del ba-
gno! E non si muove! Gesù, penso che Langdon si sia ucciso!»
Pache udiva le parole, ma erano prive di senso. Continuò a
correre. La galleria era interminabile. Finalmente, quando
passò accanto al corpo di Saunière, vide le bacheche alla fine
dell'ala Denon. Laggiù il suono dell'allarme era più forte.
«Aspetti!» riprendeva Collet dalla radio. «Si muove. Mio
Dio, è ancora vivo. Langdon si muove!»
Pache continuò a correre e a ogni passo imprecava contro la
lunghezza della sala.
«Langdon si muove più in fretta!» gridava Collet. «Corre
lungo la Place du Carrousel. Aspetti... corre più in fretta. Si
muove troppo in fretta!»
Quando arrivò alle bacheche, Pache si infilò tra esse come un
serpente, scorse la porta delle toilette e si precipitò all'interno.
Il walkie-talkie era a malapena udibile a causa del suono
dell'allarme. «Deve essere su un'auto! Credo che sia su un'au-
to! Non può...»
Le parole di Collet vennero inghiottite dal suono dell'allar-
me quando finalmente il capitano piombò nella toilette ma-
schile, con la pistola in pugno. Fece una smorfia a causa del
suono acuto della sirena ed esaminò la scena. I box erano vuo-
ti, ai lavandini non c'era nessuno. In fondo alla stanza, il vetro
della finestra era rotto. Corse fino all'apertura e si affacciò.
Langdon non si scorgeva da nessuna parte. Pache non riusci-
va a pensare che qualcuno potesse tentare un salto come quel-
lo. Se fosse saltato dalla finestra, si sarebbe ferito gravemente.
Alla fine l'allarme cessò di suonare e Pache potè di nuovo
udire Collet che parlava dal walkie-talkie.
«... si muove a sud... ancora più in fretta... attraversa la Sen-
na sul Pont du Carrousel!»
Pache si sporse a guardare in quella direzione. Il solo veico-
lo sul Pont du Carrousel era un enorme autoarticolato che si
allontanava dal Louvre. Il cassone di carico era coperto da un !
telone di plastica che assomigliava a una gigantesca amaca.
Pache fu scosso da un brivido di apprensione. Quel camion,
fino a pochi momenti prima, probabilmente era fermo al se-
maforo sotto la finestra della toilette.
"Un rischio pazzesco" pensò Pache. Langdon non aveva
modo di sapere che cosa contenesse l'autocarro sotto quel te-
lone. E se avesse trasportato acciaio? O cemento? O magari
immondizia? Un salto di una dozzina di metri? Follia pura.
«Il punto luminoso ha svoltato sul Quai Malaquais!» esclamò
Collet. «Adesso sta svoltando a destra in Rue des Saints-Pères!»
E infatti l'autocarro che aveva attraversato il ponte rallenta-
va e svoltava a destra in Rue des Saints-Pères. "Benissimo"
pensò Pache. Con stupore lo vide scomparire dietro l'angolo.
Collet stava già ordinando per radio agli agenti all'esterno di
allontanarsi dal perimetro del Louvre e di inseguire Langdon
con le loro auto; per tutto il tempo continuò a trasmettere la
posizione del camion come in una sorta di resoconto sportivo
minuto per minuto.
"È in trappola" si disse Pache. Entro pochi minuti i suoi uo-
mini avrebbero circondato il camion. Langdon non sarebbe
riuscito a scappare.
Infilò la pistola nella fondina e chiamò Collet. «Fa' venire la
mia auto. Voglio essere presente quando effettueremo l'arre-
sto.» Mentre percorreva in fretta la Grande Galleria, Pache si
chiese se Langdon era sopravvissuto alla caduta.
Non che la cosa importasse.
"Langdon si è dato alla fuga. Colpevole come da accusa."
A soli quindici metri dalle toilette, Langdon e Sophie erano
nascosti nell'oscurità della Grande Galleria, con la schiena
premuta contro una delle bacheche che celavano i servizi agli
occhi dei visitatori. Avevano fatto appena in tempo a nascon-
dersi quando avevano visto arrivare Pache, che, pistola in pu-
gno, era scomparso nelle toilette.
Gli ultimi sessanta secondi erano stati molto concitati.
Langdon era ancora nella toilette e si rifiutava di fuggire da
un delitto che non aveva commesso, quando Sophie si era
messa a esaminare il vetro della finestra e i fili dell'allarme
che correvano al suo interno. Poi aveva guardato in basso, co-
me per misurare il salto.
«Con un po' di buona mira, lei può uscire di qui» gli disse.
"Mira?" Dubbioso, Langdon guardò anch'egli dalla fine-
stra.
Lungo la strada stava arrivando un enorme autoarticolato,
diretto verso il semaforo sotto di loro. Sull'enorme piano di
carico era teso un telone di plastica blu, che copriva con molte
pieghe la merce trasportata. Langdon si augurò che Sophie
non pensasse a ciò che pareva avere in mente.
«Sophie, non posso certamente saltare...»
«Mi dia il localizzatore.»
Senza capire, Langdon si frugò in tasca per recuperare il di-
schetto di metallo. Sophie lo afferrò e si diresse al lavandino
più vicino, prese un pezzo di sapone e, premendo con il polli-
ce, spinse il dischetto al suo interno. Quando il dischetto fu in-
serito completamente, sigillò il foro in modo che il localizzato-
re non potesse uscire dal sapone.
Consegnò il sapone a Langdon, prese un grosso contenitore
per i rifiuti e, servendosene a mo' di ariete, prima che Lang-
don potesse protestare, colpì il centro della finestra. Il vetro
andò in mille pezzi.
L'allarme prese subito a suonare, a un volume spaventoso,
sopra le loro teste.
«Mi dia il sapone!» gridò Sophie, a malapena udibile sopra
il suono dell'allarme.
Langdon glielo consegnò.
Soppesando il sapone nella mano, la donna guardò dalla fi-
nestra l'autocarro fermo sotto di loro. Impossibile mancare il
bersaglio: un grosso telone blu, a meno di tre metri dall'edifi-
cio. Poco prima che il verde scattasse, Sophie scagliò in dire-
zione del camion il pezzo di sapone, che finì sul telone e sci-
volò sul pianale proprio mentre il semaforo passava al verde.
«Congratulazioni» disse Sophie, prendendo per il braccio
Langdon e trascinandolo verso la porta. «Lei è appena fuggito
dal Louvre.»
Lasciata la toilette, si infilarono nell'ombra proprio mentre
Pache arrivava di corsa.
Ora che l'allarme aveva smesso di suonare, Langdon senti-
va le sirene delle auto della polizia che si allontanavano dal
Louvre. "Un esodo poliziesco." Anche Pache era corso via e la
Grande Galleria era rimasta deserta.
«C'è un'uscita di emergenza a cinquanta metri da noi, nella]
Grande Galleria» disse Sophie. «Adesso che le guardie hanno
lasciato il perimetro, possiamo andarcene.»
Langdon decise di non parlare più, per quella notte. Sophie
Neveu era chiaramente molto più sveglia di lui.19.
La chiesa di Saint-Sulpice, si dice, ha la storia più eccentrica di
tutti gli edifici di Parigi. Costruita sulle rovine di un antico
tempio alla dea egizia Iside, la chiesa ha una pianta che corri-
sponde quasi al centimetro con quella di Notre Dame. In quel-
la chiesa sono stati battezzati il marchese de Sade e Baudelaire
e si è sposato Victor Hugo. L'attiguo seminario ha una ben do-
cumentata storia di credenze non ortodosse e un tempo era il
luogo clandestino d'incontro di numerose società segrete.
Quella notte, la cavernosa navata di Saint-Sulpice era silen-
ziosa come una tomba e il solo indizio di vita era il debole
profumo d'incenso dell'ultima messa del pomeriggio. Silas
aveva notato una leggera inquietudine nel comportamento di
sorella Sandrine, quando l'aveva fatto entrare. La cosa non lo
sorprendeva. Era abituato a vedere persone allarmate dal suo
aspetto.
«Lei è americano» commentò la donna.
«Francese di nascita» rispose Silas. «Ho avuto la vocazione
in Spagna e adesso studio negli Stati Uniti.»
Sorella Sandrine annuì. Era una donna minuta dall'espres-
sione tranquilla. «E lei non ha mai visitato Saint-Sulpice?»
«Comprendo che questo è già quasi un peccato.»
«La chiesa è molto più bella di giorno.»
«Ne sono certo. Comunque, la ringrazio per avermi voluto
fornire questa occasione di vederla di notte.»
«Me l'ha chiesto l'abate. Lei ovviamente ha amicizie po-
tenti.»
"Non hai idea di quanto lo siano" pensò Silas.
Mentre seguiva sorella Sandrine lungo la navata centrale,
Sìlas osservò con sorpresa l'austerità della chiesa. Diversa-
mente da Notre Dame - con i suoi affreschi coloriti, le decora-
zioni dorate degli altari, il caldo legno - Saint-Sulpice era geli-
da e nuda e dava un'impressione di spoglia essenzialità che
gli ricordava le ascetiche cattedrali spagnole. L'assenza di de-
corazioni faceva sembrare ancora più grande l'interno; Silas,
quando sollevò lo sguardo verso la volta e le sue nervature,
ebbe l'impressione di trovarsi all'interno di un'enorme barca
rovesciata.
"Immagine molto felice" pensò. Tra poco, la barca della fra-
tellanza sarebbe stata rovesciata per sempre.
Ansioso di mettersi al lavoro, Silas non vedeva l'ora che so-
rella Sandrine si allontanasse. Era una donna di bassa statura
che Silas avrebbe potuto neutralizzare facilmente, ma aveva
fatto il voto di non ricorrere alla violenza se non era assoluta-
mente necessario. "È una religiosa e non è colpa sua se la fra-
tellanza ha scelto la sua chiesa come nascondiglio per la chia-
ve di volta. Non deve essere punita per i peccati altrui."
«Mi dispiace, sorella, che lei si sia dovuta alzare per colpa
mia.»
«Non importa. Lei è a Parigi per poco tempo. Non poteva
perdersi Saint-Sulpice. I suoi interessi per la chiesa sono più
architettonici o storici?»
«In realtà, sorella, i miei interessi sono spirituali.»
La donna rise allegramente. «Non c'è bisogno di dirlo. Mi
chiedevo solo da che punto volesse iniziare la visita.»
Lo sguardo di Silas era attirato dall'altare. «Non è necessa-
rio che lei mi accompagni. È stata fin troppo gentile con me.
Posso orientarmi da solo all'interno della chiesa.»
«Nessun problema» rispose la donna. «Dopotutto, sono già
sveglia.»
Silas si fermò. Ormai erano arrivati al primo banco e l'altare
era a quindici metri da loro. Si voltò con tutta la sua mole ver-
so la donna e si accorse che lo guardava con timore. «Se non le
sembro troppo scortese, sorella, non sono abituato a entrare in
una casa di Dio per fare una semplice visita. Le dispiace se re-
sto da solo, per qualche tempo, a pregare, prima di guardarmi
attorno?»
Sorella Sandrine ebbe un attimo di esitazione. «Oh, certo.
La aspetterò in fondo alla chiesa.»
Silas le appoggiò sulla spalla una mano, morbida ma pesan-
te, e la guardò dall'alto al basso. «Sorella, mi sento già colpevo-
le per averla svegliata. Chiederle di rimanere sveglia sarebbe
troppo. La prego, torni a riposare. Io rimarrò qualche minuto
nella vostra chiesa, poi me ne andrò.»
La donna non sembrava del tutto convinta. «È sicuro di non
sentirsi abbandonato?»
«Niente affatto. La preghiera è una gioia solitària.»
«Come vuole lei, allora.»
Silas sollevò la mano dalla spalla della donna. «Dorma be-
ne, sorella. Che la pace del Signore sia con lei.»
«E anche con lei.» Sorella Sandrine si diresse verso le scale.
«Quando esce, si assicuri che la porta sia ben chiusa.»
«Certamente.» Silas la vide allontanarsi. Poi si voltò e si in-
ginocchiò nel primo banco. Il cilicio gli punse la coscia. "Si-
gnore, offro a te il lavoro che sto per compiere..."
Nascosta nell'ombra, dietro la balconata del coro, sorella
Sandrine osservava silenziosamente attraverso le colonne il
monaco inginocchiato da solo nel primo banco, parecchi metri
sotto di lei. Il terrore che le aveva improvvisamente serrato
l'anima la costringeva a ricorrere a tutta la sua forza di vo-
lontà per non fuggire. Per un istante si chiese se quel misterio-
so visitatore non fosse il nemico di cui era stata avvertita e se
quella notte non sarebbe stata costretta a eseguire gli ordini
che le erano stati affidati molti anni prima. Decise di rimanere
nascosta nell'oscurità per osservare tutte le sue mosse.

CIOFFI CAVALIER MICHELE

unread,
May 19, 2006, 2:12:43 AM5/19/06
to incensurati yahoogoogle
20.
Langdon e Sophie lasciarono il loro nascondiglio e si avviaro-
no in silenzio lungo la Grande Galleria in direzione dell'uscita
di sicurezza.
Mentre camminavano, Langdon aveva l'impressione di do-
ver risolvere un rompicapo di cui non aveva tutti gli elementi.
Il nuovo aspetto di quel mistero era anche il più preoccupan-
te: "Il capitano della polizia giudiziaria cerca di incastrarmi
per omicidio". «Pensa che sia stato Pache» sussurrò a Sophie
«a scrivere quel messaggio sul pavimento?»
Sophie non si degnò neppure di voltarsi. «Impossibile.»
Ma Langdon non ne era altrettanto certo. «Sembra davvero
intenzionato a darmi la colpa. Forse ha pensato che scrivere il
mio nome gli sarebbe stato utile.»
«La sequenza di Fibonacci? Il P.S.? Tutto il simbolismo su
Leonardo e sulla dea? È stato certamente mio nonno.»
Langdon non potè che darle ragione. Il simbolismo di tutti
quegli indizi era perfettamente coerente: il pentacolo, l'Uomo
vitruviano, Leonardo, la dea, e anche la sequenza di Fibonacci.
"Un insieme coerente di simboli" l'avrebbero definito gli stu-
diosi di iconologia. Tutti inestricabilmente collegati tra loro.
«E la sua telefonata del pomeriggio» aggiunse Sophie. «Ha
detto di dovermi rivelare qualcosa. Sono certa che la scritta
accanto.al suo corpo è stata il suo ultimo tentativo di comuni-
carmi qualcosa d'importante, un messaggio che lei poteva
aiutarmi a capire.»
Langdon aggrottò la fronte. "O, Draconian devii! Oh, lame
saint!" Avrebbe voluto trovare la spiegazione, sia per il bene
di Sophie sia per il proprio. Le cose erano decisamente peg-
giorate da quando aveva letto quelle misteriose parole. Il suo
finto salto dalla finestra del bagno non sarebbe certamente
riuscito a guadagnargli l'amicizia di Pache. Dubitava che il ca-
pitano potesse vedere il lato umoristico di inseguire e alla fine
arrestare una saponetta.
«Siamo vicino all'uscita» disse Sophie.
«Pensa che in qualche modo i numeri del messaggio di suo
nonno possano aiutarci a comprendere il resto?» In passato,
Langdon aveva lavorato su alcuni manoscritti di Bacone che
contenevano cifrari epigrafici: alcune righe erano la chiave
per decifrare quelle seguenti.
«È tutta la notte che penso a quei numeri. Somme, quozien-
ti, prodotti... non sono approdata a niente. Dal punto di vista
matematico, sono disposti a caso. Crittograficamente inutili.»
«Però fanno tutti parte della sequenza di Fibonacci. Non
può essere una coincidenza.»
«Non lo è. I numeri di Fibonacci sono un altro segnale che
mio nonno ha lasciato per farsi notare da me, come scrivere in
inglese, o disporsi come la mia immagine preferita, o dise-
gnarsi un pentacolo sullo stomaco. Tutto per richiamare la
mia attenzione.»
«Il pentacolo ha qualche significato per lei?»
«Sì. Non gliel'ho ancora detto, ma il pentacolo era un sim-
bolo speciale tra me e mio nonno quando ero ragazzina. Mi
leggeva i tarocchi per divertimento e la carta che mi indicava
apparteneva sempre al seme dei pentacoli. Sono certa che pre-
parasse il mazzo, in ogni caso i pentacoli erano uno dei nostri
motivi di divertimento.»
Langdon sentì un brivido. "Le leggeva i tarocchi?" Quel
mazzo di carte, risalente al Medioevo, era così pieno di sim-
bolismi eretici nascosti da spingere lo studioso a dedicarvi un
intero capitolo del suo manoscritto. I ventidue "arcani mag-
giori" del gioco avevano nomi come "La papessa", "L'impe-
ratrice" e "Le stelle". In origine, il tarocco era un sistema se-
greto per comunicare idee bandite dalla Chiesa. Oggi le
potenzialità simboliche del tarocco erano sfruttate dai moder-
ni indovini.
"Il seme dei tarocchi che indica la divinità femminile è quello
di denari, ovvero di pentacoli" pensò Langdon. Se Saunìère ba-
rava per divertirsi con la nipote, scegliere i pentacoli era dop-
piamente allusivo, per quei pochi che erano in grado di capirlo.
Erano giunti alla scala di sicurezza e Sophie aprì con caute-
la la porta. Nessun allarme suonò. Solo le porte che davano
verso l'esterno erano collegate. Sophie precedette Langdon
lungo una scala molto stretta e prese a scendere rapidamente.
«Suo nonno» disse Langdon, correndo dietro di lei «quando
le parlava del pentacolo, le ha accennato al culto della dea o a
qualche elemento contrario alla dottrina cattolica?»
Sophie scosse la testa. «Mi interessava maggiormente la
matematica... la proporzione divina, phi, la sequenza di Fibo-
nacci, quel genere di cose.»
Langdon la guardò con sorpresa. «Suo nonno le ha parlato
del numero phi?»
«Certo. La proporzione divina.» Gli rivolse un mezzo sorri-
so. «Anzi, diceva per scherzo che io ero mezzo divina... sa, per
le lettere del mio nome.»
Langdon riflettè per un momento, poi si lasciò sfuggire un
gemito.
"S-o-phi-e."
Continuando a scendere, Langdon ripensò a phi. Comincia-
va a capire che gli indizi lasciati da Saunière erano ancora più
coerenti tra loro di quanto non gli fosse parso in un primo mo-
mento. "Leonardo da Vinci... i numeri di Fibonacci... il penta-
colo."
Incredibile, ma tutti questi elementi erano collegati tra loro
da un unico concetto così importante per la storia dell'arte che
Langdon spesso era costretto a fare numerose lezioni sull'ar-
gomento. "Phi."
All'improvviso gli parve di essere ritornato a Harvard, da-
vanti ai suoi studenti del corso "Il simbolismo nell'arte", e di
scrivere alla lavagna il suo numero preferito.
1,618
Langdon si era voltato verso la sua aula piena di studenti
ansiosi. «Chi mi sa dire che numero è?»
Un diplomato in matematica, nelle ultime file, aveva alzato
la mano. «Il numero phi.» Lo pronunciava "fi".
«Bene, Stettner» aveva commentato Langdon. «Signori, vi
presento phi.»
«Da non confondere con pi greco» aveva commentato Stett-
ner, sorridendo. «Come diciamo noi matematici, phi è di
un'acca più interessante di pi.»
Langdon aveva riso, ma nessun altro aveva capito la battuta.
Stettner era tornato a sedere, deluso.
«Questo numero phi» aveva continuato Langdon «uno vir-
gola seicentodiciotto, è un numero molto importante per l'ar-
te. Chi mi sa dire perché?»
Stettner aveva cercato di riabilitarsi. «Perché è bello?»
Tutti avevano riso.
«A dire il vero» aveva commentato Langdon «Stettner ha di
nuovo ragione. In genere, phi è considerato il più bel numero
dell'universo.»
Le risate erano cessate subito e Stettner aveva sorriso.
Mentre caricava il proiettore delle diapositive, Langdon
aveva spiegato che il numero phi derivava dalla sequenza di
Fibonacci, una progressione famosa non solo perché la somma
di due termini adiacenti era uguale al termine successivo, ma
perché il quoziente di due numeri adiacenti tendeva sorpren-
dentemente al valore 1,618, phiì
Nonostante la bizzarra origine matematica di phi, aveva
spiegato Langdon, il suo più sorprendente aspetto era il suo
ruolo di mattone fondamentale della natura. Piante, animali e
persino gli uomini avevano misure che rispettavano esatta-
mente il rapporto tra phi e uno.
«L'onnipresenza di phi in natura» aveva detto Langdon
mentre spegneva la luce «va chiaramente al di là delle coinci-
denze e perciò gli antichi pensavano che fosse stato stabilito
dal Creatore dell'universo. I primi scienziati lo chiamarono la
"proporzione divina".»
«Un momento» aveva detto una giovane donna seduta in
prima fila. «Io sono diplomata in biologia e non ho mai visto
questa divina proporzione in natura.»
«No?» Langdon aveva sorriso. «Non ha mai studiato il rap-
porto tra femmine e maschi in un alveare?»
«Certo. Le femmine sono sempre in numero superiore ai
maschi.»
«Esatto. E sa che se in qualsiasi alveare si prende il numero
delle femmine e lo si divide per quello dei maschi si ottiene
sempre lo stesso numero?»
«Davvero?»
«Sì. Il numero phi.»
La ragazza era rimasta a bocca aperta. «Non è possibile!»
«Certo che lo è!» aveva ribattuto Langdon, sorridendo, e
aveva proiettato la diapositiva di una conchiglia. «Riconosce
questa?»
«E un nautilus» aveva detto la diplomata in biologia. «Un
mollusco cefalopodo che pompa gas nelle camere della sua
conchiglia per regolare la spinta di galleggiamento.»
«Esatto. E mi sa dire il rapporto tra il diametro di una spira
e quello della successiva?»
La ragazza aveva guardato con aria incerta le curve concen-
triche della spirale del nautilus.
Langdon aveva annuito. «Phì. La proporzione divina, uno
virgola seicentodiciotto a uno.»
La ragazza l'aveva guardato con aria stupita.
Langdon era passato alla successiva diapositiva, l'ingrandi-
mento dei semi di un girasole. «I semi di girasole crescono se-
condo spirali opposte. Chi sa dire il rapporto tra una rotazio-
ne e la successiva?»
«Il numero phil» avevano chiesto tutti.
«Tombola.» Langdon aveva continuato a proiettare altre
diapositive, ma assai più in fretta: una pigna e la sua suddivi-
sione secondo due serie di spirali, la disposizione delle foglie
sui rami, i segmenti di alcuni insetti. Tutti rispettavano in mo-
do stupefacente la proporzione divina.
«Incredibile!» aveva esclamato qualcuno.
«D'accordo» aveva commentato qualcun altro «ma cosa
c'entra con l'arte?»
«Ah!» aveva esclamato Langdon. «Sono lieto che l'abbia
chiesto.» Proiettò un'altra diapositiva: una pergamena ingial-
lita in cui si scorgeva il famoso nudo maschile di Leonardo da
Vinci, l'Uomo vitruviano, così chiamato dal nome di Marco Vi-
truvio, il grande architetto romano che aveva tessuto le lodi
della proporzione divina nel suo libro De architectura.
«Nessuno capiva meglio di Leonardo da Vinci la divina
struttura del corpo umano. Leonardo disseppelliva i corpi per
misurare le proporzioni esatte della struttura ossea umana. Fu
il primo a mostrare che il corpo umano è letteralmente costi-
tuito di elementi che stanno tra loro in rapporto di phi.»
Tutti l'avevano guardato con aria dubbiosa.
«Non mi credete?» li aveva sfidati Langdon. «La prossima
volta che fate la doccia, portatevi un metro.»
Un paio di giocatori di football avevano riso di lui.
«Non soltanto voi scimmioni insicuri» aveva continuato
Langdon. «Tutti. Maschi e femmine. Fate la prova. Misurate la
vostra altezza e poi dividetela per la distanza da terra del vo-
stro ombelico. Indovinate che numero si ottiene.»
«Non phi» aveva detto uno degli "scimmioni".
«Proprio phi, invece» aveva risposto Langdon. «Uno vir-
gola seicentodiciotto. Volete un altro esempio? Misurate la
distanza dalla spalla alla punta delle dita e dividetela per la
distanza dal gomito alla punta delle dita. Di nuovo phi. Altro
esempio? Dal fianco al pavimento diviso per la distanza dal
ginocchio al pavimento. Di nuovo phi. Le articolazioni delle
dita, le sezioni della colonna vertebrale. Ancora phi. Amici
miei, ciascuno di voi è un tributo ambulante alla proporzio-
ne divina!»
Nonostante l'oscurità, Langdon aveva percepito la loro sor-
presa e aveva provato dentro di sé un calore familiare. Era il
motivo per cui insegnava. «Come vedete, c'è un ordine sotto
l'apparente caos del mondo. Quando gli antichi hanno scoper-
to phi, erano certi di avere trovato uno dei mattoni usati da
Dio per la costruzione del mondo e avevano venerato la natu-
ra per questa sua caratteristica. E possiamo capirne la ragione.
La mano di Dio è evidente nella natura e ancora oggi esistono
religioni pagane che adorano la Madre Terra. Molti di noi ce-
lebrano la natura come i pagani, ma non lo sanno. Il Calendi-
maggio ne è un esempio perfetto, la festa della primavera, la
terra che ritorna alla vita per darci i suoi frutti. La misteriosa
magia della proporzione divina è stata scritta all'inizio dei
tempi, l'uomo si limita a giocare secondo le regole della natu-
ra, e poiché l'arte è il tentativo umano di imitare la bellezza
della mano del Creatore, questo semestre vedremo molti
esempi di proporzione divina.»
Nel corso della mezz'ora successiva, Langdon aveva proiet-
tato diapositive di opere d'arte di Michelangelo, Dùrer, Leo-
nardo e molti altri, che dimostravano il rigoroso - e intenzio-
nale - rispetto della proporzione divina nella composizione.
Langdon aveva mostrato il numero phi nelle dimensioni archi-
tettoniche del Partenone, nelle piramidi egizie, e persino nel
palazzo newyorkese delle Nazioni Unite. Il numero phi com-
pariva nella struttura delle sonate di Mozart, nella Quinta
Sinfonia di Beethoven, oltre che nelle opere di Bartók, Debus-
sy e Schubert. Il numero phi, aveva spiegato, era stato anche
usato da Stradivari per calcolare la posizione esatta dei fori
nella costruzione dei suoi famosi violini.
«In conclusione» aveva detto Langdon, avvicinandosi di
nuovo alla lavagna «torniamo ai nostri simboli.» Aveva dise-
gnato cinque linee che formavano una stella a cinque punte.
«Questo simbolo è una delle immagini più potenti che vedrete
nel nostro corso. Noto come pentacolo, è considerato divino e
magico da molte culture. Qualcuno sa dirmi perché?»
Stettner, il diplomato in matematica, aveva alzato la mano.
«Perché le sue linee si dividono in segmenti che rispettano la
proporzione divina.»
Langdon gli aveva rivolto un cenno affermativo. «Ottimo.
Certo, in un pentacolo tutti i rapporti tra i segmenti sono
uguali a phi, e perciò questo simbolo è l'estrema espressione
della proporzione divina. Per questa ragione la stella a cinque
punte è sempre stata il simbolo della bellezza e della perfezio-
ne associate alla dea e al femminino sacro.»
Nell'aula, tutte le ragazze avevano sorriso.
«Ancora un'osservazione. Oggi abbiamo solamente sfiorato
Leonardo, ma questo semestre lo incontreremo ancora molte
volte. Leonardo era notoriamente devoto alle antiche tradizio-
ni della dea. Domani vi mostrerò il suo affresco L'Ultima Cena,
che è uno dei più stupefacenti tributi al femminino sacro che
si possa incontrare.»
«Scherza?» aveva chiesto qualcuno. «Pensavo che L'Ultima
Cena riguardasse Gesù!»
Langdon gli aveva strizzato l'occhio. «Ci sono sìmboli na-
scosti in luoghi che non riuscireste mai a immaginare.»
«Si sbrighi» gli sussurrò Sophie. «Che succede? Siamo quasi
arrivati.»
Langdon si guardò attorno e si accorse di essersi fermato a
metà della scala, paralizzato da un'improvvisa rivelazione.

"O, Draconian devii! Oh, lame saint!"
Sophie lo fissava.
"Non può essere così semplice" pensava Langdon.
Ma, naturalmente, lo era.
Laggiù, nelle viscere del Louvre, con il pensiero di phi e di
Leoonardo, Robert Langdon aveva decifrato all'improvviso,
senza volerlo, il codice di Saunière.
«O, Draconian devii» mormorò. «Oh, lame saint. È proprio il
tipo di codice più semplice...!»
Sophie si era fermata a sua volta e lo guardava confusa.
"Un codice?" Aveva riflettuto per tutta la notte su quelle paro-
le e non aveva trovato codici, né semplici né complessi.
«L'ha detto lei» spiegò Langdon, con la voce piena di eccita-
zione. «I numeri di Fibonacci hanno significato solo se sono nel
loro giusto ordine. Altrimenti sono solo nonsense matematici.»
Sophie non capiva che cosa volesse dire. "I numeri di Fibo-
nacci?" Era certa che Saunière li avesse scritti soltanto per
coinvolgere il dipartimento di Crittologia. "Hanno un altro
scopo?" Prese di tasca la stampata del computer ed esaminò
[nuovamente il messaggio del nonno.

13-3-2-21-1-1-8-5
O, Draconian devii!
Oh, lame saint!
"Che significato possono avere questi numeri?"
«La sequenza di Fibonacci cambiata di ordine è un indizio»
disse Langdon, facendosi dare il foglio. «I numeri suggerisco-
no come decifrare il resto del messaggio. Saunière ha scritto la
sequenza non in ordine per dirci di applicare lo stesso concet-
to al testo. "O, Draconian devii! Oh, larne saint!" Queste righe
non significano nulla. Sono semplicemente lettere scritte non
nel loro giusto ordine.»
A Sophie occorse solo un istante per riflettere sul suggeri-
mento di Langdon e le parve davvero semplice. «Lei pensa
che questo messaggio sia... un anagramma?» Lo fissò.
Langdon notò lo scetticismo di Sophie e non potè darle torto.
Pochi sapevano che gli anagrammi, oltre a essere un diverti-
mento moderno, avevano una ricca storia di simbolismo sacro.
Gli insegnamenti mistici della kabbalah facevano un notevo-
le uso di anagrammi: combinavano in altro modo le lettere del-
le parole ebraiche per ricavarne nuovi significati. Per tutto il
Rinascimento, i sovrani francesi erano così convinti dei poteri
magici degli anagrammi da nominare anagrammisti reali, i
quali dovevano aiutarli a prendere le decisioni migliori analiz-
zando le parole dei documenti importanti. I romani chiamava-
no lo studio degli anagrammi ars magna, la "grande arte".
Langdon incrociò lo sguardo con quello di Sophie. «Il si-
gnificato del messaggio di suo nonno è sempre stato davanti
ai nostri occhi, e lui ci ha lasciato abbondanti indizi per sco-
prirlo.»
Senza altre parole, prese una penna dal taschino e ricom-
binò le lettere di ciascuna riga.
O, Draconian devii!
Oh, larne saint!
era un perfetto anagramma di:
Leonardo da Vinci!
The Mona Lisa!21.
La Monnalisa.
Per un istante, sulla scala di sicurezza del Louvre, Sophie
scordò il desiderio di uscire.
La sorpresa che le aveva causato l'anagramma era pari solo
alla vergogna per non essere riuscita a decifrare il messaggio.
L'abitudine di Sophie alle analisi crittologiche complesse le
aveva fatto trascurare i semplici giochi di parole, eppure sape-
va che avrebbe dovuto accorgersene. Dopotutto conosceva be-
ne gli anagrammi, soprattutto in inglese.
Quando era giovane, spesso il nonno si serviva di giochi
anagrammatici per perfezionare l'ortografia inglese della ni-
pote. Una volta aveva scritto la parola inglese planets e aveva
detto a Sophie che servendosi di quelle stesse lettere si pote-
vano formare altre novantadue parole inglesi di varie lun-
ghezze. Sophie aveva passato tre giorni con un dizionario in-
glese finché non le aveva trovate tutte.
«Non riesco a immaginare» disse Langdon, osservando la
scritta «come suo nonno abbia potuto creare un anagramma
così complesso nei pochi minuti prima della morte.»
Sophie conosceva la spiegazione, e nel pensarci si sentì anco-
ra più umiliata. "Avrei dovuto accorgermene!" Ricordò che il
nonno - appassionato di giochi di parole come di arte - da gio-
vane si divertiva a creare anagrammi dei titoli di opere d'arte
famose. Anzi, uno di quegli anagrammi l'aveva messo nei guai
quando Sophie era piccola. Intervistato da una rivista d'arte
americana, Saunière aveva espresso la sua antipatia per il mo-
vimento cubista facendo notare che il capolavoro di Picasso, Les
Denioiselles d'Avigtwn era l'anagramma di vile meaningless dood-
les, "scarabocchi vili e privi di significato". Agli ammiratori di
Picasso l'osservazione non era piaciuta affatto.
«Mio nonno ha probabilmente creato l'anagramma molto
tempo fa» spiegò Sophie. "E questa notte è stato costretto a
usarlo come codice improvvisato." La sua voce aveva chiama-
to dall'aldilà con agghiacciante precisione: "Leonardo da Vin-
ci! The Mona Lisa!".
Perché con le sue ultime parole si fosse riferito al famoso di-
pinto, Sophie non avrebbe saputo dirlo, ma le veniva in mente
una sola possibilità. Assai inquietante. "Quelle non sono le
sue ultime parole."
Doveva recarsi dalla Monna Lisa? Suo nonno le aveva lascia-
to un messaggio laggiù? L'idea sembrava perfettamente plau-
sibile. Dopotutto, il famoso dipinto era appeso nella Salle des
Etats, una sala privata accessibile solo dalla Grande Galleria.
In effetti, ricordò Sophie, la porta della sala era a soli venti me-
tri dal punto dove era stato trovato il corpo del nonno.
"Potrebbe avere visitato la Monna Lisa prima di morire."
Sophie alzò lo sguardo sulla scala di emergenza e non riuscì
a prendere una decisione. Sapeva che avrebbe dovuto allonta-
nare subito Langdon dal museo, ma l'istinto le suggeriva il
contrario. Ricordando la sua prima visita all'ala Denon, quan-
do era ancora bambina, capì che se il nonno aveva inteso affi-
darle un segreto, pochi posti erano più adatti della sala della
Monna Lisa di Leonardo.
«È poco più avanti» le aveva detto il nonno, tenendola per
mano mentre attraversavano il museo vuoto, dopo l'orario di
chiusura.
Sophie aveva sei anni. Si sentiva piccola e insignificante ri-
spetto agli enormi soffitti e al pavimento che faceva venire le
vertigini. Il museo vuoto la spaventava, anche se non intende-
va farlo capire al nonno. Aveva stretto i denti e lasciato la sua
mano.
«Davanti a noi c'è la Salle des Etats» aveva annunciato il
nonno quando erano ormai vicini alla più famosa sala del
Louvre.
Nonostante l'ovvia eccitazione del nonno, Sophie avrebbe
preferito essere a casa. Aveva già visto nei libri le fotografie
della Monna Lisa e il quadro non le piaceva affatto. Non capi-
va perché facessero tanto chiasso per quel dipinto. «C'est en-
nuyeux» si era lamentata. È noioso.
«Boring» l'aveva corretta lui. «Il francese a scuola, l'inglese
a casa.»
«Le Louvre, e'est pas chez mo//» aveva protestato lei. Il Louvre
non è casa mia.
Per un istante, il nonno aveva riso. «Giusto. Allora parliamo
inglese per divertimento.»
Sophie gli aveva messo il broncio, ma aveva continuato a
camminare. Quando erano entrati nella Salle des Etats, aveva
esaminato la stretta sala e aveva posato lo sguardo sul posto
d'onore, al centro della parete, dove era appeso un solo ritrat-
to, dietro una protezione di plexiglas. Il nonno si era fermato
sulla soglia e le aveva indicato il quadro.
«Va' avanti, Sophie, non sono molte le persone che possano
osservarla da soli.»
Inghiottendo per la tensione, Sophie aveva attraversato len-
tamente la sala. Dopo tutto quello che aveva sentito a proposi-
to della Monna Lisa, aveva l'impressione di avvicinarsi a una
regina. Quando era arrivata davanti alla lastra di plexiglas,
aveva trattenuto il respiro e alzato lo sguardo per coglierla in
un solo colpo d'occhio.
Non sapeva che cosa si era aspettata di provare, ma non
aveva avvertito alcuna scossa, alcun senso di meraviglia: il fa-
moso volto era uguale a quello dei libri. Era rimasta a guar-
darla in silenzio, per un tempo lunghissimo, in attesa che suc-
cedesse qualcosa.
«Allora, che cosa ne pensi?» le aveva sussurrato il nonno,
che intanto si era portato dietro di lei. «È bellissima, vero?»
«È troppo piccola.»
Saunière aveva sorriso. «Anche tu sei piccola ma sei bellis-
sima.»
"Io non sono bellissima" si era detta lei. Sophie odiava i
suoi capelli rossi e le efelidi ed era più alta dei maschi della
sua classe. Aveva nuovamente osservato la Monna Lisa e ave-
va scosso la testa. «È ancora peggio che nei libri. Ha la faccia...
brumeux.» Nebbiosa.
«Foggy» l'aveva corretta il nonno.
«Foggy» aveva ripetuto Sophie, sapendo che la conversazio-
ne non sarebbe ripresa finché lei non avesse pronunciato la
parola nuova..
«Quello è chiamato lo stile di pittura "sfumato"» le aveva
spiegato il nonno «ed è molto difficile da eseguire. Leonardo
da Vinci sapeva farlo meglio di chiunque altro.»
A Sophie, però, il quadro continuava a non piacere. «Ha l'a-
ria di nascondere qualcosa... come i ragazzi, a scuola, quando
hanno qualche segreto.»
Il nonno aveva riso. «Questo è uno dei motivi per cui è così
famosa. Alla gente piace fare ipotesi sulla ragione del suo sor-
riso.»
«E tu sai perché sorride?»
«Può darsi.» Il nonno le aveva strizzato l'occhio. «Un gior-
no o l'altro ti racconterò tutto su quel sorriso.»
Sophie aveva battuto il piede in terra. «Ti ho detto che non
mi piacciono i segreti!»
«Principessa» l'aveva ripresa sorridendo. «La vita è piena
di segreti. Non puoi conoscerli tutti in una volta.»
«Io ritorno su» disse Sophie. Nel vano della scala, la sua vo-
ce sembrava priva di inflessione.
«Dalla Monna Lisa?» chiese Langdon, stupito. «Adesso?»
La donna riflettè sul rischio. «Io non sono indiziata. Devo
capire che cosa intendeva dirmi mio nonno.»
«E l'ambasciata?»
Sophie provò un senso di colpa perché adesso doveva ab-
bandonare Langdon dopo averlo reso un fuggitivo, ma non
vedeva altre possibilità. Indicò una porta metallica alla fine
delle scale. «Esca da quella porta e segua le scritte illuminate
che indicano l'uscita. Mio nonno mi portava sempre qui. Le
scritte portano a un'uscita di sicurezza che si apre solo verso
l'esterno.» Consegnò a Langdon le chiavi della sua auto. «La
mia auto è la Smart rossa nel parcheggio degli impiegati, di-
rettamente davanti a noi. Sa come arrivare all'ambasciata?»
Langdon annuì e fissò le chiavi che la donna gli aveva con-
segnato.
«Ascolti» continuò Sophie, in tono meno duro. «Penso che
mio nonno mi abbia lasciato un messaggio vicino alla Monna
Lisa, qualche indizio sul suo assassino. O sul pericolo che cor-
ro.» "O su quanto è successo alla mia famiglia." «Devo andare
a vedere.»
«Ma se voleva spiegarle perché era in pericolo, per quale
motivo non lo ha scritto sul pavimento? Perché questo com-
plicato gioco di indovinelli?»
«Qualunque cosa cercasse di dirmi, non credo che volesse
farlo sapere ad altri. Neppure alla polizia.» Chiaramente, Sau-
nière aveva fatto tutto il possibile per inviare un messaggio
segreto direttamente a lei. L'aveva scritto in codice, aveva ag-
giunto le sue iniziali segrete e le aveva detto di trovare Robert
Langdon: un saggio consiglio, visto che l'americano aveva de-
cifrato il suo codice. «Anche se può sembrare strano» disse
Sophie «penso che volesse farmi arrivare alla Monna Lisa pri-
ma di chiunque altro.»
«Vengo anch'io.»
«No! Non sappiamo per quanto tempo la galleria rimarrà
vuota. Lei deve allontanarsi.»
Langdon esitava, come se la sua curiosità accademica mi-
nacciasse di sopraffare il giudizio, riportandolo nelle mani di
Pache.
«Vada, adesso» gli disse Sophie, con un sorriso. «Ci vedia-
mo all'ambasciata, signor Langdon.»
Langdon la guardò con aria dispiaciuta. «Ci rivedremo lag-
giù, ma a una condizione» rispose in tono severo.
Lei lo guardò senza capire. «Di che cosa si tratta?»
«Che la smetta di chiamarmi signor Langdon.»
A Sophie parve di scorgergli sulle labbra l'accenno di un
sorriso e gli sorrise a sua volta. «Buona fortuna, Robert.»
Quando arrivò al fondo della scala, Langdon venne investi-
to dall'inconfondibile odore dell'olio di lino e della polvere di
gesso. Davanti a lui, l'uscita era indicata da una scritta illumi-
nata SORTIE/EXIT, accompagnata da una freccia che puntava
lungo un corridoio.
Langdon lo imboccò.
A destra c'era un buio laboratorio di restauro dove si scor-
geva un esercito di statue in varie fasi di lavorazione. A sini-
stra, una serie di stanze che sembravano le aule dei corsi d'ar-
te di Harvard: file di cavalletti, quadri, tavolozze, regoli per
prendere le misure. Una catena di montaggio per prodotti ar-
tistici.
Mentre percorreva il corridoio, Langdon si chiese se da un
momento all'altro non fosse destinato a risvegliarsi nel suo
letto di Carnbridge. L'intera notte gli era parsa un sogno as-
surdo. "Sto per uscire dal Louvre... un fuggitivo."
Gli anagrammi di Saunière erano ancora nella sua mente. Si
chiese che cosa avrebbe trovato Sophie nella sala della Monna
Lisa... sempre che vi trovasse qualcosa. Lei era sicura che il
nonno le avesse suggerito di andare a controllare nella sala
del famoso dipinto. Ma anche se sembrava un'interpretazione
plausibile, adesso gli pareva un paradosso.
"P.S. Trova Robert Langdon."
Saunière le aveva ordinato di cercarlo. Ma per quale moti-
vo? Solo perché la aiutasse a risolvere un anagramma?
Gli pareva molto improbabile.
Dopotutto, Saunière non sapeva se Langdon fosse un esper-
to di anagrammi. "Non ci siamo mai incontrati." Inoltre,
Sophie pensava che l'anagramma fosse rivolto a lei, era stata
lei a riconoscere la sequenza di Fibonacci e sarebbe sicura-
mente riuscita a risolvere l'anagramma senza bisogno di]
Langdon.
"Saunière pensava che l'avrebbe risolto lei." Langdon or- ]
mai ne era certo, ma questo lasciava un vuoto nella logica del
curatore.
"Perché ha indicato me?" si chiese, mentre continuava a]
percorrere il corridoio. "Perché nel suo ultimo messaggio, in
punto di morte, Saunière ha voluto che la nipote, separata da
lui da molti anni, cercasse me? Secondo Saunière, che cosa po-
tevo conoscere?"
Improvvisamente, colpito da un pensiero, Langdon si
fermò. Prese di tasca la stampata del computer e fissò l'ultima
riga del messaggio.
"P.S. Trova Robert Langdon."
Fissò le due lettere.
"P.S."
In quell'istante, tutti i simboli di Saunière andarono al lor
posto. Come uno scoppio di tuono, tutti i suoi studi di simbo-
logia e di storia gli tornarono davanti agli occhi. All'improvvi-
so, tutto ciò che aveva fatto Saunière veniva ad avere perfetta-
mente senso.
Langdon cercò di trarre le conseguenze di quel filo di pen-
sieri. Con la testa che gli girava, si voltò nella direzione da cui
era giunto.
"C'è ancora tempo?" A quel punto, la cosa era priva di im-
portanza.
Senza esitazioni, si lanciò di corsa verso le scale.22.
Inginocchiato nel primo banco, Silas fingeva di pregare men-
tre esaminava la pianta della chiesa. Saint-Sulpice, come gran
parte delle chiese, aveva la forma di una gigantesca croce ro-
mana. La sua lunga sezione centrale - la navata - portava di-
rettamente all'altare principale, dove era tagliata trasversal-
mente da una sezione più corta, nota come "transetto".
Sull'incrocio di navata e transetto si alzava la grande cupola e
quello era considerato il cuore della chiesa, il suo punto più
sacro e pieno di misticismo.
"Non questa notte" pensò Silas. "Saint-Sulpice nasconde al-
tri segreti, in un altro punto."
Si voltò verso il transetto sud e fissò l'area aperta al di là dei
banchi, per cercare l'oggetto descritto dalle sue vittime.
"Eccola."
Incassata nel pavimento di granito grigio, una sottile stri-
scia d'ottone luccicava in mezzo alla pietra, una linea dorata
che tagliava il pavimento della chiesa. Sulla striscia erano
tracciati segni regolari, come su una riga millimetrata. A Silas
era stato detto che era uno gnomone, uno strumento astrono-
mico pagano della famiglia delle meridiane. Turisti, scienziati,
storici e pagani di tutto il mondo si recavano a Saint-Sulpice
per vedere quella famosa linea.
"La Linea della Rosa."
Lentamente, Silas seguì la striscia d'ottone che correva sul
pavimento e passava davanti a lui formando uno strano ango-
lo, del tutto estraneo alla simmetria della chiesa. La linea at-
traversava l'altare, sfregiandone la bellezza, e tagliava in due
parti la balaustra della comunione, percorreva l'intera lar-
ghezza della chiesa fino al transetto nord, dove raggiungeva
la base di una struttura alquanto inconsueta.
Un colossale obelisco egizio.
Laggiù, la lucente Linea della Rosa si piegava di novanta
gradi, in verticale, per salire sul fronte dell'obelisco; si alzava
di dieci metri fino alla sua punta, a forma di piramide, e lag-
giù finalmente terminava.
"La Linea della Rosa" pensò Silas. "La fratellanza ha nasco-
sto la chiave di volta sotto la Linea della Rosa."
Qualche ora prima, quando Silas aveva detto al Maestro che
la pietra del Priorato era nascosta all'interno di Saint-Sulpice, il
Maestro gli era parso dubbioso. Ma quando Silas aveva ag-
giunto che tutti i fratelli gli avevano fornito una collocazione
precisa, che si riferiva a una striscia di ottone che attraversava
Saint-Sulpice, il Maestro era rimasto senza fiato davanti alla ri-
velazione. «Ma tu parli della Linea della Rosa!»
Il Maestro aveva rapidamente informato Silas della famosa
curiosità architettonica di Saint-Sulpice: una striscia d'ottone
che tagliava la chiesa secondo un perfetto asse nord-sud. Era
un'antica meridiana, un resto del tempio pagano che un tem-
po sorgeva in quel punto esatto. I raggi del sole, passando at-
traverso l'oculus della parete sud, ogni giorno percorrevano
un tratto della linea e indicavano il passaggio del tempo da un
solstizio all'altro.
La striscia nord-sud era nota come Linea della Rosa. Per se-
coli il simbolo della rosa era stato associato alle carte geografi-
che e a tutto ciò che guidava le anime nella giusta direzione.
La Rosa dei Venti, disegnata su quasi tutte le carte, indicava i
quattro punti cardinali e quelli intermedi, e quando era com-
pleta suggeriva le trentadue direzioni ossia i trentadue venti
che soffiavano da quelle direzioni. Disegnate all'interno di un
cerchio, quelle trentadue direzioni della bussola o dei venti
assomigliavano a una rosa con trentadue petali. Ancora oggi il
cerchio che nelle carte geografiche indica le direzioni è noto
come Rosa dei Venti e il nord vi è segnato con una freccia o
talvolta con il simbolo del giglio, lefleur-de-lis.
Su un mappamondo, una Linea della Rosa, chiamata anche
meridiano, era ogni linea immaginaria tracciata dal polo Nord
al polo Sud. Naturalmente c'era un numero infinito di Linee
della Rosa perché in ogni punto della Terra passava un meri-
diano che lo congiungeva con i poli. Il problema, per gli anti-
chi navigatori, era quale di quei meridiani fosse l'autentica Li-
nea della Rosa, la longitudine zero, la linea a partire dalla
quale si misuravano tutte le altre longitudini.
Oggi quella linea passa per Greenwich, in Inghilterra, ma
non è sempre stato così.
Molto prima che fosse fissato Greenwich come meridiano
zero, la longitudine zero del mondo passava per Parigi e la
chiesa di Saint-Sulpice. La linea di ottone che attraversa la
chiesa era un tributo al primo meridiano zero, e anche se
Greenwich ha tolto a Parigi l'onore nel 1888, l'originale Linea
della Rosa è ancora visibile oggi.
«E perciò la leggenda è vera» il Maestro aveva detto a Silas.
«La chiave di volta del Priorato si dice giaccia "sotto il Segno
della Rosa".»
Ancora inginocchiato nel banco, Silas si guardò attorno e te-
se l'orecchio per assicurarsi che non ci fosse nessuno. Per un
momento pensò di avere udito un fruscio proveniente dalla
balconata del coro. Si voltò e osservò per parecchi secondi.
Niente.
"Sono solo."
Si alzò in piedi, si portò davanti all'altare e fece tre genu-
flessioni. Poi si voltò e seguì la striscia di ottone in direzione
dell'obelisco.
In quel momento, all'aeroporto internazionale Leonardo da
Vinci di Roma, la scossa delle ruote che toccavano la pista de-
stò il vescovo Aringarosa dal sonno.
"Mi sono addormentato" pensò. Lo colpì il fatto di essere
così tranquillo da poter dormire.
«Benvenuti a Roma» annunciò l'altoparlante dell'aereo.
Rizzandosi a sedere, Aringarosa sistemò la sua veste nera e
si concesse un raro sorriso. Era lieto di avere fatto quel viag-
gio. "Sono stato sulla difensiva per troppo tempo." Quella
notte, però, la situazione era cambiata. Solo cinque mesi pri-
ma, Aringarosa aveva temuto per il futuro della Fede. Adesso,
come per volontà di Dio, la soluzione si era offerta da sola.
"La Divina Provvidenza."
Se a Parigi le cose fossero andate come si aspettava, presto
Aringarosa si sarebbe trovato in possesso di qualcosa che lo
avrebbe reso il più potente uomo della cristianità.23.
Sophie arrivò senza fiato alle grandi porte della Salle de
Etats, la sala che conteneva la Monna Lisa. Prima di entrarci
lanciò con riluttanza un'occhiata venti metri più avanti, dove
giaceva il corpo del nonno, illuminato dal faretto.
Il rimorso la colpì con forza, all'improvviso, e con un gran-
de sottofondo di colpa. Saunière l'aveva cercata infinite volte
nel corso degli ultimi dieci anni, ma Sophie non si era lasciata
commuovere, non aveva aperto le sue lettere e si era rifiutata
di vederlo. "Mi aveva mentito! Aveva segreti spaventosi! Che
cosa avrei dovuto fare?" E perciò l'aveva escluso dalla sua vi-
ta. Completamente.
Ma adesso il nonno era morto e le parlava dalla tomba.
"La Monna Lisa."
Spinse le porte ed entrò. Per un momento guardò dalla so-
glia la grande sala rettangolare, anch'essa illuminata dalla sof-
fice luce rossa. Quella sala era uno dei rari cul-de-sac del mu-
seo, il cui solo ingresso era dalla galleria. Di fronte alla porta
c'era un Botticelli di cinque metri. Sotto di esso, un immenso
divano ottagonale serviva come luogo di osservazione per le
migliaia di visitatori che volevano riposarsi per qualche mi-
nuto mentre ammiravano il bene più prezioso del Louvre.
Ancora prima di entrare, però, Sophie capì di avere dimen-
ticato un particolare. "Una luce nera." Lanciò un'occhiata al
corpo del nonno, circondato dagli strumenti della Scientifica.!
Se Saunière aveva scritto qualcosa nella sala della Monna Lisa*
l'aveva certamente scritto con la penna invisibile.
Trasse un profondo respiro e corse verso la scena del delit-
to, bene illuminata. Incapace di guardare il nonno, fissò lo
sguardo sulle attrezzature della Scientifica. Trovò una piccola
penna a raggi ultravioletti e se la infilò in tasca, affrettandosi a
fare ritorno nella Salle des Etats.
Giunta sulla soglia, però, udì un rumore di passi che veni-
vano verso di lei dall'interno. "C'è qualcuno!" Una figura
spettrale emerse improvvisamente dalla penombra. Sophie fe-
ce un passo indietro.
«Sei tu, finalmente!» sussurrò Langdon, fermandosi davan-
ti a lei.
Il sollievo di Sophie fu solo momentaneo. «Robert, ti avevo
detto di andare via! Se Pache...»
«Dov'eri?»
«Dovevo procurarmi una luce nera» rispose lei, mostrando-
gliela. «Se mio nonno ha lasciato un messaggio...»
«Sophie, ascolta» chiese, fissandola negli occhi. «Le lettere
P.S. significano qualcos'altro per te? Qualunque cosa?»
Temendo che qualcuno potesse udire la loro voce, Sophie
chiuse la porta a doppi battenti della Salle des Etats. «Te l'ho
detto, sono le iniziali di Principessa Sofia.»
«Sì, ma le hai mai viste in qualche altro posto? Tuo nonno
non ha mai usato la sigla "P.S." come monogramma, sulla car-
ta da lettere o su qualche oggetto personale?»
La domanda la sorprese. "Come può saperlo?" Sophie ave-
va già visto le iniziali P.S. una volta, in una sorta di mono-
gramma. Era la vigilia del suo nono compleanno e lei frugava
in segreto in tutta la casa, per cercare regali di compleanno na-
scosti. Anche allora, non sopportava che qualcosa le venisse
tenuto segreto. "Che cosa mi avrà comprato il nonno que-
st'anno?" Aveva frugato in armadi e cassettiere. "Mi avrà
comprato la bambola che volevo? Dove può averla nascosta?"
Dopo avere esplorato l'intera casa senza avere trovato nul-
la, Sophie si era fatta coraggio ed era entrata nella camera da
letto del nonno. Non aveva il permesso di entrare in quella
stanza, ma il nonno era al piano di sotto e dormiva sulla pol-
trona.
"Darò solo un'occhiata in fretta!"
In punta di piedi, Sophie aveva raggiunto l'armadio e ave-
va guardato dietro i vestiti. Niente. Poi aveva guardato sotto il
letto. Nulla. Era allora passata al comò e aveva aperto i casset-
ti, per poi esaminarne attentamente il contenuto. "Ci deve es-
sere qualcosa per me!" Era arrivata all'ultimo cassetto senza
trovare alcuna bambola. Delusa, l'aveva aperto e aveva spo-
stato alcune vesti nere che non gli aveva mai visto indossare.
Stava per richiuderlo, quando aveva colto uno scintillio dora-
to in fondo al cassetto. Sembrava una catena per l'orologio da
taschino, ma il nonno non l'aveva mai portato. Il suo cuore
aveva accelerato i battiti nel comprendere che cosa fosse.
"Una collana!"
Sophie aveva sollevato con attenzione la catena e, con sor-
presa, aveva visto alla sua estremità una lucente chiave d'oro.
Pesante e lucidata a specchio. Senza parole, l'aveva sollevata
per osservarla. Era diversa da qualsiasi altra chiave. In genere
erano piatte e avevano una serie di denti, ma quella aveva so-
lo una colonna triangolare con piccoli segni scavati sull'intera
asta. Al posto del consueto "anello", inoltre, c'era un'impu-
gnatura a forma di croce, ma non era una croce normale. Era
una croce con i bràcci della stessa lunghezza, come il segno
"più". Inciso nel centro della croce c'era uno strano simbolo:
due lettere intrecciate e il disegno di un fiore. «P.S.» aveva sus-
surrato, leggendo le lettere. "Che cosa può essere?"
«Sophie?» l'aveva chiamata il nonno, dalla porta.
Sorpresa, si era girata e aveva lasciato cadere la chiave sul
pavimento. Aveva abbassato gli occhi, troppo Impaurita per
guardare il nonno. «Cercavo... il mio regalo di compleanno» si
era scusata. Aveva chinato la testa, consapevole di avere abu-
sato della sua fiducia.
Per quella che le era parsa un'eternità, il nonno era rimasto
a guardarla in silenzio dalla porta. Alla fine aveva tratto un
profondo respiro. «Raccogli la chiave, Sophie.»
Lei l'aveva raccolta.
Il nonno si era avvicinato. «Sophie, tu devi rispettare le cose
degli altri.» Senza collera, si era inginocchiato e aveva preso la
chiave. «È una chiave molto speciale. Se tu l'avessi persa...»
Nell'udire la voce tranquilla del nonno, Sophie si era sentita
ancora peggio. «Mi dispiace, Grand-pére. Mi dispiace davve-
ro.» E aveva aggiunto, dopo un istante: «Pensavo che fosse
una collana per il mio compleanno».
Lui l'aveva fissata per parecchi secondi. «Te lo dirò ancora
una volta, Sophie, perché è importante. Devi imparare a ri-
spettare le cose private degli altri.»
«Sì, Grand-pére.»
«Ne parleremo un'altra volta. Per ora, bisogna strappare le
erbacce dal giardino.»
Sophie era corsa a compiere i suoi doveri.
L'indomani mattina, Sophie non aveva ricevuto un regalo
di compleanno dal nonno. Non se l'era aspettato, dopo quello
che aveva fatto. Ma il nonno non le aveva neppure fatto gli
auguri. Quando era andata a dormire, quella sera, non si era
mai sentita così abbattuta. Infilandosi sotto le coperte, però,
aveva trovato un foglietto sul cuscino.
Sul foglietto era scritto un semplice indovinello. Ancora pri-
ma di risolverlo, le era tornato il sorriso. "So che cos'è!" Il
nonno l'aveva già fatto il Natale precedente. "Una caccia al te-
soro!"
Con ansia, aveva meditato sull'indovinello fino a risolverlo.
La soluzione l'aveva inviata in un'altra parte della casa, dove
aveva trovato un altro foglio e un altro indovinello. Aveva ri-
solto anche quello e aveva raggiunto di corsa il terzo foglio e il
terzo enigma. Aveva continuato a correre da una stanza all'al-
tra finché era giunta a un messaggio che l'aveva fatta tornare
alla sua camera da letto. Si era precipitata su per le scale e, nel-
l'entrare nella sua stanza, si era bloccata bruscamente. In mez-
zo alla camera c'era una luccicante bicicletta rossa con un fioc-
chetto legato al manubrio. Sophie aveva lanciato un grido di
eccitazione.
«So che avevi chiesto una bambola» le aveva detto il nonno,
sorridendole dall'angolo «ma ho pensato che questa ti piaces-
se di più.»
L'indomani il nonno le aveva insegnato ad andare in bici-
cletta, correndo accanto a lei lungo il viale di casa. Quando
Sophie si era avviata sul prato e aveva perso l'equilibrio, tutt'e
due erano caduti sull'erba, rotolando e ridendo.
«Grand-pére» gli aveva detto Sophie, abbracciandolo «mi di-
spiace per la chiave.»
«Lo so, cara, sei perdonata. Non posso rimanere a lungo in
collera con te. Nonni e nipoti si perdonano sempre.»
Sophie sapeva che non avrebbe dovuto chiederlo, ma non
era riuscita a trattenersi. «Che cosa apre? Non ho mai visto
una chiave del genere. Era molto bella.»
Il nonno era rimasto in silenzio a lungo; Sophie sapeva che
era incerto sulla risposta da darle. "Il nonno non mente mai."
«Apre un cofanetto» aveva detto infine «dove sono conservati
molti segreti.»
Sophie aveva fatto una smorfia. «Io odio i segreti!»
«Lo so, ma questi segreti sono importanti. E un giorno im-
parerai a dare loro l'importanza che gli do io.»
«Ho visto delle lettere, sulla chiave, e un fiore.»
«Sì, è il mio fiore preferito. È chiamato lefleur-de-lis. Ne ab-
biamo in giardino. Sono quelli bianchi, i gigli.»
«Li conosco! Sono anche i miei preferiti!»
«Allora farò un patto con te.» Il nonno aveva sollevato le so-
pracciglia come faceva sempre quando le proponeva una sfi-
da. «Se manterrai il segreto sulla mia chiave e non ne parlerai
con nessuno, né con me né con altri, un giorno la darò a te.»
Sophie non credeva alle proprie orecchie. «Me la darai?»
«Te lo prometto. Quando giungerà il momento, la chiave
sarà tua. Sopra c'è il tuo nome.»
Sophie aveva aggrottato la fronte. «No, non c'è. C'era scrit-
to "P.S."; io non mi chiamo P.S.!»
Il nonno aveva abbassato la voce e si era guardato attorno
come per assicurarsi che nessuno ascoltasse. «D'accordo,
Sophie, se proprio vuoi saperlo, "P.S." è un codice. Sono le tue
iniziali segrete.»
Lei aveva sgranato gli occhi. «Io ho delle iniziali segrete?»
«Certo. Le nipotine hanno sempre iniziali segrete, e soltanto
i nonni le conoscono.»
«P.S.?»
Lui le aveva fatto il solletico sotto il mento. «Princesse
Sophie.»
La bambina aveva riso. «Io non sono una principessa!»
Il nonno le aveva strizzato l'occhio. «Per me lo sei.»
Da quel giorno in poi, non avevano mai più parlato della
chiave. E lei era divenuta per il nonno la "Principessa
Sophie".
Ora, nella Salle des Etats, Sophie rifletteva in silenzio e sen-
tiva tutto il dolore della perdita.
«Le iniziali» aveva sussurrato Langdon, guardandola con
espressione strana. «Le hai mai viste?»
Sophie ripensò alle parole del nonno. "Non ne parlerai con
nessuno, né con me né con altri." Sapeva di essere in colpa per
non averlo saputo perdonare e non voleva tradire di nuovo la
sua fiducia. Però era stato Saunière a ordinarle di cercare Ro-
bert Langdon per farsi aiutare da lui. Sophie annuì. «Sì, una
volta ho visto le iniziali P.S. Quando ero piccola.»
«Dove?»
Sophie ebbe un attimo di esitazione. «Su un oggetto molto
importante per lui.»
Langdon la fissò negli occhi. «Sophie, questo è fondamen-
tale. Le iniziali erano accompagnate da un simbolo? Lefleur-
de-lis?»
Sophie fece un passo indietro per lo stupore. «Ma... come fai
a saperlo?»
Langdon sospirò e abbassò la voce. «Ho il forte sospetto che
tuo nonno appartenesse a una società segreta. Una fratellanza
occulta, molto antica.»
Sophie sentì una stretta allo stomaco. Anche lei ne aveva il
sospetto. Per dieci anni aveva cercato di dimenticare l'inci-
dente che le aveva rivelato quell'orribile fatto, quando aveva
assistito a qualcosa di inconcepibile. "Imperdonabile."
«Il giglio» continuò Langdon «insieme alle iniziali P.S. è lo
stemma ufficiale della fratellanza. Il loro segno di riconosci-
mento.»
«Come lo sai?» Sophie temeva che Langdon le confidasse di
appartenere anch'egli a quella fratellanza.
«Ho scritto su quella setta» spiegò lo studioso, con la voce
tremante per l'eccitazione. «La simbologia delle società segre-
te è una delle mie specializzazioni. Il gruppo si chiama Priora-
to di Sion, Prieuré de Sion. Hanno sede in Francia e membri im-
portanti in tutta Europa. In effetti, sono una delle più antiche
sette segrete che esistano sulla terra.»
Sophie non ne aveva mai sentito parlare.
Langdon continuò in fretta la spiegazione. «Tra i suoi ap-
partenenti, il Priorato vanta alcuni dei più importanti uomini
di cultura che siano esistiti: personaggi come Bottìcelli, New-
ton, Victor Hugo.» Si interruppe, poi riprese, con la voce piena
di zelo accademico: «E, naturalmente, Leonardo da Vinci».
Sophie lo fissò con stupore. «Leonardo da Vìnci faceva par-
te di una società segreta?»
«Leonardo è stato a capo del Priorato tra il 1510 e il 1519 co-
me Gran Maestro dell'associazione e questo può forse spiegare
la grande passione di tuo nonno per la sua opera. Condivideva-
no un legame storico di fratellanza e tutto questo si sposa per-
fettamente con i loro interessi per l'iconologia della dea, il paga-
nesimo, le divinità femminili e con la loro avversione per la
Chiesa. Il Priorato ha sempre avuto una venerazione per il fem-
minino sacro, questo suo aspetto storico è documentatissimo.»
«Intendi dire che questo gruppo è una setta pagana che pra-
tica il culto della dea?»
«Meglio dire che è l'autentica setta pagana che pratica il
culto del principio femminile. Ma, cosa più importante, sono
noti perché custodiscono un segreto importantissimo, che li
ha resi estremamente potenti.»
Nonostante la profonda convinzione di Langdon, la prima
reazione di Sophie fu di incredulità. "Una setta pagana segre-
ta? Un tempo guidata da Leonardo da Vinci?" Sembrava as-
surdo. Eppure, ripensò a ciò che aveva visto dieci anni prima,
la notte in cui aveva assistito a una scena che non riusciva an-
cora ad accettare... "Che possa essere la spiegazione?"
«L'identità dei membri viventi del Priorato è mantenuta ri-
gorosamente segreta» continuò Langdon «ma le iniziali P.S. e
il giglio che hai visto da bambina costituiscono una prova.
Non possono essere legati ad altro che al Priorato.»
Sophie comprendeva che Langdon conosceva molto più di
quanto non si fosse immaginata, relativamente a suo nonno.
Quell'americano aveva chiaramente molte cose da insegnarle/
ma non era il momento. «Non posso permettere che ti prenda-
no, Robert. Abbiamo un mucchio di cose da discutere. Devi
andare via!»
Langdon sentiva solo il mormorio della sua voce, ma non
intendeva allontanarsi. Era perso in un altro luogo. Un luogo
dove antichi segreti affioravano alla superficie. Un luogo dove
storie dimenticate uscivano dall'ombra.
Lentamente, come se si muovesse sottacqua, Langdon si
voltò a guardare la Monna Lisa, "lefleur-de-lis... il fiore di Lisa...
la Monna Lisa."
E ogni cosa era intrecciata all'altra, come una silenziosa
sinfonia che echeggiava i più profondi segreti del Priorato di
Sion e di Leonardo da Vinci.
A qualche chilometro di distanza, sulla riva del fiume, a
sudovest di Les Invalides, lo stupefatto autista di un autoarti-
colato, sorvegliato da alcuni agenti che puntavano le armi
contro di lui, udì il capitano della polizia giudiziaria lanciare
un gutturale grido di rabbia e gli vide scagliare nelle tumul-
tuose acque della Senna un pezzo di sapone.24.
Silas misurò con lo sguardo l'obelisco di Saint-Sulpice, valu-
tando l'altezza della massiccia colonna di pietra. Le mani gli
tremavano per l'eccitazione. Si guardò attorno, ancora una
volta, per accertarsi di essere solo. Poi si inginocchiò alla base
della struttura, non per reverenza ma per necessità.
"La pietra di volta è nascosta sotto la Linea della Rosa, alla
base dell'obelisco."
Tutti i membri della fratellanza gli avevano detto la stessa
cosa.
In ginocchio, Silas passò le mani sul pavimento di pietra.
Non c'erano fessure o altri segni che indicassero una lastra
mobile, ed egli cominciò a battere con le nocche sul pavimen-
to. Seguendo la linea d'ottone in direzione dell'obelisco, battè
su ciascuna lastra vicina alla striscia di metallo. Infine, una di
esse suonò in modo diverso dalle altre.
"C'è una zona vuota sotto il pavimento!"
Silas sorrise. Le sue vittime avevano detto il vero.
Si alzò e cercò nella chiesa un oggetto con cui rompere la la-
stra di pietra.
In alto, nella balconata sopra Silas, sorella Sandrine soffocò
un ansimo. Le sue peggiori paure avevano appena ricevuto
conferma. Quel visitatore non era colui che sembrava. Il mi-
sterioso monaco dell'Opus Dei era entrato in Saint-Sulpice per
un altro scopo. Uno scopo segreto.
"Non sei il solo ad avere segreti" pensò.
Sorella Sandrine Bieil era qualcosa di più della custode
della chiesa. Era una sentinella. E quella notte gli ingranaggi
di un'antica macchina si erano messi in moto. L'arrivo di
quello straniero alla base dell'obelisco era un segnale della
fratellanza.
"Un silenzioso grido d'allarme."25.
L'ambasciata americana a Parigi è un complesso sulla Avenue
Gabriel, a nord degli Champs Elysées. Il comprensorio di do-
dicimila metri quadri è considerato terreno degli Stati Uniti e
questo significa che tutti coloro che si trovano al suo interno
sono soggetti alle stesse leggi e godono delle stesse protezioni
di cui godrebbero se fossero negli Stati Uniti.
La centralinista notturna dell'ambasciata leggeva l'edizione
internazionale del periodico "Time", quando squillò il telefo-
no. «Ambasciata americana» rispose.
«Buonasera.» Era una voce maschile che parlava in inglese
con un forte accento francese. «Ho bisogno del suo aiuto.» Nono-
stante la richiesta fosse stata rivolta con educazione, il tono sem-
brava rude e autoritario. «Mi hanno riferito che nel sistema auto-
matico dell'ambasciata c'è un messaggio telefonico per me. Il
mio nome è Langdon. Purtroppo non ricordo le tre cifre del mio
numero d'accesso. Se potesse aiutarmi, le sarei molto grato.»
La centralinista esitò un istante a rispondere, confusa. «Mi
dispiace, signore, il suo messaggio deve essere molto vecchio.
Quel sistema è stato tolto due anni fa per motivi di sicurezza.
Inoltre i codici d'accesso avevano cinque cifre. Chi le ha detto
che abbiamo un messaggio per lei?»
«Voi non avete un sistema di registrazione automatico dei
messaggi?»
«No, signore. Se c'è un messaggio per lei, è stato annotato su
un foglio dal nostro servizio. Come ha detto che è il suo nome?»
Ma l'uomo aveva già riagganciato.
Sul Lungosenna, Bezu Pache era ancora più confuso. Aveva
visto Langdon comporre un numero locale, poi un codice di
tre cifre, e poi ascoltare un messaggio. "Ma se Langdon non
ha telefonato all'ambasciata, chi diavolo ha chiamato?"
Solo in quel momento, mentre fissava il suo telefono cellu-
lare, Pache si ricordò di avere già a disposizione la risposta.
"Langdon ha usato il mio telefono."
Richiamò sul display il menu del cellulare ed esaminò l'e-
lenco degli ultimi numeri digitati per trovare quello composto
da Langdon.
Un numero parigino, seguito dal codice 4-5-4.
Compose il numero e attese di avere la comunicazione.
Alla fine gli rispose una voce di donna. «Bonjour, vous ètes
bien chez Sophie Neveu» diceva la voce registrata. «Je suis absen-
te pour le moment, mais...»
Col sangue che gli ribolliva, Pache compose i numeri 4-5-4.
26.
Nonostante la sua enorme fama, la Monna Lisa era un sem-
plice quadro di cinquantacinque per ottanta centimetri, più
piccolo dei poster che la raffiguravano e che erano in vendita
nel negozio di souvenir del Louvre. Era appesa sulla parete
nordovest della Salle des Etats, dietro una lastra protettiva di
plexiglas spessa cinque centimetri. Dipinta su una tavola di
legno, la sua atmosfera eterea e nebulosa veniva attribuìta
alla padronanza dello stile "sfumato", nel quale le forme
paiono evaporare l'una nell'altra.
Da quando aveva preso residenza al Louvre, la Monna Lisa
era stata rubata due volte, l'ultima delle quali nel 1911, quan-
do era scomparsa dalla sulle impénétrable del Louvre, il Salo«
Carré. I parigini piangevano per la strada e scrivevano lettere
ai giornali per supplicare il ladro di restituire il dipinto. Due
anni più tardi, la Monna Lisa era stata ritrovata, nascosta nel
doppio fondo di un baule, in un albergo di Firenze.
Langdon, dopo avere chiarito a Sophie che non aveva alcu-
na intenzione di allontanarsi, attraversò con lei la sala.
Monna Lisa era ancora a venti metri da loro quando Sophie ac-
cese la luce nera, proiettando la mezzaluna violetta sul pavi-
mento e muovendo il raggio da sinistra a destra, come se do-
vesse rilevare la presenza di mine, per cercare tracce di
inchiostro luminescente.
Camminando accanto a lei, Langdon sentiva già l'emozione
che sempre si accompagnava ai suoi incontri con le grandi
opere d'arte. Si sforzò di vedere al di là del fascio di luce
proiettato dalla penna a filigrana tenuta da Sophie. A sinistra
comparve il divano ottagonale, simile a un'isola nel mare
vuoto del pavimento.
Langdon cominciò a scorgere il pannello di vetro scuro.
Dietro di esso, sapeva, nei confini della sua cella privata, era
appeso il più celebre dipinto del mondo.
Il fatto che la Monna Lisa fosse la più famosa opera d'arte
del mondo non aveva niente a che vedere, come Langdon sa-
peva, con il suo sorriso enigmatico, né era dovuto alle miste-
riose interpretazioni che le avevano attribuito noti storici del-
l'arte e seguaci delle teorie del complotto. Semplicemente, la
Monna Lisa era famosa perché Leonardo da Vinci la giudicava
la sua opera migliore. Portava con sé il dipinto dovunque si
recasse e, se gliene chiedevano la ragione, rispondeva che tro-
vava difficile separarsi dalla sua più sublime espressione della
bellezza femminile.
Tuttavia, molti esperti d'arte sospettavano che la devozio-
ne di Leonardo alla Monna Lisa non avesse niente a che fare
con il suo valore artistico. In realtà, il quadro era un ritratto in
stile "sfumato" abbastanza comune. La venerazione di Leo-
nardo per quell'opera, sostenevano alcuni, derivava da cause
più profonde: un messaggio nascosto nelle sue immagini. La
Monna Lisa era, come avevano dimostrato esaurientemente
gli storici dell'arte, una sorta di linguaggio cifrato per chi era
in grado di intenderlo. Gran parte dei libri di storia dell'arte
elencavano i doppi sensi e le allusioni contenuti nel quadro
ma, anche se la cosa sarebbe parsa incredibile, il pubblico
continuava a pensare che fosse il sorriso il suo più grande mi-
stero.
"Nessun mistero" pensava ora Langdon, avvicinandosi al
quadro che prendeva lentamente forma. "Nessun mistero."
Recentemente, Langdon aveva condiviso i segreti della
Monna Lisa con un gruppo di persone alquanto improbabile:
una dozzina di carcerati del penitenziario della Essex County.
Il seminario tenuto da Langdon in quella prigione faceva par-
te di un programma esterno della Harvard mirante a elevare il
livello di istruzione dei reclusi: "Cultura per i criminali", co-
me l'avevano subito etichettato i colleghi di Langdon.
Nella biblioteca del penitenziario, Langdon aveva proiet-
tato le sue diapositive e aveva fatto partecipi dei segreti del-
la Monna Lisa i carcerati del suo gruppo, persone straordina-
riamente interessate, rudi ma intelligenti. «Potete notare»
aveva detto, raggiungendo l'immagine della Monna Lisa
proiettata sulla parete «come la scena dietro la faccia sia irre-
golare.» Aveva indicato la visibile differenza. «A sinistra,
Leonardo ha dipinto la linea dell'orizzonte molto più bassa
che a destra.»
«Si è sbagliato a dipingere?» aveva chiesto un carcerato.
Langdon aveva riso. «No. Difficile che Leonardo si sbaglias-
se. In realtà si tratta di una sorta di trucco. Abbassando lo
sfondo sulla sinistra, Leonardo ha fatto in modo che la Monna
Lisa sembrasse più grande da sinistra che da destra. Una sorta
di messaggio per iniziati. Storicamente, ai concetti di maschile
e femminile sono collegati i due lati: la sinistra è femminile e
la destra maschile. E dato che Leonardo era un sostenitore del
principio femminile, l'ha fatta sembrare più maestosa da sini-
stra che da destra.»
«Ho sentito dire che era un finocchio» aveva commentato
un uomo di bassa statura, con il pizzetto.
Langdon aveva fatto una smorfia. «Di solito gli storici non la
mettono in questo modo, ma sì, Leonardo era omosessuale.»
«È per questo che gli interessava quella faccenda femmi-
nile?»
«In realtà, Leonardo pensava all'equilibrio tra maschio e
femmina. Pensava che un'anima umana non potesse essere il-
luminata a meno che non possedesse insieme elementi ma-
schili e femminili.»
«Qualcosa come le donne con l'uccello?» aveva chiesto
qualcuno.
La battuta aveva suscitato un coro di allegre risate. Lang-
don si era chiesto se non fosse il caso di fare una digressione
etimologica sulla parola "ermafrodito" e i suoi legami con Er-
mete e Afrodite, ma qualcosa gli aveva detto che simili sotti-
gliezze sarebbero andate perse con quel pubblico.
«Ehi, signor Langdon» lo aveva chiamato un uomo tutto mu-
scoli. «È vero che la Monna Lisa è un ritratto di Leonardo vestito
da donna?»
«È del tutto possibile» aveva spiegato Langdon. «Leonardo
era un burlone e analizzando al computer la Monna Lisa e i
suoi autoritratti, si notano alcune strane coincidenze nelle loro
facce. Qualunque fosse l'intenzione di Leonardo» aveva conti-
nuato «la sua Monna Lisa non è né maschio né femmina. Con-
tiene un sottile messaggio di androginia. È una fusione dei
due sessi.»
«È sicuro che non sia solo una maniera pallosa di Harvard
per dire che Monna Lisa era una donna brutta?»
Langdon aveva riso. «Lei potrebbe avere ragione. Ma in
realtà Leonardo ha lasciato un forte indizio per indicare che il
quadro doveva rappresentare l'androgino. Qualcuno di voi
conosce un dio egizio chiamato Amon?»
«Certo che lo conosco!» aveva esclamato l'uomo muscoloso.
«Il dio della fertilità maschile!»
Langdon l'aveva guardato con stupore.
«C'è scritto su tutti i pacchetti dei preservativi Amon» ave-
va spiegato l'uomo, sogghignando. «Sul davanti c'è un tizio
con la faccia da ariete e c'è scritto che è il dio egizio della ferti-
lità.»
Langdon non aveva mai sentito parlare di quei profilattici,
ma era lieto di apprendere che i fabbricanti avevano tradotto
senza errori i geroglifici. «Ben detto. Amon è rappresentato
come un uomo con le corna di ariete. E sapete qual è la contro-
parte femminile di Amon? La dea egizia della fertilità?»
Nessuno aveva risposto.
«Iside» aveva spiegato Langdon, estraendo la penna per
scrivere sulle diapositive. «Abbiamo dunque Amon, il dio ma-
schile.» L'aveva scritto su una diapositiva vuota. «E la dea
femminile, Iside o Isis, il cui antico pittogramma era un tempo
chiamato "L'Isa".»
Aggiunse questo secondo nome e proiettò la nuova diaposi-
tiva.
AMON L'ISA
«Vi suggerisce qualcosa?» aveva domandato.
«Monna Lisa... accidenti» aveva esclamato qualcuno.
Langdon gli aveva rivolto un cenno d'assenso. «Signori,
non solo la faccia di Monna Lisa ha un aspetto androgino, ma
il suo nome è un anagramma della divina unione tra maschio
e femmina. E quello, amici, è il piccolo segreto di Leonardo, e
la ragione del sorriso saputo di Monna Lisa.»
«Mio nonno è stato qui» disse Sophie, inginocchiandosi a
una decina di metri dalla Monna Lisa. Puntò la luce nera in di-
rezione di una macchia sul pavimento.
A tutta prima, Langdon non riuscì a scorgere nulla. Poi,
quando si inginocchiò davanti alla donna, vide una macchio-
lina luminescente. "Inchiostro?" All'improvviso si rammentò
a che cosa servissero quelle luci. "Sangue." Sentì un brivido.
Sophie aveva ragione. Jacques Saunière era passato dalla
Monna Lisa prima di morire.
«Se è venuto qui, aveva un motivo» sussurrò Sophie, alzan-
dosi. «So che ha lasciato un messaggio per me.» Percorse in
fretta gli ultimi passi e illuminò il pavimento direttamente
sotto il quadro, passando il raggio avanti e indietro.
«Qui non c'è niente!»
In quell'istante Langdon scorse un debole scintillio rosso
scuro sul plexiglas davanti alla Monna Lisa. Prese il polso di
Sophie e lo sollevò in modo che illuminasse la lastra.
Tutt'e due rimasero come pietrificati.
Sul plexiglas si leggevano sei parole dalla luminescenza
rossastra, scritte direttamente sulla faccia della Monna Lisa.27.
Seduto alla scrivania di Saunière, il tenente Collet ascoltava
con incredulità la telefonata del suo superiore. "Ho sentito be-
ne le parole di Pache?" «Un pezzo di sapone? Ma come poteva
sapere del localizzatore GPS?»
«Sophie Neveu» rispose Pache. «L'ha avvertito lei.»
«Cosa? E perché l'ha fatto?»
«Buona domanda, ma ho appena sentito una registrazione
che lo conferma. È stata lei ad avvertirlo.»
Collet era senza parole. "Cos'è venuto in mente a Neveu?"
Pache aveva la prova che Sophie aveva interferito con un'ope-
razione della polizia? Sophie Neveu non sarebbe stata soltan-
to licenziata, sarebbe finita in prigione. «Ma, capitano, dov'è
adesso Langdon?»
«È suonato qualche allarme?»
«No, signore.»
«E nessuno è uscito dalla grata della Grande Galleria?»
«No. Abbiamo messo una guardia di sicurezza del Louvre a
piantonarla. Come chiesto da lei.»
«Bene. Langdon deve essere ancora all'interno della galleria.»
«All'interno? Ma cosa fa?»
«La guardia del Louvre è armata?»
«Sì, signore. È una guardia scelta.»
«Mandalo dentro» ordinò Pache. «Occorrerà qualche tempo
perché possiamo ritornare a sorvegliare il perimetro del mu-
seo e non voglio che Langdon esca.» Pache si interruppe. «E
di' alla guardia che probabilmente l'agente Neveu è con lui.»
«Pensavo che l'agente Neveu fosse uscita.»
«L'hai vista uscire?»
«No, signore, ma...»
«Be', all'esterno nessuno dei nostri l'ha vista Uscire. L'han-
no soltanto vista entrare.»
Collet era stupito dalla temerarietà di Sophie Neveu. "È an-
cora all'interno dell'edificio."
«Occupatene tu» ordinò Pache. «Voglio Neveu e Langdon ;
in manette, quando arriverò.»
Mentre l'autoarticolato si allontanava, il capitano Pache
riunì i suoi uomini. Robert Langdon si era dimostrato una
preda difficile, e adesso, con l'agente Neveu che lo aiutava, ar-
restarlo poteva essere più arduo del previsto.
Pache decise di non correre rischi.
Valutando le varie possibilità, ordinò a metà dei suoi uomi-
ni di tornare a presidiare il perimetro del Louvre. Gli altri, li
mandò a sorvegliare il solo punto di Parigi dove Robert Lang-
don avrebbe potuto trovare rifugio.28.
All'interno della Salle des Etats, Langdon fissava con stupore
le sei parole che luccicavano sul plexiglas. Il testo pareva so-
speso nello spazio e proiettava un'ombra irregolare sul miste-
rioso sorriso della Monna Lisa.
«Il Priorato» sussurrò Langdon. «Questo dimostra che tuo
nonno era un membro della setta!»
Sophie lo guardò senza comprendere. «Tu hai capito che co-
sa significa questa frase?»
«È chiaro» rispose lo studioso. «È la proclamazione di uno
dei fondamentali concetti del Priorato!»
Sophie guardò nuovamente il messaggio scritto davanti al
viso della Monna Lisa.
So dark phe con of man.
"Così nero l'inganno dell'uomo." «Sophie» disse Langdon
«la tradizione del Priorato, il suo culto della dea, si basa sulla
convinzione che alcuni uomini molto potenti, all'inizio della
Chiesa cristiana, hanno "ingannato" il mondo diffondendo
bugie che svilivano la donna e spostavano l'equilibrio a favo-
re del maschio.»
Sophie non disse nulla e continuò a guardare le parole.
«Il Priorato crede che Costantino e i suoi successori maschi
abbiano convertito il mondo dal paganesimo matriarcale al
cristianesimo patriarcale organizzando una campagna di pro-
paganda che demonizzava il femminino sacro, cancellando
per sempre la dea dalla religione moderna.»
L'espressione di Sophie rimaneva dubbiosa. «Mio nonno mi
ha inviato qui per trovare questa scritta. Penso che volesse co-
municarmi qualcosa di più di quel genere di informazioni.»
Langdon la capiva perfettamente. "Pensa che sia un altro
codice." Che vi fosse o non vi fosse un significato nascosto, lo
studioso non era in grado di dirlo immediatamente. La sua
mente pensava ancora alle parole del messaggio. "Così nero
l'inganno dell'uomo. Davvero nerissimo."
Nessuno poteva negare l'enorme bene fatto dalla Chiesa
nel mondo sofferente di oggi, ma essa aveva alle spalle una
lunga storia di inganni e di violenze. La sua brutale crociata
per "rieducare" le religioni pagane e il culto della femminilità
era durata per tre secoli e aveva impiegato metodi astuti e or-
ribili.
L'Inquisizione cattolica aveva pubblicato il libro che era
probabilmente l'opera più sporca di sangue della storia uma-
na: il Malleus maleficarum - il martello delle streghe - aveva in-
dottrinato il mondo sul "pericolo delle donne che pensano li-
beramente" e insegnato al clero come individuarle, torturarle
e distruggerle. La categoria delle cosiddette "streghe" - defi-
nite così dalla Chiesa - comprendeva tutte le donne istruite, le
sacerdotesse, le zingare, le amanti della natura, le erboriste e
molte donne "legate in modo sospetto al mondo naturale".
Anche le levatrici erano uccise per la loro pratica eretica di
servirsi di conoscenze mediche per alleviare i dolori del parto,
una sofferenza, proclamava la Chiesa, che era la giusta puni-
zione di Dio perché Èva aveva voluto assaggiare il Frutto del-
la Conoscenza, con il conseguente peccato originale. In trecen-
to anni di caccia alle streghe, la Chiesa aveva bruciato sul rogo
la sorprendente cifra di cinque milioni di donne.
La propaganda e lo spargimento di sangue avevano funzio-
nato.
Il mondo d'oggi ne era la prova vivente.
La donna, un tempo celebrata come un'essenziale metà del-
l'illuminazione spirituale, era stata bandita dai templi del
mondo. Non c'erano rabbini ortodossi di sesso femminile, né
sacerdotesse cattoliche, né donne di religione - imam - islami-
che. L'atto, un tempo sacro, dello hieros gamos, l'unione sessua-
le naturale tra uomo e donna, con cui ciascuno dei due acquisi-
va l'unità spirituale, era stato ridefinito come peccato. Gli
uomini di fede, che un tempo avevano bisogno dell'unione
sessuale con le loro equivalenti femminili per entrare in comu-
nione con Dio, adesso temevano i loro naturali impulsi sessua-
li e li vedevano come opera del demonio, il quale operava in
collaborazione con la sua complice preferita... la donna.
Neppure l'associazione tra il lato sinistro e il femminino era
sfuggita alla diffamazione della Chiesa. In Francia e in Italia,
gauche e sinistro avevano assunto una connotazione negativa,
mentre i termini relativi alla destra assumevano un connotato
di giustizia, correttezza e abilità. Ancora oggi, tutto ciò che è
malvagio è considerato "sinistro".
I giorni della dea erano finiti. L'oscillazione aveva portato il
pendolo dall'altra parte. La Madre Terra era divenuta un
mondo di maschi, e gli dèi della distruzione e della guerra
avevano prelevato il loro terribile tributo. Per due millenni
l'Io maschile non era più stato frenato dalla sua controparte
femminile. Il Priorato di Sion credeva che fosse stata questa
eliminazione del femminino sacro nella vita moderna a causare
quello che gli americani Hopi chiamavano koyanisquatsi - la vi-
ta priva di equilibrio - una situazione di instabilità contrasse-
gnata da guerre alimentate dal testosterone, da una pletora di
società misogine e da una crescente mancanza di rispetto per
la Madre Terra.
«Robert» lo chiamò Sophie, riportandolo a terra dalle sue
fantasticherie. «Arriva qualcuno!»
Anch'egli udì i passi che si avvicinavano lungo la galleria.
«Da questa parte!» Sophie spense la luce nera e parve scom-
parire davanti agli occhi di Langdon.
Per un attimo, lo studioso ebbe l'impressione di essere di-
ventato cieco. "Dov'è sparita?" Quando tornò a vedere, si ac-
corse che Sophie correva verso il centro della sala e si nascon-
deva dietro il divano ottagonale. Stava per seguirla, ma una
voce tonante lo bloccò.
«Arrétez/» gli ordinò un uomo, dalla porta.
L'agente di sicurezza del Louvre entrò nella Salle des Etats
puntando la pistola contro il petto di Langdon, che alzò mec-
canicamente le braccia.
«Couchez-vous!» ordinò la guardia. «A terra!»
In un attimo, Langdon si distese sul pavimento, a faccia in
giù. La guardia si avvicinò e, con i piedi, lo costrinse a divari-
care le gambe.
«Mauvaise idèe, Monsieur Langdon» disse la guardia, pun-
tandogli la pistola contro la schiena. «Mauvaise idèe.»
A faccia a terra sul pavimento di legno, con le braccia e le
gambe allargate, Langdon non trovò affatto divertente l'iro-
nia della sua posizione. "L'Uomo vitruviano" pensò. "A faccia
in giù."29.
All'interno di Saint-Sulpice, Silas prelevò dall'altare un pesan-
te candeliere di ferro e tornò verso l'obelisco. Quell'oggetto
poteva funzionare bene per spezzare le pietre del pavimento.
Però, osservando la grigia lastra di marmo che copriva il vano
vuoto, comprese di non poterla rompere senza fare molto ru-
more.
Ferro contro marmo. Il suono avrebbe continuato a echeg-
giare sulla volta della navata.
La monaca l'avrebbe udito? Ormai doveva essersi addor-
mentata. Anche così, Silas preferiva non correre rischi. Si
gtiardò attorno, alla ricerca di qualche pezzo di tela in cui av-
volgere la punta del candeliere, ma scorse solo la tovaglia di
lino dell'altare, che però non intendeva profanare. "La mia to-
naca." Sapendo di essere solo nella grande chiesa, sciolse la
cintura e si sfilò l'abito. Nel toglierlo, sentì un improvviso do-
lore perché la lana si era incollata alle ferite ancora fresche sul-
la sua schiena.
Rimasto nudo, a parte la fascia che portava attorno ai fian-
chi, Silas avvolse la sua tonaca attorno all'estremità del cande-
liere. Poi la calò con forza sul centro della lastra. Un tonfo at-
tutito, la lastra non si ruppe. Calò di nuovo la sbarra di ferro,
un altro tonfo sordo, ma questa volta accompagnato da uno
scricchiolìo. Al terzo colpo, la lastra finalmente si ruppe e i
pezzi caddero in un foro sotto il pavimento.
"Un nascondiglio!"
Recuperò in fretta i frammenti caduti e guardò nel foro.
Con il cuore che gli accelerava i battiti, frugò all'interno.
All'inizio non trovò nulla. Le sue dita incontrarono soltanto
roccia, poi, controllando al di sotto della Linea della Rosa, in-
contrò una spessa tavoletta di pietra. L'afferrò e la sollevò;
quando l'ebbe posata sul pavimento, vide che era una lastra
rozzamente tagliata, con incise alcune lettere. Per un attimo si
sentì un moderno Mosè.
Lesse la scritta e provò una forte sorpresa. Aveva pensato
che la chiave di volta fosse una mappa o una serie di istruzio-
ni, eventualmente in codice. Invece portava la più semplice
delle iscrizioni: "Giobbe 38,11".
"Un versetto della Bibbia?" Silas era stupefatto della diabo-
lica semplicità di quella scritta. Il luogo segreto da loro cercato
era rivelato da un versetto della Bibbia? La fratellanza non si
fermava davanti a nulla, pur di deridere i giusti!
"Giobbe, capitolo 38, versetto 11."
Silas non conosceva certamente a memoria quel versetto,
ma sapeva che il Libro di Giobbe parlava di un uomo la cui fede
in Dio superava numerose prove. "Giusto" pensò, faticando a
frenare l'eccitazione.
Guardando dietro di sé, scorse la lucente Linea della Rosa e
sorrise. Sull'altare, sopra un leggìo dorato, c'era un'enorme
Bibbia rilegata in cuoio.
Dal suo nascondiglio sopra di lui, sorella Sandrine tremava.
Qualche istante prima, era pronta a fuggire per eseguire i suoi
ordini, quando l'uomo sotto di lei si era improvvisamente tolto
la tonaca. Nello scorgere la sua pelle bianca come il marmo, la
donna era stata sopraffatta da uno stupore misto a orrore. Sulla
schiena si scorgevano i segni di frustate, rossi come il sangue.
Anche da quella distanza vedeva che le ferite erano recenti.
"Quest'uomo è stato frustato senza pietà!"
Scorse anche il cilicio attorno alla sua coscia, il sangue che
scorreva dalle ferite. "Che razza di Dio può chiedere di tor-
mentare così il proprio corpo?" Sorella Sandrine sapeva che i
rituali dell'Opus Dei le sarebbero sempre risultati incompren-
sibili. Ma i rituali non erano la sua principale preoccupazione,
in quel momento. "L'Opus Dei cerca la chiave di volta." Non
riusciva a immaginare come ne fossero venuti a conoscenza,
ma sapeva di non avere il tempo di chiederselo.
Il monaco insanguinato si stava tranquillamente infilando
la tonaca e, con in mano la sua preda, si dirigeva all'altare,
verso la Bibbia.
Nel massimo silenzio, sorella Sandrine lasciò la balconata e
corse nelle sue stanze. Si inginocchiò accanto al letto e vi frugò
sotto per recuperare la busta nascosta in quel luogo molti anni
prima.
Quando la aprì, trovò quattro numeri telefonici di Parigi.
Con mani tremanti, cominciò a comporre il primo numero.
Intanto, nella chiesa, Silas posò sull'altare la tavoletta di
pietra e aprì la Bibbia rilegata in cuoio. Con le dita sudate per
l'emozione, prese a sfogliare le pagine. Trovò l'Antico Testa-
mento, trovò il Libro di Giobbe. Giunse al capitolo 38 e fece cor-
rere il dito lungo i versetti, ansioso di leggere le parole da lui
cercate.
"Mi mostreranno la strada!"
Giunto al versetto undicesimo, lesse il testo. Erano soltanto
sei parole. Confuso, le rilesse, con l'impressione di qualcosa di
tremendamente sbagliato. Il versetto diceva semplicemente:
FIN QUI GIUNGERAI E NON OLTRE.

Riccardo Di Bartolo

unread,
May 19, 2006, 6:35:09 AM5/19/06
to incen...@googlegroups.com
Salve, lista e ciao, Michele.
Non vedo l'utilità di mandare in lista interi libri, visto che è possibile
procurarseli (come nel caso del Codice Da Vinci) in cento biblioteche
digitali. Così si danneggia solo chi ha ancora delle connessioni analogiche.
Poi fa' un po' come credi.
Saluti.
Riccardo.
----- Original Message -----
From: "CIOFFI CAVALIER MICHELE" <cioffi-...@tiscali.it>
To: "incensurati yahoogoogle" <incen...@googlegroups.com>
Sent: Friday, May 19, 2006 8:12 AM
Subject: (incensurati) il codice da vinci

fausto toffano

unread,
May 19, 2006, 2:34:52 PM5/19/06
to incen...@googlegroups.com
ciao,
a me non è arrivato... Che peccato!... Avrei tanto desiderato averlo! Ma che
scemo!...... Come avrei potuto riceverlo se ho bloccato i messaggi di
Michele sul server dove vengono cancellati ancor prima di essere stati
scaricati? Michele non capisce che così facendo danneggia più se stesso che
gli altri, perché a volte potrebbe aver bisogno di aiuto, e se tutti faranno
come me, stancandosi del suo mal procedere, perderà la possibilità di avere
l'aiuto di persone competenti. Il mio l'ha già perso... Meditate, gente!
Meditate. Lascio il messaggio originale perché si capisca da dove ho saputo
che Michele ha mandato in lista un intero libro. Svegliateviiiiiiiiiiiiiiii!
Fausto Toffano
-----Messaggio Originale-----
Da: " Riccardo Di Bartolo" <riccardo....@salottopertutti.it>
A: <incen...@googlegroups.com>
Data invio: venerdì 19 maggio 2006 12.35
Oggetto: (incensurati) Re: il codice da vinci


__________ Informazione NOD32 1.1549 (20060519) __________

Questo messaggio è stato controllato dal Sistema Antivirus NOD32
http://www.nod32.it


CIOFFI CAVALIER MICHELE

unread,
May 19, 2006, 10:41:50 PM5/19/06
to incensurati yahoogoogle
30.
La guardia di sicurezza del Louvre, Claude Grouard, ribolliva
di collera mentre, davanti alla Monna Lisa, osservava il suo
prigioniero disteso sul pavimento. "Questo bastardo ha ucciso
Jacques Saunière!" Saunière era sempre stato come un padre
per Grouard e i suoi colleghi.
Non avrebbe desiderato altro che premere il grilletto e pian-
tare una pallottola nella testa di Robert Langdon. Come guar-
dia scelta, era uno dei pochi agenti della sicurezza interna auto-
rizzati a portare un'arma. Si disse però che uccidere Langdon
sarebbe stato un atto di generosità, rispetto a quello che avreb-
be sofferto per mano di Bezu Pache e del sistema carcerario
francese.
Prese dalla cintura il walkie-talkie e tentò di collegarsi con
gli altri agenti per avere rinforzi, ma gli giunsero solo scari-
che. I sistemi di sicurezza di quella sala interferivano sempre
con le radio delle guardie. "Devo avvicinarmi alla porta."
Continuando a prendere di mira Langdon, cominciò a indie-
treggiare lentamente. Dopo tre passi, però, scorse qualcosa
che lo spinse immediatamente a fermarsi. "Che diavolo è?"
Un incornprensibile miraggio si stava materializzando nel
centro della sala. Una sagoma umana. C'era qualcun altro?
Una donna si muoveva lentamente nella penombra, diretta
verso la parete più lontana. Davanti a lei oscillava da sinistra
a destra una macchia di luce violacea, come se lei cercasse
qualcosa sul pavimento, servendosi di una lampada a luce
colorata.
«Qui est là?» chiese Grouard, che per la seconda volta nel-
l'ultimo mezzo minuto si sentiva il cuore in gola. All'im-
provviso non sapeva più dove dirigersi o dove puntare la pi-
stola.
«Squadra della Scientifica» rispose con calma la donna, con-
tinuando a esplorare con la luce il pavimento.
"La polizia scientifica." Grouard sudava. "Credevo che gli
agenti fossero già andati via!" Riconobbe la luce: una lampa-
dina agli ultravioletti, una di quelle usate dalla Scientifica, ma
non riusciva a capire perché cercassero indizi in quella sala.
«Votre nom!» esclamò Grouard. L'istinto gli diceva che c'era
qualcosa di storto. «Répondez!»
«C'est mai» rispose con tranquillità la donna. «SophieNeveu.»
Il nome era vagamente noto alla guardia. Sophie Neveu era
la nipote di Saunière, no? Veniva spesso nel museo quando
era bambina, ma da allora erano passati anni. "Non può esse-
re lei!" E anche se era Sophie Neveu, non c'era ragione di fi-
darsi di lei; Grouard sapeva la dolorosa storia del litigio tra lei
e il nonno.
«Lei mi conosce» continuò la donna. «E non è stato Robert
Langdon a uccidere mio nonno. Mi creda.»
Grouard non intendeva accettare quell'affermazione in base
alla pura fede. "Mi serve aiuto!" Accese di nuovo il walkie-
talkie ma dall'altoparlante gli giunsero di nuovo solo scariche.
La porta era ancora lontana da lui. Grouard riprese a indie-
treggiare lentamente, continuando a puntare la pistola contro
l'uomo disteso sul pavimento. Mentre indietreggiava, vide
che la donna alzava la lampada ultravioletta ed esaminava il
quadro appeso esattamente di fronte alla Monna Lisa.
Grouard rimase senza fiato nel ricordare che quadro fosse.
"Che cosa intende fare, in nome di Dio?"
Dall'altra parte della sala, Sophie Neveu sentiva la fronte
coprirsi di un gelido sudore. Langdon era ancora disteso a ter-
ra. "Resisti, Robert. Ci siamo quasi." Sapendo che la guardia
non avrebbe sparato a nessuno dei due, Sophie tornò a occu-
parsi della sua ricerca, esaminando l'intera area accanto a un
capolavoro in particolare, un altro Leonardo. Ma la luce ultra-
violetta non rivelò nulla di straordinario, né sul pavimento, né
sulla parete e neppure sulla tela.
"Eppure ci deve essere qualcosa!"
Sophie era certa di avere decifrato correttamente le istruzio-
ni del nonno
"Che altro potrebbe indicare?"
Il capolavoro da lei esaminato era alto un metro e mezzo.
La strana scena ritratta da Leonardo comprendeva la Vergine
Maria in una posa anomala, seduta con il Bambino Gesù, Gio-
vanni il Battista e l'angelo Uriel su una rischiosa sporgenza di
rocce. Quando Sophie era bambina, nessuna visita alla Monna
Lisa era completa senza che il nonno la portasse a vedere quel
secondo quadro. "Nonno, sono qui! Ma non capisco!"
Dietro di lei, la guardia tentava di nuovo di mettersi in con-
tatto con i colleghi.
"Rifletti!" Ripensò al messaggio della Monna Lisa, scritto sul
plexiglas protettivo. Il quadro di fronte a lei non aveva un ve-
tro su cui scrivere un messaggio e Sophie sapeva che il nonno
non avrebbe mai profanato quel capolavoro scrivendo sul
quadro. "Almeno, non sul davanti." Osservò i lunghi cavi che
scendevano dal soffitto per reggere la tela.
Afferrò l'angolo della cornice e la allontanò dalla parete. Il
quadro era grande e la cornice si curvò. Poi la donna infilò la
testa e le spalle dietro la tela e sollevò la luce nera per control-
lare se ci fosse qualche scritta.
Le bastarono pochi secondi per capire di essersi sbagliata.
Dietro la tela non c'erano scritte. Nessuna parola in rosso, ma
solo le irregolarità della tela e..
"Un momento!"
Lo sguardo di Sophie si fermò su uno strano luccichìo che
proveniva da un angolo tra la cornice e la tela. Un piccolo og-
getto, dal quale pendeva una catena d'oro, era infilato in quel
punto.
Con grande stupore di Sophie, la catena era fissata a una
chiave dorata che lei conosceva bene. La larga impugnatura
era a forma di croce e portava uno stemma che lei non aveva
più visto da quando aveva nove anni. Un fleur-de-lis con le ini-
ziali P.S.
In quell'istante, Sophie sentì lo spirito del nonno sussur-
rarle all'orecchio che, una volta giunto il momento, la chiave
sarebbe stata sua. Con un nodo alla gola, comprese che, an-
che in punto di morte, aveva mantenuto la promessa. La
chiave apriva una cassetta, le aveva detto, in cui lui teneva
molti segreti.
Comprese anche che tutti i giochi di parole di quella notte
portavano a quella chiave. Il nonno l'aveva con sé quando era
stato ucciso e, non volendo che cadesse nelle mani della poli-
zia, l'aveva nascosta dietro il quadro. Poi aveva allestito
un'ingegnosa caccia al tesoro per assicurarsi che soltanto
Sophie la trovasse.
«Au secours!» gridava la guardia.
Sophie prese la chiave e se la infilò in tasca, insieme alla lu-
ce ultravioletta. Sporgendo la testa da dietro la tela, vide che
la guardia cercava ancora disperatamente di chiamare i colle-
ghi. Indietreggiava verso l'ingresso della sala e puntava anco-
ra la pistola contro Langdon.
«Au secours!» ripetè, parlando al walkie-talkie.
Scariche.
"Non riesce a trasmettere" comprese Sophie, ricordando
che i turisti rimanevano immancabilmente delusi quando pro-
vavano a usare i cellulari per vantarsi con gli amici di essere
davanti alla Monna Lisa. I cavi dei sistemi di sorveglianza fer-
mavano le onde radio, a meno che non si uscisse nella galle-
ria. La guardia indietreggiava più in fretta, Sophie capì di do-
ver agire immediatamente.
Alzò gli occhi sul quadro davanti a lei e comprese che Leo-
nardo da Vinci poteva aiutarla anche questa volta.
"Ancora pochi metri" pensò Grouard, continuando a tenere
di mira Langdon.
«Arrètez! Ou je la détruis!» gridò la donna.
Grouard guardò in quella direzione e rimase a bocca aperta,
«Mon dieu, non!»
Nella penombra, al chiarore delle luci di sicurezza, vide che
la donna aveva staccato il quadro e l'aveva appoggiato a terra
davanti a sé. Alto un metro e mezzo, il dipinto nascondeva
quasi tutto il suo corpo. Il primo pensiero di Grouard fu quel-
lo di chiedersi perché non fosse scattato l'allarme, ma natural-
mente i sensori non erano stati ancora riattivati. "Che cosa
vuole fare?"
Quando lo capì, il suo sangue si raggelò.
La tela aveva uno strano rigonfiamento nel centro, in corri-
spondenza del ginocchio della donna: le fragili figure della
Vergine Maria, del Bambin Gesù e di Giovanni il Battista era-
no già distorte.
«Non!» gridò Grouard, impietrito dall'orrore all'idea di un
danno al preziosissimo Leonardo da Vinci. La donna era in-
tenzionata a sfondare la tela! «Non!»
Puntò la pistola contro di lei, ma comprese immediatamen-
te quanto fosse vuota quella minaccia. Il dipinto era soltanto
una fragile tela, ma era assolutamente impenetrabile. Una co-
razza da sei milioni di euro. "Non posso sparare contro un
Leonardo da Vinci!"
«Posi la pistola e la radio» gli disse con calma la donna «al-
trimenti sfondo questa tela. Credo che lei sappia che cosa ne
avrebbe pensato mio nonno.»
A Grouard girava la testa. «No... la supplico. È la Vergine
delle rocce!» Posò la pistola e la radio e alzò le braccia al di so-
pra della testa.
«Grazie» gli disse Sophie. «Adesso faccia come le dico e tut-
to si risolverà nel migliore dei modi.»
Qualche istante più tardi, con ancora il cuore in gola, Lang-
don correva insieme a Sophie lungo la scala di emergenza.
Nessuno dei due aveva parlato da quando avevano lasciato
nella Salle des Etats la guardia del Louvre. La pistola della
guardia era adesso in mano a Langdon che non vedeva l'ora
di liberarsene. L'arma era un oggetto pesante e pericolosa-
mente lontano da tutte le sue abitudini.
Si chiedeva se Sophie si rendesse conto di quanto fosse pre-
zioso il quadro che aveva minacciato di distruggere. La sua
scelta sembrava curiosamente in accordo con il resto della
nottata. Il Leonardo da lei afferrato, come la Monna Lisa, era
noto tra gli studiosi dell'arte per la quantità di simbolismi pa-
gani contenuti. «Hai scelto un ostaggio molto prezioso» le dis-
se mentre scendevano.
«La Vergine delle rocce» rispose Sophie. «Ma non l'ho scelto
io, l'ha scelto mio nonno. Mi ha lasciato una cosa, dietro il
quadro.»
Langdon la guardò con stupore. «Cosa? Ma come hai fatto a
sapere che era proprio quello il quadro?»
«So dark thè con ofman, ovvero Madonna of thè Rocks, il titolo
del dipinto in inglese.» Sophie gli sorrise trionfalmente. «Due
anagrammi me li sono lasciati scappare, ma non il terzo!»31.
«Sono morti!» balbettava sorella Sandrine, telefonando dalla
sua camera nella chiesa di Saint-Sulpice. Le aveva risposto
una segreteria telefonica. «Risponda, la prego. Sono morti
tutti!»
I primi tre numeri telefonici della lista avevano dato risulta-
ti terribili: una vedova in preda a una crisi isterica, un agente
investigativo che lavorava ancora sulla scena di un delitto, no-
nostante l'ora tarda, e un sacerdote di poche parole venuto a
consolare una famiglia disperata. Tutt'e tre le persone con cui
avrebbe dovuto mettersi in contatto erano morte. E adesso,
quando aveva composto il quarto e ultimo numero - il nume-
ro che avrebbe dovuto chiamare soltanto se non fosse riuscita
a entrare in contatto con i primi tre - le rispondeva una segre-
teria telefonica. La registrazione non dava alcun nome ma
chiedeva soltanto di lasciare un messaggio.
«La lastra è stata spezzata!» gemette, mentre la segreteria
registrava. «Gli altri tre sono morti!»
Sorella Sandrine non conosceva l'identità dei quattro uomi-
ni da lei protetti, ma sapeva di doversi servire dei numeri te-
lefonici nascosti sotto il suo letto in un solo caso, ben preciso.
"Se la lastra dovesse mai essere spezzata" le aveva detto il
messaggero senza volto "significherebbe che è stata scoperta
l'identità dei gradi più alti, che uno di noi è stato minacciato
di morte ed è stato costretto a dire una disperata bugia. Allora
dovrà telefonare a quei numeri. Avvertire gli altri. Non deluda
la nostra fiducia."
Era un allarme muto, perfetto nella sua semplicità. Il piano
l'aveva stupita, la prima volta che l'aveva udito. Se l'identità
di uno dei fratelli veniva scoperta, poteva dire una bugia che
avrebbe messo in moto un meccanismo capace di avvertire gli
altri. Quella notte, però, pareva che ne fosse stata scoperta più
di una.
«Risponda, la supplico» sussurrò in preda al terrore. «Per-
ché non risponde?»
«Posi il telefono» le ordinò una voce profonda, dalla porta.
Voltandosi terrorizzata, scorse il gigantesco monaco. Aveva
ancora in mano il pesante candeliere. Tremante, posò il telefo-
no sulla forcella.
«Sono morti» disse il monaco. «Tutt'e quattro. E mi hanno
preso in giro. Mi dica dov'è la chiave di volta.»
«Non lo so!» rispose sorella Sandrine, ed era vero. «Quel se-
greto è custodito da altri.» "Da altri che adesso sono morti!"
L'uomo venne avanti. La sua mano si serrò ancora più sal-
damente sull'asta del candeliere di ferro. «Lei è una suora del-
la Chiesa, eppure è al servizio di quelli?»
«Gesù ci ha lasciato un solo, vero messaggio» rispose sorel-
la Sandrine, in tono di sfida «ma non riesco a vedere quel
messaggio nell'Opus Dei.»
Un'improvvisa esplosione di collera dilagò dietro gli occhi
del monaco. Colpì con ferocia, servendosi del candeliere co-
me di una mazza. Sorella Sandrine cadde a terra; il suo ulti-
mo pensiero fu di un'enorme, irrimediabile disperazione.
"Sono morti tutt'e quattro. La nostra grande verità è persa
per sempre."32.
L'allarme della sicurezza, all'estremità occidentale dell'ala De-
non, mise in volo tutti i piccioni dei vicini giardini delle Tuile-
ries. Quando Langdon e Sophie uscirono di corsa dal Louvre
diretti verso l'auto di Sophie, già si sentivano in lontananza le
sirene della polizia.
«Eccola» disse Sophie, indicando un'auto a due posti, senza
il cofano anteriore, parcheggiata nella piazza.
"Scherza?" Il veicolo era la più microscopica auto che Lang-
don avesse visto.
«È una Smart» spiegò lei. «Cento chilometri con un litro.»
Langdon fece appena in tempo a sedersi accanto al guidato-
re, che Sophie avviò l'auto e la lanciò sopra un'aiuola sparti-
traffico coperta di ghiaia. Lui dovette tenersi al cruscotto men-
tre il veicolo imboccava un marciapiede e tornava poi in
carreggiata, con un salto, nella piccola rotatoria del Carrousel
du Louvre.
Per un istante, Sophie parve tentata di tagliare attraverso la
rotonda passando sull'erba/ per fare più in fretta.
«No!» gridò Langdon, che sapeva come quelle aiuole ser-
vissero a mascherare il pericoloso foro nel centro - la Piramide
Inversée - il lucernario a forma di piramide capovolta da lui
visto in precedenza, quando aveva percorso l'atrio insieme a
Pache. Era abbastanza grande da inghiottire la loro Smart in
un solo boccone. Fortunatamente, Sophie decise di seguire
una rotta più convenzionale, svoltò a destra e girò attorno alla
rotonda fino a imboccare la carreggiata nord, in direzione di
Rue de Rivoli.
Dietro di loro, le sirene bitonali della polizia erano sempre
più forti e si scorgevano già i lampeggianti nello specchietto
retrovisore. Il motore della Smart gemette indignato quando
Sophie accelerò per allontanarsi dal Louvre. Cinquanta metri
davanti a loro, il semaforo all'intersezione con Rue de Rivoli
divenne rosso. Sophie imprecò e non rallentò.
Langdon sentì contrarsi tutti i suoi muscoli. «Sophie?»
Rallentando leggermente all'incrocio, Sophie lampeggiò
con i fari e guardò rapidamente da entrambi i lati prima di
schiacciare nuovamente l'acceleratore e svoltare a sinistra in
Rue de Rivoli. Dopo mezzo chilometro, girò attorno a un'altra
grande rotonda e, poco più tardi, si ritrovarono nell'ampio
viale degli Champs Elysées.
Quando l'ebbero imboccato, Langdon si girò sul sedile e
cercò di guardare che cosa succedesse dietro di loro, in dire-
zione del Louvre. La polizia non li inseguiva. Tutte le luci az-
zurre lampeggianti si erano riunite al museo.
Il suo cuore, finalmente, rallentava i battiti. Tornò a guarda-
re davanti a sé. «È stata un'esperienza interessante.»
Sophie non gli badò. Continuava a fissare la strada dinanzi
a loro, la lunga strada degli Champs Elysées, i tre chilometri
di eleganti vetrine che spesso venivano chiamati la Quinta
Strada di Parigi. L'ambasciata era a poco più di un chilometro
di distanza. Langdon si accomodò meglio.
"So dark thè con ofman."
Era ancora impressionato dalla rapidità con cui Sophie ave-
va risolto l'enigma.
"Madonna o/thè Rocks."
Sophie aveva anche accennato al fatto che il nonno le aveva
lasciato qualcosa dietro il quadro. "Un ultimo messaggio?"
Langdon non poteva fare a meno di stupirsi per l'abilità di
Saunière nel predisporre quel nascondiglio: la Vergine delle roc-
ce era in perfetta armonia con il resto del simbolismo incontra-
to durante quella notte. Saunière, a quanto pareva, aveva riba-
dito a ogni tappa il suo amore per il lato cupo e ironico di
Leonardo da Vinci.
Il quadro della Vergine delle rocce era stato originariamente
commissionato a Leonardo da un'organizzazione chiamata la
Confraternita dell'Immacolata Concezione, che voleva un
quadro da esporre al di sopra dell'altare, in una loro chiesa
milanese, come parte centrale di un trittico. Le monache ave-
vano fornito a Leonardo le dimensioni e il tema del quadro: la
Vergine Maria, Giovanni il Battista bambino, Uriel e il Bambin
Gesù che si riparavano in una caverna. Anche se Leonardo fe-
ce come gli era stato richiesto, quando consegnò il lavoro le
monache rimasero inorridite. Aveva riempito il quadro di par-
ticolari poco ortodossi se non allarmanti.
Il quadro mostrava una Vergine Maria vestita d'azzurro che
sedeva con il braccio attorno a un bambino, presumibilmente
Gesù. Davanti a lei c'era Uriel, anch'egli con un bambino pic-
colo, presumibilmente il Battista. Stranamente, però, invece
della scena abituale in cui Gesù dava la benedizione al Batti-
sta, era il Giovanni bambino a benedire Gesù, e Gesù si sotto-
metteva alla sua autorità! Inoltre, cosa ancor più preoccupan-
te, Maria levava una mano al di sopra della testa del Battista
con un gesto decisamente minaccioso: le dita sembravano gli
artigli di un'aquila, come se stringesse una testa invisibile. E
infine l'immagine più chiara e allarmante: sotto le dita ripie-
gate di Maria, Uriel faceva un gesto come per tagliare la gola
della testa invisibile tenuta dalla mano-artiglio di Maria.
Gli studenti di Langdon apprendevano poi con divertimen-
to come Leonardo avesse infine tranquillizzato la confraterni-
ta dipingendo loro una seconda, "annacquata" versione della
Vergine delle rocce in cui tutti i personaggi erano disposti in
modo più ortodosso. La seconda versione era adesso alla Na-
tional Gallery di Londra, ma Langdon preferiva l'originale del
Louvre, molto più interessante.
Mentre l'auto proseguiva lungo gli Champs Elysées, Lang-
don chiese a Sophie: «Il dipinto... cosa c'era dietro?».
Senza staccare gli occhi dalla strada, la donna rispose: «Te
lo mostrerò quando saremo al sicuro all'interno dell'amba-
sciata».
«Me lo mostrerai?» chiese Langdon, sorpreso. «Ti ha lascia-
to un oggetto?»
Sophie fece un cenno d'assenso. «Decorato con un giglio e
le iniziali P.S.»
Langdon non riuscì a credere alle proprie orecchie.
"Ce l'abbiamo fatta" pensò Sophie, mentre svoltava a de-
stra ed entrava nel quartiere alberato che ospitava le delega-
zioni diplomatiche. L'ambasciata era poco distante e la donna
riprese a respirare normalmente.
Mentre guidava, continuava però a pensare alla chiave che
aveva in tasca e al giorno in cui l'aveva vista molti anni prima,
all'impugnatura in oro a croce, alla sua forma triangolare, alle
incisioni: il fiore sulla croce e le lettere P.S.
Anche se da anni non pensava a quella chiave, il suo lavoro
per la polizia le aveva insegnato molte cose sulla sicurezza e
ora la sua forma particolare non le pareva affatto strana. "Una
matrice variabile, incisa al laser. Impossibile da duplicare." In-
vece di dentini che muovevano cilindri, i segni incisi dal laser
sulla superficie della chiave venivano esaminati da un occhio
elettronico. Se i piccoli esagoni incisi sulla superficie erano
nella posizione e alla distanza giuste, la serratura si apriva.
Sophie non riusciva a immaginare che cosa aprisse quella
chiave, ma pensava che Robert sarebbe riuscito a scoprirlo.
Dopotutto, aveva descritto l'incisione che contrassegnava la
chiave senza neppure averla vista. L'impugnatura a forma di
croce faceva pensare che la chiave appartenesse a qualche or-
ganizzazione di tipo cristiano, ma Sophie non conosceva chie-
se che usassero chiavi laser a matrice variabile.
"Del resto, il nonno non era cristiano..."
Sophie ne aveva avuto la prova dieci anni prima. Ironica-
mente, era stata un'altra chiave, molto più normale, a rivelarle
la vera natura di Saunière.
In un tiepido pomeriggio di primavera era atterrata all'ae-
roporto Charles de Gaulle e aveva preso un taxi fino a casa. "Il
nonno sarà molto sorpreso di vedermi" si era detta. Aveva ter-
minato il corso in Inghilterra qualche giorno prima del previ'
sto ed era partita immediatamente, desiderosa di rivederlo e
di parlargli dei metodi crittografici che aveva studiato.
Quando era arrivata alla loro casa parigina, però, il nonno
non c'era. Un po' delusa, aveva pensato che, non sapendo del
suo arrivo, fosse rimasto a lavorare al Louvre. "Ma è sabato
pomeriggio" si era poi ricordata. Durante il fine settimana,
Saunière non lavorava, ma andava...
Con un sorriso, era scesa in garage. Certo, la macchina
non c'era. Era sabato. Jacques Saunière odiava guidare in
città e usava l'auto per raggiungere una sola destinazione: il
castello in Normandia, a nord di Parigi, Dopo avere trascor-
so mesi nella congestione di Londra, anche Sophie era ansio-
sa di ritrovarsi in mezzo alla natura per iniziare subito la va-
canza.
Era ancora chiaro e lei aveva deciso di partire immediata-
mente per fargli un'improvvisata. Si era fatta prestare l'auto
da un'amica e si era diretta a nord, per attraversare le colline
deserte, illuminate dalla luna, nei pressi di Creully. Era arriva-
ta verso le dieci e aveva imboccato la strada privata che porta-
va al rifugio del nonno. Il viale d'accesso era lungo un paio di
chilometri e solo dopo averne percorso un buon tratto si riu-
sciva a scorgere, in mezzo agli alberi, l'antico castello di pietra
circondato dal bosco, sul fianco di una collina.
Sophie si aspettava che il nonno dormisse; aveva invece vi-
sto con emozione che tutte le luci della casa erano accese. Il
piacere si era trasformato in sorpresa quando era arrivata e
aveva trovato il cortile pieno di automobili parcheggiate: Mer-
cedes, BMW, Audi e una Rolls-Royce.
Sophie le aveva fissate per un momento ed era scoppiata a
ridere. "Mio nonno, il famoso recluso!" Jacques Saunière, a
quanto pareva, era meno isolato di quanto gli piacesse finge-
re. Chiaramente aveva organizzato un ricevimento mentre
Sophie era lontano, a scuola, e a giudicare dalle automobili
dovevano essere presenti parecchie autorità parigine.
Ansiosa di fare la sorpresa al nonno, era corsa alla porta
principale, per poi scoprire che era chiusa. Aveva bussato,
nessuno le aveva risposto. Perplessa aveva fatto il giro della
casa e aveva provato alla porta di servizio, chiusa anche quel-
la. Nessuna risposta.
Confusa, si era fermata per qualche istante ad ascoltare. Ma
il solo suono da lei udito era il gemito del vento della Nor-
mandia che scivolava lungo la valle.
Niente musica.
Niente voci.
Niente di niente.
Nel silenzio del bosco, Sophie era corsa dietro l'angolo della
casa per salire su una catasta di legna da ardere e aveva guar-
dato all'interno, dalla finestra del soggiorno. Ciò che aveva vi-
sto non aveva alcun senso. «Non c'è nessuno!»
L'intero piano terreno era deserto.
"Dov'è finita tutta la gente?"
Col cuore in tumulto, Sophie era corsa alla legnaia e aveva
prelevato la chiave che il nonno teneva nascosta sotto la cassa
delle fascine più piccole. Poi si era precipitata alla porta d'in-
gresso e l'aveva aperta. Non appena era entrata, la spia del-
l'antifurto si era messa a lampeggiare: un avvertimento che
entro dieci secondi occorreva comporre il giusto numero pri-
ma che gli allarmi scattassero.
"Tiene inserito l'allarme durante un ricevimento?"
Aveva digitato in fretta il codice richiesto e disattivato il si-
stema.
Una volta all'interno, aveva scoperto che l'intera casa era di-
sabitata, anche al piano di sopra. Quando era ridiscesa nel sog-
giorno, aveva continuato a chiedersi che cosa fosse successo.
Solo allora Sophie aveva udito il suono.
Voci attutite, che parevano giungere dal basso. Sophie non
riusciva a capire. Si era inginocchiata a terra e aveva appog-
giato l'orecchio al pavimento. Sì, il suono veniva chiaramente
dal basso. Le voci sembravano cantare... una sorta di canto re-
ligioso. Si era spaventata. Il suono in sé era strano, ma ancor
più strano era il fatto che quella casa non aveva cantina.
O, se l'aveva, Sophie non l'aveva mai vista.
Aveva esaminato più attentamente il soggiorno e il suo
sguardo si era soffermato sull'unico oggetto che, in tutta la ca-
sa, le pareva fuori posto: uno degli arredi antichi più amati
dal nonno, un ampio arazzo Aubusson. Di solito era appeso
vicino al caminetto, ma quella sera era stato spostato lungo il
suo bastone di ottone, lasciando libera la parete retrostante.
Avvicinandosi alla parete rivestita di legno, Sophie aveva
sentito che il canto diventava più forte. Con esitazione aveva
appoggiato l'orecchio al pannello. Le voci si udivano ancora
più chiaramente. Erano numerose persone che cantavano una
sorta di inno, anche se Sophie non riusciva a capire le parole.
"Lo spazio dietro il pannello è vuoto!"
Tastando il bordo del pannello, aveva trovato un incavo in
cui infilare la mano. Invisibile dall'esterno. "Una porta scorre-
vole." Con il cuore che accelerava i battiti, aveva infilato le di-
ta nella scanalatura e aveva tirato. Con assoluta precisione e
senza alcun rumore, il pesante pannello era scivolato di lato.
Dall'apertura era giunto l'eco del canto.
Sophie era entrata e si era trovata su una scala a chiocciola,
rozzamente intagliata nella pietra. Frequentava quella casa fin
da quando era bambina e non aveva mai sospettato l'esistenza
di quella scala!
A mano a mano che scendeva, l'aria era divenuta più fred-
da. Le voci più chiare. Aveva cominciato a distinguere voci di
uomini e di donne. La scala le impediva di vedere davanti a
sé, ma ormai riusciva a distinguere l'ultimo scalino e, più
avanti, un breve tratto di pavimento di pietra rischiarato dalla
luce irregolare delle torce.
Trattenendo il respiro, era scesa di qualche altro scalino e si
era chinata per vedere. Per capire ciò che aveva davanti a sé,
aveva impiegato parecchi secondi.
La stanza era una sorta di grotta, una sala dalle pareti non
levigate, che pareva ricavata dal granito della collina. L'unica
illuminazione proveniva dalle torce infilate in anelli alle pare-
ti. Alla loro luce, una trentina di persone formava un cerchio
nel centro della stanza.
"Sto sognando" si era detta Sophie. "È tutto un sogno. Che
altro potrebbe essere?"
Nella stanza, tutti portavano una maschera. Le donne in-
dossavano vesti bianche e scarpe dorate. Avevano la masche-
ra bianca e tenevano in mano una sfera d'oro. Gli uomini in-
dossavano lunghe tuniche nere e portavano maschere dello
stesso colore. Parevano i pezzi di un gigantesco gioco di scac-
chi. Tutti coloro che facevano parte del cerchio si dondolavano
avanti e indietro e cantavano in tono reverente, rivolti verso
qualcosa sul pavimento dinanzi a loro. Qualcosa che Sophie
non riusciva a vedere.
Il canto diveniva più veloce. E più forte. Tutti i partecipanti
avevano fatto un passo verso l'interno e si erano inginocchia-
ti. Sophie era finalmente riuscita a vedere ciò che c'era al cen-
tro del cerchio e, mentre indietreggiava inorridita, l'immagine
le si incideva per sempre nella memoria. Colta da nausea,
Sophie si era girata e, appoggiandosi alla parete, era risalita.
Aveva chiuso la porta dietro di sé ed era fuggita dalla casa de-
serta, per poi tornare a Parigi piangente e stordita. Quella not-
te, con la vita spezzata dalla delusione e dal tradimento, ave-
va raccolto le sue proprietà e se n'era andata da casa. Sul
tavolo aveva lasciato un biglietto:
SONO STATA LÀ. NON CERCARMI MAI PIÙ.
Sopra il foglio aveva posato la chiave che aveva prelevato
nella legnaia del castello.
«Sophie!» la interruppe bruscamente Langdon. «Ferma!
Ferma!»
Allontanata bruscamente dai ricordi, Sophie inchiodò al-
l'improvviso e, con uno stridore di gomme, fermò l'auto. «Co-
s'è successo?»
Langdon le indicò la strada davanti a loro.
Quando le vide, Sophie si sentì gelare il sangue. A cento
metri da loro, l'incrocio era bloccato da un paio di auto della
polizia, parcheggiate di traverso, il cui scopo era ovvio. "Han-
no bloccato Avenue Gabrieli"
Langdon scosse la testa. «A quanto pare, l'ambasciata è ir-
raggiungibile questa notte.»
Lungo la strada, due agenti fermi accanto alle vetture fissa-
vano ora nella loro direzione, incuriositi dall'auto che aveva
frenato bruscamente e spento i fari.
"Bene, Sophie, torna indietro lentamente."
Ingranata la retromarcia, la donna fece fare una conversione
all'auto e ripartì nella direzione inversa. Mentre si allontana-
va, udì stridere le gomme delle auto della polizia, poi si levò il
suono delle sirene.
Con un'imprecazione, Sophie premette sull'acceleratore.33.
La Smart di Sophie attraversò di corsa il quartiere diplomati-
co, passando davanti ad ambasciate e consolati e infine lan-
ciandosi lungo una via laterale e svoltando a destra nel traffi-
co degli Champs Elysées.
Langdon si teneva al sedile e guardava dal finestrino poste-
riore, alla ricerca di qualche segno della polizia. Rimpiangeva
di avere scelto la fuga. "Non l'hai scelta tu" si rammentò.
Sophie aveva preso la decisione per lui quando aveva gettato
fuori della finestra il localizzatore GPS. Ora, mentre si allonta-
navano dall'ambasciata e si nascondevano in mezzo al traffi-
co, Langdon sentiva diminuire le possibilità che gli rimaneva-
no. Anche se Sophie pareva essere riuscita a "seminare" la
polizia, almeno per il momento, Langdon non pensava che la
loro fortuna potesse durare per molto.
Mentre guidava, Sophie si frugò in tasca. Prelevò un piccolo
oggetto di metallo e glielo consegnò. «Robert, da' un'occhiata
a questo. Mio nonno l'ha nascosto dietro la Vergine delle rocce.»
Con un brivido di curiosità, Langdon prese l'oggetto e lo
esaminò. Era pesante e a forma di croce. La sua prima impres-
sione fu di avere in mano un pieu funebre, una versione in mi-
niatura di una croce destinata a essere piantata su una tomba.
Poi notò che l'asticciola che usciva dalla croce era a forma di
prisma triangolare. Era anche segnata da centinaia di minu-
scoli esagoni finemente lavorati e distribuiti apparentemente
a caso.
«È una chiave laser» gli spiegò Sophie. «Quegli esagoni so-
no letti da un occhio elettronico.»
"Una chiave?" Langdon non aveva mai visto nulla del ge-
nere.
«Guarda dall'altra parte» disse Sophie, cambiando corsia e
infilandosi in una via laterale.
Quando voltò la chiave, Langdon rimase a bocca aperta. In-
cisi nel centro della croce c'erano un giglio stilizzato e le ini-
ziali P.S.! «Sophie» le disse «è il sigillo di cui ti ho parlato! Lo
stemma ufficiale del Priorato di Sion.»
Lei annuì. «Come ti ho detto, avevo visto quella chiave
molto tempo fa. Lui mi aveva ordinato di non parlarne con
nessuno.»
Langdon fissava ancora la chiave. Il suo simbolismo mille-
nario e la lavorazione high-tech costituivano una strana fusio-
ne di antico e di moderno.
«Mi ha detto che la chiave apriva una cassetta dove conser-
vava molti segreti.»
Con un brivido, Langdon tentò di immaginare che tipo di
segreti potesse conservare un uomo come Saunière. Non ave-
va idea di che cosa se ne facesse, un'antica fratellanza, di una
chiave così futuristica. Il Priorato esisteva al solo scopo di pro-
teggere un segreto. Un segreto di enorme potere. "Che questa
chiave abbia qualcosa a che fare con esso?" L'idea gli faceva
girare la testa. «Sai che cosa apre?»
Sophie lo guardò con espressione delusa. «Speravo che lo
sapessi tu.»
Langdon non disse nulla; continuò a esaminare l'impugna-
tura della chiave.
«Sembra un oggetto cristiano» suggerì Sophie.
Langdon non ne era molto sicuro. Non era la tradizionale
croce cristiana con il lungo braccio verticale, ma una croce
quadrata - con quattro bràcci di uguale lunghezza - che pre-
cedeva di quindici secoli il cristianesimo. Quel tipo di croce
non aveva nessuno dei connotati cristiani della crocifissione,
associati alla croce latina, inventata dai romani come strumen-
to di supplizio. Langdon si stupiva sempre nel constatare
quanto fossero pochi i cristiani che, guardando il "crocifisso",
pensavano alla violenta storia dì quel simbolo. «Sophie» disse
infine «posso soltanto commentare che la croce con tutti i
bràcci uguali è considerata una croce "pacifica". Gli elementi
orizzontali e verticali, con il loro equilibrio, simboleggiano la
naturale unione di uomo e donna, in accordo con la filosofìa
del Priorato.»
Lei lo guardò con aria stanca. «Non ne hai idea, vero?»
Langdon aggrottò la fronte. «Neppure una.»
«Va bene, dobbiamo toglierci dalla strada.» Controllò lo
specchietto retrovisore. «Ci occorre un posto sicuro per sco-
prire che cosa apre questa chiave.»
Langdon pensò con rimpianto alla sua comoda stanza del
Ritz. Naturalmente, quella era da escludere. «Che ne dici del-
l'Università americana di Parigi?»
«Troppo ovvia. Pache manderà a controllare.»
«Tu hai certamente delle amicizie. Vivi qui.»
«Pache controllerà i tabulati delle mie telefonate e delle e-
mail, e parlerà con i miei compagni di lavoro. I miei contatti
sono ormai "bruciati" ed è inutile cercare un albergo, perché
occorre presentare i documenti.»
Langdon pensò che forse avrebbe fatto meglio a lasciarsi ar-
restare da Pache al Louvre. «Telefoniamo all'ambasciata. Pos-
so spiegare la situazione e far venire qualcuno a prenderci.»
«A prenderci?» Sophie lo guardò come se fosse pazzo. «Ro-
bert, tu sogni. La tua ambasciata non ha giurisdizione all'e-
sterno della sua area. Mandare qualcuno a prenderci verrebbe
considerato come favoreggiamento di un ricercato dal gover-
no francese. È impossibile. Se entri nell'ambasciata e chiedi
asilo temporaneo, è una cosa, ma domandare loro di agire
contro la polizia francese...» Scosse la testa. «Se provi a telefo-
nare alla tua ambasciata, ti diranno di evitare di peggiorare la
tua situazione e di costituirti. Poi prometteranno di utilizzare i
canali diplomatici per assicurarti un giusto processo.» Lanciò
un'occhiata agli eleganti negozi degli Champs Elysées.
«Quanti soldi hai?»
Langdon controllò nel portafogli. «Un centinaio di dollari,
qualche euro. Perché?»
«Carte di credito?»
«Naturalmente.»
Sophie accelerò e lo studioso capì che aveva un piano. Da-
vanti a loro, alla fine degli Champs Elysées, si innalzava l'Are
de Triomphe - l'omaggio, alto cinquanta metri, reso da Napo-
leone alla propria potenza militare - circondato dalla più
grande rotonda francese, un mastodonte a nove corsie.
Avvicinandosi alla rotonda, Sophie tenne d'occhio lo spec-
chietto retrovisore. «Per il momento ci hanno perso di vista»
disse «ma se resteremo su questa macchina, non dureremo
cinque minuti.»
"Allora, rubiamone un'altra" ironizzò Langdon, tra sé. "Or-
mai siamo criminali." «Che cosa intendi fare?»
Sophie avviò l'auto sulla rotonda. «Fidati di me.»
Langdon non rispose. La fiducia non gli aveva fatto fare
molta strada, quella notte. Tirò indietro la manica e controllò
l'orologio, un orologio di Topolino autentico, da collezione,
che i genitori gli avevano regalato per il decimo compleanno.
Anche se il suo aspetto destava sorpresa, Langdon. non aveva
mai posseduto un altro orologio; i cartoni animati di Disney
erano stati il suo primo incontro con la magia della figura e
del colore e adesso Topolino gli serviva come promemoria per
mantenersi giovane di spirito. Al momento, però, le braccia di
Topolino formavano uno strano angolo, corrispondente a
un'ora altrettanto strana.
Le due e cinquantuno.
«Orologio interessante» commentò Sophie, inserendosi in
una delle corsie della rotonda.
«È una storia lunga» rispose lo studioso, abbassando la ma-
nica.
«Ne sono convinta.» Gli sorrise e si diresse a nord allonta-
nandosi dal centro cittadino. Riuscì ad attraversare due incro-
ci prima che venisse il rosso e al terzo incrocio svoltò a destra
nel Boulevard Malesherbes. Avevano lasciato le strade elegan-
ti, alberate, del quartiere diplomatico ed erano entrati in una
zona industriale meno illuminata. Quando Sophie svoltò a si-
nistra, Langdon comprese quale fosse la loro meta.
Gare Saint-Lazare.
Davanti a loro, la stazione ferroviaria dal tetto di vetro asso-
migliava al goffo incrocio tra una serra e un hangar. Le stazio-
ni ferroviarie francesi non dormivano mai. Anche a quell'ora,
una mezza dozzina di taxi era ferma accanto all'ingresso prin-
cipale. Ai chioschi si vendevano panini e acqua minerale,
mentre ragazzi con lo zaino e l'aria insonnolita uscivano dalla
stazione strofinandosi gli occhi e si guardavano attorno come
per ricordare in che città fossero finiti. Più avanti, un paio di
agenti della polizia cittadina fornivano indicazioni ad alcuni
turisti che avevano perso la strada.
Sophie fermò la Smart dietro la fila di taxi e parcheggiò in
una zona di divieto nonostante il parcheggio dall'altro lato
della strada fosse quasi vuoto. Prima che Langdon potesse
farglielo notare, la donna era già scesa dall'auto, era corsa al
taxi più vicino e parlava all'autista. Mentre scendeva a sua
volta, Langdon vide che Sophie gli dava un fascio di bancono-
te. L'uomo annuì e, con stupore dello studioso, si allontanò
senza di loro.
«Che cosa è successo?» chiese Langdon, raggiungendo
Sophie sul marciapiede, mentre il taxi si allontanava.
Sophie si stava già avviando verso l'ingresso della stazione.
«Vieni. Dobbiamo prendere due biglietti per il primo treno
che si allontana da Parigi.»
Lui la seguì senza parlare. Quella che era iniziata come una
breve corsa dal Louvre all'ambasciata americana era ormai di-
venuta una fuga da Parigi. A Langdon la cosa piaceva sempre
meno.34.
L'autista che attendeva il vescovo Aringarosa all'aeroporto ro-
mano lo accompagnò a una piccola berlina Fiat, nera e poco
appariscente. Aringarosa ricordava l'epoca in cui le auto del
Vaticano erano grosse vetture di lusso con placche e bandieri-
ne che portavano lo stemma della Santa Sede. "Quell'epoca è
finita." Oggi le auto del Vaticano erano meno lussuose e non
portavano insegne. La spiegazione era che questo serviva a ri-
durre i costi per aiutare maggiormente le diocesi, ma Aringa-
rosa pensava che fosse una misura di sicurezza. Il mondo era
pazzo e in molte parti dell'Europa annunciare il proprio amo-
re per Gesù Cristo equivaleva a proporsi come bersaglio del
tiro a segno.
Sollevando la veste nera, Aringarosa si accomodò nel sedile
posteriore e si preparò al lungo viaggio fino a Castel Gan-
dolfo. Lo stesso viaggio di cinque mesi prima.
"Il mio ultimo viaggio a Roma" sospirò. "La notte più lun-
ga della mia vita."
Cinque mesi prima, il Vaticano aveva telefonato ad Aringa-
rosa per chiedere la sua immediata presenza a Roma. Non gli
avevano dato spiegazioni. "Il biglietto è all'aeroporto." La
Santa Sede si sforzava sempre di darsi un velo di mistero, an-
che agli occhi del clero di grado più alto.
La misteriosa convocazione, aveva pensato Aringarosa, era
probabilmente legata al desiderio del papa e degli alti prelati
vaticani di sfruttare l'ultimo successo dell'Opus Dei, l'inaugu-
razione del loro quartier generale nazionale di New York. La
rivista "Architectural Digest" aveva definito il palazzo dell'O-
pus Dei "un faro luminoso del cattolicesimo, integrato in mo-
do sublime nel paesaggio moderno", e ultimamente il Vatica-
no pareva subire l'attrazione di tutto ciò che comprendesse la
parola "moderno".
Il vescovo non aveva avuto altra scelta che accettare l'invi-
to, anche se con riluttanza. Non certo un ammiratore della po-
litica dell'attuale pontefice, Aringarosa, come gran parte del
clero conservatore, aveva osservato con grande preoccupazio-
ne il suo primo anno di attività. Di tendenze molto più libera-
li di qualsiasi suo predecessore, Sua Santità era stato eletto al
pontificato in uno dei più controversi e anomali conclavi della
storia vaticana. E dopo l'elezione, invece di accogliere con
umiltà la sua inattesa salita al potere, il Santo Padre non aveva
perso tempo a esercitare tutto il potere di cui disponeva la più
alta carica della cristianità. Approfittando del preoccupante
sostegno della parte più riformista del Collegio dei cardinali,
il papa aveva proclamato che la sua missione era di "ringiova-
nire la dottrina del Vaticano e aggiornare il cristianesimo per
portarlo nel terzo millennio".
Tradotto in parole povere - Aringarosa temeva - significava
che quell'uomo era così arrogante da pensare di potere riscri-
vere la legge di Dio e conquistare il cuore di quanti ritenevano
le esigenze del vero cristianesimo ormai inadatte al mondo
moderno.
Aringarosa aveva impiegato tutto il suo ascendente politico
- notevole, se si considerava l'alto numero di appartenenti al-
l'Opus Dei e le sostanze di cui disponeva l'organizzazione -
per convincere il papa e i suoi consiglieri che alleggerire le leg-
gi della Chiesa non era solo mancanza di fede e viltà, ma costi-
tuiva anche un suicidio politico. Aveva ricordato loro che il
precedente stemperamento delle leggi della Chiesa - l'insuc-
cesso del Vaticano II - aveva lasciato un'eredità devastante:
non solo il numero dei praticanti era sceso ai minimi storici,
ma le donazioni si erano prosciugate e non c'era un numero di
sacerdoti sufficiente a mantenere aperti tutti i luoghi di culto.
"Alla gente occorrono struttura e direzione da parte della
Chiesa" aveva insistito Aringarosa "non vezzeggiamenti e in-
dulgenza!"
Quella notte, mesi prima, quando la Fiat aveva lasciato l'ae-
roporto, Aringarosa aveva visto con sorpresa che non si diri-
geva al Vaticano ma a est, lungo una strada di montagna.
«Dove andiamo?» aveva chiesto all'autista.
«Nei Colli Albani» gli aveva risposto l'uomo. «Il suo ap-
puntamento è a Castel Gandolfo.»
"La residenza estiva del papa?" Aringarosa non c'era mai
stato e non sentiva il desiderio di vederla. Oltre a essere la re-
sidenza estiva dei papi, la cittadina del sedicesimo secolo
ospitava la Specola Vaticana, uno dei più progrediti osserva-
tori astronomici europei. Ad Aringarosa non era mai piaciuto
il desiderio del Vaticano - un desiderio ormai storico - di fic-
care il naso nella scienza. Che bisogno c'era di fondere scienza
e fede? Una persona che credesse in Dio non poteva certo pra-
ticare la scienza in modo completamente obiettivo. E la fede
non aveva bisogno di conferme da parte della scienza.
"Comunque, eccoci arrivati" aveva pensato mentre dall'au-
to si cominciava a scorgere Castel Gandolfo, sullo sfondo del
cielo di novembre coperto di stelle. Dalla strada, sembrava un
enorme mostro di pietra che si preparava a un balzo suicida.
Appollaiato sull'orlo di un precipizio, il castello si affacciava
sulla culla della storia italiana, la valle dove gli Orazi e i Cu-
riazi avevano combattuto, all'alba della storia di Roma.
Anche come semplice profilo, il castello era una vista indi-
menticabile: un impressionante esempio di architettura difen-
siva, a vari piani, che rispecchiava la forza della sua posizione
scenografica sul ciglio di un precipizio. Con dolore, aveva no-
tato come il Vaticano avesse rovinato l'edificio costruendo in
cima al tetto due grosse cupole d'alluminio per i telescopi, co-
sicché l'edificio, un tempo serio, sembrava adesso un orgo-
glioso guerriero con un paio di cappellini da party.
Quando Aringarosa era sceso dall'auto, un giovane gesuita
era corso ad accoglierlo. «Eminenza, benvenuto. Sono padre
Mangano, un astronomo dell'osservatorio.»
"Contento tu..." Aringarosa aveva mormorato qualche paro-
la di saluto e lo aveva seguito nell'atrio del castello, un ampio
spazio arredato con una sgraziata mescolanza di arte rinasci-
mentale e immagini astronomiche. Seguendo il suo accompa-
gnatore lungo una larga scala di travertino, Aringarosa aveva
letto insegne che guidavano alle sale d'incontro, a quelle per le
conferenze scientifiche, ai servizi di informazione per i turisti,
e si era stupito di come il Vaticano fosse incapace di fornire
coerenti, rigide linee guida per la crescita spirituale, ma in
qualche modo trovasse ancora il tempo di tenere lezioni d'a-
strofisica ai turisti.
«Mi spieghi» aveva chiesto al giovane sacerdote «da
quand'è che la coda ha cominciato a scuotere il cane?»
Il sacerdote l'aveva guardato in modo strano. «Eminenza?»
Aringarosa aveva lasciato perdere; non era il momento di
lanciarsi in quella particolare offensiva. "Il Vaticano è impaz-
zito." Come un genitore svogliato che trovava più facile cede-
re alle richieste di un bambino viziato anziché opporsi con fer-
mezza e insegnargli i valori della vita, la Chiesa continuava
ad addolcirsi e a cambiare se stessa per adeguarsi a una cultu-
ra impazzita.
Il corridoio del piano superiore era largo, riccamente arre-
dato e portava in un'unica direzione: una porta a doppio bat-
tente di quercia, enorme, con una targa d'ottone: BIBLIOTECA
ASTRONOMICA.
Aringarosa aveva sentito parlare di quel luogo, la biblioteca
d'astronomia del Vaticano, che si diceva contenesse più di
venticinquemila volumi, comprese rare opere di Copernico,
Galileo, Keplero e Newton. A quanto si diceva, era anche il
luogo dove i più alti esponenti della Curia organizzavano i lo-
ro incontri privati, incontri che preferivano non tenere all'in-
terno delle pareti del Vaticano.
Nel percorrere il corridoio, il vescovo Aringarosa non imma-
ginava di dovere ricevere una notizia sconvolgente, né la mor-
tale catena di avvenimenti che si sarebbe messa in moto. Solo
un'ora più tardi, quando era uscito dall'incontro, con ancora la
testa che gli girava, aveva compreso pienamente le conseguen-
ze. "Tra sei mesi!" aveva pensato. "Ci protegga Dio!"
Adesso, seduto nella Fiat, il vescovo Aringarosa si accorse
di avere stretto i pugni al solo pensiero di quel primo incon-
tro. Aprì le mani e, traendo un lungo respiro, cercò di rilassare
i muscoli.
"È tutto a posto" si disse, mentre la Fiat si arrampicava sui
monti. Però si augurava che il suo cellulare suonasse. "Perché
il Maestro non mi ha chiamato? Silas dovrebbe essersi procu-
rato la chiave di volta, ormai."
Per calmarsi, il vescovo fissò l'ametista che portava al dito.
Poi, passando il polpastrello sui diamanti e sulla mitra e il ba-
stone vescovile incisi sull'anello, pensò che era il simbolo dì
un potere assai inferiore a quello che presto sarebbe stato suo.35.
L'interno della Gare Saint-Lazare assomigliava a ogni altra
stazione ferroviaria europea, una caverna spalancata, conte-
nente campioni di un'umanità leggermente sospetta: indivi-
dui senza fissa dimora che mostravano cartelli scritti sul car-
tone ondulato, gruppi di studenti dagli occhi annebbiati che
dormivano appoggiati allo zaino o ascoltavano i riproduttori
portatili di MP3, portabagagli in divisa blu che fumavano siga-
rette.
Sophie studiò l'enorme tabellone delle partenze. Le scritte
bianche e nere cambiavano per aggiornare le informazioni.
Terminato l'aggiornamento, Langdon osservò l'elenco dei tre-
ni. La prima riga diceva: LILLE - RAPIDE - 3:06.
«Peccato che non parta prima» disse Sophie «ma Lille va
bene.»
"Prima?" Langdon controllò l'orologio. Le due e cinquanta-
nove. Il treno partiva di lì a sette minuti e dovevano ancora
acquistare il biglietto.
Sophie portò Langdon alla biglietteria e disse: «Compra
due biglietti e paga con la carta di credito».
«Pensavo che le carte di credito si potessero rintracciare...»
«Esattamente.»
Langdon decise di smettere di cercare di interpretare il pen-
siero di Sophie. Estrasse dal portafogli la Visa e prese due bi-
glietti per Lille. Glieli consegnò.
Lei si diresse verso i binari, mentre l'altoparlante trasmette-
va alcune note e poi l'annuncio che il treno per Lille era in
partenza. Erano all'altezza del binario sedici e in lontananza,
sul binario tre, il treno per Lille era pronto a partire, ma
Sophie prese Langdon per il braccio e lo condusse nella dire-
zione opposta. Attraversarono un atrio secondario, davanti a
un caffè aperto tutta la notte, e alla fine, passando da un'usci-
ta laterale, si trovarono in una via tranquilla, a ovest della sta-
zione.
Un taxi attendeva davanti all'uscita. L'autista scorse Sophie
e accese le luci.
Sophie si accomodò sul sedile posteriore e Langdon montò
dopo di lei.
Mentre il taxi si allontanava dalla stazione, la donna prese i
due biglietti per Lille e li fece a pezzi.
Langdon sospirò. "Settanta dollari ben spesi."
Solo qualche minuto dopo, quando il taxi viaggiava tran-
quillamente lungo Rue de Clichy, Langdon si concesse di
pensare di essere realmente riuscito a fuggire. Dal finestrino
scorgeva sulla destra Montmartre e la bellissima cupola del
Sacré-Cceur. L'immagine venne cancellata dal lampeggiante
delle auto della polizia che giungevano nella direzione op-
posta.
Langdon e Sophie si abbassarono finché le sirene non si fu-
rono allontanate.
Sophie aveva detto all'autista di imboccare quella via, e dal-
la sua espressione assorta Langdon capì che studiava la loro
prossima mossa.
Langdon esaminò nuovamente la chiave a forma di croce,
l'accostò al finestrino, la esaminò con attenzione portandosela
vicino agli occhi. Sperava di trovare qualche marchio di fabbri-
ca, ma alla luce dei lampioni stradali non scorse alcun segno,
tranne lo stemma del Priorato. «Non ha senso» disse infine.
«Che cosa?»
«Che tuo nonno abbia fatto tanta fatica per farti avere una
chiave senza dirti come usarla.»
«Sono d'accordo.»
«Sei sicura che non abbia scritto altro, dietro il quadro?»
«Ho esaminato l'intera area. Non c'era altro. Solo questa
chiave, nascosta tra la tela e la cornice. Ho visto lo stemma, mi
sono infilata la chiave in tasca poi siamo andati via.»
Langdon aggrottò la fronte ed esaminò l'estremità dell'asta
triangolare. Niente. Socchiuse gli occhi ed esaminò il bordo
dell'impugnatura. Niente nemmeno lì. «Questa chiave deve
essere stata pulita molto recentemente.»
«Perché?»
«Ha odore di alcol.»
Sophie si voltò verso di lui. «Come hai detto?»
«Ha l'odore degli oggetti puliti con un detergente chimico.»
Langdon annusò attentamente la chiave. «Dall'altra parte è
più forte.» La girò. «Sì, sa proprio di alcol, come se l'avessero
pulita con un detergente o se...» Si interruppe.
«Che cosa hai detto?»
Langdon inclinò la chiave in modo da esporla alla luce e os-
servò il braccio orizzontale della croce. In qualche punto pare-
va luccicare, come se fosse bagnato... «Hai osservato la parte
posteriore della chiave, prima di metterla in tasca?»
«No. Ero di fretta.»
Langdon si voltò verso di lei. «Hai ancora la lampada a luce
nera?»
Sophie prese dalla tasca la penna a filigrana. Langdon l'ac-
cese e illuminò la parte posteriore della chiave.
Immediatamente, la chiave si illuminò. C'era una scritta.
Tracciata in fretta, ma leggibile.
«Be'» disse Langdon, con un sorriso. «Penso che abbiamo
capito da dove veniva l'odore di alcol.»
Sophie fissò con stupore le lettere scritte in rosso.
24 RUE HAXO
"Un indirizzo! Mio nonno ha lasciato un indirizzo!"
«Dove si trova?» chiese Langdon.
Sophie non ne aveva idea. Si sporse in avanti e chiese al
taxista: «Connaissez-vous la Rue Haxo?».
L'autista riflettè per un istante, poi annuì. Disse a Sophie
che era vicino allo stadio del tennis, nella periferia occidentale
di Parigi. Lei gli chiese di portarli laggiù immediatamente.
«La via più breve è attraverso il Bois de Boulogne» le disse
l'autista. «Va bene?»
Sophie aggrottò la fronte. Aveva in mente percorsi meno
scandalosi, ma quella notte non voleva fare la schizzinosa.
«Va bene.» "Possiamo dare una scossa al turista americano."
Sophie guardò nuovamente la chiave e si chiese che cosa
avrebbero trovato al 24 di Rue Haxo. "Una chiesa? Il quartìer
generale del Priorato?"
Le ritornò in mente il rito segreto a cui aveva assistito dieci
anni prima, nella camera sotterranea, e trasse un profondo so-
spiro. «Robert, ho diverse cose da dirti.» Lo fissò negli occhi.
«Ma prima devi raccontarmi tutto quello che sai del Priorato
di Sion.» 36.
All'esterno della Salle des Etats, Bezu Pache stentava a frenare
la collera mentre la guardia scelta Grouard spiegava come
Sophie e Langdon l'avessero disarmato. "Perché non hai spa-
rato contro quel maledetto quadro?"
«Capitano?» Il tenente Collet veniva verso di loro dallo stu-
dio di Saunière. «Capitano. È arrivata appena adesso la comu-
nicazione. Hanno trovato l'auto dell'agente Neveu.»
«È riuscita a raggiungere l'ambasciata?»
«No, una stazione ferroviaria. Hanno preso due biglietti. Il
treno è appena partito.»
Pache congedò Grouard e portò Collet accanto alla finestra.
«Qual è la destinazione?» gli chiese a bassa voce.
«Lille.»
«Probabilmente un depistaggio.» Riflettè per un istante.
«Comunque, avvertite la prossima stazione, fate fermare il
treno e controllate, nel caso l'abbiano preso davvero. Lasciate
l'auto dov'è e mettete di guardia un paio di agenti in borghe-
se, nel caso cerchino di riprenderla. Mandate qualcuno a con-
trollare le strade vicino alla stazione nel caso siano fuggiti a
piedi. Qualche autobus parte dalla stazione?»
«Non a quest'ora, signore. Solo i taxi.»
«Bene, interrogate gli autisti. Chiedete se hanno visto qual-
cosa. Poi passate la descrizione alle compagnie di taxi. Io chia-
mo l'Interpol.»
Collet lo guardò con sorpresa. «Vuole mettere questa cosa a
conoscenza di tutti?»
A Pache non piaceva quella dimostrazione di incapacità e
l'imbarazzo che ne seguiva, ma non vedeva alternative.
"Chiudere la rete in fretta, e chiuderla stretta."
La prima ora era cruciale. La prima ora dopo la fuga, tutti i
ricercati avevano bisogno delle stesse cose. "Trasporti. Rifugio.
Denaro." La Santa Trinità. L'Interpol era in grado di farli spari-
re in un batter d'occhio, tutt'e tre. Trasmettendo per fax foto di
Langdon e Sophie alle autorità di viaggio parigine, agli alber-
ghi e alle banche, l'Interpol non lasciava loro opzioni. Nessun
modo per lasciare la città, nessun luogo dove nascondersi e
nessuna possibilità di ritirare denaro senza essere riconosciuti.
Di solito i fuggiaschi venivano presi dal panico e facevano
qualcosa di stupido. Rubavano un'auto. Rapinavano un nego-
zio. Usavano per disperazione una carta di credito. E l'errore
indicava immediatamente alle autorità la loro posizione.
«Solo Langdon, vero?» disse Collet. «Non denunciamo
Sophie Neveu. È un nostro agente.»
«È naturale che denunciamo anche lei!» ribattè Pache. «A
che cosa serve denunciare Langdon se c'è lei a fare il lavoro
sporco? Voglio controllare tutto il dossier della Neveu, amici,
familiari, contatti personali, tutte le persone a cui potrebbe ri-
volgersi per cercare aiuto. Non so che cosa pensa di poter fare,
ma di sicuro le costerà molto più del posto di lavoro!»
«Devo stare al telefono o sul campo?»
«Sul campo. Va' alla stazione e coordina la squadra. Lascio
a te le redini, ma non fare nessuna mossa senza metterti in
contatto con me.»
«Sì, signore.» Collet si allontanò.
Rimasto solo, Pache serrò i pugni per la collera. Sotto di lui,
la piramide di vetro rifletteva la luce delle fontane. "Mi sono
sfuggiti dalle mani." Si impose di calmarsi.
Persino un agente addestrato avrebbe incontrato difficoltà a
resistere alla pressione che l'Interpol stava per esercitare.
"Una donna crittologa e un professore?" Non sarebbero so-
pravvissuti fino all'alba.
37.
Il parco fittamente alberato noto come il Bois de Boulogne ave-
va molti soprannomi, ma i parigini che lo conoscevano bene lo
chiamavano il "Giardino delle delizie". Il soprannome, anche
se sembrava un complimento, non lo era affatto. Chiunque
avesse visto l'inquietante quadro di Bosch così intitolato capi-
va la battuta; il quadro, come la foresta, era cupo e contorto, il
purgatorio di deviati e feticisti. La notte, le strade tortuose del
parco erano piene di centinaia di corpi in vendita, delizie terre-
ne per soddisfare i più segreti desideri di una persona, ma-
schio, femmina e tutte le gradazioni intermedie.
Mentre Langdon raccoglieva i pensieri per spiegare a Sophie
la storia del Priorato di Sion, il loro taxi superò i primi alberi
del parco e si diresse verso ovest sulla strada lastricata. Lo stu-
dioso ebbe qualche difficoltà a concentrarsi, quando un cam-
pione degli abitatori notturni del parco uscì dall'ombra per
mostrare le proprie mercanzie alla luce dei fari. Prima, due ra-
gazzine in topless lanciarono occhiate fiammeggianti all'auto.
Poco più avanti, un uomo dalla pelle nera e ben oliata, che in-
dossava solo un perizoma, voltò loro la schiena per flettere i
glutei a beneficio dei passanti. Accanto a lui, una donna bion-
da e appariscente sollevò la minigonna per rivelare che non
era affatto una donna.
"Che il Cielo mi aiuti!" Langdon tornò a fissare l'interno
della macchina e trasse un profondo respiro.
«Parlami del Priorato» gli ripetè Sophie.
Langdon annuì, incapace di immaginare uno scenario me-
no adatto per la leggenda che si preparava a raccontare. Si (
chiese da dove iniziare. La storia della fratellanza copriva più
di un millennio: una stupefacente cronaca di segreti, ricatti,
tradimenti e brutali torture per mano di un papa ostile. «Il
Priorato di Sion» incominciò «fu fondato a Gerusalemme nel
1099 da un re francese chiamato Goffredo di Buglione, imme-
diatamente dopo la conquista della città.»
Sophie annuì, senza staccare gli occhi da lui.
«Si diceva che re Goffredo fosse il depositario di un impor-
tantissimo segreto, un segreto conservato dalla sua famiglia
fin dai tempi di Cristo. Temendo che il segreto potesse andare
perso alla sua morte, fondò una fratellanza occulta, il Priorato
di Sion, e la incaricò di proteggere il segreto passandolo tacita-
mente da una generazione all'altra. Nel corso degli anni in cui
ebbe sede a Gerusalemme, il Priorato aveva appreso di alcuni
documenti segreti sepolti sotto le rovine del tempio di Erode,
che era stato costruito sulle vestigie del tempio di Salomone.
Quei documenti, pensava il Priorato, rafforzavano il grande
segreto di Goffredo e avevano una natura così esplosiva che la
Chiesa non si sarebbe fermata davanti a nulla, pur di impa-
dronirsene.»
Sophie lo guardò con espressione dubbiosa.
«Il Priorato giurò che, indipendentemente dal tempo neces-
sario, quei documenti dovevano essere recuperati dalle rovine
del tempio e protetti per sempre, in modo che la verità non
morisse mai. Per recuperare i documenti dalle rovine, il Prio-
rato creò un proprio braccio militare, un gruppo di nove cava-
lieri chiamato l'Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del
Tempio di Salomone.» Langdon fece una pausa. «Più noto co-
me i templari.»
Sophie sollevò la testa, sorpresa.
Langdon aveva tenuto abbastanza conferenze sui templari
per sapere che li conoscevano tutti, almeno di nome. Per gli
studiosi, la storia dei templari era un mondo precario, dove
fatti, leggende e disinformazione erano così intrecciati che ri-
trovare la verità era quasi impossibile. Oggigiorno, Langdon
esitava a nominarli nelle sue conferenze, perché quel nome
portava sempre a un mucchio di domande su varie teorie ba-
sate sul concetto di complotto.
Sophie lo guardò con preoccupazione. «Intendi dire che i
templari sono stati fondati dal Priorato di Sion per recuperare
una raccolta di documenti segreti? Pensavo che fossero stati
creati per proteggere i luoghi santi.»
«Un equivoco comune. L'idea di proteggere i pellegrini era
la scusa scelta dai templari per compiere la loro missione. Il
loro vero scopo in Terrasanta consisteva nel recuperare i docu-
menti dalle rovine del tempio.»
«E li hanno trovati?»
Langdon sorrise. «Nessuno lo sa con certezza, ma c'è un
particolare su cui tutti gli studiosi concordano: i cavalieri han-
no di certo scoperto qualcosa fra le rovine, e questa scoperta li
ha resi ricchi e potenti al di là di ogni immaginazione.»
Langdon le fece in fretta il riassunto della storia dei templa-
ri comunemente accettata dagli storici, spiegandole che i ca-
valieri erano in Terrasanta durante la seconda crociata e ave-
vano detto a re Baldovino II di essere laggiù per proteggere i
pellegrini cristiani durante il cammino. Anche se non riceve-
vano pagamento e facevano voto di povertà, i cavalieri aveva-
no detto al re di avere bisogno di un rifugio e gli avevano
chiesto il permesso di stabilire la loro residenza nelle stalle
sotto le rovine del tempio. Re Baldovino aveva accolto la ri-
chiesta dei cavalieri, che erano andati ad abitare, in condizioni
misere, all'interno del tempio distrutto.
Quella strana scelta, spiegò Langdon, non era affatto casua-
le. I cavalieri pensavano che i documenti cercati dal Priorato
fossero sepolti in profondità sotto le rovine, e in particolare
sotto il sancta sanctorum, la sacra camera dove si pensava ri-
siedesse la presenza di Dio, letteralmente il centro della fede
ebraica. Per quasi un decennio i nove cavalieri erano vissuti
nelle rovine e avevano scavato in totale segretezza nella roccia.
Sophie lo fissò. «E tu dici che hanno scoperto qualcosa?»
«Certo» rispose Langdon, spiegando come avessero impie-
gato nove anni> ma avessero finalmente trovato quello che
cercavano. Avevano poi portato via il tesoro ed erano tornati
in Europa, dove in breve erano diventati potentissimi.
Nessuno sapeva se i cavalieri avessero ricattato la Chiesa o
se fosse stata questa a cercare di comprare il loro silenzio, ma
il papa Innocenzo II aveva immediatamente emanato una bol-
la papale senza precedenti, che attribuiva ai templari un pote-
re illimitato e li dichiarava "una legge in se stessi", un esercito
autonomo, sottratto a qualsiasi interferenza di re e di prelati,
di religione e di politica.
Con la carta bianca fornita loro dalla Chiesa, i templari si
erano ingranditi con rapidità stupefacente, sia come numero,
sia come forza politica, accumulando grandi proprietà in una
decina di nazioni. Avevano cominciato a prestare denaro ai
sovrani in bancarotta e a farsi pagare interessi, fondando così
il moderno sistema bancario e accrescendo ancora di più la lo-
ro ricchezza e la loro influenza.
Verso il 1300, la bolla papale aveva permesso ai templari di
ottenere un tale potere che il papa Clemente V aveva deciso di
prendere provvedimenti. Operando di concerto con il re di
Francia Filippo IV, il papa aveva studiato un'ingegnosa opera-
zione lampo per eliminare i templari e impadronirsi del loro
tesoro, impossessandosi così del segreto che minacciava la
Chiesa. Con un'operazione militare degna della CIA, il papa
Clemente aveva inviato ordini segreti sigillati che dovevano
essere aperti contemporaneamente dai suoi soldati in tutta
Europa il venerdì 13 ottobre del 1307.
All'alba del giorno 13, i documenti vennero aperti e il loro
stupefacente contenuto fu rivelato. La lettera di Clemente di-
ceva che Dio gli era apparso in una visione e l'aveva avvertito
che i templari erano eretici, colpevoli di adorare il diavolo, di
omosessualità, vilipendio della croce, sodomia e altri compor-
tamenti blasfemi. Il papa Clemente era stato incaricato da Dio
di ripulire la terra catturando tutti i templari e facendogli con-
fessare con la tortura i loro crimini contro Dio. Quel giorno in-
numerevoli cavalieri erano stati catturati, torturati spietata-
mente e infine bruciati come eretici. L'eco della tragedia
rimane tuttora nella cultura moderna: ancora oggi il venerdì
13 è considerato di cattivo augurio,
Sophie aveva l'espressione confusa. «I templari sono stati
cancellati? Pensavo che gruppi di templari esistessero ancora
ai giorni nostri.»
«Certo, sotto vari nomi. Nonostante le false accuse di Cle-
mente e i suoi sforzi per cancellarli, i cavalieri avevano alleati
potenti, e alcuni riuscirono a sfuggire alle epurazioni della
Chiesa. Il grande archivio di documenti dei templari, che a
quanto pare costituiva la fonte del loro potere, era il vero
obiettivo di Clemente, ma gli era sfuggito tra le dita. I docu-
menti erano da tempo affidati all'artefice segreto dei templari,
il Priorato di Sion, la cui segretezza li aveva tenuti al sicuro,
lontano dal massacro della Chiesa. Mentre la Chiesa colpiva i
templari, il Priorato aveva portato via, di notte, i documenti,
trasferendoli da una comunità templare parigina a una nave
ancorata a La Rochelle.»
«E dove sono finiti?»
Langdon si strinse nelle spalle. «Questa risposta è nota solo
al Priorato di Sion. Dato che ancora oggi si cercano i docu-
menti e si specula sul loro nascondiglio, si pensa che siano sta-
ti spostati parecchie volte. Attualmente si ritiene probabile che
siano in qualche parte dell'Inghilterra.»
Sophie lo guardò con inquietudine.
«Per mille anni» continuò Langdon «si sono raccontate leg-
gende su questo mistero. I documenti, il loro potere e il segre-
to che contengono sono noti con un nome unico, "Sangreal".
Sono state scritte centinaia di libri sull'argomento e pochi mi-
steri hanno appassionato gli storici come il Sangreal.»
«Il Sangreal? Il termine ha qualcosa a che vedere con la pa-
rola francese sang o con quella spagnola sangre, ossia con il
sangue?»
Langdon annuì. Il sangue era l'ossatura del Sangreal, ma
non come probabilmente immaginava Sophie. «In un certo
senso, sì. La leggenda è complicata, ma la cosa importante da
ricordare è che il Priorato custodisce il segreto e, a quanto si
dice, attende il momento giusto per rivelare la verità.»
«Ma che verità? Quale segreto può essere così potente?»
Langdon trasse un profondo sospiro e alzò lo sguardo sul
ventre molle di Parigi che si nascondeva tra gli alberi.
«Sophie, la parola "Sangreal" è molto antica. Col tempo è di-
ventata un termine assai simile, ma più moderno.» Fece una
pausa. «Quando ti dirò il suo nome moderno, comprenderai
di sapere molte cose su di esso. Anzi, non c'è persona che non
conosca la storia del Sangreal.»
Lei scosse la testa. «Io non l'ho mai sentita.»
«Certo che l'hai sentita» le sorrise Langdon. «Però sei abi-
tuata a chiamarlo con il nome di "Santo Graal".»38.
Sul sedile posteriore del taxi, Sophie guardò con sospetto
Langdon. "Che stia scherzando?" «Hai detto il Santo Graal?»
Langdon annuì con espressione seria. «Santo Graal deriva da
Sangreal, che finì per essere diviso in due parole, San Greal.»
"Il Santo Graal." Sophie era sorpresa di non averlo capito
subito. In ogni caso, però, l'affermazione di Langdon le pare-
va priva di senso. «Pensavo che il Santo Graal fosse una "cop-
pa". Invece mi hai detto che il Sangreal è una raccolta di docu-
menti legati a un importante segreto.»
«Sì, ma i documenti sono solo una parte del tesoro del
Graal. Sono sepolti con il Graal e ne rivelano il vero significa-
to. Quei documenti hanno dato ai templari un grande potere
perché le loro pagine rivelavano la vera natura del Graal.»
"La vera natura del Graal." Sophie si sentiva ancora più
smarrita. Il Santo Graal, a quanto aveva sempre saputo, era la
coppa da cui Gesù aveva bevuto durante l'Ultima Cena e in
cui Giuseppe di Arimatea, più tardi, aveva raccolto il suo san-
gue sparso nella crocifissione. «Il Santo Graal è la coppa di
Cristo» disse. «La cosa non potrebbe essere più semplice.»
«Sophie» le disse Langdon, a bassa voce e piegandosi verso
di lei «secondo il Priorato di Sion, il Santo Graal non è affatto
una coppa. Dicono che la leggenda del Graal - quella del cali-
ce - è in realtà un'ingegnosa allegoria. Ossia, la storia del
Graal usa il calice come metafora di qualcos'altro, molto più
potente.» Si interruppe. «Qualcosa che si accorda perfetta-
mente a tutto ciò che tuo nonno ha cercato di dirci questa not-
te, compresi i riferimenti simbolici al femminino sacro.»
Ancora dubbiosa, Sophie capì dal sorriso paziente di Lang-
don che lo studioso comprendeva perfettamente le ragioni
della sua confusione. Comunque, la sua espressione era di as-
soluta sincerità. «Ma se il Santo Graal non è una coppa» chiese
lei «allora che cos'è?»
Langdon si aspettava già quella domanda, ma non sapeva
in che modo risponderle. Se lui non avesse inserito la spiega-
zione nel suo contesto storico, Sophie avrebbe reagito con
un'espressione stupita, la stessa che Langdon aveva visto sul-
la faccia del suo editor, qualche mese prima, quando gli aveva
passato il manoscritto su cui lavorava da tempo.
«Che cosa sostiene il tuo manoscritto?» gli aveva chiesto in-
credulo, mentre erano insieme a pranzo. Il vino gli era andato
di traverso. «Non parlerai sul serio.»
«Talmente sul serio da aver passato un anno a fare ricerche.»
Jonas Faukman, uno dei più importanti editor di New
York, si era tirato nervosamente la barba. Nella sua lunga car-
riera aveva sentito molte idee strampalate, ma quella le batte-
va tutte. «Robert» gli aveva detto «cerca di capirmi. Il tuo la-
voro mi piace e abbiamo sempre fatto grandi cose insieme.
Ma se pubblico un'idea come questa, per mesi ci saranno di-
mostrazioni di protesta davanti al mio ufficio. Inoltre, rovi-
nerà la tua reputazione. Sei uno storico di Harvard, per l'a-
mor di Dio, non uno scrittore scandalistico popolare che
cerca di guadagnare qualche dollaro faticando poco. Dove
pensi di trovare qualche prova credibile per sostenere una
teoria come questa?»
Con un sorriso, Langdon aveva preso di tasca un foglio e lo
aveva passato a Faukman. Era una bibliografia di una cin-
quantina di titoli: libri di noti storici, alcuni contemporanei,
altri vecchi di secoli, molti erano testi adottati nei corsi univer-
sitari. Tutti i titoli suggerivano la premessa che Langdon ave-
va appena esposto a Faukman.
Mentre leggeva l'elenco, l'editor aveva l'espressione di un
uomo che avesse improvvisamente scoperto che la terra è piat-
ta. «Conosco alcuni di questi autori. Sono... storici di fama!»
Langdon aveva sorriso. «Come vedi, Jonas, non è soltanto
la mia teoria. Se ne parla da molto tempo. Io mi sono limitato
a svilupparla un poco. Nessun libro ha esaminato la leggenda
del Santo Graal dal punto di vista dei simboli. Le prove icono-
grafiche che porto a sostegno della teoria sono, be', straordi-
nariamente convincenti.»
Faukman stava ancora leggendo l'elenco. «Mio Dio, uno dei
libri è stato scritto da sir Leigh Teabing, uno storico reale bri-
tannico.»
«Teabing ha trascorso gran parte della sua vita a studiare il
Santo Graal. Mi sono visto con lui. Anzi, devo a lui gran parte
della mia ispirazione. Lui ne è convinto, Jonas, come del resto
tutti gli altri della lista.»
«Vorresti dire che tutti questi storici credono realmente
che...» Faukman aveva inghiottito a vuoto, incapace di pro-
nunciare le parole.
Langdon aveva sorriso di nuovo. «Il Santo Graal è probabil-
mente il tesoro più ricercato in tutta la storia umana. Dal
Graal sono nate leggende, guerre e studi che hanno impegna-
to vite intere. Ha senso pensare che sia semplicemente una
coppa? Se lo fosse, altre reliquie dovrebbero suscitare un inte-
resse analogo: la corona di spine, la vera croce della crocifis-
sione, ma così non è. In tutto il corso della storia, il Santo
Graal ha sempre occupato un posto speciale» aveva concluso
Langdon. «Adesso sai perché.»
Faukman aveva continuato a scuotere la testa. «Ma con tutti
quei libri sull'argomento, perché la teoria non è conosciuta?»
«Questi libri non possono cancellare secoli di storia, special-
mente se quella storia è sostenuta dal più grande best seller di
tutti i tempi.»
Faukman aveva sgranato gli occhi. «Non dirmi che Harry
Potter parla del Santo Graal.»
«Parlavo della Bibbia.»
Faukman aveva fatto una smorfia. «Dovevo aspettarmelo.»
«Laissez-le!» Il grido di Sophie echeggiò all'interno del taxi.
«Mettilo giù!»
Langdon trasalì nel vedere che Sophie si sporgeva in avanti
e gridava all'autista. Notò che l'uomo aveva preso il microfo-
no della radio e stava parlando.
Sophie si girò e infilò la mano nella tasca della giacca di
Langdon.
Prima che lui capisse che cos'era successo, l'agente aveva
impugnato la pistola e la premeva contro la testa dell'auti-
sta, che lasciò immediatamente cadere il microfono e alzò la
mano.
«Sophie!» esclamò Langdon. «Che diavolo...»
«Arrétez!» ordinò Sophie all'autista.
Tremando, l'uomo obbedì. Fermò l'auto e la parcheggiò sul
ciglio della strada.
Solo allora Langdon udì la voce metallica della centralinista
della compagnia dei taxi che giungeva dal cruscotto: «... qui
s'appelle Agent Sophie Neveu...» un crepitìo «... et un américain,
Robert Langdon...».
Langdon rimase di sasso. "Ci hanno già trovato?"
«Descendez» ordinò Sophie.
Tremante e con le braccia alzate, l'autista uscì dal taxi e si
allontanò di alcuni passi.
Sophie abbassò il finestrino e puntò la pistola contro l'auti-
sta. «Robert» gli ordinò «prendi il volante. Guida tu.»
Langdon non intendeva discutere con una donna che im-
pugnava una pistola. Scese dall'auto e si sedette al posto del
guidatore. L'autista imprecava, con ancora le braccia sopra la
testa.
«Robert» disse Sophie, dal sedile posteriore «penso che tu
abbia visto abbastanza della nostra foresta magica.»
Langdon annuì. "Più che abbastanza."
«Bene. Andiamo via da qui.»
Langdon osservò i comandi dell'auto e venne colto dai dub-
bi. "Oh, accidenti." Cercò la frizione e la leva del cambio.
«Sophie? Forse è meglio che tu...»
«Parti!» gridò lei.
All'esterno, parecchi inquilini del Bois si avvicinavano per
vedere che cosa stesse succedendo. Una donna stava chia-
mando col cellulare. Langdon premette il pedale della frizione
e ingranò quella che sperava fosse la prima. Poi premette l'ac-
celeratore per alzare il numero di giri. Infine staccò il piede
dalla frizione. Le ruote fischiarono e il taxi balzò in avanti, on-
deggiando selvaggiamente. I curiosi si affrettarono a correre
via. La donna col cellulare si tuffò in mezzo agli alberi, evitan-
do per poco di essere travolta.
«Doticement!» disse Sophie, mentre l'auto sobbalzava lungo
la strada. «Che cosa fai?»
«Ho cercato di dirtelo» rispose lui, in mezzo allo stridore
del cambio. «La mia auto ha il cambio automatico!»39.
Anche se la sua severa stanza nella casa di Rue La Bruyère
aveva già visto molta sofferenza, Silas non credeva di essere
mai stato così angosciato come in quel momento. "Sono stato
ingannato. Tutto è perduto."
Silas era stato ingannato.
I fratelli avevano mentito, avevano scelto la morte invece di
rivelare il loro vero segreto. Silas non aveva la forza di telefo-
nare al Maestro. Non solo aveva ucciso le sole quattro persone
che conoscevano il nascondiglio della chiave di volta, aveva
anche ammazzato una monaca all'interno di Saint-Sulpice.
"Quella donna lavorava contro Dio! Ha disprezzato il lavoro
dell'Opus Dei!"
Un delitto d'impulso, ma la morte della suora complicava
tutto. Era stato il vescovo Aringarosa a telefonare per far en-
trare Silas in Saint-Sulpice; che cosa avrebbe pensato l'abate,
una volta scoperto che la monaca era morta? Anche se Silas
l'aveva rimessa a letto, la ferita alla testa era troppo evidente.
Silas aveva sistemato alla meglio la lastra di pietra spezzata,
ma il danno era ovvio. Avrebbero capito che qualcuno era sta-
to laggiù. Silas aveva pensato di nascondersi nell'edificio del-
l'Opus Dei una volta terminato il suo compito. "Il vescovo
Aringarosa mi proteggerà." Silas non immaginava una beati-
tudine superiore a quella di una vita di meditazione e pre-
ghiera nelle profondità del quartier generale newyorkese del-
l'Opus Dei. Non avrebbe mai più messo piede all'esterno.
Tutto ciò che gli occorreva si trovava dentro quel rifugio.
"Nessuno sentirà la mia mancanza." Purtroppo, sapeva Silas,
un uomo importante come il vescovo Aringarosa non poteva
patire altrettanto facilmente.
"Ho danneggiato il vescovo." Silas fissò il pavimento e si
chiese se non fosse il caso di togliersi la vita. Dopotutto era
stato Aringarosa a ridargliela, in quella piccola chiesa spagno-
la, dove gli aveva insegnato e gli aveva dato uno scopo.
«Amico mio» gli aveva detto Aringarosa «tu sei nato albino.
Non lasciarti umiliare dagli altri per questo. Non capisci come
ti rende speciale? Sai che lo stesso Noè era albino?»
«Noè dell'Arca?» Silas non l'aveva mai saputo.
Aringarosa gli aveva sorriso. «Proprio lui. Noè dell'Arca.
Un albino. Come te, aveva la pelle bianca degli angeli. Rifletti.
Noè ha salvato tutte le creature della terra. Tu sei destinato a
grandi cose, Silas. il Signore ti ha liberato per un motivo. Hai
capito la tua vocazione. Il Signore ha bisogno del tuo aiuto per
compiere il Suo lavoro.»
Col tempo, Silas aveva imparato a considerarsi sotto una
nuova luce. "Sono puro. Bianco. Bellissimo. Come un angelo."
Al momento, nella sua stanza della sede parigina dell'Opus
Dei, sentiva solo la voce di suo padre, che gli sussurrava dal
passato. "Tu es un désastre. Un spectre."
Inginocchiato sul pavimento di legno, Silas pregò per otte-
nere il perdono. Poi si sfilò la tonaca e prese nuovamente in
mano la disciplina.

CIOFFI CAVALIER MICHELE

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May 19, 2006, 10:42:35 PM5/19/06
to incensurati yahoogoogle
40.
Lottando con il cambio, Langdon riuscì a portare l'auto fino
all'estremità opposta del Bois de Boulogne e il motore si
bloccò soltanto due volte.
Purtroppo, l'umorismo della situazione era rovinato dal-
l'altoparlante del taxi che continuava a cercare di mettersi in
contatto con l'autista. «Volture cinq-six-trois. Où étes-vous? Ré-
pondez!»
Arrivato all'uscita del parco, rinunciò al suo orgoglio ma-
schile e fermò la macchina. «È meglio che guidi tu.»
Con aria più sollevata, Sophie prese il suo posto al volante.
Pochi istanti più tardi, l'auto correva tranquillamente lungo
l'Allée de Longchamp e si era lasciata alle spalle il "Giardino
delle delizie".
«Dov'è Rue Haxo?» chiese Langdon, guardando con preoc-
cupazione il tachimetro, che segnava cento chilometri l'ora.
Sophie non staccò gli occhi dalla strada. «L'autista ha detto
che era accanto al Roland Garros. Conosco la zona.»
Langdon riprese dalla tasca la chiave e la soppesò sulla pal-
ma. Sentiva che era un oggetto di grandissima importanza,
forse la chiave della sua libertà.
In precedenza, quando aveva parlato a Sophie dei cavalieri
templari, Langdon aveva compreso che la chiave, oltre a por-
tarne lo stemma, aveva un altro legame con il Priorato di Sion.
La croce a bràcci uguali era il simbolo dell'equilibrio e dell'ar-
monia, ma anche quello dei templari. Tutti conoscevano l'im-
magine dei templari che indossavano una sopravveste bianca
con una croce rossa dai bràcci uguali. Certo, questi si allarga-
vano all'estremità a formare una croce patente, ma erano di
lunghezza uguale.
"Una croce quadrata, come quella della chiave."
Al pensiero di quello che avrebbero potuto trovare, Lang-
don diede libero corso all'immaginazione. "Il Santo Graal."
Per poco non scoppiò a ridere all'assurdità dell'idea. Si ritene-
va che il Graal fosse in Inghilterra, sepolto in una camera se-
greta, sotto una delle chiese dei templari, dove era nascosto
fin dal 1500.
"L'epoca del Gran Maestro Leonardo da Vinci."
Il Priorato, per tenere al sicuro i suoi importanti documenti,
nei primi secoli era stato costretto a cambiargli posto molte
volte. Gli storici ora sospettavano che fossero stati trasferiti al-
meno sei volte dopo il loro arrivo da Gerusalemme. L'ultimo
"avvistamento" del Graal era avvenuto nel 1447, quando nu-
merosi testimoni avevano descritto un incendio che per poco
non aveva distrutto i documenti, i quali però erano stati salva-
ti in quattro grossi bauli, ciascuno dei quali aveva richiesto sei
uomini per il suo trasporto. Da quel giorno in poi, nessuno
aveva più affermato di avere visto il Graal, a parte qualche vo-
ce occasionale che sosteneva fosse sepolto in Gran Bretagna,
la terra di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda.
Dovunque si trovasse, rimanevano due fatti importanti.
"Leonardo sapeva dove era nascosto il Graal durante la sua
vita e probabilmente, da allora, il nascondiglio non era cam-
biato."
Per quella ragione, gli appassionati del mistero del Graal
studiavano ancora le opere e i diari di Leonardo da Vinci nella
speranza di trovare qualche indizio che rivelasse l'attuale col-
locazione del Graal. Alcuni dicevano che le montagne che fa-
cevano da sfondo alla Vergine delle rocce corrispondevano alla
topografia di alcuni monti della Scozia, pieni di caverne. Altri
sostenevano che l'irregolare disposizione dei discepoli nel-
l'Ultima Cena fosse una sorta di codice. Altri ancora dicevano
che l'esame ai raggi X della Monna Lisa rivelava che in origina-
le il personaggio ritratto portava una collana con l'immagine
in lapislazzuli di Iside, un particolare che poi Leonardo aveva
coperto. Langdon non aveva mai visto alcuna traccia del pen-
dente e non riusciva a immaginare come potesse rivelare dove
fosse nascosto il Santo Graal, ma gli appassionati dell'argo-
mento ne discutevano ad nausearti nelle pagine di Internet.
"L'idea del complotto ha comunque una forte attrattiva."
E quei complotti erano sempre nuovi. Il più recente era le-
gato alla sorprendente scoperta che la famosa Adorazione dei
Magi nascondeva un segreto sotto i suoi strati di colore. Era
stato uno scienziato italiano, Maurizio Seracini, a rivelare la
strana verità, che il "New York Times Magazine" aveva pre-
sentato in un articolo intitolato // Leonardo occultato.
Seracini aveva rivelato senza possibilità di dubbio che lo
schizzo preparatorio dell'Adorazione dei Magi era veramente
opera di Leonardo, ma il dipinto era di un'altra mano. Qual-
che anonimo pittore aveva colorato lo schizzo seguendo le sue
indicazioni di colore, anni dopo la morte di Leonardo. Assai
più preoccupante, però, era ciò che stava sotto il dipinto del-
l'impostore. Le fotografie agli infrarossi e ai raggi X suggeri-
vano che l'anonimo pittore, mentre riempiva gli spazi deli-
neati da Leonardo, si era allontanato in modo sospetto dalla
traccia, in deroga alle vere intenzioni dell'artista. La natura
dello schizzo originale, qualunque essa fosse, non era stata co-
municata. Tuttavia, i funzionari della Galleria degli Uffizi di
Firenze, imbarazzati, avevano immediatamente trasferito il
quadro in un magazzino dall'altra parte della strada. Al posto
dell'Adorazione, i visitatori trovavano ora un cartello menzo-
gnero, che, senza accennare a scuse, diceva: QUEST'OPERA È At-
tualmente sottoposta a esami diagnostici in preparazione
del restauro.
Nel bizzarro sottobosco dei moderni cercatori del Graal,
Leonardo da Vinci rimaneva il grande enigma. La sua arte
sembrava scoppiare dalla voglia di raccontare un segreto, che
però era sempre rimasto nascosto, forse sotto uno strato di pit-
tura, forse in piena vista, in codice. Magari non esisteva affatto
e gli indizi tentatori, lasciati con tanta abbondanza da Leonar-
do, erano solo una promessa vuota, con lo scopo di frustrare i
curiosi e di portare un sorriso sul volto della sua Monna Lisa.
«È possibile» chiese Sophie, richiamando l'attenzione di
Langdon «che la chiave apra il nascondiglio del Santo Graal?»
La risata di Langdon suonò un po' forzata, anche alle sue
stesse orecchie. «Non riesco a immaginarlo. Inoltre, si pensa
che il Graal sia nascosto in qualche parte dell'Inghilterra, non
in Francia.» Le riferì rapidamente la storia.
«Ma il Graal sembra la sola conclusione razionale» insistet-
te lei. «Abbiamo una chiave estremamente sicura, con impres-
so lo stemma del Priorato di Sion, una fratellanza che, come
mi hai spiegato adesso, sta a guardia del Santo Graal.»
Langdon sapeva che l'osservazione era logica, ma non riu-
sciva ad accettarla. Si diceva che il Priorato avesse promesso
di riportare il Graal in Francia per dargli una sede definitiva,
ma non c'era alcuna testimonianza storica che potesse pro-
varlo. Anche se il Priorato fosse riuscito a riportare il Graal
in Francia, l'indirizzo 24 Rue Haxo nei pressi dei campi da
tennis non sembrava una sede abbastanza nobile. «Sophie,
non vedo come questa chiave possa avere a che fare con il
Graal.»
«Perché il Graal dovrebbe essere in Inghilterra?»
«Non solo per quello. La collocazione del Graal è uno dei
segreti meglio custoditi della storia. I membri del Priorato
aspettano per decenni, dimostrando la loro affidabilità, prima
di essere elevati ai gradi più alti della fratellanza e quindi di
conoscere il nascondiglio del Graal. Quel segreto è protetto da
un intricato sistema di informazioni a compartimenti stagni e
anche se gli appartenenti al Priorato sono molto numerosi, in
ogni momento solo quattro di loro sanno dove sia nascosto il
Graal: il Gran Maestro e i suoi tre sénéchaux. La probabilità che
tuo nonno fosse uno di loro è molto esile.»
"Mio nonno era uno di loro" pensò Sophie, premendo sul-
l'acceleratore. Aveva ancora nella memoria un'immagine che
confermava fuor d'ogni dubbio la posizione del nonno all'in-
terno della fratellanza.
«E anche se tuo nonno fosse appartenuto ai gradi più alti,
non avrebbe avutoli permesso di rivelare qualcosa a una per-
sona che non faceva parte della fratellanza. È inconcepibile
che ti facesse entrare in quella ristretta cerchia.»
"Ci sono già stata" si disse Sophie, pensando al rituale a cui
aveva assistito nel sotterraneo. Si chiese se fosse il momento
di dire a Langdon ciò che aveva visto quella notte, nel castello
in Normandia. Da dieci anni, la vergogna le impediva di rive-
larlo a chiunque. Al solo pensiero rabbrividiva ancora. In lon-
tananza si udì una sirena e la donna sentì all'improvviso tutta
la stanchezza di quella notte.
«Eccolo!» esclamò Langdon, scorgendo davanti a loro il
grande complesso del Roland Garros.
Sophie allungò il collo per leggere i nomi delle strade. Dopo
alcuni tentativi trovarono l'incrocio con Rue Haxo e seguirono
la direzione dei numeri decrescenti. Presto si trovarono in
mezzo a una zona industriale, tra due file di fabbriche.
"Il numero 24" si ripeteva Langdon, che, anche se non in-
tendeva ammetterlo, cercava la facciata di una chiesa. "Non
essere ridicolo. Una chiesa dei templari in questa zona?"
«Eccolo» esclamò Sophie, indicandogli l'edificio.
Langdon guardò nella direzione che lei gli mostrava.
Era un edificio moderno, un tozzo fortino con una grande
insegna al neon che rappresentava una croce a bràcci uguali.
Sotto la croce c'erano le parole: BANCA DEPOSITO DI ZURIGO.
Langdon si rallegrò con se stesso per non avere parlato a
Sophie della sua speranza di trovare una chiesa dei templari.
Il rischio professionale degli studiosi di simbologia era la ten-
denza a cogliere significati nascosti anche quando non ce n'e-
rano. In quel caso, Langdon si era completamente dimenticato
del fatto che la pacifica croce quadrata era stata adottata come
simbolo dalla neutrale Svizzera.
Almeno quel mistero era stato risolto.
La chiave trovata da Sophie apriva una cassetta di sicurezza
in una banca deposito svizzera.41.
All'esterno di Castel Gandolfo, un soffio di aria fresca che
scendeva verso la valle colpì il vescovo Aringarosa quando
scese dalla Fiat. "Avrei dovuto indossare qualcosa di più pe-
sante" pensò, imponendosi di non rabbrividire. Quella notte
non poteva dare un'impressione di debolezza o di paura.
Il castello era buio, a eccezione delle finestre più alte, che
erano minacciosamente accese. "La biblioteca" pensò Aringa-
rosa. "Sono svegli e mi aspettano." Abbassò la testa per pro-
teggersi dal vento e proseguì senza degnare di un'occhiata le
cupole dell'osservatorio.
Il sacerdote venuto ad accoglierlo alla porta aveva l'aria in-
sonnolita. Era lo stesso gesuita che l'aveva accolto cinque me-
si prima, anche se quella notte sembrava assai meno ospitale.
«Eravamo preoccupati per lei, Eminenza» disse il sacerdote.
Guardò l'orologio con aria più seccata che preoccupata.
«Le mie scuse. Le linee aeree sono imprevedibili, oggigiorno.»
Il sacerdote mormorò qualche parola che Aringarosa non riu-
scì a capire e poi disse: «La aspettano di sopra. L'accompagno».
La biblioteca era un'ampia sala quadrata con pannelli di le-
gno scuro dal pavimento al soffitto. Su tutti i lati, altissime
scaffalature straboccavano di volumi. Il pavimento era di
marmo color ambra con disegni di basalto nero, come a ricor-
dare che un tempo quell'edificio era un palazzo.
«Benvenuto, vescovo» lo salutò un uomo, dall'altra parte
della sala.
Aringarosa cercò di vedere chi avesse parlato, ma l'illumi-
nazione era straordinariamente fievole, molto più bassa che in
occasione della sua prima visita, quando tutte le luci erano ac-
cese. "La notte del brusco risveglio." Oggi quegli uomini se-
devano nell'ombra, come se in qualche modo si vergognasse-
ro di quanto stava per accadere.
Aringarosa entrò lentamente, in modo quasi regale. Vedeva
la sagoma di tre uomini seduti a un lungo tavolo, in fondo al-
la sala. Il profilo della persona al centro era subito riconoscibi-
le: l'obeso segretario vaticano, che gestiva tutte le questioni le-
gali all'interno della Santa Sede. Gli altri erano due importanti
cardinali italiani.
Aringarosa si diresse verso i tre. «Le mie scuse per l'ora, ma
abitiamo in fusi orari diversi. Dovete essere stanchi.»
«Niente affatto» rispose il segretario, con le braccia incrocia-
te sull'enorme ventre. «Siamo lieti che lei sia venuto fin qui. Il
minimo che potessimo fare era rimanere svegli per accoglier-
la. Possiamo offrirle un caffè o un altro rinfresco?»
«Preferirei che non fingessimo di essere qui per una visita
di cortesia. Devo prendere un altro aeroplano. Parliamo di af-
fari?»
«Certo» rispose il segretario. «Lei ha agito più in fretta di
quanto non immaginassimo.»
«Davvero?»
«Ha ancora un mese a disposizione.»
«Mi avete esposto le vostre preoccupazioni cinque mesi fa»
replicò Aringarosa. «Perché attendere?»
«Vero. Siamo lieti della sua efficienza.»
Lo sguardo di Aringarosa corse a una grossa cartella nera,
posata in fondo al tavolo. «È quanto avevo chiesto?»
«Sì.» Il segretario non pareva a proprio agio. «Anche se,
devo ammettere, la richiesta ci ha preoccupato. Sembra al-
quanto...»
«... pericoloso» terminò per lui uno dei cardinali. «È certo
che non la si possa accreditare su qualche conto bancario? La
cifra è enorme.»
"La libertà è costosa." «Non mi preoccupo per la mia sicu-
rezza. Dio è con me.»
Questa volta, l'uomo lo guardò con aria francamente dub-
biosa.
«I fondi sono esattamente come richiesto?»
Il segretario annuì. «Tìtoli di credito della Banca Vaticana,
ad alto valore nominale. Negoziabili come contanti in ogni
parte del mondo.»
Aringarosa si avvicinò alla cartella e l'aprì. All'interno c'e-
rano due grossi fasci di certificati al portatore, con lo stemma
vaticano.
Il segretario lo guardò con apprensione. «Devo dire, vesco-
vo, che saremmo meno preoccupati se quei fondi fossero in
contanti.»
"Una simile quantità di contanti non riuscirei neppure ad
alzarla" pensò Aringarosa, chiudendo la cartella. «Questi cer-
tificati sono come contanti. L'avete detto un attimo fa.»
I cardinali si scambiarono un'occhiata, con inquietudine, e
infine uno disse: «Sì, ma da quei certificati si può risalire diret-
tamente alla Banca Vaticana».
Aringarosa sorrise tra sé. Era esattamente il motivo per cui
il Maestro gli aveva suggerito di farsi dare il pagamento in ti-
toli del Vaticano. Era una forma di assicurazione. "Siamo tutti
compromessi, adesso." «È una transazione perfettamente re-
golare» replicò Aringarosa. «L'Opus Dei è una prelatura per-
sonale della Città del Vaticano e Sua Santità può distribuire il
suo denaro come gli sembra più conveniente. Non è stata in-
franta nessuna legge.»
«Vero, però...» Il segretario si spostò in avanti e la sedia ci-
golò sotto il peso. «Non sappiamo come lei intenda usare que-
sti fondi, e se si trattasse di qualcosa di illegale...»
«Visto ciò che mi chiedete» replicò Aringarosa «il modo in
cui utilizzerò questo denaro non vi riguarda.»
Scese un lungo silenzio.
"Sanno che ho ragione" pensò Aringarosa. «Adesso, imma-
gino che abbiate un foglio da farmi firmare.»
Tutti trasalirono a quelle parole e si affrettarono a passargli
il foglio, come se non vedessero l'ora che se ne andasse.
Aringarosa lo guardò. Portava il sigillo papale. «È uguale
alla copia che mi avete inviato?»
«Esattamente.»
Aringarosa si sorprese del distacco con cui firmava il docu-
mento. Gli altri tre prelati, però, parvero trarre un respiro di
sollievo.
«Grazie, vescovo» disse il segretario. «Il servizio da lei reso
alla Chiesa non sarà mai dimenticato.»
Aringarosa prelevò la cartella; il suo peso era una promessa
e dava un senso di autorità. I quattro uomini si scambiarono
un'occhiata, come se avessero ancora qualcosa in sospeso, ma
a quanto pareva si erano detti tutto. Aringarosa si voltò e si di-
resse alla porta.
«Vescovo?» lo chiamò uno dei cardinali, quando era ormai
vicino alla porta.
Aringarosa si voltò. «Sì?»
«Dove intende andare, dopo averci lasciati?»
Era una domanda più spirituale che geografica, ma Aringa-
rosa non aveva intenzione di parlare di argomenti morali a
quell'ora della notte. «Parigi» rispose, e uscì dalla biblioteca.42.
La Banca deposito di Zurìgo era una Geldschrank - ossia un
servizio di cassette di sicurezza - aperta ventiquattr'ore su
ventiquattro, che offriva l'intero moderno ventaglio di servizi
anonimi, nella migliore tradizione dei conti numerati svizzeri.
Aveva agenzie a Zurigo, Kuala Lumpur, New York e Parigi, e
negli ultimi anni aveva ampliato la propria gamma di presta-
zioni, in modo da offrire servizi computerizzati, attivati me-
diante un codice e senza l'intervento del personale.
Ma la parte predominante delle sue operazioni era la più an-
tica e la più semplice: il servizio di cassette di sicurezza anoni-
me. I clienti desiderosi di mettere in cassaforte qualsiasi bene,
dai certificati azionari ai quadri di valore, potevano depositarli
anonimamente, mediante una serie di dispositivi high-tech che
assicuravano la massima privacy, e poi ritirarli in qualsiasi mo-
mento, sempre nell'anonimato totale.
Quando Sophie fermò il taxi davanti all'ingresso, Langdon
diede un'occhiata alla severa architettura dell'edificio e capì
che in quella banca di Zurigo non c'era molto posto per l'u-
morismo. La costruzione era un rettangolo senza finestre che
pareva fatto di acciaio opaco. Un enorme mattone metallico,
interrotto soltanto da una croce equilatera di tubi al neon, alta
cinque metri, che ne illuminava la facciata.
La fama di riservatezza dei banchieri svizzeri era divenuta
una delle più apprezzate merci di esportazione della nazione.
Istituti come quello erano stati pesantemente criticati nella co-
munità dell'arte, perché fornivano ai ladri un luogo perfetto
in cui nascondere la refurtiva, se necessario per anni, finché le
acque non si fossero calmate. Dato che i depositi erano protet-
ti dalle leggi sulla privacy e non potevano essere ispezionati
dalla polizia - e inoltre erano collegati a conti numerati e non
a nomi di persone - i ladri potevano dormire tranquilli, sa-
pendo che la refurtiva era al sicuro e che non poteva condurre
la polizia fino a loro.
Si trovavano davanti a un grosso cancello all'imboccatura
di una rampa di cemento che portava sotto l'edificio. Una te-
lecamera, in alto, era puntata su di loro e Langdon ebbe subito
l'impressione che, diversamente da quelle del Louvre, fosse
funzionante.
Sophie abbassò il finestrino e guardò la colonna accanto al
posto del guidatore. Su un display a cristalli liquidi si leggeva
una scritta in varie lingue.
INSERIRE LA CHIAVE
La donna prese la chiave laser e tornò a controllare il di-
splay. Sotto lo schermo c'era una feritoia triangolare.
«Qualcosa mi dice che sia della stessa misura» commentò
Langdon.
Sophie allineò la chiave con il foro e la inserì fino all'impu-
gnatura. A quanto pareva non c'era bisogno di girarla. Imme-
diatamente, il cancello cominciò ad aprirsi. Sophie tolse il pie-
de dal freno e lasciò scendere l'auto fino a un secondo cancello.
Dietro di loro, il primo si chiuse, intrappolandoli come una na-
ve tra due dighe.
Langdon provò un senso di claustrofobia. "Speriamo che il
secondo cancello funzioni come il primo."
Il secondo display era uguale al precedente.
INSERIRE LA CHIAVE
Anche questo cancello si aprì subito, quando Sophie infilò
la chiave. Qualche istante più tardi svoltavano lungo la rampa
per entrare nel ventre dell'edificio.
Il garage era piccolo e buio, con il posto per una decina di
auto. In fondo, Langdon scorse l'ingresso: un lungo tappeto
rosso correva sul pavimento di cemento, invitando i visitatori
a raggiungere un'enorme porta che pareva forgiata in un uni-
co blocco di metallo.
"E poi si parla di messaggi ambigui" pensò Langdon. "Ve-
nite dentro, ma rimanete fuori."
Sophie posteggiò il taxi in un parcheggio vicino alla porta e
spense il motore. «Meglio lasciare qui la pistola.»
"Con piacere" pensò Langdon. Infilò l'arma sotto il sedile.
Sophie e Langdon si avviarono verso la lastra d'acciaio.
Non c'era maniglia, ma sulla parete era visibile un altro foro
triangolare. Questa volta senza istruzioni.
«Per tenere lontano chi non impara in fretta» commentò lo
studioso.
Sophie rise nervosamente. «Andiamo.» Infilò la chiave nel
foro e la porta si aprì verso l'interno, con un leggero ronzio.
Scambiandosi un'occhiata, Langdon e Sophie entrarono. La
porta si chiuse alle loro spalle, con un tonfo.
L'atrio della Banca deposito di Zurigo era il più imponente
che Langdon avesse visto. Mentre la maggior parte delle ban-
che si accontentava di marmo e granito lucidi, quella aveva
scelto lastre di metallo e rivetti.
"Chi è il loro architetto?" Langdon si chiese. "Le Acciaierie
Associate?"
Sophie pareva altrettanto intimidita mentre esaminava la
stanza.
Il metallo grigio era dappertutto: pavimento, pareti, scriva-
nie, porte, anche le sedie sembravano fuse nell'acciaio. L'effet-
to, però, era impressionante. Il messaggio era chiaro: "Siete
entrati in una cassaforte".
Un uomo massiccio, dietro il banco, alzò gli occhi. Spense il
piccolo televisore che stava guardando e rivolse loro un sorri-
so. Nonostante l'enorme muscolatura e la pistola che portava
alla cintura, li accolse con una cortesia tutta svizzera. «Bonsoir»
disse, e aggiunse in inglese: «Come posso aiutarvi?».
Il saluto in due lingue era l'ultima trovata di coloro che do-
vevano trattare con il pubblico. Non dava niente per scontato
e permetteva all'ospite di rispondere nella lingua da lui prefe-
rita.
Sophie non parlò. Si limitò a posare la chiave sul banco.
L'uomo la guardò e immediatamente rizzò la schiena. «Cer-
to. L'ascensore è in fondo al corridoio. Avverto che state arri-
vando.»
Sophie annuì e riprese la chiave. «Che piano?»
L'uomo la fissò in modo strano. «La chiave fornisce le istru-
zioni all'ascensore.»
Lei gli sorrise. «Ah, certo.»
La guardia osservò i due nuovi venuti raggiungere l'ascen-
sore, infilare la chiave, entrare nell'ascensore e sparire. Non
appena le porte si furono chiuse, prese il telefono. Non per av-
vertire del loro arrivo: non ce n'era bisogno. Un addetto alle
cassette di sicurezza era già stato avvertito automaticamente
quando la chiave era stata infilata nel comando del primo can-
cello.
Invece, la guardia chiamò il direttore notturno della banca.
Mentre il telefono squillava in attesa di avere la comunicazio-
ne, lui accese nuovamente il televisore e lo fissò. Il notiziario
che stava guardando era quasi finito, ma la cosa non aveva
importanza. Diede un'altra occhiata ai due volti mostrati sullo
schermo.
Il direttore rispose. «Oui?»
«Abbiamo un problema.»
«Che cosa succede?» chiese il direttore.
«La polizia cerca due persone.»
«E allora?»
«Tutt'e due sono appena entrate nella banca.»
Il direttore imprecò. «Va bene. Chiamo Monsieur Vèrnet im-
mediatamente. »
La guardia interruppe la comunicazione e fece una seconda
telefonata, questa volta all'Interpol.
Con stupore di Langdon, l'ascensore scendeva invece di
salire. Non aveva idea della profondità a cui erano andati
sotto la Banca deposito di Zurigo prima che la porta final-
mente si riaprisse. Non gli importava. Era lieto di uscire dal-
l'ascensore.
Con grande efficienza, un impiegato li stava già aspettando.
Era di mezza età, aveva un'aria gioviale e indossava un vesti-
to grigio che lo faceva sembrare leggermente incongruo. Un
banchiere del passato in un mondo high-tech.
«Bonsoir» li salutò. «Volete essere così gentili da seguirmi,
"S'il vous plaìt?» Senza aspettare la risposta, girò sui tacchi e si
avviò lungo un corridoio di metallo.
Langdon e Sophie lo seguirono attraverso una serie di corri-
doi, e scorsero alcune stanze contenenti grossi computer.
«Voici» disse il loro accompagnatore, aprendo una porta
d'acciaio. «Siamo arrivati.»
Langdon e Sophie si trovarono in un mondo completamen-
te diverso. La piccola stanza davanti a loro sembrava la came-
ra di un hotel di lusso. Metallo e rivetti erano scomparsi, sosti-
tuiti da tappeti orientali, mobili in legno scuro, sedie con
cuscini. Sul tavolo in mezzo alla stanza c'erano due bicchieri
di cristallo e una bottiglia di acqua minerale appena aperta,
con le bolle che salivano lungo il collo. Accanto alla bottiglia si
scorgeva una caffettiera fumante.
"Un tempismo perfetto" pensò Langdon. "In questo, nessu-
no batte gli svizzeri."
L'uomo rivolse loro un sorriso. «Ho l'impressione che que-
sta sia la vostra prima visita.»
Sophie esitò per un istante, poi gli rivolse un cenno affer-
mativo.
«Niente di strano. Le chiavi vengono spesso ricevute in ere-
dità, e la prima volta si hanno sempre dei dubbi sul protocol-
lo.» Indicò il tavolo con le bevande. «Questa stanza è vostra
finché ne avrete bisogno.»
«Ha detto che le chiavi vengono ereditate?» chiese Sophie.
«Certo. La vostra chiave è come un conto bancario numera-
to, che spesso viene passato da una generazione all'altra. Per i
nostri conti oro, il periodo minimo di affitto della cassetta è
cinquant'anni, pagati in anticipo. Perciò vediamo molti pas-
saggi tra familiari.»
Langdon lo fissò. «Ha detto cinquant'anni?»
«È il minimo» rispose l'uomo. «Naturalmente, si può affit-
tare per periodi molto più lunghi ma, se non si prendono ac-
cordi diversi, nel caso una cassetta non ci venga reclamata per
cinquant'anni, il suo contenuto viene automaticamente di-
strutto. Vi devo spiegare come accedere alla vostra cassetta?»
Sophie annuì. «Certo. Grazie.»
Con un gesto del braccio, l'uomo indicò l'intera sala. «Que-
sta è la vostra sala privata. Quando sarò uscito, potrete passare
tutto il tempo che vi occorre per controllare il contenuto della
vostra cassetta, che viene consegnata... laggiù.» Li condusse ac-
canto alla parete opposta, dove un nastro trasportatore entrava
e usciva dalla stanza formando un semicerchio, simile al siste-
ma per il recupero dei bagagli all'aeroporto. «Inserite la chiave
in questa fenditura...» Indicò uno schermo davanti al nastro.
Sotto c'erano un tastierino numerico e il solito foro triangolare.
«Quando il computer vi da la conferma, dopo avere ricono-
sciuto il codice della vostra chiave, inserite il numero di conto e
la vostra cassetta viene prelevata automaticamente dal sotter-
raneo e portata nella stanza. Quando avete finito, rimettete la
cassetta sul convogliatore, inserite di nuovo la chiave e il pro-
cesso si inverte. Dato che tutto è automatico, la vostra privacy è
assicurata, anche rispetto al personale della banca. Se vi serve
qualcosa, premete il bottone di chiamata sul tavolo.»
Sophie stava per rivolgergli una domanda quando squillò
un telefono, sul tavolo accanto all'acqua minerale e al caffè.
L'uomo fece la faccia sorpresa. «Scusate» disse sollevando
la cornetta. «Owi?» rispose. A mano a mano che ascoltava, la
sua fronte si aggrottava sempre più. «Olii... oui... d'accord.
Riagganciò e rivolse loro un sorriso tirato. «Scusate, devo la-
sciarvi. Accomodatevi.» Si avviò in fretta verso la porta.
«Scusi» lo chiamò Sophie. «Mi può spiegare una cosa, pri-
ma di andare? Ha detto che dobbiamo digitare un numero di
conto?»
L'uomo si fermò accanto alla porta. Era impallidito. «Certo.
Come in molte banche, i nostri conti sono numerici e non no-
minativi. Voi avete una chiave e un numero personale noto
soltanto a voi. La chiave è solo metà della vostra identificazio-
ne, il numero di conto è l'altra metà. Altrimenti, se perdeste la
chiave, chiunque potrebbe usarla.»
Sophie ebbe un attimo di esitazione. «E se ho ricevuto in
eredità solo la chiave, senza il numero di conto?»
L'uomo li guardò come per dire: "Allora questo non è il vo-
stro posto, ovviamente". Rivolse loro un sorriso. «Manderò
qualcuno ad aiutarvi. Arriverà subito.» Quando uscì dalla
stanza, si chiuse la porta alle spalle e fece scattare la serratura,
chiudendoli all'interno.
Dall'altra parte della città, alla Gare Saint-Lazare, Collet
aveva appena dato gli ordini ai suoi uomini quando squillò il
telefono.
Era Pache. «L'Interpol ha una pista» disse il capitano. «La-
scia perdere il treno. Langdon e Neveu sono appena entrati
nella sede parigina della Banca deposito di Zurigo, 24 Rue
Haxo. Voglio che andiate laggiù immediatamente.»
«Qualche informazione sul messaggio che Saunière ha cer-
cato di lasciare all'agente Neveu e a Robert Langdon?»
Pache gli rispose in tono gelido. «Se li arresterai, tenente
Collet, potrò chiederglielo personalmente.»
Collet non insistette. «Al 24 di Rue Haxo? Andiamo subito,
capitano.» Spense il telefono e chiamò i suoi uomini.43.
Andre Vernet, presidente della filiale parigina della Banca de-
posito di Zurigo, abitava in un elegante appartamento sopra la
banca. Nonostante la lussuosa sistemazione, aveva sempre so-
gnato di possedere una casa nell'Ile Saint-Louis, dove avrebbe
potuto frequentare le persone veramente raffinate, anziché in
quel quartiere, dove incontrava soltanto i ricchi cafoni.
"Quando andrò in pensione" Vernet si diceva "mi riempirò
la cantina di rari bordeaux, abbellirò il mio salone con un Fra-
gonard e magari anche un Boucher, e passerò la giornata a
cercare mobili antichi e libri rari nel Quartiere Latino."
Quella notte, Vernet era sveglio soltanto da sei minuti e
mezzo. Tuttavia, mentre percorreva il corridoio sotterraneo
della banca, sembrava appena uscito dal sarto e dal parruc-
chiere. Impeccabilmente vestito di un completo di seta, si
spruzzò in bocca un deodorante per l'alito e si raddrizzò la
cravatta mentre camminava. Abituato a svegliarsi a tutte le
ore per occuparsi dei clienti internazionali provenienti da altri
fusi orari, Vernet aveva le abitudini dei Masai, la tribù africa-
na famosa per la sua capacità di passare in pochi secondi dal
sonno profondo a uno stato di piena lucidità, pronto per la
battaglia.
"Pronto per la battaglia" pensò Vernet, con il timore che il
paragone fosse particolarmente azzeccato, quella notte. L'arri-
vo di un cliente con la chiave d'oro richiedeva sempre un sup-
plemento di attenzione, ma l'arrivo di un cliente dalla chiave
d'oro ricercato dalla polizia era una questione molto delicata.
La banca aveva già abbastanza guai con la legge per i diritti
alla privacy dei clienti e non aveva certo bisogno della prova
che alcuni di loro fossero dei criminali.
"Cinque minuti" si disse Vernet. "Queste persone devono
essere fuori della mia banca prima che la polizia arrivi."
Se avesse fatto in fretta, il disastro poteva essere evitato.
Vernet avrebbe detto alla polizia che i due ricercati erano en-
trati nella sua banca come riferito ma, non essendo clienti e
non avendo un numero di conto, erano stati allontanati. Pur-
troppo, il maledetto guardiano aveva telefonato all'Interpol.
A quanto pareva, la riservatezza non era compresa nel voca-
bolario di una guardia da quindici euro l'ora.
Giunto alla porta, trasse un profondo respiro per calmarsi.
Poi, sforzandosi di sorridere, la aprì ed entrò nella stanza co-
me un soffio di brezza.
«Buonasera» disse, guardando i clienti. «Sono Andre Ver-
net. Come posso esservi...» Il resto della frase gli rimase bloc-
cato in gola. La donna che si trovò di fronte era l'ultima perso-
na al mondo che si sarebbe aspettato di vedere.
«Scusi, ma ci conosciamo?» chiese Sophie. Non si ricordava
del banchiere, ma l'uomo aveva l'espressione di chi ha appena
visto uno spettro.
«No...» farfugliò il presidente della banca. «Non... credo. I
nostri servizi sono anonimi.» Esalò il fiato e si sforzò di sorri-
dere. «Il mio assistente dice che avete una chiave ma non il nu-
mero di conto? Posso chiedere come avete ottenuto la chiave?»
«Me l'ha affidata mio nonno» rispose Sophie, guardando
con attenzione l'uomo, che sembrava sempre più agitato.
«Davvero? Suo nonno le ha dato la chiave ma non il nu-
mero?»
«Penso che non ne abbia avuto il tempo» rispose Sophie. «È
stato assassinato questa notte.»
L'uomo fece un passo indietro, inorridito. «Jacques Sauniè-
re è morto?» chiese, con voce tremante. «Ma... come?»
Questa volta fu Sophie a fare un passo indietro per la sor-
presa. «Lei conosceva mio nonno?»
Andre Vernet era altrettanto scosso; dovette appoggiarsi al
tavolo. «Io e Jacques eravamo cari amici. Quando è successo?»
«Poche ore fa, nella galleria del Louvre.»
Vernet dovette sedersi su una poltroncina. «Devo rivolgervi
una domanda importante.» Guardò Langdon e poi Sophie.
«Uno di voi ha qualcosa a che fare con la sua morte?»
«No!» esclamò Sophie. «Assolutamente no!»
Vernet aggrottò la fronte e riflettè, con aria cupa. «L'Interpol
ha diffuso le vostre fotografie. Siete ricercati per omicidio. Ec-
co perché vi ho riconosciuto.»
Sophie abbassò la testa. "Pache ha già trasmesso i nostri da-
ti all'Interpol?" Il capitano doveva avere dei motivi personali
che Sophie non conosceva. In poche parole spiegò a Vernet chi
era Langdon e ciò che era successo all'interno del Louvre.
Vernet la guardò con stupore. «E mentre moriva, suo nonno
le ha lasciato un messaggio in cui le diceva di cercare il signor
Langdon?»
«Sì, e questa chiave.» Sophie la posò sul tavolo davanti a
Vernet, con il sigillo del Priorato in basso.
Vernet guardò la chiave ma non la toccò. «Ha lasciato solo
la chiave? Nient'altro? Un foglio di carta?»
Sophie aveva dovuto agire in fretta, ma era certa di non ave-
re trovato altro, dietro la Vergine delle rocce. «No. Solo la chiave.»
Vernet sospirò. «Purtroppo, ogni chiave è elettronicamente
accoppiata a un numero di dieci cifre che serve da controllo.
Senza quel numero, la sua chiave è inutile.»
"Dieci cifre." Con riluttanza, Sophie calcolò le probabilità.
"Dieci miliardi di alternative possibili." Anche con i grossi cal-
colatori del dipartimento avrebbero impiegato settimane a tro-
varlo. «Certo, adesso che sa come stanno le cose, potrà aiutarci.»
«Sono desolato, ma davvero non posso fare nulla. I clienti
comunicano il numero scelto per mezzo di un terminale sicu-
ro, e questo significa che i numeri sono noti soltanto al cliente
e al computer. È un modo per assicurare l'anonimato e la sicu-
rezza dei nostri dipendenti.»
Sophie capiva. Anche i supermercati adottavano quel siste-
ma. "Gli impiegati non hanno le chiavi per aprire la cassaforte."
La banca non voleva correre il rischio che qualcuno rubasse
una chiave e poi prendesse in ostaggio un impiegato per farsi
dare il numero di conto. Si sedette accanto a Langdon, guardò
prima la chiave e poi Vernet. «Ha idea di quello che mio non-
no conservava nella vostra banca?»
«Assolutamente no. Del resto, questo è implicito nella natu-
ra dì una banca deposito come la nostra.»
«Signor Vernet» insistette lei «abbiamo poco tempo. Le de-
vo rivolgere qualche domanda.» Prese la chiave d'oro e la
girò, osservando l'espressione dell'uomo quando comparve il
simbolo del Priorato di Sion. «Questo simbolo significa qual-
cosa per lei?»
Vernet guardò il giglio e le lettere senza tradire alcuna rea-
zione. «No, ma molti nostri clienti incidono lo stemma della
ditta o le loro iniziali sulle chiavi.»
Sophie sospirò, continuando a guardarlo con attenzione.
«Questo stemma è il simbolo di una società segreta che ha no-
me Priorato di Sion.»
Anche questa volta, Vernet non mostrò alcuna reazione.
«Non ne so nulla. Suo nonno era un amico, ma parlavamo so-
prattutto di affari.» L'uomo si aggiustò la cravatta; adesso da-
va visibili segni di nervosismo.
«Signor Vernet» insistette Sophie, in tono fermo. «Mio non-
no mi ha telefonato ieri pomeriggio e mi ha detto che eravamo
in grave pericolo. Ha detto che doveva darmi un oggetto. Mi
ha fatto avere una chiave della vostra banca. Adesso è morto.
Qualunque indizio che lei possa darci ci sarà di grande aiuto.»
Vernet cominciava a sudare per il nervosismo. «Dobbiamo
uscire dall'edificio. Temo che presto arriverà la polizia. Il mio
guardiano si è sentito in dovere di avvertire l'Interpol.»
Sophie se l'aspettava. Fece un ultimo tentativo. «Mio nonno
ha detto di dovermi dire la verità sulla mia famiglia. Questo
significa qualcosa per lei?»
«Mademoiselle, la sua famiglia è morta in un incidente
d'auto quando lei era piccola. Mi dispiace. So che suo nonno
l'amava molto. Mi ha detto spesse volte di essere addolorato
dal fatto che vi foste persi di vista.»
Sophie non seppe che cosa rispondere.
Langdon chiese: «Il contenuto di questo conto ha qualcosa a
che fare con il Sangreal?».
Vernet gli rivolse un'occhiata strana. «Non ho idea di che
cosa sia.» In quel momento, il cellulare squillò ed egli se lo
portò all'orecchio. «Ouz?» Ascoltò per un attimo, con aria sor-
presa e preoccupata. «La police? Si rapidement?» Imprecò, die-
de qualche rapido ordine in francese e disse che sarebbe arri-
vato entro un minuto.
Spense il telefono e si rivolse a Sophie. «La polizia si è mos-
sa più in fretta del solito. È già in arrivo.»
Sophie non aveva intenzione di allontanarsi a mani vuote.
«Dica che siamo già andati via. Se vogliono perquisire la ban-
ca, chieda un mandato. Così guadagnerà tempo.»
«Senta» rispose Vernet «Jacques era un amico e la mia banca
non vuole questo genere di pubblicità. Per queste due ragioni,
non ho intenzione di permettere un arresto nei miei locali. Da-
temi un minuto e vedrò come portarvi fuori della banca. Più
di questo non posso fare.» Si alzò e corse alla porta. «Rimane-
te qui. Prendo alcuni accordi e torno.»
«Ma la cassetta di sicurezza?» chiese Sophie. «Non possia-
mo andare via senza aprirla.»
«Non posso farci nulla» rispose Vernet, mentre si avvicina-
va alla porta. «Mi dispiace.»
Sophie lo guardò uscire, chiedendosi se il numero del conto
non fosse sepolto in una delle lettere che il nonno le aveva in-
viato nel corso degli anni e che lei non aveva aperto.
Langdon si alzò bruscamente; Sophie gli scorse uno strano
luccichìo nello sguardo.
«Robert, perché sorridi?»
«Tuo nonno era un genio.»
«Come?»
«Dieci cifre?»
Sophie non capì che cosa intendesse dire.
«Il numero di conto» spiegò lui, con il suo solito mezzo sor-
riso. «Sono certo che, dopotutto, ce lo abbia lasciato.»
«Dove?»
Langdon prese la stampata della foto scattata sulla scena
del delitto e la distese sul tavolo. A Sophie bastò leggere la pri-
ma riga per sapere che lo studioso aveva ragione.

13-3-2-21-1-1-8-5
O, Draconian devii!
Oh, lame saint!
P.S. Trova Robert Langdon44.
«Dieci cifre» ripetè Sophie* Tutti i suoi istinti di crittologa fre-
mevano, mentre studiava la scritta.
13-3-2-21-1-1-8-5
"Il nonno ha scritto il numero del conto sul pavimento del
Louvre!"
Quando Sophie aveva visto la sequenza di Fibonacci con
l'ordine dei numeri cambiato, aveva pensato che avesse uni-
camente lo scopo di far intervenire il dipartimento di dittolo-
gia per fare accorrere lei. Più tardi aveva capito che i numeri
suggerivano anche la chiave per interpretare le righe successi-
ve: "una sequenza non in ordine, un anagramma numerico".
Ora, con profondo stupore, comprendeva che i numeri aveva-
no un significato ancora più importante.
Quasi certamente erano il codice numerico che permetteva di
aprire la misteriosa cassetta di sicurezza di Jacques Saunière.
«Era il maestro del doppio senso» commentò Sophie, rivol-
gendosi a Langdon. «Amava tutto ciò che aveva parecchi li-
velli di significato. Un rompicapo all'interno di un altro rom-
picapo.»
Langdon si stava già avvicinando allo schermo vicino al na-
stro trasportatore. Sophie prese il foglio e lo seguì.
Sotto lo schermo si scorgeva un tastierino numerico simile a
quello dei terminali delle casse automatiche. Sullo schermo
c'era unicamente lo stemma della banca, la croce. Accanto al
tastierino numerico si apriva il solito foro triangolare. Sophie
vi infilò la chiave.
Lo schermo cambiò immediatamente.
NUMERO DI CONTO:
Il cursore prese a lampeggiare sul primo spazio, in attesa
che venissero digitati i numeri.
"Dieci cifre." Sophie lesse i numeri e Langdon li battè sul ta-
stierino.
NUMERO DI CONTO:
1332211185
Dopo che lo studioso ebbe battuto l'ultimo numero, sullo
schermo apparve una scritta in varie lingue:
ATTENZIONE:
PRIMA DI PREMERE IL TASTO "ESEGUI", SIETE PREGATI
DI CONTROLLARE L'ACCURATEZZA DEL VOSTRO NUMERO DI CONTO.
PER LA VOSTRA SICUREZZA, SE IL COMPUTER NON DOVESSE
RICONOSCERE IL VOSTRO NUMERO DI CONTO, QUESTO SISTEMA
VERRÀ AUTOMATICAMENTE BLOCCATO.
«Un dispositivo per bloccare il funzionamento» commentò
Sophie, aggrottando la fronte. «Pare che abbiamo a disposi-
zione un solo tentativo.» Le normali casse automatiche delle
banche concedevano agli utenti tre tentativi prima di confisca-
re la carta di credito. Ma quella, ovviamente, non era una cas-
sa automatica.
«Il numero sembra giusto» confermò Langdon, leggendo la
scritta e controllandola sulla stampata. Indicò il tasto "ese-
gui". «Premilo.»
Sophie tese la mano verso il tasto, ma si fermò a mezza stra-
da, colpita da un nuovo pensiero.
«Dai» la incitò Langdon. «Vernet arriverà tra poco.»
«No.» La donna abbassò la mano. «Questo numero non è
giusto.»
«Certo che lo è! Sono dieci cifre. Che altro vuoi che sia?»
«È troppo casuale.»
"Troppo casuale?" Langdon non era d'accordo. Si consiglia-
va sempre di scegliere una serie di numeri a caso, in modo che
nessuno potesse indovinarli. Anche in quella banca, certa-
mente, lo consigliavano!
Sophie cancellò le cifre e guardò Langdon con aria di gran-
de sicurezza. «Sarebbe una coincidenza troppo grande se un
numero casuale fosse una trasposizione della sequenza di Fi-
bonacci.»
Langdon non potè che darle ragione. Qualche ora prima,
Sophie aveva dimostrato come quei numeri fossero una ri-
combinazione della sequenza di Fibonacci. Ma perché sceglie-
re una ricombinazione, invece di un numero davvero casuale?
Sophie battè un altro numero, a memoria. «Inoltre» disse
«con la sua passione per i simboli e i giochi matematici, mi pa-
re logico che scegliesse un numero che aveva significato per
lui, facile da ricordare.» Terminò di digitare le cifre e gli sorri-
se. «Un numero che sembra casuale, ma non lo è.»
Langdon guardò lo schermo.
NUMERO DI CONTO:
1123581321
A Langdon occorse un istante per riconoscerlo, ma capì che
aveva ragione.
"La sequenza di Fibonacci. 1-1-2-3-5-8-13-21."
Quando la sequenza era scritta senza staccare i numeri, era
virtualmente irriconoscibile. "Facile da ricordare, ma appa-
rentemente casuale." Un numero di dieci cifre che Saunière
non poteva certo dimenticare e che, come le altre scritte sul
pavimento del Louvre, era stato "anagrammato" fino a perde-
re qualsiasi significato; ma per poterlo utilizzare occorreva ri-
solvere l'anagramma.
Sophie premette il tasto "esegui".
Non successe niente.
Almeno, niente che si potesse vedere da quella stanza.
Nello stesso momento, sotto di loro, nell'ampio sotterraneo
della banca, un braccio robotico si mosse. Scivolando su un
sistema di scorrimento a due assi fissato al soffitto, il braccio
si diresse alle coordinate precise che il computer gli aveva
trasmesso. Sul pavimento della cripta, centinaia di identiche
casse di plastica erano allineate in modo da formare un enor-
me reticolo... come file di bare in una camera mortuaria sot-
terranea.
Fermandosi sul punto esatto cercato, il braccio si abbassò e
il suo occhio elettronico controllò il codice a barre posto sulla
scatola. Poi, con la precisione dei computer, afferrò l'impu-
gnatura e sollevò verticalmente la cassetta. Entrò in azione un
altro motore elettrico e il braccio trasportò la cassetta fino al
fondo della camera sotterranea e si fermò sopra un nastro tra-
sportatore. Lentamente si abbassò, posò la cassetta e si sol-
levò.
Quando il braccio lasciò la cassetta, il nastro trasportatore si
mosse.
Nella sala riservata ai clienti, Sophie e Langdon trassero un
sospiro di sollievo nel vedere che il nastro trasportatore si era
messo in movimento. Fermi accanto a esso, si sentivano come
viaggiatori all'aeroporto, in attesa della consegna di una vali-
gia di cui ignoravano il contenuto.
Dove il nastro entrava nella stanza c'erano due portelli
scorrevoli, alti e larghi più di un metro. Quello di destra si
alzò per lasciare passare una grossa cassa di plastica, nera e
assai più grande di una normale valigia. Pareva una di quelle
gabbie che si impiegano per trasportare sugli aerei cani e gatti,
ma non c'erano le aperture per l'aria.
La cassetta si fermò davanti a loro.
Langdon e Sophie la fissarono perplessi.
Come tutto il resto di quella banca, il contenitore sembrava
un comune prodotto industriale. I ganci per la chiusura erano
metallici, in alto c'era un codice a barre, il manico era di plasti-
ca spessa. Sembrava una grossa scatola per attrezzi.
Senza perdere tempo, Sophie aprì le due chiusure davanti a
lei. Poi rivolse un'occhiata a Langdon. Insieme sollevarono il
coperchio e lo lasciarono ricadere all'indietro.
Tutt'e due fecero un passo avanti e scrutarono all'interno
del contenitore.
A una prima occhiata, Sophie pensò che la scatola fosse
vuota. Poi scorse un oggetto, in fondo al contenitore, un solo
oggetto.
Un cofanetto di legno lucidato, grosso come una scatola da
scarpe e con le cerniere e la chiusura dorate. Il legno aveva un
colore rosso cupo e una grana molto fine. Palissandro, com-
prese Sophie. Il preferito di suo nonno. Sul coperchio si scor-
geva un bellissimo intarsio raffigurante una rosa. Rivolse
un'occhiata interrogativa a Langdon, poi si chinò a prendere il
cofanetto.
"Mio Dio, com'è pesante!"
Con grande attenzione, la portò sul tavolo; poi, insieme a
Langdon, fissò la piccola cassa del tesoro che Saunière aveva
fatto trovare loro.
Lo studioso osservava con stupore l'intarsio raffigurante
una rosa a cinque petali. Aveva già visto molte volte quel tipo
di fiore. «La rosa a cinque petali» sussurrò «è un simbolo del
Priorato. Rappresenta il Santo Graal.»
Sophie lo guardò. Langdon capì perfettamente che cosa
pensasse; anche a lui era venuto lo stesso pensiero. La dimen-
sione del cofanetto, il peso, il simbolo del Priorato parevano
portare a una sola conclusione. "La Coppa di Cristo è in que-
sta cassetta di legno." Langdon tornò a ripetersi che era im-
possibile.
«La dimensione» sussurrò Sophie «è quella giusta per con-
tenere... una coppa.»
"Il Graal non può essere una coppa."
Sophie tirò la cassetta verso di sé, per aprirla. Nel muover-
la, però, udì qualcosa di inatteso. Dal cofanetto le giunse uno
strano gorgoglio.
Langdon trasse bruscamente il fiato. "C'è del liquido, all'in-
terno?"
Sophie era altrettanto confusa. «Hai sentito...?»
Langdon annuì, perplesso. «Un liquido.»
Sophie aprì con cautela la chiusura e sollevò il coperchio.
L'oggetto contenuto all'interno era diverso da qualunque
altro che Langdon avesse mai visto. Una cosa, però, fu imme-
diatamente chiara a tutt'e due. Non poteva assolutamente es-
sere la Coppa di Cristo.45.
«La polizia ha bloccato la strada» disse Andre Vernet, entran-
do nella sala. «Portarvi fuori non sarà facile.» Solo quando
chiuse la porta dietro di sé, l'uomo vide la grossa cassa di pla-
stica sul nastro trasportatore e si fermò bruscamente. "Mio
Dio! Sono riusciti a trovare il numero di conto di Saunière?"
Sophie e Langdon erano accanto al tavolo ed esaminavano
quello che sembrava un grosso scrigno per gioielli. Sophie
chiuse immediatamente il coperchio e sollevò la testa. «Abbia-
mo scoperto di avere anche il numero» spiegò.
Vernet era rimasto senza parole. Quella novità cambiava
tutto. Staccò rispettosamente gli occhi dal cofanetto e cercò di
pensare alla sua prossima mossa. "Devo farli uscire dalla mia
banca!" Ma con la polizia che bloccava gli accessi, Vernet ve-
deva solo un modo per farlo. «Mademoiselle Neveu, se riu-
scissi a farvi uscire dalla banca, portereste l'oggetto con voi o
lo rimettereste nel deposito prima di uscire?»
Sophie guardò prima Langdon e poi Vernet. «Dobbiamo
portarlo via con noi.»
Vernet annuì. «Molto bene, allora, qualunque sia l'oggetto,
suggerisco che lo nascondiate mentre passiamo per il corridoio.
Lo avvolga nella giacca. Preferirei che nessuno lo vedesse.»
Mentre Langdon si toglieva la giacca, Vernet raggiunse il
nastro trasportatore,, chiuse la cassa, ormai vuota, e battè alcu-
ni semplici comandi. Il nastro si mise in moto per riportare il
contenitore nel sotterraneo. L'uomo sfilò la chiave e la porse a
Sophie.
«Da questa parte, per favore. In fretta.»
Quando arrivarono nella zona di carico e scarico, Vernet ve-
deva già le luci della polizia riflettersi sulle pareti del garage
sotterraneo. Aggottò la fronte. Probabilmente, avevano bloc-
cato la rampa. "Penso davvero di farcela?" Cominciava a su-
dare.
Indicò a Langdon e Sophie un furgone corazzato. Il traspor-
to di valori era un altro servizio offerto dalla sua banca.
«Montate nel compartimento di carico» disse, aprendo le
porte posteriori e indicando il vano d'acciaio. «Torno subito.»
Mentre Sophie e Langdon salivano, Vernet attraversò il ga-
rage per entrare nell'ufficio del controllore; prelevò le chiavi
del furgone e si infilò una giacca e un cappello da autista, la-
sciando nell'ufficio la cravatta e la giacca. Prima di indossare
la divisa, però, prese una fondina e se la sistemò sotto l'ascel-
la. Mentre usciva, agguantò una pistola, vi inserì un caricatore
e la ripose nella fondina. Quando fu di nuovo al furgone, Ver-
net si calò il berretto sugli occhi e guardò Sophie e Langdon
che erano in piedi all'interno del vano di carico.
«Questa vi servirà» disse Vernet, accendendo la lampada
del vano. «Ed è meglio che vi sediate. Non dite una sola paro-
la mentre usciamo.»
Sophie e Langdon si sedettero sul pavimento di metallo.
Langdon teneva tra le braccia la cassetta, avvolta nella giacca.
Vernet chiuse le porte massicce, poi si mise al volante e avviò
il motore.
Mentre il furgone corazzato saliva lentamente la rampa,
Vernet sentiva il sudore raccogliersi sotto il berretto da autista.
Le auto della polizia erano assai più numerose di quanto si
fosse aspettato.
Imboccata la rampa, il cancello interno si aprì per lasciar
passare il furgone. Vernet proseguì e attese che il cancello die-
tro di lui si chiudesse prima di andare oltre e attivare il succes-
sivo sensore. Il cancello più esterno si spalancò per permetter-
gli di uscire.
"A parte l'auto della polizia che blocca la cima della ram-
pa." Vernet si asciugò la fronte e proseguì.
Un agente uscì dall'auto e gli fece segno di fermarsi a pochi
metri dal blocco. Quattro auto erano parcheggiate sulla strada.
Vernet si fermò, abbassò ancora di più il berretto e cercò di
assumere l'aria più popolare che gli era permessa dalla sua
cultura raffinata. Senza lasciare il volante, aprì la portiera e
guardò l'agente, che aveva alzato la testa verso di lui e lo os-
servava con aria severa. «Qn'est-ce qui se passe?» chiese in tono
sgarbato. Che succede?
«Je suis Jéròme Collet» rispose l'agente. «Lieutenant, Police ju-
diciaire.» Indicò il vano di carico. «Qu'est-ce qu'il y a là-dedans?»
Cosa c'è là dentro.
«E come faccio a saperlo?» rispose Vernet, in francese
sgrammaticato. «Io sono solo un autista.»
Collet non fece commenti su questa osservazione. «Cerchia-
mo due criminali.»
Vernet rise. «Allora è proprio il posto giusto. Qualcuno dei
bastardi a cui porto la roba devono essere dei criminali, visto i
soldi che hanno.»
L'agente gli mostrò la foto, presa dal passaporto, di Robert
Langdon. «Quest'uomo è entrato nella vostra banca, poco fa?»
Vernet fece spallucce. «Non lo chieda a me. Io non vado al
di là del garage. Non ci lasciano andare dove ci sono i clienti.
Deve chiedere al sorvegliante, all'ingresso.»
«La banca vuole un mandato per lasciarci entrare.»
Vernet fece una smorfia. «Eh, la direzione... Non mi faccia
parlare.»
«Apra il furgone, per favore.» Collet indicò il vano di carico.
Vernet lo guardò e rise. «Aprire il furgone? Perché, lei crede
che io abbia le chiavi? Crede che si fidino dì me? Dovrebbe ve-
dere che schifo di stipendio mi danno.»
L'agente lo guardò con evidente scetticismo. «Vuol farmi
credere di non avere le chiavi del suo furgone?»
Vernet scosse la testa. «Non quelle del carico. Solo quella
dell'accensione. Questi furgoni vengono chiusi dal sorve-
gliante, nell'area di carico e scarico. Poi aspettano mentre
qualcuno porta le chiavi al destinatario. Quando il destinata-
rio telefona per confermarci di averle ricevute, allora noi par-
tiamo, non un momento prima. Non ci fanno mai sapere che
cosa trasportiamo.»
«E questo furgone quando è stato chiuso?»
«Ore fa. Devo portarlo fino a Saint-Thurial, questa notte. Le
chiavi sono già là.»
L'agente non fece commenti. Si limitò a scrutarlo come se
volesse leggergli nel cervello.
Una goccia di sudore minacciava di scivolare lungo il naso
di Vernet. «Le dispiace?» disse, indicando l'auto che gli bloc-
cava la strada e approfittandone per asciugarsi con la manica.
«Non ho molto tempo.»
«Tutti gli autisti qui hanno il Rolex?» chiese l'agente, indi-
cando il suo polso.
Vernet abbassò lo sguardo e vide luccicare il cinturino del
suo orologio - assurdamente costoso - sotto la manica. "Mer-
de." «Questa patacca? L'ho comprata per venti euro da un
taiwanese col banchetto a Saint Germain des Près. Per quaran-
ta glielo vendo.»
L'agente lo guardò ancora per qualche istante e infine fece
un passo indietro. «No, grazie. Buon viaggio.»
Vernet tornò a respirare soltanto quando il furgone fu a una
cinquantina di metri dalle auto della polizia. Ma adesso aveva
un altro problema. Il suo carico. "Dove li porto?"46.
Silas giaceva a faccia in giù sulla sua brandina e lasciava che il
sangue delle ferite sulla schiena si asciugasse all'aria. Dopo la
seconda sessione di disciplina della notte si sentiva debole e
gli girava la testa. Non si era tolto il cilicio e il sangue gli scor-
reva all'interno della coscia. Tuttavia, non si sentiva ancora
pronto a sfilarsi la fascia. "Ho tradito la fiducia della Chiesa.
Peggio ancora, ho tradito la fiducia del vescovo."
Quella notte doveva essere la salvezza del vescovo Aringa-
rosa. Cinque mesi prima, il vescovo era tornato da una riunio-
ne all'Osservatorio Vaticano, dove aveva appreso una notizia
che l'aveva profondamente cambiato. Dopo avere trascorso
alcune settimane nella più profonda depressione, Aringarosa
aveva finalmente condiviso la notizia con Silas.
«Ma è impossibile!» aveva esclamato l'albino.
«È vero» aveva risposto Aringarosa. «Inconcepibile, ma ve-
ro. Tra soli sei mesi.»
Le parole del vescovo avevano terrorizzato Silas. Aveva
pregato perché fossero liberati da quel pericolo e, anche in
quei giorni di dolore, la sua fede in Dio e nella Via non aveva
mai vacillato. C'era voluto ancora un mese perché le nubi si
schiudessero miracolosamente e la luce di una possibilità ri-
prendesse a brillare.
"La Divina Provvidenza" aveva detto Aringarosa. Per la
prima volta, il vescovo aveva ripreso le speranze. «Silas» ave-
va sussurrato «Dio ci dona la possibilità di proteggere la Via.
La nostra battaglia, come tutte le battaglie, richiederà sacrifici.
Sei disposto a essere un soldato di Dio?»
Silas era caduto in ginocchio davanti al vescovo Aringarosa
- l'uomo che gli aveva dato una nuova vita - e aveva detto:
"Io sono un agnello del Signore. Conducimi come il pastore
dove il tuo cuore ti ordina».
Quando Aringarosa gli aveva descritto l'occasione che gli si
era presentata, Silas aveva capito che poteva essere solo opera
della mano di Dio. "Un evento miracoloso!" Il vescovo aveva
messo Silas in contatto con l'uomo che gli aveva proposto il
piano e che si faceva chiamare il Maestro. Anche se il Maestro
e Silas non si erano mai incontrati di persona, ogni volta che si
erano parlati al telefono Silas era stato colto da un reverenzia-
le timore davanti alla profondità della sua fede e all'ampiezza
del suo potere. Il Maestro sembrava un uomo che conoscesse
tutto, un uomo con occhi e orecchi in ogni luogo. Come racco-
gliesse le sue informazioni, Silas lo ignorava, ma Aringarosa
aveva un'enorme fiducia nel Maestro e aveva detto a Silas:
«Fa' come il Maestro ti comanda e la vittoria sarà nostra».
"La vittoria sarà nostra." Silas guardò il pavimento spoglio
e pensò a come la vittoria fosse sfuggita loro di mano. Il Mae-
stro era stato ingannato. La chiave di volta era risultata un vi-
colo cieco. E con quell'inganno era morta ogni speranza.
Silas avrebbe voluto chiamare il vescovo per avvertirlo, ma
il Maestro aveva vietato ogni comunicazione tra loro. "Per la
nostra salvezza."
Alla fine, quando riuscì a vincere i timori che gli impediva-
no di agire, Silas si alzò e andò a frugare nella tonaca, che gia-
ceva sul pavimento. Recuperò dalla tasca il telefono cellulare.
La testa china per la vergogna, compose il numero. «Maestro»
sussurrò «tutto è perduto,» Poi riferì fedelmente come fosse
stato ingannato.
«Perdi le speranze troppo in fretta» rispose il Maestro. «Ho
appena ricevuto alcune notizie, inattese e benvenute. Il segre-
to sopravvive. Jacques Saunière è riuscito a passare l'informa-
zione prima di morire. Ti chiamerò presto. Il nostro lavoro di
questa notte non è ancora terminato.»47.
Viaggiare nel vano scarsamente illuminato del furgone coraz-
zato era come essere trasportati all'interno di una cella di iso-
lamento. Langdon lottava contro l'ansia che lo prendeva
quando si trovava in spazi ristretti. "Vernet ha detto che ci
avrebbe portato fuori città, a una distanza sicura. Ma dove? E
a che distanza?"
Cambiò posizione perché dopo essere rimasto per troppo
tempo seduto, a gambe incrociate, aveva perso sensibilità agli
arti inferiori. Continuava a tenere in mano lo strano tesoro che
avevano recuperato dalla banca.
«Penso che siamo arrivati all'autostrada» sussurrò Sophie.
Anche Langdon lo aveva notato. Il furgone, dopo un'este-
nuante pausa in cima alla rampa, era ripartito e per un paio di
minuti aveva continuato a svoltare un po' a destra e un po' a
sinistra, e adesso accelerava a tutta velocità. Sotto di loro, le
ruote a prova di proiettile correvano su una carreggiata liscia.
Tornando a interessarsi del cofanetto di palissandro che strin-
geva, Langdon posò sul pavimento il fagotto, aprì la giacca e lo
estrasse, tirandolo verso di sé. Sophie si spostò per andare a se-
dersi accanto a lui. Langdon ebbe l'impressione che fossero
due bambini seduti a esaminare un regalo natalizio.
In contrasto con il colore intenso del cofanetto, la rosa intar-
siata era di un legno chiaro, probabilmente frassino, che sem-
brava ancor più chiaro alla scarsa luce della lampada. "Una
rosa." Su quel simbolo erano stati costruiti eserciti e religioni,
oltre a società segrete, come i Rosacroce: i cavalieri della rosa e
della croce.
«Dai» disse Sophie. «Aprila.»
Langdon trasse un profondo respiro. Lanciò ancora un'oc-
chiata di ammirazione al perfetto lavoro di ebanisteria, poi
aprì il fermaglio e sollevò il coperchio per osservare l'oggetto
che vi era contenuto.
Langdon aveva fatto alcune ipotesi su ciò che poteva tro-
varsi dentro il cofanetto, ma chiaramente erano tutte sbaglia-
te. L'interno era foderato di seta rossa e conteneva un oggetto
che Langdon non aveva mai visto.
Era un cilindro, grosso approssimativamente come una cu-
stodia per palle da tennis, fatto di marmo bianco, lucido, e di
ottone. Non era un tutto unico, ma sembrava composto di va-
ri pezzi. Cinque dischi di marmo, alti un paio di centimetri,
erano montati entro una precisa gabbia di ottone. Pareva un
caleidoscopio con parecchie sezioni rotanti. Le estremità era-
no costituite da due cilindri di marmo che impedivano di ve-
dere all'interno. Dato che aveva sentito muoversi un liquido,
Langdon si corresse: i "dischi" erano probabilmente anelli e
l'interno era cavo.
Per strano che fosse l'aspetto del cilindro, furono però le in-
cisioni sulla circonferenza degli anelli ad attirare l'attenzione
dello studioso. Su ciascuno dei cinque anelli era inciso lo stes-
so improbabile gruppo di lettere: l'intero alfabeto. A Langdon
ritornò in mente un giocattolo della sua infanzia: alcuni dischi
con l'alfabeto stampigliato sulla circonferenza, che ruotavano
attorno allo stesso asse; spostando i dischi si potevano com-
porre parole diverse.
«Straordinario, vero?» gli sussurrò Sophie.
Langdon sollevò la testa. «Non saprei dire. Che cos'è?»
La donna sorrise. «Mio nonno li fabbricava come hobby. So-
no stati inventati da Leonardo da Vinci.»
Nonostante la scarsa luce, Sophie vide l'espressione sorpre-
sa di Langdon.
«Leonardo?» mormorò l'uomo, guardando di nuovo il ci-
lindro.
«Sì. Si chiama "cryptex". Secondo mio nonno, il progetto è
contenuto in uno dei diari segreti di Leonardo.»
«A cosa serve?»
Dopo ciò che era successo nelle ore precedenti, Sophie sape-
va che la risposta poteva avere molte implicazioni interessan-
ti. «È una cassaforte» rispose. «Per nascondere informazioni
segrete.»

Langdon rimase a bocca aperta.
Sophie spiegò che uno degli hobby preferiti del nonno con-
sisteva nel ricreare modelli delle invenzioni di Leonardo. Jac-
ques Saunière era un abile artigiano che trascorreva ore nel
suo laboratorio per lavorare il legno e il metallo, e amava imi-
tare i maestri dell'arte: Fabergé, i migliori artigiani del cloi-
sonné e il meno artistico, ma assai più pratico, Leonardo da
Vinci.
Bastava dare un'occhiata ai diari di Leonardo per capire
perché il maestro era altrettanto celebre per il suo genio quan-
to per la mancanza di seguaci. Leonardo aveva disegnato i
progetti di centinaia di invenzioni che non aveva mai costrui-
to. Uno dei passatempi di Saunière consisteva nel dare vita al-
le più oscure invenzioni leonardesche: orologi, pompe idrauli-
che, cryptex e persino il modello mobile di un cavaliere
francese medievale, che faceva bella mostra di sé sulla scriva-
nia del suo ufficio. Disegnati da Leonardo nel 1495, durante i
suoi primi studi sull'anatomia e sul movimento, i meccanismi
interni del cavaliere avevano accurate articolazioni e muscoli:
era in grado di sedere, muovere le braccia e la testa, grazie al
collo flessibile, e aprire e chiudere la mascella, anatomicamen-
te perfetta. Quel cavaliere in armatura, secondo Sophie, era il
più bell'oggetto costruito dal nonno, almeno finché non aveva
visto il cryptex contenuto nel cofanetto.
«Me ne ha regalato uno quando ero piccola» disse Sophie.
«Ma non ne ho mai visto uno così grosso e ben decorato.»
Langdon non staccava gli occhi dall'oggetto. «Non ho mai
sentito parlare di "cryptex".»
Sophie non ne era affatto sorpresa. Oltre a non essere mai
state costruite, gran parte delle invenzioni di Leonardo non
erano neppure state studiate e non avevano un nome. Proba-
bilmente il termine "cryptex" era stato inventato da suo non-
no, ed era adatto a indicare quello strumento che si serviva
della crittografia per proteggere le informazioni scritte sul fo-
glio o codex contenuto al suo interno.
Come Sophie sapeva, Leonardo era stato un pioniere della
crittografia, anche se raramente gliene veniva dato credito. Al-
l'università, gli insegnanti di Sophie, mentre spiegavano i mo-
derni metodi di codifica mediante il computer per la sicurezza
dei dati, lodavano i crittografi moderni come Zimmerman e
Schneier, ma non ricordavano che Leonardo aveva inventato,
secoli addietro, una delle prime forme rudimentali di codifica
con chiave pubblica. Era stato il nonno, naturalmente, a dirlo
a Sophie.
Mentre il furgone percorreva l'autostrada, Sophie spiegò a
Langdon che il cryptex era la risposta di Leonardo al proble-
ma di assicurare la segretezza dei messaggi inviati a persone
lontane. In quell'epoca, chi intendeva mandare in privato
un'informazione a una persona di un'altra città aveva soltanto
la possibilità di scriverla e poi affidare la lettera a un messag-
gero fidato. Purtroppo, se il messaggero sospettava che la let-
tera contenesse informazioni importanti, poteva guadagnare
molto di più vendendo la lettera a qualche avversario che con-
segnandola come pattuito.
Molte grandi menti della storia avevano inventato soluzio-
ni crittografiche per il problema della protezione dei dati.
Giulio Cesare aveva ideato un sistema di scrittura chiamato
"cifrario cesareo"; Maria di Scozia aveva creato un codice di
sostituzione di cui si serviva per inviare dalla prigione mes-
saggi confidenziali; e il brillante scienziato arabo Abu Yusuf
Ismail al-Kindi proteggeva i suoi segreti con un ingegnoso ci-
frario di sostituzione polialfabetico.
Leonardo, invece, aveva lasciato da parte la matematica e la
crittografia per cercare una soluzione meccanica, il cryptex.
Un contenitore trasportabile che serviva a proteggere lettere,
disegni, carte geografiche e così via. Una volta chiusa l'infor-
mazione nel cryptex, solo chi conosceva la parola segreta po-
teva recuperarla.
«Ci occorre una parola segreta» disse Sophie, indicando gli
anelli con le lettere dell'alfabeto. «Un cryptex funziona come
un lucchetto a combinazione. Se allinei i dischetti nel modo
giusto, il lucchetto si apre. Questo cryptex ha cinque anelli al-
fabetici. Quando sono nella posizione giusta, le scanalature al-
l'interno si allineano e l'intero cilindro si apre.»
«E all'interno?»
«Quando il cilindro si apre, hai accesso a un compartimento
cavo centrale, che può contenere un rotolo di carta su cui è
scritta l'informazione che vuoi mantenere segreta.»
Langdon la guardò con incredulità. «E dici che tuo nonno
ne costruiva per te quando eri bambina?»
«Qualcuno più piccolo, sì. Un paio di volte, per il mio com-
pleanno. Mi ha dato un cryptex accompagnato da un indovi-
nello. La soluzione dell'indovinello era la combinazione del
cryptex e quando lo risolvevo potevo aprirlo e trovare un bi-
glietto.»
«Un mucchio di lavoro per un biglietto.»
«No, il biglietto conteneva un altro indovinello o qualche
ulteriore indizio. Mio nonno amava organizzare complesse
cacce al tesoro in tutta la nostra casa, una catena di indovinelli
che alla fine mi portava a trovare il mio vero regalo di com-
pleanno. Ciascuna di quelle cacce al tesoro era un esame del
mio carattere e della mia intelligenza, per assicurarsi che mi
meritassi il dono. E gli indovinelli non erano mai semplici.»
Langdon continuò a guardare il cilindro, con espressione
scettica. «Ma perché non limitarsi ad aprirlo? O a romperlo? Il
metallo non sembra molto robusto, e il marmo è una roccia te-
nera.»
Sophie sorrise. «Leonardo era troppo intelligente. Ha dise-
gnato il cryptex in modo che, se si cerca di forzarlo, l'informa-
zione si autodistrugge. Guarda.» Sollevò con attenzione il ci-
lindro. «Le informazioni da inserire devono prima essere
scritte su un foglio di papiro.»
«Non di pergamena?»
Sophie scosse la testa. «Papiro. So che la pergamena era più
resistente e più comune, all'epoca, ma doveva essere papiro.
Più sottile era, meglio era.»
«D'accordo.»
«Prima di essere inserito nel vano del cryptex, il papiro ve-
niva arrotolato attorno a una delicata fiala di vetro.» Girò il
cryptex e si sentì gorgogliare il liquido all'interno. «Una fiala
piena di un liquido.»
«Che liquido?»
Sophie sorrise. «Aceto.»
Langdon riflettè un istante, poi annuì. «Astuto.»
"Aceto e papiro" pensò Sophie. Se qualcuno avesse tentato
di forzare il cryptex, la fiala si sarebbe spezzata e l'aceto
avrebbe dissolto rapidamente il papiro. Il messaggio segreto,
una volta estratto, sarebbe risultato un mucchietto di fibre di
papiro macerate, impossibile a leggersi. «Come vedi» disse «il
solo modo per recuperare l'informazione è quello di conosce-
re la parola in codice di cinque lettere. E con cinque anelli, cia-
scuno con ventiquattro lettere, le combinazioni sono venti-
quattro alla quinta potenza.» Eseguì rapidamente il calcolo.
«Approssimativamente, otto milioni di possibilità.»
«Se lo dici tu» commentò Langdon, il quale aveva per la te-
sta otto milioni di domande. «Secondo te, che informazione
contiene?»
«Di qualunque informazione si tratti, mio nonno, ovvia-
mente, voleva tenerla segreta.» Si interruppe per chiudere il
coperchio e osservò la rosa a cinque petali intarsiata su di es-
so. Un pensiero l'aveva colpita. «Hai detto che la rosa è un
simbolo del Graal?»
«Esatto. Nel simbolismo del Priorato, la rosa e il Graal sono
sinonimi.»
Sophie aggrottò la fronte. «Strano, perché mio nonno mi ha
sempre detto che la rosa significa "segretezza". A casa, mette-
va una rosa sulla porta del suo studio quando telefonava e non
voleva essere disturbato. Mi invitava a imitare questa sua abi-
tudine.» "Cara" le diceva il nonno "piuttosto di chiudere la
porta a chiave, possiamo appendere una rosa, il fiore dei segre-
ti, alla nostra porta quando abbiamo bisogno di privacy. In
questo modo impariamo a rispettarci e a fidarci l'uno dell'al-
tra. Appendere una rosa è una vecchia abitudine dei romani."
«Sub rosa» disse Langdon. «I romani appendevano una rosa
al di sopra dei loro luoghi d'incontro per indicare che quanto
si diceva era confidenziale. I presenti sapevano che tutto ciò
che veniva detto "sotto la rosa" - ossia, in latino, sub rosa - do-
veva rimanere segreto.»
Langdon spiegò in fretta che i significati di segretezza colle-
gati alla rosa non erano il solo motivo che aveva indotto il
Priorato a usarla come simbolo del Graal. La Rosa rugosa, una
delle più antiche specie di rosa, aveva cinque petali e una sim-
metria pentagonale, esattamente come la traiettoria di Venere,
e questo l'associava, come simbolo, alla femminilità. Inoltre,
la rosa aveva un legame con i concetti di "giusta direzione" e
"seguire la rotta". La Rosa dei Venti aiutava i marinai nella na-
vigazione, come le Linee della Rosa, i meridiani della longitu-
dine sulle carte geografiche. Per tutti questi motivi, la rosa era
un simbolo che si collegava al Graal su vari livelli: segretezza,
femminilità e guida, ossia il calice femminile e l'astro guida
che conducevano alla segreta verità.
Terminata la spiegazione, Langdon aggrottò improvvisa-
mente la fronte.
«Robert? Tutto a posto?»
Lo studioso fissava il cofanetto di palissandro come se non
riuscisse a staccare gli occhi da esso. «Sub... rosa» mormorò,
ancora stupito. «Non può essere...»
«Che cosa?»
Langdon sollevò lentamente gli occhi. «Sotto il segno della
Rosa» sussurrò. «Questo cryptex... credo di sapere cos'è.»48.
Langdon stentava a credere alla propria supposizione, ma,
considerato chi aveva dato loro quel cilindro di pietra, in che
modo glielo aveva consegnato e la rosa intarsiata sul coper-
chio, lo studioso poteva giungere a una sola conclusione. "Nel
cofanetto c'è la chiave di volta del Priorato."
La leggenda era chiara: "La chiave di volta è una pietra con
iscrizioni che giace sotto il segno della Rosa".
«Robert?» Sophie lo stava osservando. «Che succede?»
A Langdon occorse ancora un istante per raccogliere i pen-
sieri. «Tuo nonno ti ha mai parlato della de/de voùte?»
«La chiave di volta?» chiese Sophie, senza capire.
«Sì, la chiave di un soffitto a volta. Ogni arco di pietra ha bi-
sogno di una pietra centrale, a forma di cuneo, che serve a
bloccare insieme le altre pietre dell'arco e a scaricare su di esse
le spinte. In senso architettonico, questa pietra è la "chiave"
della volta. È anche chiamata pietra di volta.» La fissò per os-
servare le sue reazioni.
Sophie si strinse nelle spalle e guardò il cryptex. «Ma que-
sto ovviamente non è una pietra a forma di cuneo.»
Langdon non sapeva da dove iniziare. Le chiavi di volta,
come tecnica per costruire archi di pietra, erano rimaste per
molto tempo un segreto delle antiche confraternite di murato-
ri. La conoscenza che permetteva di costruire un soffitto a vol-
ta faceva parte dei segreti che avevano reso ricchi i muratori,
ed era gelosamente custodita. Alle chiavi di volta era sempre
stata legata una tradizione di segretezza. Eppure, il cilindro di
pietra contenuto nel cofanetto era, ovviamente, qualcosa di
diverso. La chiave di volta del Priorato - se quel cilindro lo
era davvero - non era affatto come Langdon se l'era immagi-
nata.
«La chiave di volta del Priorato non è la mia specialità» am-
mise. «Il mio interesse per il Santo Graal riguarda soprattutto i
simboli, perciò tendo a ignorare la quantità di leggende che si
occupano di come trovarlo.»
Sophie inarcò le sopracciglia. «Trovare il Santo Graal?»
Langdon le rivolse un cenno d'assenso, leggermente a disa-
gio, e scelse attentamente le parole. «Sophie, secondo le leg-
gende sul Priorato, la chiave di volta è una mappa in codice...
una mappa che rivela il nascondiglio del Santo Graal.»
Sophie impallidì. «E tu credi che sia questa?»
Langdon non sapeva che cosa dire. Anche a lui sembrava
incredibile, eppure la chiave di volta era la sola conclusione
logica che riuscisse a trovare. "Una pietra con iscrizioni che
giace sotto il segno della Rosa."
L'idea che il cryptex fosse stato disegnato da Leonardo da
Vinci - un ex Gran Maestro del Priorato di Sion - era un'ulte-
riore indicazione che si trattava davvero della chiave di volta
del Priorato. "Un disegno di un ex Gran Maestro, realizzato
secoli più tardi da un altro membro del Priorato." Il legame
era troppo tangibile per non prenderlo in considerazione.
Negli ultimi dieci anni, gli storici avevano cercato la chiave
di volta nelle chiese francesi. I cercatori del Graal, abituati ai
misteri e alle ambiguità di significato del Priorato, erano giun-
ti alla conclusione che fosse davvero una chiave di volta archi-
tettonica, una pietra su cui era scolpita un'iscrizione, e che
quella pietra fosse inserita in uno degli archi di una chiesa.
"Sotto il segno della Rosa." E in architettura non mancavano
le rose, decorative e strutturali. Naturalmente, erano comuni
anche i cinquefoils, i fiori decorativi a cinque petali che spesso
si scorgevano in cima agli archi, sopra la chiave di volta. Un
simile nascondiglio sembrava diabolicamente semplice. La
mappa del Santo Graal era scolpita su un arco di qualche chie-
sa dimenticata, e si faceva beffe di coloro che passavano sotto
di essa e ne ignoravano l'esistenza.
«Questo cryptex non può essere la chiave di volta» obiettò
Sophie. «Non è abbastanza vecchio. Sono certa che l'ha fabbri-
cato mio nonno. Non può essere citato in qualche antica leg-
genda sul Graal.»
«In realtà» rispose Langdon, con un brivido di eccitazione
«si pensa che la chiave di volta sia stata creata dal Priorato ne-
gli ultimi vent'anni.»
Sophie lo guardò con incredulità. «Ma se questo cryptex ri-
vela il nascondiglio del Santo Graal, perché mio nonno l'ha
dato proprio a me? Non ho idea di come aprirlo o di che cosa
farne. Non so neppure che cosa sia, il Santo Graal!»
Langdon comprese con un certo stupore che Sophie aveva
ragione. Non aveva ancora avuto la possibilità di spiegarle la
vera natura del Santo Graal. Quella storia doveva aspettare.
Al momento era necessario pensare alla chiave di volta. "Se il
cilindro lo è veramente."
Accompagnato dal ronzio delle ruote sotto di loro, Lang-
don spiegò rapidamente a Sophie tutto ciò che sapeva a pro-
posito della chiave di volta. A quanto si diceva, per secoli, il
principale segreto del Priorato - il nascondiglio del Santo
Graal - non era mai stato scritto. Per maggiore sicurezza, ve-
niva trasmesso verbalmente a ciascun nuovo sénéchal, durante
una cerimonia clandestina. Tuttavia, nell'ultimo secolo, si era
cominciato a sussurrare che la politica del Priorato era cam-
biata, forse per le nuove possibilità di spionaggio elettronico;
in ogni caso, il Priorato aveva promesso di non parlare più del-
la località dove era nascosto.
«Ma allora come potevano trasmettersi il segreto?» chiese
Sophie.
«È a questo punto che entra in gioco la chiave di volta»
spiegò Langdon. «Quando uno dei quattro membri più im-
portanti moriva, gli altri tre sceglievano dai ranghi inferiori il
nuovo candidato al grado di sénéchal. Invece di dire al nuovo
sénéchal dove era nascosto il Graal, gli assegnavano una prova
da superare, attraverso la quale potesse dimostrare di essere
degno.»
Sophie parve colpita da queste parole e Langdon ricordò al-
l'improvviso che il nonno organizzava per lei le cacce al teso-
ro, delle preuves de mérite. A quanto si sapeva, la chiave di vol-
ta era un concetto analogo. Del resto, quel tipo di prove era
estremamente comune nelle società segrete. Le più note erano
quelle della massoneria, associazione in cui si saliva di grado
mostrando di saper mantenere i segreti, osservando i rituali e
sottoponendosi a varie "prove di merito" nel corso degli anni.
I compiti diventavano progressivamente sempre più difficili
finché il candidato non giungeva al trentaduesimo grado.
«Perciò la chiave di volta è una preuve de merite» disse
Sophie. «Se un aspirante sénéchal del Priorato riesce ad aprirla,
si dimostra degno dell'informazione che contiene.»
Langdon annuì. «Dimenticavo che hai già esperienza di
quel tipo di prove.»
«Non solo con mio nonno. In crittologia si chiama "lin-
guaggio auto-autorizzante". Ossia, se sei così intelligente da
riuscire a leggerlo, hai il permesso di conoscere quello che c'è
scritto.»
Langdon ebbe un attimo di esitazione. «Sophie, ti rendi
conto che se questa è davvero la chiave di volta, il fatto che
l'avesse tuo nonno significa che lui occupava una posizione
eccezionalmente autorevole nel Priorato di Sion. Doveva esse-
re uno dei quattro membri di grado più elevato.»
Sophie sospirò. «Sono certa che lui aveva un grado eccezio-
nalmente elevato in una società segreta. Posso pensare che
fosse il Priorato.»
Langdon rimase a bocca aperta. «Sapevi che faceva parte di
una società segreta?»
«Dieci anni fa ho assistito ad alcune cose che non avrei do-
vuto vedere. Da allora non ci siamo più parlati.» Fece una
pausa. «Mio nonno non era solo uno dei membri di grado più
elevato; credo fosse quello di grado più alto.»
Langdon non riusciva a credere all'affermazione di So-
phie. «Gran Maestro? Ma... non avresti potuto saperlo in al-
cun modo!»
«Preferisco non parlarne.» Sophie distolse lo sguardo, con
espressione addolorata ma decisa.
Langdon non aveva parole. "Jacques Saunière? Gran Mae-
stro?" Nonostante le stupefacenti conseguenze, se fosse stato
vero, Langdon aveva l'impressione che tutto ciò avesse per-
fettamente senso. Dopotutto, i Gran Maestri precedenti erano
figure famose e apprezzate con propensione per l'arte. La
prova era stata scoperta anni prima nella Bibliothèque Natio-
nale di Parigi, nelle carte note come Les Dossier Secrets, i dos-
sier segreti.
Tutti gli storici del Priorato e tutti gli appassionati del Graal
li avevano letti. Catalogati al numero 4°-lm1-249, la loro au-
tenticità era stata stabilita da molti esperti; confermavano in
modo incontrovertibile quello che gli storici sospettavano da
molto tempo, ossia che tra i Gran Maestri del Priorato fossero
compresi Leonardo, Botticelli, Newton, Victor Hugo e, più re-
centemente, Jean Cocteau, il famoso artista parigino.
"Perché non Jacques Saunière?"
A destare l'incredulità di Langdon c'era però il fatto che lui
avrebbe dovuto incontrare Saunière la notte precedente. "Il
Gran Maestro del Priorato voleva incontrarmi. Perché? Per fa-
re due chiacchiere sull'arte?" Gli pareva improbabile. Dopo-
tutto, se le sue intuizioni erano giuste, il Gran Maestro del
Priorato di Sion aveva poi passato alla nipote la leggendaria
chiave di volta e nello stesso tempo le aveva ordinato di cerca-
re Robert Langdon.
"Inconcepibile!"
Non riusciva a immaginare alcuna circostanza che potesse
spingere Saunière a comportarsi in quel modo. Anche se te-
meva per la propria vita, c'erano tre sénéchaux che condivide-
vano il segreto e che così garantivano la sicurezza del Priora-
to. Perché correre l'enorme rischio di dare la chiave di volta
alla nipote, considerato anche il fatto che non si parlavano da
dieci anni? E perché coinvolgere Langdon, che era un comple-
to sconosciuto?
"Probabilmente, ignoro ancora qualche pezzo di questo
enigma" pensò.
A quanto pareva, la risposta avrebbe dovuto aspettare. Im-
provvisamente, il motore rallentò i giri e tutt'e due alzarono
di scatto la testa. Si udì rumore di ghiaia sotto le ruote. "Per-
ché si ferma già?" si chiese Langdon. Vernet aveva promesso
di portarli lontano dalla città, in modo che fossero al sicuro. Il
furgone avanzò ancora per un breve tratto a passo d'uomo, su
un terreno accidentato. Sophie rivolse a Langdon un'occhiata
preoccupata e si affrettò ad abbassare il coperchio della custo-
dia e a chiudere il fermaglio. Langdon si infilò la giacca.
Il furgone si fermò, con il motore in folle, e qualche istante
più tardi si udì scorrere il chiavistello. Quando le porte poste-
riori si spalancarono, Langdon vide con sorpresa che erano
parcheggiati in una zona alberata, a una buona distanza dalla
strada.
Vernet comparve davanti all'apertura, con il volto teso e
una pistola puntata contro di loro. «Mi dispiace» disse «ma vi
assicuro di non avere altra scelta.»49.
Andre Vernet sembrava a disagio con una pistola in pugno
ma i suoi occhi brillavano di decisione; Langdon preferì non
metterla alla prova.
«Temo di dovere insistere» disse Vernet, puntando la pisto-
la contro i due, nel vano del furgone. «Posate il cofanetto.»
Sophie se lo strinse al petto. «Ha detto che lei e mio nonno
eravate amici.»
«Ho il dovere di proteggere i beni di suo nonno» rispose
Vernet. «Ed è esattamente quello che sto facendo. Ora posi il
cofanetto.»
«Mio nonno l'ha affidato a me!» protestò Sophie.
«Faccia come dico» ordinò Vernet, sollevando la pistola.
Sophie lo posò ai propri piedi.
Langdon vide ora la pistola puntare nella sua direzione.
«Signor Langdon» disse Vernet. «Adesso lei mi consegnerà
quel cofanetto. E sappia che glielo chiedo perché a lei non esi-
terei a sparare.»
Langdon lo guardò con incredulità. «Perché fa così?»
«Perché crede che lo faccia?» replicò Vernet. Il suo inglese
dal forte accento era carico di tensione. «Per proteggere i beni
del mio cliente.»
«Siamo noi i suoi clienti, adesso» ribattè Sophie.
Vernet ora la fissò gelidamente. Una strana trasformazione.
«Mademoiselle Neveu. Non so come vi siate procurati la chia-
ve e il codice, ma mi sembra ovvio che ci sia qualcosa di irre-
golare. Se fossi stato al corrente dell'enormità dei vostri delit-
ti, non vi avrei aiutati a uscire dalla banca.»
«Gliel'ho detto» protestò Sophie, «Non abbiamo niente a
che fare con la morte di mio nonno!»
Vernet fissò Langdon. «La radio dice che siete ricercati non
solo per l'omicidio di Jacques Saunière, ma anche per avere
ucciso altre tre persone.»
«Come?» Langdon aveva l'impressione di essere stato col-
pito da un fulmine. "Altri tre omicidi?" La coincidenza tra i
numeri lo colpì ancora più del fatto di essere il principale indi-
ziato. Pareva troppo improbabile per essere una coincidenza.
"I tre sénéchaux?" Langdon abbassò lo sguardo sul cofanetto
di palissandro. "Se i siniscalchi sono stati assassinati, Saunière
non aveva scelta. Doveva trasferire la chiave di volta a qual-
cuno."
«La polizia potrà accertarlo quando vi consegnerò agli
agenti» disse Vernet. «La mia banca è già troppo compro-
messa.»
Sophie lo guardò con ira. «Lei non ha nessuna intenzione
di consegnarci alla polizia, altrimenti ci avrebbe riportato alla
banca. Invece ci ha condotto qui e ora ci minaccia con una pi-
stola...»
«Suo nonno si è rivolto a me per un solo motivo; perché le
sue proprietà fossero al sicuro e rimanessero segrete. Qualun-
que cosa contenga quel cofanetto, non voglio che diventi un
elemento di prova in un'indagine della polizia. Signor Lang-
don, me lo porti.»
Sophie scosse la testa. «Non darglielo.»
Echeggiò uno sparo e il proiettile colpì le lastre di metallo
sopra lo studioso. Il rimbombo scosse il vano mentre il bosso-
lo tintinnava sul fondo del furgone.
"Maledizione!" Langdon si immobilizzò.
Adesso Vernet parlò con maggiore sicurezza. «Signor Lang-
don, prenda il cofanetto.»
Langdon lo sollevò.
«Adesso me lo porti.» Vernet puntava l'arma contro di lui,
con il braccio teso; si era avvicinato al furgone, fin quasi a sfio-
rare il paraurti posteriore, e la mano che impugnava la pistola
era all'interno del vano.
Tenendo il cofanetto, Langdon attraversò il furgone in dire-
zione dell'apertura. "Devo fare qualcosa!" pensava. "Non
posso consegnargli la chiave di volta del Priorato!" Mentre si
avvicinava, si accorse di essere in posizione elevata rispetto a
Vernet e si chiese se non potesse approfittarne. La pistola era
all'altezza delle sue ginocchia. "Un calcio ben assestato?" Pur-
troppo, mentre lo studioso avanzava, l'uomo parve accorgersi
del pericolo e fece qualche passo indietro. Si fermò a un paio
di metri di distanza. Fuori portata.
Vernet ordinò: «Lo posi accanto all'uscita».
Non potendo fare altro, Langdon si inginocchiò e appoggiò
il cofanetto sul bordo del vano di carico, accanto a una delle
porte aperte.
«Adesso si alzi.»
Mentre si alzava, Langdon notò il bossolo vuoto accanto al
battente, che era lavorato con la precisione dello sportello di
una cassaforte.
«Si alzi e si allontani dal cofanetto.»
Langdon esitò ancora un istante, per osservare il bordo del
metallo dove la porta si chiudeva. Poi si alzò ma, nel farlo,
riuscì a spingere il bossolo sulla sottile striscia di acciaio, ab-
bassata di qualche centimetro rispetto al ripiano, dove batteva
il fondo della porta. Fece un passo indietro.
«Ritorni in fondo e si volti dall'altra parte.»
Langdon obbedì.
Vernet sentiva il cuore accelerare i battiti. Tenendo puntata
la pistola con la mano destra, cercò di prendere con la sinistra
il cofanetto di legno, ma si rese conto che era troppo pesante.
"Devo prenderlo con due mani." Alzando gli occhi sui prigio-
nieri, calcolò il rischio. Tutt'e due erano a qualche metro da
lui, in fondo al vano di carico, voltati dall'altra parte. Decise
di rischiare e, posata la pistola sul paraurti, sollevò il cofanetto
e lo posò in terra, poi afferrò di nuovo la pistola. I due prigio-
nieri non si erano mossi.
"Perfetto." Ora gli bastava chiudere le porte e sbarrarle. La-
sciando momentaneamente in terra il cofanetto, afferrò i due
battenti di metallo e li chiuse, poi spinse il chiavistello per
bloccarli. Il cilindro di metallo si mosse di alcuni centimetri e
poi si fermò perché non trovava il foro. "Che succede?" Vernet
spinse con più forza, ma il chiavistello non si mosse. Non era
bene allineato. "La porta non è chiusa!" Preso da un panico
improvviso, Vernet diede una spinta alla porta, che però non
si mosse. "C'è qualcosa che la blocca!" Fece un passo indietro,
con l'intenzione di dare una spallata, ma la porta venne
proiettata esplosivamente verso l'esterno, colpì Vernet sulla
faccia e lo fece cadere a terra, con il naso spezzato e dolorante.
La pistola gli scivolò via quando si portò istintivamente le ma-
ni al volto e sentì il sangue caldo colargli dal naso.
Robert Langdon cadde a terra vicino a lui e Vernet cercò di
alzarsi, ma non riusciva a vedere. I suoi occhi erano annebbiati
e lo sforzo di tirarsi su lo fece ricadere indietro. Sophie Neveu
gridò qualche parola che il presidente della banca non riuscì a
capire. Pochi istanti più tardi, Vernet fu colpito da una nuvola
di polvere e di gas di scarico. Udi rumore di ruote sulla ghiaia
e si rizzò a sedere appena in tempo per vedere che il furgone
sbagliava a prendere una curva. Con uno schianto, il paraurti
anteriore finì contro un albero. Il motore ruggì e l'albero si
piegò, ma a cedere fu poi il paraurti, che da quella parte si
staccò dalla carrozzeria. Il furgone corazzato si allontanò, con
il paraurti che strisciava sul terreno. Quando raggiunse il trat-
to di strada asfaltato, la notte si illuminò di una pioggia di
scintille, che seguivano il veicolo come una scia.
Vernet abbassò gli occhi sul punto del terreno dove, fino a
poco prima, era fermo il furgone. Anche alla debole luce luna-
re, riuscì a vedere che non c'era più niente.
Il cofanetto di legno era sparito.

CIOFFI CAVALIER MICHELE

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May 19, 2006, 10:43:25 PM5/19/06
to incensurati yahoogoogle
50.
Dopo essersi allontanata da Castel Gandolfo, la berlina Fiat
priva di insegne scese dai Colli Albani diretta alla valle sotto-
stante. Il vescovo Aringarosa, seduto nel sedile posteriore,
sorrideva al peso della cartella piena di titoli al portatore che
gli gravava sulle ginocchia e si chiedeva quanto mancava al
momento in cui avrebbe potuto fare lo scambio con il Mae-
stro.
"Venti milioni di euro." Quella somma avrebbe procurato
ad Aringarosa un potere infinitamente più prezioso.
Mentre l'auto si dirigeva verso l'aeroporto, Aringarosa
tornò a chiedersi perché il Maestro non si fosse messo in con-
tatto con lui. Trasse di tasca il cellulare e controllò il segnale.
Estremamente debole.
«Il funzionamento dei cellulari è molto irregolare quassù»
disse l'autista, guardandolo nello specchietto retrovisore. «Tra
cinque minuti saremo fuori da questa zona e il servizio mi-
gliorerà.»
«Grazie.» Aringarosa provò un'improvvisa preoccupazio-
ne. "Qui non funzionano i cellulari?" Forse il Maestro cercava
di mettersi in contatto con lui da quando era salito in macchi-
na. Forse qualcosa era andato terribilmente storto.
In fretta, Aringarosa controllò i messaggi in segreteria te-
lefonica. Non ce n'erano. Poi comprese che il Maestro non
avrebbe mai lasciato un messaggio; era un uomo che prestava
enorme attenzione alle sue comunicazioni. Nessuno capiva
meglio del Maestro il pericolo di parlare apertamente nel
mondo moderno. Lo spionaggio elettronico era una delle fon-
ti che gli avevano permesso di raccogliere la sua stupefacente
quantità di informazioni segrete.
"Per questo motivo adotta tante precauzioni."
Purtroppo, i cauti protocolli del Maestro includevano il ri-
fiuto di fornire ad Aringarosa un numero per chiamarlo. "Sarò
solo io a mettermi in contatto" gli aveva detto il Maestro.
"Perciò tenga sempre con sé il cellulare." E adesso, compren-
dendo che questo non funzionava perfettamente, temeva
quello che il Maestro avrebbe potuto pensare.
"Immaginerà che qualcosa sia andato storto. O che non so-
no riuscito a farmi dare i titoli." Il vescovo cominciò a sudare.
"O, peggio ancora... che io abbia preso i soldi e sia fuggito!"51.
Anche a una tranquilla andatura di sessanta chilometri l'ora,
il paraurti strisciava con un forte stridore sulla stradina di
campagna deserta, spargendo scintille fino al parabrezza.
"Dobbiamo toglierci dalla strada" pensò Langdon.
Riusciva a malapena a vedere dove erano diretti. L'unico fa-
ro funzionante si era spostato e proiettava il suo fascio di luce
sugli alberi di fianco alla carreggiata. A quanto pareva, la "co-
razza" del furgone corazzato riguardava solo il compartimen-
to di carico e non la parte frontale.
Seduta accanto a lui, Sophie fissava il cofanetto di legno che
teneva sulle ginocchia.
«Tutto a posto?» le chiese Langdon.
Sophie era scossa. «Tu gli credi?»
«Per quel che riguarda gli altri omicidi? Certo. Da una ri-
sposta a un mucchio di interrogativi: la disperazione che ha
spinto tuo nonno ad affidarti la chiave di volta e l'accanimen-
to con cui Pache mi da la caccia.»
«No, mi riferivo a quello che ha detto sul suo desiderio di
proteggere la banca.»
Langdon la guardò. «Invece di...?»
«Tenere la pietra per sé.»
Langdon non aveva preso in considerazione quella possibi-
lità. «Come poteva conoscere il contenuto della cassetta di si-
curezza?»
«Era depositata nella sua banca. Conosceva mio nonno.
Forse sa qualcosa e potrebbe avere deciso di volere il Graal
per sé.»
Langdon scosse la testa. Vernet non gli pareva il tipo. «Da
quel che ho visto, ci sono due motivi che spingono la gente a
cercare il Graal. O sono ingenui e credono di trovare la perdu-
ta Coppa di Cristo...»
«Oppure?»
«Oppure sanno la verità e la sentono come una minaccia.
Molti gruppi, nel corso della storia, hanno cercato di distrug-
gere il Graal.»
Nel silenzio che scese tra loro, il rumore del paraurti che
strideva sull'asfalto parve ancora più forte. Avevano percorso
alcuni chilometri e Langdon, guardando la pioggia di scintil-
le, si chiese se non fosse pericolosa. In ogni caso, se avessero
incrociato un'altra auto, avrebbero certamente richiamato l'at-
tenzione. Langdon si decise a fermare il veicolo. «Vedo se rie-
sco a sistemare il paraurti.»
Accostò il veicolo al ciglio della strada. Finalmente, lo stri-
dore cessò.
Mentre raggiungeva la parte anteriore, Langdon si sentiva
stranamente all'erta. Fissare per la seconda volta in quella
notte la canna di una pistola l'aveva svegliato del tutto. Re-
spirò profondamente l'aria notturna e cercò di orientarsi. Oli
tre alla gravità di essere ricercato, Langdon cominciava a sen-
tire il peso della responsabilità, la possibilità che lui e Sophie
avessero davvero in mano un messaggio cifrato che portava a
uno dei più antichi misteri del mondo.
Come se quel peso non fosse sufficiente, Langdon ora capiva
che ogni possibilità di restituire la chiave di volta al Priorato era
ormai scomparsa. La notizia degli altri omicidi aveva una grave
implicazione. "Si sono infiltrati nel Priorato. La fratellanza non
è più sicura." Anche se Langdon avesse saputo come trovare un
membro del Priorato, era probabile che chiunque si fosse pre-
sentato a prendere la chiave di volta fosse il loro nemico. Per il
momento, dunque, sembrava che la pietra dovesse restare nelle
mani di Sophie e di Langdon, che lo volessero o no.
Il danno causato dall'urto contro l'albero era peggiore di
quanto Langdon si immaginasse. Il faro sinistro non c'era più
e quello destro pendeva dalla carrozzeria. Langdon cercò di
metterlo al suo posto, ma quello tornò a cadere. L'unico fatto
positivo era che il paraurti era quasi del tutto staccato. Lang-
don gli diede un forte colpo col piede e, a giudicare dal risul-
tato, pensò di poterlo staccare del tutto.
Mentre colpiva il pezzo di metallo contorto, ricordò una
precedente conversazione con Sophie. "Mio nonno mi ha la-
sciato un messaggio telefonico" gli aveva raccontato la donna.
"Mi ha detto che doveva dirmi la verità sulla mia famiglia."
Sul momento non aveva dato importanza a quelle parole, ma
adesso, sapendo che vi era coinvolto il Priorato di Sion, gli
parve di scorgere una stupefacente nuova possibilità.
Il paraurti si ruppe improvvisamente, con un colpo secco.
Langdon si fermò per riprendere fiato. Se non altro, il furgone
avrebbe smesso di schizzare scintille come una girandola del
Quattro di Luglio. Afferrò il pezzo di metallo e lo trascinò oltre
il ciglio della strada, chiedendosi quale potesse essere la loro
prossima mossa. Non avevano idea di come aprire il cryptex o
del motivo per cui Saunière l'avesse affidato a loro. Purtroppo,
quella notte la loro sopravvivenza sembrava affidata a quelle
risposte.
"Ci occorre aiuto" concluse. "Aiuto professionale."
Nel mondo del Santo Graal e del Priorato di Sion, questo si-
gnificava una persona sola. Il difficile, naturalmente, sarebbe
stato convincere Sophie.
All'interno del furgone, mentre aspettava che Langdon ri-
tornasse, Sophie sentiva il peso della cassetta sulle ginocchia e
provava un forte fastidio. "Perché mio nonno l'ha dato pro-
prio a me?" Non aveva la minima idea di che cosa farne.
"Rifletti, Sophie! Usa la testa. Il nonno cerca di dirti qual-
cosa!"
Aprì il cofanetto e guardò gli anelli con le lettere. "Un esa-
me di merito." Sentiva all'opera la mano del nonno. "La chia-
ve di volta è una mappa che può essere seguita solo dai meri-
tevoli." Le pareva di sentire parlare il nonno.
Sollevando dal cofanetto il cryptex, Sophie fece correre le
dita sui caratteri. Cinque lettere. Ruotò gli anelli a uno a uno.
Il meccanismo si muoveva con precisione. Allineò tra le due
frecce d'ottone della gabbia del cryptex - poste alle due estre-
mità del cilindro - le lettere da lei scelte. Óra si leggeva la pa-
rola di cinque lettere che Sophie giudicava ovvia.
G-R-A-A-L
Delicatamente, afferrò le due estremità e tirò, aumentando
lentamente la forza. Il cryptex non si mosse. Sentì l'aceto gor-
gogliare e smise subito di tirare. Provò una seconda parola.
V-I-N-C-I
Anche questa volta, il cryptex non si aprì.
V-O-L-T-A
Niente. Il cryptex non si sbloccò.
Aggrottando la fronte, tornò a infilarlo nel cofanetto di le-
gno e chiuse il coperchio. Guardando dal finestrino, vide
Langdon e si rallegrò della sua presenza. "Trova Robert Lang^
don." La ragione per cui il nonno le aveva chiesto di cercarlo
adesso era ovvia. Sophie non era in grado di capire le inten-
zioni del nonno, e di conseguenza le aveva assegnato Lang-
don come guida. Un tutore che provvedesse alla sua istruzio-
ne. Purtroppo per lui, Langdon si era trovato a essere ben più
di un tutore, quella notte. Era divenuto il bersaglio di Bezu Fa-
che e di qualche forza sconosciuta che voleva impadronirsi
del Santo Graal.
"Qualunque cosa sia il Graal."
Sophie non potè fare a meno di chiedersi se era una scoper-
ta per cui valesse la pena di rischiare la vita.
Quando il furgone ripartì, Langdon notò con piacere che
viaggiava assai meglio di prima. «Sai come arrivare a Versai!'
les?» chiese alla donna.
Sophie lo guardò senza capire. «Vuoi fare il turista?»
«No, ho un'idea. Conosco uno storico delle religioni che
abita nei pressi di Versailles. Non ricordo esattamente dove,
ma possiamo cercare. Sono stato da lui alcune volte. Si chiama
Leigh Teabing. È un ex storico reale britannico.»
«E abita a Parigi?»
«La passione di Teabing è il Graal. Quando si è cominciato a
parlare della chiave di volta del Priorato, quindici anni fa, si è
trasferito in Francia per studiare le chiese nella speranza di
trovarla. Ha scritto alcuni libri sulla chiave di volta e il Graal.
Può aiutarci a scoprire come aprire il cryptex e come usare
l'informazione.»
Sophie lo guardò con diffidenza. «Puoi fidarti di lui?»
«Fidarmi di cosa? Che non mi rubi l'informazione?»
«E che non ci denunci alla polizìa.»
«Non intendo dirgli che siamo ricercati. Spero che ci ospiti
finché la cosa non sarà risolta.»
«Robert, hai pensato che tutti i televisori della Francia, pro-
babilmente, si preparano a trasmettere le nostre foto? Bezu Fa-
che usa sempre i media a proprio vantaggio. Ci renderà im-
possibile muoverci senza essere riconosciuti.»
"Terribile" pensò Langdon. "Il mio debutto alla tivù france-
se sarà nel programma I principali ricercati dalla polizia". Se non
altro, la cosa avrebbe fatto piacere a Jonas Faukman; ogni vol-
ta che usciva una notizia su Langdon, le vendite dei suoi libri
aumentavano.
«Quest'uomo è veramente un buon amico?» chiese Sophie.
Langdon dubitava che Teabing guardasse la televisione,
specialmente a quell'ora di notte, ma la domanda era giusta. Il
suo istinto, comunque, gli diceva che Teabing era degno di fi-
ducia, un rifugio ideale. Considerate le circostanze, si sarebbe
fatto in quattro per aiutarli. Non solo doveva un favore a
Langdon, ma era un cercatore del Graal e Sophie riteneva che
il nonno fosse il Gran Maestro del Priorato di Sion. Se Teabing
l'avesse saputo, si sarebbe messo a salivare come i cani di Pav-
lov all'idea di aiutarli a risolvere il loro problema.
«Teabing potrebbe essere un forte alleato» disse Langdon.
"Dipende da quanto sei disposta a raccontargli."
«Probabilmente, Pache avrà offerto un premio in denaro.»
Langdon rise. «Credimi, il denaro è l'ultima cosa di cui abbia
bisogno.» Le ricchezze di Leigh Teabing erano pari a quelle di
parecchie piccole nazioni. Discendente del primo duca di Lan-
caster, Teabing aveva ottenuto il denaro alla vecchia maniera,
ossia ereditandolo. La sua casa nei dintorni di Parigi era un pa-
lazzo del diciassettesimo secolo con due laghi privati.
Langdon aveva conosciuto Teabing alcuni anni prima, gra-
zie alla British Broadcasting Corporation. Teabing si era rivol-
to alla BBC per proporre un documentario in cui avrebbe espo-
sto la storia esplosiva del Santo Graal al pubblico non
specialistico della televisione. I produttori della BBC avevano
visto con favore la premessa scandalistica del programma di
Teabing, le sue ricerche e le sue credenziali, ma temevano che
un servizio così sensazionale potesse nuocere alla loro fama di
giornalismo di qualità. Dietro suggerimento dello stesso Tea-
bing, la BBC aveva superato i timori ricorrendo a tre brevi testi-
monial di alcuni storici di fama internazionale in grado di so-
stenere con le proprie ricerche le stupefacenti rivelazioni sul
segreto del Graal.
Uno dei prescelti era Langdon.
La BBC lo aveva portato in volo fino alla casa parigina di
Teabing per le riprese. Seduto nel ricco salotto dello storico in-
glese, davanti alle telecamere, Langdon aveva raccontato la
storia dei suoi studi sull'argomento, dall'iniziale scetticismo
sulla teoria alternativa sul Graal a come gli anni di ricerca l'a-
vessero persuaso che quella teoria era vera. Alla fine aveva
anche accennato ad alcune delle sue analisi sui collegamenti
simbolici che confermavano quelle affermazioni controverse.
Quando era stato trasmesso in Inghilterra, il programma,
nonostante la sua ricca documentazione e la notorietà di colo-
ro che vi avevano preso parte, aveva irritato il sentimento po-
polare cristiano e aveva suscitato immediatamente un coro di
proteste. Non era mai stato trasmesso negli Stati Uniti, ma se
ne era parlato anche al di là dell'Atlantico. Poco più tardi, in-
fatti, Langdon aveva ricevuto una cartolina da un vecchio
amico, il vescovo cattolico di Filadelfia. La cartolina diceva so-
lo, parafrasando Cesare: "Tu quoque, Robert?".
«Robert» lo interrogò Sophie «sei sicuro che possiamo fidar-
ci di quell'uomo?»
«Assolutamente. Siamo colleghi, non ha bisogno di soldi, e
per caso ho scoperto quanto odia le autorità francesi. Il go-
verno francese gli impone tasse assurde perché ha comprato
un edificio storico. Non avrà nessuna fretta di collaborare con
Pache.»
Sophie guardò fuori del finestrino, in direzione della strada
buia. «Se andiamo da lui, quanto intendi rivelargli?»
Langdon non pareva preoccuparsi di quel particolare. «Cre-
dimi, Leigh Teabing conosce il Priorato di Sion e il Santo Graal
più di chiunque altro.»
Sophie lo guardò con incredulità. «Più di mio nonno?»
«Intendevo dire più di chiunque non appartenga alla fratel-
lanza.»
«Come puoi essere certo che Teabing non vi appartenga?»
«Teabing ha cercato per tutta la vita di far conoscere la ve-
rità sul Santo Graal. Il Priorato giura di mantenere nascosta la
sua natura.»
«Mi sembra un po' un conflitto di interessi.»
Langdon capiva le sue preoccupazioni. Saunière aveva dato
il cryptex direttamente a Sophie, e lei, anche se non sapeva
che cosa contenesse e come utilizzarlo, esitava a coinvolgere
uno sconosciuto. Considerando l'informazione che poteva es-
servi contenuta, probabilmente il suo istinto aveva ragione.
«Non è necessario parlare subito a Teabing della chiave di vol-
ta. E neanche dopo. La sua casa ci fornirà un rifugio dove na-
sconderci e pensare, e forse, quando gli parleremo del Graal,
potresti scoprire perché tuo nonno ha affidato a te questo co-
fanetto.»
«Affidato a noi» gli ricordò Sophie.
Langdon non potè fare a meno di provare un senso d'orgo-
glio; si chiese di nuovo perché Saunière avesse coinvolto an-
che lui.
«Sai più o meno dove abita il signor Teabing?» chiese
Sophie.
«La sua tenuta è chiamata Chàteau Villette.»
Sophie lo guardò con aria incredula. «Quel Chàteau Villette?»
«Sì.»
«Hai ottimi amici.»
«Conosci il posto?»
«Sono passata di lì. È nel distretto dei castelli, a venti minu-
ti da noi.»
Langdon aggrottò la fronte. «Così lontano?»
«Sì, e questo ti darà il tempo di spiegarmi che cos'è real-
mente il Santo Graal.»
Langdon riflettè per qualche istante. «Te lo dirò a casa di
Teabing. Io e lui siamo specializzati in parti diverse della leg-
genda, perciò tra tutt'e due possiamo raccontarti l'intera sto-
ria.» Sorrise. «Inoltre, per Teabing il Graal è tutta la vita: ascol-
tare la storia del Santo Graal da Leigh Teabing è come farsi
spiegare la teoria della relatività da Einstein.»
«Speriamo che a Leigh non diano fastidio i visitatori not-
turni.»
«Per la precisione a sir Leigh.» Langdon aveva fatto quel-
l'errore una sola volta. «Teabing è davvero uno strano perso-
naggio. La regina gli ha dato il cavalierato anni fa,, quando è
uscita una sua dettagliata storia della Casa di York.»
Sophie lo guardò. «Scherzi? Andiamo a trovare un cavaliere?»
Langdon le rivolse un sorriso. «Siamo alla ricerca del Graal,
Sophie. Chi ci può aiutare meglio di un cavaliere?»52.
L'estesa tenuta di Chàteau Villette - più di settanta ettari - era
situata a nordovest di Parigi, a venticinque minuti d'auto dalla
città, nelle vicinanze di Versailles. Costruita da Francois Man-
sart nel 1668 per il conte di Aufflay, era uno dei più significati-
vi castelli storici parigini. Con i suoi due laghi e i giardini dise-
gnati da Le Nòtre, Chàteau Villette era un piccolo castello, più
che una villa. Era anche noto come "la Petite Versailles".
Langdon fermò il furgone davanti al viale d'accesso, che era
lungo un chilometro e mezzo. Da dietro l'imponente cancello
si scorgeva in lontananza la residenza di sir Leigh Teabing, in
mezzo a un prato. L'avviso sul cartello era in inglese: PRO-
PRIETÀ PRIVATA. VIETATO L'INGRESSO.
Come per proclamare che la sua casa era un'isola inglese in
terra di Francia, Teabing aveva non solo scritto il cartello in in-
glese, ma aveva installato il citofono sulla parte destra, che in
tutta Europa, fuorché in Inghilterra, era la parte del passeggero.
Sophie lanciò una strana occhiata al citofono. «E se arriva
qualcuno senza passeggero?»
«Lascia perdere.» Langdon conosceva già come la pensasse
lo storico. «Preferisce le abitudini di casa sua.»
Sophie abbassò il finestrino. «Robert, sarebbe meglio che
parlassi tu.»
Langdon si allungò e si sporse dal finestrino di Sophie per
premere il pulsante. Mentre lo faceva, inalò il seducente pro-
fumo della donna e si accorse di quanto fossero vicini. Attese
in quella posizione, un po' a disagio, mentre dal piccolo alto-
parlante giungeva uno squillo di telefono.
Alla fine si sentì uno scatto e una voce irritata chiese in fran-
cese: «Chàteau Villette. Chi è?».
«Sono Robert Langdon» rispose lo studioso, pressoché
sdraiato sulle ginocchia di Sophie. «Un amico di sir Leìgh Tea-
bing. Ho bisogno del suo aiuto.»
«Il signore dorme. Come dormivo io. Che vuole da lui?»
«È una cosa privata. Una cosa di grande interesse per lui.»
«Allora sono certo che avrà il piacere di riceverla domattina.»
Langdon cercò di sollevarsi. «È importantissimo.»
«Lo è anche il sonno di sir Leigh. Se lei è un amico come di-
ce, allora sa che non sta bene.»
Sir Leigh Teabing aveva contratto la polio da bambino e
adesso portava sostegni ortopedici alle gambe e camminava
con le stampelle, ma Langdon l'aveva trovato così vivace e
pieno di brio, durante la sua ultima visita, da non considerar-
lo affatto un invalido. «Per favore, può dirgli che ho scoperto
nuove informazioni sul Graal? Informazioni che non possono
attendere fino al mattino.»
Una lunga pausa.
Langdon e Sophie attesero, mentre il motore, in folle, gira-
va con un rumore che, nel silenzio della notte, sembrava for-
tissimo.
Passò almeno un minuto. Alla fine, qualcuno parlò. «Mio
buon amico, ho il sospetto che tu sia ancora regolato sul fuso
orario di Harvard.» La voce era allegra e brillante.
Langdon sorrise nel riconoscere il forte accento britannico
dello storico. «Leigh, le mie scuse per averti svegliato a que-
st'ora oscena.»
«Il mio maggiordomo mi dice che non solo sei a Parigi, ma
che gli hai parlato del Graal.»
«Ho pensato che potesse convincerti ad alzarti.»
«E così è stato.»
«C'è qualche possibilità che il tuo cancello si apra per un
vecchio amico?»
«Chi cerca la verità è più di un amico. È un fratello.»
Langdon, che era abituato alle recite di Teabing, si girò ver-
so Sophie e la guardò come per dire: "Ti ho avvertito che è un
tipo strano".
«Certo che aprirò il cancello» proclamò Teabing «ma prima
devo avere la conferma che il tuo cuore è puro. Una prova del
tuo onore. Dovrai rispondere a tre domande.»
Langdon si lasciò sfuggire un gemito e sussurrò a Sophie:
«Abbi pazienza; è fatto a modo suo».
«La tua prima domanda» disse Teabing, in tono solenne.
«Che cosa vuoi che ti serva, caffè o té?»
Langdon sapeva che Teabing considerava il caffè una bassa
abitudine americana. «Té» rispose. «Earl Grey.»
«Eccellente. Seconda domanda. Latte o zucchero?»
Langdon esitò.
«Latte» gli sussurrò Sophie. «Gli inglesi mettono il latte, mi
pare.»
«Latte» rispose Langdon.
Silenzio.
«Zucchero?»
Teabing non rispose.
"Un momento!" Langdon ora ricordava la bevanda aspra
che gli era stata servita nel corso della sua ultima visita e capì
che la domanda era un trucco. «Limone!» esclamò. «Earl Grey
col limone!»
«Proprio così.» Teabing pareva divertito. «E infine devo ri-
volgerti la più importante delle domande.» Si interruppe e ri-
prese a parlare in tono ancora più solenne. «In che anno una
barca di Harvard ha superato per l'ultima volta un equipag-
gio di Oxford a Henley?»
Langdon non ne aveva idea, ma pensò che Teabing avesse
un solo motivo per rivolgergli quella domanda. «Certo una si-
mile assurdità non si è mai verificata.»
Il cancello si aprì. «Il tuo cuore è sincero, amico mio. Puoi
entrare.»53.
«Monsieur Vernet!» Il direttore notturno della Banca deposito
di Zurigo pareva sollevato nell'udire al telefono la voce del
suo presidente. «Dov'era andato, signore? Qui c'è la polizia,
tutti aspettano lei!»
«Ho un piccolo problema» rispose il presidente, con aria af-
flitta. «Ho immediatamente bisogno del suo aiuto.»
"Hai ben più di un piccolo problema" pensò il direttore. La
polizia aveva circondato la banca e minacciava di far accorre-
re il capitano stesso, con il mandato di perquisizione richiesto
«Come posso aiutarla, signore?»
«Il furgone corazzato numero tre. Devo trovarlo.»
Perplesso, il direttore controllò l'elenco delle consegne. «È
qui. Nel garage di carico e scarico.»
«In realtà, no. È stato rubato dai due individui ricercati dal-
la polizia.»
«Cosa? Come hanno fatto a uscire?»
«Non posso dilungarmi sui particolari per telefono, ma è
una situazione che potrebbe risultare estremamente sgradevo-
le per la banca.»
«Che cosa devo fare, signore?»
«Vorrei che attivasse il localizzatore d'emergenza del fur-
gone.»
Il direttore lanciò un'occhiata al quadro di controllo in fon-
do alla stanza. Come la maggior parte dei furgoni portavalori,
i loro veicoli erano dotati di un localizzatore che si poteva atti-
vare con un segnale radio, direttamente dalla banca, indipen-
dentemente dalla distanza. L'aveva usato una sola volta, dopo
che ne era stato rubato uno, e il funzionamento era stato per-
fetto: il sistema aveva localizzato il furgone e aveva diretta-
mente trasmesso alle autorità la posizione. Quella notte, però,
aveva l'impressione che il suo presidente desiderasse una
maggiore riservatezza. «Signore, come lei sa, se attiviamo il si-
stema, le autorità verranno immediatamente informate del
nostro problema.»
Vernet riflettè per alcuni istanti. «Sì, lo so, ma lo attivi lo
stesso. Il furgone numero tre. Io resto in linea. Mi occorre la
posizione di quel veicolo non appena lei la riceverà.»
«Subito, signore.»
Trenta secondi più tardi, a quaranta chilometri di distanza,
nel suo nascondiglio sotto lo chassis del furgone corazzato, un
minuscolo localizzatore entrò in funzione54.
Mentre percorrevano il viale fiancheggiato di pioppi che por-
tava alla casa, Sophie sentiva già rilassarsi i muscoli. Era un
sollievo lasciare la strada e lei non riusciva a immaginare un
posto più sicuro che quella tenuta privata, circondata da un
alto muro, appartenente a un inglese di natura allegra.
Imboccarono l'ultimo tratto circolare del viale e alla loro de-
stra comparve Chàteau Villette. Alto tre piani e lungo almeno
sessanta metri, l'edificio aveva la facciata di pietra grigia e
grezza, illuminata da fari esterni, che faceva uno strano con-
trasto con i giardini immacolati e i laghetti immobili.
All'interno, le luci si stavano accendendo.
Invece di fermare il furgone davanti all'ingresso principale,
Langdon si diresse verso un parcheggio nascosto in mezzo
agli alberi. «Meglio non rischiare di essere visti dalla strada»
disse. «O indurre Leigh a chiedersi perché siamo arrivati con
un furgone corazzato, e per di più con la carrozzeria danneg-
giata.»
Sophie annuì. «Che ne facciamo del cryptex? Forse è meglio
non lasciarlo qui, ma se Leigh lo vedrà, vorrà certamente sa-
pere che cos'è.»
«Non preoccuparti» rispose lui, togliendosi la giacca dopo
essere sceso dal veicolo. La avvolse attorno al cofanetto e ten-
ne il fagotto tra le braccia come se fosse un bambino in fasce.
Sophie lo guardò con espressione dubbiosa. «Idea brillante»
ironizzò.
«Teabing non viene mai alla porta, preferisce fare un ingres-
so teatrale. Troverò qualche punto dove nasconderlo prima
che arrivi.» Si interruppe. «Meglio che ti avverta ancora. Sir
Leigh ha un senso dello humour che la gente trova un po'
strano.»
Sophìe non si preoccupò. Dubitava che, dopo le esperienze
di quella notte, qualcosa potesse sembrarle strano.
Il vialetto che portava all'ingresso era lastricato di ciottoli
artisticamente disposti. La porta era di quercia e ciliegio, con
un batacchio di bronzo grosso come un ananasso. Prima che
Sophie potesse afferrarlo, la porta si aprì verso l'interno.
Un maggiordomo alto, magro ed elegante li attendeva e in-
tanto si sistemava la cravatta e la giacca nera che, evidente-
mente, si era appena infilato. Aveva una cinquantina d'anni,
l'aspetto raffinato e l'espressione austera. Chiaramente, la loro
presenza non gli era affatto gradita. «Sir Leigh scenderà im-
mediatamente» spiegò, con un forte accento francese. «Si sta
vestendo. Preferisce non accogliere gli ospiti in camicia da
notte. Posso avere la sua giacca?» Guardò con fastidio il fagot-
to che Langdon teneva tra le braccia.
«No, grazie, va bene così.»
«Naturalmente. Da questa parte, prego.»
Il maggiordomo li accompagnò lungo l'ingresso marmoreo
fino a un salotto squisitamente arredato e illuminato da lam-
pade vittoriane coperte dal paralume. All'interno l'aria aveva
un bouquet antico, quasi regale, in cui si mescolavano aromi
di tabacco da pipa, foglie di té, sherry e l'odore di terra delle
architetture di pietra. Sulla parete in fondo, in mezzo a due
luccicanti armature in maglia d'acciaio, c'era un caminetto ru-
stico abbastanza largo per arrostirvi un bue. Il maggiordomo
si diresse verso di esso, si inginocchiò e accostò un fiammifero
a un mucchio di sterpi coperti di legna da ardere, già prepara-
to in precedenza. Il fuoco si accese in pochi istanti.
L'uomo si alzò, raddrizzandosi la giacca. «Sua Signoria vi
invita a mettervi a vostro agio.» Detto questo, si allontanò, la-
sciando soli Langdon e Sophie.
La donna si chiese su quale pezzo d'antiquariato dovesse
sedere, il divano rinascimentale in velluto, la rustica sedia a
dondolo con le zampe d'aquila o una delle due panche di pie-
tra che parevano sottratte a qualche tempio bizantino?
Langdon tolse il cryptex dalla giacca, si diresse verso il di-
vano e vi fece scivolare sotto il cofanetto, fuori vista. Poi scos-
se la giacca e tornò a infilarsela, sistemò il colletto e, con un
sorriso a Sophie, si sedette direttamente sopra il loro tesoro
nascosto.
"Allora, vada per il divano" si disse Sophie, e si accomodò
vicino a lui.
Mentre guardava il focolare e il calore arrivava fino a lei, la
donna pensò che al nonno sarebbe piaciuta quella stanza. I
pannelli di legno scuro erano coperti di quadri di antichi mae-
stri: riconobbe un Poussin, uno dei pittori preferiti da Sauniè-
re. Sulla mensola del caminetto un busto in alabastro di Iside
sorvegliava la stanza.
Sotto la dea egizia, all'interno del caminetto, due gargouil-
le di pietra facevano da alari, e la loro bocca spalancata rive-
lava la gola minacciosamente vuota. Quei demoni delle catte-
drali gotiche avevano sempre terrorizzato Sophie quando era
bambina, finché il nonno non le aveva fatto vincere la paura
portandola in cima alla cattedrale di Notre Dame durante un
temporale. «Principessa, guarda quelle stupide creature» le
aveva detto, indicando i doccioni di scarico a forma di gar-
gouille, con un getto d'acqua che usciva dalla bocca. «Senti
quel buffo rumore che viene dalla loro gola?» Sophie gli ave-
va rivolto un cenno affermativo; era stata costretta a sorridere
nell'udire il suono dell'acqua che gorgogliava attraverso la
loro gola. «Fanno i gargarismi» le aveva detto il nonno. «Si
gargarizzano! Ed è per questo che gli hanno dato un nome
idiota come gargouille.» Sophie non ne aveva mai più avuto
paura.
Quel caro ricordo le fece provare una grande tristezza e la
dura realtà, la morte del nonno, l'afferrò di nuovo. "Il nonno è
morto." Pensò al cryptex sotto il divano e si chiese se Leigh
Teabing avesse idea di come aprirlo. "O se sia meglio non
chiederglielo nemmeno." Con le sue ultime parole, il nonno le
aveva detto di cercare Robert Langdon. Non aveva accennato
a coinvolgere altri. "Avevamo bisogno di un nascondiglio" si
disse, e decise di affidarsi al giudizio di Robert.
«Sir Robert!» esclamò qualcuno dietro di loro. «Vedo che
viaggi con una damigella.»
Langdon si alzò e anche Sophie balzò in piedi. La voce
giungeva dall'alto di una scala circolare che portava al piano
superiore. In cima, nel buio, si scorgeva solo una sagoma che
si muoveva.
«Buonasera» lo salutò Langdon. «Sir Leigh, ti presento
Sophie Neveu.»
«Onorato.» Teabing giunse alla zona illuminata.
«Grazie per averci fatto entrare» gli disse Sophie, che ora
notava le stampelle. Teabing scendeva lentamente, uno scali-
no la volta. «Comprendo che è molto tardi.»
«È talmente tardi, mia cara, da essere addirittura presto.»
Rise. «Vous n'ètes pas américaine?»
Sophie scosse la testa. «Parisienne.»
«Il suo inglese è superbo.»
«Grazie. Ho studiato alla Royal Holloway.»
«Ecco la spiegazione, dunque.» Teabing, scendendo la scala,
era arrivato in una zona buia. «Forse Robert le ha detto che in-
segnavo poco più avanti, a Oxford.» Rivolse a Langdon un'oc-
chiata diabolica. «Naturalmente, per maggiore sicurezza, ho
anche chiesto a Harvard se mi volevano assumere.»
Quando il loro ospite arrivò in fondo alla scala, Sophie pensò
che non aveva per niente l'aspetto di un cavaliere: non più di
sir Elton John. Corpulento e con la faccia rubiconda, sir Leigh
Teabing aveva capelli rossi ricciuti e occhi castani pieni di alle-
gria che, quando parlava, parevano scintillare. Indossava un
paio di calzoni plissettati e un'ampia camicia di seta sotto una
giacca scozzese. Nonostante i sostegni ortopedici di alluminio,
camminava ben ritto, con una dignità e una fermezza che pare-
vano il frutto di una nobiltà ereditaria più che di uno sforzo in-
tenzionale.
Teabing li raggiunse e tese la mano a Langdon. «Robert, hai
perso peso.»
Langdon sorrise. «E tu ne hai acquistato.»
Teabing rise divertito e si battè la mano sulla pancia. «Tou-
ché. Ultimamente, i miei unici piaceri carnali sembrano quelli
culinari.» Rivolgendosi poi a Sophie, le prese delicatamente la
mano, chinò la testa, le sfiorò con le labbra le dita e abbassò gli
occhi. «M'lady.»
Lei lanciò un'occhiata a Langdon, chiedendosi se era torna-
ta indietro nel tempo o se era finita in un manicomio.
Il maggiordomo che aveva aperto loro la porta arrivò in
quel momento, con il vassoio del té. Lo posò sul tavolo davan-
ti al caminetto.
«Rémy Legaludec» spiegò Teabing. «Il mio maggiordomo.»
L'uomo rivolse loro un inchino, rigidamente, e scomparve
di nuovo.
«Rémy è Lyonnaìs» sussurrò Teabing, come se fosse una
brutta malattia «ma cucina passabilmente.»
Langdon lo guardò, divertito. «Pensavo che preferissi per-
sonale inglese.»
«Buon Dio, no! Non augurerei un cuoco inglese a nessuno,
tolti gli agenti delle tasse francesi, naturalmente.» Guardò
Sophie. «Pardonnez-moi, Mademoiselle Neveu. Le assicuro che
la mia avversione per la Francia si estende solo ai politici e al
gioco del calcio. Il vostro governo mi deruba e la vostra squa-
dra di football ci ha recentemente umiliato.»
Sophie gli sorrise.
Teabing la guardò per un attimo, poi si rivolse a Langdon.
«È successo qualcosa. Tutt'e due mi sembrate un po' scossi.»
Langdon annuì. «Abbiamo avuto una notte movimentata,
Leigh.»
«Senza dubbio. Arrivi sulla soglia di casa mia senza avver-
tire, nel bel mezzo della notte, parlando del Graal. Dimmi, si
tratta davvero del Graal o l'hai citato semplicemente perché
sai che è il solo argomento capace di farmi alzare nel cuore
della notte?»
"L'uno e l'altro" si disse Sophie, pensando al cryptex nasco-
sto sotto il divano.
«Leigh» disse Langdon «prima vorremmo parlare con te del
Priorato di Sion.»
Le folte sopracciglia di Teabing si inarcarono per la sorpre-
sa. «I custodi. Perciò si tratta davvero del Graal. Hai detto che
avevi informazioni? Qualcosa di nuovo, Robert?»
«Può darsi. Non ne siamo del tutto certi. Potremmo chiarir-
ci le idee se prima riuscissimo ad avere da te alcune informa-
zioni.»
Teabing agitò il dito indice. «Sempre l'astuto americano.
Una cosa in cambio dell'altra. Benissimo, sono a vostra dispo-
sizione. Cosa posso dirvi?»
Langdon sospirò. «Speravo che fossi così gentile da spiega-
re alla signorina Neveu la vera natura del Santo Graal.»
Teabing lo guardò con stupore. «Non lo sa?»
Langdon scosse la testa.
Il sorriso che comparve sul volto di Teabing era quasi osce-
no. «Robert, mi hai portato una vergine?»
Langdon si affrettò a spiegare a Sophie-. «"Vergine" è il ter-
mine impiegato dagli appassionati del Graal per definire chi
non ne conosce la vera storia».
Teabing si rivolse con ansia alla donna. «Ma fino a che pun-
to la conosce, mia cara?»
Sophie accennò in fretta a quanto Langdon le aveva spie-
gato: il Priorato, i templari, i documenti del Sangreal e il San-
to Graal che non era una coppa ma qualcosa di molto più po-
tente.
«Ed è tutto?» Teabing rivolse a Langdon un'occhiata scan-
dalizzata. «Robert, ti credevo un gentiluomo. L'hai privata del
piacere della conclusione!»
«Certo, ma pensavo che tra tutt'e due...» Non continuò per-
ché non voleva prestarsi ai doppi sensi dello storico.
Ma Teabing aveva già puntato su Sophie lo sguardo scintil-
lante. «Lei è una vergine del Graal, mia cara. E, si fidi di me,
non si scorderà mai della sua prima volta!»55.
Seduta sul divano accanto a Langdon, Sophie bevve il té e
mangiò una focaccina imburrata, e presto sentì i benefici effet-
ti del liquido caldo e del cibo. Sir Leigh Teabing sorrideva e
camminava avanti e indietro davanti al focolare.
«Il Santo Graal» disse, come se recitasse un sermone. «La
gente mi chiede sempre dove si trova. Temo sia una domanda
a cui non saprò mai rispondere.» Si voltò verso Sophie. «Inve-
ce, la domanda importante è: "Che cos'è il Santo Graal?".»
Sophie sentì una crescente aria di eccitazione accademica
scendere su tutt'e due i suoi compagni.
«Per capire pienamente il Graal» proseguì Teabing «dobbia-
mo prima capire la Bibbia. Quant'è approfondita la sua cono-
scenza del Nuovo Testamento?»
Sophie si strinse nelle spalle. «Molto scarsa; in realtà sono
stata allevata da un uomo che adorava Leonardo da Vinci.»
Teabing parve sorpreso e insieme compiaciuto. «Un animo
illuminato. Benissimo! Allora lei saprà che Leonardo era uno
dei custodi del segreto del Graal. E ha nascosto indizi nella
sua arte.»
«Robert me l'ha detto, certo.»
«E quel che pensava Leonardo del Nuovo Testamento?»
«Non ne ho idea.»
Con un sorriso, Teabing indicò la libreria dall'altra parte
della sala. «Robert, mi faresti la cortesia? Nello scaffale più
basso. La storia di Leonardo.»
Langdon raggiunse la libreria, trovò il grosso libro d'arte e
lo posò sul tavolo davanti a loro. Voltando il libro perché
Sophie potesse leggere, Teabing sollevò la copertina e indicò
una serie di citazioni riportate nei risguardi, «Dagli appunti
polemici e dalle riflessioni di Leonardo da Vinci» disse Tea-
bing, indicando in particolare una citazione. «Penso che la tro-
verà illuminante.»
Sophie lesse le parole.
Molti fanno mercato delle illusioni e dei falsi miracoli,
così ingannando le stupide moltitudini.
LEONARDO DA VINCI
«Ed eccone un'altra» proseguì Teabing, indicando una se-
conda frase.
L'ignoranza ci acceca e ci trae in inganno.
O miseri mortali, aprite gli occhi!
LEONARDO DA VINCI
Sophie sentì un leggero brivido. «Leonardo parla della
Bibbia?»
Teabing annuì. «I sentimenti di Leonardo nei riguardi della
Bibbia nascono direttamente dal Santo Graal. In effetti Leo-
nardo ha dipinto il vero Graal, che adesso le mostrerò, ma pri-
ma dobbiamo parlare della Bibbia.» Teabing sorrise. «E tutto
quel che lei deve sapere sulla Bibbia può essere riassunto con
le parole del grande dottore canonico Martyn Percy.» Si
schiarì la gola e declamò: «"La Bibbia non ci è arrivata per fax
dal Cielo"».
«Scusi?»
«La Bibbia è un prodotto dell'uomo, mia cara, non di Dio. La
Bibbia non è caduta magicamente dalle nuvole. L'uomo l'ha
creata come memoria storica di tempi tumultuosi ed è passata
attraverso innumerevoli traduzioni, aggiunte e revisioni. Nella
storia non c'è mai stata una versione finale del libro.»
«D'accordo.»
«Gesù Cristo è una figura storica di enorme influenza, for-
se il leader più enigmatico e seguito che il mondo abbia cono-
sciuto. Come Messia delle profezie, Gesù ha abbattuto re,
ispirato moltitudini e fondato nuove filosofie. Come discen-
dente dei re Davide e Salomone, aveva diritto a rivendicare il
trono di re dei giudei. Com'è comprensibile, la sua vita è sta-
ta scritta da migliaia di suoi seguaci in tutte le terre.» Teabing
si interruppe per bere il té, poi posò la tazza sulla mensola.
«Più di ottanta vangeli sono stati presi in considerazione per
il Nuovo Testamento, tra cui quelli di Matteo, Marco, Luca e
Giovanni.»
«Chi ha scelto quali vangeli includere?» chiese Sophie.
«Aha!» esclamò Teabing con entusiasmo. «Ecco la fonda-
mentale ironia del cristianesimo! La Bibbia, come noi la cono-
sciamo oggi, è stata collazionata dall'imperatore romano paga-
no Costantino il Grande.»
«Pensavo che Costantino fosse cristiano» commentò Sophie.
«Niente affatto» rispose Teabing, con un'alzata di spalle. «È
stato un pagano per tutta la vita ed è stato battezzato sul letto
di morte, quando era troppo debole per opporsi. All'epoca di
Costantino, la religione ufficiale romana era il culto del Sole: il
culto del Sol Invictus, il Sole invincibile, e Costantino era il suo
sacerdote più alto. Purtroppo per lui, Roma era allora agitata
da un crescente tumulto religioso. Tre secoli dopo la crocifis-
sione di Gesù Cristo, i suoi seguaci si erano moltiplicati in mo-
do esponenziale. Cristiani e pagani cominciavano a litigare e
il conflitto saliva a tali proporzioni da minacciare di spaccare
Roma. Costantino allora pensò di prendere provvedimenti.
Nell'anno 325 decise di unificare Roma sotto una sola religio-
ne, il cristianesimo.»
Sophie era sorpresa. «Perché un imperatore pagano avrebbe
dovuto scegliere come religione ufficiale il cristianesimo?»
Teabing rise. «Costantino era anche un ottimo uomo d'affa-
ri. Vedendo che il cristianesimo era in ascesa, si è semplice-
mente limitato a puntare sul cavallo favorito. Gli storici si me-
ravigliano tuttora per il modo brillante con cui ha convertito
al cristianesimo i pagani adoratori del Sole. Fondendo con la
tradizione cristiana ancora in fase di sviluppo i simboli, le date
e i rituali pagani, ha creato una sorta di religione ibrida che
risultava accettabile a tutt'e due.»
«Trasmutazione» intervenne Langdon. «Le sopravvivenze
della religione pagana nella simbologia cristiana sono innega-
bili. I dischi solari egizi divennero le aureole dei santi cristiani.
Le immagini di Iside che allatta il figlio Horus, divinamente
concepito, divennero il modello per le immagini della Vergine
Maria che allatta Gesù Bambino. E virtualmente tutti gli ele-
menti del rito cattolico - la mitra, l'altare, gli inni e la comu-
nione, ossia l'atto di "mangiare Dio" - sono stati presi diretta-
mente dalle precedenti religioni misteriche pagane.»
Teabing gemette. «Mai permettere a un esperto di simbolo-
gia di cominciare a parlare delle icone cristiane. Nel cristiane-
simo non c'è nulla di originale. Il dio precristiano Mitra - chia-
mato "Figlio di Dio" e "Luce del mondo" - era nato il 25
dicembre; quando morì, fu sepolto in una tomba nella roccia e
poi risorse tre giorni più tardi. Tra l'altro, il 25 dicembre è an-
che il compleanno di Osiride, Adone e Dioniso. Al neonato
Krishna sono stati offerti oro, incenso e mirra. Anche il giorno
di festa dei cristiani è stato rubato ai pagani.»
«Come sarebbe a dire?»
«In origine» spiegò Langdon «il cristianesimo rispettava la
festa ebraica del sabato, ma Costantino l'ha spostata per farla
coincidere con il giorno che i pagani dedicavano al Sole.» Si
interruppe e sorrise. «Oggi la gente va in chiesa la domenica
senza neppure immaginare che lo fanno per rendere omaggio
al dio del Sole: del resto, in inglese la domenica, Sunday, è let-
teralmente Sun Day, giorno del Sole.»
Sophie si sentiva girare la testa. «E tutto questo si collega al
Graal?»
«Indubbiamente» rispose Teabing. «Mi segua. Durante que-
sta fusione delle religioni, Costantino sentì il bisogno di
rafforzare la nuova tradizione cristiana, e perciò convocò una
famosa riunione ecumenica nota come concilio di Nicea.»
Sophie ne aveva sentito parlare soltanto perché vi era stato
scritto il Credo, che era chiamato anche "Credo niceno".
«A quella riunione» continuò Teabing «si discussero molti
aspetti del cristianesimo, che furono decisi attraverso un voto:
la data della Pasqua, il ruolo dei vescovi, l'amministrazione
dei sacramenti e, naturalmente, la divinità di Gesù.»
«Non capisco. La sua divinità?»
«Mia cara» spiegò Teabing «fino a quel momento storico, Ge-
sù era visto dai suoi seguaci come un profeta mortale: un uomo
grande e potente, ma pur sempre un uomo. Un mortale.»
«Non il Figlio di Dio?»
«No» disse Teabing. «Lo statuto di Gesù come "Figlio di
Dio" è stato ufficialmente proposto e votato dal concìlio di
Nicea.»
«Un attimo. Lei mi dice che la divinità di Gesù è stata il ri-
sultato di un voto?»
«E per di più un voto con una maggioranza assai ristretta»
aggiunse Teabing. «Comunque, stabilire la divinità di Cristo
fu un passo cruciale per l'ulteriore unificazione tra l'Impero
romano e il nuovo potere con sede nel Vaticano. Appoggian-
do ufficialmente Gesù come Figlio di Dio, Costantino lo ha
trasformato in una divinità che esiste al di fuori del mondo,
un'entità il cui potere non si può contraddire. Questo non so-
lo impediva ulteriori sfide del paganesimo al cristianesimo,
ma adesso i seguaci di Cristo potevano salvarsi solo attraver-
so la via che era stata stabilita come sacra: la Chiesa cattolica
romana.»
Sophie lanciò un'occhiata a Langdon, che però le rivolse un
cenno d'assenso.
«Fu tutta una questione di potere» proseguì Teabing. «Cri-
sto come Messia era indispensabile al funzionamento della
Chiesa e dello Stato. Molti studiosi affermano che questa pri-
ma Chiesa ha letteralmente rubato Gesù ai suoi seguaci origi-
nali, sottraendogli il suo messaggio umano e avvolgendolo in
un impenetrabile manto di divinità, e l'hanno usato per au-
mentare il loro potere. Ho scritto vari libri sull'argomento.»
«E penso che i devoti cristiani le mandino tutti i giorni qual-
che lettera di insulti» commentò lei.
«E perché mai?» replicò Teabing. «La grande maggioranza
dei cristiani istruiti conosce la storia della sua fede. Gesù è sta-
to davvero un uomo grande e potente. Le subdole manovre
politiche di Costantino non toccano la maestà della vita di Cri-
sto. Nessuno dice che Cristo fosse una mistificazione, o nega
che abbia camminato sulla terra e ispirato milioni di uomini
verso una vita migliore. Noi diciamo solo che Costantino ha
approfittato dell'influenza e dell'importanza raggiunta da
Cristo e, così facendo, ha dato al cristianesimo il volto che noi
oggi conosciamo.»
Sophie guardò il libro d'arte davanti a lei, ansiosa di pro-
seguire per vedere il quadro del Santo Graal dipinto da Leo-
nardo,
«Il collegamento è questo» continuò lo storico, parlando più
in fretta. «Dato che, quando Costantino aveva innalzato la
condizione di Gesù, erano passati quasi quattro secoli dalla
morte di Gesù stesso, esistevano migliaia di documenti che
parlavano della sua vita di uomo mortale. Per riscrivere i libri
di storia, Costantino sapeva di dover fare un colpo di mano.
Dalla sua decisione nacque il momento più importante della
storia cristiana.» Teabing si interruppe e guardò Sophie. «Co-
stantino commissionò e finanziò una nuova Bibbia, che esclu-
deva i vangeli in cui si parlava dei tratti umani di Cristo e in-
fiorava i vangeli che ne esaltavano gli aspetti divini. I vecchi
vangeli vennero messi al bando, sequestrati e bruciati.»
«Ti faccio notare un aspetto interessante» intervenne Lang-
don. «Chi sceglieva i vangeli proibiti invece della versione di
Costantino era definito eretico. L'origine del termine "eretico"
risale a quel momento della storia. La parola latina haereticus
deriva da "scelta". Coloro che sceglievano la storia originale
di Cristo furono i primi eretici del mondo.»
«Fortunatamente per gli storici» disse Teabing «alcuni dei
vangeli che Costantino cercò di cancellare riuscirono a so-
pravvivere. I Rotoli del Mar Morto furono trovati verso il 1950
in una caverna nei pressi di Qumran, nel deserto della Giu-
dea. E abbiamo anche i Rotoli copti scoperti nel 1945 a Nag
Hammadi. Oltre a raccontare la vera storia del Graal, questi
documenti parlano del ministero di Cristo in termini profon-
damente umani. Naturalmente, il Vaticano, per non smentire
la sua tradizione di disinformazione, ha cercato di impedire la
diffusione di questi testi. Come ci si poteva aspettare. I rotoli
evidenziano i falsi e le divergenze storiche, confermando così
che la Bibbia moderna è stata scelta e corretta da uomini che
seguivano un ordine del giorno politico, per promuovere la
divinità dell'uomo Gesù Cristo e usare la sua influenza per
consolidare la base del proprio potere.»
«Però» osservò Langdon «bisogna anche dire che se la Chie-
sa moderna vuole sopprimere quei documenti è perché è con-
vinta della tradizionale visione di Cristo. Nel Vaticano ci sono
molti uomini di profonda fede religiosa, certi che questi docu-
menti siano testimonianze false.»
Teabing rise e si sedette di fronte a Sophie. «Come vede, il
nostro professore ha il cuore più tenero del mio, per quanto ri-
guarda Roma. Comunque, ha ragione quando dice che il clero
moderno pensa che quei documenti siano false testimonianze
da attribuire ai suoi nemici dell'epoca. E la cosa è comprensi-
bile. Da secoli la Bibbia di Costantino è la loro verità. Nessuno
è più indottrinato dell'indottrinatore.»
«Quel che intende dire» osservò Langdon «è che adoriamo
gli dèi dei nostri padri.»
«Quel che intendo dire» ribattè Teabing «è che quasi tutto
ciò che i nostri padri ci hanno insegnato a proposito di Cristo
è falso. Esattamente come le storie del Santo Graal.»
Sophie guardò di nuovo la citazione di Leonardo davanti a
lei. "L'ignoranza ci acceca e ci trae in inganno. O miseri morta-
li, aprite gli occhi!"
Teabing aprì il libro e sfogliò alcune pagine. «Infine, prima
che le mostri il dipinto del Santo Graal, vorrei che desse una
rapida occhiata a questo.» Le mostrò un'illustrazione che co-
priva una doppia pagina. «Penso che lei riconosca questo af-
fresco.»
"Scherza, spero." Davanti a Sophie c'era il più famoso affre-
sco di tutti i tempi - L'Ultima Cena - la leggendaria opera di
Leonardo da Vinci sulla parete di Santa Maria delle Grazie a
Milano. L'affresco ritraeva Gesù e i discepoli nel momento in
cui Gesù annunciava che uno di loro l'avrebbe tradito. «Lo co-
nosco, certo.»
«Allora forse mi concederà di fare con lei un piccolo gioco?
Chiuda gli occhi, per favore.»
Leggermente dubbiosa, Sophie li chiuse.
«Dove siede Gesù?» chiese Teabing.
«Al centro.»
«Bene. E che cibo lui e i suoi discepoli spezzano e mangiano?»
«Pane.» "Ovvio."
«Eccellente. E che cosa bevono?»
«Vino. Bevono vino.»
«Perfetto. E ora un'ultima domanda. Quanti bicchieri da vi-
no ci sono sul tavolo?»
Sophie indugiò prima di rispondere; sapeva che era la do-
manda trabocchetto. "E al termine della cena Gesù prese la
coppa del vino e la condivise con i suoi discepoli." «Un'unica
coppa» rispose. «Il Calice.» "La Coppa di Cristo. Il Santo
Graal." «Gesù passò tra i discepoli un solo calice di vino, co-
me fanno i cristiani di oggi durante la Comunione.»
Teabing sospirò. «Apra gli occhi.»
Sophie obbedì e vide che Teabing sorrideva. Quando
guardò l'affresco, notò con stupore che tutti, al tavolo, aveva-
no un bicchiere di vino, Cristo compreso. Tredici bicchieri.
Inoltre, i bicchieri erano piccoli, senza stelo e di vetro. Non
c'erano calici nell'affresco, nessun Graal.
A Teabing brillavano gli occhi. «Un po' strano, non le pare,
visto che sia la Bibbia sia le solite leggende sul Graal celebra-
no questo momento come quello della comparsa del Santo
Graal. Stranamente, Leonardo pare essersi dimenticato di di-
pingere la Coppa di Cristo.»
«Certo gli studiosi devono averlo notato.»
«Si stupirebbe nel sapere quante anomalie Leonardo ha in-
cluso in questo quadro, che gli studiosi non vedono o fingono
di non vedere. Questo affresco è in realtà la chiave del mistero
del Santo Graal. In esso, Leonardo dice tutto apertamente.»
Sophie esaminò con attenzione l'affresco. «E ci dice che cosa
realmente è il Graal?»
«Non che cosa è» sussurrò Teabing. «Ma piuttosto chi è. Il
Santo Graal non è una cosa. In realtà è... una persona.»56.
Sophie fissò per un lungo istante Teabing e poi si voltò verso
Langdon. «Il Santo Graal è una persona?»
Langdon annuì. «Una donna, in effetti.» Dall'espressione
di Sophie capì che lei non li seguiva più. Ricordò di avere
avuto una reazione analoga la prima volta che l'aveva ap-
preso. Solo dopo avere esaminato la simbologia del Graal, il
suo collegamento con l'elemento femminile gli era divenuto
chiaro.
Evidentemente anche Teabing aveva avuto lo stesso pensie-
ro. «Robert, forse è il momento in cui deve intervenire l'esper-
to di simboli.» Raggiunse un tavolino, cercò un foglio di carta
e lo portò a Langdon.
Lo studioso prese dal taschino una penna. «Sophie, cono-
sci gli attuali simboli che indicano maschio e femmina?» Di-
segnò il comune simbolo maschile (un cerchio con una
freccia rivolta verso destra). Poi aggiunse quello
femminile: (un cerchio vuoto con una croce sotto).
«Certo» rispose lei.
«Questi» spiegò Langdon «non sono i simboli originali di
maschio e femmina. Molti pensano erroneamente che il
simbolo maschile rappresenti uno scudo e una lancia e che
quello femminile rappresenti uno specchio che riflette la
bellezza. In realtà, quei segni sono i vecchi simboli astrolo-
gici del pianeta dio Marte e del pianeta dea Venere. Il sim-
bolo originale è molto più semplice.» Langdon disegnò un
terzo segno.
«Questo simbolo è l'icona originale di "maschio"» spiegò.
«Un fallo rudimentale.»
«C'era da aspettarselo» commentò Sophie.
«Proprio così» aggiunse Teabing.
Langdon proseguì. «Questa icona è nota come la "lama", e
rappresenta aggressività e virilità. In effetti, questo simbolo
fallico è usato ancora oggi nelle uniformi militari per indicare
il grado.»
«Davvero» rise Teabing. «Più falli hai, più alto è il tuo gra-
do. I ragazzi non si smentiscono.»
Langdon fece una smorfia. «Proseguendo, il simbolo fem-
minile, come si può immaginare, è il suo opposto.» Disegnò
un altro simbolo. «Questo è chiamato il "calice".»
Sophie alzò la testa, sorpresa.
Langdon capì che la donna aveva già fatto il collegamento.
«Il calice» proseguì «rappresenta una tazza o un contenitore
e, cosa ancora più importante, ha la forma del ventre femmi-
nile. Il simbolo comunica l'idea di femminilità, fertilità.»
Alzò gli occhi per incrociare lo sguardo di Sophie. «La leg-
genda ci dice che il Santo Graal è un calice, una coppa. Ma la
descrizione del Graal come "calice" è in realtà un'allegoria
per proteggere la vera natura del Santo Graal, ossia, la leg-
genda usa il calice come metafora di una cosa molto più im-
portante.»
«Una donna» disse Sophie.
«Esattamente.» Langdon sorrise. «Il Graal è letteralmente
l'antico simbolo della femminilità e il Santo Graal rappresenta
il femminino sacro e la dea. Che naturalmente abbiamo perso,
perché sono stati eliminati dalla Chiesa. Il potere della donna
e la sua capacità di dare vita erano fortemente sacri, un tem-
pò, ma costituivano una minaccia per l'ascesa di una Chiesa a
predominio maschile; di conseguenza il femminino sacro è
stato demonizzato ed etichettato come impuro. È stato l'uo-
mo, non Dio, a creare il concetto di "peccato originale", secon-
do cui Èva ha assaggiato la mela e procurato la caduta della
razza umana. La donna, che un tempo era la sacra genera trice
di vita, adesso era diventata il nemico.»
«Devo aggiungere» intervenne Teabing «che questo concet-
to di donna come portatrice di vita era il fondamento dell'an-
tica religione. Il parto era qualcosa di misterioso e potente.
Purtroppo, la filosofia cristiana ha deciso di appropriarsi del
potere di creazione femminile ignorando la verità biologica e
facendo dell'uomo il Creatore. La Genesi ci dice che Èva è stata
creata da una costola di Adamo. La donna divenne una deri-
vazione dell'uomo. E una derivazione peccaminosa. Per la
dea, la Genesi fu l'inizio della fine.»
«Il Graal» riprese Langdon «simboleggia la dea perduta.
Quando è giunto il cristianesimo, le vecchie religioni pagane
non si sono lasciate uccidere facilmente. Le leggende dei cava-
lieri alla ricerca del Graal perduto erano in realtà storie di ri-
cerche proibite per ritrovare il femminino sacro perduto. I ca-
valieri che affermavano di "cercare il calice" parlavano in
codice per proteggersi da una Chiesa che aveva soggiogato le
donne, bandito la dea, bruciato i non credenti e proibito il ri-
spetto pagano per il femminino sacro.»
Sophie scosse la testa. «Scusa, ma quando avete detto che il
Santo Graal era una persona, ho pensato che fosse una perso-;
na reale.»
«E infatti lo è» rispose Langdon.
«E non una persona qualunque» aggiunse Teabing, alzan-
dosi in piedi per l'eccitazione. «Una donna che portava in sé
un segreto così potente che, se fosse stato rivelato, avrebbe po-
tuto distruggere le fondamenta del cristianesimo!»
Sophie pareva sopraffatta da quelle rivelazioni. «E questa
donna è storicamente nota?»
«Certo.» Teabing prese le grucce e indicò il fondo della sala.
«Se ci recheremo nel mio studio, amici, sarò onorato di mo-
strarvi il quadro di Leonardo che la ritrae.»
Due stanze più in là, nella cucina, il maggiordomo Rémy
Legaludec ascoltava in silenzio la televisione. Il notiziario tra-
smetteva le foto di un uomo e di una donna... le stesse due
persone a cui Rémy aveva appena servito il té.57.
Fermo al blocco stradale all'esterno della Banca deposito di
Zurigo, il tenente Collet si chiese perché a Pache occorresse
tanto tempo per arrivare con il mandato di perquisizione. I
banchieri gli nascondevano ovviamente qualcosa. Dicevano
che Langdon e Neveu erano arrivati ed erano stati allontana-
ti dalla banca perché non avevano il numero di riconosci-
mento del conto. "Allora, perché non ci lasciano entrare a
controllare?"
Alla fine il cellulare di Collet suonò.
Era la centrale operativa del Louvre. «Abbiamo ottenuto il
mandato?» chiese Collet.
«Lascia perdere la banca, tenente» gli disse l'agente. «Ab-
biamo appena avuto una segnalazione. Sappiamo esattamen-
te dove Langdon e Neveu sono nascosti.»
Collet si appoggiò pesantemente al cofano della sua auto.
«Scherzi.»
«Ho un indirizzo dei sobborghi. Un posto nelle vicinanze di
Versailles.»
«Il capitano Pache lo sa?»
«Non ancora. È indaffarato con un'importante telefonata.»
«Vado. Fatemi chiamare non appena si libera.» Prese nota
dell'indirizzo e si infilò nell'auto. Mentre si allontanava dalla
banca, si accorse di essersi dimenticato di chiedere chi avesse
avvertito la polizia del luogo dove si trovava Langdon. Non
che avesse importanza. Collet aveva la possibilità di cancella-
re gli errori della nottata. Stava per eseguire il più importante
arresto della sua carriera.
Chiamò alla radio le cinque auto che lo accompagnavano.
«Niente sirene, ragazzi. Langdon non deve sapere che stiamo
arrivando.»
A quaranta chilometri di distanza, una Audi nera si fermò
nell'ombra sul ciglio di una strada di campagna, ai margini di
un campo. Silas uscì e guardò al di là delle sbarre della cancel-
lata che circondava la vasta tenuta davanti a sé. Osservò il
lungo pendio illuminato dalla luna e il castello in lontananza.
Le luci al piano terreno erano accese. "Strano, a quest'ora"
pensò sorridendo. L'informazione che il Maestro gli aveva
fornito era accurata, come sempre. "Non lascerò quella casa
senza la chiave di volta" si ripromise. "Non tradirò più la fi-
ducia del vescovo e del Maestro/'
Controllato il caricatore della Heckler & Koch da tredici col-
pi, Silas la infilò tra le sbarre e la gettò dall'altra parte. Poi si
afferrò alla cima della cancellata e si sollevò fino a quell'altez-
za, la scavalcò e si lasciò cadere. Ignorando la fitta di dolore
procuratagli dal cilicio, recuperò la pistola e cominciò il lungo
cammino sul pendio erboso.58.
Lo "studio" di Teabing era diverso da qualsiasi altro che So-
phie avesse visto. Sei o sette volte più largo di qualunque uffi-
cio, il cabinet de travaii del cavaliere assomigliava a uno sgra-
ziato ibrido di laboratorio scientifico, biblioteca archivio e
mercato delle pulci al coperto. Illuminato da tre grandi lam-
padari, il pavimento apparentemente illimitato era coperto di
arcipelaghi di tavoli di lavoro, sepolti sotto libri, disegni, og-
getti e una sorprendente quantità di apparecchiature elettroni-
che: computer, proiettori, microscopi, fotocopiatrici e scanner
piani.
«Ho convertito in studio la sala da ballo» disse Teabing, con
aria un po' colpevole, mentre entrava nella stanza. «Non ho
molte occasioni per danzare.»
Sophie aveva l'impressione che l'intera notte fosse diventa-
ta una specie di avventura "ai confini della realtà", dove nulla
era quello che ci si aspettava. «E tutto questo le serve per il
suo lavoro?»
«Apprendere la verità è diventato l'amore della mia vita»
spiegò Teabing. «E il Sangreal è la mia amante preferita.»
"Il Santo Graal è una donna" pensò Sophie. Aveva in testa
un mucchio di idee che erano legate tra loro ma che parevano
prive di senso. «Ha detto di avere un ritratto della donna che
lei afferma essere il Santo Graal?»
«Sì, ma non sono io ad affermarlo. È stato Cristo stesso a fa-
re quell'affermazione.»
«E qual è il ritratto?» chiese la donna, osservando le pareti.
«Mmm...» Teabing fece finta di essersene dimenticato. «Il
Santo Graal. Il Sangreal. Il Calice.» Poi si girò all'improvviso e
indicò la parete in fondo alla sala. Vi era appesa una riprodu-
zione, lunga due metri e mezzo, dell'Ultima Cena. La stessa
immagine che Sophie aveva osservato poco prima, nel libro.
«Eccola!»
Sophie era sicura che le fosse sfuggito qualcosa. «È la stessa
immagine che abbiamo appena visto.»
Lui le strizzò l'occhio. «Lo so, ma con l'ingrandimento è
molto più emozionante, non le pare?»
Sophie si rivolse a Langdon per avere un aiuto. «Mi sento
persa.»
Langdon sorrise. «In effetti, il Santo Graal compare davvero
nell'Ultima Cena. Leonardo l'ha messo in un posto molto visi-
bile.»
«Un momento» disse Sophie. «Mi ha detto che il Santo
Graal è una donna. L'Ultima Cena è un affresco con tredici uo-
mini.»
«Lo è davvero?» Teabing inarcò le sopracciglia. «Dia un'oc-
chiata da vicino.»
Perplessa, Sophie si avvicinò alla riproduzione ed esaminò
le tredici figure, Gesù Cristo al centro, sei apostoli alla sua si-
nistra, sei alla destra. «Sono tutti uomini» confermò.
«Oh?» fece Teabing. «E quello seduto al posto d'onore, alla
destra del Signore?»
Sophie esaminò la figura alla destra di Gesù. A mano a ma-
no che studiava la sua faccia e il suo corpo era sempre più stu-
pita. La persona raffigurata aveva lunghi capelli rossi, delicate
mani giunte e il seno appena accennato. Era, senza dubbio...
femmina. «Ma è una donna!» esclamò.
Teabing rideva. «Sorpresa, sorpresa. Mi creda, non si tratta
di un errore. Leonardo era abilissimo nel ritrarre le differenze
tra i sessi.»
Sophie non riusciva a staccare gli occhi dalla donna accanto
a Cristo. "L'Ultima Cena dovrebbe raffigurare tredici uomini.
Chi è questa donna?" Anche se aveva visto quella classica im-
magine molte volte, non aveva mai notato l'incongruenza.
«Nessuno se ne accorge mai» disse Teabing. «I nostri precon-
cetti su quella scena sono talmente forti che la nostra mente
cancella l'incongruenza e ci fa vedere quello che non è.»
«Il fenomeno è noto come "scotoma"» aggiunse Langdon. «Il
cervello a volte lo fa, quando i simboli sono molto potenti.»
«Un'altra ragione che può averle impedito di capire che è
una figura femminile» disse Teabing «è che molte delle foto ri-
prodotte nei libri d'arte sono state scattate prima del 1954,
quando i particolari erano ancora nascosti sotto uno strato di
sporco e sotto vari restauri male eseguiti nel diciottesimo seco-
lo. Oggi finalmente l'affresco è stato riportato a come in origi-
ne l'ha dipinto Leonardo.» Indicò la riproduzione. «Et voilà!»
Sophie si avvicinò ancora di più all'immagine. La donna al-
la destra di Gesù era giovane e aveva l'aspetto pio, un viso
dall'espressione piena di discrezione, bellissimi capelli rossi e
mani tranquillamente giunte. "Questa è la donna che da sola
poteva far crollare la Chiesa?" «Chi è?» chiese.
«Quella donna, mia cara» rispose Teabing «è Maria Madda-
lena.»
Sophie si voltò verso di lui. «La meretrice?»
Teabing trasse un breve sospiro, come se la parola l'avesse
offeso personalmente. «Maddalena non era niente del genere.
Questo sgradevole malinteso deriva dalla campagna diffama-
toria lanciata dalla Chiesa delle origini. La Chiesa doveva dif-
famare Maria Maddalena per nascondere il suo pericoloso se-
greto: il suo ruolo di Santo Graal.»
«Il suo ruolo?»
«Come ho detto» spiegò Teabing «la Chiesa delle origini
doveva convincere il mondo che il profeta mortale Gesù era
un essere divino. Di conseguenza, ogni vangelo che descriveva
gli aspetti terreni della vita di Gesù doveva essere omesso dal-
la Bibbia. Purtroppo per quei vecchi correttori, un tema terre-
no particolarmente preoccupante continuava a presentarsi nei
vangeli. Maria Maddalena.» Fece una breve pausa. «O, più in
particolare, il suo matrimonio con Gesù Cristo.»
«Scusi?» Lo sguardo di Sophie corse a Langdon e di nuovo
a Teabing.
«È un particolare storicamente documentato» disse Teabing
«e Leonardo ne era certo al corrente. L'Ultima Cena grida prati-
camente a tutti che Gesù e Maria Maddalena erano una cop-
pia di sposi.»
Sophie tornò a guardare l'affresco.
«Osservi come i vestiti di Gesù e Maddalena sono immagi-
ni speculari l'uno dell'altro.» Teabing indicò le due figure
centrali.
Sophie era come ipnotizzata. Certo, i colori delle loro vesti
erano invertiti. Gesù aveva una veste rossa e un mantello az-
zurro; Maria Maddalena una veste azzurra e un mantello ros-
so. "Yin e Yang."
«Avventurandoci poi in considerazioni più bizzarre» disse
Teabing «osservi come Gesù e la sua sposa sembrano uniti in
corrispondenza del fianco e si allontanano l'uno dall'altra per
creare uno spazio vuoto ben delineato tra loro.»
Senza bisogno che Teabing le indicasse il contorno, Sophie
vide chiaramente, nel punto focale dell'affresco, il segno
"femminile": \/
Era lo stesso simbolo che Langdon aveva disegnato per in-
dicare il Graal, il calice e il ventre femminile.
«E infine» disse Teabing «se osserviamo Gesù e Maddalena
come elementi compositivi e non come persone, vediamo bal-
zare fuori un'altra forma. Una lettera dell'alfabeto.»
Sophie la vide immediatamente. Dire che la lettera balzava
fuori era una minimizzazione. D'un tratto, Sophie riuscì a ve-
dere solo quella. In centro all'affresco c'era l'inconfondibile
profilo di una enorme, precisa lettera "M".
«Un po' troppo perfetta per essere una coincidenza, non le
pare?» chiese Teabing.
Sophie era stupita. «Perché l'ha messa?»
Teabing si strinse nelle spalle. «I teorici dei complotti le di-
ranno che sta per "matrimonio" o per "Maria Maddalena". A
essere onesti, nessuno lo sa con certezza. Si sa solo che quella
lettera non è un errore. Innumerevoli opere legate al Graal con-
tengono la lettera nascosta "M", o come filigrana, o sotto la ver-
nice, o come composizione. La "M" più appariscente è quella
sull'altare di Nostra Signora di Parigi a Londra, che è stata dise-
gnata da un ex Gran Maestro del Priorato, Jean Cocteau.»
Sophie riflettè sull'informazione. «Ammetto che queste
"M" nascoste sono interessanti, ma non credo che costituisca-
no la prova del matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena.»
«No, no» disse Teabing, avvicinandosi a un tavolo carico di
libri. «Come ho detto, il matrimonio di Gesù e Maria Madda-
lena è storicamente documentato.» Frugò in mezzo ai volumi.
«Inoltre, Gesù come uomo sposato ha infinitamente più senso
che come scapolo.»
«Perché?» chiese Sophie.
«Perché Gesù era ebreo» rispose Langdon, mentre Teabing
era indaffarato con i suoi libri «e il costume dell'epoca impo-
neva virtualmente a un ebreo di essere sposato. Secondo i co-
stumi ebraici, il celibato era condannato e ogni padre aveva
l'obbligo di trovare per il figlio una moglie adatta. Se Gesù
non fosse stato sposato, almeno uno dei vangeli della Bibbia
avrebbe accennato alla cosa e avrebbe fornito una spiegazione
di quella innaturale condizione di celibato.»
Teabing finalmente trovò un enorme libro e lo tirò verso di
sé. L'edizione, rilegata in cuoio, era grossa come un atlante. La
copertina diceva: I vangeli gnostici. Teabing lo aprì e Langdon e
Sophie si avvicinarono. Il libro conteneva fotografie di brani
ingranditi di antichi documenti: pezzi di papiro con il testo
scritto a mano. Sophie non riconobbe la lingua, ma sulla pagi-
na di fronte c'era la traduzione.
«Queste sono fotocopie dei Rotoli di Nag Hammadi e del
Mar Morto, a cui ho accennato prima» spiegò Teabing. «I più
antichi documenti cristiani. Purtroppo non concordano molto
con i vangeli della Bibbia.» Sfogliando le pagine verso la metà
del libro, Teabing indicò un brano. «Il Vangelo di Filippo è
sempre un ottimo punto per iniziare.»
Sophie lesse:
E la compagna del Salvatore è Maria Maddalena. Cristo la amava
più di tutti gli altri discepoli e soleva spesso baciarla sulla bocca. Gli
altri discepoli ne furono offesi ed espressero disapprovazione. Gli
dissero: «Perché la ami più di tutti noi?».
Queste parole sorpresero Sophie, ma non le parvero decisi-
ve. «Non parla di matrimonio.
«Au contraire.» Teabing sorrise e le indicò la prima riga.
«Come ogni esperto di aramaico potrà spiegarle, la parola
"compagna", all'epoca, significava letteralmente "moglie".»
Langdon confermò con un cenno della testa.
Sophie lesse di nuovo la prima riga. "E la compagna del
Salvatore è Maria Maddalena."
Teabing sfogliò di nuovo il libro e indicò vari altri brani che,
con una certa sorpresa di Sophie, indicavano che tra Maria Mad-
dalena e Gesù c'era un affettuoso rapporto. Nel leggere quei te-
sti, a Sophie tornò in mente un prete incollerito che aveva pic-
chiato alla porta del nonno quando lei era alle superiori.
«È questa la casa di Jacques Saunière?» aveva chiesto il pre-
te, guardando con ira la giovane Sophie, che gli aveva aperto.
«Devo parlargli dell'articolo che ha scritto.» Il prete agitava
un giornale.
Sophie era andata a chiamare il nonno e i due erano scom-
parsi nello studio e avevano chiuso la porta. "Il nonno ha
scritto qualcosa sul giornale?" Sophie era corsa immediata-
mente in cucina e aveva sfogliato il giornale del mattino. Ave-
va visto il nome del nonno su un articolo in seconda pagina.
Sophie non aveva capito tutto quello che diceva, ma pareva
che il governo francese, a causa delle pressioni della Chiesa,
avesse vietato un film americano intitolato L'ultima tentazione
di Cristo, che parlava di Gesù che faceva l'amore con una certa
Maria Maddalena. L'articolo del nonno diceva che la Chiesa
era arrogante e che era sbagliato proibirlo.
"Non c'è da stupirsi che il prete sia così infuriato" aveva
pensato Sophie.
«È pornografia! Sacrilegio!» gridava il prete, uscendo dallo
studio e avviandosi a grandi passi verso l'atrio. «Come può ap-
poggiare una cosa simile? Quel Martin Scorsese è un bestem-
miatore e la Chiesa non gli concederà alcun pulpito in Francia!»
Uscendo, il prete aveva sbattuto violentemente la porta.
Quando il nonno era entrato in cucina, aveva visto Sophie
con il giornale e aveva aggrottato la fronte. «Hai fatto in fretta.»
Sophie aveva chiesto: «Tu pensi che Gesù Cristo avesse la
fidanzata?».
«No, cara, io ho detto che la Chiesa non dovrebbe avere il
permesso di dirci che cosa possiamo e non possiamo pensare.»
«Ma Gesù l'aveva, la fidanzata?»
Il nonno era rimasto in silenzio per alcuni istanti. «Sarebbe
stato tanto grave, se anche l'avesse avuta?»
Sophie ci aveva riflettuto e poi aveva alzato le spalle. «A me
non avrebbe dato nessun fastidio.»
Sir Leigh Teabing stava ancora parlando. «Non la annoierò
con gli infiniti riferimenti all'unione tra Gesù e Maria Madda-
lena. È stata esplorata fino alla nausea dagli storici moderni.
Vorrei però farle notare almeno questi.» Indicò un altro brano.
«È dal Vangelo di Maria Maddalena.»
Sophie non aveva mai saputo che esistesse un vangelo simi-
le. Lesse il testo.
E Pietro disse: «Il Salvatore ha davvero parlato con una donna
senza che noi lo sapessimo? Dobbiamo tutti girarci dall'altra parte e
ascoltare lei? Ha preferito lei a noi?».
E Levi rispose: «Pietro, tu sei sempre stato facile alla collera. Ora
ti vedo lottare contro la donna come un avversario. Se il Salvatore
l'ha resa meritevole, chi sei invero tu per rifiutarla? Certo, il Salvato-
re la conosce bene. Per questo ha amato lei più di noi».
«La donna di cui parlano» spiegò Teabing «è Maria Madda-
lena. Pietro è geloso di lei.»
«Perché Gesù preferiva Maria?»
«Non solo per questo. C'era in gioco ben più dell'affetto. A
questo punto dei vangeli, Gesù sospetta che presto sarà arre-
stato e crocifisso. Perciò da istruzioni a Maria Maddalena su
come guidare la Chiesa dopo la sua morte. Di conseguenza,
Pietro manifestò la sua contrarietà a rimanere in secondo pia-
no dietro una donna. Ho l'impressione che Pietro fosse al-
quanto sessista.»
Sophie cercava di seguire le sue parole. «Ma è san Pietro, la
pietra su cui Gesù fondò la sua Chiesa.»
«Proprio lui, tranne un particolare. Secondo questi vangeli
non modificati, non era Pietro la persona che Cristo incaricò
di fondare la sua Chiesa. Incaricò Maria Maddalena.»
Sophie gli rivolse un'occhiata interrogativa. «Intende dire
che la Chiesa cristiana doveva essere guidata da una donna?»
«Questo era il progetto di Gesù, che fu il primo dei femmi-
nisti. Voleva che il futuro della sua Chiesa fosse nelle mani di
Maria Maddalena.»
«E Pietro aveva qualche difficoltà ad accettarlo» disse Lang-
don, indicando L'Ultima Cena. «Questo è Pietro. Vedi che Leo-
nardo sapeva come la pensasse a proposito di Maria Madda-
lena?»
Anche ora, Sophie rimase senza parole. Nell'affresco, Pietro
era piegato minacciosamente verso la donna e la sua mano si-
mile a una lama faceva il gesto di tagliarle il collo. Lo stesso
gesto di minaccia che si poteva vedere nella Vergine delle rocce!
«E anche qui» continuò Langdon, indicando il gruppo degli
apostoli vicino a Pietro. «Un po' allarmante, non ti pare?»
Sophie osservò con maggiore attenzione e vide emergere
una mano dal gruppo degli apostoli. «Quella mano non strin-
ge un pugnale?»
«Sì. Cosa ancora più strana, se conti le braccia, vedi che la
mano non appartiene a nessuno in particolare. È priva di cor-
po. Anonima.»
Sophie era sempre più confusa. «Mi dispiace, ma non capi-
sco come tutto questo possa fare di Maria Maddalena il Santo
Graal.»
«Aha!» esclamò di nuovo Teabing. «Proprio qui sta il pun-
to!» Riprese a frugare tra i libri sul tavolo finché non trovò una
grossa carta che distese davanti a lei. Era una complessa ge-
nealogia. «Pochi sanno che Maria Maddalena, oltre a essere il
braccio destro di Cristo, era già di per sé una donna con un
grande potere.»
Sophie lesse il titolo dell'albero genealogico.
TRIBÙ DI BENIAMINO
«Qui c'è Maria Maddalena» disse Teabing, indicando un
punto nella parte alta della genealogia.
Sophie chiese, stupita: «Apparteneva alla Casa di Benia-
mino?».
«Certo» rispose Teabing. «Maria Maddalena era di famiglia
reale.»
«Ma ero convinta che Maria Maddalena fosse povera.»
Teabing scosse la testa. «Maddalena fu presentata come una
prostituta per nascondere i suoi importanti legami familiari.»
Sophie lanciò un'occhiata a Langdon, che anche questa vol-
ta le indirizzò un cenno d'assenso. La donna si rivolse a Tea-
bing. «Che importanza poteva avere, per la Chiesa delle origi-
ni, il fatto che Maria Maddalena fosse di sangue reale?»
L'inglese sorrise. «Mia cara, non era il sangue reale di Maria
Maddalena a preoccupare la Chiesa, quanto piuttosto il suo
legame con Cristo, anch'egli di sangue reale. Come lei sa, il
Vangelo di Matteo ci dice che Gesù apparteneva alla Casa di
Davide. Era un discendente di re Salomone, il re dei giudei.
Sposandosi con una donna dell'importante Casa di Beniami-
no, Gesù fondeva due discendenze reali, creava una potente
unione politica che avrebbe avuto il diritto di avanzare legitti-
me rivendicazioni sul trono e ricostituire una dinastia di re,
come al tempo di Salomone.»
Sophie capì che stava arrivando al punto cruciale.
Teabing era emozionato, ora. «La leggenda del Santo Graal
riguarda il sangue reale. Quando la leggenda parla del "calice
che conteneva il sangue di Cristo" parla in realtà di Maria
Maddalena, il ventre femminile che portava in sé la discen-
denza reale di Gesù.»
Le parole parvero attraversare l'intera sala ed echeggiare
indietro prima che Sophie le valutasse appieno. "Maria Mad-
dalena portava in sé la discendenza reale di Gesù Cristo?"
«Ma Cristo come poteva avere una discendenza reale, a meno
che...?» Guardò Langdon.
Lo studioso le sorrise. «A meno che non avessero un figlio.»
Sophie era come pietrificata.
«Assistiamo qui» dichiarò Teabing «alla più grande opera
di insabbiamento della storia. Non soltanto Gesù era marito,
ma anche padre; Mia cara, Maria Maddalena era il Santo Va-
so, il Calice contenente il sangue reale di Gesù Cristo. Era il
ventre che portava la discendenza, la vite da cui è nato il frut-
to sacro!»
Sophie sentì rizzarsi i capelli. «Ma come si è potuto nascon-
dere per tanti secoli un segreto così importante?»
«Buon Dio!» esclamò Teabing. «È stato tutt'altro che un se-
greto! La discendenza reale di Gesù Cristo è la fonte della leg-
genda più duratura che esista, il Santo Graal. La storia di Ma-
ria Maddalena è stata gridata dai tetti, per secoli, in tutte le
lingue e in ogni genere di metafora. Si incontra la sua storia
dappertutto, una volta aperti gli occhi.»
«E i documenti del Sangreal?» chiese Sophie. «Dovrebbero
contenere la prova che Gesù ha avuto una discendenza reale?»
«Certo.»
«Perciò, l'intera leggenda del Santo Graal riguarda la di-
scendenza reale?»
«Proprio alla lettera» confermò Teabing. «Dalla parola San-
greal deriva San Creai, ovvero Santo Graal. Ma nella sua forma
più antica, Sangreal derivava da due parole diverse.» Teabing
le scrisse su un foglio di carta e lo passò a Sophie.
Lei lesse ciò che lo storico inglese aveva scritto.
Sang Real
Immediatamente, Sophie comprese tutto.
Sang Real significava, alla lettera, "Sangue Reale".59.
Il portiere del quartier generale dell'Opus Dei di Lexington
Avenue, a New York, sollevò la cornetta e riconobbe con sor-
presa la voce del vescovo Aringarosa. «Buonasera, Eminenza.»
«C'è qualche messaggio per me?» chiese il vescovo, con la
voce stranamente ansiosa.
«Sì, Eminenza. Sono lieto di sentirla. Non sono riuscito a
mettermi in contatto con lei. Ho ricevuto una comunicazione
urgente circa mezz'ora fa.»
«Sì?» Il vescovo pareva più sollevato, nell'apprenderlo. «Ha
lasciato il nome?»
«No, solo un numero.» Il portiere glielo diede.
«Prefisso trentatré? È dalla Francia, giusto?»
«Sì, Eminenza. Parigi. Chi ha chiamato ha detto che era im-
portantissimo e che lei doveva richiamare immediatamente.»
«Grazie, aspettavo quella telefonata.» Aringarosa interrup-
pe la comunicazione.
Mentre abbassava il ricevitore, il portiere si chiese perché il
collegamento fosse così disturbato. Secondo i suoi program-
mi, il vescovo doveva essere a New York, ma dalla comunica-
zione sembrava che fosse a mezzo mondo di distanza. Si strin-
se nelle spalle. Da qualche mese, il vescovo Aringarosa si
comportava in modo strano.
"Evidentemente, il mio cellulare non riceveva" pensava
Aringarosa mentre la Fiat imboccava l'uscita per l'aeroporto
di Ciampino. "Il Maestro ha cercato di telefonarmi." Nono-
stante la preoccupazione per non avere potuto rispondere alla
chiamata, era incoraggiato dal fatto che il Maestro si sentisse
abbastanza al sicuro da chiamare direttamente il quartier ge-
nerale dell'Opus Dei.
"Le cose devono essere andate bene, a Parigi."
Mentre componeva il numero, provò una forte eccitazione
al pensiero che presto sarebbe stato a Parigi. "Atterrerò laggiù
prima dell'alba." Aringarosa aveva già un aerotaxi che lo at-
tendeva per il breve volo fino alla Francia. I voli commerciali
non erano più consigliabili a quell'ora, soprattutto se si teneva
presente il contenuto della cartella.

Dall'altra parte della comunicazione, il telefono cominciò a
squillare.
Rispose una voce femminile. «Direction centrale Police judi-
ciaire.»
Aringarosa esitò per un istante. Non se lo aspettava. «Ah,
certo... mi è stato chiesto di chiamare questo numero.»
«Quz étes-vous?» chiese la donna. «Il suo nome?»
Aringarosa non sapeva se riferirlo. "La polizia francese?"
«Il suo nome, signore?» insistette la donna.
«Vescovo Manuel Aringarosa.»
«Un moment.» Uno scatto, poi una musichetta.
Dopo una lunga attesa gli rispose un uomo, in tono burbero
e preoccupato. «Eminenza, sono lieto di essere finalmente riu-
scito a mettermi in contatto con lei. Noi due abbiamo parec-
chie cose da discutere.»

agippet...@yahoo.it

unread,
May 20, 2006, 3:55:26 AM5/20/06
to incen...@googlegroups.com

Buon giorno a tutti, ancora una volta e a malincuore mi accingo a scrivere
in lista a sfavore del cioffi...è vero che non è una lista moderata ma
cavoli!!!!! Possibile che non ci sia altro sistema che bloccare lui per non
leggere le sue stronzate che spesso posta? ora dico io come mi sembra sia
già stato detto, non tutti purtroppo ancora hanno l'adsl per cui i lunghi
messaggi come ora il libro, che per altro si trova dappertutto, dicevo,non
tutti hanno l'agilità di scaricare velocemente per cui egregio cavaliere non
si rende conto che fa del danno? io sarò costretta a fare come fausto
toffano bloccarlo, ma non perchè possiedo l'analogica come linea, ma per la
sua ignoranza..........e chiedo di nuovo non si può fare nulla contro di lui
se non essere noi costretti a fare canc?????? Fabiola
Se cadi sette volte....rialzati otto!


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