C’è un modo molto semplice per verificare lo stato
dell’informazione, e dunque della democrazia, nel nostro paese:
ascoltare con attenzione i telegiornali e leggere i giornali di oggi e
di domani. Vedere quanto tempo e quanto spazio viene dato alla sentenza
del processo Mills. E anche «come» la notizie viene riferita.
Si
scoprirà che nei telegiornali – sia pubblici, sia privati – verrà
presentata non come un «fatto» ma come un’«opinione». L’opinione di un
collegio giudicante. E che la sommaria descrizione del merito della
vicenda sarà seguita dai commenti politici. L’ultimo dei quali – a
chiusura di questo giro di opinioni attorno all’opinione-sentenza –
sarà affidato a un esponente del Pdl o a uno degli avvocati di
Berlusconi (ma spesso le due qualità sono riassunte in un singolo
soggetto).
L’intervistato non entrerà nel merito del caso giudiziario ma dirà che
si è trattato di «giustizia a orologeria». Il concetto sarà ripetuto in
modo martellante dai telegiornali e, con un po’ di fortuna, sarà
possibile – in una conversazione al bar, su un autobus – sentire
qualcuno che, senza sapere nulla della vicenda, lo ripeterà in modo
testuale: «Giustizia a orologeria».
Più complesso il discorso sui quotidiani. Parliamo, naturalmente, dei
normali quotidiani di informazione e non di quelli che, per vie
politiche o familiari, sono direttamente controllati dal premier. Là si
potrà leggere una sintesi abbastanza completa del fatto che, in qualche
raro caso, sarà anche accompagnata da un commento. Non di più e,
difficilmente, per più di un numero.
E se qualcuno – su un giornale non allineato come per esempio l’Unità –
oserà insistere sul tema, sarà liquidato come «giustizialista». Nel
caso in cui l’inopportuna insistenza fosse espressa in una trasmissione
televisiva, saranno inquadrati gli ospiti politicamente vicini al
premier che, in quello stesso istante, cominceranno a sorridere con gli
occhi rivolti verso l’alto e a scuotere la testa.
E’ possibile fare la verifica sullo stato dell’informazione del paese
anche seguendo un’altra via. E cioè osservando con attenzione in che
modo televisioni e giornali danno la notizia di altre sentenze. Sarà
facile scoprire che un imputato per omicidio condannato in primo grado
(e dunque ancora presunto innocente) sarà indicato come l’«assassino».
E che un extracomunitario, subito dopo l’arresto e dunque in assenza
non solo di processo ma anche di rinvio a giudizio, sarà qualificato
«stupratore». Nel caso in cui facciate notare l’incongruenza in uno
studio televisivo, vi osserveranno con aria perplessa, cominceranno a
scuotere la testa, e qualcuno ci definirà «buonista». Non avrete il
tempo di dire: «Ma non ero giustizialista?». Si spegnerà la luce.