Terra dei fuochi.
Immaginare non è complicato. Formarsi nella mente una
persona, un gesto, o qualcosa che non esiste, non è difficile.
Non è complesso immaginare persino la propria morte. Ma
la cosa più complicata è immaginare l'economia in tutte le
sue parti. I flussi finanziari, le percentuali di profitto, le con-
trattazioni, i debiti, gli investimenti. Non ci sono fisionomie
da visualizzare, cose precise da ficcarsi in mente. Si possono
immaginare le diverse determinazioni dell'economia, ma
non i flussi, i conti bancari, le operazioni singole. Se si prova
a immaginarla, l'economia, si rischia di tenere gli occhi chiu-
si per concentrarsi e spremersi sino a vedere quelle psichede-
liche deformazioni colorate sullo schermo della palpebra.
Sempre più tentavo di ricostruire in mente l'immagine del-
l'economia, qualcosa che potesse dare il senso della produ-
zione, della vendita, le operazioni dello sconto e dell'acqui-
sto. Era impossibile trovare un'organigramma, una precisa
compattezza iconica. Forse l'unico modo per rappresentare
l'economia nella sua corsa era intuire ciò che lasciava, inse-
guirne gli strascichi, le parti che come scaglie di pelle morta
lasciava cadere mentre macinava il suo percorso.
Le discariche erano l'emblema più concreto d'ogni ciclo
economico. Ammonticchiano tutto quanto è stato, sono lo
strascico vero del consumo, qualcosa in più dell'orma lascia-
ta da ogni prodotto sulla crosta terrestre. Il sud è il capolinea
di tutti gli scarti tossici, i rimasugli inutili, la feccia della pro-
duzione. Se i rifiuti sfuggiti al controllo ufficiale - secondo
una stima di Legambiente - fossero accorpati in un'unica so-
luzione, nel loro complesso diverrebbero una catena mon-
tuosa da quattordici milioni di tonnellate: praticamente co-
me una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari.
Il Monte Bianco è alto 4.810 metri, l'Everest 8.844. Questa
montagna di rifiuti, sfuggiti ai registri ufficiali, sarebbe la
più grande montagna esistente sulla terra. È così che ho im-
maginato il DNA dell'economia, le sue operazioni commer-
ciali, le sottrazioni e le somme dei commercialisti, i dividen-
di dei profitti: come questa enorme montagna. Una catena
montuosa enorme che - come fosse stata fatta esplodere - si
è dispersa per la parte maggiore nel sud Italia, nelle prime
quattro regioni con il più alto numero di reati ambientali:
Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Lo stesso elenco di
quando si parla dei territori con i maggiori sodalizi crimina-
li, con il maggior tasso di disoccupazione e con la partecipa-
zione più alta ai concorsi per volontari nell'esercito e nelle
forze di polizia. Un elenco sempre uguale, perenne, immuta-
bile. Il casertano, la terra dei Mazzoni, tra il Garigliano e il
Lago Patria, per trent'anni ha assorbito tonnellate di rifiuti,
tossici e ordinari.
La zona più colpita dal cancro del traffico di veleni si trova
tra i comuni di Grazzanise, Cancello Arnone, Santa Maria La
Fossa, Castelvolturno, Casal di Principe - quasi trecento chi-
lometri quadrati di estensione - e nel perimetro napoletano
di Giugliano, Qualiano, Villaricca, Nola, Acerra e Mariglia-
no. Nessun'altra terra nel mondo occidentale ha avuto un ca-
rico maggiore di rifiuti, tossici e non tossici, sversati illegal-
mente. Grazie a questo business, il fatturato piovuto nelle
tasche dei clan e dei loro mediatori ha raggiunto in quattro
anni quarantaquattro miliardi di euro. Un mercato che ha
avuto negli ultimi tempi un incremento complessivo del 29.8
per cento, paragonabile solo all'espansione del mercato della
cocaina. Dalla fine degli anni '90 i clan camorristici sono di-
venuti i leader continentali nello smaltimento dei rifiuti. Già
nella relazione al Parlamento, fatta nel 2002 dal Ministro del-
l'Interno, si parlava chiaramente di un passaggio dalla rac-
colta dei rifiuti a un patto imprenditoriale con alcuni addetti
ai lavori, finalizzato all'esercizio di un controllo totale sul-
l'intero ciclo. Il clan dei Casalesi, nella sua doppia dirama-
zione, una diretta da Schiavone Sandokan e l'altra da Fran-
cesco Bidognetti, alias Cicciotto di Mezzanotte, si spartisce il
grande business, un così enorme mercato che - pur con con-
tinue tensioni - non li ha mai portati a uno scontro frontale.
Ma i Casalesi non sono da soli. C'è il clan Maliardo di Giu-
gliano, un cartello abilissimo nel dislocare in maniera rapida
i proventi dei propri traffici, e capace di veicolare sul proprio
territorio una quantità immensa di rifiuti. Nel giuglianese è
stata scoperta una cava dismessa completamente ricolma di
rifiuti. La stima della quantità sversata corrisponde a circa
ventottomila Tir. Una massa rappresentabile immaginando
una fila di camion, uno appoggiato al paraurti dell'altro, che
va da Caserta a Milano.
I boss non hanno avuto alcun tipo di remora a foderare di
veleni i propri paesi, a lasciar marcire le terre che circoscrivo-
no le proprie ville e i propri domini. La vita di un boss è bre-
ve, il potere di un clan tra faide, arresti, massacri ed ergastoli
non può durare a lungo. Ingolfare di rifiuti tossici un territo-
rio, circoscrivere i propri paesi di catene montuose di veleni
può risultare un problema solo per chi possiede una dimen-
sione di potere a lungo termine e con responsabilità sociale.
Nel tempo immediato dell'affare c'è invece solo il margine di
profitto elevato e nessuna controindicazione. La parte più
consistente dei traffici di rifiuti tossici ha un vettore unico:
nord-sud. Dalla fine degli anni '90 diciottomila tonnellate di
rifiuti tossici partiti da Brescia sono stati smaltiti tra Napoli e
Caserta e un milione di tonnellate, in quattro anni, sono tutte
finite a Santa Maria Capua Vetere. Dal nord i rifiuti trattati
negli impianti di Milano, Pavia e Pisa venivano spediti in
Campania. La Procura di Napoli e quella di Santa Maria Ca-
pua Vetere hanno scoperto nel gennaio 2003, grazie alle in-
dagini coordinate dal pubblico ministero Donato Ceglie, che
in quaranta giorni oltre seimilacinquecento tonnellate di ri-
fiuti dalla Lombardia sono giunte a Trentola Ducenta, vicino
a Caserta.
Le campagne del napoletano e del casertano sono mappa-
mondi della monnezza, cartine al tornasole della produzione
industriale italiana. Visitando discariche e cave è possibile
vedere il destino di interi decenni di prodotti industriali ita-
liani. Mi è sempre piaciuto girare con la Vespa nelle stradu-
cole che costeggiano le discariche. È come camminare sui re-
sidui di civiltà, stratificazioni di operazioni commerciali, è
come fiancheggiare piramidi di produzioni, tracce di chilo-
metri consumati. Strade di campagna spesso terribilmente
cementificate per agevolare l'arrivo dei camion. Territori do-
ve la geografia degli oggetti si compone di un mosaico vario
e molteplice. Ogni scarto di produzione e d'attività ha la sua
cittadinanza in queste terre. Una volta un contadino stava
arando un campo che aveva appena comperato, esattamente
al confine tra il napoletano e il casertano. Il motore del tratto-
re si ingolfava, era come se la terra quel giorno fosse partico-
larmente compatta. D'improvviso iniziarono a spuntare ai
lati del vomere brandelli di carta. Erano soldi. Migliaia e mi-
gliaia di banconote, centinaia di migliaia. Il contadino si ca-
tapultò dal trattore e iniziò a raccogliere freneticamente tutti
i brandelli di danaro, come un bottino nascosto chissà da
quale bandito, frutto di chissà quale immensa rapina. Erano
soltanto soldi tagliuzzati e scoloriti. Banconote triturate pro-
venienti dalla Banca d'Italia, tonnellate di balle di soldi con-
sumati e finiti fuori conio. Il tempio della lira era finito sotto
terra, i rimasugli della vecchia cartamoneta rilasciavano il lo-
ro piombo in un campo di cavolfiori.
Vicino a Villaricca i carabinieri individuarono un terreno
dove erano state accumulate le carte utilizzate per la pulizia
delle mammelle delle vacche, provenienti da centinaia di al-
levamenti veneti, emiliani, lombardi. Le mammelle delle
vacche vengono continuamente pulite, due, tre, quattro volte
al giorno. Ogni volta che devono inserire le ventose dei mun-
gitori automatici gli stallieri devono pulirle. Spesso poi le
vacche si ammalano di mastiti e patologie simili, e iniziano a
secernere pus e sangue, ma la vacca non viene messa a ripo-
so: semplicemente ogni mezz'ora bisogna nettarla, altrimenti
il pus e il sangue finiscono nel latte e interi fusti si pregiudica-
no. Quando passavo per le colline di carta di mammella, sen-
tivo puzza di latte andato a male. Forse era solo suggestione,
forse quel colore giallastro delle carte ammonticchiate defor-
mava anche i sensi. Fatto è che questi rifiuti, accumulati in
decenni, hanno ristrutturato gli orizzonti, fondato nuovi odo-
ri, fatto comparire chiazze di colline inesistenti, le montagne
divorate dalle cave hanno d'improvviso riavuto la massa per-
duta. Passeggiare nell'entroterra campano è come assorbire
gli odori di tutto quanto producono le industrie. A vedere
mescolato alla terra il sangue arterioso e venoso delle fabbri-
che di tutto il territorio, viene in mente qualcosa di simile al-
la palla di plastilina assemblata dai bambini con tutti i colori
disponibili. Vicino a Grazzanise era stata accumulata tutta la
terra di spazzamento della città di Milano. Per decenni tutta
la spazzatura raccolta nelle pattumiere dai netturbini mila-
nesi, quella scopata al mattino, era stata raccolta e spedita da
queste parti. Dalla provincia di Milano ogni giorno ottocento
tonnellate di rifiuti finiscono in Germania. La produzione
complessiva è però di milletrecento tonnellate. Ne mancano
quindi all'appello cinquecento. Non si sa dove vanno a finire.
Con grande probabilità questi rifiuti fantasma vengono spar-
pagliati in giro per il Mezzogiorno. Ci sono anche i toner delle
stampanti ad ammorbare la terra, come scoperto dall'opera-
zione del 2006 "Madre Terra" coordinata dalla Procura di San-
ta Maria Capua Vetere. Tra Villa Literno, Castelvolturno e San
Tammaro, i toner delle stampanti d'ufficio della Toscana e del-
la Lombardia venivano sversati di notte da camion che uffi-
cialmente trasportavano compost, un tipo di concime. L'odore
era acido e forte, ed esplodeva ogni volta che pioveva. Le terre
erano cariche di cromo esavalente. Se inalato, si fissa nei glo-
buli rossi e nei capelli e provoca ulcere, difficoltà respiratorie,
problemi renali e cancro ai polmoni. Ogni metro di terra ha il
suo carico particolare di rifiuti. Una volta un mio amico denti-
sta mi aveva raccontato che alcuni ragazzi gli avevano portati
dei teschi. Dei teschi veri, di esseri umani, per fargli pulire i
denti. Come tanti piccoli Amleto avevano in una mano il cra-
nio e nell'altra una mazzetta di soldi per pagare l'intervento
di pulizia dentale. Il dentista li cacciava dal suo studio e poi
mi faceva telefonate nervose: «Ma dove cazzo li prendono 'sti
teschi? Dove se li vanno a cercare?». Immaginava scene apo-
calittiche, riti satanici, ragazzini iniziati al verbo di Belzebù.
Ridevo. Non era difficile capire da dove venivano. Passando
vicino Santa Maria Capua Vetere una volta avevo bucato la
ruota della Vespa. Il pneumatico si era tagliato passando so-
pra a una specie di bastone affilato che credevo fosse un femo-
re di bufalo. Ma era troppo piccolo. Era un femore umano. I ci-
miteri fanno esumazioni periodiche, tolgono quello che i
becchini più giovani chiamano "gli arcimorti", quelli messi
sotto terra da più di quarant'anni. Dovrebbero smaltirli assie-
me alle bare e a tutto il materiale cimiteriale, lucine comprese,
attraverso ditte specializzate. Il costo dello smaltimento è ele-
vatissimo, e così i direttori dei cimiteri danno una mazzetta ai
becchini per farli scavare, e poi buttano tutto sui camion. Ter-
ra, bare macerate e ossa. Trisavoli, bisnonni, avi di chissà qua-
li città si ammonticchiavano nelle campagne casertane. Se ne
sversavano talmente tanti, come scoperto dai NAS di Caserta
nel febbraio 2006, che ormai la gente quando passava vicino si
faceva il segno della croce, come fosse un cimitero. I ragazzini
fregavano i guanti da cucina alle loro madri e - scavando con
mani e cucchiai - cercavano i teschi e le gabbie toraciche intat-
te. Un teschio con i denti bianchi, i venditori dei mercatini del-
le pulci potevano comprarlo anche a cento euro. Una gabbia
toracica intatta invece, con tutte le cestole al loro posto, fino a
trecento euro. Tibie, femori e braccia non hanno mercato. Le
mani sì, ma si perdono facilmente i pezzi nella terra. I teschi
con i denti neri valgono cinquanta euro. Non hanno un gran-
de mercato, alla clientela sembra non fare schifo l'idea della
morte, quanto piuttosto il fatto che lo smalto dei denti lenta-
mente inizi a marcire.
Da nord verso sud i clan riescono a drenare di tutto. Il ve-
scovo di Nola definì il sud Italia la discarica abusiva dell'Italia
ricca e industrializzata. Le scorie derivanti dalla metallurgia
termica dell'alluminio, le pericolose polveri di abbattimento
fumi, in particolare quelle prodotte dall'industria siderurgi-
ca, dalle centrali termoelettriche e dagli inceneritori. Le mor-
chie di verniciatura, i liquidi reflui contaminati da metalli pe-
santi, amianto, terre inquinate provenienti da attività di
bonifica che vanno a inquinare altri terreni non contaminati.
E ancora rifiuti prodotti da società o impianti pericolosi di pe-
trolchimici storici come quello dell'ex Enichem di Priolo, i
fanghi conciari della zona di Santa Croce sull'Arno, i fanghi
dei depuratori di Venezia e di Forlì di proprietà di società a
prevalente capitale pubblico.
Il meccanismo dello smaltimento illecito parte da impren-
ditori di grosse aziende o anche da piccole imprese che vo-
gliono smaltire a prezzi irrisori le loro scorie, il materiale di
risulta da cui più nulla è possibile ricavare se non costi. Al se-
condo passaggio ci sono i titolari di centri di stoccaggio che
attuano la tecnica del giro di bolla, raccolgono i rifiuti e in
molti casi li miscelano con rifiuti ordinari, diluendo la con-
centrazione tossica e declassificando, rispetto al CER, il catalo-
go europeo dei rifiuti, la pericolosità dei rifiuti tossici.
I chimici sono fondamentali per ribattezzare un carico da
rifiuti tossici in innocua immondizia. Molti forniscono un for-
mulario di identificazione falso con codici di analisi menzo-
gnere. Poi ci sono i trasportatori che percorrono il paese per
raggiungere il sito prescelto per smaltire, e infine ci sono gli
smaltitori. Questi possono essere gestori di discariche auto-
rizzate o di un impianto di compostaggio dove i rifiuti ven-
gono coltivati per farne concime, ma possono anche essere
proprietari di cave dismesse o di terreni agricoli adibiti a di-
scariche abusive. Laddove c'è uno spazio con un proprieta-
rio, lì può esserci uno smaltitore. Elementi necessari nel far
funzionare l'intero meccanismo sono i funzionari e dipen-
denti pubblici che non controllano, né verifìcano le varie ope-
razioni, o danno in gestione cave e discariche a persone chia-
ramente inserite nelle organizzazioni criminali. I clan non
devono fare patti di sangue con i politici, né allearsi con interi
partiti. Basta un funzionario, un tecnico, un dipendente, uno
qualsiasi che vuole far lievitare il proprio stipendio e così, con
estrema flessibilità e silenziosa discrezione, si riesce a ottene-
re che l'affare si svolga, con profitto per ogni parte coinvolta.
I veri artefici della mediazione però sono gli stakeholder. So-
no loro i veri geni criminali dell'imprenditoria dello smalti-
mento illegale dei rifiuti pericolosi. In questo territorio, tra
Napoli, Salerno e Caserta si foggiano i migliori stakeholder
d'Italia. Per stakeholder si intende - nel gergo aziendale -
quelle figure d'impresa che sono coinvolte nel progetto eco-
nomico e che con la loro attività sono direttamente, o indiret-
tamente, in grado di influenzarne gli esiti. Gli stakeholder dei
rifiuti tossici erano ormai divenuti un vero e proprio ceto di-
rigente. E non era raro sentirmi dire nei periodi di marcescen-
te disoccupazione della mia vita: «Sei laureato, le competenze
ce le hai, perché non ti metti a fare lo stake?».
Per i laureati del sud, senza padri avvocati o notai, era una
strada certa all'arricchimento e alle soddisfazioni professio-
nali. Laureati, bella presenza, divenivano mediatori dopo
qualche anno passato negli USA o in Inghilterra a specializ-
zarsi in politiche dell'ambiente. Ne ho conosciuto uno. Uno
dei primi, uno dei migliori. Prima di ascoltarlo, prima di os-
servare il suo lavoro non avevo capito nulla della miniera
dei rifiuti. Si chiamava Franco, l'avevo conosciuto in treno,
di ritorno da Milano. Si era ovviamente laureato alla Bocconi
ed era diventato esperto in Germania di politiche per il recu-
pero ambientale. Una delle abilità somme degli stakeholder
è quello di conoscere a memoria il CER e di comprendere co-
me destreggiarsi al suo interno. Questo gli permetteva di ca-
pire come trattare i rifiuti tossici, come aggirare le norme, co-
me presentarsi alla comunità imprenditoriale con scorciatoie
clandestine. Franco era originario di Villa Literno e voleva
coinvolgermi nel suo mestiere. Aveva iniziato a raccontarmi
del suo lavoro partendo dall'aspetto. Norme e divieti del
successo di uno stakeholder. Se ti stavi stempiando, o avevi
la chierica, dovevi evitare tassativamente riporti e parrucchi-
ni. Era vietato, per un'immagine vincente, avere capelli lun-
ghi ai lati del cranio per coprire gli spazi vuoti della pelata. Il
cranio doveva essere rasato, o al massimo con una rada pe-
luria di capelli corti. Secondo Franco, lo stakeholder se invi-
tato a una festa, doveva essere sempre accompagnato da una
donna, ed evitare di fare lo squallido tampinatore di tutte le
gonne presenti. Se non aveva una fidanzata o non ne aveva
una all'altezza, lo stakeholder doveva pagare le escort, le ac-
compagnatrici di lusso, quelle più eleganti. Gli stakeholder
dei rifiuti si presentano dai proprietari delle imprese chimi-
che, dalle concerie, dalle fabbriche di plastica e propongono
il loro listino di prezzi.
Lo smaltimento è un costo che nessun imprenditore italia-
no sente necessario. Gli stake ripetono sempre la stessa me-
desima metafora: «Per loro è più utile la merda che cacano
piuttosto che i rifiuti, per smaltire i quali devono sborsare
valigie di soldi». Non devono però mai dare l'impressione di
star offrendo un'attività criminale. Gli stakeholder mettono
in contatto le industrie con gli smaltitori dei clan e, seppure
da lontano, coordinano ogni passaggio dello smaltimento.
Esistono due tipi di produttori di rifiuti: quelli che non
hanno altro obiettivo se non risparmiare sul prezzo del servi-
zio, non curandosi dell'affidabilità delle ditte a cui appaltano
lo smaltimento. Sono quelli che vedono la loro responsabilità
terminare appena fanno uscire i fusti dei veleni dal perime-
tro delle loro aziende. E quelli direttamente implicati nelle
operazioni illegali, che smaltiscono loro stessi illegalmente i
rifiuti. In entrambi i casi la mediazione degli stakeholder è
necessaria per garantire i servizi di trasporto e l'indicazione
del luogo di smaltimento, e l'aiuto per rivolgersi a chi di do-
vere per la declassificazione di un carico. L'ufficio degli
stakeholder è la loro automobile. Con un telefono e un porta-
tile muovono centinaia di migliaia dì tonnellate di rifiuti. Il
loro guadagno va a percentuali sui contratti con le aziende,
in relazione ai chili appaltati da smaltire. Gli stakeholder
hanno un listino variabile. I diluenti, che per esempio uno
stakeholder legato ai clan può smaltire, vanno dai dieci ai
trenta centesimi al chilo. Il pentasolfuro di fosforo un euro al
chilo. Terre di spazzamento delle strade, cinquantacinque
centesimi al chilo; imballaggi con residui di rifiuti pericolosi,
un euro e quaranta centesimi al chilo; fino a due euro e tren-
ta centesimi al chilo le terre contaminate; gli inerti cimiteriali
quindici centesimi al chilo; ifluff, le parti non in metallo del-
le auto, un euro e ottantacinque centesimi al chilogrammo,
trasporto compreso. I prezzi proposti ovviamente tengono
conto delle esigenze dei clienti e delle difficoltà di trasporto.
I quantitativi gestiti dagli stakeholder sono enormi, i loro
margini di guadagno esponenziali.
L'"Operazione Houdini" del 2004 ha dimostrato che un
unico impianto in Veneto gestiva illegalmente circa duecen-
tomila tonnellate di rifiuti l'anno. Il costo di mercato per
smaltire correttamente i rifiuti tossici impone prezzi che van-
no dai ventuno a sessantadue centesimi al chilo. I clan forni-
scono lo stesso servizio a nove o dieci centesimi al chilo. Gli
stakeholder campani sono riusciti, nel 2004, a garantire che
ottocento tonnellate di terre contaminate da idrocarburi,
proprietà di una azienda chimica, fossero trattate al prezzo
di venticinque centesimi al chilo, trasporto compreso. Un ri-
sparmio dell'80 per cento sui prezzi ordinati.
La reale forza dei mediatori, degli stakeholder che lavora-
no con la camorra, è la capacità di garantire un servizio in
ogni sua parte, mentre i mediatori delle imprese legali pro-
pongono prezzi maggiorati, esenti dal trasporto. Eppure gli
stakeholder non vengono quasi mai affiliati nei clan. Non
serve. La non affiliazione è un vantaggio per le due parti. Gli
stakeholder possono lavorare per diverse famiglie, come
battitori liberi, senza dover subire obblighi militari, partico-
lari imposizioni, senza divenire pedine da battaglia. In ogni
operazione della magistratura ne beccano diversi, ma le con-
danne non sono mai pesanti, poiché è difficile dimostrare la
loro diretta responsabilità, dato che formalmente non pren-
dono parte a nessun passaggio della catena dello smaltimen-
to criminale dei rifiuti.
Col tempo ho imparato a vedere con gli occhi degli
stakeholder. Uno sguardo diverso da quello del costruttore.
Un costruttore vede lo spazio vuoto come qualcosa da riem-
pire, cerca di mettere il pieno nel vuoto; gli stakeholder pen-
sano invece a come trovare il vuoto nel pieno.
Franco, quando camminava, non osservava il paesaggio,
ma pensava a come poterci ficcare qualcosa dentro. Come
vedere tutto l'esistente a mo' di grande tappeto e cercare nel-
le montagne, ai lati delle campagne, il lembo da sollevare
per spazzarci sotto tutto quanto è possibile. Una volta, men-
tre camminavamo, Franco notò la piazzola abbandonata di
una pompa di benzina, e pensò immediatamente che i serba-
toi sotterranei avrebbero potuto ospitare decine di piccoli fu-
sti di rifiuti chimici. Una tomba perfetta. E così era la sua vi-
ta, una continua ricerca di vuoto. Franco poi aveva cessato di
fare lo stakeholder, di macinare chilometri con le auto, a pre-
sentarsi agli imprenditori del nord est, a essere chiamato in
mezza Italia. Aveva messo su un corso di formazione profes-
sionale. Gli allievi più importanti di Franco erano cinesi. Ve-
nivano da Hong Kong. Gli stakeholder orientali avevano im-
parato da quelli italiani a trattare con le aziende d'ogni parte
d'Europa, a proporre prezzi e soluzioni veloci. Quando in
Inghilterra avevano aumentato i costi dello smaltimento, si
presentarono gli stakeholder cinesi allievi dei campani. A
Rotterdam la polizia portuale olandese ha scoperto nel mar-
zo 2005, in partenza per la Cina, mille tonnellate di rifiuti ur-
bani inglesi spacciati ufficialmente per carta da macero da ri-
ciclare. Un milione di tonnellate di rifiuti hi-tech ogni anno
partono dall'Europa e vengono sversati in Cina. Gli stakehol-
der li dislocano a Guiyu, a nord est di Hong Kong. Intombati,
stipati sottoterra, affondati nei laghi artificiali. Come nel ca-
sertano. Hanno così velocemente inquinato Guiyu che le fal-
de acquifere sono completamente compromesse, al punto da
essere costretti a importare dalle province vicine l'acqua po-
tabile. Il sogno degli stakeholder di Hong Kong è fare di Na-
poli il porto di snodo dei rifiuti europei, un centro di raccolta
galleggiante dove poter stipare nei container l'oro di spazza-
tura da intombare nelle terre di Cine.
Gli stakeholder campani erano i migliori, avevano battu-
to la concorrenza dei calabresi, dei pugliesi e dei romani
perché, grazie ai clan, avevano fatto delle discariche campa-
ne un enorme discount, senza soluzione di continuità. In
trent'anni di traffici sono riusciti a incamerare di tutto, a
smaltire ogni cosa con un unico obiettivo: abbattere i costi e
aumentare le quantità da appaltare. L'inchiesta "Re Mida"
del 2003, che prende il nome da una telefonata intercettata
di un trafficante: «E noi appena tocchiamo la monnezza la
facciamo diventare oro», mostrava che ogni passaggio del
ciclo dei rifiuti riceveva la sua quota di profitto.
Quando ero in macchina con Franco ascoltavo le sue te-
lefonate. Dava consulenze immediate su come e dove smal-
tire i rifiuti tossici. Parlava di rame, arsenico, mercurio, cad-
mio, piombo, cromo, nichel, cobalto, molibdeno, passava dai
residui di conceria a quelli ospedalieri, dai rifiuti urbani ai
pneumatici, spiegava come trattarli, aveva in mente interi
elenchi di persone e siti di smaltimento a cui rivolgersi. Pen-
savo ai veleni mischiati al compost, pensavo alle tombe per
fusti ad alta tossicità scavate nel corpo delle campagne. Di-
venivo pallido. Franco se n'accorgeva.
«Ti fa schifo questo mestiere? Robbe', ma lo sai che gli
stakeholder hanno fatto andare in Europa questo paese di
merda? Lo sai o no? Ma lo sai quanti operai hanno avuto il
culo salvato dal fatto che io non facevo spendere un cazzo al-
le loro aziende?»
Franco era nato in un luogo che l'aveva addestrato bene,
sin da bambino. Sapeva che negli affari si guadagna o si per-
de - non c'è spazio per altro - e lui non voleva perdere, né
far perdere coloro per cui lavorava. Ciò che si diceva e mi di-
ceva, le scuse che si raccontava erano però dati feroci, una
lettura inversa rispetto a come avevo sino ad allora visto lo
smaltimento dei rifiuti tossici. Unendo tutti i dati emersi dal-
le inchieste condotte dalla Procura di Napoli e dalla Procura
di Santa Maria Capua Vetere dalla fine degli anni '90 a oggi,
è possibile comprendere che il vantaggio economico per le
aziende che si sono rivolte a smaltitori della camorra è quan-
tificabile in cinquecento milioni di euro. Ero cosciente che le
inchieste giudiziarie avevano scoperto solo una percentuale
parziale delle infrazioni e quindi mi veniva come una verti-
gine. Molte aziende settentrionali erano riuscite a crescere,
assumere, erano riuscite a rendere competitivo l'intero tessu-
to industriale del paese al punto da poterlo spingere in Euro-
pa, liberando le aziende dalla zavorra del costo dei rifiuti
che gli era stata alleggerita dai clan napoletani e casertani.
Schiavone, Maliardo, Moccia, Bidognetti, La Torre e tutte le
altre famiglie avevano offerto un servizio criminale in grado
di rilanciare l'economia e renderla competitiva. L'operazione
"Cassiopea" del 2003 dimostrò che ogni settimana partivano
dal nord al sud quaranta Tir ricolmi di rifiuti e - secondo la
ricostruzione degli inquirenti - venivano sversati, seppelliti,
gettati, interrati cadmio, zinco, scarto di vernici, fanghi da
depuratori, plastiche varie, arsenico, prodotti delle acciaie-
rie, piombo. La direttrice nord-sud era la strada privilegiata
dai trafficanti. Molte imprese venete e lombarde, attraverso
gli stakeholder, avevano adottato un territorio nel napoleta-
no o nel casertano trasformandolo in un'enorme discarica. Si
stima che negli ultimi cinque anni in Campania siano stati
smaltiti illegalmente circa tre milioni di tonnellate di rifiuti
di ogni tipo, di cui un milione solo nella provincia dì Caser-
ta. Il casertano è un'area che nel "piano regolatore" dei clan è
stata assegnata alla sepoltura dei rifiuti.
Un ruolo rilevante, nella geografia dei traffici illeciti, viene
svolto dalla Toscana, la regione più ambientalista d'Italia.
Qui si concentrano diverse filiere dei traffici illegali, dalla
produzione all'intermediazione, tutte emerse in almeno tre
inchieste: l'operazione "Re Mida", l'operazione "Mosca" e
quella denominata "Agricoltura biologica" del 2004.
Dalla Toscana non arrivano soltanto ingenti quantitativi di
rifiuti gestiti illegalmente. La regione diviene una vera e pro-
pria base operativa fondamentale per tutta una serie di sog-
getti impegnati in queste attività criminali: dagli stakeholder
ai chimici conviventi, sino ai proprietari dei siti di compo-
staggio che permettono di fare le miscele. Ma il territorio del
riciclaggio dei rifiuti tossici sta aumentando i suoi perimetri.
Altre inchieste hanno rivelato il coinvolgimento di regioni
che sembravano immuni, come l'Umbria e il Molise. Qui,
grazie all'operazione "Mosca", coordinata dalla Procura del-
la Repubblica di Larino nel 2004, è emerso lo smaltimento il-
lecito di centoventi tonnellate di rifiuti speciali provenienti
da industrie metallurgiche e siderurgiche. I clan erano riusci-
ti a triturare trecentoventi tonnellate di manto stradale di-
smesso ad altissima densità catramosa, e avevano individua-
to un sito di compostaggio disponibile a mischiarlo a terra, e
quindi a occultarlo nelle campagne umbre. Il riciclo arriva a
metamorfosi capaci di guadagnare esponenzialmente a ogni
singolo passaggio. Non bastava nascondere i rifiuti tossici,
ma si poteva trasformarli in fertilizzanti, ricevendo quindi
danaro per vendere i veleni. Quattro ettari di terreno a ridos-
so del litorale molisano furono coltivati con concime ricavato
dai rifiuti delle concerie. Vennero rinvenute nove tonnellate
di grano contenenti un'elevatissima concentrazione di cro-
mo. I trafficanti avevano scelto il litorale molisano - nel trat-
to da Termoli a Campomarino - per smaltire abusivamente
rifiuti speciali e pericolosi provenienti da diverse aziende del
nord Italia. Ma è il Veneto il vero centro di stoccaggio, secon-
do le indagini coordinate negli ultimi anni dalla Procura di
Santa Maria Capua Vetere. Da anni alimenta i traffici illegali
sul territorio nazionale. Le fonderie settentrionali fanno
smaltire le scorie senza precauzioni, mischiandolo al compo-
sto usato per concimare centinaia di campi agricoli.
Gli stakeholder campani spesso utilizzano le strade del
narcotraffico che i clan mettono a disposizione per trovare
nuovi territori da scavare, nuove tombe da riempire. Già nel-
l'inchiesta "Re Mida" diversi trafficanti stavano tessendo
rapporti per organizzare un traffico di rifiuti in Albania e in
Costarica. Ma ogni canale ormai è diventato possibile. Traffi-
ci verso est, verso la Romania, dove i Casalesi hanno centi-
naia e centinaia di ettari di terreno; o nei paesi africani, Mo-
zambico, Somalia e Nigeria. Tutti paesi dove i clan hanno da
sempre appoggi e contatti. Una delle cose che mi sconvolge-
va era vedere i volti dei colleghi di Franco, i visi degli
stakeholder campani tesi e preoccupati i giorni dello tsuna-
mi. Appena osservavano le immagini del disastro nei tele-
giornali, impallidivano. Era come se ognuno di loro avesse
mogli, amanti e figli in pericolo. In realtà in pericolo c'era
qualcosa di più prezioso: i loro affari. A causa dell'onda del
maremoto infatti vennero trovati sulle spiagge della Soma-
lia, tra Obbia e Warsheik, centinaia di fusti straccimi di rifiu-
ti pericolosi o radioattivi intombati negli anni '80 e '90. L'at-
tenzione avrebbe potuto bloccare i loro nuovi traffici, le
nuove valvole di sfogo. Ma il rischio fu subito scongiurato.
Le campagne di beneficenza per i profughi distolsero l'atten-
zione sui bidoni di veleni fuoriusciti dalla terra, che galleg-
giavano a fianco dei cadaveri. Il mare stesso stava divenendo
territorio di smaltimento continuo. Sempre più i trafficanti
riempivano le stive delle navi di rifiuti e poi, simulando un
incidente, le lasciavano affondare. Il guadagno era doppio.
L'assicurazione pagava per l'incidente e i rifiuti si intomba-
vano in mare, sul fondo.
Mentre i clan trovavano spazio ovunque per i rifiuti, l'am-
ministrazione della regione Campania dopo dieci anni di
commissariamento per infiltrazioni camorristiche non riusci-
va più a trovare il modo di smaltire la sua spazzatura. In
Campania finivano illegalmente i rifiuti d'ogni parte d'Italia,
mentre la monnezza campana nelle situazioni di emergenza
veniva spedita in Germania a un prezzo di smaltimento cin-
quanta volte superiore a quello che la camorra proponeva ai
suoi clienti. Le indagini segnalano che solo nel napoletano su
diciotto ditte di raccoglimento rifiuti, quindici sono diretta-
mente legate ai clan camorristici.
Il territorio è ingolfato di spazzatura, e sembra impossibi-
le trovare soluzione. Per anni i rifiuti sono stati ammontic-
chiati in ecoballe, enormi cubi di spazzatura tritata e imbal-
lata in fasce bianche. Solo per smaltire quelle accumulate
sino a ora ci vorrebbero cinquantasei anni. L'unica soluzione
che sembra essere proposta è quella degli inceneritori. Come
ad Acerra, che ha generato rivolte e proteste feroci che hanno
censurato persino la semplice idea di un possibile incenerito-
re in quelle zone. Verso gli inceneritori i clan hanno un atteg-
giamento ambivalente. Da un lato sono contrari, poiché vor-
rebbero continuare a vivere di discariche e incendi, e
l'emergenza permette in più di speculare sulle terre di smal-
timento delle ecoballe, terre che loro stessi affittano. Nel ca-
so però si dovesse realizzare l'inceneritore sono già pronti
per entrare in subappalto per la costruzione, e successiva-
mente per la gestione. Laddove le inchieste giudiziarie non
sono ancora arrivate, la popolazione è già giunta. Terrorizza-
ta, nervosa, spaventata. Temono che gli inceneritori possano
diventare delle fornaci perenni dei rifiuti di mezz'Italia a di-
sposizione dei clan, e quindi tutte le garanzie sulla sicurezza
ecologica dell'inceneritore andrebbero a vanificarsi contro i
veleni che i clan imporrebbero di bruciare. Migliaia di perso-
ne sono in stato di allerta ogni qual volta si dispone la riaper-
tura di una discarica esaurita. Temono che possano arrivare
da ogni parte rifiuti tossici spacciati per rifiuti ordinari, e co-
sì resistono sino allo stremo piuttosto che rischiare di fare del
proprio paese un deposito incontrollato di nuova feccia. A
Basso dell'Olmo, vicino Salerno, quando il commissario re-
gionale, nel febbraio 2005, tentò di riaprire la discarica ini-
ziarono a formarsi spontaneamente picchetti di cittadini che
impedivano l'arrivo dei camion e l'accesso alla discarica. Un
presidio continuo, costante, a ogni costo. Carmine Iorio,
trentaquattro anni, durante una notte terribilmente fredda,
mentre teneva il presidio, è morto assiderato. Il mattino,
quando sono andati a svegliarlo, aveva i peli della barba
ghiacciati e le labbra livide. Era cadavere da almeno tre ore.
L'immagine di una discarica, di una voragine, di una cava,
divengono sempre più sinonimi concreti e visibili di pericolo-
sità mortale per chi ci vive intorno. Quando le discariche
stanno per esaurirsi si da fuoco ai rifiuti. C'è un territorio nel
napoletano che ormai è definito la terra dei fuochi, il triango-
lo Giugliano-Villaricca-Qualiano. Trentanove discariche, di
cui ventisette con rifiuti pericolosi. Un territorio in cui au-
mentano del 30 per cento all'anno. La tecnica è collaudata e
viene messa in pratica a ritmo costante. I più bravi a organiz-
zare i fuochi sono i ragazzini ROM. I clan gli danno cinquanta
euro a cumulo bruciato. La tecnica è semplice. Circoscrivono
ogni enorme cumulo di rifiuti con i nastri delle bobine di vi-
deocassette, poi gettano alcol e benzina su tutti i rifiuti e, fa-
cendo dei nastri una miccia enorme, si allontanano. Con un
accendino danno fuoco al nastro e tutto in pochi secondi di-
viene una foresta di fuoco, come avessero sganciato bombe al
napalm. Dentro al fuoco gettano resti delle fonderie, colle e
morchie di nafta. Fumo nerissimo e fuoco contaminano di
diossina ogni centimetro di terra. L'agricoltura di questi luo-
ghi, che esportava verdura e frutta fino in Scandinavia, crolla
a picco. I frutti spuntano malati, le terre divengono infertili.
Ma la rabbia dei contadini e lo sfacelo diventano ennesimo
elemento di vantaggio, poiché i proprietari terrieri disperati
svendono le proprie coltivazioni, e i clan acquistano nuove
terre, nuove discariche a basso, bassissimo costo. Intanto si
crepa di tumore continuamente. Un massacro silenzioso, len-
to, difficile da monitorare, poiché c'è un esodo verso gli ospe-
dali del nord per quelli che cercano di vivere il più possibile.
L'Istituto Superiore di Sanità ha segnalato che la mortalità
per cancro in Campania, nelle città dei grandi smaltimenti di
rifiuti tossici, è aumentata negli ultimi anni del 21 per cento.
Bronchi che marciscono, trachee che iniziano ad arrossarsi e
poi la TAC in ospedale, e le macchie nere che denunciano il tu-
more. Chiedendo il luogo di provenienza dei malati campani
spesso viene fuori l'intero percorso dei rifiuti tossici.
Una volta avevo deciso di attraversare a piedi la terra dei
fuochi. Mi ero coperto naso e bocca con un fazzoletto, l'avevo
legato sul viso, come facevano anche i ragazzini ROM quando
andavano a incendiare i rifiuti. Sembravamo bande di cow-
boy tra deserti di spazzatura bruciata. Camminavo tra le terre
divorate dalla diossina, riempite dai camion e svuotate dal
fuoco, così da non rendere mai saturi questi buchi.
Il fumo che attraversavo non era denso, era come se fosse
una patina collosa che si posava sulla pelle lasciando una sen-
sazione di bagnato. Non lontano dai fuochi, c'erano una serie
di villette poggiate tutte su una enorme x di cemento armato.
Erano case adagiate su discariche chiuse. Discariche abusive
che - dopo esser state utilizzate sino all'orlo, dopo aver bru-
ciato tutto ciò che poteva essere bruciato - si erano esaurite.
Colme sino a esplodere. I clan erano riusciti a riconvertirle in
terreni edificabili. Del resto ufficialmente erano luoghi di pa-
storizia e coltivazione. E così avevano tirato su graziosi agglo-
merati di villette, il terreno però non dava affidabilità, avreb-
bero potuto esserci smottamenti, improvvise voragini, e così
maglie di cemento armato strutturate come resistenti x di
rinforzo rendevano sicure le abitazioni. Villette vendute a bas-
so prezzo, seppure tutti sapevano che si reggevano su tonnel-
late di rifiuti. Impiegati, pensionati, operai, di fronte alla pos-
sibilità di avere una villa non andavano a guardare nella boc-
ca del terreno su cui posavano i pilastri delle loro case.
Il paesaggio della terra dei fuochi aveva l'aspetto di un'a-
pocalisse continua e ripetuta, routinaria, come se nel suo di-
sgusto fatto di percolato e copertoni non ci fosse più nulla di
cui stupirsi. Nelle inchieste veniva segnalato un metodo per
tutelare lo scarico di materiale tossico dall'interferenza di
poliziotti e forestali, un metodo antico, usato dai guerriglieri,
dai partigiani, in ogni angolo di mondo. Usavano i pastori
come pali. Pascolavano pecore, capre e qualche vacca. I migliori
pastori in circolazione venivano assunti per badare
agli intrusi, piuttosto che a montoni e agnelli. Appena vede-
vano macchine sospette avvertivano. Lo sguardo e il cellula-
re erano armi inattaccabili. Li vedevo spesso gironzolare con
i loro greggi rinsecchiti e obbedienti al seguito. Una volta li
avvicinai, volevo vedere le strade dove i ragazzini smaltitori
si esercitavano per guidare i camion. Ormai i camionisti non
volevano più guidare i carichi sino allo sversamento. L'in-
chiesta "Eldorado" del 2003 aveva dimostrato che venivano
sempre di più utilizzati i minori per queste operazioni. I ca-
mionisti non si fidavano a entrare troppo in contatto con i ri-
fiuti tossici. Del resto era stato proprio un camionista a far
partire la prima importante inchiesta sul traffico di rifiuti nel
1991. Mario Tamburrino era andato in ospedale con gli occhi
gonfi, le orbite sembravano tuorli d'uovo che le palpebre
non contenevano più. Era completamente accecato, le mani
avevano perso il primo strato di epidermide, gli bruciavano
come se gli avessero incendiato benzina sul palmo. Un fusto
tossico gli si era aperto vicino al viso, e tanto era bastato per
accecarlo e quasi bruciarlo vivo. Bruciarlo a secco, senza
fiamme. Dopo quell'episodio i camionisti chiedevano di tra-
sportare i fusti nei carichi dell'autotreno, tenendoli a distan-
za col rimorchio e non sfiorandoli mai. I più pericolosi erano
i camion che trasportavano il compost adulterato, concime
mischiato a veleni. Solo inalarli avrebbe potuto compromet-
tere per sempre l'apparato respiratorio. L'ultimo passaggio,
quando i Tir dovevano scaricare i fusti in alcuni camioncini
che li avrebbero traghettati direttamente nella fossa della di-
scarica, era il più rischioso. Nessuno voleva trasportarli. I fu-
sti nei camioncini venivano stipati uno sopra all'altro e spes-
so si ammaccavano, facendo venir fuori le esalazioni. Così,
appena gli autotreni giungevano, i camionisti non scendeva-
no neanche. Li lasciavano svuotare. Poi dei ragazzini avreb-
bero portato a destinazione il carico. Un pastore mi indicò
una strada in discesa dove si esercitavano a guidare, prima
dell'arrivo del carico. In discesa gli insegnavano a frenare,
con due cuscini sotto il sedere per farli arrivare ai pedali.
Quattordici, quindici, sedici anni. Duecentocinquanta euro a
viaggio. Li reclutavano in un bar, il proprietario sapeva e
non osava neanche ribellarsi ma rivelava il suo giudizio sui
fatti a chiunque, davanti ai cappuccini e ai caffè che serviva.
«Quella roba che gli fanno portare, più se la buttano in
corpo quando respirano, prima li farà schiattare. Questi li
mandano a morire, non a guidare.»
I piccoli autisti, più sentivano dire che la loro era un'atti-
vità pericolosa, mortale, più sentivano di essere all'altezza di
una missione così importante. Cacciavano il petto in fuori e
uno sguardo sprezzante dietro gli occhiali da sole. Si sentiva-
no bene, anzi sempre meglio, nessuno di loro neanche per
un istante, poteva immaginarsi dopo una decina d'anni a fa-
re la chemioterapia, a vomitare bile con stomaco, fegato e
pancia spappolati.
Continuava a piovere. In pochissimo tempo l'acqua in-
zuppò la terra che ormai non riusciva ad assorbire più nulla. I
pastori impassibili si andarono a sedere come tre santoni
emaciati sotto una specie di pensilina costruita con le lamiere.
Continuavano a fissare la strada mentre le pecore si metteva-
no in salvo, arrampicandosi su una collina di spazzatura.
Uno dei pastori manteneva un bastone che spingeva contro la
tettoia, inclinandola per evitare che si riempisse d'acqua e ca-
scasse sulle loro teste. Ero completamente zuppo, ma tutta
l'acqua che mi crollava addosso non riusciva a spegnere una
sorta di bruciore che mi saliva dallo stomaco e si irradiava si-
no alla nuca. Cercavo di capire se i sentimenti umani erano
in grado di fronteggiare una così grande macchina di potere,
se era possibile riuscire ad agire in un modo, in un qualche
modo, in un modo possibile che permettesse di salvarsi da-
gli affari, permettesse di vivere al di là delle dinamiche di
potere. Mi tormentavo, cercando di capire se fosse possibile
tentare di capire, scoprire, sapere senza essere divorati, tritu-
rati. O se la scelta era tra conoscere ed essere compromessi o
ignorare - e riuscire quindi a vivere serenamente. Forse non
restava che dimenticare, non vedere. Ascoltare la versione
ufficiale delle cose, trasentire solo distrattamente e reagire
con un lamento. Mi chiedevo se potesse esistere qualcosa che
fosse in grado di dare possibilità di una vita felice, o forse
dovevo solo smettere di fare sogni di emancipazione e li-
bertà anarchiche e gettarmi nell'arena, ficcarmi una semiau-
tomatica nelle mutande e iniziare a fare affari, quelli veri.
Convincermi di essere parte del tessuto connettivo del mio
tempo e giocarmi tutto, comandare ed essere comandato, di-
venire una belva da profitto, un rapace della finanza, un sa-
murai dei clan; e fare della mia vita un campo di battaglia
dove non si può tentare di sopravvivere, ma solo di crepare
dopo aver comandato e combattuto.
Sono nato in terra di camorra, nel luogo con più morti am-
mazzati d'Europa, nel territorio dove la ferocia è annodata
agli affari, dove niente ha valore se non genera potere. Dove
tutto ha il sapore di una battaglia finale. Sembrava impossi-
bile avere un momento di pace, non vivere sempre all'inter-
no di una guerra dove ogni gesto può divenire un cedimen-
to, dove ogni necessità si trasformava in debolezza, dove
tutto devi conquistarlo strappando la carne all'osso. In terra
di camorra, combattere i clan non è lotta di classe, afferma-
zione del diritto, riappropriazione della cittadinanza. Non è
la presa di coscienza del proprio onore, la tutela del proprio
orgoglio. È qualcosa di più essenziale, di ferocemente carna-
le. In terra di camorra conoscere i meccanismi d'affermazio-
ne dei clan, le loro cinetiche d'estrazione, i loro investimenti
significa capire come funziona il proprio tempo in ogni mi-
sura e non soltanto nel perimetro geografico della propria
terra. Porsi contro i clan diviene una guerra per la sopravvi-
venza, come se l'esistenza stessa, il cibo che mangi, le labbra
che baci, la musica che ascolti, le pagine che leggi non riu-
scissero a concederti il senso della vita, ma solo quello della
sopravvivenza. E così conoscere non è più una traccia di im-
pegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L'unica
possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare.
Avevo i piedi immersi nel pantano. L'acqua era salita sino
alle cosce. Sentivo i talloni sprofondare. Davanti ai miei occhi
galleggiava un enorme frigo. Mi ci lanciai sopra, lo avvin-
ghiai stringendolo forte con le braccia e lasciandomi traspor-
tare. Mi venne in mente l'ultima scena di Papillon, il film con
Steve McQueen tratto dal romanzo di Henri Charrière. An-
ch'io, come Papillon, sembravo galleggiare su un sacco colmo
di noci di cocco, sfruttando le maree per fuggire dalla Cayen-
na. Era un pensiero ridicolo, ma in alcuni momenti non c'è al-
tro da fare che assecondare i tuoi deliri come qualcosa che
non scegli, come qualcosa che subisci e basta. Avevo voglia di
urlare, volevo gridare, volevo stracciarmi i polmoni, come
Papillon, con tutta la forza dello stomaco, spaccandomi la tra-
chea, con tutta la voce che la gola poteva ancora pompare:
«Maledetti bastardi, sono ancora vivo!».
«Gomorra»
di Roberto Saviano.
Collezione Strade blu
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Questo volume è stato impresso
nel mese di ottobre dell'anno 2006
presso Mondadori Printìng S.p.A.
Stabilimento NSM - Cles (TN)
Stampato in Italia - Printed in Italy.
Cioffi cavalier Michele
E-mail
Michele...@gsmboy.it